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Tiziano Terzani cercava l’Assoluto, e l’ha trovato
“L’unico vero maestro non è in nessuna foresta, in nessuna capanna, in nessuna caverna di ghiaccio dell’Himalaya… È dentro di noi!” -Tiziano Terzani- Il 23 marzo 2026 è andato in onda su Rai 3 il programma Passato e Presente, condotto da Paolo Mieli, dal titolo Tiziano Terzani, il reporter che cercava l’assoluto in presenza del grande storico fiorentino Franco Cardini. Premettendo il profondo rispetto e la profonda stima per Franco Cardini, di cui condivido spesso analisi, idee, opinioni, oltre ad essere uno dei più importanti lucidi e critici intellettuali contemporanei in Italia; e la stima per il giornalista Paolo Mieli, come uomo di cultura nonchè tra i più importanti divulgatori storici, non posso non criticare il servizio che è stato prodotto su Tiziano Terzani. Per quanto il format di Passato e Presente consista in una mezz’oretta e che quindi sia sempre ben poco il tempo per approfondire in modo dettagliato la vita dei personaggi che si trattano, le mancanze profonde del servizio televisivo ci dicono ben altro: ovvero che si è capito ben poco della storia, del pensiero, dell’esperienza e del messaggio del grande Tiziano Terzani e del suo “giornalismo anomalo” fuori dagli schemi assetato di scoperta del mondo. Il servizio, dal punto di vista cronostorico non pecca di nulla, ma cade in basso nei contenuti storiografici e tenta di banalizzare, di ridurre e decomplessificare la figura di Tiziano Terzani. Già il fatto che venga definito, per tutto l’arco del servizio, come un reporter indica che i relatori non avevano piena coscienza delle molteplici dimensioni di Tiziano Terzani: una figura difficilmente classificabile secondo categorie precise e difficilmente etichettabile proprio perchè fuori dagli schemi del giornalismo di allora. Il Nostro inizia la sua ascesa da giornalista qualificato come reporter ma, al momento della propria morte avvenuta nel 2004, era diventato ben altro: un giornalista, un inviato di guerra, un attivista, un filosofo, un maestro spirituale, un saggio dei nostri tempi e soprattutto un precursore di un nuovo pensiero politico per salvare l’umanità. Il tentativo del servizio Rai di assimilare Terzani ad una figura ben vista dal sistema mainstream è a dir poco imbarazzante. Sebbene abbia collaborato con il mainstream, dal 1996 Terzani si espresse in modo fortemente critico sulla comunicazione mainstream e sul giornalismo nostrano,  (o “di massa”), accusandoli di essere diventati strumenti di disinformazione, di paura, di spettacolarizzazione del dolore e di conformismo culturale: uno strumento più propenso a fornire “notizie in tempo reale” che fornire analisi approfondite; uno strumento mancante di contesto volto a dare narrazioni preconfezionate che non aiutano a comprendere le reali dinamiche storiche, culturali e umane dei luoghi. Terzani aveva un approccio diverso al giornalismo che potremmo chiamare, citando Raimon Panikkar, pluriversale. Quando Paolo Mieli afferma a Passato e Presente che Tiziano Terzani aveva uno “spirito americano-tedesco del giornalismo”, ovvero “quel giornalismo sul campo che stava tra la gente”, dice un’assurdità. Nè l’America nè la Germania dovevano insegnare nulla a Terzani, il quale già nel suo inconscio aveva presente quale sarebbe stato il suo destino. Ho la fortuna di avere parenti che sono stati amici intimi di Tiziano Terzani ai tempi del suo ruolo di manager all’Olivetti e che possono testimoniare che Terzani più volte confidava loro che il suo ruolo di manager non fosse il lavoro della sua vita. Lui era consapevole che la sua vita sarebbe stata quella di viaggiare, per scoprire mondi e per raccontarli. Tiziano Terzani è tra i padri ante-litteram del giornalismo non-embedded, una pratica in cui l’inviato di guerra sta tra le bombe, tra la gente, tra i fatti vissuti e racconta la propria esperienza sul campo descrivendo ciò che vede. Si tratta di un approccio molto diverso da quello che invece, nel 2003 con la guerra in Iraq, verrà chiamato giornalismo “embedded”, ovvero la pratica secondo cui il giornalista – l’inviato di guerra – si limita a fare informazione dagli uffici-stampa adibiti diventando megafono di veline scritte da altri. Il giornalismo embedded è la pratica in cui i reporter seguono i conflitti bellici aggregati alle unità militari, vivendo e spostandosi con le truppe: la presstitute. Non è un caso che nel 1992 Terzani si sente stanco, dubbioso sul senso del suo lavoro e gli torna in mente proprio quella famosa profezia che un indovino gli disse nel 1976: “Attento. Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare mai”. Così coglie l’occasione per guardare il mondo con occhi nuovi: non con i propri occhi, ma con gli occhi degli altri. Decide di non prendere aerei per un anno, senza rinunciare al suo mestiere e il risultato di quell’esperienza è un libro che è insieme romanzo d’avventura, autobiografia, racconto di viaggio e reportage: Un indovino mi disse. E’ proprio in questo capolavoro che racconta come quell’ “anno senza aerei” – senza quel mezzo che “scorcia tutto, anche la comprensione delle cose” (come scrive) – lo mette in contatto con una diversa maniera di concepire la realtà. Come ha dichiarato l’ecofilosofa Gloria Germani, la più grande esperta del pensiero di Tiziano Terzani che vergognosamente non è stata citata nemmeno una volta nel servizio di Passato e Presente: “Terzani fa spesso un parallelo interessante: quello tra gli scienziati moderni che studiano in laboratorio la materia attraverso la sperimentazione e la razionalità basata sui sensi, e invece i sapienti orientali che se ne stanno nella natura e indagano la propria mente. Attraverso la meditazione, arrivano a scoprire la non–materialità, e quindi che gli opposti (giorno e notte, luce e tenebra, vita e morte) sono tutt’uno e non si possono separare. È il senso del simbolo dello Ying e dello Yang, a cui Terzani teneva moltissimo, perché gli opposti coesistono, e la vita è la meravigliosa unione degli opposti. Tutto è Uno significa dunque uscire dall’apparato logico-linguistico (tipico del tradizione occidentale a partire da Aristotele) e accedere a un altro piano.” Gloria Germani Nel servizio si afferma che Terzani ad un certo punto si improvvisa “asceta” e abbandona il suo nome preferendo il nome Anam (il senza nome, in sanscrito), per poi concludere con le parole di Cardini: “Terzani cercava sè stesso, ma non si sa se sia riuscito a trovarlo, perchè nessuno di noi ci riesce”. Questa è una personale opinione di Cardini, ma non la pensa così chi invece Terzani lo ha conosciuto profondamente e con lui ha avuto modo di cogliere qualcosa in più. La scelta di prendere il nome Anam va ben oltre le banalità retoriche sul fiorentinismo e sul suo – pur vero – “amore/odio/disprezzo per Firenze” di cui parla Cardini. Tiziano Terzani per molti è stato un grande maestro spirituale, un bodhisattva della Terra che, negli ultimi anni della sua vita, ha raggiunto la bodhicitta, ovvero l’intenzione sincera e la motivazione altruistica, tipica del Buddhismo Mahāyāna, di raggiungere l’illuminazione (Buddhità) per liberare tutti gli esseri senzienti dalla sofferenza attraverso la compassione attiva, la saggezza e trasformando la vita quotidiana in un percorso di risveglio. La dimensione spirituale e interiore di Tiziano Terzani; la sua esperienza con la meditazione; l’incontro con Swami Dayananda Saraswati, un noto maestro indiano della tradizione del Vedanta (non-dualismo) di cui racconta nel libro Un altro giro di giostra; il suo approccio spirituale, umano e filosofico nell’affrontare la malattia; l’uso consapevole dell’ayurveda e delle medicine alternative non vengono mai nemmeno accennati nel servizio di Passato e Presente, come non viene accennata l’importanza che per lui rivestono le culture dell’India. Quando nel servizio si continua a mettere enfasi sulle “delusioni” che Terzani, da uomo di sinistra, avrebbe avuto della Rivoluzione culturale di Mao Zedong in Cina, della rivoluzione socialista di Ho Chi Min in Vietnam e della repressione di Pol Pot in Cambogia, si vuole raccontare una verità a metà. La sua “delusione” non era legata a quello che visse e che vide in quelle parti del mondo, non era legata alle culture che toccò con mano, ma al fatto che queste rivoluzioni socialiste tradirono i loro ideali di rinnovamento sociale e culturale e di rottura radicale con il colonialismo e l’imperialismo. La delusione di Terzani consistette nel fatto che, sebbene tutte queste rivoluzioni avevano scacciato l’Occidente fuori dalla porta di casa loro, l’Occidente era rientrato dalla finestra sotto abiti diversi. L’Occidente era stato in grado di colonizzare le menti con l’importazione del modello capitalistico globale, del modello estrattivo e della società industriale di massa, con la concezione economicista-sviluppista. Le rivoluzioni socialiste in Asia, al posto di mettere in discussione tutto questo, copiarono l’esempio per riprodurlo sotto altre vesti. A tal proposito, in realtà, Tiziano Terzani non ebbe mai una vera e propria delusione perchè mai si fece illusioni a riguardo. Tiziano Terzani ha raccontato seriamente e fattualmente quella parte di mondo che l’Occidente vedeva con presunzione, arroganza, sentimento di superiorità e in modo stereotipato. Era questo approccio del giornalismo occidentale e della visione colonialista occidentale che deludeva fortemente Terzani: lui criticò fortemente la colonizzazione dell’immaginario che l’occidente aveva agito sul mondo intero, con la pretesa di creare – in 400 anni di storia – un “mondo di occidentali”. Di questo si accorge perfettamente quando tocca con mano la realtà del Giappone e i suoi mutamenti tecno-antropologici: una popolazione che ha dimenticato se stessa per aderire ciecamente alla modernizzazione capitalista e industriale occidentale. Nel servizio non si parla minimamente del fatto che proprio dalla sua esperienza vissuta sul campo, Tiziano Terzani divenne un grande critico del paradigma riduzionista, materialista, meccanicista e dualista su cui si fonda epistemologicamente la visione dell’Occidente, opposta invece al grande bagaglio culturale e spirituale dell’Asia (come ha giustamente qui fatto notare Franco Cardini). L’Asia non è spinta dal mito dello sviluppo, ma dal mito dell’eterno. E’ in questo contesto che si colloca anche la critica epistemologica e culturale di Terzani allo scientismo e alla scienza occidentale di stampo cartesiano-newtoniano che definirà “nuovo oppio dei popoli” in Un altro giro di giostra: “Nessuno ha più risposte che contano, perché nessuno pone più le domande giuste. Tanto meno la scienza, che in occidente è stata asservita ai grandi interessi economici e messa sull’altare al posto della religione. Così lei stessa è diventata l’ “oppio dei popoli”, con quella sua falsa pretesa di saper prima o poi risolvere tutti i problemi. La scienza è arrivata a clonare la vita, ma non a dirci che cos’è la vita. La medicina è riuscita a rimandare la morte, ma non a dirci cosa succede dopo la morte. O sappiamo forse davvero che cosa permette ai nostri occhi di vedere e alla nostra mente di pensare? Eppure, grazie alla grande fiducia che abbiamo nella scienza, diamo ormai tutto per scontato. Si crede di sapere e non si sa. Ci si accontenta dunque di non sapere, convinti che presto si saprà.” Anche di questo non parla minimamente il servizio della Rai. Non si fa nemmeno un parola sul fatto che Tiziano Terzani è considerato – oltre che uno dei più importanti esponenti della visione no-global, della nonviolenza e del pacifismo contemporaneo – come uno dei precursori di una visione ecosocialista, della decrescita e dell’ecologia profonda: ovvero un modo completamente diverso di concepire il mondo che si vuole costruire rifacendo pace con la Terra, con gli ecosistemi e con i popoli che la vivono. Per non parlare inoltre degli strafalcioni sui fatti dell’11 settembre 2001, momento in cui Tiziano Terzani fa sentire la sua voce contro la logica del terrore dell’Occidente contro il “nuovo nemico necessario”: l’Islam. Non è vero che Tiziano Terzani inizia ad occuparsi l’8 ottobre 2001 dei fatti dell’11 settembre 2001. Nel suo articolo pubblicato il 16 settembre 2001, – dopo i fatti dell’11 settembre, dal titolo “Quel giorno tra i seguaci di Bin Laden” sul Corriere della Sera – Terzani affermava la necessità di “capire le ragioni degli Altri”, ed ora lo ribadiva con grande chiarezza: “Se vogliamo capire il mondo  in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme e non solo dal nostro punto di vista” (1). E più oltre: “Il  problema è che fino a quando penseremo di avere il monopolio del “Bene”, fino a che parleremo della nostra come la civiltà, ignorando le altre, non saremo sulla buona strada”. Al contrario, “solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove siamo” (2). Questo è solo l’anteprima di quelle che furono le sue risposte dall’8 ottobre 2001 alle posizioni neo-con della giornalista fiorentina Oriana Fallacci che espresse in La rabbia e l’orgoglio, articolo apparso sul quotidiano Corriere della Sera il 29 settembre 2001 in seguito all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Terzani definì – in una risposta – quell’articolo una “brillante lezione di intolleranza”, sottolineando come la rabbia – che la Fallaci esprimeva in quell’articolo – mostrasse come non conoscesse il mondo che aveva girato in lungo e in largo. Dopo l’11 settembre, Terzani ha criticato duramente il modo in cui i media hanno amplificato la paura, allineandosi alle logiche della guerra al terrore invece di cercare una comprensione più profonda delle cause. Nascerà così Lettere contro la guerra, una raccolta di una grande presa di consapevolezza scaturita proprio da un confronto acceso con Oriana Fallaci e sul crollo della Torri Gemelle a New York, esprimendo un’opposizione sistematica e non-negoziabile della guerra e del paradigma di mondo che porta con sè: erosione delle libertà costituzionali e dei diritti umani, crescita del mito della sicurezza e la paura come mezzo per raccontare il mondo. Con Lettere contro la guerra, Terzani ha risposto alle tesi della collega, proponendo invece una visione pacifista alternativa attraverso temi che oggi sono più attuali che mai. Per concludere, io credo che i libri che sono stati consigliati alla fine del servizio Rai non siano assolutamente significativi della vita, della storia e della filosofia perenne di Tiziano Terzani, ma piuttosto dei tentativi di lettura che non colgono la complessità del personaggio. Spiace veramente che non siano stati invece consigliati i bellissimi libri biografici scritti dalla ecofilosofa Gloria Germani che invece – come ha scritto anche Angela Staude, moglie di Terzani – forse più di tutti ha colto il pensiero di Tiziano. A maggio 2024 è uscita infatti la sua ultima fatica: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente”, una nuova riflessione che scava nella vita e nel pensiero di Tiziano Terzani, offrendo una visione complessiva del meraviglioso insegnamento e percorso intellettuale ed esperienziale di Terzani, a vent’anni dalla morte: il pensiero del non-dualismo, del Tutto è Uno, che rompe la tradizione scientista e materialista della modernità e ci suggerisce un nuovo modello di vita lontano dalle logiche del consumismo, della guerra, dell’avidità e del successo a ogni costo, in una nuova visione che riconcilia il pensiero orientale con quello occidentale. Terzani aveva capito che è più importante essere che avere. Questo dimostra che Tiziano Terzani ha cercato l’Assoluto e l’ha trovato eccome, cogliendo appieno il senso della vita oltre le superficialità e oltre il superfluo della vita moderna contemporanea.   (1) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 29. (2) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 31 e p.33..   Fonti: Gloria Germani, Tiziano Terzani e “il trucco della candela” la meditazione come via di conoscenza e di vera libertà https://www.greenme.it/lifestyle/costume-e-societa/tiziano-terzani-10-lezioni-di-vita/ https://www.pressenza.com/it/2015/05/la-rivoluzione-interiore-di-tiziano-terzani/       Lorenzo Poli
March 31, 2026
Pressenza
La piccola bottega contro l’iper-mondo
Il nuovo libro di Saverio Pipitone (*) «Dentro la società dei consumi: dal supermercato globale alle comunità di scambio locale» è in cerca di editore, speriamo che lo trovi presto. Anticipiamo la presentazione e la scheda con l’indice.   La bottega contro l’iper-mondo Una volta c’era la bottega con il commerciante che accoglieva, conversava e accontentava i clienti. La sua
Auletta: una storia meridionale di lotta
di Sara Manisera (*) Introduzione: re-immaginare i margini Nell’ambito degli studi sullo sviluppo territoriale e sulla transizione ecologica, i cosiddetti “margini” svolgono un ruolo cruciale nell’elaborazione di alternative sociali e istituzionali. Come sostiene l’intellettuale afroamericana bell hooks, il margine non è solo una categoria geografica, ma uno spazio epistemico, politico di “apertura radicale”, capace di produrre visioni non assimilate ai centri
Associazione Ecofilosofica di Treviso organizza 5 incontri su ecosofia, decrescita, antispecismo e fitoalimurgia
> L’Associazione Ecofilosofica di Treviso organizza 5 incontri su ecosofia, > decrescita, antispecismo e fitoalimurgia. Ecco di seguito i 5 appuntamenti tra > novembre e dicembre 2025. > > Domenica 23 novembre ore 18, presso Libreria Lovat: LA GRANDE TRANSIZIONE. IL > DECLINO DELLA CIVILTA’ INDUSTRIALE E LA RISPOSTA DELLA DECRESCITA (Bollati > Boringhieri) con l’autore Mauro Bonaiuti (Univ. di > Torino) https://www.filosofiatv.org/eventi_files/572_Mauro% > 20bonaiuti%20locandina.pdf > > Sabato 29 novembre ore 15, presso Centro Kennedy (Villorba): PIANTE CURATIVE E > CULINARIE, con Silvana Busatto https://www.filosofiatv.org/ > eventi_files/573_piante%20curative%202%20.pdf > > A seguire, 3 incontri (su piattaforma on line) della serie PLURIVERSO: UNA > COSMOVISIONE PER LA DECRESCITA > > Mercoledì 3 dicembre ore 21: PANIKKAR – LATOUCHE: PER USCIRE DAL PENSIERO > UNICO con Gloria Germani e Lorenzo Poli > > Mercoledì 10 dicembre ore 21: DECRESCITA E ECOLOGIA PROFONDA con Fabio Balocco > e Guido Dalla Casa > > Mercoledì 17 dicembre ore 21: CICLO DELLA CARNE, ANTISPECISMO E DECRESCITA con > Adriano Fragano (Veganzetta) e Paolo Scroccaro > > Ecco la locandina dei 3 incontri, con indicazioni per > accedere: https://www.filosofiatv.org/eventi_files/574_locandina% > 20pluriverso-1.pdf   in collaborazione con Pressenza International Agency, > Assoc. Tutto è Uno, Decrescita Felice Social Network (vai al nuovo > sito www.decrescita.com ) > > QUADERNO DI ECOFILOSOFIA n. 81 – autunno 2025: qui trovate la copertina con > l’indice completo. Uno strumento indispensabile per orientarsi nel contesto > odierno  https://www.filosofiatv.org/eventi_files/571_QUADERNO% > 2081%20copertina.pdf > > PRO-MEMORIA per gli interessati/e: chi non si è mai associato/a e desidera > iscriversi alla Associazione (o solo ricevere per 12 mesi i Quaderni di > Ecofilosofia), è invitato a compilare il modulo di riferimento e ad inviarlo > a info@filosofiatv.org , lo trovate qui http://www.filosofiatv.org/ > eventi_files/499_491_DOMANDA%20DI%20ISCRIZIONE%20AEF.pdf > > > ECOFILOSOFIA PER UN PENSIERO CRITICO ADATTO AL NOSTRO TEMPO: NEWS E > > DOCUMENTI – novembre 2025   www.filosofiatv.org    info@filosofiatv.org > > Vuoi collaborare e proporre dei materiali in  sintonia  con i nostri > orientamenti culturali? Scrivi a info@filosofiatv.org > > ASSOCIAZIONE ECO-FILOSOFICA Redazione Italia
November 18, 2025
Pressenza
Marxismo Ecologico nell’Antropocene. Intervista a John Bellamy Foster
Marxismo Ecologico nell’Antropocene Intervista a John Bellamy Foster, di Xu Tao and LvJiayi John Bellamy Foster è editore di Monthly Review e professore emerito di sociologia presso l’Università dell’Oregon. È autore, tra gli altri, di The Dialectics of Ecology (2024) e di Breaking the Bonds of Fate: Epicurus and Marx […] L'articolo Marxismo Ecologico nell’Antropocene. Intervista a John Bellamy Foster su Contropiano.
November 9, 2025
Contropiano
Perché la libera circolazione dei lavoratori danneggia tutti noi
Già Aristotele, padre fondatore dell’economia, era contrario alla libera circolazione delle persone. Perché capiva davvero qualcosa di economia. Gli economisti moderni sono unanimi nel sostenere mercati del lavoro flessibili fino alla libera circolazione transfrontaliera delle persone. Essi motivano questa posizione affermando che la forza lavoro contribuisce maggiormente al Prodotto Interno Lordo (PIL) quando viene impiegata esattamente dove e quando apporta il massimo beneficio. Ad esempio, quando un’azienda non deve cercare gli specialisti di cui ha urgente bisogno solo nel proprio paese. Oppure quando un imprenditore edile della Germania meridionale può sfruttare meglio il proprio personale inviandolo in Svizzera per lavori di montaggio. Per tutti questi motivi, i mercati del lavoro dovrebbero essere flessibili dal punto di vista geografico e temporale e i disoccupati sono obbligati ad accettare lunghi tragitti per recarsi al nuovo posto di lavoro. UN AUMENTO DEL PIL NON SIGNIFICA SEMPRE MAGGIORE BENESSERE Gli economisti giustificano la loro massima sostenendo che un aumento del PIL crea maggiore benessere. Ma questo vale anche quando la crescita del PIL deve essere pagata con mercati del lavoro flessibili? I dubbi sono giustificati: è possibile che il PIL guadagnato grazie alla flessibilità venga più che consumato dai costi e dai tempi di trasporto aggiuntivi e dai relativi danni ambientali. Il PIL aumenta complessivamente, ma la parte «consumabile» che rimane dopo aver dedotto questi costi si riduce. Se si considera che in Svizzera il tragitto medio casa-lavoro è di un’ora e che i relativi costi di trasporto comportano almeno altri 20 minuti di lavoro, questa ipotesi è addirittura molto probabile. Già Aristotele sosteneva una tesi diversa. Per lui la questione fondamentale era se le «cose» aggiuntive contribuissero davvero a ciò che conta, ovvero a una «vita buona». Martha Nussbaum riassume così la sua opinione: «Troppa ricchezza può portare a un’estrema competitività o a un’estrema concentrazione su compiti tecnici e amministrativi e allontanare le persone dai contatti sociali, dall’interesse per le arti, dall’apprendimento e dalla riflessione». Aristotele ha naturalmente ragione: avere ancora più cose (oggi parliamo di PIL) ha, nella migliore delle ipotesi, una ripercussione minima sulla buona vita. È quindi ancora più importante chiedersi in che modo le misure volte ad aumentare il PIL, in particolare la flessibilizzazione dei mercati del lavoro, influiscano sugli aspetti più importanti della buona vita. LA FUNZIONE INTEGRATIVA DEL LAVORO DIVENTA PIÙ IMPORTANTE Diamo un’occhiata più da vicino. Uno dei bisogni fondamentali delle persone è l’appartenenza sociale. I luoghi in cui si sviluppa questa appartenenza sono principalmente la famiglia, il vicinato e, soprattutto per le persone in età lavorativa, il posto di lavoro. La flessibilizzazione dei mercati del lavoro ha un impatto negativo su tutti e tre questi ambiti. Pensiamo ai lunghi tragitti per recarsi al lavoro, ai frequenti cambiamenti di posto, ai turni di notte e così via. Quanto siano già distrutte le famiglie lo dimostra il fatto che dal 1970 la percentuale di famiglie monoparentali rispetto alla popolazione totale della Svizzera è aumentata di 2,5 volte, mentre la percentuale di coppie con figli è diminuita di un quarto. E sebbene dal 1970 i matrimoni ogni 1000 abitanti si siano quasi dimezzati, i divorzi sono quasi raddoppiati. Poiché le famiglie e i quartieri sono sempre più danneggiati, l’importanza del lavoro retribuito come «produttore» di comunanza e integrazione sociale è notevolmente aumentata. Secondo la ricerca sulla felicità, la disoccupazione riduce la felicità (la buona vita) in misura pari a quella di una malattia di media gravità. Secondo uno studio tedesco del 2006, sarebbe necessario un aumento di undici volte del reddito medio per compensare il danno psicologico causato dalla disoccupazione. Questo può sembrare incredibile, ma dimostra quanto sia irrilevante un reddito o un PIL ancora più elevato per una buona vita. LA CREAZIONE DI POSTI DI LAVORO COME FINE A SE STESSA Anche gli economisti e i politici hanno notato questo fenomeno, con conseguenze fatali. La «creazione» di posti di lavoro è diventata un fine a se stessa, rafforzando enormemente il potere delle aziende. Oltre ai loro prodotti, ora possono vendere anche i posti di lavoro e la conseguente integrazione sociale. Secondo il motto: sociale è ciò che crea lavoro. Noi creiamo posti di lavoro, quindi non potete pretendere anche salari dignitosi e buone condizioni di lavoro. Ciò ha fortemente compromesso anche il potere di integrazione sociale del lavoro (mal) retribuito. Torniamo brevemente ad Aristotele, l’inventore dell’economia, che all’epoca si svolgeva ancora prevalentemente nella comunità domestica, l’oikos. Ancora oggi, almeno il 60% delle attività con cui soddisfiamo i nostri bisogni e garantiamo la sopravvivenza vengono svolte nelle famiglie e nei quartieri. Tuttavia, la flessibilizzazione del lavoro retribuito e la concorrenza fiscale, nonché la migrazione interna da esse provocata, hanno ulteriormente indebolito la forza produttiva dell’oikos. Ciò anche perché, nel tentativo di creare posti di lavoro, il lavoro non retribuito è stato sostituito in modo mirato da quello retribuito. I COMPITI FAMILIARI SONO STATI PROFESSIONALIZZATI Con conseguenze costose: un tempo la cura dei bambini piccoli era compito della famiglia e del vicinato. Oggi è necessario ricorrere al lavoro retribuito degli asili nido. Solo il tempo impiegato dal personale degli asili nido, dai burocrati degli asili nido e dai genitori supera di gran lunga il tempo richiesto dalla soluzione di un tempo, basata sul vicinato. D’accordo: in cambio si svolge più lavoro retribuito e il PIL è aumentato, ma tutto sommato si tratta di un enorme spreco di tempo lavorativo. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. L’indebolimento dell’oikos costa molto di più. Anche l’assistenza agli anziani sta diventando sempre più commercializzata e professionalizzata. In Svizzera, un’ora di assistenza costa ormai circa 80 franchi (86 Euro). Se il lavoro viene svolto dai familiari, questi ricevono al massimo 38 franchi. Il resto va alle organizzazioni Spitex che formano gli assistenti. Secondo il giornale svizzero Sonntags-Blick, i servizi di assistenza di base di queste aziende sono quintuplicati dal 2020 al 2023. E poi ci sono i bambini che necessitano di un’assistenza particolarmente intensiva nell’ambito del sostegno integrativo a scuola. A tal fine vengono impiegati assistenti di classe. Nel Cantone di Berna nel 2020 erano ancora 918; nel frattempo questo numero è salito a 2954 e anche nella città di Zurigo il numero degli assistenti è triplicato, passando da 340 a 1020. Nelle scuole elementari dell’Argovia, il numero di assistenti scolastici a tempo pieno è raddoppiato da 220 a 437, mentre il numero di alunni è aumentato solo dell’8%. È lecito supporre che la scuola debba svolgere un ulteriore lavoro di socializzazione, perché sempre più famiglie sono sopraffatte. Anche gli adulti sono sopraffatti dal nuovo disordine sociale. Molti diventano depressi, vanno dallo psichiatra o cercano orientamento altrove. Ciò è dimostrato dal fatto che solo nella regione di Zurigo nove istituti privati formano life coach. MIGRAZIONE GLOBALE DI MANODOPERA E chi fa poi il lavoro vero e proprio? Nessun problema. Importiamo le persone. Questo ci porta alla dimensione internazionale della libera circolazione delle persone. Questo aspetto è esemplificato dall’UE: le zone periferiche della Spagna, del Portogallo, dell’Italia meridionale, della Romania o della Croazia si stanno svuotando. Al contrario, la popolazione nelle aree metropolitane sta esplodendo. Prendiamo l’esempio del Portogallo: nel 2009 è stato creato lo status di «residenza non abituale» per attirare lavoratori qualificati e pensionati dall’estero. Nel 2012 sono stati introdotti i «visti d’oro», che offrono agli stranieri con un conto in banca ben fornito un accesso privilegiato alla cittadinanza. Ciò ha provocato un aumento dei prezzi degli immobili e degli affitti, con la conseguenza che i giovani portoghesi non possono più permettersi un alloggio. Oggi un terzo dei portoghesi di età compresa tra i 15 e i 39 anni vive all’estero. Per ogni portoghese in età lavorativa ci sono oggi due pensionati. Per i lavori semplici viene quindi reclutata manodopera a basso costo dal Brasile, dall’Angola, dall’India, dal Bangladesh o dal Marocco. Lo stesso fenomeno si verifica a livello globale. Sempre più paesi stanno perdendo la capacità di provvedere al proprio fabbisogno e quindi all’occupazione. Il motivo principale è sempre lo stesso: per sviluppare economicamente una regione occorrono, nel migliore dei casi, diversi anni. Ma le persone che potrebbero plasmare questo sviluppo trovano già domani un lavoro meglio retribuito all’estero, lasciandosi alle spalle una patria disfunzionale. LA CREAZIONE DI VALORE GLOBALE PRODUCE PERDENTI OVUNQUE La ragione risiede nelle catene globali di creazione di valore. Un paio di scarpe On, ad esempio, viene venduto in Svizzera a 200 franchi (ca. 215 Euro) a un pubblico che guadagna 100 franchi all’ora. Il 90% del lavoro necessario per produrre queste scarpe viene svolto con una retribuzione oraria di, diciamo, 5 franchi. Ciò consente di retribuire il restante 10% del lavoro con 300 franchi. I relativi «creatori di valore» amano stabilirsi con le loro aziende in zone residenziali esclusive con aliquote fiscali basse e buoni collegamenti di trasporto. Queste catene di creazione di valore globali e i loro ricchi beneficiari presentano notevoli svantaggi: da un lato, nelle nazioni perdenti il potere d’acquisto necessario per lo sviluppo locale viene sottratto o non può nemmeno nascere. E nei paesi vincitori, come la Svizzera, i beneficiari delle «estremità grasse» con il loro potere d’acquisto provocano aumenti dei prezzi, soprattutto degli affitti e degli immobili, e quindi una massiccia ridistribuzione dai cercatori di alloggi verso i proprietari terrieri. L’elevato potere d’acquisto e il corrispondente fabbisogno di consumo provocano inoltre una migrazione di massa di manodopera a basso costo dai paesi perdenti verso quelli vincitori. Viviamo quindi in un mondo che Aristotele avrebbe considerato paradossale. Ai suoi tempi, il lavoro serviva principalmente a soddisfare le esigenze locali. Il lavoro era dove si trovavano i lavoratori. Oggi il lavoro deve rincorrere la domanda monetaria, che nell’economia di mercato globale viene distribuita in modo molto sbilanciato, ora qui ora là. Viviamo in un’economia globale ipermobile e migratoria. Ma questo mondo non è benefico. In definitiva è estremamente inefficiente. Ogni lavoratore che emigra indebolisce la forza produttiva della famiglia e del vicinato. Ma è proprio da questo che dipende la buona vita molto più che dal lavoro retribuito. Aristotele se ne sarebbe accorto. Gli economisti di oggi non se ne rendono conto. Sono ciechi. Il loro unico parametro di riferimento è il PIL o, al massimo, l’occupazione retribuita. AFFRONTARE IL PROBLEMA DELLA MIGRAZIONE ALLA RADICE E poi c’è un altro punto importante: l’uomo è un animale gregario. Fin dall’infanzia dipendiamo estremamente dall’aiuto degli altri: dalla famiglia, dagli amici, dai vicini e anche dallo Stato sociale. Per rendere sopportabile questa dipendenza e poter fidarci degli altri, creiamo una fitta rete di obblighi sociali reciproci. E creiamo istituzioni con cui organizziamo la nostra convivenza e rinnoviamo costantemente il capitale di fiducia sociale. Questo processo è già abbastanza difficile e diventa ancora più complesso con l’aumento dell’immigrazione di persone provenienti da culture straniere con regole sociali diverse. Questo metastudio dimostra che maggiore è la diversità etnica in una zona, più forte è il calo della fiducia sociale. Ciò vale in particolare per la fiducia locale nei confronti dei vicini. E i quartieri e i distretti socialmente degradati rischiano di diventare una «nazione fallita», un paese fallito. In Germania e in molte zone dell’Europa occidentale questo pericolo è reale. Sia perché l’integrazione è fallita, sia perché sono arrivati semplicemente troppi immigrati. Ma non basta semplicemente chiudere le frontiere. Dobbiamo affrontare il problema alla radice. Abbiamo bisogno di un ordine economico mondiale che consenta a tutti i paesi di svilupparsi, di organizzarsi in modo tale da poter tornare a prendersi cura del proprio oikos, invece di produrre ancora più scarpe Nike per ricchi stranieri. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Thomas Schmid. INFOsperber
October 8, 2025
Pressenza
Una serata per pensare insieme come cambiare rotta
Giovedì 22 maggio 2025 alle 19 Biblioteca Chiesa Rossa – Via San Domenico Savio, 3, Milano Ci eravamo presi  l’impegno di presentare il libro “Il capitale nell’Antropocene” di Saito Kohei come superamento o attenuazione della cesura creatasi tra i collettivi militanti posizionati sulla ricerca e critica anticapitalista e i nuovi gruppi di critica alla distruzione del pianeta da parte dei grandi gruppi economici. “Le concentrazioni e centralizzazioni dei capitali, se non mediate dai vari attori geopolitici, si muovono verso trasformazioni da guerre commerciali a guerre vere e proprie, con demagoghi pronti a implementare ricette suprematiste della peggior disumanità e a sacrificare milioni di persone. Nel mondo, ma anche in Italia, vivono in situazione di povertà assoluta milioni e milioni di persone. Siamo convinti che solo la lotta può liberarli dalla condizione materiale in cui si trovano e la storia ci ha dimostrato che è stato possibile! La storia ci ha anche insegnato che non tutto quello conquistato in termini di emancipazione dal bisogno è per sempre! Abbiamo l’esigenza di liberare forze  e provare a gettare un seme di contaminazione tra radicalità che intendono la trasformazione del mondo e lo vogliono salvare nella giustizia sociale. Kohei Saito nel suo libro, come altri studiosi marxisti, adotta l’Antropocene per ragioni non certo attenuanti o rassicuranti, ma perché la nozione sostituisce quella ancor più desueta di “questione ecologica oggi” e permette in sovrappiù di entrare nel dibattito in corso. Noi questi temi non intendiamo affrontarli in termini accademici e tanto meno tenerli rinchiusi in recinti di comunità che perseguono la decrescita senza dire come.  Allora semplificando ed esemplificando: come potremmo contribuire alla decrescita a livello personale e collettivo? Movimento per la decrescita felice e associazione Rossosispera   Redazione Milano
May 20, 2025
Pressenza
Il bisogno indotto della guerra
Analizzare i modi attraverso cui l’industria automobilistica, e in Italia dire auto nel XX secolo è dire FIAT, si è imposta a partire dagli inizi del ‘900 è emblematico rispetto alle modalità di affermazione del sistema capitalista. Il paesaggio modellato con le infrastrutture necessarie allo sviluppo del settore (strade, autostrade, ecc.), solidi legami col potere politico (meglio se di destra ma con capacità di adattarsi ai differenti schemi politici), attività di lobbying, creazione del bisogno in modo tale da renderlo insopprimibile, l’affermazione di una immagine di modernità in contrasto con la mobilità del passato basata su treni e tramvie. Spostiamo ora l’attenzione sull’ambito trainante dell’economia capitalista del XXI secolo: l’industria delle armi. Il complesso militare-industriale è legato a filo doppio a un’economia di guerra. E’ tutto sommato l’applicazione del modello consumista, la guerra è la situazione in cui le armi si usano e si consumano incentivando sempre più massicce produzioni. Pensiamo che l’impulso al sistema industriale delle armi sia data da un fatto ineluttabile, ovvero la presenza dei conflitti armati in giro per il mondo, conflitti dovuti al nazionalismo, conflitti religiosi, etnici, politici. In realtà occorre invertire il nesso causale. Le guerre ci sono poiché indotte dal sistema industriale militare. In una logica capitalista che guarda al profitto e all’accumulo di dividendi al di là di qualsiasi valutazione etica è nella natura delle cose favorire situazioni di instabilità che portino poi a conflitti armati. Non è poi così difficile farlo per il potentissimo sistema industriale di produzione di armi. Gli addentellati con la politica sono evidenti, le possibilità di giocare a tutto campo sugli scenari mondiali sconfinate. E’ quanto è avvenuto solo per fare un esempio di drammatica attualità in Ucraina. Tendiamo a vedere solo ciò che è palese ma chi ha favorito l’instabilità e la drammatica apertura di conflitti armati è chi può fornire a dismisura armamenti guadagnando somme che si misurano nell’ordine delle migliaia di miliardi. E dove sperimentare al meglio i nuovi sistemi d’arma se non sul campo…di battaglia. Le vittime civili e militari e la distruzione di beni materiali come test di innovativi “prodotti”. E non ci sono solo missili, artiglieria pesante, armi convenzionali. Già hanno fatto irruzione da qualche anno i droni che permettono di far strage senza rischio alcuno. Ma ora la nuova frontiera è fatta di iper-tech, intelligenza artificiale, armi cyber, big data, e questo lo avevano detto ad esempio Taiani e Crosetto. Avevano invitato a tener conto del fatto che attrezzarsi per la difesa non significava solo missili e cannoni ma appunto un bel po’ di innovazioni immateriali. Ah, ora stiamo meglio! Il complesso militare-industriale influenza le politiche di investimento dei governi e la stessa percezione dei bisogni e dei rischi della popolazione. Interviene a tutto campo. E’ capace di far passare la “pubblicità” di una Russia che sta per attaccarci e da cui occorre difenderci investendo 800 miliardi in armi, indicendo quindi nella popolazione un bisogno che è percepito come reale anche se ciò è solo negli interessi economici di qualcuno. Ma fa breccia e la fa persino tra le forze progressiste che non si sottraggono alle sirene del riarmo. E’ in grado grazie al legame a doppio filo con gli eserciti di azioni pervasive anche a livello educativo. Sono diventate normali oramai le “lezioni” dei militari nelle scuole, le visite didattiche alle forze armate e via dicendo. E fanno passare l’imprescindibile difesa del Paese per difesa dei confini (minacciati in realtà solo dai poveri cristi che arrivano da sud e da est) mentre la vera difesa dovrebbe essere a favore della salute, della scuola, dell’ambiente. Naturalmente più soldi per le armi significa meno investimenti in sanità, scuola, ambiente , lavoro. Ma tutto sommato un popolo meno sano, più povero, più depresso, meno istruito, che viva in un ambiente degradato, si manipola meglio. Sarebbe sbagliato però pensare di invertire la rotta considerando il sistema industriale militare come un problema a sé. Creazione del bisogno, interconnessione del sistema economico con quello politico, attività lobbistica, consumismo, sono pilastri del sistema capitalista per cui è quello che va rovesciato. L’obiettivo non può che essere il comunismo. Non ovviamente quello burocratico e autoritario di sovietica memoria. Ma piuttosto il comunismo dei beni comuni, della decrescita e del marxismo ecologista teorizzato dal filosofo Sito Kohei. In ballo questa volta non ci sono solo le sorti del proletariato ma la sopravvivenza stessa dell’umanità. Giuseppe Paschetto
May 15, 2025
Pressenza
Terzo incontro residenziale su “Limite: riflessioni ed esperienze”
Dal 27 al 29 giugno 2025 l’Associazione per la decrescita promuove un incontro residenziale all’Eremo di Calomini in Garfagnana (Lucca) dal titolo “Limite: riflessioni ed esperienze”. Si tratta del terzo incontro annuale nell’ambito di un percorso “Per un reincanto del mondo”. In questi anni difficili, di grande disorientamento, molti di noi, spesso impegnati in varie pratiche in favore dell’ambiente, della cura, dell’impegno sociale, di lotta per la giustizia e per la pace si sentono spesso stanchi e svuotati, tanto da domandarsi se le nostre “buone pratiche” non siano altro che gocce in un mare in tempesta. Di qui innanzitutto l’esigenza di “staccare”, “ricaricare le batterie”, ritrovare il contatto col sé, stabilire relazioni piacevoli con gli altri, nella consapevolezza che la convivialità non è solo piacere di stare assieme, ma ricerca comune di senso, di verità. Il percorso stesso della decrescita si presenta come una sorta di matrice, di idea ombrello che abbraccia diverse dimensioni: ecologica, economica, sociale e politica, dimensioni non semplici da connettere l’una all’altra. Un progetto, dunque, decisamente ambizioso e impegnativo che non si riduce ad un insieme di ricette green finalizzate a ridurre gli impatti sull’ecosistema. Al contrario esso rimanda ad una trasformazione profonda del nostro immaginario e della nostra società, una trasformazione impensabile, secondo Latouche, senza un certo “reincanto del mondo”. In questo percorso sul Reincanto ci stiamo interrogando dunque su quali vie e quali pratiche possono aiutarci. Adotteremo un approccio plurale, basato su diverse modalità, sia esperienziali che di approfondimento teorico: incontri e discussioni con esperti, meditazione, contemplazione, letture, riscoperta delle relazioni con la natura, con alcune espressioni estetiche. Ci interrogheremo anche su come le diverse tradizioni spirituali e filosofiche del passato hanno affrontato tutto questo e quali sono le loro relazioni con il progetto trasformativo che vorremmo portare nel mondo. Lo stesso Michel Focault, nell’ultimo periodo della sua vita, era giunto alla conclusione che la cura di sè  – che gli antichi ritenevano condizione indispensabile per partecipare attivamente all’attività politica – fosse la dimensione più trascurata dalle nostre analisi critiche. L’incontro di quest’anno si soffermerà in particolare sul grande tema dei limiti, un tema che, non a caso, attraversa sia la decrescita che i diversi percorsi di “reincanto”. La riscoperta del limite della nostra condizione umana, l’accettazione della fragilità e della vulnerabilità come elemento fondamentale della realtà che viviamo, i limiti planetari entro i quali dobbiamo collocarci, il limite che attraversa l’esperienza estetica, la pratica dello yoga e le diverse forme di economia “altra”  saranno alcune prospettive che cercheremo di approfondire e di sperimentare nei due giorni insieme. Vi aspettiamo! Redazione Toscana
May 14, 2025
Pressenza