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Coltivare la terra è un atto di pace
DAL 29 AL 31 AGOSTO CASTIGLIONE D’OTRANTO OSPITA LA QUINDICESIMA EDIZIONE DELLA NOTTE VERDE: INCONTRI, LABORATORI, ARTE E MUSICA PER METTERE IN RELAZIONE GIUSTIZIA AMBIENTALE, DIRITTI DEL LAVORO, GUERRA E MODELLI ECONOMICI ESTRATTIVI. L’EDIZIONE È DEDICATA A SACKO BAKARI, LAVORATORE AGRICOLO UCCISO A TARANTO La terra non è soltanto il suolo che coltiviamo. È il luogo nel quale diventano visibili le disuguaglianze, lo sfruttamento del lavoro, la crisi climatica, l’appropriazione delle risorse e le conseguenze delle guerre. Ma è anche lo spazio concreto dal quale possono nascere relazioni diverse, economie fondate sulla cura e comunità capaci di sottrarsi alla violenza. Da questa consapevolezza prende forma la quindicesima edizione della Notte Verde di Castiglione d’Otranto, in programma da sabato 29 a lunedì 31 agosto. La manifestazione, promossa da Casa delle Agriculture, attraverserà il paese con incontri pubblici, laboratori, mostre, percorsi formativi, spettacoli, libri e concerti. Al centro del programma ci sono la pace e la giustizia sociale, ecologica e climatica, considerate non come questioni separate, ma come dimensioni inseparabili della stessa crisi. «Abitare la terra con coscienza non è un atto neutrale: è una scelta politica e partigiana», spiegano le persone che animano Casa delle Agriculture. In un tempo segnato dalle guerre, dalla distruzione di Gaza, dal collasso climatico e dallo sfruttamento sistematico di corpi e risorse, il silenzio non può essere considerato una posizione neutrale. «La terra è il principale luogo in cui queste contraddizioni diventano visibili, ma è anche lo spazio da cui costruire un’alternativa: opporre la cura alla violenza, la comunità al razzismo, la vita alla guerra. Coltivare la terra è un atto di pace, difenderla è un atto di libertà». L’edizione del 2026 è dedicata a Sacko Bakari, bracciante agricolo ucciso a Taranto, vittima del razzismo e di una condizione di marginalità che continua a caratterizzare la vita di molte persone impiegate nell’agricoltura. Ricordarlo significa ricondurre il discorso sulla sostenibilità alla sua dimensione sociale: non può esserci agricoltura ecologica se il lavoro resta privo di diritti, né tutela della terra quando chi la coltiva è esposto allo sfruttamento, alla precarietà e alla violenza. Per Casa delle Agriculture, dedicare la Notte Verde a Sacko Bakari significa rivendicare dignità e libertà per tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori della terra, ma anche ribadire la natura antifascista, pacifista e antirazzista del proprio impegno agroecologico e culturale. La terra come terreno di conflitto La prima giornata comincerà alle 7 del mattino con The Spine, laboratorio partecipativo dell’artista cileno-belga Isabel Burr Raty. Le persone coinvolte scaveranno collettivamente nella terra un canale sensoriale, esplorando il rapporto tra corpo, memoria e territorio. Alle 9.30, nella Fucina delle Culture del Parco Renata Fonte, inizierà la seconda edizione del Corso di alta formazione in Giornalismo di pace, intitolata “Non c’è futuro senza giustizia ambientale”. Il corso è organizzato dal Gruppo Umana Solidarietà in collaborazione con Casa delle Agriculture, la Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Camerino e il Centro interdisciplinare Scienze per la Pace dell’Università di Pisa. La prima sessione, con Serena Fasiello, Federico Oliveri e Giuseppe Putignano, affronterà il tema dell’ambiente come terreno di conflitto. Nel pomeriggio Tiziana Colluto, Antonio Ciniero e Angelo Cleopazzo discuteranno invece dell’agricoltura come questione politica. Un passaggio importante, perché la produzione del cibo viene ancora troppo spesso descritta come un’attività esclusivamente tecnica, separata dalle forme di proprietà, dai rapporti di lavoro, dalle politiche pubbliche e dalla distribuzione del potere. Nel pomeriggio il paese diventerà uno spazio diffuso di confronto e apprendimento. In via Pisanelli torneranno i Parlamenti rurali, realizzati insieme alla Scuola di reportage narrativo “Alessandro Leogrande”. La prima assemblea sarà costruita intorno a una domanda essenziale: “Di chi è la terra?”. Con Marianna Lentini, Valeria Cagnazzo e Celeste Luciano si parlerà di accesso alla terra, proprietà, recinzioni, abbandono, usi collettivi e conflitti. Il confronto metterà in relazione quanto accade nel territorio pugliese con le lotte palestinesi, mostrando come il controllo della terra non sia mai una questione astratta: stabilisce chi può abitare un luogo, coltivarlo, attraversarlo e costruirvi il proprio futuro. La Scuola di Agriculture proporrà, nello stesso pomeriggio, un laboratorio sui bisogni educativi emergenti e sull’educazione in natura, condotto da Ezio Del Gottardo, docente di Pedagogia generale e sociale dell’Università del Salento. Sabrina Puzzovio guiderà invece un incontro sulla fermentazione degli alimenti, intesa non soltanto come tecnica di conservazione, ma anche come pratica ecologica e strumento di contrasto allo spreco. Bambine e bambini raccontano Gaza Una parte importante della Notte Verde è dedicata alle bambine e ai bambini. Presso l’ex scuola elementare si svolgerà il laboratorio di ecoprinting “Io sono foglia, noi siamo pace”, seguito dallo spettacolo di burattini “L’orco poeta e le galline presuntuose” e dalla “Parata dei buoni frutti”. La parata raggiungerà Piazza della Libertà per inaugurare HeArt FOR GAZA, una mostra composta da sessanta disegni realizzati da bambine e bambini palestinesi nella Tenda degli Artisti di Deir-Al-Balah. Le opere, nate grazie all’impegno di Mohammed Timraz e Féile Butler, non presentano l’infanzia palestinese come una categoria astratta o come una semplice vittima da osservare a distanza. Consentono invece ai bambini di raccontare direttamente, attraverso il disegno, ciò che vivono, ricordano, temono e desiderano. Alla mostra è collegata anche una raccolta di fondi. Al Giardino della Pace Attiva, alle 19, l’artista palestinese Lina Issa presenterà “3 Canzoni da ricordare: un albero, un frutto, un seme”, una performance di narrazione, danza e musica realizzata con Massimiliano De Salvatore. Il lavoro attraversa la perdita della terra, la memoria familiare e la trasmissione dell’eredità palestinese come forma di resistenza alla cancellazione. Il legame tra guerra e distruzione della vita sarà presente anche nell’installazione tessile “5,7 chilometri di grida nel silenzio”, realizzata da Cristina Pedrocco ed Elena Gradara. Un nastro lungo cinque chilometri e settecento metri, cucito da centinaia di mani, prova a restituire una presenza e una voce alle migliaia di bambini palestinesi uccisi a Gaza. Nel centro storico saranno inoltre esposte le opere dell’artista punk e antifascista russo Nikolai Oleynikov, compreso un nuovo stendardo dedicato a Hussam Abu Safiya, medico palestinese detenuto nelle carceri israeliane. Disarmare il capitalismo, liberare la terra La sera del 29 agosto il cortile di Palazzo Mellacqua ospiterà la presentazione del libro “Perché fermare i nuovi Ogm?”, con l’autore Francesco Paniè ed Eleonora Migno di Cospe. L’incontro entrerà nel conflitto politico che accompagna le nuove tecniche genomiche, spesso presentate come soluzione inevitabile ai problemi dell’agricoltura senza interrogare adeguatamente la concentrazione economica, i brevetti, la dipendenza degli agricoltori e il controllo delle sementi. Alle 21, in Piazza della Libertà, il sociologo Antonio Ciniero ricorderà Sacko Bakari e introdurrà una riflessione sul lavoro agricolo, il razzismo e i processi di marginalizzazione. A seguire, il direttore di Altreconomia Duccio Facchini e la giornalista Marzia Baldari dialogheranno sul tema “Disarmare il capitalismo, liberare la terra”. Al centro dell’incontro ci saranno le connessioni fra sfruttamento dei territori, modelli economici estrattivi e pratiche di resistenza, con particolare attenzione a quanto accade tra Albania e Salento. La giornata terminerà con il concerto del Claudio Prima Zakor Quintet, un percorso musicale tra le due sponde dell’Adriatico, le influenze balcaniche, l’improvvisazione e le sonorità orientali. Pensare la pace nella fatica del presente Domenica 30 agosto proseguiranno il corso di Giornalismo di pace, il laboratorio The Spine, la Scuola di Agriculture e i Parlamenti rurali. La domanda della seconda assemblea sarà “Chi nutre la terra?”: un interrogativo che capovolge l’idea della terra come semplice risorsa a disposizione degli esseri umani e invita a riconoscere i rapporti di reciprocità dai quali dipende la vita. Tra gli incontri della giornata ci saranno i laboratori sull’educazione in natura e sulla produzione naturale del formaggio, le attività sui diritti umani rivolte ai più piccoli e lo spettacolo “Le buone stelle”, con Michela Marrazzi e Giorgio Distante. In serata Paolo Bosca e Rosita Ronzini presenteranno il libro “Fare Utopia”. Il critico e filosofo Marco Gatto terrà poi una lezione sul passaggio dalla questione meridionale a un “meridionalismo inquieto”, mettendo in relazione il pensiero di Antonio Gramsci e il lavoro di Alessandro Leogrande. Il dialogo “La fatica della pace” riunirà il filosofo Federico Oliveri, la vicedirettrice del manifesto Chiara Cruciati e Tuzlanska Amica, associazione bosniaca nata durante le guerre jugoslave. Il titolo evita ogni retorica consolatoria: costruire la pace non significa invocare genericamente l’assenza di conflitto, ma affrontare le ingiustizie, riconoscere le responsabilità e ricostruire relazioni sociali distrutte dalla violenza. Il concerto “Sita” di Alessia Tondo concluderà il secondo preludio. Il cibo è politica Lunedì 31 agosto la grande festa finale comincerà alle 20,15 in Piazza della Libertà. Il giornalista e scrittore Christian Elia terrà un intervento intitolato “Guerra alla terra. L’ecocidio a Gaza e la guerra come crimine contro ogni forma di vita”. La guerra sarà osservata anche nelle sue conseguenze ambientali: distruzione dei suoli e delle risorse idriche, contaminazione, abbattimento degli alberi, cancellazione delle colture e impossibilità per le comunità di continuare ad abitare i propri territori. Seguirà un collegamento con Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, per un intervento dedicato alla Palestina e alla negazione dei diritti. Alle 22, la presidente di Slow Food Italia Barbara Nappini e la giornalista Sara Manisera dialogheranno intorno a un’affermazione che attraversa l’intera manifestazione: “Il cibo è politica, la terra è futuro”. Il confronto prenderà le mosse dall’eredità di Carlo Petrini per discutere il rapporto fra produzione alimentare, comunità, biodiversità, potere economico e trasformazione sociale. Il concerto “Reduci” di Stefano “Cisco” Bellotti con la Grande Famiglia chiuderà i tre giorni. Accanto agli incontri, Castiglione d’Otranto ospiterà mostre e installazioni diffuse. Oltre ai lavori dedicati a Gaza, il Giardino della Pace Attiva accoglierà “Hydrocene. Fiumi selvaggi d’Europa”, esposizione dedicata alla biodiversità fluviale dei Balcani e alle mobilitazioni nate per difenderla. Al Mulino di Comunità sarà visitabile la mostra fotografica e artzine “Produzione propria: storie sull’uscio di casa”, curata da Francesca Casaluci e Clara Zanoni. La Notte Verde si propone come una festa ecologica a ridotto impatto ambientale, inclusiva e accessibile. Tutti gli incontri e i laboratori sono gratuiti. Non si tratta di un dettaglio organizzativo, ma di una scelta coerente con l’idea che il sapere necessario a comprendere e trasformare il presente non debba essere riservato a pochi. La manifestazione è curata da Casa delle Agriculture con il patrocinio del Comune di Andrano e la collaborazione di numerose organizzazioni sociali, culturali e ambientaliste. Il progetto grafico della quindicesima edizione è firmato da Mauro Bubbico. Perché, mentre la terra viene ridotta a merce, frontiera da occupare o risorsa da consumare, tornare a coltivarla insieme può diventare un modo per ricostruire libertà. E per ricordare che non esiste giustizia ambientale senza giustizia sociale, né pace senza il diritto di ogni comunità ad abitare la propria terra. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Coltivare la terra è un atto di pace proviene da Comune-info.
August 28, 2026
Comune-info
La rana nella pentola
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- È molto difficile poter descrivere gli effetti di questo cambiamento climatico che ha messo in ginocchio l’intero paese (e non solo) per il caldo. Così ho preferito anziché scrivere un saggio una breve storiella che può essere letta in pochi minuti. Una storiella neoliberista. La storiella, in parte, è nota a molte delle persone che leggeranno questo breve scritto, ma vale la pena di ricordarla perché è assai educativa, soprattutto di questi tempi. -------------------------------------------------------------------------------- Un giorno una rana fu messa in una pila d’acqua fredda per mano di un bambino un po’ capriccioso. La rana vi si trovava perfettamente a proprio agio e sguazzava allegramente dentro la pentola. Ma il bambino, per sua indole capriccioso, come abbiamo già detto, ma anche un po’ cattivello (si sa, ai bambini piace giocare in modo sadico a volte), accese un piccolo fornello alla base della pentola. Il secondo giorno la rana continuava a sguazzare allegramente nell’acqua che, nel frattempo, era diventata tiepida. Il terzo giorno, quando l’acqua cominciava a scaldarsi, la rana avvertì qualche lieve cambiamento dell’ambiente dove si trovava, ma non mostrò alcuna sensazione di sofferenza. La rana cominciò ad allarmarsi solo il quarto giorno: avvertiva che un leggero calore si diffondeva intorno ad essa. Il quinto giorno la rana smise di sguazzare ma, tutto sommato, soffriva appena un po’ più di caldo del giorno precedente. Poi iniziò, il sesto giorno, a preoccuparsi; sembrava facesse troppo caldo ma non se ne ebbe più di tanto. Il settimo giorno fece un gran balzo e uscì dalla pentola: si sentiva un po’ accaldata, le batteva forte il cuore e, passando, di balzo in balzo, davanti uno specchio scoprì: oh! Orrore, era diventata tutta rossa. Grosse pustole le ricoprivano il corpo e la sua pelle, inizialmente di colore verde e diventata ormai tutta rossa, si staccava a pezzi dal proprio corpo. Il cuore le batteva all’impazzata e, insieme allo spavento, le venne un infarto e stramazzò a terra. Lo stesso giorno il Servizio Meteorologico Nazionale avvertì via radio gli abitanti dell’intero Paese che la temperatura avrebbe raggiunto il valore di 45 gradi all’ombra. I primi a lasciare la città furono i Signori che, con i loro potenti Suv, si precipitarono a raggiungere le Grandi Montagne e ad occupare tutti i posti disponibili presso gli alberghi situati ad alta quota, alcuni addirittura salirono fino a 3.500 metri. Dopo di loro si misero in marcia, sulle loro meno potenti automobili, padri di famiglia con bambini e relative suppellettili al seguito. Gli altri, i poveri miserabili che non si potevano permettere di abbandonare la città, affollarono i supermercati dove potenti condizionatori consentivano loro di respirare, oppure si sdraiavano seminudi ai piedi dei pochi alberi rimasti (molti di questi alberi erano stati abbattuti l’anno precedente e sostituiti con “alberi” di cemento che non insudiciavano le strade con le loro foglie cadute). Giù nella Valle code di auto lunghe più di 20 chilometri erano ferme in attesa di salire sulle Grandi Montagne. Ma gli accessi erano loro sbarrati perché lassù in alto tutti i posti disponibili erano stati occupati. Dall’alto i Signori con indosso pesanti maglioni guardavano quella immensa distesa di auto ferme e facevano grandi risate al loro indirizzo. Nella Valle la temperatura aumentava anche a causa dei potentissimi condizionatori che erano accesi l’intero giorno negli alberghi situati in alto. Chiusi nei loro piccoli carapaci anche costoro accesero i condizionatori delle proprie auto, non potendo avanzare neppure di un metro. Il giorno dopo, di buon mattino, una piccola folla di Signori dall’alto osservò la scena che si prospettava loro nella Valle. Non c’era alcun movimento, nessuno usciva dalla propria auto e i motori erano silenziosi. Tutto il combustibile era stato consumato per tenere accesi i motori in modo che alimentassero i condizionatori. Nella Valle era sceso un gran silenzio. Anche in città c’era la stessa calma, un gigantesco blackout aveva spento i condizionatori dei supermercati e la folla era rimasta priva di aria fresca. All’interno del Supermercato Errelunga e in tutte le Tv dei grandi alberghi situati sulle Grandi Montagne, si udirono le previsioni del Servizio Meteorologico Nazionale che dicevano: “Oggi bel tempo soleggiato su tutto il Paese”. Non c’è alcun bisogno di commentare. Come nei film, anche in questo caso, ogni riferimento a persone, fatti e cose è puramente casuale, ma… -------------------------------------------------------------------------------- Enzo Scandurra, urbanista, saggista e scrittore, scrive da sempre su Comune (qui oltre cento suoi articoli). Già ordinario di Urbanistica presso La Sapienza di Roma, è stato direttore del dipartimento di Architettura e Urbanistica. Tra i suoi libri più recenti La svolta ecologica. Ultima chance per il pianeta e per noi e Roma. O dell’insostenibile modernità, editi da DeriveApprodi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La rana nella pentola proviene da Comune-info.
August 22, 2026
Comune-info
Sentire il bosco, diventare comunità
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Bosco Ospizio -------------------------------------------------------------------------------- «A mio parere, avere cura dei beni materiali come un bosco, impegnandosi in azioni che in qualche modo riportano alla collettività ciò che le è stato sottratto, sia fondamentale […] Un bene comune è anche ritrovare il senso di comunità, l’impegno per un fine comune» (Mancuso & Mori, 2026, p. 23) Il gruppo di persone che si è raccolto intorno al Bosco Ospizio di Reggio Emilia ha riconosciuto l’importanza del bosco come bene comune e il valore che le piante rivestono per una città e per le persone che la abitano. Il bosco è diventato così qualcosa di più di uno spazio verde: un luogo di relazione, memoria, incontro e appartenenza. Riconoscere e vedere le piante, oggi, è un vero e proprio atto educativo, perché significa imparare a includerle nel nostro campo percettivo e nella nostra quotidianità, non più come semplice sfondo delle nostre vite (Mancuso, Viola, 2015, Calvo, 2022) o come elementi del paesaggio che possono essere spostati, aggiunti o rimossi a piacimento, ma come esseri viventi con cui condividiamo gli spazi e dai quali dipendiamo. È proprio questa tendenza a non vedere e a non considerare pienamente le piante che Wandersee e Schussler (2001) hanno definito plant blindness. Tuttavia, questa invisibilità non può essere ricondotta soltanto a un limite percettivo: affonda le proprie radici anche in una lunga storia culturale e filosofica che ha progressivamente collocato le piante ai margini della nostra attenzione e della nostra considerazione, privilegiandone spesso una lettura funzionale e utilitaristica (Hall, 2011; Gagliano, 2013). Anche la difficoltà nel riconoscere nelle piante forme di sensibilità, percezione e agency contribuisce a mantenere questa distanza culturale. In questa prospettiva, Parsley (2021) propone il concetto di Plant Awareness Disparity, spostando l’attenzione dall’idea di una “cecità” generalizzata verso le piante alla tendenza, culturalmente costruita, a prestare loro meno attenzione e a escluderle dal nostro panorama percettivo e dalla nostra esperienza quotidiana. Il rischio è che le piante vengano utilizzate soltanto come elementi decorativi, seguendo la moda o la tendenza del momento, senza riconoscerne pienamente il valore ecologico, culturale, sociale e affettivo. Piantare o difendere un bosco non significa necessariamente prendersene cura. Mettere una pianta in città non significa automaticamente riconoscerne il valore e la presenza come essere vivente. La vera cura nasce dalla capacità di vederla, conoscerla, comprenderne i bisogni e riconoscerla come parte integrante dell’ecosistema urbano. In questo senso, l’esperienza della difesa del Bosco Ospizio ha contribuito a diffondere un messaggio fondamentale: educare alle piante significa anche educare alla consapevolezza della loro presenza e della loro necessità. Significa comprendere quanto siano fondamentali per la vita umana e non umana, soprattutto nelle città contemporanee, sempre più esposte a fenomeni di calore estremo e alla perdita di biodiversità. Conoscere un bosco significa allora conoscere le specie che lo abitano, non soltanto quelle vegetali, ma l’intera comunità di esseri viventi che lo compone. Un bosco è un vero e proprio condominio multispecie, uno spazio condiviso nel quale numerose forme di vita coesistono, si influenzano e dipendono le une dalle altre. Abbatterlo significa interrompere una rete di relazioni che non è immediatamente visibile, ma che sostiene la vita del luogo. Forse è necessario tornare a sentirci parte della natura, abbandonando l’idea di esserne separati. Un ritorno alla madre-natura (Öcalan, 2020) che non implica un ritorno al passato, ma il recupero di una relazione di appartenenza e interdipendenza. Guardare un bosco in questa prospettiva significa allora riconoscere che non siamo semplicemente davanti alla natura, ma dentro una comunità di viventi. Il Bosco Ospizio, inoltre, sta diventato nel tempo un luogo di memoria. Intorno ai suoi alberi le persone si sono incontrate, hanno discusso, condiviso emozioni, costruito relazioni e dato vita a una comunità. Il valore del bosco, quindi, non è soltanto quello delle sue piante: è anche la memoria umana e non umana che si sta sedimentando intorno ad esse. L’incontro tra persone e piante ha reso quelle piante più visibili. E, rendendole visibili, ha ampliato la Plant Awareness (Pany et al., 2022) della comunità. Forse è proprio questo il valore più profondo di questa esperienza: aver mostrato che un bosco può diventare un bene comune non soltanto quando viene riconosciuto come patrimonio naturale, ma quando le persone imparano a vederlo, conoscerlo, ascoltarlo e sentirlo come parte viva della città. Per questo il Bosco Ospizio non è soltanto uno spazio da conservare. È una memoria vivente da custodire, un luogo nel quale, nel corso del tempo, specie umane e non umane hanno costruito una storia comune. Lasciarlo vivere significa permettere a questa storia di continuare, mostrando la bellezza di un incontro tra specie che, insieme, hanno dato forma a un luogo, a una comunità e a una memoria. -------------------------------------------------------------------------------- Rosa Buonanno è biologa e PhD in Reggio Childhood Studies. Per dieci anni ha lavorato presso la scuola dell’infanzia e primaria presso il Centro Internazionale Loris Malaguzzi e ha svolto attività di formazione sul Reggio Emilia Approach per Reggio Children, in Italia e all’estero. Ha conseguito i master in Futuro Vegetale e Management della Transizione Ecologica e ha collaborato con la Fondazione Futuro delle Città di Firenze, sotto la direzione scientifica di Stefano Mancuso. Ha fatto parte del gruppo di ricerca BEAT – Biodiversity Education and Awareness Team e possiede l’abilitazione nazionale alla raccolta professionale di piante officinali spontanee. La sua attività di ricerca e formazione si concentra oggi sulla plant awareness, sul rapporto tra esseri umani e regno vegetale e sul ruolo educativo delle piante nella costruzione di una cultura ecologica. Collabora con enti pubblici e privati attraverso attività di ricerca, formazione e consulenza. È autrice di pubblicazioni scientifiche e del volume Bloom Lab – Fiorire nelle diversità. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sentire il bosco, diventare comunità proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
Chi decide cos’è un bosco?
IL CASO DEL BOSCO OSPIZIO DI REGGIO EMILIA VA OLTRE LA DIFESA DI UN’AREA VERDE MINACCIATA DA UN NUOVO INSEDIAMENTO COMMERCIALE. METTE IN DISCUSSIONE IL MODO IN CUI DEFINIAMO IL VALORE DELLA NATURA URBANA, IL RAPPORTO TRA INTERESSI PRIVATI E BENI COLLETTIVI E LA CAPACITÀ DELLE ISTITUZIONI DI AGGIORNARE DECISIONI PRESE IN UN CONTESTO ORMAI PROFONDAMENTE CAMBIATO. TRA CRISI CLIMATICA, CONSUMO DI SUOLO E CONFLITTO DEMOCRATICO, LA DOMANDA DIVENTA ALLORA POLITICA PRIMA ANCORA CHE AMMINISTRATIVA: CHI DECIDE CHE COSA MERITA DI ESSERE TUTELATO? Chi ha il potere di definire cos’è un “bosco”?  Non si tratta di una domanda retorica, ma una questione che emerge con particolare evidenza nella vicenda del cosiddetto “Bosco Ospizio” di Reggio Emilia, l’area verde di oltre 45.000 metri quadri che sta per essere sacrificata per costruire l’ennesimo superstore commerciale. La vertenza appare in qualche modo paradigmatica dei tempi, delle assuefazioni e delle trappole in cui continuiamo a cascare senza alcuno sforzo di modificare le nostre abitudini di pensiero e di comportamento. Conad vanta già tre superstore all’interno dell’area urbana di Reggio Emilia, oltre a tre supermercati e altri punti vendita. Complessivamente, nella città, la grande distribuzione alimentare può contare su due ipermercati, quattro superstore, tredici supermercati e cinque discount, senza contare i minimarket di quartiere. Ovviamente il progetto si spiega all’interno di una competizione per fette di mercato. D’altra parte, val la pena notare che Reggio Emilia, nel biennio 2023-24, si presenta al 12° posto per consumo di suolo tra i comuni con più di 100.000 abitanti. In questa classifica negativa peraltro si registrano molte città della nostra Regione: Ravenna, Modena, Parma, Bologna, Ferrara, evidenziando che si tratta di un problema diffuso nella pianura padana. In questo contesto una rete di cittadini, costituitasi in “Assemblea permanente Bosco Ospizio”[1] assieme a Legambiente, sta portando avanti da anni una contestazione del progetto “P.R.U. IP_6 – OSPIZIO”: così si chiama il progetto di “riqualificazione urbana” che prevede diversi edifici, strutture commerciali per 4680 m2 – di cui 2.500 m2 per il solo Conad –, assieme a parcheggi, una rotatoria e servizi pubblici per il quartiere: una biblioteca e una casa della salute. Già nell’ottobre del 2024, in un Consiglio Comunale aperto, Marco Cervino, ricercatore al CNR, presso l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, aveva sottoposto ai rappresentanti delle istituzioni le evidenze scientifiche che sottolineavano la ricchezza di vegetazione e il valore dell’area in termini di conservazione e cattura del carbonio, nonché il contributo al contrasto del fenomeno dell’isola di calore urbano. Chiariva inoltre come la distruzione del bosco urbano avrebbe comportato un impoverimento ecologico e il fatto che le nuove piantumazioni non avrebbero potuto eguagliare o compensare questi effetti. Nei giorni scorsi, alcuni docenti e ricercatori – Francesco Reyes (professore Associato in Arboricoltura e Coltivazioni Arboree, Università di Modena e Reggio Emilia), Lara Maistrello (professoressa Associata in Entomologia Generale ed Applicata, Università di Modena e Reggio Emilia), Luca Mercalli (presidente Società Meteorologica Italiana e Ambasciatore Europeo Patto per il Clima) – hanno preso posizione richiamando il valore ecologico di quest’area. Hanno già sottolineato l’importanza di un’area di verde spontaneo in una pianura fortemente urbanizzata come la nostra, in termini di rifugio e punto di ripopolamento per diverse specie animali, nonché di riproduzione della biodiversità per alberi, arbusti, erba e fiori[2]. A questa presa di posizione ha fatto seguito un appello di una dozzina di ricercatrici e ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), che invita ad evitare «la distruzione di un polmone verde nella città di Reggio Emilia». E ancora una quindicina di colleghi delle Università di Parma e Bologna (tra cui il sottoscritto) hanno sottoscritto un appello nel quale invitano le istituzioni e i soggetti privati coinvolti a «sospendere ogni intervento irreversibile sull’area e di ricercare soluzioni alternative che ne garantiscano la tutela, riaprendo un confronto pubblico fondato sulle evidenze scientifiche e sulla partecipazione della cittadinanza». Altri appelli e prese di posizione si stanno diffondendo in questi giorni, coinvolgendo diverse realtà territoriali. I rappresentanti di Conad sostengono che nel nuovo piano di riqualificazione gli alberi che sarebbero abbattuti sarebbero sostituiti da numerosi altri piantati per compensazione in questa e altre aree, come se un ecosistema sviluppatosi nel tempo e i suoi effetti in termini di biodiversità e di mitigazione del caldo potessero essere sostituiti da una sommatoria di piante messe a dimora in mezzo a edifici e parcheggi. Del resto gli scienziati intervenuti nonché il circolo locale di Legambiente hanno a più riprese ricordato che le nuove piantumazioni previste dal progetto non possono compensare l’effetto degli abbattimenti in termini di stoccaggio della CO2, di filtrazione delle polveri sottili e di mitigazione dell’isola di carbone urbana. L’amministrazione locale sostiene il progetto dichiarando fra l’altro di essere vincolata dalle decisioni prese da amministrazioni precedenti a partire da una delibera municipale del 2006 e da un accordo siglato nel 2015 tra il Comune e la cooperativa di consumo. La mancanza di attuazione del progetto comporterebbe il pagamento di penali economiche. Anche da questo punto di vista il caso appare emblematico rispetto ai problemi che le forme tradizionali di democrazia stanno rivelando a fronte di una crescente crisi ecologica e climatica. In una fra le estati più calde di sempre in Italia, destinata a lasciare dietro di sé un grande numero di vittime, con anziani, malati e lavoratori all’aperto tra i più colpiti dal caldo, la capacità attuale di indirizzo e decisione democratica per proteggere le condizioni di vivibilità di una città appare fortemente vincolata – se non esautorata – dalla miopia delle concezioni di sviluppo e delle scelte politiche di vent’anni prima. È un esempio della implacabile “banalità burocratica” dietro a cui abbiamo imparato a nascondere i tanti piccoli ecocidi quotidiani che si compiono nelle città e nei territori. Mentre la consapevolezza scientifica e la sensibilità sociale sulla questione climatica e ambientale si è approfondita, i processi decisionali delle istituzioni democratiche che regolano i rapporti tra privati, istituzioni e cittadini nella gestione dei progetti di sviluppo urbano del territorio, seguono ancora logiche e priorità che spingono a sacrificare o sottomettere gli interessi pubblici e collettivi agli interessi e allo strapotere economico dei privati. In questo modo si produce una progressiva erosione di quelle dimensioni fondamentali – fiducia, autorità e legittimità – su cui si sostiene la comunità democratica. Da questo punto di vista la determinazione dei/delle manifestanti del “Bosco Ospizio” rappresenta un esempio importante di reazione alla rassegnazione fatalista e al senso di impotenza che attanaglia le democrazie contemporanee e l’occasione di ricostruzione di un orientamento collettivo. Se, come la scienza ci dice da tempo, le ondate di caldo sono destinate ad aumentare in frequenza e durata, oggi sappiamo per certo che nelle città abbiamo bisogno di ampliare e non restringere le zone dedicate a parchi, aree verdi, boschi urbani, concependo questi luoghi come possibili “rifugi climatici”: spazi aperti e conviviali che possano rappresentare un’alternativa democratica e universalistica rispetto alle soluzioni private attualmente dominanti. C’è un altro aspetto importante da sottolineare dal punto di vista della qualità della democrazia. Nell’aprile 2025 nove persone di Reggio Emilia di età compresa tra i 25 e i 77 anni – tra studenti, lavoratori e pensionati – sono stati querelate da Conad e posti/e sotto indagine per violenza privata, invasione aggravata e danneggiamento in concorso. Per la verità gli/le attivisti/e erano entrati nell’area boschiva durante l’avvio dei primi lavori, limitandosi a sedersi pacificamente di fronte al trattore per impedire il taglio della vegetazione, senza causare danni a cose o persone. Altre querele sono state depositate da Conad il 3 agosto scorso contro gli attivisti per “occupazione di area privata” e “violenza privata”, poiché i manifestanti a più riprese si erano schierati davanti alle ruspe impedendo l’inizio dei lavori. Nel clima di impoverimento e arretramento democratico nel quale viviamo, la protesta e la libera espressione dei cittadini per la conservazione di beni collettivi viene ancora una volta criminalizzata. Quello che mi pare non si riesca ancora a mettere a fuoco è che in un clima e in un ambiente che si vanno rapidamente trasformando e deteriorando, fino a minacciare le condizioni di vivibilità nelle nostre comunità, il confronto sugli usi e le destinazioni degli spazi, sulle modalità di cura e gestione del territorio e dei suoi beni, diverrà sempre più centrale e questo deve portarci anche a un ripensamento dei processi di discussione, valutazione e deliberazione democratica per evitare una perdita in termini di riconoscimento e legittimità. Di fronte alle nuove forme di conflitti ambientali e territoriali occorre ricordare che la democrazia e le sue forme, non è qualcosa di scontato, ma riguarda la capacità di una comunità di costruire nuovi spazi di espressione, confronto e deliberazione proprio per prevenire ed evitare polarizzazioni e tensioni e restituire alla città e ai suoi abitanti la libertà di decidere delle proprie condizioni di vita e sul proprio futuro. Nella controversia che coinvolge soggetti privati, amministrazioni, associazioni e cittadini, il conflitto come al solito investe anche il linguaggio e la definizione di “bosco”. I promotori del progetto di sviluppo urbano e commerciale negano l’esistenza nell’area di un bosco e la controversia è arrivata anche in tribunale. Il TAR di Parma non si è ancora pronunciato nel merito della richiesta da parte di Legambiente e dei cittadini di revocare a Conad i titoli edificatori concessi, ma nel luglio 2026 ha tuttavia respinto la sospensione cautelare dei lavori il cui avvio era previsto per il 3 agosto. Per i giudici non sarebbe individuabile nell’area un “bosco urbano”. Il ricorso andrà avanti, ma nel frattempo gli scienziati che si basano fra l’altro sulla classificazione del verde a scala urbana proposta dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), il più autorevole organismo scientifico in materia, hanno già chiarito, dal loro punto di vista, la natura boschiva ed ecologica dell’area. Scopriamo così non solo che ciò che chiamiamo “natura” non è autoevidente e non si sottrae ad una riflessione “politica”, ma soprattutto, siamo così profondamente alienati che ci ritroviamo a discutere di cosa è non è ambiente come se lo potessimo guardare, definire e amministrare “dal di fuori”. Quello di cui discutiamo attraverso un linguaggio fatto di “piani di sviluppo”, “programmi di riqualificazione”, “delibere”, “iter autorizzativi”, “diritti di costruzioni”, “ordinanze”, “compensazioni”, “coperture vegetali”, “piantumazioni”, riguarda niente meno che “la natura” delle nostre relazioni con il mondo vivente. L’impermeabilizzazione del linguaggio accompagna quella del suolo. Il “Bosco Ospizio” è, d’altronde, un esempio perfetto di quello che Gilles Clément ha chiamato “Terzo paesaggio”. Quegli spazi un tempo antropizzati (in questo caso c’era appunto un ospizio) e poi “abbandonati”, nei quali “la natura” fa il suo lavoro: lentamente riconquista terreno, ricostruendo la boscaglia e dando rifugio a molte specie che non trovano più spazio altrove. Clément evidenzia la natura ibrida, sospesa, indecisa di questi spazi, che non coincidono del tutto con le nostre abituali classificazioni mentali e tantomeno con le divisioni amministrative. Sono piuttosto qualcosa che si colloca «nel campo etico del cittadino planetario» e che riguarda non un “bene patrimoniale” ma «uno spazio comune del futuro».[3] La decisione di ciò che riconosciamo come paesaggio vivente e in divenire si mostra sempre più chiaramente come una questione politica e di democrazia. Quell’area boschiva può continuare a vivere nella misura in cui rimane viva (nel)la nostra coscienza democratica. Scegliendo di tutelare e lasciare spazio a questi paesaggi in divenire scegliamo di riconoscere e rigenerare le fondamenta ecologiche e democratiche della nostra comunità. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Cfr. https://www.facebook.com/bosco.ospizio.re?locale=it_IT; https://www.instagram.com/bosco.ospizio.re; [2] Per una visione aerea dell’area si veda https://www.facebook.com/coambientere/videos/bosco-di-ospizio/496969272892417/” [3] Gilles Clément, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, Macerata, 2005, pp. 25 e 61. -------------------------------------------------------------------------------- APPELLO. UNA QUESTIONE DI DEMOCRAZIA ED ECOLOGIA: APPELLO PER LA TUTELA DEL BOSCO OSPIZIO Come docenti e ricercatori/trici riteniamo che la vicenda del Bosco Ospizio di Reggio Emilia sollevi una questione che riguarda insieme la tutela ecologica e la qualità della democrazia. L’area, oltre 45.000 metri quadrati di verde spontaneo minacciati dalla realizzazione di nuove strutture commerciali, costituisce un importante spazio di biodiversità, conservazione e cattura del carbonio, mitigazione dell’isola di calore urbana. In una città e in una regione già fortemente segnate dal consumo di suolo e sempre più esposte alle conseguenze della crisi climatica, riteniamo necessario preservare e ampliare parchi, boschi urbani e aree verdi quali infrastrutture essenziali per la vivibilità presente e futura. Chiediamo pertanto alle istituzioni e ai soggetti coinvolti di sospendere ogni intervento irreversibile sull’area e di ricercare soluzioni alternative che ne garantiscano la tutela, riaprendo un confronto pubblico fondato sulle evidenze scientifiche e sulla partecipazione della cittadinanza. La protezione di questi spazi non riguarda soltanto il paesaggio: significa riconoscere e rigenerare le fondamenta ecologiche e democratiche della nostra comunità. I/le sottoscritti/e docenti, ricercatori e ricercatrici – Marco Deriu, Docente di Comunicazione ambientale, Università di Parma” – Emanuele Leonardi, Docente di Urban Studies and Climate Change, Università di Bologna” – Pierluigi Musarò, Docente di Media Culture, Humanitarianism and Climate Mobility Justice, Università di Bologna – Vando Borghi, Docente di Sociologia dello sviluppo, Università di Bologna – Maria Cristina Ossiprandi, Docente di Ambiente e salute: priorità e criticità, Università di Parma – Piergiorgio Ardeni, Docente di Environmental and Resource Economics, Università di Bologna – Simona Bertolini, Docente di Filosofa dell’ambiente, Università di Parma – Fausto Pagnotta, Docente di Storia del pensiero politico, Università di Parma – Federico Chicchi, Docente di Sociologia delle trasformazioni economiche e del lavoro, Università di Bologna – Dario Tuorto, Docente di Sociologia della cittadinanza: partecipazione, istituzioni, controllo, Università di Bologna – Sabrina Tosi Cambini, Docente di Antropologia dell’ambiente, Università di Parma – Martina Giuffrè, Docente di Antropologia dell’ambiente, Università di Parma – Valentina Gastaldo, Docente di Diritto dell’Ambiente, Università di Parma – Antonio Bodini, Docente di Valutazione di impatto e valutazione ambientale strategica, Università di Parma – Vincenza Pellegrino, Docente di Sociologia della globalizzazione, Università di Parma – Paolo Savoia, Docente di Storia della scienza, Università di Bologna – Francesco Fulvi, Docente a contratto di Architettura Tecnica, Università di Parma – Alessio Malcevschi, Docente di Food Sustainability, Università di Parma -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Chi decide cos’è un bosco? proviene da Comune-info.
August 20, 2026
Comune-info
Il fallimento della crescita e le alternative possibili, secondo Stiglitz, Piketty e altri economisti
La crescita a ogni costo non può essere l’obiettivo: lo scrive un gruppo di autorevoli economisti, tra cui il premio Nobel Stiglitz Per decenni le politiche economiche si sono mosse attorno a un modello semplice: crescita, tasse, trasferimenti di risorse. Ponendo l’accento talvolta sul primo elemento, talvolta sugli altri due. Ora è arrivato il momento di superare questo modello, mettendo in discussione la centralità della crescita economica. È la tesi che sostiene un gruppo di economisti di fama mondiale in un pezzo d’opinione pubblicato sul quotidiano britannico The Guardian. Il titolo dell’articolo è “Noi economisti abbiamo fatto i conti: la crescita è una strategia destinata al fallimento, ma c’è un’alternativa migliore”. L’op-ed accompagna un documento curato dal think-tank New Economies for Eradicating Poverty (Neep). Il Neep è diretto dall’ex relatore speciale delle Nazioni Unite sull’eradicazione della povertà e i diritti umani, il belga Olivier De Schutter, a sua volta tra gli autori dell’articolo. Nel documento una serie di proposte. Controllo pubblico dei settori strategici dell’economia, limiti al consumo di risorse naturali e alla ricchezza, tasse su miliardari e grandi imprese, retribuzione del lavoro di cura domestico. La promessa è che, applicandole, si genererà più benessere e più democrazia. Perché la scarsità (di denaro, cibo, cure, servizi), scrivono gli economisti, «oggi è fabbricata». QUANDO INIZIA IL DIBATTITO SUI LIMITI DEL PIL Quando si parla di crescita economica, ci si riferisce all’aumento del Prodotto interno lordo. Si tratta di un indicatore calcolato sommando il valore di tutti i beni e servizi prodotti in un territorio in un dato lasso di tempo. È a lui che ci riferiamo, quando parliamo di «Italia a rischio recessione» o di «Cina che continua a crescere». Gran parte degli economisti, e gran parte della classe dirigente globale, è convinta che l’aumento di questo indicatore sia come minimo una premessa necessaria per il benessere generale. Il gruppo di economisti che ha firmato l’op-ed vuole sfidare questa convinzione, e non sono i primi. Nel 1972 il Massachusetts Institute of Technology elaborò per conto del think-tank Club di Roma uno studio, il “Rapporto sui limiti della crescita”, che è considerato l’inizio ufficiale del dibattito sulla decrescita. Studiosi come il rumeno Nicholas Georgescu e il francese Serge Latouche hanno approfondito il tema e, più di recente, una parte minoritaria della comunità degli economisti ha iniziato a testare le loro tesi in modo empirico. PERCHÉ LA CRESCITA NON EQUIVALE AL BENESSERE Le critiche alla crescita come obiettivo si concentrano su due punti. Primo, la crescita economica si è storicamente accompagnata alla crescita del consumo di risorse ed energia. Un consumo con effetti negativi sull’ambiente e sulle persone che, è il cuore dell’argomento, possono arrivare a superare i vantaggi della crescita. L’ecologo svedese Johan Rockström, per esempio, ha elaborato il modello dei nove limiti planetari, soglie che indicano lo stato di salute degli ecosistemi. Ben sette sarebbero già state superate. Secondo, la crescita economica non necessariamente significa crescita del benessere. Un paper dell’Università di Leeds del 2018 sostiene ad esempio che l’aumento del reddito pro capite smette di essere correlato a maggiore aspettativa di vita, istruzione o felicità percepita una volta passata la soglia dei 20mila dollari. Poco più del reddito pro capite turco e poco meno di quello uruguayano, per intenderci. CHI SONO GLI ECONOMISTI CHE HANNO FIRMATO L’OP-ED Il documento del Neep e la lettera degli economisti che lo accompagna partono da questo filone di studi, e provano ad aggiungerci dei suggerimenti di policy. L’op-ed pubblicato dal Guardian ha fatto notizia in primis per le firme. Oltre al già citato Olivier De Schutter e ad alcuni nomi noti del mondo della decrescita come la britannica Kate Raworth e l’eswatino-statunitense Jason Hickel, in calce compaiono i nomi di Jayati Ghosh, Thomas Piketty e Joseph Stiglitz. Si tratta di economisti di sinistra, impegnati sui temi della redistribuzione e della pianificazione pubblica, ma non noti per la critica alla crescita. Stiglitz, tra le altre cose, ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2001. LE ALTERNATIVE PROPOSTE: REDISTRIBUZIONE E LAVORO DI CURA Il ragionamento che sta alla base del documento è il seguente. Le disuguaglianze non sono un errore del sistema economico in cui viviamo, ma un obiettivo perseguito dalle élite. I servizi pubblici (welfare state) sono indispensabili ma non sufficienti a cambiare lo status quo. Per questo, il primo elemento della ricetta del gruppo di economisti è la pianificazione pubblica dell’economia, in modo da indirizzare soldi e risorse verso settori utili all’interesse generale e lontano da quelli inquinanti e innecessari. Poi c’è la redistribuzione, intesa come tasse sui più ricchi e forti investimenti in sanità, scuola, trasporti. Un elemento innovativo rispetto all’economia classica è il concetto di limite. La proposta è quella di stabilire a livello globale quote massime di estrazione di risorse naturali, in modo da garantire l’equilibrio degli ecosistemi. Spazio infine per la retribuzione del lavoro di cura – cioè il lavoro domestico, fatto di norma gratuitamente dalle donne – e per la sindacalizzazione dei posti di lavoro. LA PROPOSTA ARRIVERÀ AI DECISORI POLITICI? Un piano che incontrerebbe molte opposizioni, dentro gli Stati e tra Stati. Per questo, si legge nel pezzo d’opinione, «serve includere giustizia del debito, maggiore cooperazione Sud-Sud, finanza climatica riparativa e sostegno a livelli minimi universali di protezione sociale». La lettera si chiude con un invito ai decisori politici. Ma se è probabile che la comunità accademica reagisca a questo testo e al documento che accompagna, anche criticandolo, è pressoché sicuro che le reazioni del mondo politico saranno ben poche. Il tema della decrescita rimane confinato agli ambienti universitari e dell’attivismo, ma quasi mai entra nelle stanze del potere. Almeno per ora. Redazione Italia
July 17, 2026
Pressenza
L’elefante nel garage
NEL MERCATO ITALIANO, COME IN MOLTI ALTRI, I SUV SONO DIVENTATI LA TIPOLOGIA DI AUTO DOMINANTE. IN CASA, L’ARIA CONDIZIONATA È ORMAI UNA PRESENZA ABITUALE NELLE CASE DEGLI ITALIANI. UN CELLULARE SU TRE VIENE SOSTITUITO MALGRADO SIA ANCORA FUNZIONANTE. INTANTO, NELLA GRAN PARTE DELLE NOTIZIE DEI GRANDI MEDIA DEDICATE ALLE ULTIME ONDATE DI CALDO ESTREMO NON VIENE CITATO ALCUN LEGAME CON IL CAMBIAMENTO CLIMATICO. CERTO, LE RESPONSABILITÀ SU QUANTO ACCADE NON SONO UGUALI TRA PAESI O TRA I CITTADINI E IMPRESE, MA NON C’È DUBBIO CHE SIA IN CORSO UNA GIGANTESCA RIMOZIONE, BEN ALIMENTATA, SU QUANTO L’ATTIVITÀ UMANA INFLUISCA SULL’AUMENTO VERTIGINOSO DELLE TEMPERATURE Cambiamento climatico, da dove cominciare? La cooperativa Reware di Roma, ad esempio, recupera e rigenera computer aziendali dismessi, ma ancora perfettamente funzionanti, per rimetterli in commercio a prezzi accessibili -------------------------------------------------------------------------------- Nel Regno Unito un gruppo di climatologi ha diffuso di recente una lettera aperta denunciando il modo in cui i media hanno raccontato l’ondata di caldo di maggio: in circa tre notizie su cinque non veniva infatti citato alcun collegamento con il cambiamento climatico. Anche in Italia l’attenzione dell’informazione verso questi temi è diminuita: secondo il monitoraggio dell’Osservatorio di Pavia, rispetto al 2022 la copertura della crisi climatica è calata del 26,1% sui quotidiani e del 52,9% nei telegiornali. C’era una volta, quindi, l’elefante nella stanza. Ovvero nel garage. A riprova di ciò, mi sono preso qualche minuto per fissare ancora una volta quali sono nel concreto le cause legate all’attività umana che influiscono sull’aumento vertiginoso delle temperature. Le macro categorie sono note per chi si occupa quotidianamente di tali urgenze. In primis i trasporti, poi il consumo domestico di energia, l’alimentazione, gli acquisti, la gestione dei rifiuti, le attività finanziarie e molto altro. È altrettanto risaputo che per quanto riguarda il trasporto i SUV di grandi o medi dimensioni siano tra i principali responsabili. Ma i nostri concittadini l’hanno capito? Dai dati non sembra affatto, visto che negli ultimi due anni nel mercato italiano i SUV sono diventati la tipologia di auto dominante.  Nel 2024 sono state immatricolate circa 1,56 milioni di auto nuove, di cui circa 900.000 SUV, mentre nel 2025 i SUV hanno raggiunto circa sei auto nuove su dieci. E i dati più recenti confermano questo andamento. Per quanto riguarda il consumo energetico in casa, l’aria condizionata è ormai una presenza abituale nelle case degli italiani. Le più recenti rilevazioni dell’ISTAT indicano che 14,7 milioni di famiglie, corrispondenti al 55,1% del totale, hanno installato almeno un impianto di climatizzazione. Ma quanti di costoro rispettano le avvertenze dell’ENEA, la quale consiglia di mantenere la temperatura interna tra 24 e 26 °C? Difficile misurarlo. Per quanto riguarda l’alimentazione, la buona notizia è che il consumo di carne è meno alto di quello che sembra. Sugli acquisti non siamo altrettanto giudiziosi. Riguardo in particolare agli smartphone – la cui produzione e vendita impatta notevolmente nel mondo sul riscaldamento globale – i report indicano che un cellulare su tre viene sostituito malgrado sia ancora funzionante. Ma dietro l’umano desiderio di novità, si celano gli effetti di una strategia ben precisa delle aziende. Sui rifiuti, siamo bravi con la raccolta differenziata e in cima alle classifiche europee per il riciclo, ma grandi città come Roma e Napoli sono ancora molto indietro, così come il Sud rispetto al Nord. Infine, per quanto concerne gli investimenti secondo la Banca d’Italia gli italiani non sembrano essere né particolarmente “green” né particolarmente inquinanti: sono soprattutto prudenti e delegano la gestione del capitale a intermediari, mentre la componente di investimento sostenibile è in crescita ma ancora minoritaria. Forse possiamo comunque fare di meglio, non credete? Giusto per cominciare con qualcosa di rilevante, perché non iniziare a farsi bastare il vecchio telefono e, soprattutto, a disfarsi di quel maledetto elefante nel garage? -------------------------------------------------------------------------------- Iscriviti per ricevere la Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher Alessandro Ghebreigziabiher ha aderito alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GUIDO VIALE: > Terra e cielo devastati. E noi in mezzo -------------------------------------------------------------------------------- . . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’elefante nel garage proviene da Comune-info.
July 4, 2026
Comune-info
Un lavoro tutto da fare
C’È UN CALDO INSOPPORTABILE IN TUTTA EUROPA. FRA UN PO’ TERMINERÀ CON QUALCHE DISASTROSA GRANDINATA. POI RIPRENDERÀ. SIAMO IMPREPARATI ALLE CONSEGUENZE DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI, PROVOCATI DALL’UTILIZZO DEI COMBUSTIBILI FOSSILI. IN QUESTO SCENARIO, SCRIVE GUIDO VIALE, IL PRIMO PROBLEMA È LA NOSTRA DELEGA AI GOVERNI, AI PARTITI, ALLE IMPRESE, A “CHISSÀ CHI?”: ANCORA TROPPI SI ILLUDONO CHE LA TRANSIZIONE “DALL’ALTO” PRIMA O POI IN QUALCHE MODO SI FARÀ. C’È DA METTERE SOTTOSOPRA OGNI ASPETTO DELLA NOSTRA VITA QUOTIDIANA. E C’È DA CONSIDERARE IL PUNTO DI VISTA DEI PIÙ FRAGILI. SI TRATTA DI COMINCIARE DA COSE ELEMENTARI QUANTO FONDAMENTALI: CONSUMI, PRODUZIONI NOCIVE, TRASPORTI, SALUTE, ISTRUZIONE, SVAGO… MA ANCHE DA QUESTIONI GENERALI COME MIGRAZIONI E GUERRE Workshop Commonspoli tenuta dal Git di Milano di Baca Etica durante il festival Transizioni fest 2026 (leggi anche Costruire arche ai piedi delle Alpi): un buon modo per allenare l’intelligenza collettiva -------------------------------------------------------------------------------- C’è un caldo insopportabile in tutta l’Europa. Fra un po’ terminerà con qualche disastrosa grandinata. Poi riprenderà e sarà ancora peggio, alternando sempre più spesso eventi estremi e mandando avanti processi irreversibili come lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento dei mari, gli incendi delle foreste e l’inaridimento di fiumi e laghi, per non parlare dei virus e delle epidemie in vista. Ce lo dice, e non da ora, ma da decenni, “la Scienza”; o, più modestamente, la comunità scientifica. Siamo impreparati a tutto questo: lo sono i Governi nazionali e locali, le istituzioni sovranazionali, le imprese, i media e il loro personale asservito, i sindacati, i partiti, le associazioni e tutti noi comuni cittadini e cittadine. E non per la disinformazione diffusa a piene mani dai molti negazionisti del clima, bensì per quella promozione dell’indifferenza e dell’irresponsabilità di fronte al disastro in arrivo e già in corso di cui siamo tutti al tempo stesso, e in diversa misura, vittime e complici. Sui media i servizi in cui si adombra la gravità della situazione – per le molte esistenze umane stroncate, per l’economia, per i raccolti agricoli, per la vita urbana – si alternano ai sevizi sugli inconvenienti e le opportunità che questo caldo comporta per chi va o deve andare in vacanza; il riconoscimento che all’origine di questa catastrofe ci sono i combustibili fossili si abbina all’augurio che lo stretto di Hormuz riapra al più presto perché il petrolio “torni a scorrere”; la timida ammissione che questo sistema economico è ormai insostenibile non ostacola certo l’ingiunzione (convalidata dal più incensato guru di questa indecente classe dirigente europea e occidentale) a rincorrere sempre di più “crescita e competitività”. Abbiamo avuto tre grandi piani dai nomi altisonanti, con finalità in gran parte sovrapposte (European Green Deal, Next Generation Eu e PNRR, più l’italiano “110 per cento”) per dover concludere che nulla è stato fatto per affrontare la catastrofe climatica incombente e che i denari disponibili sono stati sprecati o deviati verso altre finalità: soprattutto guerra e armi… A che cosa è dovuta tanta scriteriata indifferenza? Di chi la colpa? Le responsabilità sono molteplici e condivise: corposi interessi a perpetuare lo stato di cose presente, soprattutto per quel che riguarda i combustibili fossili e il loro uso nella vita quotidiana: miliardi e miliardi di barili di petrolio, di metri cubi di gas, di tonnellate di carbone (e montagne di dollari) sono ancora rinchiusi nelle loro casseforti sotterranee e non possono essere “lasciati lì” senza metterli in circolo; poi, il senso di impotenza di governanti e governati di fronte all’enormità del problema e dei compiti per affrontarlo; c’è anche molto conformismo: nessuno osa gridare “al lupo!” là dove le pecore pascolano contente; certo, conta anche l’ignoranza: basta ascoltare uno qualsiasi dei nostri politici toccare l’argomento – tipo “alle Bahamas si sta bene; staremo bene anche qui” – per capire che non se ne è mai occupato; ma soprattutto conta la nostra delega: ai governi, ai partiti, alle imprese, a “chissà chi?”, perché facciano quello che “la Scienza” dice che bisogna fare, senza mai sentirsi investiti di persona da quel “che fare”? “Di persona”: che cosa vuol dire? Vuol dire che la transizione “dall’alto” non si farà mai, per quanto forti siano le pressioni (e non lo sono) perché i Governi, a tutti i livelli, cambino rotta. Di persona vuol dire “dal basso”. E come? Ce lo aveva detto trent’anni fa Alex Langer: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”. Intanto si tratta di una conversione: un processo eminentemente spirituale o, se vogliamo, culturale; ma che non può non avere anche un solido riscontro materiale. Ma l’attenzione di chi quelle parole le ha prese sul serio si è concentrata quasi solo su quel “desiderabile”: sullo sforzo per delineare un assetto sociale diverso, ma attraente, che risponda alle fondamentali esigenze della specie umana – che in molti dimentichiamo spesso che oltre a “noi” conta altri otto miliardi di persone! – mantenendo un sano equilibrio con la rigenerazione di tutte le altre forme di vita che popolano la Terra. È il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di Francesco. Certo, immaginare quell’assetto è essenziale: senza l’immagine di un mondo diverso non troveremmo la forza di agire. Ma desiderabile per chi? Per noi? Per quelli a cui questo mondo e il modo di vivere che ci impone fanno schifo? Per chi ha già compiuto un salto mentale – e in parte, ma solo in parte, anche materiale, nel proprio stile di vita – oltre lo stato di cose presente? Ma che ne è di tutti gli altri e le altre che a quel salto non hanno nemmeno mai pensato? Di tutti coloro che non partono dalle nostre premesse? Qui prende corpo il termine “socialmente”: che vuol dire mettere in moto dei meccanismi materiali, o per lo meno dei comportamenti collettivi, capaci di raggiungere anche quei mondi che il nostro “discorso”, le cose che diciamo tra noi, non riescono nemmeno a sfiorare. Bisogna smettere (cosa difficilissima) di ritenersi “nel giusto” e ricominciare “da zero”: con uno screening di ogni aspetto della nostra vita quotidiana che includa anche quelle dei tanti altri e altre diverse da noi. Certo, occorre cercare, inventare e sperimentare iniziative, proposte, rivendicazioni, progetti, lotte; verificando però ogni volta che rispondano almeno in parte anche alle preoccupazioni di chi è diverso da noi: preoccupazioni poco comprese e poco considerate, che vanno quindi indagate con una inchiesta permanente; innanzitutto, a livello mentale, facendone, ciascuno e ciascuna, un modus vivendi interiorizzato; ma conducendola il più possibile in forme collettive e condivise. Una inchiesta che consista soprattutto nel “mettersi nei panni degli altri”, cercando vie, sedi e modi per farlo al meglio. Quali e quante delle più comuni aspirazioni possono trovare la strada, non certo di una realizzazione immediata, ma per lo meno di una maggiore soddisfazione nel perseguirle in modi diversi da quelli correnti? Si tratta qui di cose elementari quanto fondamentali come consumi, spese, produzioni nocive (a sé e agli altri: cioè quasi tutte), trasporti, salute, istruzione, svago, affetti… Ma anche di questioni generali come migranti e guerre. Mettere al primo posto la salvaguardia del pianeta, e con essa quella delle nostre vite, non significa abbandonare la lotta di classe ma rafforzarla; darle una direzione e un orizzonte che essa ha in gran parte perso insieme al socialismo dei secoli scorsi; rinnovarla: un lavoro per niente ideologico in gran parte ancora tutto da fare. Il caldo insopportabile e gli altri disastri che ci aspettano potrebbero facilitarci il compito. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La disuguaglianza del clima nella città che brucia – di Francesco Demitry -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un lavoro tutto da fare proviene da Comune-info.
June 30, 2026
Comune-info
Per una pace con la terra disarmata e disarmante
L’ENCICLICA MAGNIFICA HUMANITAS RAFFORZA IL RICHIAMO PER UNA PACE “DISARMATA E DISARMANTE” COME GRIDO CONTRO TUTTI I GOVERNI E L’INDUSTRIA BELLICA. MA SECONDO GUIDO VIALE È UN SALTO INDIETRO RISPETTO ALLA LAUDATO SI’, DOVE L’UMANITÀ È NOMINATA CUSTODE DELL’INTERDIPENDENZA ECOSISTEMICA Foto Associazione Laudato Si’ -------------------------------------------------------------------------------- “Di che cosa ci siamo dimenticati?” chiede lo Young Pope di Sorrentino nel primo saluto che rivolge dopo la sua elezione alla folla dei fedeli accorsi in piazza San Pietro per acclamarlo. E di che cosa si è dimenticato Leone XIV nella sua prima enciclica? Di tutto. Non nel senso di ogni cosa – ne nomina molte – ma in quello di “il tutto”: la sintonia tra l’essere umano e il creato, il vivente, il mondo che lo sostenta; quella sintonia che Francesco aveva messo al centro dell’enciclica Laudato si’ come suo filo conduttore; nel bene come nel male, a partire da quel “grido della Terra” offesa dalle opere umane che risuona accanto a quello dei poveri e dei derelitti, che sono i primi a subire le conseguenze di quelle offese, ma anche i più interessati a un riscatto che non può essere che comune. “Non si può essere sani in un mondo malato” aveva sostenuto solennemente Francesco al tempo del covid: la più icastica delle sue affermazioni; quella in cui si riassume in poche parole il senso della sua principale enciclica e di tutto il suo operato negli anni del suo pontificato. Una rivisitazione del messaggio evangelico che ne disloca il focus dal primato dell’essere umano a quello del suo contesto creaturale; dal dominio rivendicato dall’uomo sul resto del mondo e sugli altri viventi alla missione della loro custodia fondata sulla reciprocità tra ciò che la Terra dona a uomini e donne e ciò che questi e queste le devono restituire. Nell’enciclica Laudato si’ tutte le vite di cui è popolata la Terra e di cui l’umanità è nominata custode ci mostrano, nella loro interdipendenza ecosistemica, la strada da seguire per correggere la traiettoria della Storia attraverso il mutuo appoggio: dio si è incarnato nel mondo creaturale per farcene apprezzare la bellezza; non per prodursi in una predicazione meramente precettistica. Le opere umane che turbano e sconvolgono quell’equilibrio del creato, dalla guerra all’inquinamento, dall’uso distorto della tecnoscienza alle diseguaglianze sociali, dallo sfruttamento irresponsabile delle risorse della Terra a quello delle opportunità messe a disposizione dal progresso tecnico, devono ritrovare la strada di una consonanza con i cicli del vivente. L’orizzonte dell’enciclica Magnifica Humanitas è completamente differente. Fin dal suo inizio si presenta non in una prospettiva cosmica, ma dentro un panorama interamente costruito. La Terra è diventata suolo edificabile e le polarità che definiscono le alternative a disposizione dell’agire umano sono simboleggiate da due edifici: da un lato, la torre di Babele, opera paradigmatica dell’arroganza di un’umanità che voleva scalare il cielo senza l’aiuto di dio, e fallita non tanto per la moltiplicazione delle lingue dei suoi artefici, quanto per la loro incapacità di comprendersi e accordarsi reciprocamente; dall’altro, le mura di Gerusalemme, ricostruite dal popolo di Israele dopo l’esilio babilonese per impulso di Neemia, che li spingeva a lavorare insieme aiutandosi l’un l’altro. In mezzo, a far da ponte tra questi due estremi, non c’è il richiamo di una Terra ancora popolata da una molteplicità di esseri viventi ed essa stessa vita; né, sopra di essi, un cielo che minaccia a entrambi l’imminente catastrofe climatica. A cui infatti Leone dedica ben poca attenzione (ne dedica invece molta, e giustamente, alle guerre, alle armi e alle minacce che rappresentano per tutta l’umanità). Leone ammette sì l’importanza di “quello che papa Francesco ha definito un «antropocentrismo situato», che riconosce l’essere umano come creatura inserita in una trama di relazioni con gli altri viventi e con l’intero creato”. Ma la sua ricerca e i suoi approfondimenti volgono decisamente in un’altra direzione: quella della magnificenza dell’umanità (compendiata nella magnificenza di Maria). Che va però salvaguardata dai pericoli e dalle tentazioni a cui la espongono la potenza sviluppata dal progresso tecnico-scientifico e la concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di pochi individui: processi che trovano oggi la loro massima manifestazione negli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Su questo punto le osservazioni di Leone, che invita a non dimenticare il mondo reale della vita quotidiana e a non confonderlo e con la sua duplicazione o moltiplicazione digitale, sono condivisibili e di assoluto buon senso, anche se tradiscono un po’ le aspettative che avevano accompagnato l’annuncio di una “enciclica sull’intelligenza artificiale”. Va comunque a merito di questo importante documento, in ciò coerente con tutta l’attività pastorale svolta finora da Leone, il pressante e insistente richiamo alla pace; a una pace “disarmata e disarmante”; un appello che non si ritrae dalla necessità di sostenerlo con la condanna della produzione e del commercio di armi. Anche se forse la chiave per sovvertire le pericolose tendenze e pulsioni belliciste in atto andrebbe cercata, come certamente aveva intuito Francesco, ben al di là della ineludibili condanna dei conflitti tra Stati, nazioni e popoli: nella lotta senza quartiere contro l’inimicizia e le guerre che oppongono ciascuno di essi, popoli, nazioni e Stati, e tutti quanti insieme, alla salute del pianeta Terra e a tutte le forme di vita che essa ospita e che la animano. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per una pace con la terra disarmata e disarmante proviene da Comune-info.
June 16, 2026
Comune-info
Per un ecologismo radicale del qui e ora
NON DOVREMMO FORSE CHIEDERCI CHE COSA POSSIAMO FARE NOI QUI E ORA, PIUTTOSTO CHE IMMAGINARE IL PROGRAMMA DI UN IPOTETICO GOVERNO ALTERMONDISTA CHE SI MATERIALIZZI NEL PRESENTE PER EFFETTO DI UNA IMPROBABILE DISCONTINUITÀ SPAZIO-TEMPORALE? Questo articolo fa parte della discussione: “Società in movimento“ Boicottaggio supermercati promosso da Ultima generazione. Foto Ries -------------------------------------------------------------------------------- Si è svolto a Roma il 27 aprile scorso un incontro organizzato dall’Associazione per la Decrescita, dal Movimento per la Decrescita Felice e dai Quaderni della Decrescita dal titolo “Convergenze?”, che ha visto la partecipazione di attivisti di molte realtà della galassia ecologista: Fridays for Future, Ultima Generazione (UG), No Kings, Climate Pride, Scuola GEA, Società delle/dei Territorialiste/i, Sinistra Anticapitalista, Rete Ecosocialista, Associazione per la Decrescita, Movimento per la Decrescita Felice. L’incontro ha promosso una riflessione sulle difficoltà che movimenti ed associazioni ecologiste sperimentano nel fare sistema e nell’esprimere strategie trasformative condivise che vadano oltre il momento della protesta. Queste difficoltà a convergere appaiono tanto più sorprendenti se si considera l’ampia condivisione di prospettive e la comune consapevolezza che i rapporti di dominio propri della logica estrattivista, coloniale, classista e patriarcale che dominano il presente siano responsabili tanto della violenza e della miseria che affliggono le società umane quanto della crisi ecosistemica globale. Quali passi concreti potrebbero permettere al movimento ecologista di individuare obiettivi comuni e promuovere un’azione collettiva realmente incisiva? Dall’incontro sono emersi sei punti di consenso molto chiari. Il primo: guerre, sopraffazione e disastro ecologico sono manifestazioni di una stessa policrisi sistemica al tempo stesso ambientale, sociale, politica ed economica che ha le sue radici nei rapporti di dominio. Il secondo: è unanime la preoccupazione per la gravità della situazione presente e l’urgenza di costruire risposte adeguate. Il terzo: è necessario creare spazi condivisi di confronto, elaborazione e azione comune dove mettere a sistema idee, pratiche e competenze. Il quarto: è necessario delineare una prospettiva in cui riconoscersi, un orizzonte comune, un immaginario collettivo di trasformazione, un’idea di futuro ispirata da un sistema di valori condivisi, capace di collegare le singole lotte e orientare le pratiche sociali. Il quinto: è necessario al contempo mettere in campo e sostenere azioni concrete e incisive. Queste non possono aspettare che ci si accordi su ogni aspetto di un futuro astratto. Alcuni (Scuola GEA, Rete Ecosocialista, Territorialisti/e…) hanno sottolineato l’importanza di una mobilitazione dal basso, motivata dai bisogni che nascono dalle nuove povertà (oltre che dalle vecchie): degrado ambientale, precarietà, marginalità, perdita di identità, eccetera. Il sesto: le diversità che attraversano il mondo dell’ecologismo non costituiscono un ostacolo all’azione collettiva, ma piuttosto una ricchezza da valorizzare, capace aumentarne l’efficacia nel contrastare e nel fornire un’alternativa al capitalismo dominante. Il sistema del potere è pervasivo ed occupa ogni settore della società, incluse le nostre menti; per contrastarlo è necessario contrapporre alla sua la nostra complessità, quel grande patrimonio di esperienze di cui è portatore “chi si fa il pane in casa con lievito di pasta madre come chi assalta i cantieri del TAV” (dagli atti dell’incontro). È necessario abbandonare l’idea di una gerarchia delle lotte: nessuna battaglia può essere considerata secondaria, perché ciascuna contribuisce a costruire una visione complessiva di trasformazione sociale (ibid.). Le tante realtà dell’ecologismo costituiscono un ecosistema di conoscenze e pratiche trasformative; limitare l’azione comune soltanto al loro spazio di intersezione significa perdere in biodiversità. Estensione e forma di uno spazio condiviso Questi elementi di convergenza emersi dall’incontro di Roma possono aiutarci a delineare estensione e forma di uno spazio condiviso di confronto e di elaborazione di strategie, iniziative e pratiche trasformative. A questo fine è utile innanzitutto ragionare sugli sviluppi che hanno avuto in passato esperienze analoghe; fra le altre, particolarmente significativa è quella della “Società della Cura” che, in tempo di Covid, ha prodotto una grande convergenza intorno a un manifesto e una traccia di programma politico, il Recovery PlanET, “la nostra alternativa al PNRR del Governo”. La “Società della Cura” adotta una visione sistemica della policrisi contemporanea in cui i grandi ambiti tematici in cui si articolano la critica e la mobilitazione contro l’attuale assetto economico, politico e sociale (lavoro, ambiente, diritti, rapporti di genere, democrazia, pace, qualità della vita…) sono tutti fra loro intrecciati. A questi ambiti appartengono i tanti temi affrontati nel manifesto: sistema industriale, commercio internazionale, sistema bancario, investimenti finanziari, paradigma energetico, relazioni di potere, welfare, diritti, stili di vita, filiera del cibo, acqua, istruzione, ricerca, sanità, edilizia, trasporti, logistica, turismo, telecomunicazioni, sovranità digitale, intelligenza artificiale, fibra ottica, fondamenti etici della società e altri. Attraversando questo vasto paesaggio tematico, il Manifesto fornisce indicazioni su cosa “occorre fare”. Ma a chi sono destinate queste indicazioni? Non dovremmo forse chiederci che cosa possiamo fare noi qui e ora, piuttosto che immaginare il programma di un ipotetico governo altermondista che si materializzi nel presente per effetto di una improbabile discontinuità spazio-temporale? La “Società della Cura” ha avuto il grande merito di far emergere una prospettiva comune, nella quale si sono riconosciuti oltre 1.800 aderenti complessivi, di cui circa 400 organizzazioni, reti e associazioni. Tuttavia, l’ampiezza stessa del suo spettro tematico ha reso difficile il suo consolidarsi come laboratorio permanente di iniziativa politica, per “fare ciò che occorre fare”. Non a caso, non esiste un tale laboratorio nel campo opposto: pur nella coerenza che lega i suoi tanti aspetti (economici, politici, sociali, culturali, simbolici e perfino antropologici), non esiste una cabina di regia del capitalismo, unica e onnicomprensiva. L’esperienza della “Società della Cura” suggerisce dunque che, se da un lato un laboratorio di iniziativa politica deve fondarsi su una visione sistemica del proprio orizzonte di trasformazione, dall’altro può perdere di efficacia operativa quando ambisce a porsi come centro di gravità di una galassia eccessivamente ampia ed eterogenea. Allo stato attuale esistono diversi spazi di larga convergenza, fra gli altri: No Kings e Climate Pride. Alcune importanti campagne, anche a livello internazionale, sono sostenute dalle reti di organizzazioni che abitano questi spazi, come il processo di Santa Marta e la Global Sumud Flotilla. A livello locale, le numerose mobilitazioni a difesa dei territori costituiscono anch’essi luoghi di convergenza tra organizzazioni ambientaliste, associazioni territoriali e comitati cittadini. Sono spazi importanti, che creano fratture nel sistema del dominio. Sebbene ampiamente intersecati, questi spazi nascono prevalentemente per coordinare la protesta (marce per la pace, per il clima…) o la resistenza civile (No TAV, No TAP, No Ponte…). Climate Pride, per esempio è uno spazio di mobilitazione dove convergono realtà anche molto diverse fra loro, se non negli obiettivi generali (riduzione della crisi climatica, tutela della biodiversità…), certamente però nelle strategie e culture operative. Convergere sulla protesta è spesso possibile anche fra sensibilità politiche diverse; più complessa è una elaborazione condivisa di strategie trasformative capaci di incidere strutturalmente sul sistema; questo richiede necessariamente un maggiore livello di condivisione di obiettivi e prospettive rispetto a quanto avviene in uno spazio di protesta, per sua natura più eterogeneo. Un laboratorio dell’ecologismo radicale Come è emerso chiaramente dall’incontro “Convergenze?”, l’ecosistema ecologista soffre della mancanza di uno spazio condiviso, di un laboratorio permanente dove elaborare un orizzonte, una visione comune della trasformazione e allo stesso tempo discutere e condividere strategie politiche, coordinare pratiche e sostenere azioni concrete capaci di portare il movimento oltre la dimensione della protesta, mettendosi al servizio degli spazi di convergenza più ampi già esistenti. Esiste uno stesso orizzonte dove l’intero movimento ecologista possa riconoscersi? Che metta d’accordo, ad esempio, decrescenti e fautori di un capitalismo verde ispirato allo sviluppo sostenibile? Probabilmente no, perché motivazioni e lettura della policrisi di queste due realtà sono fondamentalmente opposte. Per i decrescenti, come per molti altri che hanno partecipato a “Convergenze?”, lo sviluppo sostenibile, la crescita verde, supportate dal mito di una tecnologia onnipotente e salvifica, sono solo false soluzioni messe in campo (già da “Our Common Future”, 1987) dal capitalismo estrattivo per continuare ad estrarre, a beneficio dei pochi, da un ecosistema esausto. In 40 anni di retorica sullo sviluppo sostenibile i conflitti ambientali si sono moltiplicati. Dobbiamo accordarci? Personalmente sono molto allineato con la testimonianza che ha portato all’incontro di Roma Elisa Sermarini (Scuola GEA) che, online da Santa Marta, ha detto: “Le convergenze non si costruiscono evitando il conflitto!”. Già, l’orizzonte non può essere la socialdemocrazia. Lo spazio che auspichiamo è quello dell’ecologismo radicale, quello cioè che riconosca appieno le cause strutturali della crisi ecologica. Questo non significa rinunciare al dialogo o alla collaborazione con altre culture ecologiste su singole campagne, vertenze o obiettivi condivisi, ma riconoscere che una convergenza politica stabile richiede una sostanziale comunanza di analisi e di orizzonte. Allo stesso tempo, quest’orizzonte non deve essere una gabbia. Lo spazio comune non può ridursi a una intersezione ma deve fondarsi sul riconoscimento del valore di approcci differenti dal proprio; deve essere sufficientemente ampio da accogliere visioni e pratiche che si richiamano a diverse teorie della trasformazione sociale (vedi ad esempio le tipologie proposte nel modello interpretativo di Erik Olin Wright in Envisioning real utopias, 2010: strategie di rottura, interstiziali, simbiotiche). Se ben orchestrata, la pluralità di approcci moltiplica l’efficacia dell’azione comune piuttosto che depotenziarla, generando una forza collettiva che va oltre la semplice somma dei singoli contributi. La biodiversità è grande nel movimento ecologista. Un esempio paradigmatico: la campagna di boicottaggio del supermercato recentemente promossa da UG è in piena continuità strategica con le esperienze dell’economia solidale (GAS, CSA, CERS…): la prima usa un approccio di rottura per attaccare il sistema, per affamarlo; contemporaneamente, le seconde nutrono ed estendono il campo delle alternative possibili, secondo l’approccio interstiziale alla trasformazione. A completare questa articolazione strategica, possono essere attivati canali istituzionali che consentano all’economia trasformativa di negoziare politiche e normative a sostegno dei suoi obiettivi, oltre che di accedere a sovvenzioni regionali, statali, europee: una strategia simbiotica. In conclusione, auspichiamo la nascita di una casa comune dell’ecologismo radicale, un laboratorio politico permanente dove le iniziative promosse dalle realtà che lo animano, nel rispetto della loro autonomia, possono rafforzarsi, articolarsi, e acquisire maggiore complessità e coerenza, ampliando al contempo la base della mobilitazione. La forma concreta che questo laboratorio potrà assumere dovrà emergere da un percorso partecipativo che coinvolga tutte le realtà che si riconoscano in questo progetto, alcune delle quali già rappresentate a “Convergenze?”. -------------------------------------------------------------------------------- APPUNTAMENTI: ROMA, 13 GIUGNO: > Riunione di redazione aperta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per un ecologismo radicale del qui e ora proviene da Comune-info.
June 6, 2026
Comune-info
Consumati dal consumo: storia, culture e pratiche del nostro stile di vita
Con l’annuncio dell’uscita del numero 8 dei Quaderni della decrescita, il collettivo di redazione informa che è aperta la call per contributi alla prossima edizione del quadrimestrale di ecologia, società e politica. > Nella parte monografica dal titolo Decrescita e ruralità tra crisi e futuri > possibili, l’ottavo volume della collezione analizza il possibile nesso tra le > zone rurali e la messa in atto di futuri socio-ecologicamente desiderabili, > con i contributi, oltre che delle curatrici Donatella Gasparro, Adanella Rossi > e Lucia Piani, di: Annalisa Spalazzi, Nadia Carestiato e Viviana Ferrario, > Marco Marchetti, Valentina Bruno e Chiara Bassignana, Giuseppe Feola, > Guilherme Raj, Jacob Smessaert e Julia Spanier, Irina Aguiari, Giorgio Osti, > Fulvia Calcagni, Emma Marzi e Elena Childers. > La parte miscellana propone saggi su > – collasso e catrastrofismo, di Bruno Mazzara e Paolo Cacciari > – l’Intelligenza artificiale, di Mario Agostinelli e Sergio Bellucci > – il Terzo settore, di Aldo Bonomi > – il dibattito attorno alla decrescita in Canada, di Vlad Bunea > e una riflessione su cosa ci sia mai di sbagliato nella decrescita, un testo > intitolato “Niente!” a firma di Giorgos Kallis. Consumati dal consumo. Storia, culture e pratiche del nostro stile di vita: i contributi, che dovranno essere consegnati entro il 30 settembre 2026, scritti in italiano, sono destinati alla pubblicazione sui Quaderni della decrescita n. 10 in uscita il 1 febbraio 2027, e possono essere di due tipi – saggio (24/40 mila caratteri, spazi inclusi); – articolo (12/15 mila caratteri, spazi inclusi); Le norme editoriali, da seguire nella stesura del testo, sono reperibili in: https://quadernidelladecrescita.it/norme-editoriali/ Informazioni su contenuti e su modalità di presentazione e di selezione dei contributi sono pubblicate sul numero 8 della collezione e online: https://quadernidelladecrescita.it/2026/06/01/quaderni-della-decrescita-n-10-consumati-dal-consumo-storia-culture-e-pratiche-del-nostro-stile-di-vita/ Redazione Italia
June 2, 2026
Pressenza