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Conferenza stampa a Dakar del Coordinamento contro la schiavitù
Il 28 marzo 2026 il Coordinamento contro la schiavitù si è riunito in conferenza stampa a Dakar per richiamare l’attenzione sul persistere di situazioni inaccettabili, in maniera particolare in Mauritania. Nel corso della conferenza stampa è stato messo in evidenza anche il coraggio delle associazioni e dei militanti che non esitano a denunciare, nonostante i rischi affrontati. Ecco il discorso di Diko Hanoune: Signore e signori giornalisti, Signore e signori rappresentanti delle organizzazioni della società civile, Distinti partner e ospiti, Oggi i nostri scambi si fondano essenzialmente su delle tematiche che dovrebbero destare preoccupazione in tutti noi. Si tratta degli arresti arbitrari e delle persecuzioni giudiziarie ai danni di militanti abolizionisti, in maniera particolare in Mauritania e in Francia, tra cui il caso di Diko Hanoune. Attualmente sono detenuti in Mauritania per avere denunciato un caso di schiavizzazione di una ragazzina minorenne: Abdallahi Abou Diop, responsabile nazionale dei Diritti Umani dell’Organizzazione IRA (Iniziativa per la rinascita del movimento abolizionista); Elhadj El Id e Mohamed Nema, i quali sono coordinatori nazionali e regionali dell’IRA, cosi come i seguenti militanti: Bounass Hmeida; Mohamed vadhel Aleyett; Lalla Vatma, Rachida e la giornalista Warda Ahmed Souleymane. Sono detenuti anche alcuni attivisti abolizionisti che si oppongono alla schiavitù per ascendenza nell’ambiente Soninké in Mauritania, in particolare Ganbanaaxu Diogountrou. Si tratta di: Papa Camara, Adama Traoré, Lekhbarou Traoré e Bakary Traoré che sono accusati ingiustamente e lasciati a marcire in prigione dal 2022 al fine di ottenere il loro silenzio. La proposta di una bozza di legge in Senegal che mira a estirpare definitivamente la schiavitù per ascendenza e le relative conseguenze che sarà animata da ASSEP Ganbanaaxu del Senegal in maniera particolare il loro presidente Boubacar Traoré. Vi ringrazio sinceramente per la vostra presenza e per l’attenzione prestata a una realtà che molti preferiscono ignorare: la schiavitù per ascendenza (ereditaria), è una pratica che nonostante i progressi giuridici e i discorsi ufficiali continua a segnare profondamente la vita di migliaia di persone nella nostra regione. Vorrei rivolgere un saluto e un ringraziamento particolare alle organizzazioni della società civile dell’Africa occidentale, e in primo luogo quelle del Senegal, il cui impegno coraggioso e la mobilitazione costante consentono di presentare la questione a livello regionale e internazionale. Il loro lavoro di documentazione, di perorazione e di accompagnamento delle vittime è indispensabile per trasformare una problematica per lungo tempo invisibile in una sfida pubblica riconosciuta. La schiavitù per ascendenza non è un retaggio del passato. Si tratta di un sistema sociale ancora attivo, che si fonda sulla trasmissione per eredità di una condizione d’inferiorità, su delle gerarchie sociali profondamente ancorate e su meccanismi di dominazione economica, sociale e simbolica. Gli individui nati in questi contesti ereditano delle costrizioni molto crudeli: l’esclusione dalle risorse, le limitazioni all’accesso all’istruzione e al lavoro, le restrizioni alla partecipazione alle istituzioni locali e ai riti comunitari. In Mali, secondo le stime di ricercatori e organizzazioni indipendenti, circa 800.000 persone sarebbero vittime della schiavitù per ascendenza, di cui circa 200.000 vivrebbero ancora in condizioni di diretta dipendenza dai propri «padroni». In alcune zone come Kayes o Timbuctù, alcune indagini hanno dimostrato che il 60% delle persone intervistate è stato costretto a svolgere lavori non retribuiti e che fino all’85% delle vittime subisce violenze fisiche o psicologiche. Queste cifre riflettono la portata di un fenomeno sistemico, che non può essere ridotto a una semplice usanza, ma che costituisce una grave e persistente violazione dei diritti umani. In Mauritania, nonostante una legislazione più rigorosa e diverse leggi che hanno abolito la schiavitù — in particolare nel 1981, nel 2007 e nel 2015 — decine di migliaia di persone continuano a vivere in condizioni di schiavitù. Queste pratiche persistono soprattutto nelle zone rurali, dove la dipendenza economica, i matrimoni forzati, il diritto di passaggio e le gerarchie sociali rafforzano questa vulnerabilità. Ancora più preoccupante è che gli attivisti che denunciano queste pratiche siano spesso oggetto d’intimidazioni giudiziarie, arresti arbitrari e tentativi di screditamento. Queste misure non mirano solo ai singoli individui, ma cercano di proteggere direttamente coloro che continuano a sfruttare questo sistema e a mantenere il silenzio su questa ingiustizia. In Senegal la situazione è diversa, ma rimane preoccupante. Le forme visibili di schiavitù sono meno diffuse, ma le discriminazioni sociali e simboliche ereditate dalla storia continuano a colpire alcune comunità. I discendenti delle vittime della schiavitù rimangono talvolta emarginati nell’accesso alla terra, alle opportunità economiche e alle istituzioni sociali. Secondo il Global Slavery Index 2023, circa 3 persone su 1000 in Senegal sono esposte a forme di servitù moderna, il che rappresenta quasi 49.000 individui. Sebbene la situazione possa sembrare meno drammatica rispetto ai paesi vicini, essa rivela una vulnerabilità strutturale e un retaggio storico che richiedono un intervento proattivo. Purtroppo, la Repubblica del Senegal non dispone ancora di una legge specifica contro la schiavitù per ascendenza e le sue conseguenze, nonostante la presenza di numerose impronte della schiavitù sul suo territorio. Queste realtà non sono solo statistiche. Sono vite distrutte, famiglie impossibilitate a ricostruirsi, generazioni private della dignità e della libertà. L’accesso alla giustizia rimane estremamente limitato e l’impunità dei responsabili è la norma piuttosto che l’eccezione. Le vittime subiscono una doppia punizione: quella della condizione sociale ereditata e quella dell’emarginazione istituzionale. Questa lotta non avrebbe mai raggiunto un tale livello di visibilità senza il coraggioso impegno di attivisti e organizzazioni. In Mali, realtà come RMFP Ganbanaaxu hanno denunciato migliaia di casi e mobilitato l’opinione pubblica per far sentire la voce delle vittime. Figure pionieristiche come Boubacar N’Djim hanno contribuito a rompere il silenzio rischiando la vita, a sensibilizzare l’opinione pubblica e a gettare le basi per una legislazione moderna. Questi attivisti hanno permesso di avviare un processo di riconoscimento giuridico e sociale di queste ingiustizie e di rafforzare la mobilitazione nazionale e internazionale. Parlo anche in qualità di persona direttamente coinvolta. Come molti altri attivisti, ho subito diverse forme d’intimidazione: arresti, minacce, procedimenti giudiziari e tentativi di screditarmi. Queste pressioni mirano a frenare la nostra azione e a mantenere il silenzio sulla schiavitù per ascendenza, ma non fanno altro che rafforzare la nostra determinazione. Ogni tentativo d’intimidazione ci ricorda che questa lotta è al tempo stesso morale e urgente, e che la protezione dei difensori dei diritti umani è indispensabile per estirpare questo sistema. La schiavitù per ascendenza è un problema regionale. Indebolisce la coesione sociale, compromette lo sviluppo economico e minaccia la stabilità politica. È quindi fondamentale che le nostre risposte siano collettive e coordinate. Il Senegal ha l’opportunità di diventare un modello regionale, la Mauritania deve tradurre le proprie leggi in azioni concrete e il Mali deve garantire che la sua recente legislazione si traduca in una giustizia reale ed efficace. RACCOMANDAZIONI PER GLI STATI DEL SAHEL E DELL’AFRICA OCCIDENTALE: Adottare leggi e applicare appieno le leggi esistenti che criminalizzino la schiavitù per ascendenza e le sue conseguenze. Garantire la protezione giuridica alle vittime e ai militanti abolizionisti della schiavitù. Formare i magistrati, le forze dell’ordine e l’amministrazione al fine di riconoscere e prendere in carico dei casi di schiavitù. Mettere a punto dei meccanismi indipendenti per la raccolta di dati affidabili. PER IL SENEGAL: Adottare una legislazione specifica sulla schiavitù per ascendenza e le sue conseguenze. Sviluppare delle politiche pubbliche di riparazione e inclusione sociale. Diventare un modello regionale in materia di prevenzione e di lotta contro la schiavitù. PER LA MAURITANIA: Assicurare l’applicazione effettiva della sua legislazione anti-schiavitù. Proteggere giuridicamente i militanti e le vittime di schiavitù. Riconoscere la comunità degli Haratine nella Costituzione della Repubblica Islamica della Mauritania, come l’hassania la loro lingua. Al giorno d’oggi, l’arabizzazione della società mauritana sta portando alla scomparsa del dialetto hassania, l’unica lingua che gli Haratine conoscono. Creare delle strutture di accoglienza per le vittime, finanziate e gestite dallo Stato. Una volta liberate dalla schiavitù, le donne si trovano in condizioni di estrema povertà e necessitano di un sostegno a 360 gradi. Sono inoltre necessari centri di formazione professionale per garantire l’effettiva integrazione degli Haratine nella società mauritana. Mettere in atto delle campagne di sensibilizzazione per ridurre le pratiche consuetudinarie discriminatorie. Integrare nei manuali scolastici la schiavitù e il razzismo come crimini contro l’umanità, e rendere il loro insegnamento obbligatorio. Incoraggiare la documentazione scientifica e la ricerca indipendente sulla schiavitù per ascendenza. PER I MEDIA: Assicurare una copertura continua e rigorosa sui casi di schiavitù. Dare la parola alle vittime e amplificare l’operato dei militanti. Rompere il silenzio intorno alle pratiche di schiavizzazione ancora esistenti. Vi ringrazio Hanoune Diko -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal francese di Maria Rosaria Leggieri. Rédaction Belgique
April 11, 2026
Pressenza
Mauritania, centri di detenzione per migranti e frontiere esternalizzate
La Spagna è un paese di grandi contrasti. Può sembrare una formula a effetto, quasi da slogan, ma osservando l’attuale scenario politico appare sorprendentemente aderente alla realtà. Da un lato, Madrid è tra i governi europei che più apertamente si discostano dalle tendenze politiche destrorse di molti paesi dell’Unione, dalla denuncia del genocidio in Palestina, a molte politiche sociali applicate nella penisola. Dall’altro, sulla questione migratoria, mostra una linea dura e ambigua, che in molti definiscono persino schizofrenica. Secondo la Real Academia Española, il termine “carcere” indica un luogo destinato alla reclusione dei detenuti e dovrebbe riferirsi a strutture penitenziarie operative sul territorio nazionale. Eppure, seguendo un modello già sperimentato dall’Italia, negli ultimi mesi la Spagna ha contribuito all’apertura di due nuovi centri per il rimpatrio dei migranti fuori dai propri confini, in Mauritania. Le strutture, ufficialmente presentate come centri di accoglienza temporanea, sono oggetto di dure critiche da parte di giornalisti e organizzazioni per i diritti umani, che le descrivono come veri e propri luoghi di privazione della libertà personale. Dal 17 ottobre scorso sono infatti operativi due centri: uno nella capitale Nouakchott e l’altro a Nouadhibou, snodo strategico della rotta migratoria atlantica verso le Canarie. I progetti sono stati sviluppati dalla Fundación para la Internacionalización de las Administraciones Públicas (FIAP), organismo legato al Ministero degli Esteri spagnolo. Secondo la documentazione tecnica, le strutture dispongono rispettivamente di oltre cento e circa ottanta posti, includendo anche culle per neonati. > Le autorità spagnole hanno indicato come modello i Centri di Attenzione > Temporanea per Stranieri delle Canarie, ma con una differenza sostanziale: in > Mauritania la detenzione può riguardare anche minori e lattanti se trattenuti > insieme ai familiari, pratica non consentita dalla normativa spagnola. Le opere sono state finanziate con fondi statali spagnoli e con risorse del Fondo fiduciario di emergenza dell’Unione Europea, nell’ambito di un programma di cooperazione di polizia denominato Associazione Operativa Congiunta. Il costo complessivo supera il milione di euro. Le procedure di assegnazione degli appalti sono state contestate da inchieste giornalistiche, che parlano di affidamenti senza gara pubblica; la FIAP ha replicato sostenendo che le aggiudicazioni sono avvenute attraverso procedure pubbliche previste per i contratti all’estero. La nascita di questi centri si inserisce nella più ampia strategia di esternalizzazione delle frontiere europee: invece di gestire direttamente gli arrivi sul territorio dell’Unione, si rafforza il controllo migratorio nei Paesi di transito o di partenza. In questo quadro, l’Unione Europea e il governo spagnolo hanno intensificato la cooperazione con la Mauritania, considerata un Paese chiave per bloccare le partenze dei cayucos diretti verso le Canarie. Già nel 2024 quindici governi europei avevano chiesto alla Commissione di replicare modelli di detenzione esterna simili a quello promosso dall’Italia in Albania. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha partecipato a missioni ufficiali nel Paese insieme al premier spagnolo Pedro Sánchez, annunciando pacchetti di sostegno economico per centinaia di milioni di euro destinati alle autorità mauritane. Il presidente Mohamed Ould El Ghazouani guida un sistema politico definito da numerose ONG come autoritario, elemento che accresce le preoccupazioni sulle garanzie offerte ai migranti trattenuti. Parallelamente alla costruzione dei centri, la cooperazione in materia di sicurezza è aumentata sensibilmente: trasferimenti di mezzi, droni, veicoli fuoristrada, tecnologie di sorveglianza e scambio di intelligence. Sul terreno operano stabilmente decine di agenti spagnoli appartenenti alla Guardia Civil, alla Policía Nacional e ai servizi informativi. > Diverse fonti locali descrivono un incremento delle retate contro persone > migranti, con controlli basati sul profilo etnico, irruzioni nelle abitazioni > e arresti senza mandato. Le persone fermate verrebbero private di documenti e > telefoni, trattenute per giorni in condizioni precarie e successivamente > trasferite verso zone remote. Uno degli aspetti più controversi riguarda il destino finale dei fermati. Inchieste giornalistiche internazionali e rapporti di organizzazioni per i diritti umani documentano pratiche di abbandono nel deserto, in aree di confine con il Mali caratterizzate da forte insicurezza e dalla presenza di gruppi jihadisti legati ad Al-Qaida nel Sahel. Tra i soggetti colpiti figurano potenziali richiedenti asilo in fuga da conflitti e persecuzioni politiche nell’Africa occidentale. Agenzie internazionali come Human Rights Watch, l’UNHCR e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni risultano informate di queste pratiche secondo documenti interni citati dalle inchieste. La FIAP afferma che i centri servono anche a identificare vittime di tratta, minori non accompagnati e persone vulnerabili, e che la permanenza massima prevista sarebbe di 72 ore. > Tuttavia, non sono stati resi pubblici protocolli dettagliati sui meccanismi > di controllo, sulle garanzie legali né su eventuali sistemi indipendenti di > monitoraggio contro maltrattamenti e torture. Le autorità mauritane, > interpellate in più occasioni, non hanno fornito chiarimenti sul trattamento > dei detenuti né sulla gestione concreta delle strutture. Ulteriori ombre emergono sul fronte degli appalti. Tra le imprese coinvolte figurano società di consulenza e costruzione attive anche in altri progetti di controllo delle frontiere. È citata anche TRAGSA, gruppo pubblico spagnolo che opera in ambiti infrastrutturali e ambientali e che negli ultimi anni ha ricevuto incarichi legati alle barriere di Ceuta e Melilla. La sua natura giuridica limita l’accesso pubblico ai dettagli contrattuali, riducendo la trasparenza su costi e procedure. Un caso emblematico è quello dell’ex-commissario mauritano Abdel Fattah, responsabile dell’ufficio contro il traffico di migranti e la tratta. Doveva partecipare all’inaugurazione dei centri, ma è stato rimosso dall’incarico dopo rivelazioni su presunte tangenti ricevute da trafficanti in cambio di informazioni scorrette fornite alle autorità spagnole. In precedenza era stato decorato dal ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska. Il procedimento giudiziario nei suoi confronti non risulta concluso con una condanna. > Il quadro che emerge è quello di una frontiera europea sempre più > delocalizzata, dove cooperazione allo sviluppo e cooperazione di polizia si > intrecciano con obiettivi di contenimento migratorio. I governi coinvolti presentano queste politiche come necessarie per contrastare le reti di traffico e ridurre le morti in mare. I critici replicano che la strategia sposta semplicemente il confine più a sud, aumentando il rischio di violazioni dei diritti fondamentali lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica europea. Per l’opinione pubblica italiana il tema non è distante: modelli simili di esternalizzazione sono già oggetto di accordi e dibattito politico anche a livello nazionale. La questione centrale resta aperta: fino a che punto è legittimo delegare a Paesi terzi, con standard giuridici e democratici più deboli, la gestione della detenzione e del rimpatrio dei migranti? La risposta a questa domanda definirà il futuro delle politiche migratorie europee e il loro rapporto con i diritti umani. La copertina è di Jurgen via Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Mauritania, centri di detenzione per migranti e frontiere esternalizzate proviene da DINAMOpress.
March 3, 2026
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