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Comune-info.net: Verso l’israelizzazione dell’occidente?
DI FRANCESCO FANTUZZI SU COMUNE-INFO DEL 25 OTTOBRE 2025 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Francesco Fantuzzi, pubblicato su Comune-info il 25 ottobre 2025 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione al concetto di israelizzazione della società. «In questi due terribili anni, soprattutto negli ultimi mesi, si è letto in più occasioni l’accorato slogan “Noi siamo la Palestina” e non vi è alcun dubbio che, seppur tardiva e in alcuni casi soprattutto finalizzata a recare nocumento all’improponibile e complice governo Meloni, la mobilitazione di centinaia di migliaia, se non milioni, di persone e della Flotilla contro il genocidio in atto a Gaza abbia rappresentato un sussulto di dignità di una coscienza civile in gran parte anestetizzata da anni di neoliberismo, emergenza, incipiente cinismo e isolamento sociale, partendo proprio da quei giovani che si vogliono disinteressati a ciò che accade e al proprio futuro. Tuttavia è sempre più legittimo e doveroso domandarsi, come ha fatto meritoriamente l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università di Torino se in realtà l’Occidente, i cui contorni paiono sempre più aderire al perimetro della NATO, non proceda al contrario verso una progressiva e inesorabile israelizzazione, intesa come recepimento di un modello politico, militare, culturale, digitale, etnico, ideologico, che riplasma la postdemocrazia definita da Colin Crouch in uno scenario bellico e tecnologico perpetuo. Un emblematico dual use.…continua a leggere su www.comune-info.net. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’Umbria va alla guerra. Dossier del Laboratorio Politico Operatori Sociali Autorganizzati
Il Laboratorio Politico Osa/VDL (Operatori Sociali Autorganizzati/Via del Lavoro) ha prodotto un interessante documento intitolato “L’Umbria va alla guerra. Il ruolo della nostra Regione nella corsa al riarmo” con il quale intende dare il suo contributo sul tema del riarmo e nel quale si ribadisce quanto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. La tesi di fondo è che il nemico di classe (la borghesia e tutto l’apparato statale e politico che la circonda) è molto più vicino di quanto si pensi, tant’è che proprio in Umbria molte tra aziende e consorzi si stanno arricchendo di fatto sulla pelle dei morti prodotti dalle guerre. Condividiamo questo contributo del Laboratorio Politico Osa/VDL, sperando possa essere utile alle realtà che lottano contro questo sistema. Leggilo qui oppure scarica in pdf. LUmbriaVaAllaGuerra_Dossier_LaboratorioPoliticoOSAPerugiaDownload -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Inoltrenews: Dalla mostra del cinema di Venezia alle scuole: l’autunno caldo contro Israele
DI FILIPPO PIPERNO SU INOLTRENEWS DEL 1° SETTEMBRE 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Filippo Piperno, pubblicato su Inoltrenews il 1° settembre 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione alle iniziative da mettere in campo per il primo giorno di scuola. «Intanto, un’altra campagna prepara l’ingresso nelle scuole italiane. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Docenti per Gaza e Scuola per la pace – Torino e Piemonte hanno diffuso un appello per il primo collegio docenti, pubblicato ieri, 30 agosto, e aggiornato oggi. Il percorso è pronto: mozione da mettere all’ordine del giorno, attività per la prima giornata di lezione e modulo per comunicare agli organizzatori quanto realizzato. Se il collegio respinge la proposta, i promotori suggeriscono di avvalersi dell’opzione metodologica di minoranza….continua a leggere su www.inoltrenews.it -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il Fatto Quotidiano: “Una legge per dividere istruzione e difesa”
DI REDAZIONE SU IL FATTO QUOTIDIANO DEL 29 AGOSTO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto dalla Redazione, pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 29 agosto 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione alla presentazione della petizione La conoscenza non marcia. «La richiesta di una legge nazionale e una petizione per vietare ogni collaborazione tra scuola, università, ricerca e filiera militare, pubblica e privata: l’iniziativa “La conoscenza non marcia” è promossa dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, insieme a sindacati, collettivi e associazioni. La raccolta firme sarà presentata il 1° settembre alle 15:30 …continua a leggere su www.ilfattoquotidiano.it -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Contropiano: Una petizione contro la militarizzazione della formazione
DI TOMMASO MARCON SU CONTROPIANO DEL 29 AGOSTO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Tommaso Marcon, pubblicato su Contropiano il 29 agosto 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione alla petizione della campagna La conoscenza non marcia. «Dopo mesi di lavoro, in molti di loro si erano incontrati il 18 luglio per l’Assemblea Nazionale della Campagna (ospitata a Paestum dalle organizzazioni studentesche Cambiare Rotta e OSA, che ne fanno parte, presso il campeggio Sierra Maestra Camp). Erano presenti realtà come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, i comparti scuola e università dell’Usb, la sigla Sanitari per Gaza come quella di Antropolog per la Palestina, oltre che accademici di una decina di atenei italiani nell’incontro che ha lanciato questa proposta….continua a leggere su www.contropiano.org. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Faro di Roma: La scuola sotto assedio: la deriva bellicista dell’istruzione e la scommessa pedagogica dell’educazione alla pace
DI SANTE CAVALLIERI SU FARO DI ROMA DEL 23 AGOSTO Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Sante Cavallieri, pubblicato su Faro di Roma il 23 agosto 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «In questo scenario, assume un ruolo cruciale l’azione di contro-narrazione promossa dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Sostenere il lavoro dell’Osservatorio non significa soltanto svolgere un’opera di monitoraggio e denuncia sui territori, ma ricucire una rete di resistenza culturale tra docenti, studenti e famiglie. La mobilitazione studentesca, ampiamente documentata nelle cronache dei movimenti per la pace, testimonia una forte vitalità sociale e la volontà di non rassegnarsi all’assoggettamento culturale delle aule. La resistenza studentesca diventa così un fattore attivo di democratizzazione, capace di interrogare le istituzioni educative sulla coerenza tra le finalità dichiarate e i percorsi effettivamente proposti.…continua a leggere su www.ilfarodiroma.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il mito del patriarcato mediterraneo tra ideologia e militarizzazione del potere
Prestando bene attenzione a non farne una questione con un radicamento storico o sociologico, per evitare di attribuire realtà sostanziale ad un costrutto inventato e magari finire con legittimare profezie che si autoavverano o miti di fondazione, non diversamente da come accaduto per l’entità sionista in Palestina fondata sul mito religioso della Terra promessa, sarebbe il caso di provare a circoscrivere la boutade del “patriarcato mediterraneo” dal punto di vista del riferimento politico al quale punta il generale Vannacci con il suo partito per le prossime elezioni. È chiaro che quando parla di patriarcato mediterraneo, il caudillo italiota intende strizzare l’occhio ad un elettorato di destra non propriamente liberale o liberista, ma un po’ retrogrado, conservatore e inculturato, quello che vede nella cultura femminista, LGBTQ+, woke e accogliente un pericoloso tentativo di delegittimazione del maschio o, meglio, di quello che è il mito del maschio potente, bianco e caucasico, costruito intorno all’idea dell’uomo forte che dirige persone come fossero plotoni militari. Ora, l’idea che il generale Roberto Vannacci, spezzino, cresciuto tra la Romagna, la Versilia e Parigi, i suoi voti possa prenderli nel profondo sud dell’Italia, in accordo ad un cliché elettorale, talvolta in parte confermato, che vede il meridione più conservatore, tradizionalista e incline a votare a destra, è probabilmente il motivo principale per cui gli balena in mente l’idea di rivangare il patriarcato in salsa mediterranea. Senza voler troppo andare per il sottile, bisognerebbe, intanto, fare mente locale dal punto di vista geografico sul significato di “cultura mediterranea”, sulla sua storia, che spazia dalla tradizione berbera a quella palestinese, araba, turca, fino a quella balcanica, per poi lambire le popolazioni ioniche e quelle della Magna Grecia, in un crogiuolo di realtà, aventi in comune l’affaccio sul Mar Mediterraneo, che hanno eretto insieme un patrimonio millenario fatto di scambi culturali, radici comuni, accoglienza e dialoghi di pace. Tuttavia, proprio perché nato e cresciuto in questa culla che è la cultura mediterranea, quella degli ulivi, delle reti da pesca e delle rotte commerciali, simboli orgogliosamente puntellati su ogni kefiah, emblema specifico di questa cultura mediterranea, vorrei provare a ribaltare la narrazione patriarcale sulla scorta di una serie di elementi fattuali derivanti da un’analisi materiale delle condizioni di vita all’interno del bacino mediterraneo. Chiunque sia cresciuto in una famiglia mediterranea, quale può essere anche quella pugliese di qualche decennio fa, sia essa di terra o di mare, tra contadini, ortolani, marinai, pescatori e commercianti, sa bene che mentre gli uomini trascorrevano la maggior parte del loro tempo a lavoro, il vero perno della famiglia era costituito dalle regole dettate in casa dalla donna, massaia, educatrice, economa, tutrice della cultura cittadina e responsabile della costruzione di un universo simbolico che poteva essere divino o demoniaco, tanto quanto le poteva valere l’attribuzione dell’epiteto di santa o di strega, secondo un meccanismo in grado di produrre inclusioni o esclusioni sociali. È questo matriarcato, di fatto, silenzioso e perdurante, la cifra reale della cultura mediterranea, quella che prevedeva in passato, sulla sua sponda araba sudorientale, la possibilità della poliandria, cioè la concessione alle donne di stare con più uomini, così come prevedeva il divorzio e il matrimonio a contratto da rescindere con uomini che prendevano la via dei commerci. È questa ginecocrazia, di fatto, che regnava all’interno di quelle famiglie allargate mediterranee, in cui la matrona era la domina assoluta della casa, custode di segreti, in grado di prendersi cura di ogni membro della famiglia e meritevole di rispetto sociale. Questo, tuttavia, non significa che il matriarcato abbia avuto anche un riconoscimento istituzionale allargato e un ruolo sociale condiviso. Il fatto che poi sia stato alimentato il mito di un patriarcato nell’area mediterranea è il risultato di un processo storico che ha visto il potere ufficiale affidato prima a una casta di uomini d’armi e dopo ad una casta di uomini di lettere. Tanto i primi quanto i secondi, in tempi di suffragio maschile, hanno continuato a sostenere il mito del patriarcato come tipo di narrazione retorica che si autosostiene all’interno di una società che fonda il suo primato sulla deterrenza della forza, dell’obbedienza o del sapere, non sulla capacità gestionale, sulla cura dei membri, sull’educazione, incombenze lasciate alle donne al fine di poter mantenere modelli sociale imposti non dettati dalle condizioni materiali. Con ciò, ovviamente, non si vuole dire che il patriarcato non sia effettivamente mai esistito, ma solo che esso sia stato imposto dall’alto, che sia stato un’immagine capovolta della realtà, un modello di potere sostenuto da una politica basata sul primato della coercizione, del controllo, della forza, prima militare e poi intellettuale, ma non materiale, non reale. Una vera e propria ideologica necessaria per mantenere e sostenere il primato politico della forza a discapito dell’educazione, della parola, della cura. Non a caso, l’ampia rassegna di studi[1] sulle culture matriarcali e matrilineari dimostra non solo il fatto che al fondo, prima che le civiltà accedessero alla divisione organica del lavoro, tutte le culture erano caratterizzate dal ruolo centrale delle madri, ma anche la propensione di queste culture per l’accoglienza e l’inclusione, per il culto della vita, per l’organizzazione assembleare orizzontale e non verticale o gerarchica, per la scarsa propensione alla guerra e alla violenza in favore della pace. È chiaro, allora, che in una cultura come quella contemporanea, che cerca faticosamente di appianare il gap di genere, anche con misure impopolari di Affirmative action, come le quote rosa, ai cultori del militarismo come forma di potere frana il terreno sotto i piedi. È da questa seria impostazione ideologica che bisogna partire, al di là della facile ironia che si attira una simile prospettiva anacronistica, per comprendere il programma politico del generale Vannacci. Si tratta del programma di un militare che candida altri militari e che, nel quadro di un generale processo di militarizzazione della società civile e di normalizzazione della guerra come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università dimostra da anni, cerca di trasformare diritti, la cultura, l’educazione, la democrazia e la partecipazione in modelli marziali di gestione del potere dall’alto, approfittando anche del vuoto di potere lasciato dagli intellettuali impegnati in politica. Lo schema, ovviamente, non è nuovo, basterebbe studiare un po’ di storia, anche quella del Mediterraneo, per capire che quando i militari si affacciano alla politica siamo davanti ad una crisi dei fondamenti della democrazia, della libera partecipazione dal basso, nell’illusione che l’ordine, la disciplina e il comando siano la modalità più efficiente ed efficace di gestire il potere. Anche questo, chiaramente, è sintomo di incultura, di mancanza di memoria, quella memoria che le donne custodivano e tramandavano di generazione in generazione insieme alle cure, ai rimedi naturali, alle fatture e ai malefici che condizionavano la vita delle comunità. Il patriarcato mediterraneo, dunque, non è che un mito ideologico, un’immagine capovolta della realtà, una narrazione retorica tanto fittizia quanto inattuale, architettata ad hoc da chi pensa di realizzare una società militarizzata e che – parafrasando Rousseau quando parlava della fondazione della proprietà privata – avrà un seguito solo se continuerà a trovare «delle persone abbastanza stupide da credergli». Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] J.J. Bachofen, Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Einaudi, Torino 2003; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia, Roma 2013; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale e Europa, Mimesis, Milano 2023; M. Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia, Roma 2008. Pubblicato su Agora. La Filosofia in Piazza il 20 agosto 2026. Pubblicato anche su Pressenza il 20 agosto 2026. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Recensione: Morire di Naia di Marta Silvestre e Andrea Turco
«Siamo pronti alla morte, l’Italia chiamò». È una delle strofe più note dell’Inno nazionale italiano, quella che ancora oggi, durante la cerimonia del giuramento di fedeltà alla Repubblica, viene cantata da chi sceglie di intraprendere la carriera militare. Parole solenni, che evocano il sacrificio estremo per la Patria e che, nella loro immediatezza, ricordano come il soldato sia chiamato, in caso di necessità, persino a mettere in gioco la propria vita. Ma cosa succede quando non si muore in guerra, bensì inconsapevolmente, in tempo di pace? Cosa accade quando una giovane recluta perde la vita all’interno di una caserma, in un ambiente che dovrebbe essere prima di tutto un luogo di formazione, disciplina e crescita professionale? E cosa accade quando dietro una morte si nascondono episodi di violenza, umiliazioni, soprusi e quello che per decenni è stato chiamato, con una parola quasi innocua, “nonnismo”? Sono proprio queste alcune delle domande alle quali cerca di rispondere il libro-inchiesta Morire di Naja, scritto da due giovani giornalisti, Marta Silvestre e Andrea Turco, pubblicato da Zolfo Editore nel 2026 (178 pagine, 17 euro).  Un lavoro che riporta alla luce una parte della storia del servizio militare obbligatorio italiano rimasta per troppo tempo ai margini del dibattito pubblico. Silvestre e Turco, nati a metà degli anni Ottanta, appartengono a una generazione che la cosiddetta «cartolina di precetto» per il servizio militare obbligatorio di un anno non l’ha mai ricevuta. Non hanno quindi vissuto direttamente l’esperienza della leva, ma ne hanno sentito parlare, hanno raccolto testimonianze e si sono documentati per ricostruire una realtà spesso nascosta dietro le mura delle caserme. Il loro obiettivo è cercare di capire perché sia esistito, e in parte possa ancora esistere, un lato oscuro della vita militare e come la disciplina, necessaria all’interno delle Forze armate, possa trasformarsi in abuso. Un abuso che, nei casi più gravi, può arrivare a coinvolgere le stesse istituzioni e a creare un muro di silenzio attorno a giovani militari che, invece di essere protetti, finiscono per sentirsi traditi proprio da quelle istituzioni che hanno scelto di servire. I “morti per naja” raccontati nel volume sono cinque: Emanuele Scieri, Tony Drago, Giovanni Cosca, Marco Mandolini e Riccardo Rasman. Cinque vicende diverse, accomunate da morti drammatiche e da percorsi investigativi segnati, secondo la ricostruzione degli autori, da piste false, omissioni, contraddizioni e indagini spesso confuse. Ma l’elenco, purtroppo, non si esaurisce qui. In Italia non esiste infatti un’anagrafe ufficiale in grado di quantificare con certezza il numero complessivo dei giovani morti a causa del servizio militare obbligatorio. Le stime indipendenti relative al periodo compreso tra il 1946 e il 2005, anno in cui la leva obbligatoria venne sospesa per legge, parlano di una cifra compresa tra 3.000 e oltre 5.000 decessi avvenuti in tempo di pace. Numeri impressionanti, soprattutto se si considera che si tratta di giovani che non si trovavano su un campo di battaglia, ma all’interno di strutture militari dello Stato. Tra le cause di morte più rilevanti vi è il suicidio delle giovani reclute, spesso collegato a situazioni di forte isolamento, all’incapacità di adattarsi a una disciplina particolarmente rigida o a traumi provocati da episodi di “nonnismo” e vessazione. Secondo i dati emersi in Commissione Difesa, negli anni Sessanta e Settanta il tasso di suicidi tra i giovani di leva avrebbe talvolta superato quello registrato nella popolazione civile della stessa fascia d’età. Accanto ai suicidi vi erano poi altre cause di morte, numericamente meno rilevanti ma comunque significative: incidenti stradali durante i trasferimenti dei contingenti, colpi d’arma da fuoco accidentali nei poligoni, incidenti durante l’addestramento ed esplosioni. A queste si aggiungevano i decessi provocati da patologie fulminanti che non venivano diagnosticate durante le visite di leva, come arresti cardiaci o meningiti fulminanti, queste ultime favorite anche dalle condizioni di sovraffollamento che in determinati periodi caratterizzavano le camerate. Il punto centrale dell’inchiesta è però anche un altro: comprendere come la violenza potesse essere normalizzata e trasformata in una sorta di rito di passaggio. Il “nonnismo”, le umiliazioni e le prove di forza venivano talvolta presentati come strumenti necessari per “formare il carattere” della recluta, come se la sofferenza fosse una componente inevitabile della vita militare e come se mettere alla prova la resistenza fisica e psicologica di un giovane fosse parte integrante dell’addestramento. L’analisi condotta dai due giornalisti si basa su atti giudiziari, documenti inediti, atti parlamentari e testimonianze dirette. È questo apparato documentale a dare forza alla loro ricostruzione. Morire di Naja non è quindi soltanto un libro di cronaca, né una semplice raccolta di storie tragiche: è soprattutto un tentativo di interrogarsi sul rapporto tra disciplina e abuso, tra obbedienza e responsabilità, tra istituzioni e singoli individui. È anche un atto d’accusa contro la normalizzazione della violenza e del “nonnismo”, troppo spesso giustificati come “riti di tempra virile”. Dietro questa espressione, apparentemente innocua, possono infatti nascondersi comportamenti che nulla hanno a che vedere con l’addestramento militare e che possono invece trasformarsi in vere e proprie forme di sopraffazione. «Ancora oggi, troppo spesso, chi vive in caserma o va in missione – scrivono i due giornalisti nel volume – si reputa diverso da chi vive nella società civile, che non potrà mai capire cosa si prova ad avere addosso una mimetica, una divisa che si reputa tatuata e alla quale si dà tutto, si deve dare tutto». È una riflessione importante perché permette di comprendere anche la distanza che per lungo tempo ha separato il mondo militare dalla società civile. Una distanza fatta di linguaggi, regole, gerarchie e codici interni, ma anche di una diversa percezione del rapporto tra individuo e istituzione. Oggi, tuttavia, potremmo dire che l’esercito e la figura del soldato siano, per usare un termine forse improprio ma efficace, più “sdoganati” rispetto al passato. La percezione delle Forze armate non è più quella di qualcosa di completamente estraneo alla nostra vita quotidiana. Al contrario, la presenza dei militari è diventata sempre più visibile nello spazio pubblico. «I militari fanno tendenza – scrivono Silvestre e Turco nel libro –. Vanno in tv e sono protagonisti del dibattito politico. […] la politica sceglie l’ostentazione muscolare e armata, mettendo in campo l’esercito, che opera congiuntamente alle forze di polizia». È sufficiente guardarsi intorno per accorgersi di quanto questa presenza sia diventata abituale. Oggi vediamo giovani soldati pattugliare le strade delle nostre città, soprattutto nelle zone considerate più sensibili, con una funzione di deterrenza nei confronti della criminalità. È la cosiddetta “Operazione Strade Sicure”, introdotta nel 2008 durante il governo Berlusconi e tuttora attiva. Secondo gli autori, «Non è soltanto una misura spot, ma ha inciso parecchio nell’immaginario collettivo italiano. Con essa per la prima volta l’esercito viene impiegato in pianta stabile nelle città. […] l’esercito è ovunque». Negli ultimi anni, infatti, il mondo militare è entrato anche negli spazi educativi, attraverso iniziative di orientamento, promozione e collaborazione con le scuole. «Lo sbarco dei militari nelle scuole, per attività di promozione con sfumature cooptative, è stato talmente preponderante che nel 2023 è nato l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università», osservano gli autori. Si tratta di un cambiamento significativo rispetto all’epoca della leva obbligatoria. Se allora il servizio militare rappresentava per molti giovani un passaggio quasi inevitabile della vita adulta, oggi la scelta di entrare nelle Forze armate avviene prevalentemente su base volontaria e viene presentata anche come una possibile opportunità professionale. Il servizio militare volontario è diventato, in questo senso, uno dei tanti percorsi lavorativi disponibili, seppure caratterizzato da regole, gerarchie e responsabilità particolari e da un ambiente che rimane, per sua natura, in parte “ermetico”, nel quale vigono procedure, segreti e codici comportamentali differenti da quelli della società civile. Anche sotto questo aspetto, però, il libro invita a interrogarsi sulle ragioni sociali ed economiche che spingono tanti giovani a scegliere la carriera militare. Il bacino di reclutamento delle Forze armate, osservano gli autori, proviene in larga misura dal Mezzogiorno d’Italia, dove la possibilità di ottenere uno stipendio stabile può rappresentare un’alternativa concreta alla disoccupazione giovanile e alla scarsità di opportunità lavorative. Un paradosso emerge allora con particolare evidenza: se molti dei giovani che scelgono di entrare nelle Forze armate sono del Sud, le numerose caserme e strutture militari sono dislocate nel Centro-Nord della Penisola. Per alcuni di loro, quindi, l’ingresso nell’esercito significa anche lasciare la propria terra, la famiglia e il proprio ambiente di origine, entrando in un mondo completamente nuovo e sottoposto a regole rigide. È proprio in questo passaggio che il tema della vulnerabilità delle giovani reclute assume un’importanza particolare. Un ragazzo o una ragazza che entra in una caserma non porta con sé soltanto un’uniforme: porta la propria storia personale, le proprie fragilità, le proprie aspettative e il proprio bisogno di sentirsi parte di una comunità. Se l’ambiente nel quale entra diventa invece luogo ostico, di isolamento, paura o sopraffazione, il confine tra disciplina e abuso può diventare estremamente sottile. Morire di Naja ha dunque il merito di riportare l’attenzione su una pagina della storia italiana che rischia di essere dimenticata. La sospensione della leva obbligatoria nel 2005 non ha cancellato automaticamente i problemi legati alla cultura militare, alla gestione del potere gerarchico e al rapporto tra disciplina e diritti individuali. Le storie raccontate da Silvestre e Turco diventano così qualcosa di più di una sequenza di tragedie personali. Sono vicende che chiamano in causa lo Stato, le istituzioni, la giustizia e, più in generale, la società civile. Perché una morte avvenuta durante il servizio militare non dovrebbe mai essere considerata semplicemente come una fatalità, soprattutto quando emergono dubbi, omissioni, responsabilità o comportamenti che avrebbero potuto essere evitati. Questa inchiesta giornalistica lascia quindi il segno proprio per la capacità di riportare alla luce ferite profonde e, in alcuni casi, mai realmente curate. Il libro pone domande scomode e obbliga il lettore a guardare oltre la retorica della divisa, del coraggio e del sacrificio. La memoria dei ragazzi raccontati nel volume, così come quella di tanti altri giovani che hanno perso la vita durante il servizio militare, diventa in questo modo un richiamo alla responsabilità. Perché il rispetto della Patria, della divisa e delle istituzioni non può prescindere dal rispetto della persona. E proprio per questo Morire di Naja si presenta come un monito: affinché la disciplina non diventi mai una giustificazione per la violenza, affinché il silenzio non prevalga sulla verità e affinché la giustizia possa finalmente arrivare anche laddove, per troppo tempo, hanno prevalso omissioni, paure e muri di omertà. Marta Silvestre, Andrea Turco, Morire di Naia, Zolfo Editore, Milano 2026. Davide Pelanda, docente, Scuola per la Pace Torino e Piemonte -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La vera faccia dell’intelligenza artificiale: il motore del riarmo
Nella corsa al riarmo, il settore defence-tech è salito sul podio nella competizione tecnologica globale degli ultimi anni. Dal 2022 ad oggi, gli investimenti di venture capital nel settore defence-tech hanno raggiunto oltre 32 miliardi di dollari complessivi (Forbes, 2026), con un’accelerazione significativa nel 2026 che ha già visto dall’inizio dell’anno circa 12,3 miliardi di dollari investiti in startup attive in difesa, aerospace e spacetech. Questa tendenza è confermata dalla proliferazione di nuove startup private del settore che raggiungono la valutazione oltre il miliardo di dollari, come dimostra un’analisi di BestBrokers (2026), la quale evidenzia la nascita di ben nove nuovi unicorni (termine coniato nel 2013 quando startup da oltre un miliardo erano così rare da sembrare mitologiche — circostanza oggi venuta meno), nell’Aerospace & SpaceTech, solamente nei primi mesi del 2026. All’interno di questa cornice, il mercato specifico dell’IA militare valeva circa 12,5 miliardi di dollari nel 2024 con proiezioni di crescita fino ai 25,58 miliardi di dollari nel 2030 — cifra che rischia di sottostimare la realtà, considerato che solamente gli Stati Uniti investiranno circa il 2% del proprio PIL in intelligenza artificiale e infrastrutture dati nel 2026, pari a circa 640 miliardi di dollari (Forbes, 2026). L’Europa e l’Italia non sono da meno: il piano ReArm Europe prevede che dal 2026 dovranno essere definite aree strategiche su IA e sistemi informativi, mentre l’Italia pianifica la nascita in Lombardia del polo quantistico più potente al mondo, investendo 230 milioni di euro dai fondi Pnrr, con una previsione di spesa di un miliardo nei prossimi 5 anni (La Riscossa, 2026). Ma a prescindere dalle cifre, ciò che facilita il ruolo dell’IA come motore del riarmo non è quanto si investe in essa, bensì il fatto che questa nuova tecnologia sia stata distribuita gratuitamente, su scala di massa, ancora prima che si sapesse fino a che punto sarebbe diventata infrastruttura militare. L’IA è entrata nella vita quotidiana di miliardi di persone come strumento apparentemente neutro, rendendo ogni obiezione al suo uso militare superata rispetto a un’infrastruttura civile a cui nessuno è più disposto a rinunciare. Il defence-tech non sta quindi semplicemente adottando l’IA, ma ne sta ereditando l’ecosistema, la cui diffusione capillare ha già reso il processo irreversibile. E questo processo si muove su quattro direttrici che si potenziano reciprocamente e alimentano il riarmo: una economico-industriale, una geopolitica, una ambientale e una politica. DIRETTRICE ECONOMICO-INDUSTRIALE: I QUATTRO MOLTIPLICATORI DEL DEFENCE-TECH La direttrice economica-industriale rivela come l’IA acceleri strutturalmente il riarmo, attraverso quattro meccanismi reciprocamente alimentati: 1. Dual-use come cavallo di Troia: l’adattamento di una quota sempre crescente di applicazioni di IA, dal settore civile all’uso militare, rende automaticamente capacità militare ogni avanzamento nei modelli generalisti, senza bisogno di un lavoro di ricerca dedicato. Un esempio di questo meccanismo in azione è dato dai sistemi di visione e riconoscimento automatico sviluppati da Anduril per i droni civili che sono stati immediatamente riproposti per la sorveglianza di confine e la ricognizione tattica. 2. Venture Capital applicato alla guerra: le startup tech non sono come i contractor tradizionali che si reggono su margini stabili nel tempo; un’impresa come Anduril deve mostrare crescita esponenziale, o i finanziamenti si fermano seguendo una spirale a rinforzo continuo: un contratto pubblico fa salire la valutazione, la valutazione più alta attira un nuovo round di venture capital, e quel round richiede — per essere ripagato — un contratto ancora più grande. Ogni fase alimenta la successiva e un taglio alla spesa militare non è più solo una decisione politica ma soprattutto una decisione economica, diventando una minaccia diretta per gli investitori. 3. Lock-in dei sistemi: per un esercito che ha costruito la propria architettura di comando e controllo grazie a determinati sistemi, diventa costosissimo sostituirli e questo crea una dipendenza tecnica pluriennale che rende il riarmo auto-rinforzante. Nel caso del Pentagono, per esempio, il sistema Maven di Palantir è diventato parte integrante dell’infrastruttura operativa. e sostituirlo richiederebbe la riconversione completa dei processi operativi, la formazione di migliaia di operatori, e la migrazione di decenni di dati. Questo rende qualsiasi alternativa tecnicamente ed economicamente impraticabile. 4. Constituency economica: aziende defence-tech come Anduril e Palantir hanno trasformato il complesso militare-industriale in un ecosistema finanziario diffuso, finanziando la loro crescita con lobbying e assunzioni incrociate di persone che escono dal governo ed entrano nelle aziende, e viceversa. Da un lato, migliaia di dipendenti possiedono azioni il cui valore raddoppia a ogni nuovo stanziamento pubblico, creando una constituency economica il cui patrimonio personale dipende direttamente dall’espansione del bilancio militare; dall’altro, questo meccanismo è alimentato da un aumento sistematico dell’influenza politica: per fare un esempio, tra il 2022 e il 2024, nove aziende IA di punta e i loro dipendenti hanno incrementato del 60% i contributi alle campagne elettorali dei membri del Congresso statunitense che controllano le politiche del Pentagono (Bulletin of the Atomic Scientists, 2026). Il risultato è un sistema in cui il denaro privato influenza sempre più le decisioni politiche su quanto e come armarsi, poiché l’incentivo a spingere per più spesa militare riguarda un numero sempre crescente di persone il cui patrimonio personale dipende direttamente dall’espansione del bilancio pubblico della difesa. DIRETTRICE GEOPOLITICA: IL POTERE SENZA ACCOUNTABILITY DEMOCRATICA I dati sugli investimenti in IA descrivono una doppia deformazione: quella dell’architettura di sicurezza internazionale e quella delle istituzioni democratiche chiamate a garantirla. Chi controlla capitali privati di centinaia di miliardi ha accesso a infrastrutture militari, politiche ed economiche paragonabili a quelle di uno Stato, ma senza la stessa responsabilità democratica. L’episodio di Musk che ha velatamente minacciato di spegnere Starlink in Ucraina è l’illustrazione più chiara di questo squilibrio: un privato cittadino con il potere di condizionare un conflitto armato, senza alcun mandato elettorale. All’interno di questa cornice si trova anche la porta girevole tra industria e apparato militare. Il generale Randy George ha impartito il giuramento a quattro dirigenti tech — provenienti da Meta, OpenAI e Palantir — entrati in ruoli militari (Bulletin of the Atomic Scientists, 2026); funzionari del Pentagono che avevano contribuito a scrivere i requisiti IA dell’esercito sarebbero poi passati a lavorare per le stesse aziende che hanno vinto quei contratti (Defensescoop, 2026). Quando chi scrive le regole e chi le soddisfa finiscono per scambiarsi i ruoli, i canali di influenza tra potere economico e potere politico smettono di essere l’eccezione e diventano la norma strutturale. La fitta rete di relazioni tra figure potenti e personaggi politici mostra l’esistenza di canali di influenza che alterano completamente i rapporti di forza tra i cittadini e i loro rappresentanti politici: i governi non temono più le conseguenze elettorali perché la concentrazione patrimoniale ha spostato il centro di gravità decisionale verso lobby, media acquistabili e nomine incrociate tra industria e difesa. DIRETTRICE AMBIENTALE: LA COMPETIZIONE PER LE RISORSE PRIMARIE Il collegamento tra intelligenza artificiale e riarmo si completa quando osserviamo la dimensione materiale: l’IA necessita di infrastrutture energetiche che competono con gli Stati per le risorse primarie mentre vengono finanziate da un settore privato il cui profitto dipende dalla continuazione della tensione geopolitica che quegli stessi sprechi di risorse comportano. Secondo il report dell’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università delle Nazioni Unite (2026),  nel 2025 i data center globali hanno consumato 448 TWh di elettricità, sufficiente a rifornire i bisogni annui di tutta la popolazione dell’Africa sub-sahariana – 1,3 miliardi di persone – per oltre due anni e mezzo. Se fosse un Paese, questo consumo si posizionerebbe all’11º posto nella classifica globale davanti all’Arabia Saudita, con una carbon footprint di 189 milioni di tonnellate di CO₂e e un impatto idrico di 4,5 trilioni di litri, pari ai bisogni domestici minimi di 620 milioni di persone. L’Intelligenza Artificiale rappresenta una parte consistente di questo consumo: nel 2025 i carichi di lavoro dell’IA da soli hanno rappresentato oltre il 20% dell’elettricità usata nei data center, circa 93 TWh, equivalenti ai bisogni residenziali di 715 milioni di africani subsahariani. Ciò equivale a 40 milioni di tonnellate di CO₂e (CO₂e è la misura che riassume in un solo numero l’impatto di tutti i gas serra coinvolti, non solo la CO₂ pura) – quanto assorbito da 661 milioni di piantine urbane in 10 anni. A questo si aggiungono 900 miliardi di litri d’acqua – l’equivalente di 365.000 piscine olimpioniche – e l’utilizzo di 1.400 km² di terreno – un’area pari a 195.000 campi da calcio. Questa energia elettrica potrebbe soddisfare l’intero fabbisogno energetico di un Paese come la Nigeria, la sesta nazione più popolosa al mondo, per oltre due anni. Le proiezioni per il futuro prevedono il raddoppiamento di questi consumi nei prossimi quattro anni. Questa crescita, inserita in un contesto più ampio di scarsità e crisi climatica, non è neutrale: la competizione per le risorse primarie che innesca l’IA nutre la stessa tensione geopolitica che finanzia la sua espansione, in un circolo vizioso che tende a moltiplicare il conflitto. DIRETTRICE POLITICA: LO SCARSO MARGINE D’AZIONE DELL’ATTIVISMO Le lotte contro la violenza ambientale hanno dimostrato che i grandi investitori agiscono consapevolmente su comunità già fragili: se le comunità colpite devono impiegare le loro energie nella sopravvivenza quotidiana, avranno poco margine d’azione da dedicare alla mobilitazione politica. Il risultato è un circolo vizioso: risorse primarie ridotte si traducono in bassa capacità di resistenza; la resistenza indebolita permette agli attori responsabili della scarsità di ridurre ulteriormente le risorse disponibili per le comunità. È la privatizzazione della crisi. In questo meccanismo, la dipendenza dalle risorse controllate da terzi diventa ricatto politico, e l’autonomia politica svanisce insieme all’indipendenza materiale, privando le comunità colpite di leve di negoziazione concrete. Queste tendenze non vengono meno nel contesto dell’espansione dell’IA: secondo un rapporto di Bloomberg (2025), quasi due terzi dei nuovi data center di IA degli Stati Uniti, costruiti o in fase di sviluppo dal 2022, si trovano in aree con elevati livelli di stress idrico. Lo stesso rapporto mette in luce la stessa tendenza anche in altre regioni aride come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Un’analisi su circa 700 data center statunitensi conferma che quasi la metà si trova in aree con un carico ambientale sopra la media, molte delle quali sono localizzate in zone con indicatori di vulnerabilità sociale, come povertà e bassi livelli di istruzione (World Resources Institute, 2026). Le proiezioni prevedono che questa dinamica interesserà porzioni sempre più ampie del pianeta,  e quando la competizione per le risorse essenziali diventerà strutturale su scala globale assisteremo a una ristrutturazione planetaria del potere: l’erosione sistematica della nostra capacità collettiva di resistere materialmente e politicamente. SMANTELLARE L’INTRECCIO DEL RIARMO: UNA PIATTAFORMA COMUNE DI AZIONE COLLETTIVA La finestra di tempo per cambiare traiettoria si sta restringendo e la differenza che possiamo fare dipende da quanto rapidamente riusciremo a organizzare la pressione necessaria prima che l’intreccio sinergico delle quattro direttrici diventi irreversibile. Movimenti antisistemici, per la giustizia climatica o per la democrazia digitale esistono già, ma non operano in sinergia pur condividendo lo stesso avversario: la concentrazione patrimoniale senza limiti, ovvero il comune denominatore di tutte e quattro le direttrici del riarmo. La via più rapida per indebolire questo circuito è ridurre l’accumulazione estrema di ricchezza, ad esempio attraverso l’istituzione di un tetto patrimoniale progressivo che, riducendo uno dei canali di finanziamento di capitale privato disponibile per startup defence-tech, rallenterebbe l’innovazione bellica fuori dal controllo parlamentare, limiterebbe il possesso da parte di singoli individui di infrastrutture critiche con rilevanza strategica internazionale e indebolirebbe la pressione a destinare risorse pubbliche al riarmo anziché alla transizione ecologica. Una misura di questo tipo, da sola, non risolve i limiti strutturali del problema — le corporazioni possono sostituire i miliardari come centri di capitale concentrato e il rischio di fuga di capitali verso giurisdizioni più permissive è reale. Ha senso solo se accompagnata da riforme complementari: trasparenza sui beneficiari effettivi, limiti al lobbying, armonizzazione fiscale a livello europeo, trasparenza sui finanziamenti politici e democratizzazione dei media. Si tratta di misure già dibattute nelle opportune sedi: gli strumenti teoricamente esistono, così come la loro fattibilità tecnica, ma manca la forza politica necessaria a implementarli. Un movimento omogeneo e coerente capace di connettere le quattro direttrici del riarmo in un’unica cornice di rivendicazione democratica potrebbe generare quella forza. Ed è proprio questo lo scopo del presente articolo: cominciare a fare luce su questo collegamento e contribuire a tessere quella rete di consapevolezza che può trasformare rivendicazioni isolate in una piattaforma comune di azione collettiva. Elisabeth Di Luca, Pubblicato su Pressenza il 12 agosto 2026. Fonti * AI Investment Will Hit 2% Of US GDP This Year, Analyst Says—Nearing Defense Spending Levels. * Unicorn Startups: AI and Robotics Post Record-Breaking Valuations in 2026 – BestBrokers.com. * Piano di riarmo europeo: industria bellica, finanza, università e intelligenza artificiale | La Riscossa. * The rise of the military-technology complex – Bulletin of the Atomic Scientists. * War Data Platform integration plans under scrutiny as DOD hustles to weaponize AI | DefenseScoop. * https://collections.unu.edu/eserv/UNU:10647/UNU-INWEH-Report-The_Env_Cost_of_AI-20 26.pdf. * AI Is Draining Water From Areas That Need It Most. * From Energy Use to Air Quality, the Many Ways Data Centers Affect US Communities. Letture di approfondimento [Elenco di materiale consultato ma non citato direttamente, da cui sono nate alcune idee del pezzo] How Data Centers Are Deepening the Water Crisis – Business Insider. Intelligenza artificiale militare: applicazioni operative, architetture data-centriche e nuovi attori della defence-tech | Ce.S.I. Centro Studi Internazionali. Defence tech e spacetech: il venture capital accelera sugli unicorni della sicurezza. Artificial Intelligence in Defense and Security Global Research Report 2025: Market to Reach $22.75 Billion by 2029 – Long-term Forecast to 2034 https://www.researchandmarkets.com/reports/6215084/artificial-intelligence-in-defense-security. https://www.ceres.org/resources/reports/drained-by-data-the-cumulative-impact-of-data-centers-on-regional-water-stress. Data Center Boom Risks Health of Already Vulnerable Communities | TechPolicy.Press. https://www.corriere.it/buone-notizie/civil-week/26_febbraio_22/data-center-costi-e-consumise-con-20-domande-a-chatcpt-si-prosciuga-un-acquedotto-1593f8bd-663a-41c5-bc92-e5e5a 0583xlk.shtml?refresh_ce. The Intersection of Data Center Development, Water Availability, and Environmental Justice in California. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Comune-info.net: Tre giorni in Val d’Agri
DI FRANCESCO MASI SU COMUNE-INFO DEL 10 AGOSTO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Francesco Masi, pubblicato su Comune-info il 10 agosto 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «La funzione educativa che emerge dalla conoscenza e dalla pratica dell’impegno politico nei paesi lucani, diffusa nelle aule delle scuole, è fondamentale, oggi forse più di ieri. Da insegnante da poco in pensione osservo con  preoccupazione la progressiva elaborazione del consenso passivo come forma di estrattivismo cognitivo, misconoscenza del bellicismo e adattamento alle misure di repressione del dissenso, come documenta quotidianamente l’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e nelle università…continua a leggere su www.comune-info.net. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente