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Sotto gli occhi del mondo intero – il libro in uscita di Sami Abu Omar
“SOTTO GLI OCCHI DEL MONDO INTERO” È IL TITOLO DEL LIBRO DI SAMI ABU OMAR IN USCITA IL PROSSIMO 6 OTTOBRE PER PROSPERO EDIZIONI. Un diario che dal 7 ottobre 2023 intreccia esperienze intime e geopolitica, facendo incontrare l’analisi degli eventi con le condizioni quotidiane di una popolazione affamata, bombardata, controllata, incarcerata, vittima di genocidio. La cronaca di una vita situata al centro del mondo nel ventunesimo secolo imperialista, anticapitalista, islamofobo ed ecocida. L’autore, Sami Abu Omar, è un attivista palestinese, figura di riferimento per ONG e giornalisti italiani, e vive nella Striscia di Gaza. Ha collaborato come interprete con numerosi inviati e ha lavorato come operatore umanitario per diverse organizzazioni. Sami Abu Omar è coordinatore dei progetti a Gaza di ACS ONG.
July 16, 2026
ACS italia
La maturità a Gaza: il diritto allo studio sfida il genocidio
Jun 26, 2026, da gazaweb.noblogs Anche nella Striscia di Gaza in questi giorni circa 38.000 studenti e studentesse stanno affrontando gli esami di maturità, il Tawjihi. Non è un esame come tutti gli altri. È un atto di resistenza contro un sistema che ha deliberatamente preso di mira l’istruzione palestinese. Dal 7 ottobre 2023, oltre 19.000 studenti sono stati uccisi e 29.000 feriti. Le scuole sono state distrutte o trasformate in centri per sfollati. Eppure, la generazione della maturità ha scelto di non arrendersi. Dal nostro osservatorio a Gaza, documentiamo ogni giorno questa lotta per il diritto allo studio. Gli esami si svolgono interamente in modalità elettronica, attraverso la piattaforma “Wise School”. Una scelta dettata dalla necessità, che ha trasformato i telefoni cellulari in aule, banchi e biblioteche. Ma come si fa a studiare quando l’elettricità e la connessione a Internet non sono disponibili con la dovuta continuità e possedere un dispositivo elettronico è un lusso spesso insostenibile? Il dramma degli studenti uccisi sulla strada per l’esame Le prove d’esame a Gaza possono essere ancora più complesse di queste, e, aggiungiamo, tristemente tragiche. Il terzo giorno degli esami, le forze di occupazione israeliane hanno condotto un raid nel quartiere Al-Rimal di Gaza City, uccidendo Raghad Ashour, una studentessa che si stava recando a sostenere la prova. Diciotto anni, un futuro davanti a sé, cancellato mentre camminava per strada. L’esercito israeliano ha parlato di “rammarico” per la morte di una “persona non coinvolta”, ma il messaggio è chiaro: a Gaza, nessuno è al sicuro, nemmeno sulla strada per l’esame. Questa non è una storia isolata. Il Ministero dell’Istruzione palestinese parla di un genocidio sistematico dell’istruzione. 10.000 studenti uccisi nei primi dieci mesi di guerra, insieme a 400 insegnanti. La strada per l’esame è diventata un percorso minato, dove il diritto allo studio si scontra quotidianamente con la violenza dell’occupazione. In questo scenario apocalittico, abbiamo piantato i nostri “Alberi della Rete” e costruito i Gaza Social Hub (GaSH). Luoghi dove studiare e connettersi a Internet gratuitamente per garantire continuità e un barlume di serenità per chi sta sta continuando a sperare e incarnare con il proprio studio una strenua resistenza contro il genocidio. Due hub permanenti: uno a Gaza City, l’altro a Khan Younis. Non sono semplici spazi fisici, ma fari tecnologici in un paesaggio di polvere e silenzi spezzati. Il nostro lavoro quotidiano è documentato passo dopo passo dai coordinatori dei Gash e degli alberi della rete a Gaza. Ne succedono di ogni, può saltare temporaneamente la rete, può esserci un blackout totale, ma la comunità intorno ai GaSH, fatta di studenti e di vari componenti della società civile, si stanno mobilitando per consentire agli esami di proseguire e intorno al diritto allo studio in effetti ricostruire un senso di comunità e futuro. L’obiettivo di Gazaweb non è semplicemente quello di riportare la connessione a internet ma di fare rifiorire la socialità intorno ai nostri progetti. .      L’ostinazione di una generazione La sistematica distruzione del sistema educativo palestinese da parte dell’esercito di occupazione israeliano è stata una deliberata strategia volta a precludere il futuro del popolo palestinese. Il genocidio è stato perpretrato anche abbattendo il 90% delle infrastrutture educative è stato distrutto o gravemente danneggiato. Più di 300 scuole governative sono state completamente distrutte o rese inagibili, una gravissima violazione del diritto fondamentale all’istruzione, riconosciuto dalle convenzioni internazionali. In questo contesto, il Tawjihi diventa più di un esame: è un simbolo di resistenza contro la cancellazione culturale e storica.Gli studenti che studiano assieme in una tenda o un caffè Internet, rappresentano una testimonianza di una fase storica della dura vita del popolo palestinese. È la battaglia della coscienza e della sopravvivenza combattuta dalla generazione della maturità, che afferma il diritto di imparare nonostante la distruzione, lo sfollamento e l’uccisione sistematica. Questi esami, sostenuti tra le macerie, sono la prova che un futuro è ancora possibile. Nonostante le difficoltà al secondo giorno di esami, complice il passaparola, la partecipazione è aumentata. Decine di studenti hanno affollato i nostri hub a Gaza City e Khan Younis per sostenere le loro prove. Una studentessa, Bilsan Laqan, 18 anni, vive in una tenda a sud-ovest di Khan Younis. Ci ha raccontato che il sovraffollamento, gli insetti e i topi rendono lo studio estremamente difficoltoso. La sua preoccupazione principale sono i blackout improvvisi e la mancanza di connessione stabile. Chiede al Ministero dell’Istruzione di considerare le condizioni estreme degli studenti. Noi cerchiamo di fare la nostra parte, continueremo a documentare, a sostenere e a connettere. Perché il diritto allo studio non può essere cancellato. Perché ogni studente che riesce a sostenere il proprio esame è una vittoria contro il genocidio. Perché la navigazione sarà libera, dal web al mare, e nessuna offensiva potrà spegnere la speranza di una generazione che ha scelto di imparare nonostante tutto. Sostieni il progetto Gazaweb su produzionidalbasso.com
July 1, 2026
ACS italia
Inaugurato il primo gemellaggio della campagna all’insegna della tradizione olivicola, tra Montopoli di Sabina e Bruqin, Cisgiordania.
Nell’ambito della campagna “OliviCultura di Pace in Palestina” coordinata da ACS Ong, Arab Agronomists’ Association (AAA) e Palestine Land Coalition (PLC), il 20 giugno è stato annunciato il gemellaggio “Ulivi di pace” tra la Municipalità di Montopoli di Sabina (RI) e quella di Bruqin, comune palestinese situato nel Governatorato di Salfit, in Cisgiordania, e sottoposto a costanti minacce e attacchi a causa dell’espansione degli insediamenti israeliani circostanti. L’elemento che lega queste realtà, geograficamente distanti ma culturalmente molto vicine, è la tradizione olivicola. Per questo le realtà montopolesi hanno già attivato diverse forme di raccolta fondi, finanziando la piantumazione di 950 olivi nel territorio di Bruqin, già iniziata la scorsa primavera, e in previsione delle future attività di scambio culturale.  “Crediamo che un mondo solidale si costruisca effettivamente quando le comunità e i popoli si uniscono, collaborano e capiscono che non ci poi tante differenze che li separano, perché in realtà facciamo tutti parte di una grande famiglia – commenta Andrea Fiori, sindaco di Montopoli di Sabina – Appena sono venuti a conoscenza di questa proposta e al netto delle varie ideologie politiche, i nostri agricoltori hanno deciso di partecipare perché rilevavano l’ingiustizia enorme che il popolo palestinese continua a vivere. Queste ingiustizie prendono di mira anche gli olivi, che in Palestina vengono puntualmente danneggiati ed estirpati davanti agli occhi degli agricoltori”.  Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), durante la stagione di raccolta delle olive, nell’ottobre 2025, è stato registrato il più alto numero di attacchi da parte di coloni israeliani in Cisgiordania dal 2006. Si tratta di oltre 260 episodi di violenza contro persone e beni di proprietà palestinesi, che corrispondono a una media di 8 attacchi al giorno. L’agricidio è costante, mirato e sistematico in tutti i settori su cui poggia la sicurezza alimentare palestinese (Report). Rispetto a questa situazione, collegato in diretta durante l’evento del 20 giugno a Montopoli, il sindaco di Bruqin Hatem Samara sottolinea che “Qui siamo resistenti come gli olivi. Questa vostra iniziativa è la testimonianza viva della condivisione delle aspirazioni della nostra popolazione di vivere in pace, sicurezza, prosperità e godere dei legittimi diritti all’autodeterminazione e alla libertà al pari di tutti gli altri popoli del mondo libero”.  L’aspetto fondamentale del gemellaggio è costituito dalla solidarietà verso gli sforzi di difesa territoriale in cui le comunità agricole palestinesi sono impegnate quotidianamente. A questo si aggiunge l’aspetto tecnico e istituzionale del gemellaggio che, all’insegna dello scambio e arricchimento reciproco, ha già messo in luce ed esplorato varie problematiche condivise in olivicoltura. L’adattamento al cambiamento climatico e la gestione delle risorse idriche, la gestione biologica della qualità (potatura e controllo della mosca), la qualità dell’olio legata alla buona gestione di un frantoio cooperativo e la trasformazione e valorizzazione dei sottoprodotti (combustione, compostaggio, alimentare).        L’intento comune è quello di avviare da ottobre un programma di incontri a distanza e scambi culturali tra la comunità di Bruqin e quella di Montopoli: approfondimenti e interscambi tecnici traolivicoltori e tecnici palestinesi ed italiani incentrati sulle problematiche chiave della piccola-media olivicoltura sostenibile, ed estesi anche ad olivicoltori di altri territori. Come spiega il rappresentante di Arab Agronomist Association Issa El Shatleeh: “Questo gemellaggio andrà a beneficio sia degli olivicoltori palestinesi che di quelli italiani. In Palestina lavorano esperti specializzati nella produzione d’alta qualità nel settore olivicolo, così come in Italia. Condividere le nostre esperienze e conoscenze ci permetterà di migliorare reciprocamente la nostra produzione e la qualità del nostro olio”. In questo senso il gemellaggio sposa la logica dell’intera campagna: “Questa campagna si radica nell’Italia rurale che difende e attualizza il modello agricolo ‘mediterraneo’, fatto di biodiversità, di olivi e terrazzamenti secolari, di poca acqua, faticoso lavoro collettivo e tanti saperi locali, e attorno all’olivicoltura sostenibile si organizzano risposte collettive ad abbandono e dissesto o agroindustria e cementificazione.” commenta Nicola Manno, agroecologo, coordinatore della campagna e presidente di ACS Ong. “La protezione e la rigenerazione degli uliveti è una strategia di resilienza diffusa per le comunità rurali, permette di generare innanzitutto un recupero ambientale e poi economico del territorio, fino a diventare, in Palestina, strumento di autodeterminazione e difesa collettiva dei terreni.”       Nell’ambito della campagna “OliviCultura di Pace in Palestina”, grazie al supporto di comunità e organizzazioni agroecologiche italiane e palestinesi, nella stagione 2025-2026 sono stati piantati 2430 olivi, 1472 alberi da frutto e 54mila piantine orticole, coinvolgendo 108 famiglie di agricoltori in 6 governatorati della Cisgiordania. Questo risultato rientra nel programma denominato “One Million Olive Trees for Palestine”, che nello stesso periodo ha finanziato la messa a dimora di un totale di 28.000 piante, pari a quasi il 25% degli olivi danneggiati dagli israeliani negli ultimi tre anni.    Per donazioni, adesioni e approfondimenti sui gemellaggi: olivi-culture-of-peace@acs-italia.it 
 Per interviste, adesioni e approfondimenti: olivi-culture-of-peace@acs-italia.it 
  
June 30, 2026
ACS italia
La presa per fame della Striscia di Gaza passa ancora per l’intenzionale “distruzione agricola”
di Alessandro Ferrari — 28 Maggio 2025 Oltre l’80% dei terreni coltivabili è stato danneggiato dai bombardamenti e reso inaccessibile, in particolare a Rafah, a Sud, e nel Nord. Campi, serre e alberi vengono spianati da ruspe e carri armati, in una strategia brutale di Tel Aviv volta a sfinire una popolazione già privata degli aiuti ed esposta a una crisi catastrofica. La quale, comunque, si ingegna, tra orti improvvisati e semine in cassoni trasportabili. La testimonianza di Sami Abu Omar
June 19, 2026
ACS italia
L’agroecologia solidale con la Palestina, dove anche la raccolta delle olive viene presa di mira
di Alessandro Ferrari — 9 Luglio 2025 Si è da poco concluso il primo congresso di agroecologia del Mediterraneo, movimento che ha espresso vicinanza per la situazione dei contadini nei Territori occupati. Tra le violenze dei coloni e i blocchi imposti dall’esercito israeliano, l’accesso ai terreni e l’agricoltura sono sempre più difficili. Lo testimonia il settore dell’olivicoltura, vessato per la sua importanza culturale ed economica. Nel 2024 quasi la metà dei contadini palestinesi non è riuscito a raccogliere le olive.
June 19, 2026
ACS italia
L’AGRICIDIO IN PALESTINA – IL REPORT CONCLUSIVO
LEGGI, SCARICA E DIFFONDI IL REPORT COMPLETO Nel 2025, vivere e lavorare nelle aree rurali della Cisgiordania è diventato sempre più difficile per migliaia di famiglie palestinesi e beduine. Secondo i dati raccolti sul campo, nel corso dell’anno sono stati registrati circa 6.120 episodi di violenza che hanno colpito comunità già fortemente vulnerabili, mettendo a rischio non solo la loro sicurezza, ma anche la possibilità di continuare a vivere e produrre sui propri territori. Sfollamenti forzati, incursioni militari, attacchi fisici, intimidazioni e demolizioni fanno parte di una pressione costante che si manifesta anche attraverso la distruzione di abitazioni e infrastrutture agricole, la confisca di terreni, la chiusura di strade e aree di pascolo, il danneggiamento di proprietà private e lo sradicamento di migliaia di alberi. A essere colpiti non sono soltanto gli spazi di vita, ma anche i mezzi di sostentamento delle comunità. Le restrizioni all’accesso alla terra e alle risorse idriche, insieme al furto e all’uccisione di bestiame, compromettono quotidianamente attività essenziali come la pastorizia e l’agricoltura su piccola scala, da cui dipendono molte famiglie per il proprio reddito e la propria sicurezza alimentare. Il quadro che emerge è quello di una pressione sistematica che incide profondamente sulle condizioni economiche, sociali e umanitarie delle comunità palestinesi più marginalizzate, alimentando dinamiche di sfollamento progressivo e trasformazione demografica dei territori. Una situazione che solleva serie preoccupazioni rispetto alla tutela dei civili sotto occupazione e al rispetto di diritti fondamentali come l’accesso alla terra, all’abitazione, all’istruzione, al lavoro e alla libertà di movimento. Tra i settori maggiormente colpiti c’è quello olivicolo, da sempre simbolo del legame tra le comunità palestinesi e la propria terra, oltre che pilastro dell’economia rurale locale. Migliaia di famiglie dipendono infatti dalla produzione di olive e olio d’oliva, una risorsa che continua a essere oggetto di attacchi e restrizioni nell’ambito delle più ampie dinamiche di appropriazione territoriale.ù Per approfondire dati, analisi e testimonianze raccolte sul campo 👇 LEGGI, SCARICA E DIFFONDI IL REPORT COMPLETO
June 19, 2026
ACS italia
In Cisgiordania, gli agricoltori sono sotto attacco israeliano
> Dall’articolo di Annaflavia Merluzzi per jacobin.com In Cisgiordania la resistenza passa dai campi: gli agricoltori palestinesi sotto pressione tra confische e attacchi Nella valle a sud-est di Nablus, in Cisgiordania occupata, le comunità palestinesi di Beit Furik e Beit Dajan stanno cercando di difendere il proprio futuro coltivando la terra. Ma quella che potrebbe sembrare una normale attività agricola è diventata, negli ultimi anni, una forma di resistenza quotidiana contro l’espansione degli insediamenti israeliani, la violenza dei coloni e le restrizioni imposte dall’occupazione. Qui vivono circa 28.000 persone. Le due cittadine sono raggiungibili attraverso un unico checkpoint, spesso presidiato non solo dall’esercito israeliano ma anche dai coloni. Intorno ai centri abitati si estende una costellazione di insediamenti e avamposti militari che, negli ultimi anni, si è progressivamente allargata fino a circondare gran parte del territorio palestinese. Secondo la suddivisione prevista dagli Accordi di Oslo, i centri urbani ricadono nell’Area A, mentre gran parte delle terre agricole si trova nelle Aree B e C. È proprio l’Area C, circa 1.600 ettari di territorio, ad aver subito le conseguenze più pesanti dopo il 7 ottobre 2023. Gran parte di queste terre è infatti diventata inaccessibile ai palestinesi, che hanno perso pascoli, campi coltivabili e fonti di sostentamento. «Israele applica una normativa secondo cui una terra palestinese non coltivata per dieci anni può essere dichiarata proprietà statale e confiscata», spiega Fares Nasasrah, sindaco di Beit Furik. «Il problema è che spesso siamo proprio noi a essere impediti nell’accesso a quei terreni dai coloni o dall’esercito. Le terre restano incolte non per scelta, ma perché non ci è consentito raggiungerle. La perdita delle terre si è sommata a un’altra crisi. Migliaia di lavoratori palestinesi che in passato trovavano impiego in Israele non possono più attraversare i checkpoint e hanno perso il proprio reddito. Di fronte a questa doppia emergenza, le amministrazioni locali hanno deciso di puntare sull’agricoltura. Negli ultimi due anni è stato avviato un ampio progetto di recupero delle terre disponibili nell’Area B. Campi precedentemente utilizzati solo per coltivazioni stagionali o per il pascolo sono stati trasformati in serre, aziende agricole biologiche e orti produttivi. Sono nate coltivazioni di fragole, pomodori e ortaggi, creando opportunità di lavoro per circa ottocento persone rimaste disoccupate. Per molti abitanti si è trattato di un ritorno alle proprie radici. «Non avevo mai lavorato la terra professionalmente», racconta un agricoltore oggi impiegato nelle serre di pomodori. «Ma la conoscenza della coltivazione fa parte della nostra tradizione familiare. Quando ho perso il lavoro, tornare ai campi è stato quasi naturale.» Anche la coltivazione dell’akoub, una pianta spontanea molto utilizzata nella cucina palestinese e tipica delle alture del nord della Cisgiordania, è diventata un simbolo di resilienza. Temendo di perdere definitivamente l’accesso alle aree dove cresce spontaneamente, alcune comunità hanno iniziato a riprodurla attraverso vivai e nuove coltivazioni. Il progetto si basa su un modello di economia circolare che mira a garantire autosufficienza alimentare e occupazionale. I prodotti vengono consumati localmente e le eccedenze vendute nei mercati vicini, reinvestendo le risorse all’interno della comunità. La sfida, tuttavia, non riguarda soltanto la terra. Anche l’accesso all’acqua e all’energia è diventato un terreno di scontro. Le prime infrastrutture idriche costruite dai residenti sono state danneggiate. Due pozzi sotterranei realizzati dalla comunità sono stati riempiti di cemento, secondo le testimonianze raccolte sul posto. Per questo motivo, insieme alla Palestine Agricultural Development Association (PARC), gli abitanti hanno raccolto fondi per costruire una nuova rete di distribuzione dell’acqua e due grandi cisterne di accumulo. «Le cisterne sono uno degli obiettivi principali degli attacchi», spiega Nasasrah. «Chi vuole fermare questo progetto sa che colpire l’acqua significa mettere a rischio tutto il sistema.» Anche l’energia elettrica rappresenta una criticità. La fornitura proveniente dalla rete israeliana viene considerata insufficiente e soggetta a frequenti interruzioni. Per ridurre la dipendenza esterna, negli ultimi anni sono stati installati diversi impianti fotovoltaici che consentono oggi di coprire una parte significativa del fabbisogno energetico locale. Nonostante questi risultati, il progetto continua a svilupparsi in un contesto di forte insicurezza. Secondo le autorità locali, negli ultimi due anni si sono verificati decine di attacchi contro agricoltori, terreni e infrastrutture agricole. I coloni vengono accusati di impedire regolarmente l’accesso ai campi, mentre le incursioni dell’esercito nelle aree palestinesi restano frequenti. «Non cercano soltanto di sottrarci la terra», afferma il sindaco. «Tentano di rendere impossibile la vita quotidiana, colpendo direttamente i mezzi attraverso cui le persone sopravvivono.» Per contrastare questa pressione, le comunità hanno cercato di rafforzare ulteriormente la propria autonomia. Con il sostegno di organizzazioni locali e internazionali sono stati avviati programmi di orti familiari destinati alle famiglie che vivono nei centri abitati, in particolare alle donne che spesso evitano di recarsi nelle campagne per timore delle aggressioni. Sono inoltre in fase di sviluppo cooperative agricole femminili e piccoli progetti di allevamento, pensati per garantire nuove fonti di reddito e maggiore indipendenza economica. In una regione dove il controllo del territorio è al centro del conflitto, coltivare la terra assume un significato che va ben oltre la produzione agricola. Per molte famiglie palestinesi rappresenta la possibilità di rimanere nei luoghi in cui sono cresciute e di preservare un legame considerato essenziale per la propria identità. «Il rapporto con la terra è una parte fondamentale di ciò che siamo», conclude Nasasrah. «Per noi coltivarla è una forma di resistenza non violenta che ci permette di continuare a vivere nelle nostre case e nella valle a cui apparteniamo.»   Leggi qui la versione inglese
June 8, 2026
ACS italia
PROGETTO LAND – Spring School
CINEMA in VERDE e ACS ONG prestano: PROGETTO LAND – Spring School In Conferenza stampa, domani mercoledì 29 aprile 2026, ore 12:30 Sala del Carroccio – Campidoglio, Roma PROGETTO LAND è un progetto di formazione audiovisiva e cinematografica per giovani palestinesi. Un programma di due mesi con lezioni teoriche, workshop e momenti di produzione, con l’obiettivo di accompagnare i partecipanti nella realizzazione di cortometraggi che saranno presentati nella prossima edizione del festival, a settembre. LAND è la Spring School gratuita dedicata a tredici giovani aspiranti filmmakers provenienti dalla Cisgiordania e da Gaza, un progetto nato dalla convinzione che il cinema possa essere uno strumento concreto di solidarietà, opportunità professionale, dialogo e denuncia. Nato all’interno del Festival Cinema In Verde, reso possibile da una campagna di crowdfunding – che ha coperto i costi di viaggio, assicurazioni e procedure di ingresso in Italia – e da una rete spontanea di famiglie romane che ha offerto ospitalità per l’intera durata della spring school, LAND offre due mesi di formazione, laboratori, masterclass e produzione audiovisiva. L’obiettivo è la realizzazione di cortometraggi autoriali che saranno presentati a settembre durante la quarta edizione di Cinema In Verde, la prima rassegna cinematografica romana dedicata all’ambiente e alle connessioni con il sociale. Alla conferenza di mercoledì intervengono: •⁠ ⁠Roberto Gualtieri, Sindaco di Roma •⁠ ⁠Massimiliano Smeriglio, Assessore alla Cultura – Comune di Roma •⁠ ⁠Sabrina Alfonsi, Assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti – Comune di Roma •⁠ ⁠Antonella Polimeni, Rettrice Sapienza Università di Roma •⁠ ⁠Simonetta Lombardo, CEO Silverback – Cinema In Verde •⁠ ⁠Meri Calvelli, Responsabile Paese Palestina di ACS ONG, insieme agli studenti e alle studentesse di LAND •⁠ ⁠Laura Negrini, Direttrice IED Roma •⁠ ⁠Matteo Rovere, CEO di Groenlandia – società del Gruppo Banijay •⁠ ⁠Fabio Attorre, Direttore dell’Orto Botanico e professore – Sapienza Università di Roma Si ringraziano Zen2030, NaturaSì e Intercultura per il sostegno al progetto.
April 28, 2026
ACS italia
Global Sumud Flotilla: una mobilitazione dal basso.
È partita dal porto di Augusta la nuova missione della Global Sumud Flotilla. Decine di imbarcazioni sono dirette verso Gaza con l’obiettivo di rompere il blocco, riaprire un corridoio umanitario e mantenere alta l’attenzione su un genocidio che continua a consumarsi mentre il conflitto si espande a livello internazionale. La forza della Flotilla sta nel suo essere un movimento internazionale dal basso, capace di tenere insieme attivisti, operatori umanitari, giornalisti e persone comuni provenienti da contesti diversi ma unite dalla stessa urgenza: proporre un’alternativa alla ricostruzione coloniale di stampo trumpiano, quella di una ricostruzione dal basso, solidale e mutualistica, costruita insieme alle persone di Gaza e della Palestina, sulla loro terra. ACS ONG ha contribuito alle fasi preparatorie di questa missione, sostenendo reti, relazioni e progettualità costruite negli anni dentro e fuori la Striscia. Un lavoro che si inserisce in un impegno più ampio, quello di rendere possibile l’accesso, rafforzare la cooperazione, mantenere vive le reti di solidarietà e costruire narrazioni alternative a quelle dominanti. Accanto alla traversata via mare, la mobilitazione si è costruita nei territori. A Bari, il 4 aprile, la partenza del contingente pugliese è stata accompagnata da una giornata pubblica alla spiaggia di Pane e Pomodoro. Musica, incontri, interventi, un market solidale e momenti di confronto che hanno trasformato l’attesa in partecipazione. ACS ONG ha sostenuto e rilanciato l’iniziativa, contribuendo a costruire uno spazio collettivo capace di tenere insieme informazione, solidarietà e attivazione. La missione 2026 segna un passaggio ulteriore, non solo consegna di aiuti, ma presenza prolungata. Medici, educatori, costruttori pronti a restare, a lavorare dentro un territorio devastato, a partecipare ai processi di ricostruzione insieme alla popolazione locale. Un cambio di prospettiva che nasce dalle richieste che arrivano direttamente da Gaza. I rischi restano, le missioni precedenti sono state intercettate, gli attivisti arrestati, le imbarcazioni bloccate. Eppure, ciò che emerge è la persistenza di una rete che continua a muoversi, a interrogarsi, a ridefinire le proprie strategie senza arretrare sul piano politico. La Flotilla è in questo senso molto più di una missione, è un dispositivo collettivo che prova a rompere isolamento e complicità, e che chiama tutt3 a fare la propria parte.   Francesca Nardi di Gaza Freestyle Festival, poco prima di salpare. Foto di Lidia Ginestra Giuffrida. Foto in evidenza di Lidia Ginestra Giuffrida. Continua su: https://www.fanpage.it/esteri/salpata-verso-gaza-la-nuova-missione-della-flotilla-proviamo-a-tornare-in-un-posto-che-consideriamo-casa/ https://www.fanpage.it/  
April 27, 2026
ACS italia
Gaza Cola arriva nei punti vendita Unicoop Firenze
In vendita in settanta punti vendita Unicoop Firenze: il 5% del ricavato di vendita sostiene il progetto Gazaweb di ACS ONG per garantire connettività e accesso alle comunicazioni alla popolazione palestinese. di Sara Barbanera su Informatore Gaza Cola arriva nei punti vendita di Unicoop Firenze: l’iconica lattina nata nel 2023 da un’idea dell’attivista e regista palestinese Osama Qashoo, da oggi è disponibile sugli scaffali dei principali Coop.fi in Toscana – settanta in totale – nella doppia versione normale e senza zucchero. Un prodotto che va ben oltre il gusto Parte del ricavato sostiene il progetto GazaWeb, promosso dalla ONG ACS – Associazione di cooperazione e solidarietà Onlus – per garantire alla popolazione civile connettività e accesso alle comunicazioni nella Palestina devastata dal conflitto. Per ogni lattina venduta, il 5% del ricavato di vendita verrà devoluto al progetto GazaWeb, nato per sostenere le comunità vulnerabili del territorio palestinese dove gli attacchi diretti alle infrastrutture di telecomunicazione civili, le restrizioni all’accesso all’elettricità e le interruzioni tecniche dei servizi di telecomunicazione rendono impossibile qualsiasi comunicazione e l’accesso a Internet. Senza internet, senza telefono, in una situazione di guerra, le comunità perdono la loro possibilità di rimanere unite: per rompere il muro di isolamento e mantenere i contatti all’interno delle comunità, è nato GazaWeb, un progetto collettivo realizzato da un gruppo di informatici volontari.  Attraverso l’utilizzo di e-sim, smartphone, power bank, il progetto aggira il blackout, captando i segnali radio per connettersi alle reti presenti in Israele o Egitto. Una soluzione partita dal basso per fornire una rete di comunicazione e informazione alla popolazione locale. > Come contribuire al progetto Gaza Web > > Si può contribuire al progetto GazaWeb anche donando direttamente > al crowdfunding “Fai crescere gli Alberi della rete a Gaza” attivo al > link coopfi.info/sostienigazaweb L’iniziativa è stata presentata venerdì 17 aprile presso il Coop.fi di Novoli, a Firenze, alla presenza di Osama Qashoo, fondatore di Gaza Cola, Manolo Luppichini, referente media per ACS e coordinatore della piattaforma GazaWeb, Francesca Gatteschi, direttrice soci Unicoop Firenze e di Claudio Vanni, responsabile relazioni esterne Unicoop Firenze. Un sostegno concreto al popolo di Gaza «Con questa iniziativa vogliamo far arrivare la nostra vicinanza e il nostro sostegno concreto alla popolazione di Gaza, martoriata da un conflitto senza fine e colpita da una crisi umanitaria sempre più grave. Da oggi sui nostri scaffali è in vendita la Gaza Cola, un simbolo di resistenza, speranza e libertà attraverso il quale è possibile dare un sostegno concreto alla popolazione civile e al progetto GazaWeb, nato per riaccendere il filo che connette Gaza al mondo. Per non restare indifferenti di fronte alla violenza che dilaga nella Striscia di Gaza, lanciamo questa nuova iniziativa che si aggiunge a quanto già fatto a sostegno del popolo palestinese con le raccolte alimentari e la raccolta fondi per le borse di studio per gli studenti palestinesi. Invitiamo tutti i nostri soci e clienti a dare un piccolo sostegno con l’acquisto di Gaza Cola, disponibile da oggi in oltre settanta Coop.fi», dichiara Francesca Gatteschi, direttrice soci Unicoop Firenze. Un simbolo di libertà e resistenza  «Il nostro viaggio è iniziato con una semplice idea: e se ogni sorso che fai potesse aiutare a ricostruire Gaza? Da qui, da questo pensiero, è nata Gaza Cola. L’idea è offrire una bevanda frizzante che, oltre a dissetare, porti con sé un messaggio di solidarietà e resistenza, facilmente accessibile a tutti. Per noi è come un “piccolo cavallo di Troia” che, attraverso una semplice lattina, diffonde il nome di Gaza nel mondo, promuovendo la ricostruzione e opponendosi alla distruzione. La Gaza Cola rappresenta un simbolo di libertà e un mezzo attraverso il quale tutti, con un piccolo contributo, possono dare un sostegno alla popolazione palestinese. Oltre all’aiuto diretto in questa fase di estrema emergenza umanitaria, il progetto Gaza Cola ha l’obiettivo di promuovere l’indipendenza economica palestinese attraverso un prodotto che rappresenti un esempio di “commercio e non di aiuto”. Ringraziamo Unicoop Firenze per avere aperto le porte a Gaza Cola, dando così un importante sostegno al progetto», dichiara Osama Qashoo, fondatore di Gaza Cola. «Quello di GazaWeb dimostra che l’ingegno collettivo può far rinascere l’umanità, anche sopra alle macerie e dentro una catastrofe umanitaria di proporzioni inimmaginabili come quella che è in corso a Gaza: è un progetto collettivo, promosso dalla ONG ACS e nato realizzato da una rete di intelligenze che si impegnano per fare la differenza e che hanno lavorato con mezzi di fortuna ma con la volontà di superare ogni difficoltà e ogni embargo per garantire alla popolazione i contatti con il mondo e dentro le comunità. È un’iniziativa che vuole ripristinare le connessioni, soprattutto quelle umane, e abbattere il muro di isolamento che circonda Gaza. Il progetto è partito con un primo aiuto economico, un crowdfunding e, ora, potrà beneficiare di nuovi aiuti grazie alla vendita di Gaza Cola nella rete di Unicoop Firenze che ringraziamo per avere accolto la proposta di collaborazione», dichiara Manolo Luppichini, referente media per ACS e coordinatore della piattaforma GazaWeb. La storia di Gaza Cola Gaza Cola è una bevanda analcolica al gusto cola nata nel 2023 da un’idea dell’attivista e regista palestinese, rifugiato a Londra dal 2003, Osama Qashoo attraverso la Palestine House, una realtà di Londra che sostiene la comunità palestinese in tutto il mondo. Gaza Cola, che esiste in doppia versione normale e senza zucchero, viene distribuita in Italia da Equodistro di cui Osama Qashoo (fondatore di Palestinian House) fa parte come garante del progetto. Originariamente i fondi raccolti tramite la vendita di questa bevanda erano devoluti alla ricostruzione dell’ospedale Al Karama, ma questo obiettivo è stato reso impossibile dal perpetuarsi del conflitto. Per ora quindi i fondi vanno a sostenere presidi sanitari e tende da campo che operano nella Striscia, ma è Palestine House che determina di volta in volta questa parte di benefit. Equodistro, che la distribuisce in Italia, ha deciso di nascere per “raddoppiare la solidarietà” e destina invece i ricavi alla ong ACS per sostenere progetti vitali come GazaWeb (connettività sotto i bombardamenti), SOS Gaza (assistenza medica di emergenza), 100x100Gaza (ricostruzione dal basso), Olivi cultura di pace (difesa e rigenerazione del territorio). È un prodotto nato come segno di solidarietà con il popolo palestinese: la lattina è contraddistinta dai colori della bandiera palestinese, le strisce verdi, bianche e nere, su cui svetta un triangolo rosso ed ha come claim “il gusto della libertà”: è diventata un simbolo di resistenza ma anche un prodotto per dare un sostegno diretto e concreto alla popolazione palestinese. La vendita nei Coop.fi andrà a sostenere il progetto GazaWeb.   Il progetto GazaWeb Da inizio ottobre 2023 ad oggi il traffico internet a Gaza è diminuito di oltre l’80%. Le interruzioni sono state causate da una combinazione di attacchi diretti alle infrastrutture di telecomunicazione civili, restrizioni all’accesso all’elettricità e interruzioni tecniche dei servizi di telecomunicazione. L’accesso universale alla comunicazione, alle fonti di informazione e all’interazione attraverso la rete telefonica e internet è un diritto riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma a Gaza è costantemente negato. Per contrastare l’embargo e attivare sistemi di comunicazione stabile con Gaza, la ong ACS ha lanciato il progetto Gazaweb. L’ambizione di GazaWeb è di progettare un sistema complesso per garantire accesso universale alla comunicazione alle comunità vulnerabili e nei casi di emergenza umanitaria, a Gaza come in altri scenari di crisi internazionale. Le situazioni dove il diritto di accesso universale alla comunicazione è negato si contano a dozzine, infatti, e Gaza è solo la più macroscopica delle violazioni dei diritti umani digitali in corso. Un comitato tecnico di professionisti del settore comunicazione, informatico e legale, coordinato dalla ong ACS, ha individuato alcune opzioni per fornire accesso agli strumenti di comunicazione a una parte della popolazione gazawi. eSIM hotspot: gli alberi della rete L’intervento di emergenza più rapido sul quale GazaWeb sta investendo risorse e raccogliendo i primi incoraggianti risultati sono gli eSIM – hotspots, ovvero gli Alberi della Rete. ACS ha intenzione di “piantare” un buon numero di Alberi della Rete nei campi profughi e nelle altre aree dove le reti telefoniche non sono accessibili. Una serie di cellulari di ultima generazione consentono il collegamento ai network internazionali anche con le eSIM, carte sim virtuali che (tramite l’attivazione di un codice) svolgono le stesse funzioni di una SIMcard tradizionale. Inviando il codice di attivazione eSIM a chi possiede uno di questi apparecchi, si possono attivare collegamenti alle reti cellulari egiziane o israeliane dall’interno della striscia di Gaza. La ong ACS ha allestito, in coordinamento con i propri cooperanti presenti a Gaza, una serie hot-spot via wi-fi connessi a internet tramite eSIM, ognuno dei quali permette la connessione a 50 ulteriori apparecchi. In questo modo anche chi non è in possesso di cellulari di ultima generazione può agganciarsi a internet tramite il segnale wi-fi irradiato dall’Albero della Rete. Mentre nell’area costiera la connessione si aggancia a livello stradale, nelle aree interne bisogna elevare l’apparecchio ricevente di diversi metri per entrare nel campo di irradiazione. Ma i “giardinieri della rete” a Gaza hanno escogitato uno stratagemma: una volta attivati, infilano i cellulari che forniscono il wi-fi in un cestello insieme al powerbank e, tramite corda e carrucola, vengono issati su un palo, alto abbastanza da consentire la connessione. Questa strategia non è solo mirata a mantenere aperto un flusso d’informazione da Gaza verso il resto del mondo. L’impatto fondamentale degli Alberi della Rete ricade sulla popolazione stessa, per mantenere saldi i legami sociali fra chi vive una condizione catastrofica e ha bisogno di comunicare con i propri affetti, sparpagliati sotto le bombe nelle diverse aree abitate della striscia. Più eSIM si riescono ad attivare, più si infittisce il bosco degli Alberi della Rete e le relative connessioni. GaSH! – GaWeb Social Hub Dopo la tregua dell’ottobre 2025, Gazaweb trasforma l’emergenza in futuro. Nascono i Gazaweb Social Hub (GASH): due centri fissi a Gaza City e all’università di Khan Younis. Il contesto è devastato: infrastrutture accademiche e reti di comunicazione distrutte, migliaia di studenti senza internet né spazi per studiare. Gli hotspot di emergenza avevano mostrato che la connettività è vita – per l’educazione, per gli aiuti, per i legami familiari. Ora l’obiettivo è restituire accesso stabile allo studio, alla comunicazione e alla connettività digitale tramite la creazione di due centri tecnologici permanenti. I GaSH offriranno ambienti sicuri, connessione affidabile per lezioni online ed esami, e formeranno tecnici locali per la gestione della rete. Perché gli studenti sono il cuore della ricostruzione culturale e professionale del paese. Così, mentre il mare continua a portare storie di flotille e resistenza, a est il sole sorge davvero: su due luci accese che dicono Gaza non è solo macerie. Gaza studia, Gaza vive. I punti vendita dove trovare la Gaza Cola Firenze Coverciano, Colle di val d’Elsa, San Casciano in Val di Pesa, Siena Frondaie, Barberino d.M., Firenze Cimabue, Firenze Carlo del Prete, Bientina, Firenze Gavinana, Agliana, Empoli via Sanzio, Pontedera via Terracini, Prato via delle Pleiadi, Monsummano Terme, Montemurlo, Quarrata, Santa Mari a Monte, Firenze via Forlanini, Figline e Incisa Valdarno, Certaldo, Pisa Porta a Mare, Lucca viale Puccini, Firenze Ponte a Greve, Firenze piazza Leopoldo, Pontassieve, Poggibonsi via Salceto, Borgo San Lorenzo, Firenze Le Piagge, Castelfiorentino, Pistoia viale Adua, Fucecchio, San Giovanni V.no, Sansepolcro, Lucca via di Tiglio, Prato Fabbricone, San Miniato, Sesto via Pratese, Campi Bisenzio, Massa e Cozzile, Lastra a Signa, Arezzo viale Amendola, Montevarchi via dell’Oleandro, Centro dei Borghi, Sesto Fiorentino viale Petrosa, Sovigliana, Sesto F.no Colonnata, Pisa Cisanello, Ponsacco, Impruneta, Firenze Isolotto, Empoli via della Repubblica, Asciano, Bibbiena, Buonconvento, Chianciano,Chiusi, Camucia, Foiano, Montesansavino, Monteroni d’Arbia, San Gimignano, Sinalunga, Torrita di Siena, Castiglion Fiorentino, Siena San Miniato, Taverne d’Arbia,Rosia, Subbiano, Terranuova Bracciolini, Stia.   Ne hanno scritto anche: La Nazione; Il Tirreno; Nove da Firenze
April 20, 2026
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