Source - ACS italia
PROGETTO LAND – Spring School
CINEMA in VERDE e ACS ONG prestano:
PROGETTO LAND – Spring School
In Conferenza stampa, domani mercoledì 29 aprile 2026, ore 12:30
Sala del Carroccio – Campidoglio, Roma
PROGETTO LAND è un progetto di formazione audiovisiva e cinematografica per
giovani palestinesi. Un programma di due mesi con lezioni teoriche, workshop e
momenti di produzione, con l’obiettivo di accompagnare i partecipanti nella
realizzazione di cortometraggi che saranno presentati nella prossima edizione
del festival, a settembre.
LAND è la Spring School gratuita dedicata a tredici giovani aspiranti filmmakers
provenienti dalla Cisgiordania e da Gaza, un progetto nato dalla convinzione che
il cinema possa essere uno strumento concreto di solidarietà, opportunità
professionale, dialogo e denuncia.
Nato all’interno del Festival Cinema In Verde, reso possibile da una campagna di
crowdfunding – che ha coperto i costi di viaggio, assicurazioni e procedure di
ingresso in Italia – e da una rete spontanea di famiglie romane che ha offerto
ospitalità per l’intera durata della spring school, LAND offre due mesi di
formazione, laboratori, masterclass e produzione audiovisiva.
L’obiettivo è la realizzazione di cortometraggi autoriali che saranno presentati
a settembre durante la quarta edizione di Cinema In Verde, la prima rassegna
cinematografica romana dedicata all’ambiente e alle connessioni con il sociale.
Alla conferenza di mercoledì intervengono:
• Roberto Gualtieri, Sindaco di Roma
• Massimiliano Smeriglio, Assessore alla Cultura – Comune di Roma
• Sabrina Alfonsi, Assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti –
Comune di Roma
• Antonella Polimeni, Rettrice Sapienza Università di Roma
• Simonetta Lombardo, CEO Silverback – Cinema In Verde
• Meri Calvelli, Responsabile Paese Palestina di ACS ONG, insieme agli
studenti e alle studentesse di LAND
• Laura Negrini, Direttrice IED Roma
• Matteo Rovere, CEO di Groenlandia – società del Gruppo Banijay
• Fabio Attorre, Direttore dell’Orto Botanico e professore – Sapienza
Università di Roma
Si ringraziano Zen2030, NaturaSì e Intercultura per il sostegno al progetto.
Global Sumud Flotilla: una mobilitazione dal basso.
È partita dal porto di Augusta la nuova missione della Global Sumud Flotilla.
Decine di imbarcazioni sono dirette verso Gaza con l’obiettivo di rompere il
blocco, riaprire un corridoio umanitario e mantenere alta l’attenzione su un
genocidio che continua a consumarsi mentre il conflitto si espande a livello
internazionale.
La forza della Flotilla sta nel suo essere un movimento internazionale dal
basso, capace di tenere insieme attivisti, operatori umanitari, giornalisti e
persone comuni provenienti da contesti diversi ma unite dalla stessa urgenza:
proporre un’alternativa alla ricostruzione coloniale di stampo trumpiano, quella
di una ricostruzione dal basso, solidale e mutualistica, costruita insieme alle
persone di Gaza e della Palestina, sulla loro terra.
ACS ONG ha contribuito alle fasi preparatorie di questa missione, sostenendo
reti, relazioni e progettualità costruite negli anni dentro e fuori la Striscia.
Un lavoro che si inserisce in un impegno più ampio, quello di rendere possibile
l’accesso, rafforzare la cooperazione, mantenere vive le reti di solidarietà e
costruire narrazioni alternative a quelle dominanti.
Accanto alla traversata via mare, la mobilitazione si è costruita nei territori.
A Bari, il 4 aprile, la partenza del contingente pugliese è stata accompagnata
da una giornata pubblica alla spiaggia di Pane e Pomodoro. Musica, incontri,
interventi, un market solidale e momenti di confronto che hanno trasformato
l’attesa in partecipazione. ACS ONG ha sostenuto e rilanciato l’iniziativa,
contribuendo a costruire uno spazio collettivo capace di tenere insieme
informazione, solidarietà e attivazione.
La missione 2026 segna un passaggio ulteriore, non solo consegna di aiuti, ma
presenza prolungata. Medici, educatori, costruttori pronti a restare, a lavorare
dentro un territorio devastato, a partecipare ai processi di ricostruzione
insieme alla popolazione locale. Un cambio di prospettiva che nasce dalle
richieste che arrivano direttamente da Gaza.
I rischi restano, le missioni precedenti sono state intercettate, gli attivisti
arrestati, le imbarcazioni bloccate. Eppure, ciò che emerge è la persistenza di
una rete che continua a muoversi, a interrogarsi, a ridefinire le proprie
strategie senza arretrare sul piano politico.
La Flotilla è in questo senso molto più di una missione, è un dispositivo
collettivo che prova a rompere isolamento e complicità, e che chiama tutt3 a
fare la propria parte.
Francesca Nardi di Gaza Freestyle Festival, poco prima di salpare. Foto di Lidia
Ginestra Giuffrida.
Foto in evidenza di Lidia Ginestra Giuffrida.
Continua su:
https://www.fanpage.it/esteri/salpata-verso-gaza-la-nuova-missione-della-flotilla-proviamo-a-tornare-in-un-posto-che-consideriamo-casa/
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Gaza Cola arriva nei punti vendita Unicoop Firenze
In vendita in settanta punti vendita Unicoop Firenze: il 5% del ricavato di
vendita sostiene il progetto Gazaweb di ACS ONG per garantire connettività e
accesso alle comunicazioni alla popolazione palestinese.
di Sara Barbanera su Informatore
Gaza Cola arriva nei punti vendita di Unicoop Firenze: l’iconica lattina nata
nel 2023 da un’idea dell’attivista e regista palestinese Osama Qashoo, da oggi
è disponibile sugli scaffali dei principali Coop.fi in Toscana – settanta in
totale – nella doppia versione normale e senza zucchero.
Un prodotto che va ben oltre il gusto
Parte del ricavato sostiene il progetto GazaWeb, promosso dalla ONG ACS –
Associazione di cooperazione e solidarietà Onlus – per garantire alla
popolazione civile connettività e accesso alle comunicazioni nella Palestina
devastata dal conflitto.
Per ogni lattina venduta, il 5% del ricavato di vendita verrà devoluto al
progetto GazaWeb, nato per sostenere le comunità vulnerabili del territorio
palestinese dove gli attacchi diretti alle infrastrutture di telecomunicazione
civili, le restrizioni all’accesso all’elettricità e le interruzioni
tecniche dei servizi di telecomunicazione rendono impossibile
qualsiasi comunicazione e l’accesso a Internet.
Senza internet, senza telefono, in una situazione di guerra, le comunità perdono
la loro possibilità di rimanere unite: per rompere il muro di isolamento e
mantenere i contatti all’interno delle comunità, è nato GazaWeb, un progetto
collettivo realizzato da un gruppo di informatici volontari. Attraverso
l’utilizzo di e-sim, smartphone, power bank, il progetto aggira il blackout,
captando i segnali radio per connettersi alle reti presenti in Israele o Egitto.
Una soluzione partita dal basso per fornire una rete di comunicazione e
informazione alla popolazione locale.
> Come contribuire al progetto Gaza Web
>
> Si può contribuire al progetto GazaWeb anche donando direttamente
> al crowdfunding “Fai crescere gli Alberi della rete a Gaza” attivo al
> link coopfi.info/sostienigazaweb
L’iniziativa è stata presentata venerdì 17 aprile presso il Coop.fi di Novoli, a
Firenze, alla presenza di Osama Qashoo, fondatore di Gaza Cola, Manolo
Luppichini, referente media per ACS e coordinatore della piattaforma
GazaWeb, Francesca Gatteschi, direttrice soci Unicoop Firenze e di Claudio
Vanni, responsabile relazioni esterne Unicoop Firenze.
Un sostegno concreto al popolo di Gaza
«Con questa iniziativa vogliamo far arrivare la nostra vicinanza e il nostro
sostegno concreto alla popolazione di Gaza, martoriata da un conflitto senza
fine e colpita da una crisi umanitaria sempre più grave. Da oggi sui nostri
scaffali è in vendita la Gaza Cola, un simbolo di resistenza, speranza e libertà
attraverso il quale è possibile dare un sostegno concreto alla popolazione
civile e al progetto GazaWeb, nato per riaccendere il filo che connette Gaza al
mondo. Per non restare indifferenti di fronte alla violenza che dilaga nella
Striscia di Gaza, lanciamo questa nuova iniziativa che si aggiunge a quanto già
fatto a sostegno del popolo palestinese con le raccolte alimentari e la raccolta
fondi per le borse di studio per gli studenti palestinesi. Invitiamo tutti i
nostri soci e clienti a dare un piccolo sostegno con l’acquisto di Gaza Cola,
disponibile da oggi in oltre settanta Coop.fi», dichiara Francesca Gatteschi,
direttrice soci Unicoop Firenze.
Un simbolo di libertà e resistenza
«Il nostro viaggio è iniziato con una semplice idea: e se ogni sorso che fai
potesse aiutare a ricostruire Gaza? Da qui, da questo pensiero, è nata Gaza
Cola. L’idea è offrire una bevanda frizzante che, oltre a dissetare, porti con
sé un messaggio di solidarietà e resistenza, facilmente accessibile a tutti. Per
noi è come un “piccolo cavallo di Troia” che, attraverso una semplice lattina,
diffonde il nome di Gaza nel mondo, promuovendo la ricostruzione e opponendosi
alla distruzione. La Gaza Cola rappresenta un simbolo di libertà e un mezzo
attraverso il quale tutti, con un piccolo contributo, possono dare un sostegno
alla popolazione palestinese. Oltre all’aiuto diretto in questa fase di estrema
emergenza umanitaria, il progetto Gaza Cola ha l’obiettivo di promuovere
l’indipendenza economica palestinese attraverso un prodotto che rappresenti un
esempio di “commercio e non di aiuto”. Ringraziamo Unicoop Firenze per avere
aperto le porte a Gaza Cola, dando così un importante sostegno al progetto»,
dichiara Osama Qashoo, fondatore di Gaza Cola.
«Quello di GazaWeb dimostra che l’ingegno collettivo può far rinascere
l’umanità, anche sopra alle macerie e dentro una catastrofe umanitaria di
proporzioni inimmaginabili come quella che è in corso a Gaza: è un progetto
collettivo, promosso dalla ONG ACS e nato realizzato da una rete di intelligenze
che si impegnano per fare la differenza e che hanno lavorato con mezzi di
fortuna ma con la volontà di superare ogni difficoltà e ogni embargo per
garantire alla popolazione i contatti con il mondo e dentro le comunità. È
un’iniziativa che vuole ripristinare le connessioni, soprattutto quelle umane, e
abbattere il muro di isolamento che circonda Gaza. Il progetto è partito con un
primo aiuto economico, un crowdfunding e, ora, potrà beneficiare di nuovi aiuti
grazie alla vendita di Gaza Cola nella rete di Unicoop Firenze che ringraziamo
per avere accolto la proposta di collaborazione», dichiara Manolo Luppichini,
referente media per ACS e coordinatore della piattaforma GazaWeb.
La storia di Gaza Cola
Gaza Cola è una bevanda analcolica al gusto cola nata nel 2023 da un’idea
dell’attivista e regista palestinese, rifugiato a Londra dal 2003, Osama
Qashoo attraverso la Palestine House, una realtà di Londra che sostiene la
comunità palestinese in tutto il mondo.
Gaza Cola, che esiste in doppia versione normale e senza zucchero, viene
distribuita in Italia da Equodistro di cui Osama Qashoo (fondatore di
Palestinian House) fa parte come garante del progetto. Originariamente i fondi
raccolti tramite la vendita di questa bevanda erano devoluti alla ricostruzione
dell’ospedale Al Karama, ma questo obiettivo è stato reso impossibile dal
perpetuarsi del conflitto.
Per ora quindi i fondi vanno a sostenere presidi sanitari e tende da campo che
operano nella Striscia, ma è Palestine House che determina di volta in volta
questa parte di benefit. Equodistro, che la distribuisce in Italia, ha deciso di
nascere per “raddoppiare la solidarietà” e destina invece i ricavi alla ong ACS
per sostenere progetti vitali come GazaWeb (connettività sotto i
bombardamenti), SOS Gaza (assistenza medica di
emergenza), 100x100Gaza (ricostruzione dal basso), Olivi cultura di pace (difesa
e rigenerazione del territorio).
È un prodotto nato come segno di solidarietà con il popolo palestinese: la
lattina è contraddistinta dai colori della bandiera palestinese, le strisce
verdi, bianche e nere, su cui svetta un triangolo rosso ed ha come claim “il
gusto della libertà”: è diventata un simbolo di resistenza ma anche un prodotto
per dare un sostegno diretto e concreto alla popolazione palestinese. La vendita
nei Coop.fi andrà a sostenere il progetto GazaWeb.
Il progetto GazaWeb
Da inizio ottobre 2023 ad oggi il traffico internet a Gaza è diminuito di oltre
l’80%. Le interruzioni sono state causate da una combinazione di attacchi
diretti alle infrastrutture di telecomunicazione civili, restrizioni all’accesso
all’elettricità e interruzioni tecniche dei servizi di telecomunicazione.
L’accesso universale alla comunicazione, alle fonti di informazione e
all’interazione attraverso la rete telefonica e internet è un diritto
riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma a Gaza è costantemente negato. Per
contrastare l’embargo e attivare sistemi di comunicazione stabile con Gaza,
la ong ACS ha lanciato il progetto Gazaweb.
L’ambizione di GazaWeb è di progettare un sistema complesso per garantire
accesso universale alla comunicazione alle comunità vulnerabili e nei casi
di emergenza umanitaria, a Gaza come in altri scenari di crisi internazionale.
Le situazioni dove il diritto di accesso universale alla comunicazione è negato
si contano a dozzine, infatti, e Gaza è solo la più macroscopica delle
violazioni dei diritti umani digitali in corso.
Un comitato tecnico di professionisti del settore comunicazione, informatico e
legale, coordinato dalla ong ACS, ha individuato alcune opzioni per fornire
accesso agli strumenti di comunicazione a una parte della popolazione gazawi.
eSIM hotspot: gli alberi della rete
L’intervento di emergenza più rapido sul quale GazaWeb sta investendo risorse e
raccogliendo i primi incoraggianti risultati sono gli eSIM – hotspots, ovvero
gli Alberi della Rete. ACS ha intenzione di “piantare” un buon numero di Alberi
della Rete nei campi profughi e nelle altre aree dove le reti telefoniche non
sono accessibili. Una serie di cellulari di ultima generazione consentono il
collegamento ai network internazionali anche con le eSIM, carte sim virtuali che
(tramite l’attivazione di un codice) svolgono le stesse funzioni di una SIMcard
tradizionale.
Inviando il codice di attivazione eSIM a chi possiede uno di questi apparecchi,
si possono attivare collegamenti alle reti cellulari egiziane o
israeliane dall’interno della striscia di Gaza. La ong ACS ha allestito, in
coordinamento con i propri cooperanti presenti a Gaza, una serie hot-spot via
wi-fi connessi a internet tramite eSIM, ognuno dei quali permette la connessione
a 50 ulteriori apparecchi. In questo modo anche chi non è in possesso di
cellulari di ultima generazione può agganciarsi a internet tramite il segnale
wi-fi irradiato dall’Albero della Rete.
Mentre nell’area costiera la connessione si aggancia a livello stradale, nelle
aree interne bisogna elevare l’apparecchio ricevente di diversi metri per
entrare nel campo di irradiazione. Ma i “giardinieri della rete” a Gaza hanno
escogitato uno stratagemma: una volta attivati, infilano i cellulari che
forniscono il wi-fi in un cestello insieme al powerbank e, tramite corda e
carrucola, vengono issati su un palo, alto abbastanza da consentire la
connessione.
Questa strategia non è solo mirata a mantenere aperto un flusso d’informazione
da Gaza verso il resto del mondo. L’impatto fondamentale degli Alberi della Rete
ricade sulla popolazione stessa, per mantenere saldi i legami sociali fra chi
vive una condizione catastrofica e ha bisogno di comunicare con i propri
affetti, sparpagliati sotto le bombe nelle diverse aree abitate della striscia.
Più eSIM si riescono ad attivare, più si infittisce il bosco degli Alberi della
Rete e le relative connessioni.
GaSH! – GaWeb Social Hub
Dopo la tregua dell’ottobre 2025, Gazaweb trasforma l’emergenza in futuro.
Nascono i Gazaweb Social Hub (GASH): due centri fissi a Gaza
City e all’università di Khan Younis. Il contesto è devastato: infrastrutture
accademiche e reti di comunicazione distrutte, migliaia di studenti senza
internet né spazi per studiare. Gli hotspot di emergenza avevano mostrato che la
connettività è vita – per l’educazione, per gli aiuti, per i legami familiari.
Ora l’obiettivo è restituire accesso stabile allo studio, alla comunicazione e
alla connettività digitale tramite la creazione di due centri tecnologici
permanenti. I GaSH offriranno ambienti sicuri, connessione affidabile per
lezioni online ed esami, e formeranno tecnici locali per la gestione della rete.
Perché gli studenti sono il cuore della ricostruzione culturale e professionale
del paese. Così, mentre il mare continua a portare storie di flotille e
resistenza, a est il sole sorge davvero: su due luci accese che dicono Gaza non
è solo macerie. Gaza studia, Gaza vive.
I punti vendita dove trovare la Gaza Cola
Firenze Coverciano, Colle di val d’Elsa, San Casciano in Val di Pesa, Siena
Frondaie, Barberino d.M., Firenze Cimabue, Firenze Carlo del Prete, Bientina,
Firenze Gavinana, Agliana, Empoli via Sanzio, Pontedera via Terracini, Prato via
delle Pleiadi, Monsummano Terme, Montemurlo, Quarrata, Santa Mari a Monte,
Firenze via Forlanini, Figline e Incisa Valdarno, Certaldo, Pisa Porta a Mare,
Lucca viale Puccini, Firenze Ponte a Greve, Firenze piazza Leopoldo,
Pontassieve, Poggibonsi via Salceto, Borgo San Lorenzo, Firenze Le Piagge,
Castelfiorentino, Pistoia viale Adua, Fucecchio, San Giovanni V.no, Sansepolcro,
Lucca via di Tiglio, Prato Fabbricone, San Miniato, Sesto via Pratese, Campi
Bisenzio, Massa e Cozzile, Lastra a Signa, Arezzo viale Amendola, Montevarchi
via dell’Oleandro, Centro dei Borghi, Sesto Fiorentino viale Petrosa,
Sovigliana, Sesto F.no Colonnata, Pisa Cisanello, Ponsacco, Impruneta, Firenze
Isolotto, Empoli via della Repubblica, Asciano, Bibbiena, Buonconvento,
Chianciano,Chiusi, Camucia, Foiano, Montesansavino, Monteroni d’Arbia, San
Gimignano, Sinalunga, Torrita di Siena, Castiglion Fiorentino, Siena San
Miniato, Taverne d’Arbia,Rosia, Subbiano, Terranuova Bracciolini, Stia.
Ne hanno scritto anche:
La Nazione; Il Tirreno; Nove da Firenze
VIK. Quindici anni dall’uccisione di Vittorio Arrigoni
di Meri Calvelli
15 aprile 2011 – 15 aprile 2026. Quindici anni dall’uccisione di Vittorio
Arrigoni a Gaza.
Questo ritratto è stato realizzato da un giovane Abdullah che frequentava il
Centro Vik a Gaza e che vorrebbe “rimanere umano”.
Fu una vicenda tragica l’uccisione di Vittorio, che purtroppo preannunciava la
continuazione di tanti altri orrori.
Vittorio Arrigoni era un attivista italiano per i diritti umani, arrivato la
prima volta a Gaza nel 2008 con la prima e unica Flotilla che riuscì a rompere
il blocco navale imposto da Israele sulle acque palestinesi.
Vittorio era un attivista che usava il reportage come strumento di denuncia. Nei
suoi reportage condannava le azioni militari repressive di Israele, parlava con
le persone e portava all’attenzione la situazione abusante vissuta dalla
popolazione civile palestinese nella Striscia.
Il 14 aprile 2011 fu rapito a Gaza da un gruppo salafita, chiamato Tawhid
wal-Jihad, in contrasto aperto con Hamas, che chiedeva la liberazione di alcuni
loro membri detenuti e lo accusava di essere troppo vicino al sistema politico
occidentale. Vittorio moriva tragicamente prima della scadenza dell’ultimatum.
Ma il suo “Restiamo Umani” vive oggi più che mai.
E’ un appello che trascende confini e ci impone di recuperare la nostra umanità,
come l’unica prospettiva possibile da cui guardare il mondo e l’unica qualità
imprescindibile con cui attraversarlo.
Oggi, all’indomani della partenza della Flotilla e mentre molte altri navi
stanno salpando, ricordiamo Vittorio che sventola la bandiera palestinese dalla
sua barca, e auguriamo Buon Vento alla flotta.
Restiamo Umani.
La Solidarietà Deportata
di Maurizio Giacobbe – Micropolis
Intervista a Meri Calvelli – ACS ONG e Centro Culturale Vik
In questo momento siamo esiliati. Io sono in Giordania, ad Amman, e opero da qua
per continuare a seguire i progetti che abbiamo avviato. In questo momento siamo
esiliati. Io sono in Giordania, ad Amman, e opero da qua per continuare a
seguire i progetti che abbiamo avviato.
Questo dipende dal blocco dei permessi alle Ong che non intendono sottostare
alle richieste di Israele?
Sì, certo, noi avevamo le registrazioni che ci per- mettevano di operare in
Israele e nei territori palestinesi, le avevamo da decenni con il Ministero
degli Affari Sociali israeliano. Lo scorso anno quel ministero è stato cancellato
e sostituito con il Ministero della Diaspora e dell’Antisemitismo e quindi ci
hanno chiesto una nuova registrazio- ne che prevedeva la cessione dei dati dello
staff locale e dei loro familiari.
Una profilazione completa del personale?
Era richiesta una serie di dati sensibili che ci sia- mo rifiutati di cedere;
stiamo facendo pressioni sugli avvocati, però per il momento la situazio- ne è
questa ed è così per tutte le organizzazioni internazionali, a partire dalla
Caritas, da Medici senza frontiere, che in questo momento su Gaza è
l’organizzazione più attiva ed è riuscita a por- tare nella Striscia medici per
coprire la grande necessità di cure. Ora però stanno cominciando a vietarne
l’entrata. E così è per noi. Questo ren- de tutto più difficile: al posto nostro
operano i palestinesi, riescono a farlo perché sono a casa loro, provano a
tenere insieme tutto e noi li so- steniamo da fuori.
Quali sono i progetti che ACS ha portato avanti negli anni?
ACS opera dal 1999 e su tutti e due i territori; io personalmente vivo e lavoro
nella striscia di Gaza e in Cisgiordania da 25 anni. A Gaza si poteva entrare
soltanto con permessi militari già da allora, ma quando è arrivata l’autorità di
Ha- mas, quindi dal 2006, hanno proprio sigillato tutto; noi entravamo perché
c’era un accordo, un visto di lavoro che ce lo permetteva. Abbiamo cominciato
con l’agricoltura – abbia- mo ancora adesso progetti sull’agricoltura con le
varie associazioni di base di contadini, sia in Cisgiordania che a Gaza – e poi
abbiamo nel tempo allargato anche ad altro, in particolare attività educative,
socio educative, psicosociali, di sviluppo, sui rifiuti. I settori da coprire a
Gaza non mancavano sicuramente. Avevamo anche allargato gli scambi culturali con
le università, con gli Erasmus, avevamo tantissime attività sportive,
soprattutto rivolte ai giovani, per i quali in genere non c’era molta
attenzione. Ne è un esempio il progetto Gaza Freestyle. Quando ancora era
possibile far entrare a Gaza ragazzi e ragazze per fare attività con i giovani,
abbia- mo costruito impianti sportivi, rampe di skate, il tendone del circo per
le scuole circensi, che ancora esistono e vogliono lavorare. Il tendone era
stato molto difficile portarlo dentro, però è stato bombardato, così come le rampe
di skate e il parco. Erano progetti che avevano una vera funzione sociale e che
purtroppo oggi non ci sono più, anche se i ragazzi continuano a fare attività
fuori da quegli spazi.
So che ci sono anche gruppi di giovani che praticano il parkour, disciplina
sportiva che mette alla prova l’abilità di compiere un per- corso superando
qualsiasi genere di ostacolo in modo rapido, efficace, spettacolare. Nel
documentario One more jump queste squa- dre si allenano sulle macerie della Gaza
bom- bardata.
Quel documentario lo abbiamo promosso noi; abbiamo cercato di stare dietro a
queste cose e diffonderle il più possibile, perché pensiamo che sia una delle
dinamiche necessarie. La diploma- zia culturale, piuttosto che altri tipi di
diploma- zia che non danno risposte, può essere una delle modalità più giuste
per connettersi con quel mondo. Domanda: Con quali fondi avete realizzato quei
pro- getti? I fondi che utilizzavamo venivano da bandi pub- blici gestiti dalla
Cooperazione internazionale italiana, quindi dal nostro Ministero degli Este-
ri, che ha sede a Gerusalemme, oppure dall’U- nione Europea o da fondazioni
private. Negli ultimi due anni la Cooperazione italiana, come altre, ha tolto o
tagliato i fondi, quindi abbiamo Gli olivi e tutto il resto li hanno piantati e
curati i palestinesi. Chiaramente a Gaza la situazione è più disperata, hanno
distrutto tutto e non c’è più la possibilità di usare i terreni, perché in
questo momento gli abitanti stanno nelle ten- de sul mare, sulla spiaggia. Man
mano che gli toglievano i terreni, ripiegavamo sugli orti do- mestici,
costruivamo serre; quando si trovava un pezzettino di terra si continuava a
piantare quel che era possibile. Gli aiuti alimentari, invece, da sempre
andavano ai profughi. Poi chiaramente sono cresciuti bisogni differenti, questa
non è stata la prima guerra, questa è la più lunga, la soluzione finale che
Israele vuole dare alla questione palestinese, quindi ci sono bisogni che
riguardano la condizione psicologica della popolazione, gli interventi
educativi, socio educativi, psicosociali, per tutto quello che cominciato a
sostenere i progetti attraverso dei crowdfunding e stiamo andando avanti così.
Prima del 7 ottobre avevamo avviato un altro progetto, che è stato
immediatamente bloccato, era un progetto finanziato dalla Cooperazione italiana
sulla gestione dei rifiuti, la chiusura di una discarica e la riabilitazione dei
terreni e dei parchi pubblici. Avevamo già costruito i desalinizzatori ma ci
hanno bloccato i fondi e ci stanno chiedendo di spostare il progetto in
Cisgiordania perché il nostro governo non ha nessuna intenzione di finanziare
alcunché su Gaza, ma Gaza è un po’ diversa dalla Cisgiordania e chia- ramente
dovremo cambiare diverse cose.
Torniamo per un momento all’agricoltura: nei primi anni 2000; prima della
chiusura to- tale della striscia, che peso aveva l’agricoltura a Gaza? Era
possibile fare conto sui prodotti locali per l’autonomia alimentare?
A Gaza c’era tantissima terra molto fertile; l’a- gricoltura, insieme alla
pesca, era una delle atti- vità remunerative con le quali i gazawi si
sostenevano. Esportavano fragole, anche Israele se le comprava e poi le
rivendeva come produzione propria, ma erano le fragole di Gaza, così come tutti
gli altri alimenti. Gaza era un’oasi. Negli anni, un po’ per volta, gli hanno
tagliato gli alberi da frutto: aranci, limoni… Come fanno in Cisgiordania con
gli olivi… Anche in Cisgiordania l’agricoltura era molto avanzata e la terra
fertile. I giardini fioriti non li hanno costruiti gli israeliani, ma i
palestinesi. le guerre scaricano sulla popolazione civile. In questa situazione
di emergenza di camion per le distribuzioni di beni primari, cibo, coperte ecc.
ne abbiamo potuti mandare pochi perché Israele ha da subito bloccato tutto
l’aiuto materiale. Solo i camion commerciali entrano. Quello che riusciamo a
mandare sono i soldi che poi vengono ridistribuiti tra le famiglie bisognose, le
più vulnerabili, per comprare il cibo al mercato nero. La popolazione di Gaza
però non abbandona l’idea di restare su quella terra. Oggi abbiamo molti
progetti, che sono quelli che loro ci propongono, le attività che permettano
loro di sopravvivere, tra cui appunto le scuole tenda. Le scuole non ci sono
più, però ci sono gli studenti. A partire dalle scuole dell’infanzia per fi-
nire con le università, gli studenti vogliono studiare, aspirano ancora a un
futuro di studi che non hanno mai voluto abbandonare, oggi con- sentito dagli
operatori che ancora ci sono e che fanno scuola dentro queste tende. Da qui
partono anche i gemellaggi con le scuole italiane, per un verso simbolici, però
importanti per gli studenti, per far loro sapere che c’è chi è attento alla loro
condizione; per l’altro, un sostegno economico per pagare gli insegnanti e
comprare i materiali didattici. Gli educatori si danno un gran da fare e molti
hanno iniziato anche come volontari perché nessuno li ha più pagati.
Avete esteso questo progetto ad aree della Cisgiordania oppure è attivo soltanto
su Gaza?
In Cisgiordania l’attività delle scuole tenda è limitata ad alcune zone dove
vivono i beduini: le scuole UNRWA sono state svuotate e adibite ad altro perciò
vengono allestite le tende, che peral- tro rispecchiano la loro cultura. È
difficile dire quanti sono oggi gli studenti che riescono a proseguire gli studi,
ma penso nell’ordine delle centinaia di migliaia. Ogni ten- da scuola ospita
40-50 alunni; nelle zone degli sfollati, dove gli studenti sono più numerosi, la
frequenza è organizzata in turni. Sul fronte universitario, dal 2015 avevamo
atti- vato un Erasmus, sia a Gaza che in Cisgiordania, con l’Università di
Siena. Gli studenti italiani erano accolti nelle università palestinesi e i
palestinesi a Siena. In questi ultimi anni di guerra gli atenei erano chiusi,
talvolta distrutti, ma la richiesta degli studenti era di continuare a dare gli
esami; hanno avuto la possibilità di farlo online supportati da un altro nostro
progetto, quello degli Alberi della Rete, grazie al quale si dava la possibilità
di avere la connessione in alcune aree che ne era- no sprovviste. Gli Alberi
della Rete, che stiamo continuando a realizzare, li abbiamo ulteriormente
ampliati con degli Hub Center, centri di connessione che in alcuni casi, dove ci
sono ancora strutture agibili, sono forniti di tavolini e connessione wifi, in
atri sono realizzati in tende.
Ci sono difficoltà per procurarsi il materiale per una didattica tradizionale? E
per le metodologie basate sulle nuove tecnologie?
Di diversi libri, in partenariato con alcuni editori, abbiamo supportato la
stampa, di altri testi scolastici abbiamo fornito la versione digitale. I
materiali didattici per bambini ora si riescono a trovare anche dentro la
Striscia, comprandoli sempre al mercato nero. La questione digitale, la
connessione, l’elettricità, sono cose che si stanno risolvendo pian piano perché
per l’elettricità siamo riusciti ad attivare un po’ di pannelli solari e c’è un
sistema che fa uso di un gruppo elettrogeno, dal momento che la benzina costa un
po’ di meno, però non è una cosa stabile. È stata anche riattivata parzialmente
la connessione wifi attraverso la rete Jawal, che è la compagnia mobile
palestinese, e Paltel che è la compagnia di telecomunicazione palestinese.
Durante le azioni militari o quando circolano droni, però, la connessione è
disturbata. Che la tregua a Gaza non sia mai davvero ini- ziata è noto ai più,
ed è comprensibile che un rallentamento delle operazioni militari abbia lasciato
spazio alla speranza, ma pochi giorni dopo l’intervista è circolata la notizia
che l’esercito israeliano sta preparando i piani per una ripresa massiccia delle
ostilità. Il pretesto è che Hamas non ha deposto le armi e questo non permette
di avviare la fase due del “piano di pace”. Le migliaia di violazioni della
tregua da parte di Israele, i 600 palestinesi uccisi e i 1500 feriti nella ‘fase
uno’ non sono neppure presi in considerazione, così come il perdurare
dell’occupazione militare di gran parte del territorio della striscia. Con ogni
probabilità i problemi che a Meri parevano lentamente avviati a soluzione si
acutizzeranno e noi torneremo a parlare degli Alberi della rete, cui abbiamo
solo accennato, sperando che riescano, come prima, a connettere Gaza col resto
del mondo, mantenendo vivi i legami affettivi e non permettendo lo sradicamento
delle relazioni umane, obiettivo non secondario della guerra.
100x100GAZA: Torna, con una seconda edizione dall’11 al 15 febbraio 2026, la mobilitazione nazionale di solidarietà attiva per Gaza
Per contribuire alla raccolta fondi per i progetti attivi nella Striscia di Gaza
👉 qui: link alla Campagna di Crowdfunding 100x100gaza su produzionidalbasso.
100x100gaza è una mobilitazione straordinaria di solidarietà nata nel 2025 per
rispondere collettivamente alla catastrofe umanitaria provocata dal genocidio
inflitto da Israele alla popolazione di Gaza. Un’iniziativa che unisce azione
diretta, consapevolezza e solidarietà, riaffermando che di fronte alla
distruzione e alla sofferenza non è possibile restare indifferenti: prendere
posizione è oggi un dovere civile, politico e umano.
La prima edizione, svoltasi dal 9 al 13 aprile 2025, ha registrato una
partecipazione ampia e diffusa, con oltre 200 iniziative auto-organizzate in
tutta Italia e all’estero. Associazioni, collettivi, spazi culturali, circoli
sportivi e singoli cittadini hanno dato vita a concerti, presentazioni di libri,
cene solidali, eventi benefici, tornei sportivi, aste e iniziative artistiche,
all’interno di una cornice temporale fortemente simbolica: 100 iniziative in 100
ore di solidarietà.
L’obiettivo iniziale di raccogliere 100.000 euro è stato ampiamente superato: in
appena 100 ore sono stati raccolti circa 130.000 euro, interamente destinati ai
progetti di emergenza nella Striscia di Gaza promossi da ACS ONG e dalle
campagne SOS Gaza, Emergenza Gaza, GazaWeb e Women With Gaza.
Negli ultimi due anni, queste progettualità di emergenza – sostenute da
associazioni, collettivi e reti internazionali, comprese quelle promosse da
100x100gaza – hanno rappresentato un presidio fondamentale di sostegno alla
dignità umana in un contesto di distruzione senza precedenti. In mezzo alle
macerie materiali e psicologiche, hanno permesso di mantenere vivi i semi della
collettività solidale gazawa, capace di organizzarsi dal basso per rispondere ai
bisogni immediati: cibo, acqua, cure, ma anche parola, relazioni, arte e
memoria. Semi coltivati quotidianamente da operatori, insegnanti, artisti e
attivisti, che continuano a preservare la rete del mutuo soccorso.
Febbraio 2026: una nuova edizione
Dopo la riuscita della prima edizione torna 100x100gaza nel febbraio 2026, dalle
ore 20:00 di mercoledì 11 alle 23:59 di domenica 15 febbraio.
Questa nuova maratona di eventi sarà focalizzata sulla riconnessione del tessuto
solidaristico e di mutuo soccorso nella Striscia di Gaza.
Dopo due anni di isolamento, dispersione e frammentazione, l’obiettivo è
sostenere una fase nuova: ricostruire i legami, riconnettere le energie,
ricomporre il tessuto sociale e solidale. Un passaggio che significa
accompagnare l’impegno degli attivisti palestinesi dal solo fronte
dell’emergenza verso una stagione di ricomposizione e rinascita comunitaria, in
cui il sostegno internazionale non sia soltanto assistenza, ma alleanza
consapevole e condivisa.
In queste settimane sono già in corso tentativi di allestire luoghi fisici di
socializzazione a Gaza: spazi sicuri e funzionali per incontrarsi, scambiare
risorse e visioni, condividere strumenti, rafforzare coesione, capacità
operativa e trasparenza. L’obiettivo è innescare azioni collettive di supporto
capaci di restituire fiducia, protagonismo e continuità alle reti locali.
Appello alla partecipazione
Dal 11 al 15 febbraio 2026, ogni realtà può partecipare alle 100 ore di
solidarietà attiva di 100x100gaza.
Associazioni, collettivi, spazi sociali e culturali, scuole, circoli sportivi o
semplici gruppi di amici possono organizzare una o più iniziative: concerti,
cene solidali, tornei, letture pubbliche, mostre, workshop, raccolte fondi e
molto altro.
Organizzare è semplice:
* crea l’evento seguendo le indicazioni sul sito www.100x100gaza.it
* scarica i materiali grafici e comunicativi
* promuovi l’iniziativa sui social, in collaborazione con @100x100gaza
Per contribuire alla raccolta fondi per i progetti attivi nella Striscia di Gaza
👉 qui: link alla Campagna di Crowdfunding 100x100gaza su produzionidalbasso.
Per maggiori informazioni sui progetti sostenuti:
www.100x100gaza.it
Instagram: @100x100gaza
📧 support@100x100gaza.it
PROMOTORI DELL’INIZIATIVA
ACS ONG – ASSOCIAZIONE DI COOPERAZIONE E SOLIDARIETÀ
L’Associazione di Cooperazione e Solidarietà è il partner italiano e in loco a
Gaza di Nazra. È un’organizzazione non governativa senza scopo di lucro. Da
oltre 20 anni operiamo in aree critiche del Sud del mondo con progetti di
emergenza e sviluppo sostenibile. Lavoriamo in rete in un’ottica di
cooperazione partecipata, affiancando e dando supporto a comunità e istituzioni
locali. La filosofia alla base della nostra azione rifiuta l’approccio
dell’aiuto occidentale esportato, per perseguire un obiettivo di sviluppo
sinergico che mira alla progressiva indipendenza delle realtà locali.
www.acs-italia.it
ARCI
(Associazione Ricreativa Culturale Italiana) è un’ampia associazione di
promozione sociale italiana che unisce migliaia di circoli, case del popolo e
associazioni per promuovere cultura, socialità, solidarietà, inclusione e
partecipazione democratica attraverso eventi, corsi, attività ricreative e spazi
di aggregazione. Fondata nel 1957, oggi l’organizzazione è presente su tutto il
territorio italiano e conta circa 1.050.000 tra soci e socie e oltre 4.000
circoli aderenti.
GAZA FREESTYLE FESTIVAL
Nasce nel 2014 con il nome Festival delle Culture. Diventa nel 2017 Gaza
Freestyle Festival , ciò che conoscete oggi, cioè una collettività di persone
che si divide in cinque sottogruppi: il gruppo skate, il gruppo donne, il gruppo
musica, il gruppo media e il gruppo writing. Nonostante gli ostacoli causati
dall’occupazione siamo riusciti ad entrare nella Striscia di Gaza diverse volte
a partire dal 2018. Dall’ottobre 2023 la rete delle collettività che animano
Gaza Frestyle, si è prontamente attivata con la campagna SOS GAZA, per portare
sostegno diretto ai bisogni della popolazione gazawa vittima degli atti
genocidari del governo israeliano.
PROGETTO REC
Ricerca e Cultura in Palestina nasce come progetto di solidarietà con il popolo
palestinese. La scelta di intervenire in Palestina, e in particolare nella
Striscia di Gaza, trova fondamento nel riconoscere in quella terra la
limitazione all’autodeterminazione di un popolo oppresso da un’occupazione
sempre più violenta ed estesa e il concretizzarsi di una mentalità, tutta
occidentale, che ritiene di poter decidere a tavolino della vita di intere
popolazioni. Siamo interessatə a diffondere in Italia la realtà della Palestina
attraverso la voce di chi la vive, uscendo dalla narrazione mainstream che la
descrive solamente come un territorio martoriato e senza speranze.
E con la partecipazione del CENTRO DI SCAMBIO CULTURALE VIK
Il Centro Italiano di scambi culturali Vik, con sede a Gaza City, è stato
fondato da Meri Calvelli, cooperante da trent’anni in Palestina, per favorire lo
scambio, l’incontro e la contaminazione tra i giovani e tra i popoli e per
garantire un accesso su Gaza, nella convinzione che solo vedendo con i propri
occhi, vivendo e sperimentando un luogo, si possano costruire basi di pace. La
pace viene dalla comprensione che nasce nell’incontro delle culture.
https://www.facebook.com/centrovikgaza
Raccontare è un atto politico – Il corpo delle donne come campo di battaglia
RACCONTARE E’ UN ATTO POLITICO.
In questo video le voci delle sopravvissute
https://www.acs-ong.it/wp-content/uploads/2025/11/Video-VBG-copia.mp4
DADAxCONGO nasce da questa urgenza: ridefinire la narrazione di guerra
attraverso le voci delle sopravvissute, aiutare e creare un ponte con le reti di
mutuo aiuto locali, denunciare l’impunità e il silenzio internazionale.
DADAxCONGO è uno sforzo per metterci in rete e rompere il tetto del silenzio,
sostenere le organizzazioni locali e amplificare le voci delle comunità
congolesi. Non possiamo dare sostegno umanitario senza restituire la dignità del
racconto e delle storie alle voci e ai corpi cui appartengono.
> Mettiti in rete.
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> PARTECIPA AL CROWDFUNDING DADAxCONGO – Solidarietà è Sorella
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> Trasformiamo la solidarietà in azione, insieme.
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Il corpo delle donne come campo di battaglia – Parte 2. La violenza sessuale sulle donne durante il conflitto nella Repubblica Democratica del Congo
> RACCONTARE E’ UN ATTO POLITICO. RACCONTA, DIFFONDI, PARTECIPA AL CROWDFUNDING
> DADAxCONGO.
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> Trasformiamo la solidarietà in azione, insieme.
Réseau des Femmes pour un Développement Associatif
Réseau des Femmes pour la Défense des Droits et la Paix
International Alert
Capitolo 3
La posizione delle donne e le percezioni socio-culturali della violenza sessuale
nel Sud Kivu
Per comprendere le ragioni per cui si verificano tali atti di violenza sessuale,
è necessario prendere in considerazione la situazione sociale ed economica delle
donne nel Sud Kivu.
Una conoscenza approfondita del modo in cui vengono percepite le relazioni di
genere nella società e, soprattutto, delle attitudini degli uomini nei confronti
del corpo femminile in tempo di pace — sia nel Sud Kivu che nei Paesi limitrofi
da cui provengono alcuni autori di queste violenze — permette di capire più
chiaramente come tali atrocità abbiano potuto verificarsi.
Questo capitolo analizza quindi brevemente la posizione delle donne nella
società del Sud Kivu, e il contesto socio-culturale ed economico in cui vivono.
3.2 Il significato dello stupro nel contesto tradizionale del Sud Kivu
Sebbene lo stupro sia sempre esistito nella società tradizionale del Sud Kivu,
esso è stato comunque considerato un atto profondamente riprovevole e un’estrema
umiliazione per la vittima e per la sua famiglia, in particolare per il marito.
Pertanto, tra i Fulero e i Vira che vivono intorno al Lago Tanganica e lungo il
fiume Ruzizi, una donna che fosse stata stuprata non rientrava immediatamente a
casa. Inviava invece un messaggio al marito per informarlo di quanto accaduto.
Egli allora si armava di una lancia e partiva alla ricerca dello stupratore,che
doveva assolutamente uccidere per vendicare l’offesa. Quanto alla donna, essa
doveva lavarsi ai margini del villaggio per purificarsi e cambiare i propri
abiti prima di rientrare nella casa coniugale. Questo aspetto profondamente
umiliante dello stupro è ancora molto vivo nel Sud Kivu oggi.
Le donne che hanno subito violenza sessuale avvertono questa umiliazione, così
come le loro famiglie e l’intera comunità. In alcuni villaggi, gli uomini
cercano di proteggere le donne dallo stupro accompagnandole quando si recano a
svolgere determinate attività lontano dalle abitazioni, come prendere l’acqua al
pozzo o raccogliere legna nella foresta. Ma la maggior parte delle comunità
stigmatizza le donne che sono state stuprate e le ritiene ugualmente
responsabili della vergogna e dell’umiliazione che hanno subito. Per questo
motivo molte vittime di stupro preferiscono tacere su ciò che è accaduto loro.
3.3 In Burundi e in Ruanda, gli atti di violenza sessuale sono eventi quotidiani
Perché i membri dei gruppi armati provenienti dai paesi vicini, coinvolti nel
conflitto armato nel Sud Kivu, commettono sistematicamente stupri? Poiché
ruandesi e burundesi figurano tra le forze armate implicate in questa guerra,
può essere utile ripercorrere la storia recente di questi due paesi, anch’essi
caratterizzati da violenza sessuale e da relazioni di genere profondamente
diseguali.
In Ruanda, durante il genocidio del 1994, le donne furono oggetto di violenze
sessuali diffuse, perpetrate da milizie hutu, da soldati dell’esercito ruandese
(Forces Armées Rwandaises – FAR) e da civili. Membri di milizie e soldati
stuprarono donne tutsi ma anche donne hutu, in particolare quelle istruite
appartenenti all’élite intellettuale. Funzionari amministrativi, militari e
politici, così come capi delle milizie, incoraggiarono e talvolta persino
coordinarono, a livello locale e nazionale, omicidi e crimini sessuali. Dopo la
vittoria del Fronte Patriottico Ruandese (FPR), i soldati tutsi dell’Esercito
Patriottico Ruandese (APR) stuprarono donne hutu con l’obiettivo di vendicare le
donne tutsi che erano state violentate dalle milizie hutu.
Le testimonianze concordano sulla brutalità con cui furono perpetrati questi
atti. Migliaia di donne furono violentate da uno o più individui, con l’uso di
oggetti quali bastoni appuntiti o canne di fucile, e furono ridotte in schiavitù
sessuale. Molte furono costrette ad assistere alla tortura e all’uccisione dei
propri familiari, nonché al saccheggio delle loro case, prima di essere
stuprate. Molte altre furono assassinate dopo la violenza sessuale.
Allo stesso modo, in Burundi tutte le forze combattenti, compreso l’esercito
burundese, commisero atti di violenza sessuale contro donne e ragazze
appartenenti ai gruppi sociali più vulnerabili: sfollate, donne devastate dal
conflitto, residenti sia nelle comunità sia nei campi per sfollati, e vedove. La
newsletter La Veilleuse, pubblicata a Bujumburadall’associazione femminile
locale Dushirehamwe, ha evidenziato l’entità del fenomeno nel paese. Secondo
questa pubblicazione, non solo il numero di stupri è stato estremamente elevato,
ma le conseguenze di tali atti continuano a costituire uno dei principali
problemi affrontati dalle donne rurali in Burundi. Per timore di rappresaglie,
molte donne non osano denunciare gli uomini che le hanno violentate.
Sebbene la violenza sessuale sia peggiorata con la guerra, le prove indicano
chiaramente che essa esisteva già in precedenza, seppure in forma meno
massiccia. In entrambi i paesi, infatti, la violenza domestica è sempre stata
molto diffusa. Nella sfera privata, molte donne sono vittime di violenza
sessuale, fisica e psicologica. In Burundi, la responsabilità della violenza
sessuale viene spesso attribuita ai membri dei gruppi armati, ma secondo La
Veilleuse non sono gli unici perpetratori: si registrano casi di incesto
commessi all’interno delle famiglie, con padri che abusano sessualmente delle
figlie. Sono stati segnalati anche stupri di bambini, persino neonati, da parte
di persone incaricate della loro cura.
La situazione in Ruanda è analoga: le aree rurali hanno conosciuto un aumento
della violenza domestica e dei casi di stupro contro donne e ragazze dopo la
guerra e il genocidio.
Tutti questi elementi attestano chiaramente la correlazione tra la violenza
domestica esercitata nella sfera privata e la violenza perpetrata contro le
donne nello spazio pubblico da soldati e membri di milizie durante i periodi di
conflitto armato.
> RACCONTARE E’ UN ATTO POLITICO. RACCONTA, DIFFONDI, PARTECIPA AL CROWDFUNDING
> DADAxCONGO.
>
> Trasformiamo la solidarietà in azione, insieme.
Questo paper rappresenta un estratto tradotto di uno studio più ampio dal
titolo: Il corpo delle donne come campo di battaglia: la violenza sessuale
contro donne e ragazze durante la guerra nella Repubblica Democratica del Congo
Sud Kivu (1996–2003)
Réseau des Femmes pour un Développement Associatif
Réseau des Femmes pour la Défense des Droits et la Paix
International Alert
2005
Questo studio è stato condotto e redatto da
un team di consulenti composto da:
Marie Claire Omanyondo Ohambe
Professoressa Associata
Institut Supérieur des Techniques Médicales
Sezione Scienze Infermieristiche
Kinshasa
Repubblica Democratica del Congo
Jean Berckmans Bahananga Muhigwa
Professore
Dipartimento di Biologia
Centre Universitaire de Bukavu
Bukavu
Repubblica Democratica del Congo
Barnabé Mulyumba Wa Mamba
Direttore
Institut Supérieur Pédagogique
Bukavu
Repubblica Democratica del Congo
Revisione a cura di:
Martine René Galloy
Consulente internazionale
Specialista in Genere, Conflitto e Processi Elettorali
Ndeye Sow
Consigliera Senior
International Alert
Catherine Hall
Addetta alla Comunicazione
International Alert
I dati sul campo sono stati raccolti da un team composto da:
Donne del Réseau des Femmes pour un Développement Associatif (RFDA),
che hanno condotto la ricerca a Uvira, nella Piana della Ruzizi, a Mboko,
Baraka, Fizi e Kazimia:
1. Lucie Shondinda
2. Gégé Katana
3. Elise Nyandinda
4. Jeanne Lukesa
5. Judith Eca
6. Brigitte Kasongo
7. Marie-Jeanne Zagabe
Donne del Réseau des Femmes pour la Défense des Droits et la Paix (RFDP),
che hanno condotto la ricerca a Bukavu, Walungu, Kabare, Kalehe e Shabunda:
1. Agathe Rwankuba
2. Noelle Ndagano
3. Rita Likirye
4. Venantie Bisimwa
5. Laititia Shindano
6. Jeanne Nkere
La ricerca è stata coordinata da:
Annie Bukaraba
Coordinatrice
Programma “Women’s Peace” di International Alert,
Repubblica Democratica del Congo orientale
Gazaweb e gli alberi della rete | Manolo Luppichini | TEDxEnna
GUARDA IL TALK INTEGRALE QUI
Un racconto intenso e necessario su Gaza, tra immagini e connessioni. Manolo
Luppichini ci porta nel cuore del conflitto e ci racconta come, con il progetto
“Gaza Web e gli alberi della rete”, si sia ristabilita la comunicazione dopo il
blackout digitale, grazie all’uso di eSIM virtuali. Sottolinea l’importanza
vitale della connessione per le comunità in guerra, definendola un gesto di
resistenza.
SOSTIENI IL PROGETTO GAZAWEB – GLI ALBERI DELLA RETE
GAZAWEB – nella puntata di Quante Storie su Rai 3
https://www.acs-ong.it/wp-content/uploads/2025/11/estratto_QS_Luna-GazaWeb-1-2.mp4
Per diversi anni la rete ha alimentato il sogno di una democrazia digitale,
capace di abbattere muri e costruire ponti. Cos’è rimasto oggi di quel sogno?
Perché il web si è trasformato in un megafono per sovranisti e odiatori? Come
scoraggiare la dittatura dell’algoritmo, che ha trasformato internet in un
supermercato delle multinazionali? A queste domande risponde il giornalista
Riccardo Luna, specializzato in temi legati all’innovazione tecnologica, in una
puntata di Quante Storie che, raccontando le origini del web, esplora i pericoli
e le potenzialità del nostro futuro, non solo virtuale.
Interviene Manolo Luppichini, che racconta l’importanza delle connessioni a Gaza
e l’embargo internet come strategia di guerra che disgrega la resistenza dal
basso colpendo i più vulnerabili.
SOSTIENI IL PROGETTO GAZAWEB – GLI ALBERI DELLA RETE
GUARDA L’INTERA PUNTATA SU RAIPLAY
Il corpo delle donne come campo di battaglia: la violenza sessuale sulle donne durante il conflitto nella Repubblica Democratica del Congo
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> Trasformiamo la solidarietà in azione, insieme.
Réseau des Femmes pour un Développement Associatif
Réseau des Femmes pour la Défense des Droits et la Paix
International Alert
CAPITOLO 3
La posizione delle donne e le percezioni socio-culturali della violenza sessuale
nel Sud Kivu
Per comprendere le ragioni per cui si verificano tali atti di violenza sessuale,
è necessario prendere in considerazione la situazione sociale ed economica delle
donne nel Sud Kivu.
Una conoscenza approfondita del modo in cui vengono percepite le relazioni di
genere nella società e, soprattutto, delle attitudini degli uomini nei confronti
del corpo femminile in tempo di pace — sia nel Sud Kivu che nei Paesi limitrofi
da cui provengono alcuni autori di queste violenze — permette di capire più
chiaramente come tali atrocità abbiano potuto verificarsi.
Questo capitolo analizza quindi brevemente la posizione delle donne nella
società del Sud Kivu, e il contesto socio-culturale ed economico in cui vivono.
3.1 La posizione delle donne
La posizione delle donne nel Sud Kivu è caratterizzata, da un punto di vista
economico, dalla “femminilizzazione della povertà”, aggravata dall’assenza di
politiche o meccanismi per la promozione femminile; e, da un punto di vista
socio-culturale, dalla persistenza di costumi, pratiche e leggi discriminatorie
nei confronti delle donne.
Questi fattori le rendono particolarmente vulnerabili in un contesto di
conflitto armato: non solo aumentano la probabilità che si verifichino violenze
di genere, ma — agli occhi degli autori — contribuiscono persino a legittimarle.
3.1.1 La femminilizzazione della povertà
Quando scoppiò la guerra nella Repubblica Democratica del Congo, la popolazione
locale — e in particolare le donne — era già stata resa vulnerabile dal
malfunzionamento delle strutture statali e dalla mancanza di infrastrutture
economiche e sociali adeguate, dovuta a trent’anni di regime dittatoriale sotto
il presidente Mobutu.
Per decenni gli stipendi dei funzionari pubblici e dei dipendenti delle imprese
statali non erano stati pagati regolarmente, e così la popolazione era stata
costretta ad assumersi compiti che avrebbero dovuto spettare allo Stato:
costruzione di scuole, pagamento degli insegnanti, manutenzione delle strade e
fornitura di servizi sanitari.
In questo contesto di impoverimento generalizzato, il peso della sopravvivenza è
ricaduto sempre più sulle donne.
La mancanza di sviluppo economico e sociale ha determinato un ulteriore
impoverimento della popolazione femminile, soprattutto nelle aree rurali e
semi-urbane.
Le donne costituiscono la forza trainante dell’economia di sussistenza del Sud
Kivu, basata essenzialmente su agricoltura e allevamento. Circa l’80% della
popolazione della provincia si dedica all’agricoltura, e il 70% di queste
persone sono donne.
Le donne sono attive anche nel settore informale, in particolare nel piccolo
commercio, nella sartoria, nella tintura, nella ceramica e nella lavorazione dei
cesti. Operano inoltre ai margini dell’industria mineraria, dove vengono
impiegate come manodopera sfruttata e sottopagata.
La guerra ha avuto un effetto devastante sulle attività economiche e sociali
delle donne. Le risorse già scarse e i mezzi di produzione delle organizzazioni
femminili di base sono stati distrutti o saccheggiati.
Oltre alla situazione di insicurezza, le donne devono affrontare problemi
strutturali che aggravano ulteriormente la loro povertà:
* difficoltà di accesso alla terra a causa della sovrappopolazione e
dell’eccessivo sfruttamento dei terreni fertili, e per via delle tradizioni
patriarcali;
* distruzione delle infrastrutture economiche o loro assenza;
* tassazione pesante imposta dal Rassemblement Démocratique Congolais (RCD),
che ha contribuito a erodere ulteriormente i redditi femminili.
La guerra ha inoltre prodotto un elevato numero di vedove e donne sfollate,
improvvisamente divenute capofamiglia senza alcuna preparazione. Esse vivono al
di sotto della soglia di povertà e dipendono in larga misura dagli aiuti
alimentari (quando disponibili) per sopravvivere.
I tassi di HIV/AIDS sono elevati, anche a causa della diffusione degli stupri
commessi dai gruppi armati.
La guerra e la povertà hanno costretto molte donne e ragazze alla prostituzione
di sopravvivenza, che le rende particolarmente vulnerabili alla violenza
sessuale. Tale fenomeno crea condizioni “in cui le relazioni sessuali abusive
sono più largamente accettate e in cui molti uomini, civili e combattenti,
considerano il sesso come un servizio facilmente ottenibile mediante
coercizione”.
Parallelamente, la violenza domestica è aumentata, a causa della disoccupazione
maschile, delle tensioni e dell’incertezza sul futuro politico del Paese. Questo
aumento della violenza domestica durante i periodi di guerra è un fenomeno
diffuso, confermato da studi — ad esempio — sull’ex Jugoslavia, dove durante il
conflitto si verificarono episodi di violenza sessuale di crudeltà senza
precedenti.
3.1.2 Costumi, pratiche e legislazione discriminatori
Alcuni costumi, pratiche e leggi ostacolano l’accesso delle donne alla
proprietà, all’istruzione, alle tecnologie moderne e all’informazione.
Le donne soffrono spesso di analfabetismo o di scarsa istruzione, poiché in
molte famiglie i maschi continuano a essere privilegiati rispetto alle femmine
nell’accesso alla scuola. Molte ragazze appartenenti ai gruppi più svantaggiati
abbandonano gli studi per matrimonio o gravidanza precoce.
È difficile per le donne accedere ai mezzi di produzione come terra, proprietà o
credito. Alcuni aspetti della legislazione congolese discriminano ancora le
donne: ad esempio, una donna sposata deve ottenere il permesso del marito per
aprire un conto bancario o richiedere un prestito.
Tradizionalmente, le donne non possono ereditare dai padri o dai mariti.
Nelle zone rurali, le donne producono e gestiscono il 75% della produzione
alimentare, trasformano i prodotti per il consumo familiare e vendono circa il
60% nei mercati locali, ma spesso non ricevono alcun guadagno, poiché i proventi
vanno direttamente ai mariti.
Molti gruppi etnici mantengono pratiche tradizionali che perpetuano la
sottomissione femminile, riducendo le donne allo status di proprietà privata.
Tra i Bashi, Bavira, Fulero e Bembe, la consuetudine del levirato — per cui una
vedova viene “ereditata” dal fratello del marito — è ancora viva, privando le
donne della libertà di scegliere un nuovo coniuge.
Tra i Banyamulenge, le donne erano considerate proprietà collettiva del clan: il
suocero, il cognato o il marito della cognata avevano il diritto, con il
consenso del marito, di avere rapporti sessuali con lei. Sebbene tali pratiche
siano state in parte limitate dall’influenza del cristianesimo, non sono del
tutto scomparse.
Alcuni Bami (capi tradizionali) rivendicavano il droit de seigneur sulle donne
della comunità che desideravano, facendole “consegnare” alle proprie case per un
matrimonio forzato o per rapporti sessuali.
Tali costumi persistono tuttora in alcune etnie (Lega, Fulero, Bembe e Bashi), e
i genitori spesso li tollerano per il prestigio e i vantaggi che derivano dai
legami con i Bami.
3.1.3 L’assenza di politiche e meccanismi di promozione femminile
La provincia del Sud Kivu dispone di pochissimi meccanismi di promozione
femminile.
Un Ministero per gli Affari Femminili fu creato a livello nazionale all’inizio
degli anni ’80, con una sede provinciale a Bukavu. Tuttavia, molte
organizzazioni femminili lo consideravano solo uno strumento politico per
mobilitare l’elettorato femminile a favore del presidente Mobutu.
I fondi destinati alla promozione delle donne furono poi ridotti, e il ministero
fu assorbito da quello per gli Affari Sociali, diventandone un semplice
dipartimento.
Durante l’amministrazione del Rassemblement Démocratique Congolais (RCD), al
potere nel Sud Kivu dal 1998 al 2003, fu istituito un Consiglio Provinciale
delle Donne (marzo 2001), indipendente dal ministero di Kinshasa ma privo di
risorse per sviluppare progetti di sviluppo femminile.
Strumenti internazionali come la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di
discriminazione contro le donne (CEDAW) e la Piattaforma di Pechino sono stati
raramente applicati, a causa della mancanza di finanziamenti.
Un’indagine condotta nel 2001 dal governo della RDC e dall’UNICEF su tutto il
territorio nazionale ha rivelato un quadro allarmante, mostrando che la
situazione delle donne e dei bambini era peggiorata sotto quasi tutti gli
aspetti dal 1995.
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Questo paper rappresenta un estratto tradotto di uno studio più ampio dal
titolo: Il corpo delle donne come campo di battaglia: la violenza sessuale
contro donne e ragazze durante la guerra nella Repubblica Democratica del Congo
Sud Kivu (1996–2003)
Réseau des Femmes pour un Développement Associatif
Réseau des Femmes pour la Défense des Droits et la Paix
International Alert
2005
Questo studio è stato condotto e redatto da
un team di consulenti composto da:
Marie Claire Omanyondo Ohambe
Professoressa Associata
Institut Supérieur des Techniques Médicales
Sezione Scienze Infermieristiche
Kinshasa
Repubblica Democratica del Congo
Jean Berckmans Bahananga Muhigwa
Professore
Dipartimento di Biologia
Centre Universitaire de Bukavu
Bukavu
Repubblica Democratica del Congo
Barnabé Mulyumba Wa Mamba
Direttore
Institut Supérieur Pédagogique
Bukavu
Repubblica Democratica del Congo
Revisione a cura di:
Martine René Galloy
Consulente internazionale
Specialista in Genere, Conflitto e Processi Elettorali
Ndeye Sow
Consigliera Senior
International Alert
Catherine Hall
Addetta alla Comunicazione
International Alert
I dati sul campo sono stati raccolti da un team composto da:
Donne del Réseau des Femmes pour un Développement Associatif (RFDA),
che hanno condotto la ricerca a Uvira, nella Piana della Ruzizi, a Mboko,
Baraka, Fizi e Kazimia:
1. Lucie Shondinda
2. Gégé Katana
3. Elise Nyandinda
4. Jeanne Lukesa
5. Judith Eca
6. Brigitte Kasongo
7. Marie-Jeanne Zagabe
Donne del Réseau des Femmes pour la Défense des Droits et la Paix (RFDP),
che hanno condotto la ricerca a Bukavu, Walungu, Kabare, Kalehe e Shabunda:
1. Agathe Rwankuba
2. Noelle Ndagano
3. Rita Likirye
4. Venantie Bisimwa
5. Laititia Shindano
6. Jeanne Nkere
La ricerca è stata coordinata da:
Annie Bukaraba
Coordinatrice
Programma “Women’s Peace” di International Alert,
Repubblica Democratica del Congo orientale