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La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo
Davide Grasso su Dinamopress Il 18 gennaio il governo siriano ha lanciato una grande offensiva contro l’Amministrazione democratica del nord-est (Daa) coadiuvata dalla forte propaganda pro-governativa dei canali vicini alla Turchia e al Qatar, come Al-Jazeera e Middle East Eye, e dalla censura mediatica nei Paesi Nato. La resistenza delle Forze siriane democratiche (Fsd) è stata frammentata a causa di
La tragedia curda che l’Occidente nasconde
un articolo di Mario Sommella. A seguire link e aggiornamenti. Il popolo kurdo tra guerra permanente e negata:la tragedia che l’Occidente finge di non vedere Ci sono guerre che fanno rumore e guerre che vengono tenute apposta nel silenzio. La questione kurda appartiene a questa seconda categoria: un dolore lungo, stratificato, quasi “normale” per chi guarda da lontano, e quindi
Kobanê è sotto attacco!
Riprendiamo alcuni interventi/appelli sulla drammatica situazione in Siria del Nord/est, dove Forze governative siriane e bande jihadiste, con la complicità della Turchia, stanno tentndo di distruggere l’esperienza confederale e democratica del Rojava. Davide Grasso, da Brescia Anticapitalista, e un comunicato da Rise up for Rojava NO ALL’AGGRESSIONE DEL REGIME SIRIANO ALL’AMMINISTRAZIONE DEMOCRATICA DEL NORD-EST Dobbiamo mobilitarci per la rivoluzione confederale in
Continuano gli attacchi a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh: 7 persone uccise.
Le forze di sicurezza interna di Aleppo hanno annunciato che 7 cittadini hanno perso la vita e 54 sono rimasti feriti negli attacchi a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh. Le forze di sicurezza interna di Aleppo hanno annunciato che sette persone sono state uccise e 54 ferite, per lo più donne e bambini, a seguito di attacchi da parte di gruppi affiliati al governo di transizione siriano che hanno preso di mira le aree residenziali nei quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh utilizzando carri armati, artiglieria e droni. Le forze di sicurezza interna di Aleppo hanno dichiarato che continua l’assedio di due quartieri con i carri armati e che il regime di Bashar al-Assad sta ripetendo i suoi metodi oppressivi contro i civili. MA
Dal fiume al mare
NELLE GRANDI MANIFESTAZIONI E INIZIATIVE PER LA PALESTINA C’È UNA ASPETTATIVA, SOPRATTUTTO TRA I TANTI GIOVANI DI OGNI ANGOLO DEL MONDO, A ROVESCIARE IN PROFONDITÀ LO STATO DI COSE PRESENTE. A “DUE POPOLI E DUE STATI” NON CI CREDE PIÙ NESSUNO. COS’ALTRO? ILAN PAPPÉ, AD ESEMPIO, ALLUDE, SENZA PERÒ FINORA MISURARSI FINO IN FONDO, ALL’IPOTESI CHE LA SOLUZIONE POSSIBILE STIA NEL SUPERAMENTO, NON SOLO IN PALESTINA, DELLO “STATO VESTFALIANO” (UN TERRITORIO, UN POPOLO, UN POTERE STATUALE, E ANCHE UNA RELIGIONE O UNA CULTURA, CHE COINCIDONO), SOSTITUITO, SCRIVE GUIDO VIALE, DA UNA LIBERA ASSOCIAZIONE E CONVIVENZA DI COMUNITÀ AUTONOME IN GRADO DI NEGOZIARE I RECIPROCI RAPPORTI: UNA PROSPETTIVA CHE IMPLICA, TRA LE ALTRE COSE, LO SMANTELLAMENTO DELL’ESERCITO ISRAELIANO, IL DISARMO DI HAMAS E L’AFFRONTARE, CON IL SUPPORTO DI ENTI TERZI, LA QUESTIONE DELLA RESTITUZIONE DEI BENI. UNA STRADA IN SALITA, CERTO, E NON IMMEDIATA, MA CHE IN REALTÀ È GIÀ IN PARTE REALIZZATA, TRA INEVITABILI LIMITI E CONTRADDIZIONI, DALLA CONFEDERAZIONE DEMOCRATICA DEL ROJAVA… Parma, 2 ottobre. Foto di Donne in nero -------------------------------------------------------------------------------- Demonizzare, prendere le distanze, o anche solo disertare le manifestazioni e le iniziative per la Palestina che si svolgono da mesi (e anni) in tutto il mondo, pur non avendo nessuna intenzione di sostenere il genocidio messo in atto da Israele perché, tra decine, centinaia e migliaia di striscioni e cartelli ce n’è uno che inneggia al 7 ottobre è come guardare il dito (orribile) e non vedere la luna (bellissima). È noto che, quali ne siano i promotori, l’adesione di massa a queste manifestazioni è il frutto di molteplici reti informali che non sono organizzazioni, non hanno “servizi d’ordine”, ma soprattutto non hanno “autorità” in grado di decidere chi ha diritto di sfilare e chi no. Il senso vero di queste mobilitazioni sta tutto nel numero e nella giovanissima età dei partecipanti, e nel loro spirito al tempo stesso disperato, per quel che succede, e gioioso, per il fatto di esserci: nel rovesciamento di quella cappa di conformismo complice che caratterizza il “mondo politico” nei cinque continenti. Ma che ne è di quel “Dal fiume al mare – Palestina libera!” gridato (in inglese) da tutti, che è lo slogan di Hamas? Non è solo “lo slogan di Hamas”; è lo slogan di tutte e di tutti i partecipanti a quelle mobilitazioni, a cui ciascuno da un senso differente. Ma forse che tra quel fiume e quel mare c’è qualche parte del territorio in cui la Palestina, cioè i palestinesi, non debbano o non possano voler essere liberi? Certo c’è chi interpreta quello slogan come la soppressione di Israele, anche se ben pochi pensano che se in un domani, per non si sa quali circostanze, le sorti del conflitto si invertissero, ciò debba comportare la cacciata o l’eliminazione di tutti gli ebrei insediati in Israele, come oggi le destre sioniste messianiche invocano apertamente discriminazione, sottomissione, cacciata e sterminio di tutti i palestinesi che si trovano tra il fiume e il mare. Ma per i più, per coloro che riempiono le mobilitazioni e le altre iniziative per la Palestina che si moltiplicano in tutto il mondo, dal fiume al mare dovrà essere un territorio in cui ci sia posto per tutte e per tutti: ebrei, musulmani, cristiani, drusi, laici; autoctoni e immigrati. Tutti e tutte messe in grado di godere degli stessi diritti. Perché nelle mobilitazioni per la Palestina, ma anche in molte di quelle che vedono come protagoniste le nuove generazioni in tante parti del mondo, c’è molto di più della sola solidarietà e di una prospettiva di pace che riscatti la condizione di chi oggi è oppresso nel più crudele, cinico e ipocrita dei modi. C’è una aspettativa e un’aspirazione a rovesciare lo stato di cose presente. Ma, tornando al fiume e al mare, il problema è il “come?”. Si aprono divergenze che non riguardano solo la Palestina di domani, ma in qualche modo il futuro di tutto il mondo di oggi. Perciò questa vicenda attrae l’attenzione generale, anche se in altre regioni massacri, esecuzioni, distruzioni, fame e sterminii sono, se possibile, persino più estesi o spietati di quelli messi in atto da Israele. Allora? “Due popoli e due Stati”? Non ci crede più nessuno: quello che dovrebbe esse lo Stato di Palestina è completamente devastato nella striscia di Gaza e divorato da insediamenti e “avamposti” di coloni israeliani in Cisgiordania. Diviso in zone non contigue, privo di una propria economia, messo continuamente in forse dalla prepotenza di Israele, non ha alcuna chance di esistere se non come appendice del suo potente antagonista. D’altronde, nei piani di pace, la “striscia” è destinata a diventare una proprietà privata altrui, riaprendo le porte alla colonizzazione israeliana sotto forma di investimenti immobiliari, mentre la Cisgiordania resterà comunque un’area di occupazione dove i palestinesi avranno sempre meno possibilità di vivere in pace. Un unico Stato, allora? Ormai lo prospettano tutti coloro che si rifiutano di usare “due popoli, due Stati” come specchietto per le allodole e alibi per evitare di confrontarsi con la realtà. Ma quale Stato? Per alcuni non c’è alterativa all’annessione a Israele di tutta la Palestina. Non lo dicono apertamente, ma non prospettano alcun possibile esito diverso. Per altri, invece – e lo dicono apertamente già nei titoli dei loro libri, come Il suicidio di Israele o La fine di Israele – sarà il genocidio in corso e il modo in cui si è innestato nella guerra che Israele conduce contro la Palestina dalla sua nascita, o dal 1967, a decretarne la fine: non quella della comunità ebraica ormai insediata da tre o più generazioni su quella terra, ma quella del suo Stato, insidiato dal contrasto incontenibile tra messianici e laici; per aprire la strada a una nuova entità statale di cui non si sa, o non si sa ancora, enunciare né nome né connotati. Anche lo storico Ilan Pappé (in La fine di Israele citato), tra quelli che si spingono di più in questa direzione, non arriva a confrontarsi con i due problemi principali – non che siano gli unici! – di questa prospettiva; che non è solo la convivenza e la tolleranza tra due comunità nemiche. Il primo è il “diritto al ritorno”: che non quello che apre le porte di Israele a chiunque dimostri o dichiari di essere ebreo, e con cui i governi di quello Stato hanno popolato il suo territorio per decenni, bensì quello la risoluzione 194 dell’Onu riconosce ai profughi palestinesi della Nakba del ’47, ‘48 e ’49 e anni seguenti che si trovano nei campi, sia in Palestina che all’estero, soprattutto in Libano, Siria, Giordania ed Egitto. Allora erano quasi un milione; oggi sono cinque volte tanto. Pappé ritiene che “tra il fiume e il mare” ci sia posto per tutti, tanto più che molti ebrei se ne stanno andando o lasceranno Israele nei prossimi anni. Ma come risolvere il problema della restituzione di beni, case, terreni e interi villaggi nel frattempo occupati da generazioni di cittadini ebrei di Israele? E quello delle relative compensazioni? È evidente che non potrà esserci una soluzione univoca, centralizzata e meno che mai immediata. Dovrà essere un processo graduale, decentrato e negoziato caso per caso – cosa che non può essere fatta se non da comunità il più possibile autonome – sotto una sorveglianza ferrea di qualche entità “terza”. Un’entità che abbia il controllo della forza. Questo richiede non solo il disarmo di Hamas, ma anche lo smantellamento dell’esercito israeliano (uno dei più potenti del mondo!) e del suo arsenale, compreso quello nucleare; un potere che nessun israeliano e nessun palestinese potrà mai accettare che venga messo in mano a un governo e a uno Stato maggiore di ufficiali civili e militari “misti”. Pappé adombra, senza misurarsi fino in fondo con le sue implicazioni, l’ipotesi che la soluzione possibile di questo garbuglio stia nel superamento o nella dissoluzione, innanzitutto in terra di Palestina, ma non solo, dello “Stato vestfaliano” (un territorio, un popolo, un potere statuale, e anche una religione o una cultura, che coincidono), sostituito da una libera associazione e convivenza di comunità autonome in grado di negoziare i reciproci rapporti: come era, almeno in parte, la coesistenza di comunità etniche e religiose differenti sotto l’impero ottomano, sottoposte al suo dominio e controllo ma capaci di convivere e di contaminarsi reciprocamente, prima che le potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale le smembrassero per costituirle in Stati (coloniali) separati e divisi da confini disegnati a tavolino: la vera origine del caos che da allora caratterizza il Medio Oriente. Una prospettiva già in parte delineata e realizzata dalla Confederazione democratica del Rojava, ma che, proprio per le difficoltà e le problematiche della sua realizzazione esplora la strada che dovrà essere percorsa per superare gli attuali assetti politici, ma soprattutto quelli sociali, economici e culturali, anche in tutto il resto del mondo. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > La critica è un canto di lodi alla rivoluzione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dal fiume al mare proviene da Comune-info.
Scontri nella notte nel nord-est della Siria
Situazione molto pesante nel nord-est della Siria e nelle altre zone del paese abitati dalle comunità curde, scontri e violenze hanno provocato decine di vittime civili. Con Tiziano di UIKI onlus cerchiamo di fare il punto della situazione.
L’Amministrazione autonoma condanna il “barbaro attacco” a Dêr Hafir
L’Amministrazione autonoma democratica della Siria settentrionale e orientale ha descritto il massacro di civili perpetrato dalle forze di Damasco sabato sera come un “attacco barbaro” e ha invitato la comunità internazionale ad assumersi le proprie responsabilità. La sera di sabato 20 settembre, le forze affiliate al governo ad interim di Damasco hanno compiuto un attacco nel villaggio di Um Tine, a Dêr Hafir, uccidendo 7 civili. L’Amministrazione Autonoma della Siria Settentrionale e Orientale ha dichiarato: “Condanniamo fermamente questi attacchi barbarici. Questo assalto è un segno del perdurare di un approccio ostile contro il nostro popolo”. La dichiarazione prosegue: “In questo periodo in cui il nostro Paese sta attraversando un processo delicato, tutti devono impegnarsi in sforzi liberi dalla violenza e dalla negazione per un futuro sicuro. I colpevoli devono essere portati davanti alla giustizia e puniti. Invitiamo inoltre la comunità internazionale ad adempiere alle proprie responsabilità morali e umanitarie nei confronti dei civili”.
La Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia compie 10 anni
Fondata a Livorno nel 2015, la Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia ETS è nata in un momento cruciale: la guerra civile siriana era al suo apice e l’avanzata dell’ISIS in Siria e in Iraq stava causando massacri e distruzione. Proprio allora … Leggi tutto L'articolo La Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia compie 10 anni sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.