Tag - religione

La terra, la promessa, i corpi
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Rahaf Abu Jazar aveva otto mesi quando è morta assiderata tra le braccia della madre, in una tenda lacerata a Khan Yunis. Non è morta per una bomba, ma per il freddo. Nei giorni successivi altri bambini sono morti allo stesso modo, nei campi di sfollati di Gaza. Vivono in tende senza ripari adeguati, senza acqua potabile, senza la possibilità di ricostruire una casa. Il clima, la pioggia, il freddo sono diventati strumenti di morte. Non si tratta di una fatalità. Queste morti sono il risultato di condizioni di vita rese deliberatamente insostenibili (le tende dove vivono 1,5 milioni di palestinesi non offrono alcuna protezione reale dalle tempeste e del freddo, leggi anche Gaza: 14 morti nelle ultime 24 ore per crollo abitazioni e allagamento tende, Rai news). La distruzione delle infrastrutture, il blocco degli aiuti, il controllo dei materiali essenziali trasformano la natura stessa in un’arma. La terra diventa ostile, non per caso, ma per scelta. Colpisce il contrasto con ciò che accade nello stesso momento alle forze armate israeliane: ai soldati è vietato dormire all’aperto per ragioni di sicurezza, mentre bambini palestinesi passano la notte nel fango. La vita viene così divisa in vite da proteggere e vite esposte. Non per emergenza, ma per sistema. Il corpo di Rahaf pone una domanda: si possono lasciare morire di freddo i bambini in nome di Dio. Cosa succede quando la terra smette di essere un luogo condiviso e diventa di esclusiva proprietà di qualcuno? Tra Israele e Palestina questa dinamica raggiunge un livello particolare di intensità. Qui la terra non è soltanto un luogo da abitare, ma il centro di una promessa divina. Per alcune correnti del sionismo religioso ortodosso – correnti che oggi hanno un peso determinante nel governo israeliano – il controllo esclusivo di Eretz Israel, la terra d’Israele nei suoi confini biblici, non è una questione negoziabile. Non si tratta solo di sicurezza, non si tratta nemmeno solo di identità nazionale. Si tratta di teologia applicata alla politica. In questa visione, Dio ha dato la terra al popolo ebraico attraverso un patto eterno. Quel patto non può essere revocato, non può essere condiviso, non può essere ridiscusso. Senza il controllo totale di quella terra, la redenzione finale – il compimento messianico della storia – non può iniziare. La presenza palestinese su quella terra, in questa prospettiva, non è solo un problema politico da risolvere, ma un ostacolo teologico da rimuovere. La politica, in questa cornice, diventa esecuzione di un piano divino. Non si tratta più di costruire la storia insieme, nel tempo, attraverso il compromesso. Si tratta di portare a compimento un disegno già scritto. Ogni metro di terra ceduto è vissuto come un tradimento verso Dio, ogni insediamento costruito come un atto di fedeltà. Ed è qui che questa visione produce le sue conseguenze più concrete e terribili: se la terra è sacra e il suo controllo è volontà divina, allora ogni mezzo per ottenerla o mantenerla diventa giustificabile. Le espulsioni, le demolizioni di case, il blocco degli aiuti, la violenza quotidiana contro i civili palestinesi non sono più sopraffazioni da condannare, ma passaggi necessari di un compimento superiore. La sofferenza inflitta non interroga più la coscienza, perché viene letta come parte di un piano più grande. Dio, in questa lettura, non chiede giustizia verso l’altro, ma fedeltà al mandato. E la fedeltà passa attraverso la conquista. La terra si carica di un valore che non può essere discusso né condiviso, e ogni rinuncia viene vissuta come una perdita insopportabile. L’etica si ritira. La sofferenza dell’altro non è più una domanda, ma un ostacolo. La terra, difesa come sacra, finisce per calpestare i corpi. Eppure, nel Levitico, si legge una frase che mette in discussione radicalmente questa idea messianica: «La terra è mia e voi state presso di me come stranieri e ospiti». Dio ricorda al suo popolo che la terra non gli appartiene. Gli è stata affidata, non donata: nessuna rivendicazione di possesso è accettabile. Per questo nessuno può considerarsi padrone assoluto di ciò che abita. Vivere sulla terra significa accettare un limite, riconoscere di essere ospiti, non proprietari. Essere “stranieri e ospiti” davanti a Dio non è una condizione di debolezza, ma una responsabilità. Significa che la relazione viene prima del possesso, la giustizia prima del dominio. Nessuna promessa può cancellare la presenza dell’altro, nessuna fedeltà può trasformarsi in esclusione. In questa prospettiva, la terra non è il luogo in cui si afferma il potere, ma quello in cui si misura la cura. Abitare un luogo obbliga alla convivenza. Nessuna terra è santa se chiede la morte dei bambini. Nessuna promessa può passare attraverso l’annientamento dell’altro. Forse è tempo di rileggere quel versetto del Levitico. Non come un dettaglio teologico, ma come un’istruzione pratica: chi vive sulla terra d’altri, o su una terra contesa, è sempre straniero e ospite. Anche quando crede di essere a casa. La violenza contro l’altro è inaccettabile. Quando la distruzione delle condizioni di vita diventa sistematica, quando i bambini muoiono di freddo, quando l’annientamento di un popolo è reso possibile per scelta, non siamo davanti a una tragedia inevitabile, ma a un genocidio: un crimine contro l’umanità. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La terra, la promessa, i corpi proviene da Comune-info.
Disarmata e disarmante
-------------------------------------------------------------------------------- Marcia della pace Perugia-Assisi 2025. Foto di Oliviero Bettinelli -------------------------------------------------------------------------------- Il disarmo, l’obiezione di coscienza e il servizio civile, gli investimenti delle banche, la presenza nelle forze armate dei cappellani senza che questi siano inquadrati nelle gerarchie militari, dialogo ecumenico e interreligioso: sono tra i temi portanti della nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante che i vescovi italiani della chiesa cattolica hanno ha approvato il 5 dicembre (pdf). Parole nette, come raramente accade, che non possono dare adito a fraintendimenti. I vescovi italiani affrontano più volte il tema della produzione e del commercio di armi, ricordando che educare alla pace significa prendere le distanze dalle realtà economiche che speculano sul riarmo, le quali «sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi». Rivolgendosi all’Unione europea, chiamata a riprendere il cammino di coloro che dopo la seconda guerra mondiale «scelsero con coraggio una via di pace da costruire insieme», la Cei giudica «contraddittorie… quelle proposte di pesanti investimenti sul piano degli armamenti e delle tecnologie militari che hanno fatto seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia». Le necessità difensive, ammonisce la nota, non devono favorire «il riarmo globale», né distogliere risorse dalla costruzione di «una comunità più umana». Si chiede inoltre un rafforzamento della normativa per limitare l’esportazione di armi verso Paesi in conflitto. In questo senso l’Ue, anche alla luce del piano ReArm Europe, è invitata a «sostenere la costituzione di un’agenzia unica per il controllo dell’industria militare interna e del commercio di armi con il resto del mondo». Un capitolo è dedicato poi a “la difesa, mai la guerra”, in cui si valorizzano la scelta di obiezione di coscienza e l’esperienza del servizio civile: “in un tempo in cui i governi attori politici e persino opinioni pubbliche considerano la guerra come strumento privilegiato di risoluzione dei conflitti occorre il coraggio di vie alternative per dare sostanza al realismo lungimirante della cura della dignità umana e del creato”. Il testo ribadisce l’essere ormai totalmente superata e inapplicabile la dottrina della “guerra giusta”: qualunque guerra infatti “provoca distruzioni estremamente peggiori di qualunque bene si voglia difendere, aggravando la miseria”, la strada allora, è la nonviolenza, la “resistenza pacifica”. Tutto questo chiama a un percorso educativo che coinvolga le famiglie e le comunità tutte in un cammino che “esige un no deciso alla logica bellica e scelte coerenti con esso”. Il documento parla chiaro: l’auspicio è che non resti solo un documento, ma che venga letto e veramente tradotto in azioni coerenti. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PASQUALE PUGLIESE: > Il nostro rifiuto della chiamata alle armi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Disarmata e disarmante proviene da Comune-info.
Trascendere i confini, incontro virtuale tra India e Pakistan
Il 4 ottobre 2025 alle ore 11.00 CET, si è tenuto online su zoom il webinar “Transcending the Borders: an Interdisciplinary Analysis on the Indo-Pakistani Conflict in a peace construction perspective”. L’incontro si è inserito all’interno di una serie di iniziative promosse da Energia per i Diritti Umani in occasione della Giornata Internazionale della Nonviolenza, celebrata il 2 ottobre scorso. In questo contesto, è parso appropriato e necessario includere uno spazio di discussione per fare luce su uno dei conflitti più sottovalutati dal punto di vista geopolitico, quello indo-pakistano. Benché la comunità internazionale sia intervenuta nella recente escalation del maggio del 2025, il problema non è stato ancora risolto alla radice, né tantomeno portato in modo significativo all’attenzione dell’opinione pubblica. Per questo motivo l’organizzazione di un webinar volto a discutere l’argomento da un punto di vista accademico, al fine di coinvolgere le università e la rete di studenti dei due Paesi oggetto del dibattito, ha costituito un’occasione importante per sollecitare il pensiero critico della società civile. In particolare il coinvolgimento dei giovani, alimentato dal contesto educativo e dal confronto plurale, rappresenta un potente strumento di cambiamento sul piano dell’evoluzione sociale futura. All’incontro con più di 100 partecipanti (di origine indiana, pakistana, italiana, islandese, francese, spagnola, nepalese, argentina e canadese), sono stati invitati a relazionare il professor Irshad Ahmad Mughal (visiting professor all’Università del Punjab, Lahore, Pakistan), il professor Syed Khawaja Alqama (Preside della facoltà di Scienze Umane e Sociali della Minhaj University di Lahore, Pakistan) e Sudhir Gandrota, attivista indiano nel Movimento Umanista da oltre 45 anni, residente a Delhi. Il filo conduttore che accomuna questi tre profili risiede nel fatto che tutti, nell’ambito delle proprie attività quotidiane, si interfacciano con la popolazione civile: il professor Alqama e il professor Ahmad  attraverso l’insegnamento, mentre Sudhir Gandrota attraverso la promozione del dialogo sociale sia a livello locale che nazionale. Non a caso, l’obiettivo del seminario era proprio quello di allontanarsi dalla narrativa dominante e politicizzata che circonda una controversia rimasta in gran parte trascurata nel panorama geopolitico, per concentrarsi invece su un’analisi interdisciplinare che tenesse conto di due aspetti principali: da un lato, la complessità del conflitto e la necessità di affrontarlo da diverse angolazioni e prospettive per risolverlo alla radice, mediante un approccio olistico che possa offrire soluzioni concrete a una questione profondamente radicata nella coscienza storica e sociale dei popoli indiano e pakistano. Dall’altro, il ruolo fondamentale della sensibilità culturale e spiritual-religiosa nella gestione delle divergenze, attraverso la costruzione di un nuovo atteggiamento relazionale volto a sradicare la violenza. Ho moderato il dibattito in qualità di volontaria di Energia per i Diritti Umani e partecipante alla delegazione della Terza Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza in Pakistan. Dopo una breve introduzione del contesto e presentazione dei relatori, il confronto si è aperto con un intervento congiunto di Ahmad e Gandrota, che hanno approfondito il primo dei due punti dialogando sul conflitto indo-pakistano e sviscerandone tutte le sfaccettature, da quella sociale, a quella politica, economica, ambientale e narrativa. Il dialogo tra i due relatori ha fatto emergere l’importanza di un approccio di cooperazione dal basso volto allo scardinamento dei pregiudizi e all’incentivo alla collaborazione tra i due popoli, che condividono molto sia in termini culturali che territoriali. Non possiamo infatti dimenticare come la divisione tra India e Pakistan costituisca di fatto l’esito del colonialismo britannico per cui, in un’ottica di barbara semplificazione, i confini sono stati tracciati sulla base della divisione religiosa tra induisti e musulmani, causando un violentissimo fenomeno migratorio che ha registrato innumerevoli perdite e originato traumi collettivi che si sono tramandati su base intergenerazionale. Tutto ciò ha avuto come risultato l’aumento di divisioni e ostilità, nonché la strumentalizzazione del fattore religioso, indicato come causa del conflitto. Proprio sulla prospettiva religiosa si è concentrato, a chiusura della tavola rotonda, l’intervento del professor Alqama, incentrato sull’analisi del paradigma discendente dalla Carta di Medina del 622 d.C., modello costitutivo dei principi di convivenza in ottica di conservazione di ciascuna identità e della costruzione di pace. L’argomentazione ha dimostrato come la religione in quanto tale, scevra da manipolazioni interpretative e strumentalizzazioni, abbia da sempre incoraggiato l’unione e la valorizzazione delle differenze e non possa quindi essere addotta in ottica strumentale a fondamento delle ragioni di un conflitto. La discussione è stata estremamente partecipata, in particolar modo da studenti universitari, accademici e attivisti sia dell’uno che dell’altro Paese, in un clima di ascolto reciproco, condivisione e desiderio di cominciare a strutturare un movimento di co-progettazione dal basso che possa occuparsi di questi temi, nell’auspicio di trovare una soluzione e un cambio di paradigma alle dinamiche distruttive che hanno caratterizzato il conflitto negli ultimi settant’anni. In questo clima di speranza, India e Pakistan si sono finalmente incontrati trascendendo i confini fisici posti a separazione gli uni dagli altri. In un mondo in cui il confine è visto come un limite, un luogo da interdire o demonizzare, in cui la dicotomia “dentro-fuori” genera l’orrore “noi-loro”, ripensare i confini come spazi di riflessione, confronto e co-costruzione si è rivelato un atto di resistenza necessario ai fini di riscoprire la radice dell’umano e costruire ponti di dialogo sociale. La più bella eredità di sabato 4 ottobre in fondo è proprio questa: il manifestarsi della pace nello sforzo intenzionale del dialogo, nel tentativo luminoso che attraversa chi riconosce un Essere Umano nel volto di colui che qualcun altro aveva cercato di dipingere come un nemico.   Energia per i Diritti Umani
Red Snake
Red Snake proiezione giovedì 14 agosto alle 19:00 Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa Viale Monza, 255 Milano …. Le donne sono sfruttate per soddisfare gli appetiti sessuali dei combattenti jihadisti tra i quali primeggia un foreign fighter, Al Britani, che … Continua a leggere→
De-occidentalizzare e de-patriarcalizzare la Chiesa
SECONDO LEONARDO BOFF, INSIEME ALLA POVERTÀ E ALLA QUESTIONE ECOLOGICA, SONO DUE LE PRINCIPALI SFIDE PER IL NUOVO PAPA: LA DE-OCCIDENTALIZZARE E LA DE-PATRIARCALIZZARE DELLA CHIESA. GLI ANNI VISSUTI CON I POVERI DEL PERÙ, DOVE CON GUSTAVO GUTIÉRREZ È NATA E SI È SVILUPPATA LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE, POTREBBERO RIVELARSI DECISIVI Contadini del Perù, un paese dominato dall’estrattivismo. Foto di desinformemonos.org -------------------------------------------------------------------------------- Confesso che sono rimasto sorpreso dalla nomina del cardinale nordamericano-peruviano Prevost al supremo pontificato della Chiesa. Ciò per mia ignoranza. In seguito, quando mi sono informato meglio, guardando i video su Youtube e i suoi discorsi tra la gente, stando in mezzo a un’alluvione in una città peruviana e la sua particolare attenzione per la popolazione indigena (la maggioranza dei peruviani), ho capito che lui può davvero essere la garanzia di continuità con l’eredità di papa Francesco. Non avrà il suo carisma, ma sarà se stesso, più riservato e timido ma molto coerente con le sue posizioni sociali, comprese le critiche al presidente Trump e al suo vice. Non a caso papa Francesco lo ha chiamato dalla sua diocesi dei poveri in Perù e lo ha chiamato a ricoprire un ruolo importante nell’amministrazione del Vaticano. Leone XIV ha vissuto gran parte della sua vita fuori dagli Stati Uniti, per molti anni come missionario e poi come vescovo in Perù, dove certamente ha acquisito una vasta esperienza di un’altra cultura e della difficile situazione sociale povera della maggior parte della popolazione. Confessò esplicitamente di essersi identificato con quelle persone al punto di naturalizzarsi peruviano. Il suo primo discorso al pubblico è stato contro le mie aspettative iniziali. È stato un discorso pio e rivolto all’interno della Chiesa. Non è stata citata la parola “poveri”, tanto meno liberazione, minacce alla vita e il grido ecologico. Il tema forte è stato la pace, in particolare “disarmata e disarmante”, una critica delicata a quanto sta accadendo oggi in modo drammatico, come la guerra in Ucraina e il genocidio, a cielo aperto, di migliaia di bambini e civili innocenti nella Striscia di Gaza. È sembrato che gli atri temi non fossero nella coscienza del nuovo papa. Ma credo che torneranno presto anche quelli, perché tali tragedie erano così forti nei discorsi di papa Francesco, suo grande amico, che devono ancora risuonare nelle orecchie del nuovo papa. Papa Francesco, in quanto gesuita, aveva un raro senso della politica e dell’esercizio del potere, attraverso il famoso “discernimento dello spirito”, una categoria centrale della spiritualità di Sant’Ignazio. La mia supposizione è che egli ha visto nel cardinale Prevost un suo possibile successore. Non apparteneva alla vecchia e già decadente cristianità europea, proveniva dal Grande Sud, con un’esperienza pastorale e teologica maturata nella periferia della Chiesa, nel suo caso il Perù, dove con Gustavo Gutiérrez è nata e si è sviluppata la teologia della liberazione (leggi anche L’impronta indelebile di Gustavo Gutiérrez, icona della teologia della liberazione). Sicuramente, con il suo modo di fare gentile e la sua predisposizione all’ascolto e al dialogo, porterà avanti le sfide assunte e le innovazioni affrontate da papa Francesco, che non è il caso qui di elencarle. Ma, dal mio punto di vista, ci saranno altre sfide, mai prese sul serio dagli interventi dei papi precedenti: come de-occidentalizzare e de-patriarcalizzare la Chiesa cattolica di fronte alla nuova fase dell’umanità. Essa è caratterizzata dalla mondializzazione dell’umanità (non solo in senso economico, ora turbato da Trump) che, anzi, si sta realizzando a ritmi sempre più rapidi in termini politici, sociali, tecnologici, filosofici e spirituali. In questo processo accelerato, la Chiesa Cattolica nella sua istituzionalizzazione e nella forma come si è strutturata gerarchicamente, appare come una creazione dell’Occidente. Questo è innegabile. Dietro a tutto, c’è il diritto romano classico, il potere degli imperatori con i suoi simboli, riti e modalità di esercizio del potere accentrati in un’autorità massima, il papa, «con potestà ordinaria, massima, piena, immediata e universale» (canone 331), attributi che, in verità, spetterebbero solo a Dio. A ciò si aggiunge la sua infallibilità in materia di fede e morale. Non si potrebbe andare oltre. Papa Francesco si è consapevolmente allontanato da questo paradigma e ha iniziato a inaugurare un altro modello di Chiesa semplice e povera in uscita per il mondo. Questo non ha nulla a che vedere con il Gesù storico, povero, predicatore di un sogno assoluto, il Regno di Dio e critico severo di ogni potere. Ma è proprio quello che è successo: con l’erosione dell’Impero romano, i cristiani, diventati Chiesa con un alto senso morale, si sono fatti carico della riorganizzazione dell’Impero romano che ha attraversato secoli. Ma questa è una creazione della cultura occidentale. Il messaggio originario di Gesù, il suo Vangelo, non si esaurisce né si identifica con questo tipo di incarnazione, perché il messaggio di Gesù è quello di una totale apertura a Dio come Abba (Padre caro), di misericordia illimitata, di amore incondizionato persino per i nemici, di compassione per coloro che sono caduti lungo le strade della vita e di vita come servizio agli altri. L’attuale papa Leone XIV non sarà immune a questa sfida. Vogliamo vedere e sostenere il suo coraggio e la sua forza nell’affrontare i tradizionalisti e nel compiere passi in quella direzione. Una grande, immensa sfida per qualsiasi papa è relativizzare questo modo di organizzare il cristianesimo affinché possa acquisire nuovi volti nelle diverse culture umane. Papa Francesco ha compiuto grandi passi in questa direzione. L’attuale nuovo papa ha accennato a questo dialogo nel suo discorso inaugurale. Finché non ci muoveremo con fermezza verso questa de-occidentalizzazione, per molti paesi il cristianesimo sarà sempre una cosa dell’Occidente. È stato complice della colonizzazione dell’Africa, delle Americhe e dell’Asia e ancora oggi è visto così dalle intelligenze dei paesi che furono colonizzati. Un’altra sfida non meno importante è la de-patriarcalizzazione della Chiesa. Ne abbiamo già parlato sopra. Nella guida della Chiesa ci sono solo uomini, celibi e ordinati con il sacramento dell’Ordine (da sacerdote a papa). Il fattore patriarcale è visibile nella negazione alle donne del sacramento dell’Ordine. Loro costituiscono, di gran lunga, la maggioranza dei fedeli e sono le madri e le sorelle dell’altra metà, degli uomini della Chiesa e dell’umanità. Questa esclusione maschilista fa male al corpo ecclesiastico e mette in discussione l’universalità della Chiesa. Fintanto che non si apre alla possibilità per le donne, come è accaduto in quasi tutte le chiese, di accedere al sacerdozio, si dimostra il suo radicato patriarcato, segno di una cultura occidentale sempre più un accidente nella storia universale. Oltre a ciò, l’obbligo di mantenere il celibato (convertito in legge) rende ancora più radicale il carattere patriarcale, favorendo l’anti-femminismo che si nota in alcuni strati della gerarchia ecclesiastica. Poiché si tratta solo di una legge umana e storica e non divina, nulla impedisce che venga abolita e che venga consentito il celibato facoltativo. Queste e molte altre sfide dovranno essere affrontate dal nuovo papa, mentre nella coscienza dei fedeli cresce sempre più il senso evangelico della partecipazione (la sinodalità) e dell’uguaglianza in dignità e diritti di tutti gli esseri umani, uomini e donne. Perché dovrebbe essere diverso nella Chiesa cattolica? Queste riflessioni vogliono essere una sfida permanente da essere affrontata da chi è stato scelto per il servizio più alto per animare la fede e orientare i cammini della comunità cristiana, come la figura del papa. Verrà il tempo in cui la forza di questi cambiamenti diventerà così esigente che essi si realizzeranno. Allora sarà una nuova primavera della Chiesa, che diventerà tanto più universale quanto più si farà carico di questioni universali e offrirà il suo contributo per risposte umanizzanti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo De-occidentalizzare e de-patriarcalizzare la Chiesa proviene da Comune-info.