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Ciò che rovescia i potenti
-------------------------------------------------------------------------------- Chiapas, 30 dicembre 2024: “Incontro internazionale di ribellioni e resistenze”. Foto di Pozol Chiapas -------------------------------------------------------------------------------- Per alimentare la lotta contro la ferocia del capitalismo oggi dovremmo partire dalle comunità indigene, nere e contadine, dice Raúl Zibechi (I popoli e le guerre). I movimenti popolari, aggiungono altri, sono in questo tempo tra i pochi soggetti in grado di opporsi alla devastazione della vita che i potenti di questo mondo stanno compiendo. Secondo Urgenza evangelica. Manifesto per un universalismo egualitario alternativo alla globalizzazione capitalista (Castelvecchi) è questa la prospettiva che dovrebbe muovere anche i credenti. Scritto dal collettivo francese Anastasis, impegnato a dare un volto nuovo alla sinistra cristiana, il Manifesto ricorda che la vita del Nazzareno è stata prima di tutto il tentativo di creare una società costruita sulla condivisione dei beni nella quale tutti e tutte potessero trovare posto. Per questo, il dovere dei cristiani oggi dovrebbe essere elaborare una critica del capitalismo, ma soprattutto partecipare in tanti modi diversi alla creazione di forme sociali alternative. Come? Partendo dal costruire legami con il “prossimo”, cioè chi più ci destabilizza. E ricordando che nessun processo di liberazione matura con la conquista del potere. In fondo perfino papa Leone, a modo suo, lo ha ripetuto nella solennità di Pentecoste: “Preghiamo oggi che lo Spirito del Risorto ci salvi dal male della guerra, che viene vinta non da una superpotenza, ma dall’Onnipotenza dell’amore”. Di certo, se esiste qualcosa che può ispirare tanti e tante, dice il Manifesto, è l'”universalismo delle molteplicità” vissuto e raccontato dalle comunità zapatiste. Nella prefazione dell’edizione italiana del Manifesto, Marcello Tarì, cita Walter Benjamin secondo il quale gli oppressi ovunque sono più abituati a sopravvivere in uno stato d’emergenza come quello di oggi. Ma cosa chiede esattamente il Vangelo ai credenti? Di chinarsi collettivamente sulle sofferenze del mondo, di prendersene cura, di organizzarsi nella carità, di seminare fraternità qui e ora. Il testo, spiega il collettivo francese, è stato pensato per essere un’occasione con cui discutere del capitalismo devastatore e della piega fascistizzante della società e del cristianesimo. La prefazione si conclude ricordando, con le parole di una giovane palestinese, la forza dell’insurrezione della carità che soffia come liberazione quando parte dalle periferie: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili…”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ciò che rovescia i potenti proviene da Comune-info.
May 25, 2026
Comune-info
Innocenti sovversioni
Da piazza De Ferrari a Genova prendete il bus numero 17 dall’adiacente via Ceccardi. Andando verso Nervi, a levante, scendete alla fermata Europa-Schiaffino poi attraversate il corso. Prendete la destra e, non lontano dalle Poste vedrete un condominio accanto al marciapiede. Giusto all’angolo, scritto con una bomboletta di colore nero, […] L'articolo Innocenti sovversioni su Contropiano.
May 14, 2026
Contropiano
“Reborn”. Farsa taumaturgica a Hormuz
Se non tutti l’hanno visto, una delle ultime di Trump è una sua foto realizzata con IA, una specie di santino postato su Truth in cui lui, ieratico ed emanante luce, vestito da nuovo Messia (a suo dire un medico!) è un guaritore che pone la mano su un malato, e […] L'articolo “Reborn”. Farsa taumaturgica a Hormuz su Contropiano.
April 19, 2026
Contropiano
Pasqua
-------------------------------------------------------------------------------- La nota deposizione di Cristo nel sepolcro, dipinta da Caravaggio (oggi nei Musei Vaticani) -------------------------------------------------------------------------------- “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È il simbolo del dolore umano. (…) Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo”, scrive Natalia Ginzburg, ebrea e atea, in un articolo pubblicato sul quotidiano L’Unità nel 1988. Forse è da qui che si può ripartire. Da un’immagine che non divide, non impone, non urla. Che non chiede di credere, ma di guardare. Un uomo tradito, venduto, martoriato. Un uomo solo. Un uomo che muore. E insieme, in quel corpo, tutti gli altri. Tutti quelli che la storia continua a produrre: i volti cancellati, i corpi senza nome, le vite che scorrono sotto i nostri occhi mentre ci insegnano a non vedere. Il crocifisso li rappresenta tutti, scrive Ginzburg. Forse è questo che ancora ci inquieta. Non è un segno di appartenenza. È uno specchio. Ci riguarda, anche quando pensiamo di esserne fuori. Anche quando ci sentiamo dalla parte giusta. Perché dentro quella storia — in modi diversi — ci siamo tutti. E allora, forse, Pasqua non è una risposta. È un modo di stare. Stare davanti al dolore senza distogliere lo sguardo. Stare dentro una idea semplice e difficile: che il prossimo esiste. E che non possiamo far finta di niente. Dobbiamo augurarci di avere la forza e la capacità di opporci sempre all’orrore a cui stiamo assistendo. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ALESSANDRO SANTORO: > Pasqua laica -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Pasqua proviene da Comune-info.
April 4, 2026
Comune-info
Pasqua laica
-------------------------------------------------------------------------------- Roma, 28 marzo: corteo No Kings. Foto di Riccardo Troisi per Comune -------------------------------------------------------------------------------- La Pasqua ci spinge a ritrovare la forza di sperare contro ogni speranza. Ogni liturgia civica, nella quale si protesta contro la follia della guerra e del dominio e lo si fa con dignità e costanza, è una Pasqua laica, è un respiro di vita. Ovunque si vuole una società basata sulla giustizia e si chiamano in causa i responsabili delle trame della violenza, si fa Vangelo, anche se al Vangelo non ci si crede. Ed io lo vedo, per esperienza, questo trasparire del Vangelo in coloro che non lo leggono, e questa menomazione del Vangelo in coloro che lo portano sotto il braccio. Dobbiamo scegliere questo mondo di pace. E dobbiamo essere spinti e animati ogni giorno da questa mitezza profetica e perciò coraggiosa, pronta a compromettersi in tutti i modi perché la violenza sia debellata e perché in qualche modo tutti i viventi nel mondo abbiano la Vita e l’abbiano densa di speranza. [Alessandro Santoro, prete della Comunità delle Piagge di Firenze] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Imparare a pensare la speranza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Pasqua laica proviene da Comune-info.
March 31, 2026
Comune-info
I’m not muslim
-------------------------------------------------------------------------------- Teheran. Foto di mdreza jalali su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è un gesto che circola nella diaspora iraniana, soprattutto dopo il 2022: il cartello alzato nelle piazze occidentali, la dichiarazione sui social, la frase pronunciata davanti alle telecamere “I’m not Muslim, I’m Persian” (Non sono musulmano/a, sono persiano/a). Un gesto comprensibile nella sua origine emotiva: il rifiuto della Repubblica Islamica, della teocrazia, della violenza di stato esercitata in nome di Dio. Ma un gesto che, nella sua formulazione, rivela una ignoranza storica così profonda da risultare, paradossalmente, un atto di autolesionismo culturale non nei confronti dell’Islam, ma nei confronti della Persia stessa. Perché chi pronuncia quella frase non sa – o ha scelto di dimenticare – che la civiltà islamica nella sua espressione più alta è in larghissima parte un’opera persiana. Cominciamo dall’inizio assoluto. Il primo iraniano a convertirsi all’Islam fu Salman al-Farisi, nato Ruzbeh Khoshnudan a Isfahan. Era così vicino al Profeta che quando i musulmani di Mecca e quelli di Medina litigavano su chi potesse rivendicarlo come proprio, Maometto pose fine alla disputa con una formula senza precedenti: Salman appartiene all’Ahl al-Bayt, alla famiglia del Profeta. Non a una tribù araba. Alla famiglia. È lui a suggerire al Profeta la tattica del fossato durante la battaglia del Khandaq – tecnica militare sasanide sconosciuta agli arabi – salvando la comunità islamica nascente dall’annientamento. Ed è ancora lui a tradurre parti del Corano in persiano durante la vita stessa del Profeta: il primo essere umano a portare il Libro sacro dell’Islam in un’altra lingua. La Persia è dentro l’Islam dal primo giorno, non arrivata dopo. Da quel momento, la presenza persiana non fu una presenza dentro l’Islam: ne divenne la colonna vertebrale intellettuale. La grammatica dell’arabo classico – la lingua del Corano – fu sistematizzata da Sibawayhi di Shiraz, persiano che aveva imparato l’arabo come seconda lingua. Prima di lui non esisteva grammatica araba scientifica. I sei libri canonici dell’hadith sunnita – le raccolte che definiscono normativamente cosa Maometto disse e fece, fondamento della giurisprudenza islamica – furono tutti compilati da persiani: al-Bukhari di Bukhara, Muslim di Nishapur, al-Tirmidhi di Termez, Abu Dawud, al-Nasa’i, Ibn Majah. Tutti. La scuola giuridica Hanafi, la più seguita al mondo con oltre un miliardo di fedeli, fu fondata da Abu Hanifa di origine khorasanica. La teologia sunnita fu rifondata da al-Ghazali di Tus, la cui Ihya Ulum al-Din è ancora oggi la summa del pensiero islamico ortodosso. Ma è nella scienza e nella filosofia che la grandezza persiana diventa vertiginosa. Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi, nato nel Khorasan, lavorò alla Casa della Sapienza di Baghdad e scrisse il trattato che diede all’umanità la parola algebra – dal titolo arabo al-jabr – e il suo stesso nome latinizzato, Algoritmi, diede alla matematica e poi all’informatica la parola algoritmo. Ogni equazione risolta in ogni scuola del mondo porta il nome di un persiano. Al-Biruni di Khwarezm, che i suoi contemporanei chiamavano semplicemente “il Maestro”, calcolò il raggio terrestre con un margine di errore inferiore al 2% cinquecento anni prima di Galileo, scrisse la prima opera di antropologia comparata sull’India, fondò la geodesia moderna e la storia comparata delle religioni, padroneggiava arabo, persiano, sanscrito, greco e siriaco. Ibn Sina di Bukhara – Avicenna in Occidente – costruì il sistema filosofico e medico che rimase testo universitario in Europa fino al XVII secolo e che influenzò Tommaso d’Aquino attraverso le sue traduzioni di Aristotele. E poi c’è chi andò oltre la sintesi tra fede e ragione per costruire qualcosa di radicalmente nuovo. Suhrawardi di Zanjan, il “Maestro dell’Illuminazione” – Shaykh al-Ishraq – fondò nel XII secolo la scuola della Hikmat al-Ishraq, la Filosofia della Luce, recuperando esplicitamente la saggezza zoroastriana preislamica, il neoplatonismo greco e la mistica islamica in un sistema dove la luce è il principio costitutivo della realtà e la conoscenza è presenza immediata, non mediazione concettuale. Mulla Sadra, il grande filosofo safavide, descrisse Suhrawardi come il “Rinnovatore delle Tracce dei Saggi Pahlavi”, e Suhrawardi stesso si considerava il restauratore dell’antica saggezza persiana. La mistica islamica – il Sufismo, l’anima interiore dell’Islam – è quasi interamente un’invenzione del mondo iranico: Hallaj di Tur, Sanai di Ghazni, Attar di Nishapur che scrisse il Mantiq al-Tayr, Rumi di Balkh il cui Masnavi è la più grande summa poetico-spirituale dell’Islam, Hafez di Shiraz che Goethe considerava suo maestro. E la letteratura narrativa islamica? Le Mille e una notte sono la traduzione araba di un originale persiano – l’Hezar Afsan – e i nomi dei suoi protagonisti, Shahryar e Shahrazad, sono persiani. Kalila e Dimna, il libro di favole politiche più influente del Medioevo islamico, fu tradotto dal pahlavi in arabo da Ibn al-Muqaffa’, persiano di Fars, che scrivendo in una lingua che stava ancora imparando fondò la prosa letteraria araba. La Persia non è una componente dell’Islam. Ne è il corridoio universale: il canale attraverso cui l’India, la Grecia, la Mesopotamia e la Cina sono entrate nella cultura islamica e, attraverso di essa, nell’Europa medievale e rinascimentale. Ogni volta che uno studente di matematica risolve un’equazione, ogni volta che un programmatore scrive un algoritmo, ogni volta che qualcuno legge Rumi in qualsiasi lingua del mondo, sta attraversando una porta che i persiani hanno costruito all’interno dell’Islam. Si può – e spesso si deve – rifiutare la Repubblica Islamica, il clericalismo, la violenza esercitata in nome della religione. Si può vivere come atei, agnostici, zoroastriani, liberi pensatori. Ma confondere il regime di Teheran con quattordici secoli di civiltà è esattamente l’errore che serve alla propaganda di chi vuole ridurre una delle tradizioni intellettuali più ricche della storia umana a un’immagine di oppressione, velo e teocrazia. Quell’errore non sfida il potere: lo serve. Chi porta quel cartello non sta resistendo all’Islam. Sta regalando la propria storia a chi non la merita. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO: > Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I’m not muslim proviene da Comune-info.
March 27, 2026
Comune-info
Abbiamo bisogno di un esodo dal sionismo
IL SIONISMO SIN DALL’INIZIO HA RICHIESTO L’ESPULSIONE DI MASSA DELLE PERSONE PALESTINESI DALLE LORO CASE E DALLE LORO TERRE ANCESTRALI, LA NAKBA. SIN DALL’INIZIO HA GENERATO UNA FORMA DI LIBERTÀ RIBUTTANTE CHE VEDE I BAMBINI E LE BAMBINE PALESTINESI NON COME ESSERI UMANI MA COME MINACCE DEMOGRAFICHE. «ABBIAMO LASCIATO CRESCERE INDISTURBATO IL FALSO IDOLO DEL SIONISMO PER TROPPO TEMPO…. – SCRIVE NAOMI KLEIN IN CONTRO L’ANTISEMITISMO (TAMU/TANGERIN ED.), UN LIBRO CHE RACCOGLIE VOCI EBRAICHE E NON CHE RAGIONANO SU SIONISMO, ANTISEMITISMO E RAZZISMO – CERCHIAMO DI LIBERARE L’EBRAISMO DA UN ETNOSTATO CHE VUOLE CHE EBREE ED EBREI VIVANO PER SEMPRE NELLA PAURA… ECCOLO, IL FALSO IDOLO. NON È IL SOLO NETANYAHU, È IL MONDO CHE LUI HA CREATO E CHE LO HA CREATO: È IL SIONISMO. CHE COSA SIAMO NOI? NOI CHE DA MESI E MESI SCENDIAMO IN STRADA, NOI SIAMO L’ESODO. L’ESODO DAL SIONISMO…» Distribuzione di cibo (febbraio 2026) promossa dalla cucina popolare ad Al-Mawasi, Striscia di Gaza, progetto SOS Gaza -------------------------------------------------------------------------------- Ho pensato a Mosè, alla rabbia che deve aver provato quando, sceso dal monte, trovò gli israeliti intenti a adorare un vitello d’oro. L’ecofemminista che c’è in me si è sempre sentita a disagio con questa storia: che razza di Dio è un Dio geloso degli animali? Che razza di Dio è un Dio che vuole accaparrarsi e tenere per sé tutto il sacro della Terra? Ma esiste un’interpretazione meno letterale di questa storia. Parla di falsi idoli. Della tendenza umana ad adorare ciò che è profano e luccicante, a guardare verso ciò che è piccolo e materiale invece che verso ciò che è grande e trascendente. Quello che voglio dirvi stasera, in occasione di questo rivoluzionario e storico «Seder in the Streets»,[1] è che troppe persone, tra quelle che compongono il nostro popolo, hanno ricominciato ad adorare un falso idolo. Ne sono affascinate. Inebriate. Profanate. Quel falso idolo si chiama sionismo. È un falso idolo che prende le nostre più profonde storie bibliche di giustizia ed emancipazione dalla schiavitù – la storia stessa della Pèsach – e le trasforma in armi brutali di furto coloniale di terre, le trasforma in programmi di pulizia etnica e genocidio. È un falso idolo che ha preso l’idea trascendente della terra promessa – una metafora di liberazione umana che attraversa credi e religioni di tutto il pianeta – e si è arrogato il diritto di tramutarla in un atto di compravendita per un etnostato militarista. La forma di liberazione difesa dal sionismo politico è a sua volta profana. Sin dall’inizio ha richiesto l’espulsione di massa delle persone palestinesi dalle loro case e dalle loro terre ancestrali, la Nakba. Sin dall’inizio, ha dichiarato guerra ai sogni di liberazione. In un Seder, è bene ricordare il trattamento che ha riservato ai sogni di liberazione e di autodeterminazione del popolo egiziano. Il falso idolo del sionismo individua la sicurezza di Israele nella dittatura egiziana e nei suoi stati-clienti. Sin dall’inizio ha generato una forma di libertà ributtante che vedeva i bambini e le bambine palestinesi non come esseri umani ma come minacce demografiche, proprio come nel libro dell’Esodo faceva il faraone che, preoccupato per la crescita della popolazione israelita, ordinava di sterminarne gli infanti. Il sionismo ha portato tutti e tutte a questo presente catastrofico, ed è tempo di dirlo chiaramente: è dove ci porta da sempre, alla catastrofe. È un falso idolo che ha spinto davvero troppi membri del nostro popolo su un cammino profondamente immorale, che li incita ormai a giustificare il calpestamento dei comandamenti fondamentali: non uccidere. Non rubare. Non desiderare la roba d’altri. È un falso idolo che identifica la libertà ebraica con le bombe a grappolo che uccidono e mutilano i bambini e le bambine palestinesi. Il sionismo è un falso idolo che ha tradito tutti i valori ebraici, incluso quello che attribuiamo alla messa in discussione, una pratica insita nel Seder, con le sue quattro domande poste dal più giovane o dalla più giovane dei bambini. Incluso l’amore che proviamo, come popolo, per i testi e per l’istruzione. Oggi questo falso idolo difende il bombardamento di ogni università di Gaza; la distruzione di innumerevoli scuole, archivi, tipografie; l’uccisione di centinaia di accademici e accademiche, giornalisti e giornaliste, poetesse e poeti – ciò che in Palestina chiamano «scolasticidio», cioè la distruzione dei mezzi di istruzione. Nel frattempo qui, a New York, le università chiedono l’intervento della polizia e levano barricate contro la grave minaccia costituita dai loro stessi studenti e studentesse, giovani che osano porre domande semplici del tipo: come potete sostenere di credere in qualcosa, e men che meno in noi, se nel frattempo permettete che si compia questo genocidio, se vi investite e collaborate? Abbiamo lasciato crescere indisturbato il falso idolo del sionismo per troppo tempo. E allora stasera diciamo: basta così. Il nostro ebraismo non può essere rinchiuso in un etnostato, perché il nostro ebraismo è internazionalista per natura. Il nostro ebraismo non può essere protetto dall’esercito devastatore di quello stato, perché tutto ciò che fa quell’esercito è seminare dolore e raccogliere odio, anche contro noi ebrei ed ebree. Il nostro ebraismo non è minacciato dalle persone che alzano la voce per esprimere solidarietà alla Palestina al di là delle differenze di razza, di etnia, abilità fisica, identità di genere ed età. Il nostro ebraismo è una di quelle voci, e sa che in quel coro risiedono sia la nostra sicurezza, sia la nostra liberazione collettiva. Il nostro ebraismo è l’ebraismo del Seder di Pèsach: riunirsi in una cerimonia per condividere il cibo e il vino con le persone amate e con quelle sconosciute, un rito che per sua stessa natura è portatile, abbastanza leggero da poterselo caricare sulle spalle, e che non ha bisogno di nient’altro che delle altre persone: niente muri, niente templi, niente rabbini, un ruolo per tutti e tutte, soprattutto il bambino più piccolo o la bambina più piccola. Il Seder è la tecnologia della diaspora per eccellenza, concepita per il lutto collettivo, la contemplazione, la messa in discussione, la commemorazione e la rivitalizzazione dello spirito rivoluzionario. Allora guardatevi attorno. Questo, qui, è il nostro ebraismo. Mentre il livello dei mari sale, le foreste bruciano e nulla è certo, preghiamo davanti all’altare della solidarietà e del mutuo soccorso, a qualunque costo. Non abbiamo bisogno del falso idolo del sionismo. Non lo vogliamo. Vogliamo liberarci dal progetto che commette un genocidio in nostro nome. Liberarci da un’ideologia i cui unici piani di pace sono gli accordi con i petrolstati teocratici che uccidono l’intera regione, mentre vende al resto del mondo le sue tecnologie di omicidio meccanicizzato. Cerchiamo di liberare l’ebraismo da un etnostato che vuole che ebree ed ebrei vivano per sempre nella paura, che vuole che i nostri bambini e le nostre bambine abbiano paura, che vuole convincerci che il mondo ce l’abbia con noi affinché corriamo nella sua fortezza e sotto la sua cupola di ferro, o quantomeno affinché armi e donazioni continuino ad affluire. Eccolo, il falso idolo. Non è il solo Netanyahu, è il mondo che lui ha creato e che lo ha creato: è il sionismo. Che cosa siamo noi? Noi che da mesi e mesi scendiamo in strada, noi siamo l’esodo. L’esodo dal sionismo. E ai Chuck Schumer di questo mondo non diciamo: «Lasciate andare il nostro popolo». Diciamo: « Ce ne siamo già andati. E i vostri figli, le vostre figlie? Adesso sono con noi» -------------------------------------------------------------------------------- [1] Questo testo è il discorso pronunciato da Klein il 23 aprile 2024 in occasione dell’«Emergency Seder in the Streets» a New York. Celebrato durante la festa ebraica della Pèsach, il Seder è un rito che fa rivivere simbolicamente ai suoi partecipanti, attraverso la condivisione di cibi e bevande e la lettura del libro dell’Esodo, il passaggio dalla schiavitù in Egitto alla libertà. Questo «Seder nelle strade», organizzato da Jewish Voice for Peace, si è svolto a Grand Army Plaza, Brooklyn, nelle vicinanze dell’abitazione di Chuck Schumer – leader della maggioranza democratica al Senato e sostenitore incondizionato di Israele – per chiedere l’interruzione della fornitura di armi a Israele. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Abbiamo bisogno di un esodo dal sionismo proviene da Comune-info.
March 11, 2026
Comune-info
La preghiera dello Studio Ovale
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9) Ci sono immagini che raccontano più di molte analisi. Quelle arrivate dallo Studio Ovale nei giorni scorsi sono tra queste. Un cerchio di pastori evangelici, le mani tese verso il presidente degli Stati Uniti, mentre invocano lo Spirito Santo affinché scenda su di lui: pregano perché Dio benedica la sua azione, perché la saggezza del cielo riempia il suo cuore e perché protegga “le nostre truppe”. La preghiera è uno dei gesti più fragili e disarmati della tradizione religiosa. È l’atto di chi riconosce un limite, di chi si espone alla vulnerabilità della domanda. Per questo, quando la preghiera si piega al potere e diventa linguaggio di legittimazione politica, qualcosa si incrina. Non è più soltanto invocazione: si trasforma in consacrazione della forza e in legittimazione del fanatismo. Quando Dio viene invocato per rafforzare la violenza o il dominio, questa fede può diventare il pretesto per qualsiasi crudeltà. Negli Stati Uniti, una parte significativa del mondo evangelico sostiene apertamente Donald Trump. Questo sostegno non nasce tanto da un’affinità spirituale personale, quanto da una convergenza politica e culturale: difesa di alcuni valori morali conservatori, ruolo pubblico della religione, nazionalismo religioso. Negli ultimi decenni questo fenomeno è stato spesso descritto come “nazionalismo cristiano”, cioè l’idea che la nazione abbia una missione quasi sacra e che il potere politico possa essere interpretato come strumento della volontà divina. È qui che avviene un’operazione profonda e rischiosa: la creazione di una “blindatura etica”. Quando il potere politico viene sacralizzato in questo modo, esso smette di essere sottoposto al vaglio della morale comune o del dubbio democratico. Se il leader è uno strumento divino, ogni sua azione — anche la più cruda o divisiva — viene percepita come parte di un piano superiore, diventando così moralmente inattaccabile. La fede non agisce più come una bussola che orienta verso la giustizia, ma come uno scudo che protegge il potere da ogni senso di colpa e da ogni critica esterna. A rafforzare questa visione contribuisce anche la cosiddetta “teologia della prosperità”, diffusa in alcuni settori del mondo evangelico. Secondo questa interpretazione, il successo economico e la ricchezza sarebbero segni della benedizione divina, mentre la povertà indicherebbe una fede insufficiente. È un rovesciamento radicale del messaggio evangelico, che ha sempre guardato agli ultimi come luogo privilegiato della rivelazione. Molti teologi cristiani hanno denunciato con forza questo rischio. Il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer parlava già negli anni Trenta di una religione che diventa “grazia a buon mercato”: una fede che benedice il potere invece di chiedergli conversione. Anche pensatori molto diversi tra loro, come Simone Weil, hanno insistito sul fatto che il sacro autentico non coincide mai con la forza. Per Weil, quando la religione si allea con il potere, perde il suo nucleo più profondo: la capacità di stare dalla parte degli oppressi. Dietro queste scene c’è però anche un fenomeno più ampio. Nelle società attraversate da paura, incertezza e crisi identitarie, cresce il bisogno di protezione. E spesso questo bisogno produce una saldatura potente: il capo forte, la comunità che si percepisce minacciata e un Dio che viene chiamato a garantire la sicurezza del gruppo. Ma il Vangelo nasce esattamente come rottura di questo schema. Non presenta un Dio che protegge una tribù contro le altre. Non legittima la violenza dei forti. Al contrario, mette al centro la vulnerabilità, la misericordia, l’attenzione agli ultimi. Quando Dio diventa il Dio di una parte, quando viene chiamato a proteggere “le nostre truppe” e a garantire il successo dei più forti, la fede smette di interrogare il potere e comincia a servirlo. In fondo, la domanda è semplice: che Dio è quello che viene invocato in queste scene? Un Dio che protegge “le nostre truppe”, che garantisce il successo dei potenti, che benedice la forza di una parte contro l’altra? O il Dio che la tradizione biblica ha raccontato per secoli: il Dio che ascolta il grido di chi è oppresso? Il Dio della Bibbia non è il Dio del dominio. È il Dio che ascolta il grido degli oppressi. «Beati i miti, perché erediteranno la terra». -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La preghiera dello Studio Ovale proviene da Comune-info.
March 6, 2026
Comune-info
Palestina: una terra che vuole vivere
Oggi potete leggere: aggiornamenti da Anbamed del 28 e 27 febbraio aggiornamenti da Radio Onda d’Urto del 27 febbraio da Solidaria Bari una iniziativa di solidarietà a Lozza (VA) una mostra per 10 giorni una poesia di MOHAMMED ABO SOLTAN da Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista – una importante lettera rivolta alla
February 28, 2026
La Bottega del Barbieri