Un territorio già provato--------------------------------------------------------------------------------
Foto Primo numero (che ringraziamo)
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C’è qualcosa di profondamente ingannevole nelle piogge e nelle nevicate di
questi giorni. Sembrano eccezionali, quasi imprevedibili, e invece non lo sono.
A renderle tali è prima di tutto il contesto in cui arrivano: un inverno lungo e
arido, segnato da una siccità ostinata e inquietante. Montagne senza neve, fiumi
ridotti a cicatrici asciutte, campagne esauste, animali in sofferenza. Un
territorio già provato, già fragile. E così, quando finalmente l’acqua arriva,
non è una benedizione. È una minaccia.
Quell’acqua non cade su una terra viva, capace di accoglierla. Cade su un suolo
che abbiamo reso morto: asfaltato, cementificato, impermeabilizzato. Un suolo
che non assorbe, non trattiene, non restituisce. L’acqua allora scivola,
accelera, si accumula. Non ricarica le falde, non nutre i campi. Travolge. È qui
che il disastro naturale smette di essere “naturale”.
I fiumi esondano perché sono stati trasformati. Argini cementificati, letti
artificialmente “rettificati”, corsi d’acqua costretti in geometrie che non
appartengono loro. E attorno a questi fiumi si è costruito ancora, e ancora, e
ancora. Come se l’acqua non avesse memoria. Come se non tornasse mai a reclamare
il proprio spazio.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un territorio maltrattato, piegato a
una logica estrattiva che non conosce limiti. Abbiamo strappato risorse,
occupato spazi, piegato acqua, vento e sole a un uso immediato, senza misura. Un
rituale senza misticismo, senza restituzione. Solo consumo. Solo accumulo. Solo
macerie, alla fine.
Il crollo del ponte sul Trigno, lungo la Statale 16 “Adriatica”, a Montenero di
Bisaccia (Campobasso), non è un incidente. È una metafora potente, dolorosa. È
la rappresentazione concreta di una frattura più profonda: quella tra ciò che
diciamo – “va tutto bene, è sotto controllo” – e ciò che accade davvero. Una
bocca aperta sul pericolo che smentisce l’equilibrio rassicurante delle
narrazioni ufficiali.
E allora le domande diventano inevitabili. Cosa è stato fatto, in questi
vent’anni, per mettere in sicurezza il fiume Biferno, dalla diga del Liscione
(tirata su un invaso artificiale formato negli anni sessanta) fino al mare? Cosa
è stato fatto per il Trigno? Cosa per le strade che costeggiano questi corsi
d’acqua? La risposta principale, guardando ciò che accade oggi, è brutale nella
sua: poco o nulla. O peggio, interventi inutili.
Eppure le risorse c’erano. La testata locale Primonumero lo ricorda con
precisione: dopo l’alluvione del 2003 furono stanziati circa 15 milioni di euro
per la messa in sicurezza del tratto terminale del Biferno. Fondi rimasti
sostanzialmente inutilizzati. Non è una dimenticanza. È una scelta politica. Già
allora, nel 2003, si diceva con chiarezza: non è una fatalità, manca una
politica di prevenzione del territorio. E mentre si denunciava l’assenza di
interventi, la legge finanziaria tagliava proprio lì dove sarebbe servito
investire: difesa del suolo, protezione civile, tutela ambientale. L’ambiente
ridotto a “cenerentola” della spesa pubblica, appena lo 0,4 per cento del
bilancio. Nel frattempo, si finanziavano grandi opere, si inseguivano promesse
di sviluppo rapido, si prosciugavano le risorse per la manutenzione e la cura.
Il risultato è quello che vediamo oggi: un territorio esposto, vulnerabile,
incapace di reggere eventi che, per quanto intensi, non sono più eccezioni ma
parte di una nuova normalità climatica.
Il lago di Guardialfiera (o del Liscione) incombe ancora come una minaccia. Una
massa d’acqua che, quando il “troppo pieno” viene aperto, scarica a valle una
quantità che il fiume non è più in grado di contenere in sicurezza. Qui la
questione non è tecnica, è politica: dimensionare il letto del fiume, prevedere,
prevenire. Fare i conti con la realtà. Ma quei conti non sono mai stati fatti
davvero.
E allora torniamo al punto di partenza: non è la pioggia il problema. È il modo
in cui abbiamo trasformato il territorio. È l’assenza di una visione. È la
scelta sistematica di rimandare, di non intervenire, di preferire l’emergenza
alla prevenzione.
In questo quadro, c’è qualcosa di ancora più stridente. Mentre territori come il
Molise crollano sotto il peso del dissesto idrogeologico, si continuano a
spendere risorse immense altrove: nella guerra, nella distruzione, nella
produzione di insicurezza globale. Eppure l’urgenza vera è qui, sotto i nostri
piedi. È nella cura di un mondo già ferito, già compromesso. Non è più tempo di
dichiarare emergenze. Non è più tempo di promesse. È tempo di scegliere.
Scegliere se continuare a inseguire uno sviluppo che consuma e distrugge, o se
finalmente investire nella salvaguardia del territorio, nella sua manutenzione,
nella sua rigenerazione. Perché senza territorio non c’è comunità, non c’è alcun
tipo di economia, non c’è futuro.
Ogni alluvione che continuiamo a chiamare “eccezionale” è, in realtà, una
responsabilità collettiva che torna a galla.
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