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“Arene Decoloniali”. Cambiare lo sguardo, tra cinema e femminismi oltre il canone occidentale
Dal 7 al 13 settembre il Parco della Torre di Tor Marancia ospita la seconda edizione di Arene Decoloniali, il festival promosso dall’Ong Un Ponte Per che quest’anno assume i femminismi come chiave per interrogare i rapporti tra genere, colonialismo, razzismo, memoria e potere. Venti proiezioni, sette dibattiti, una mostra e un premio compongono un programma nel quale il cinema occupa il centro, pur dentro una struttura che chiama in causa associazioni, archivi, attiviste e attivisti, studiose, festival e realtà culturali diverse. Dietro questa scelta curatoriale spiccano domande che riguardano la politica delle immagini prima ancora della selezione dei titoli: chi possiede il diritto di raccontare? Da quale posizione guarda e quali forme narrative diventano legittime quando a stabilirne il valore continuano a essere, in larga misura, sistemi produttivi e culturali occidentali? Arene Decoloniali nasce precisamente da questa frizione, spiega Caterina, che per Un Ponte Per ha lavorato all’organizzazione del festival: «In Italia il colonialismo è ancora in larga parte rimosso dalla memoria pubblica e manca uno spazio capace di raccontarne la storia e, allo stesso tempo, di mettere in discussione lo sguardo eurocentrico che continua a influenzare il nostro modo di leggere il mondo. La prima edizione è partita soprattutto dalla memoria del colonialismo italiano e dalle resistenze anticoloniali; quest’anno abbiamo voluto fare un passo ulteriore, dedicando il festival ai femminismi e al rapporto tra genere, colonialismo, razzismo e potere». È una questione che investe direttamente la forma stessa del festival, perché, spiega Caterina: > «Arene Decoloniali è stato pensato come uno spazio aperto di ascolto e di > relazione, costruito insieme a soggetti che sui temi affrontati lavorano già > sul piano culturale, politico e sociale». La Casa Internazionale delle Donne, Yekatit 12-19 febbraio, Libreria Griot, LeSconfinate e Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza figurano tra le realtà coinvolte, accanto a festival italiani e internazionali e a una rete di studiose, attiviste e associazioni che intervengono nelle singole giornate. In questa architettura Un Ponte Per svolge il ruolo di promotore e organizzatore: «l’intenzione è mettere a disposizione uno spazio nel quale soggetti e punti di vista diversi possano incontrarsi, facendo del festival un luogo in cui la collaborazione produca confronto e alleanze». Se questa è la premessa politica, il cinema costituisce il terreno sul quale la questione dello sguardo diventa immediatamente visibile. Micaela Veronesi, che con Daniela Ricci firma la direzione artistica, racconta che la costruzione del programma è partita da una domanda elementare solo in apparenza: che cosa vediamo abitualmente sugli schermi e dentro quali storie impariamo a immedesimarci? Ogni immagine, ricorda la direttrice, restituisce un doppio movimento, perché coinvolge chi guarda e, nello stesso tempo, rivela la posizione di chi quell’immagine ha costruito. È qui che il percorso di Veronesi, legato agli studi femministi, incontra quello della co-direttrice Ricci, maturato attraverso un lungo lavoro sui cinema africani e sulle cinematografie del Sud globale: due genealogie differenti che convergono sulla necessità di interrogare l’apparente neutralità della rappresentazione. Veronesi richiama le riflessioni avviate dagli studi femministi sul cinema a partire dagli anni Settanta, da Laura Mulvey a Teresa de Lauretis, quando la critica cominciò a mostrare con maggiore sistematicità quanto spesso la donna cinematografica corrispondesse a una figura immaginata e modellata da uno sguardo maschile. Trasportata sul terreno decoloniale, la stessa domanda investe le culture e le geografie che per decenni sono comparse sullo schermo filtrate da dispositivi produttivi, estetici e narrativi occidentali. > «Oggi», osserva Veronesi, «ci sono film e autrici provenienti da ogni parte > del mondo, mentre la loro circolazione resta diseguale; la programmazione > assume allora il compito di portare al centro opere che i circuiti > distributivi mainstream lasciano spesso ai margini». Ricci insiste sulla capacità delle opere di produrre uno spaesamento che costringa lo spettatore a rivedere il proprio punto di vista. «Siamo abituati a consumare narrazioni occidentali, modellate su strutture e codici altrettanto occidentali. Nel costruire il programma abbiamo quindi scelto opere capaci di spostare lo sguardo dello spettatore, intervenendo tanto sui temi quanto sulle forme: narrazioni frammentate, non lineari, che si sottraggono a una fruizione rassicurante. Sono film che richiedono una partecipazione attiva e sollecitano chi guarda a elaborare un pensiero proprio. In un’epoca segnata da una forte omologazione culturale, l’ascolto dell’alterità, nelle sue diverse declinazioni, può diventare una forma di partecipazione e di resistenza civile». La scelta di dedicare l’edizione 2026 ai “femminismi”, declinati al plurale, discende dalla medesima critica dell’universalismo. Veronesi ricorda: «Pensare il femminismo come un’esperienza omogenea significa perdere la complessità della condizione delle donne, perché il colore della pelle, l’origine, l’estrazione sociale e perfino alcuni fattori burocratici incidono profondamente sulle vite e sulle possibilità di ciascuna. È qui che entra in gioco l’intersezionalità, che ci obbliga a considerare insieme queste differenze. Le opere e gli incontri del festival chiedono quindi di ripensare il femminismo occidentale, sottraendolo all’idea di un modello unico, granitico e immodificabile». Daniela Ricci porta il ragionamento ancora più avanti, ricordando che anche movimenti nati per combattere il patriarcato hanno potuto riprodurre forme di gerarchizzazione culturale e razziale. Da qui l’interesse per il pensiero di Françoise Vergès – attesa al festival nella giornata conclusiva – e per un programma costruito attraverso il dialogo tra autrici e pensatrici il cui sguardo dipende da biografie, appartenenze e posizionamenti diversi. «Non esiste un unico sguardo femminile, così come non esiste un unico modo di essere donna». La questione si fa più delicata quando riguarda direttamente la curatela, perché selezionare significa esercitare un potere, decidendo quali opere e quali voci rendere visibili. Veronesi definisce il processo assunto nella selezione come mediazione, capace di creare connessioni e dare circolazione a opere che incontrano più difficoltà ad arrivare al pubblico. In questa prospettiva, la pratica curatoriale può assumere una funzione decoloniale proprio quando resta aperta alla possibilità di «passare il testimone». Ricci insiste su un rischio contiguo, quello del tokenismo, cioè l’inclusione di una presenza diversa come elemento di facciata, mentre la struttura decisionale resta immutata. La formula del “concedere spazio”, osserva, conserva una matrice paternalista, perché presuppone che qualcuno possieda quello spazio e possa distribuirlo secondo la propria discrezione. La direzione artistica ha cercato perciò di lavorare attraverso un processo collettivo, confrontandosi con Un Ponte Per, con le persone coinvolte nel programma e con curatrici e curatori provenienti da differenti aree del Sud globale. > Il passaggio decisivo consiste dunque nello spostarsi dalla rappresentazione > della diversità alla redistribuzione del potere che stabilisce quali immagini > meritino di essere viste. Questa riflessione torna alla storia italiana, poiché parlare di decolonialità in un paese che ha elaborato solo parzialmente il proprio passato imperiale significa misurarsi con una rimozione che riguarda scuola, cultura popolare e memoria collettiva. Veronesi sottolinea: «il colonialismo italiano è rimasto ai margini dell’insegnamento scolastico e persiste, di conseguenza, un repertorio di stereotipi che ha favorito letture autoassolutorie dell’esperienza coloniale». Il programma di Arene Decoloniali prosegue idealmente, dopo la settimana di Tor Marancia, con la mostra fotografica sulla deportazione coloniale a Ustica, prevista alla Casa della Memoria e della Storia dal 17 settembre al 6 novembre, e con il convegno del 2 ottobre dedicato alle deportazioni e ai campi di concentramento e internamento coloniali in Libia, Etiopia e nei Balcani. Anche il cinema, proprio perché modifica la posizione da cui una storia viene osservata, può incidere su questa rimozione quando restituisce il racconto a chi ha subito la conquista e la violenza coloniale. Veronesi cita il lavoro di Haile Gerima, regista etiope nato nel 1946 e cresciuto dentro una memoria familiare segnata dalla resistenza all’aggressione italiana, del quale il festival presenta Bush Mama, film del 1975 ambientato nel quartiere di Watts a Los Angeles. «Dare spazio a storie che non sono state girate da chi il colonialismo lo ha agito, ma da chi lo ha subito, ci consente di iniziare a cambiare il punto di vista e a immedesimarci nei panni dell’altro». È il caso del lavoro di Haile Gerima, che in Adwa: An African Victory racconta la prima invasione italiana dell’Etiopia «dal suo punto di vista, dal suo posizionamento», quello di un uomo etiope cresciuto in una famiglia che aveva combattuto contro l’aggressione italiana. Quando Ricci definisce il decoloniale «prima di tutto una forma mentale», capace di pensare un’italianità plurale senza cancellarne le differenze, il discorso torna così al punto da cui il festival prende avvio: la relazione fra immagini e potere, fra chi racconta e chi viene raccontato, fra ciò che il pubblico è abituato a riconoscere e ciò che deve ancora imparare a vedere. Immagine Arene Decoloniali Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo “Arene Decoloniali”. Cambiare lo sguardo, tra cinema e femminismi oltre il canone occidentale proviene da DINAMOpress.
September 5, 2026
DINAMOpress
Sardegna ed Etiopia: memorie del sottosuolo
Dall’oblio alla memoria: i discendenti dei deportati etiopi all’Asinara si incontrano in Sardegna per il secondo anno consecutivo. di Marcella Catignani Appena sono arrivata ad Addis Abeba, dove ho vissuto per nove anni, da subito ho sentito una forte affinità con l’Etiopia, mi sono sentita a casa. L’Etiopia e la Sardegna si assomigliano, a cominciare da alcuni paesaggi e per
Bologna 13-14 maggio: colonialismo italiano su schermo
«NN – Non Noto» di Tezetà Abraham e «Omar Mukthar: il leone del deserto» di Mustafa Akkad. Il Centro Studi G. Donati organizza – con il Centro missionario diocesano di Bologna, Un Ponte Per, Rete Yekatit 12-19 febbraio  – presso il Cinema Gamaliele in via Mascarella 46 a Bologna la rassegna «Colonialismo italiano – storie da raccontare» con due proiezioni:   – mercoledì
Una cella. Per due donne: Sadia è somala e…
… sta dentro una prigione mentre l’altra è in Italia dove comanda. di Alessandro Ghebreigziabiher (*)   C’era una volta una cella. Una cella africana. Anzi, no: italiana. Di nome e di fatto, ovvero fattura, costruita durante l’epopea colonialista nostrana nel Corno d’Africa prima di diventare “neo”, “post” o come altro si possa definire quel che accade oggi. Oggi, già.
3° incontro del ciclo (Ri)pensare il colonialismo italiano
L’Associazione culturale Tina Modotti APS e l’Istituto giuliano di Storia, Cultura e Documentazione di Trieste e Gorizia invitano sabato 18 aprile alle ore 18.15 presso i locali dell’Associazione, in Casa del popolo “A. Gramsci” in via Ponziana 14 (1° piano) all’incontro (Ri)pensare il colonialismo italiano (2° ciclo): presentazione del libro Debre Libanos 1937. Il più grave crimine di guerra dell’Italia (Laterza, 2020), del prof. Paolo Borruso (Università cattolica di Milano). L’autore dialogherà con il prof. Fulvio Senardi. “Debre Libanos è il più importante monastero d’Etiopia: è il cuore della Chiesa etiopica, la più antica Chiesa africana con caratteri veramente originali, maturati lungo i secoli. Il cristianesimo etiopico è stato l’asse portante del secolare impero che il negus neghesti Haile Selassie incarnava. Il negus rappresentava il legame con la tradizione nazionale, era il protettore della Chiesa, formalmente dipendente dal patriarcato copto di Alessandria d’Egitto, ma in realtà sotto il controllo dei sovrani […] A Debre Libanos avvenne una tremenda strage di monaci, diaconi, sacerdoti, fedeli, giovani, studenti, addirittura vicini della stessa area geografica, compiuta dagli italiani nel 1937, specie tra il 20 e il 29 maggio, come risposta all’attentato al viceré, maresciallo Graziani. Questo è il più grave crimine di guerra commesso dall’Italia. Ma, in Italia, non si è parlato di Debre Libanos. L’ha fatto solo qualche studioso coraggioso, come Angelo Del Boca, che ha ricostruito gli aspetti oscuri della guerra d’Etiopia…” (dalla prefazione di Andrea Riccardi).  Redazione Friuli Venezia Giulia
April 17, 2026
Pressenza
Fra viaggi e cinema: l’Africa e lo sguardo dell’Occidente
di Maurizio Fantoni Minnella. In coda alcuni link della “bottega”. Durante un convegno di etnologia tenuto nel 1965 a Dakar, rivolgendosi a Jean Rouch (1) cineasta francese e pioniere della cosiddetta antropologia visuale (2), un altro cineasta, ma africano, Ousmane Sembène (3) ebbe a dire: “voi ci guardate come fossimo degli insetti”, alludendo con ciò al fatto che, sebbene attraverso
A Ustica, per rompere il silenzio sul passato coloniale italiano
Nel cuore del Mediterraneo, sull’isola di Ustica, là dove le onde hanno da sempre portato storie di confino e resistenza, prenderà vita un’iniziativa civile e simbolica di grande valore: una delegazione di attivisti, ricercatori, studenti e rappresentanti di associazioni nazionali si recherà presso il cosiddetto “Cimitero degli arabi” per rendere omaggio a un passato cancellato. Questo luogo, nascosto tra le memorie dell’isola, ospita le tracce fisiche della deportazione di oltre 10.000 oppositori libici che, tra il 1912 e il 1934, furono reclusi sulle isole italiane, tra cui Favignana, le Tremiti, Ponza e Ustica stessa, in condizioni disumane. Una repressione coloniale feroce, che rimane largamente assente dal discorso pubblico, dalla memoria collettiva e dai programmi scolastici. A promuovere l’iniziativa, in collaborazione con il Centro Studi Ustica, è una rete ampia e articolata della società civile: tra i promotori figurano Un Ponte Per, Arci, Anpi, Cgil, la Rete Yekatit 12/19 Febbraio, il Movimento Italiani senza cittadinanza, l’Unione degli Universitari e altre realtà impegnate sul fronte dei diritti e della memoria. L’evento si inserisce in un percorso più ampio che punta all’istituzione di una Giornata nazionale della memoria per le vittime del colonialismo italiano, con l’obiettivo di aprire un confronto pubblico e politico sulla necessità, ormai non più rinviabile, di fare i conti con una parte rimossa della storia nazionale. Il momento centrale di questo evento sarà il 17 maggio, quando un corteo partirà da piazza Municipio, con la partecipazione degli studenti del liceo locale, e si dirigerà al cimitero degli arabi, dove verrà piantumato un ulivo e apposta una targa commemorativa, con versi tratti dalle poesie dei deportati libici e dei confinati antifascisti italiani. Una vergogna nazionale, rimossa. Così possiamo definire la vicenda della deportazione degli oppositori libici nelle isole minori italiane durante l’età coloniale. Si tratta di una pagina che ha inciso profondamente sulla storia del nostro Paese, anche se in modo sotterraneo, nascosto, negato. A raccontare perché questa memoria sia rimasta ai margini della narrazione pubblica è Fabio Alberti, fondatore e presidente onorario di Un Ponte Per, tra i promotori dell’iniziativa a Ustica. «L’Italia non ha mai davvero fatto i conti con la propria storia coloniale. Altri Paesi europei, pur senza un’elaborazione piena, hanno almeno riconosciuto quel passato – anche perché, forse, più ingombrante del nostro. La consapevolezza della propria eredità coloniale, altrove, alimenta dibattiti che incidono sulle politiche e sull’identità nazionale. In Italia, invece, tutto questo è mancato. > Le ragioni sono almeno due: da un lato, l’assenza di una vera fase di > decolonizzazione, poiché le colonie italiane furono perse con la guerra e > occupate dalle potenze vincitrici; dall’altro, la volontà di tenere unito il > fronte repubblicano ha impedito uno sguardo critico sull’Italia prefascista, > liberale e monarchica, che fu anche coloniale. È come se la nuova Repubblica avesse fatto i conti con il fascismo, ma non con ciò che lo ha preceduto: il Regno, la monarchia. Invece di affrontare criticamente l’eredità dell’Italia prefascista – che si è cercata di riabilitare evocando una presunta continuità virtuosa con l’epopea risorgimentale – si è preferito costruire il mito consolatorio degli “italiani brava gente”, un modo edulcorato per distinguere il colonialismo italiano da quello delle altre potenze europee. Eppure, oggi sappiamo con chiarezza che l’impresa coloniale italiana, per brutalità e violenza, non fu affatto un’eccezione». L’iniziativa a Ustica non rappresenta soltanto un atto dovuto di riconoscimento verso le vittime del colonialismo italiano. È, al tempo stesso, un gesto politico denso di significato, capace di interpellare il presente. In un contesto in cui cittadinanza, razzismo strutturale e memoria pubblica tornano a occupare il centro del dibattito, il valore simbolico di radicare un ulivo e deporre una targa in quel cimitero dimenticato assume una forza nuova, concreta, urgente. Alberti lo riassume con lucidità, intrecciando memoria, resistenza e visione del futuro in un unico filo narrativo. «Questo progetto intende rendere omaggio e restituire dignità alle vittime del colonialismo italiano, a partire da quelle sepolte sull’isola, che rappresentano simbolicamente tutte le altre. Ma il suo significato va oltre. Si collega, ad esempio, all’azione con cui, come associazione Un ponte per, riportammo alla luce il film Il leone del deserto, rimasto censurato per 44 anni in Italia. Un’opera che, per la prima volta, raccontava il colonialismo dal punto di vista dei colonizzati, non come semplici vittime, ma come resistenti. Ustica rappresenta uno dei luoghi meno noti, ma significativi, della repressione della resistenza libica al colonialismo italiano. Un frammento di storia in cui, simbolicamente, si sono incrociate due forme di opposizione: quella degli anticolonialisti libici e quella degli antifascisti italiani, confinati sulla stessa isola, se non necessariamente in contatto diretto, almeno in una convivenza forzata nel tempo e nello spazio. Non a caso, sulla targa che verrà posta nel cosiddetto “Cimitero degli arabi”, accanto a una poesia scritta durante la prigionia da un deportato libico, compariranno anche i versi di un antifascista italiano, anch’egli confinato a Ustica, dedicati proprio alla lotta anticoloniale. Due resistenze che, seppure distinte, si sono sfiorate e che oggi ci parlano ancora, richiamando l’urgenza di costruire alleanze tra chi si oppone alla guerra del Nord del mondo e chi combatte le nuove forme di colonialismo nel Sud del mondo». > L’iniziativa di Ustica si colloca all’interno di un percorso più ampio che > mira all’istituzione di una Giornata della memoria per le vittime del > colonialismo italiano. Una proposta che sollecita le istituzioni a riconoscere > la propria responsabilità – non solo storica, ma anche politica e culturale – > e che mette a nudo le scelte, mai neutre, con cui una società decide cosa > ricordare e cosa dimenticare della propria storia. «Sulla proposta di una Giornata del ricordo del colonialismo esiste un dibattito aperto. C’è infatti il rischio di perpetuare una narrazione in cui il colonizzato appare solo come vittima. Il nostro approccio, invece, mira a valorizzare la lotta anticoloniale: non solo il dolore subito, ma anche la resistenza. Tuttavia, il riconoscimento di quella resistenza e delle vittime – che furono molte, si parla di circa 700.000 – è il punto di partenza per assumere, da parte italiana, la responsabilità storica del colonialismo e per ripensare il nostro approccio alla questione migratoria. Le vittime ci sono state, sono state rese invisibili agli occhi degli italiani e vanno invece riportate alla luce. Solo così può emergere anche la storia coloniale italiana, smentendo definitivamente il mito degli “italiani brava gente”. È fondamentale, perché la rimozione del passato coloniale ha privato almeno due generazioni della conoscenza di una parte essenziale della propria storia. E questo non riguarda solo le persone colonizzate: riguarda noi. Ci è stato negato il diritto di conoscere la nostra storia, le nostre ragioni, le radici della nostra identità nazionale. A intere generazioni sono mancati gli strumenti per comprendere il presente, perché fenomeni come le migrazioni o le guerre non possono essere letti senza la lente del passato coloniale. Per questo, prima di tutto, rivendichiamo un diritto alla conoscenza. Solo da lì può nascere un percorso di conciliazione, un ragionamento sulla riparazione e, in definitiva, una rilettura delle politiche italiane alla luce del nostro passato». Il corteo che il 17 maggio si dirigerà verso il “Cimitero degli arabi” non vedrà soltanto la partecipazione di attivisti, ricercatori e rappresentanti del mondo associativo. A prenderne parte saranno anche le e gli studenti del liceo di Ustica: una presenza che conferisce all’iniziativa una dimensione educativa tutt’altro che accessoria. Restituire spazio alla memoria rimossa del colonialismo italiano significa anche trasmettere strumenti per leggere criticamente il presente. In un contesto in cui la scuola fatica a colmare questo vuoto, esperienze come questa si configurano come momenti di apprendimento autentico, in cui la storia si intreccia con l’esercizio della cittadinanza. Su questo punto, la riflessione di Fabio Alberti è particolarmente incisiva. «La generazione che oggi frequenta la scuola è la prima a non avere alcun legame diretto né con l’esperienza della guerra né con quella del colonialismo e spesso lo stesso vale per i loro genitori. Senza un’adeguata trasmissione storica, attraverso la scuola e il dibattito pubblico, rischia di crescere all’oscuro di capitoli fondamentali di questo Paese, e quindi priva di strumenti critici per interpretare il presente. Allo stesso tempo, però, è una generazione in formazione, che sta costruendo ora la propria visione del mondo e che può riconsiderarla, se messa nelle condizioni di conoscere anche ciò che è stato rimosso. In questo senso, approfondire la storia della colonizzazione italiana nei programmi scolastici è essenziale. Non per demonizzare il passato, che non si può riscrivere, ma per comprenderlo. Perché solo conoscendo ciò che è stato si può influenzare la qualità dello sguardo che le nuove generazioni rivolgono all’altro, in particolare a chi proviene da contesti non europei. In fondo, questa esperienza insegna che la scuola va supportata da un’educazione alla conoscenza, che continua anche fuori dai confini dell’aula. È un invito a superare i limiti di ciò che la scuola trasmette: apprendere richiede anche un impegno autonomo, personale e collettivo, per andare oltre ciò che le istituzioni raccontano o tacciono. Finora, la storia insegnata è stata in gran parte quella dell’Occidente. Ma nessun fenomeno politico contemporaneo, dalle grandi migrazioni alle guerre, fino alla povertà globale, può essere davvero compreso senza tener conto anche della dimensione coloniale che i Paesi europei hanno avuto con il resto del mondo per 500 anni. Certo, il colonialismo non spiega tutto, ma senza di esso si comprende ben poco. Riconoscerne le radici è fondamentale per leggere i processi in corso e confrontarsi con il presente in modo critico. Pensiamo, ad esempio, alle politiche migratorie: l’Europa deve assumersi la responsabilità di essere parte delle cause delle migrazioni, non solo per il proprio passato coloniale, ma anche per il prolungamento postcoloniale delle disuguaglianze economiche, militari e commerciali che ancora oggi condizionano i rapporti con il Sud del mondo». Ma la memoria del colonialismo, come sottolineano i promotori dell’iniziativa a Ustica, non riguarda solo il passato. Riguarda il presente, e il modo in cui l’Italia e l’Europa continuano a costruire le proprie relazioni con il Sud globale. Le politiche migratorie, commerciali e militari non possono essere comprese – né trasformate – senza guardare in faccia la genealogia coloniale che le attraversa. Anche in questo senso, piantare un ulivo tra le tombe dimenticate non è solo un gesto simbolico: è un atto politico che interroga il nostro presente. Come conclude Fabio Alberti: «Guardare alle migrazioni con la consapevolezza di esserne in parte causa dovrebbe condurre a due conseguenze: anzitutto, al riconoscimento di un dovere di accoglienza; ma soprattutto, alla necessità di rivedere profondamente le politiche estere – commerciali, economiche e militari – specialmente nei confronti dell’Africa, dove persiste una politica di spoliazione che alimenta la pressione migratoria, costringendo milioni di persone a cercare altrove una possibilità di vita». L’immagine di copertina è “Libia-1912-piazzando-i-reticolati“ SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. 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May 12, 2025
DINAMOpress