Tag - giornalisti

La tragedia di Gaza a Maresca R-esiste
Domenica 23 agosto, si è svolta a Maresca, sulla Montagna Pistoiese, l’ultima giornata del festival Maresca R-esiste, dedicato quest’anno alle fragilità del nostro tempo. Il titolo della giornata conclusiva era: Guerre, autocrazie in ascesa e democrazie in crisi: percorsi di resistenza civile. Nella sessione pomeridiana si sono alternarti diversi interventi, di cui il più toccante è stata la testimonianza di Alhassan Selmi, giornalista di Gaza. Alhassan era intervenuto anche nell’edizione del festival dello scorso anno, ma lo aveva fatto da remoto, perchè si trovava nella Striscia. Quest’anno invece era presente, avendo ottenuto una borsa di studio presso l’Università per stranieri di Siena, grazie all’interessamento del Rettore Tomaso Montanari. La testimonianza è stata estremamente cruda e davvero molto toccante, perché, da testimone oculare, Alhassan ha potuto raccontare fatti che non vengono narrati nei media convenzionali. L’intervento si è svolto in inglese, con la traduzione di Raffaele Oriani, giornalista ex collaboratore de “Il Venerdì” di Repubblica, che nel 2024, si è dimesso dall’incarico, in polemica con la linea editoriale ritenuta reticente sulle vicende di Gaza. Dopo i ringraziamenti agli organizzatori per la perseveranza con cui viene mantenuta l’attenzione su Gaza, Alhassan, che ha vissuto per oltre 800 giorni nella guerra di Gaza, ha ricordato che il genocidio è tuttora in corso, sotto gli occhi di tutto il mondo, senza che nessuno riesca a fermarlo. Come tutti i giornalisti di Gaza, ha continuato a lavorare in condizioni estreme, esposto a ogni tipo di rischio; arrivato in Italia, dove tutto questo non c’è, sente fortissima la responsabilità di testimoniare ciò che ha visto. Documentare l’estrema violenza con cui le persone perdono la vita a Gaza è molto difficile per i giornalisti, per l’inevitabile coinvolgimento emotivo e umano. In diverse circostanze ha assistito agli esiti di attacchi in cui sono state uccise dalle 200 alle 300 persone, bambini compresi, assistendo molti di loro nel momento in cui molti esalavano l’ultimo respiro, le madri raccoglievano i corpi dei figli o, viceversa, i bambini raccoglievano i resti dei genitori. In tante situazioni il giornalista ha interrotto il proprio lavoro per la necessità di prestare soccorso. A Gaza sono stati uccisi più di 270 giornalisti, perché gli occupanti volevano che il mondo non sapesse cosa stava accadendo. In molti casi Alhassan ha assistito colleghi feriti o ha raccolto i resti di quelli che sono stati uccisi: è molto difficile per lui dimenticare i loro ultimi sguardi, che lo invitavano a non aver paura e a continuare il lavoro, perché obbligo del giornalista è documentare ciò a cui assiste. Per lui è particolarmente doloroso osservare che lontano dalla guerra i giornalisti si dimenticano della loro missione e parlano di fatti non importanti, mentre a Gaza c’è una tremenda carestia e i bambini muoiono di fame. Per capire che è in corso un genocidio è sufficiente guardare i servizi alla televisione o i video sui social, ma la situazione sul campo in verità è ancora peggiore di quanto mostrato sui media, perché esistono meccanismi di blocco che impediscono la trasmissione delle immagini più crude, per cui arriva al pubblico solo una piccolissima parte di ciò che realmente accade. Per esempio, dopo un attacco si può vedere alla televisione una madre che raccoglie urlando o piangendo il proprio figlio ferito o morto, ma questa è solo l’ultima immagine della sequenza: dobbiamo immaginare che la violenza delle bombe è tale per cui i corpi vengono disintegrati, le persone fondono (melt nell’originale in inglese) per le alte temperature che si sviluppano e letteralmente scompaiono (desappeared). I soccorritori raccolgono i corpi identificabili e li portano all’ospedale; raccolgono poi ciò che rimane in grandi sacchi di carne umana (big bag of human meat), anche 300 kg, costituita dai resti smembrati e irriconoscibili dei corpi di più vittime raccolti assieme. I parenti delle vittime arrivano all’ospedale per chiedere notizie dei loro cari. Dopo che tutti i corpi identificati sono stati consegnati alle famiglie, rimangono ancora persone in attesa dei resti dei loro morti. A questo punto il medico va dalla madre che ancora aspetta il corpo della figlia e chiede quanti anni ha e quanto pesa. Se la madre dice, ad esempio, che la bambina aveva 10 anni e pesava 30 kg, il medico torna dentro e dalla massa informe di carne umana preleva 30 kg, li mette in un sacco e lo consegna alla madre, con l’imperativo di non aprirlo. Lo stesso può accadere per la ricerca dei resti dei genitori, dei fratelli o dell’intera famiglia. Alhassan ha poi raccontato casi particolarmente strazianti di persone rimaste vive sotto le macerie, coi sopravvissuti che cercano di estrarli a mani nude, senza riuscirvi, perché nella Striscia tutti i bulldozer o altri mezzi simili sono stati distrutti dagli occupanti e non ne vengono fatti entrare di nuovi. I parenti possono così solo rimanere presso le vittime ad ascoltare, impotenti, le loro grida e le loro richieste di aiuto, fino a che non arriva la morte dopo ore o addirittura giorni. Ma la storia continua: grossi ratti entrano tra le macerie per cibarsi del corpo dei defunti, magari litigandosi la preda o addirittura uscendo con in bocca pezzi di carne. Qualche giorno fa i soccorritori hanno estratto dalle macerie i corpi dei numerosi membri di una stessa famiglia uccisi oltre due anni addietro. Di tutta questa grande e numerosa famiglia allargata di quasi 50 persone è sopravvissuto solo un bambino di 10 anni. Alhassan si chiede come è stato possibile che nessuno sia intervenuto, mentre più del 90% di Gaza è stata distrutta completamente. Noi che non dormiamo se una formichina cammina sul braccio di nostro figlio, abbiamo lasciato che tutto questo succedesse per mesi e mesi. La situazione è chiara, ma il problema è che questa viene normalizzata: viene normalizzata l’uccisione, viene normalizzata la sofferenza. Ma anche in questa sofferenza i palestinesi continuano a coltivare il sogno della pace, che consenta di vivere gli uno accanto agli altri, musulmani con ebrei e cristiani nella Terra Santa. Il problema non è la religione, non sono le persone, ma è la macchina della guerra, che usa la religione per occupare e uccidere. Alhassan riferisce che al matrimonio di sua nonna, prima della Nakba, erano presenti molti ebrei. Davanti alla macchina da guerra non c’è differenza tra musulmani, ebrei o cristiani, perché anche le chiese cristiane sono state distrutte nella Striscia. Alhassan conclude dicendo che noi, mano nella mano, possiamo fermare questa macchina della guerra e ci chiede di condividere la responsabilità di continuare a parlare di Gaza e di non normalizzare il genocidio, perché è necessario rimanere umani. Alhassan, assieme a Oriani e alla illustratrice Marcella Brancaforte ha realizzato sulla vicenda di Gaza un libro illustrato dal titolo Il popolo meraviglioso. https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/il-popolo-meraviglioso Grazie a Paolo Mazzinghi per l’aiuto nel recupero del materiale https://www.youtube.com/watch?v=rbvi7NND3fc&t=52s     Enrico Campolmi
August 25, 2026
Pressenza
La repressione raccontata a mio figlio – di Emanuele Braga
In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali uccidono civili per [...]
July 31, 2026
Effimera
Condannati per aver spiato la stampa
La condanna a cinque anni inflitta all’ex direttore della Direzione dei servizi segreti dell’Esercito, Schafik Nazal Lázaro, e all’ex giudice Juan Antonio Poblete per aver intercettato illegalmente le comunicazioni del giornalista Mauricio Weibel mentre indagava sul caso di corruzione noto come Milicogate, va ben oltre i suoi protagonisti. Non siamo solo di fronte alla conclusione di un procedimento giudiziario. Siamo di fronte a un monito su uno dei limiti che una società democratica non può mai permettersi di oltrepassare: utilizzare il potere dello Stato per sorvegliare coloro che controllano le autorità. Le attività di intelligence si giustificano nella misura in cui proteggono lo Stato e i cittadini dalla criminalità organizzata, dal terrorismo, dallo spionaggio straniero e da altre minacce reali. Proprio perché dispongono di poteri straordinari, lo Stato di diritto esige che il loro utilizzo sia soggetto a limiti rigorosi: una legge chiara che li autorizzi, uno scopo legittimo e controlli efficaci che garantiscano che le misure adottate siano necessarie e proporzionate. Quando tali limiti vengono meno, l’intelligence smette di proteggere la società e inizia a minacciare le libertà che dovrebbe salvaguardare. La stampa libera non esiste per proteggere i giornalisti. Esiste per proteggere la libertà. La libertà di espressione comprende la ricerca, la ricezione e la diffusione di informazioni di interesse pubblico. Quando un giornalista indaga su un caso di corruzione, in realtà sono milioni di cittadini ad accedere a informazioni indispensabili per esigere trasparenza, rendicontazione e responsabilità da parte di chi detiene il potere. Quando lo Stato spia un giornalista, non solo ne compromette il lavoro. Mina anche la fiducia di chi denuncia fatti di corruzione o fornisce informazioni di interesse pubblico. Come ha sottolineato l’Amicus Curiae presentato da Columbia Global Freedom of Expression, quando i giornalisti e le fonti temono che le loro comunicazioni possano essere intercettate, molti smettono di indagare, altri smettono di denunciare e la società perde l’accesso a informazioni essenziali per il dibattito pubblico. L’effetto non riguarda solo un giornalista; è un danno alla libertà. Per questo motivo, lo spionaggio illegale ai danni dei giornalisti costituisce ben più di una violazione della loro privacy. È una forma di censura indiretta. Produce un effetto intimidatorio che scoraggia nuove indagini, intimorisce le fonti di informazione e favorisce l’autocensura. La conseguenza è che la società comincia a perdere la propria libertà perché smette di conoscere ciò che deve sapere per controllare chi detiene il potere. La libertà non consiste solo nel fatto che le persone possano consumare, intraprendere iniziative, spostarsi o esprimere le proprie opinioni. Dipende anche dall’esistenza della libertà di indagare, cercare e diffondere informazioni di interesse pubblico; dal fatto che i media possano pubblicare senza pressioni politiche o economiche; e dal fatto che nessuna verità ufficiale venga imposta senza l’indispensabile contrappeso di voci indipendenti. Le persone non perdono la loro libertà da un giorno all’altro. La cedono lentamente quando accettano l’autocensura dei mezzi di comunicazione, quando la paura sostituisce il dibattito e quando chi indaga sul potere viene trattato come una minaccia invece di svolgere il ruolo indispensabile di controllarlo. Difendere la libertà di indagare e di informare non significa proteggere i giornalisti. Significa proteggere la libertà. Marcelo Trivelli
July 4, 2026
Pressenza
Basta sangue sui nostri giubbotti. Giovedi a Montecitorio presidio dei giornalisti
Gli operatori e le operatrici dell’informazione per Gaza – Rete NoBavaglio – Articolo 21 – Giulia Lazio – Controcorrente Lazio – Movimento Pace e Giustizia in Medio Oriente insieme a FNSI, Ordine dei Giornalisti, Odg Lazio, Stampa Romana e GVPRESS hanno convocato un presidio – flash mob a Piazza Montecitorio […] L'articolo Basta sangue sui nostri giubbotti. Giovedi a Montecitorio presidio dei giornalisti su Contropiano.
May 6, 2026
Contropiano
Alla Casa Bianca un altro fucile in cerca di Trump
E per fortuna che dovevano essere gli iraniani a mostrare “spaccature interne”… Negli States, invece, c’è così tanta unità che si sparano tra loro e il presidente-faccio-tutto-io improvvisamente invita tutti alla calma. Sminuendo la portata di quello che sembra un “quasi attentato” nei suoi confronti. Vediamo i fatti. Ieri sera […] L'articolo Alla Casa Bianca un altro fucile in cerca di Trump su Contropiano.
April 26, 2026
Contropiano
Libano. Israele continua il killeraggio contro i giornalisti. Uccisa Amal Khalil
Mentre stava documentando i raid israeliani nel sud del Libano, insieme alla fotografa Zeinab Faraj, la nota giornalista libanese Amal Khalil è stata presa di mira dai militari israeliani. Il fuoco è stato diretto prima contro l’automobile su cui viaggiava, poi sulla casa in cui si era rifugiata e infine […] L'articolo Libano. Israele continua il killeraggio contro i giornalisti. Uccisa Amal Khalil su Contropiano.
April 24, 2026
Contropiano
Perdere il senso del Tempo (1/4: Puntata completa)
Apriamo commentando l'articolo del Tempo che alimenta lo spauracchio delle tecnologie alternative ed autogestite usate dai pericolosi cyberattivisti, e arriva a scomodare persino i remailer, tecnologia che avevamo dimenticato perfino noi. Facciamocela raccontare. Parlando di cose serie, l'Europa ha secretato i dati sui data center con il pretesto di tutelare i segreti commerciali. Torniamo su un argomento che abbiamo toccato anche qualche puntata fa, ovvero le importanti sentenze contro Meta e Youtube. Oggi diamo conto di un articolo pubblicato da Valigia Blu che, riprendendo articoli di altri analisti, critica la sentenza e gli effetti che produrrà. L'argomentazione non ci convince, ma ne diamo comunque lettura perché ci dà lo spunto per alcune riflessioni.
April 19, 2026
Radio Onda Rossa
Perché non arrivano immagini o video dalle città israeliane bombardate?
Siamo letteralmente invasi da immagini e video palesemente fake o create con AI che giungono da Israele o dall’Iran. Mai come in questa guerra la visibilità è così scarsa. Molti condividono senza capire il danno che fanno all’informazione cadendo così nel tranello della “nebbia militare” dove, se tutto può essere […] L'articolo Perché non arrivano immagini o video dalle città israeliane bombardate? su Contropiano.
March 14, 2026
Contropiano
Alziamo la voce per Gaza, difendiamo i giornalisti e la libertà di informazione
La Rete #NoBavaglio denuncia la crescente ondata di esposti disciplinari temerari contro giornalisti che stanno raccontando con rigore ciò che accade a Gaza e in altri scenari di guerra. Colpire colleghi come Nico Piro, Carlo Bartoli, Beppe Giulietti, Matteo Pucciarelli significa tentare di intimidire l’intera professione, usando in modo distorto […] L'articolo Alziamo la voce per Gaza, difendiamo i giornalisti e la libertà di informazione su Contropiano.
March 8, 2026
Contropiano