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L’altro Di Vittorio
È da poco in libreria questo importante volume di Michele Colucci – primo ricercatore presso il CNR – che ha il merito di offrire al lettore un’altra dimensione, spesso ignorata o trascurata, dell’azione e della figura di Giuseppe di Vittorio, la personalità più carismatica della storia sindacale italiana. Il nome […] L'articolo L’altro Di Vittorio su Contropiano.
July 16, 2026
Contropiano
[INTERNAZIONALE] AGOSTO NERO. Appello per un mese di azione e di propaganda per lx compagnx Lupi, Tortuga e Belén.
da Informativo Anarquista, 8.07.26 AGOSTO NERO 2026 Chiamata per un mese di azione e propaganda per lx compagnx Lupi, Tortuga e Belén. «Non c’è lotta senza sangue, senza prigione, senza clandestinità, senza morte… devi sempre avere questa certezza. (…) Parlare di morte e chiudersi nel dolore, parlare delle vite di chi se ne è andato, sapere che conoscono il loro sangue, abbiamo innacquato il cammino della lotta e continuare è il miglior tributo a tutti coloro che non ci sono più… il resto sono solo scuse» Marcelo Villarroel, prigioniero anti-autoritario. (Intervista pubblicata per la chiamata per l’Agosto Nero 2025) «Nella maggior parte dei giorni di violenza (…) sono stati esposti brochure o tele relative a cause anarchiche. Nella manifestazione di ieri, persone incappucciate tenevano striscioni con la scritta ‘Agosto Negro’ e il nome di tre persone legate ad atti criminali violenti, e persino al posizionamento di ordigni esplosivi.» Il bastardo J. Bellolio (Riferendosi all’azione incendiaria della scuola superiore Lastarria del 13/08/2025). In agosto 2024, tre compagnx anarchicx morirono in diverse circostanze in maniera repentina e accidentale, dopo questi fatti, ci siamo posti la sfida di moltiplicare le loro idee, le loro storie di combattimento, quei contributi genuini che hanno assunto nella vita con impegno, solidarietà, serietà e volontà. Così, torniamo a rilanciare un appello per un Agosto Nero. Vogliamo che Luciano Balboa “Lupi”, Luciano Pitronello “Tortuga” e Belén Navarrete continuino a essere presenti nell’azione e nella propaganda, così come nelle risposte date l’anno scorso da persone anonime e affini in diversi territori. Questo appello nasce a sua volta con l’intenzione di (ri)vitalizzare campagne anarchiche in tempi di avanzata feroce e devastante del capitale, condanne più severe contro lx nostrx compagnx imprigionatx, altrx ricercatx e catturatx e il potere che cerca di divorare le nostre vite in modi diversi giorno dopo giorno. Non arrendersi, non fermarsi, continuare contro tutti i pronostici sono e saranno sempre le opzioni degne da prendere. Da diversi angoli, luoghi e prigioni, lx compagnx ci mostrano che è sempre possibile e che, con ciò che hanno a disposizione, cercano la distruzione di questo mondo come lo conosciamo, insieme ai suoi valori marci e ai suoi rapporti di dominazione. Con la cura di te e il carattere necessario, solx e/o con x tuoi parenti e complici, non startene fuori da questa chiamata! Questo potrebbe essere un buon momento per fare qualcosa di anarchico! Ogni giorno può esserlo. Che la morte dex nostrx compagnx sia un ulteriore impulso nelle nostre vite, nelle nostre decisioni e volontà in conflitto contro questo mondo marcio. PER UN AGOSTO NERO! LUPI, TORTUGA E BELÉN PRESENTI NEL CAOS E NELL’ANARCHIA! NULLA È FINITO, TUTTO CONTINUA!
[2026-07-08] Solidarietà alla comunità di Prosfygika @ CSOA Ex-Snia
SOLIDARIETÀ ALLA COMUNITÀ DI PROSFYGIKA CSOA Ex-Snia - Via Prenestina 173 (mercoledì, 8 luglio 20:00) SOLIDARIETA' A PROSFYGIKA Autogestione ed internazionalismo partendo dalla lotta per il quartiere di Prosfygika che resiste ad Atene /// Dalle 20:00 Aperitivo sociale ed introduzione Alle 21:00  Proiezione di documentari (circa 40 min, lingua greca sott. inglese) e a seguire dibattito /// Prosfygika è da 16 anni un quartiere occupato ed autogestito nel cuore di Atene, che ospita circa 400 persone e offre protezione speciale all3 rifugiat3. Nelle parole di chi la abita, Prosfygika è una proposta vitale: costruire collettività e giustizia sociale nelle sue forme più pure – una lotta per la libertà e l'uguaglianza, in qualsiasi tempo e luogo. Prosfygika si trova adesso sotto attacco: un progetto di "riqualificazione urbanistica" dell'intero quartiere (circondato da sedi istituzionali e luoghi turistici) minaccia la sua esistenza. Il 5 febbraio, Aristotelis Chantzis ha iniziato uno sciopero della fame fino alla morte, un'azione estrema a cui si è aggiunta Suzon Doppagne lo scorso primo maggio. Il 24.06.2026, con la salute di Aristotelis che si deteriorava rapidamente e tra cortei di solidarietà in tutte le grandi città greche, il governo regionale dell'Attica ha annullato il piano illegale di sgombero. La Comunità di Prosfygika occupata ha deciso di porre fine agli scioperi della fame di Aristotelis (140 giorni) e Suzon (55 giorni), vedendo pienamente soddisfatte le loro richieste, almeno per il momento. La lotta non è finita, continuerà. La prossima estate sarà cruciale non solo per la salute degli scioperanti della fame, ma anche per il processo in corso relativo al piano di sfratto e in termini di repressione. La solidarietà internazionalista ha giocato un ruolo importante nella vittoria dello sciopero della fame; ora che la lotta continua, è fondamentale che la solidarietà internazionalista prosegua e si rafforzi ulteriormente, tenendo alta l’attenzione sulla Comunità di Prosfygika ed esportando il suo modello di resistenza, di organizzazione e di vita. DIFENDIAMO LA COMUNITÀ DI PROSFYGIKA DIFENDIAMO GLI SPAZI LIBERI OVUNQUE __________________________________________________________________________________________________________ SOLIDARITY TO PROSFYGIKA Self-management and internationalism starting from the struggle for the neighbourhood of Prosfygika, resisting in Athens /// From 20:00 Social aperitif and introduction At 21:00 Screening of documentaries (approx. 40 min, in Greek with English subtitles), followed by a discussion /// Prosfygika is a self-managed occupied neighbourhood in the heart of Athens that has existed for the past 16 years. It is home to around 400 people and provides special protection to refugees. In the words of those who live there, Prosfygika is a living proposal: to build community and social justice in their purest forms—a struggle for freedom and equality, at any time and in any place. Prosfygika is now under attack: a "urban redevelopment" project for the entire neighbourhood (surrounded by government institutions and tourist sites) threatens its very existence. On 5 February, Aristotelis Chantzis began a hunger strike until death, an extreme action that was joined by Suzon Doppagne on 1 May. On 24 June 2026, as Aristotelis' health was rapidly deteriorating and solidarity demonstrations were taking place in all major Greek cities, the Regional Government of Attica withdrew the illegal eviction plan. The Occupied Community of Prosfygika decided to end the hunger strikes of Aristotelis (140 days) and Suzon (55 days), considering that their demands had been fully met, at least for the time being. The struggle is not over—it will continue. The coming summer will be crucial not only for the health of the hunger strikers, but also for the ongoing legal proceedings concerning the eviction plan and in terms of repression. Internationalist solidarity played an important role in the victory of the hunger strike; now that the struggle continues, it is essential that internationalist solidarity also continues and grows stronger, keeping attention focused on the Community of Prosfygika and spreading its model of resistance, organisation, and collective life. DEFEND THE COMMUNITY OF PROSFYGIKA DEFEND FREE SPACES EVERYWHERE __________________________________________________________________________________________________________ ΑΛΛΗΛΕΓΓΎΗ ΣΤΑ ΠΡΟΣΦΥΓΙΚΑ Αυτοοργάνωση και διεθνισμός μέσα από τον αγώνα για τα Προσφυγικά της λεωφόρου Αλεξάνδρας /// Από τις 8:00 μ.μ. Κοινωνικό aperitivo και εισαγωγή Στις 9:00 μ.μ. Προβολή ντοκιμαντέρ (περίπου 40 λεπτά, ελληνικά με αγγλικούς υπότιτλους) και ανοιχτή συζήτηση /// Εδώ και 16 χρόνια, τα Προσφυγικά είναι μια κατειλημμένη και αυτοοργανωμένη γειτονιά στην καρδιά της Αθήνας, που φιλοξενεί περίπου 400 άτομα και προσφέρει προστασία σε πρόσφυγες και μετανάστριες. Τα Προσφυγικά δέχονται τώρα επίθεση: ένα έργο «αστικοποίησης» ολόκληρης της γειτονιάς (που περιβάλλεται από κυβερνητικά κτίρια και τουριστικά αξιοθέατα) απειλεί την ίδια τους την ύπαρξη. Στις 5 Φεβρουαρίου, ο Αριστοτέλης Χατζής ξεκίνησε απεργία πείνας μέχρι θανάτου, ένα ακραίο μέτρο στο οποίο αποφάσισε να συμμετάσχει και η Suzon Doppagne την 1η Μαΐου. Στις 24 Ιουνίου 2026, με την υγεία του Αριστοτέλη να επιδεινώνεται ραγδαία και εν μέσω διαδηλώσεων αλληλεγγύης σε όλες τις μεγάλες ελληνικές πόλεις, η περιφερειακή κυβέρνηση της Αττικής ακύρωσε το παράνομο σχέδιο έξωσης. Η κατειλημμένη κοινότητα Προσφυγικών αποφάσισε να τερματίσει τις απεργίες πείνας του Αριστοτέλη (140 ημέρες) και της Σουζόν (55 ημέρες), βλέποντας τα αιτήματά τους να ικανοποιούνται, τουλάχιστον προς το παρόν. Ο αγώνας δεν έχει τελειώσει. Το ερχόμενο καλοκαίρι θα είναι κρίσιμο όχι μόνο για την υγεία των απεργών πείνας, αλλά και για νέες πιθανές εξελίξεις σχετικά με το σχέδιο έξωσης και την καταστολή. Η διεθνιστική αλληλεγγύη έπαιξε σημαντικό ρόλο στη νίκη της απεργίας πείνας. Τώρα που ο αγώνας συνεχίζεται, είναι απαραίτητο να συνεχιστεί και να δυναμώσει ακόμη περισσότερο, διατηρώντας την προσοχή στην Κοινότητα Προσφυγικών και εξάγοντας το μοντέλο αντίστασης και οργάνωσης που έχει χτιστεί από την κοινότητα όλα αυτά τα χρόνια. ΝΑ ΥΠΕΡΑΣΠΙΣΤΟΥΜΕ ΤΗΝ ΚΟΙΝΟΤΗΤΑ ΤΩΝ ΠΡΟΣΦΥΓΙΚΩΝ ΝΑ ΥΠΕΡΑΣΠΙΣΤΟΥΜΕ ΤΟΥΣ ΕΛΕΥΘΕΡΟΥΣ ΚΟΙΝΩΝΙΚΟΥΣ ΧΩΡΟΥΣ ΠΑΝΤΟΥ
July 6, 2026
Gancio de Roma
Aggiornamenti da Prosfygika, sospeso lo sciopero della fame dopo 140 giorni
Dopo 140 giorni, si è interrotto lo sciopero della fame di Aristoteles Rancis, una lotta portata avanti per protestare contro il rischio di sgombero della comunità di Prosfygika — un quartiere occupato da rifugiati, migranti e famiglie vulnerabili. Le sue condizioni di salute sono gravissime: pesa solo 35 chili e non riesce più né a stare in piedi né a parlare. Lo sciopero è stato sospeso il 24 giugno dopo che il comune di Atene ha chiesto di bloccare il progetto di riqualificazione della zona, che avrebbe costretto oltre 400 persone ad abbandonare le proprie case. Persone che ad Atene — dove il mercato degli affitti è dominato dalla speculazione e dagli affitti turistici brevi — difficilmente riuscirebbero a trovare un altro alloggio. Ascoltiamo l’audio che ci arriva direttamente dalla comunità di Prosfygika occupata.
Aggiornamenti da Prosfygika, sospeso lo sciopero della fame dopo 140 giorni
Dopo 140 giorni, si è interrotto lo sciopero della fame di Aristoteles Rancis, una lotta portata avanti per protestare contro il rischio di sgombero della comunità di Prosfygika — un quartiere occupato da rifugiati, migranti e famiglie vulnerabili. Le sue condizioni di salute sono gravissime: pesa solo 35 chili e non riesce più né a stare in piedi né a parlare. Lo sciopero è stato sospeso il 24 giugno dopo che il comune di Atene ha chiesto di bloccare il progetto di riqualificazione della zona, che avrebbe costretto oltre 400 persone ad abbandonare le proprie case. Persone che ad Atene — dove il mercato degli affitti è dominato dalla speculazione e dagli affitti turistici brevi — difficilmente riuscirebbero a trovare un altro alloggio. Ascoltiamo l’audio che ci arriva direttamente dalla comunità di Prosfygika occupata.
June 29, 2026
Radio Blackout
Londra, notizie dalla Conferenza Internazionale contro la Guerra
CLICK HERE FOR ENGLISH, FRENCH, GERMAN, AND SPANISH MATERIALS Sabato 20 giugno 2026 l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università era a Londra, in occasione della seconda Conferenza Internazionale contro la Guerra. Vi han partecipato organizzazioni provenienti da tutta Europa (e anche oltre), in quello che è stato un incontro davvero internazionale. L’evento si è svolo in tre momenti. Prima, venerdì 19, si sono incontrate solo le realtà inglesi (sindacati, attiviste/i e partiti), poi sabato 20 mattina si è tenuta un’assemblea internazionale a porte chiuse, in cui l’Osservatorio ha portato un contributo (vedi dopo); e infine sabato pomeriggio oltre 2500 persone da 27 paesi hanno partecipato alla conferenza a Westminster Hall. Alla fine, sono state lanciati tre appuntamenti per mobilitazioni internazionali: * il 10 ottobre per la Palestina; * il 20-22 novembre contro il ritorno della leva, la militarizzazione della società e l’investimento di fondi pubblici nella guerra invece che nel welfare (partendo dal 20 come mobilitazione studentesca); * un data d’autunno ancora da definirsi a sostegno di uno sciopero dei lavoratori portuali. La conferenza Alla conferenza, tanti interventi hanno a poco a poco dato forma a quella che è un’opinione pubblica internazionale di rifiuto alla guerra e a un sistema economico basato sulla dominazione. I temi toccati sono stati, in particolare, il riarmo, l’erosione del welfare a favore dell’investimento militare, il ritorno della leva, le violazioni in Palestina, Cuba, Sud Globale, Ucraina, Russia e, internamente agli stati europei, nei confronti di immigrati e rifugiati. Fra gli interventi, i portuali di Genova, gli studenti tedeschi, due disertori, uno ucraino uno russo, spalla a spalla (unico intervento a due voci), Irene Montero per Podemos, Jérome Legavre per La France Insoumise, i principali sindacati inglesi, e Mustafa Barghouti, medico e politico palestinese del partito Iniziativa Nazionale Palestinese. Quest’ultimo ha portato un vibrante discorso sulla vittoria. Ha citato Mandela e la Guerra in Vietnam. Ha riportato che sì, in Palestina dal 7 ottobre 2023 siano stati uccisi 22 mila bambini. E che sì, fu chiaro sin da subito che gli ospedali erano bombardati e che quindi non potevano più utilizzarli per far partorire migliaia di donne palestinesi. Ma ha raccontato anche di come hanno deciso di costituire un’équipe di 93 ostetriche che hanno cominciato ad andare loro stesse casa per casa, per assistere ai parti. E che dal 7 ottobre 2023 ad oggi ci sono state 82 mila nuove nascite. Secondo Barghouti, il popolo palestinese sta prendendo coscienza di essere non solo in grado di sopravvivere, ma anche di vincere contro l’oppressore e ritrovare finalmente quel diritto all’autodeterminazione negato da oltre un secolo. Fra le realtà presenti, riportiamo: * sindacati inglesi (PCS, UNISON, National Education Union, Universities and Colleges Union), francesi (CGT, FO), spagnoli (CCOO, UGT), italiani (USB e CGIL), greci, belga e altri; * portavoce di partiti de La France Insoumise, Die Linke, Podemos, Potere al popolo, Mustafa Barghouti per la Iniziativa Nazionale Palestinese e altri; * realtà giovanili come SchulStreikGegenWehrpflicht, Rebeldia (Podemos), la frangia studentesca della Stop the War Coalition e Cambiare Rotta (USB); * realtà dell’attivismo antimilitarista come le internazionali Global Sumud Flotilla e Post-Soviet Left, le inglesi Stop the War Coalition, Palestine Solidarity Campaign, Campaign for Nuclear Disarmament e le statunitensi Codepink e Movement for Black Lives. L’intervento dell’Osservatorio all’assemblea L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha partecipato per diffondere il proprio manifesto sull’obiezione di coscienza totale e collettiva e i risultati della sua ricerca sui meccanismi di ritorno della leva in Europa. Risultati che hanno informato e conseguentemente portato l’Osservatorio a produrre il manifesto e che danno indicazioni importanti a chiunque in Europa voglia impedire il ritorno della leva e della guerra. La valenza internazionale di quanto abbiamo trovato viene dal fatto che la nuova forma della guerra è una, e quindi le dottrine militari moderne dei vari paesi si trovano a convergere. Si basano sul concetto di “Difesa totale” (Whole of society, nei documenti UE e NATO) per cui la strategia militare prevede che anche la parte civile della società si adoperi per compiere la sua parte di sforzo bellico. Di conseguenza, per esempio i dual-use, il ritorno della leva militare, la normalizzazione della guerra, gli stand delle Forze Armate al Salone del Libro di Torino o in una piazza di Ancona. Dall’analisi fatta traspaiono tre aspetti sul ritorno della leva. Aspetti che continuano a trovare conferma nelle varie mosse di graduale avvicinamento alla guerra fatte dai governi europei (per esempio, di Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna…). Essi sono: * il momento dell’obbligo è anticipato dalla chiamata a prestare servizio di leva ad una iniziale schedatura di massa della popolazione in età di leva (e.g., il “questionario” in Germania); * la strumentalizzazione militare del servizio civile e, addirittura, della stessa obiezione di coscienza quando praticata come rifiuto al servizio militare in favore di un servizio civile; * la militarizzazione delle scuole e delle università. Sull’obiezione di coscienza in particolare, vediamo che quella che 50 anni fa fu una conquista enorme contro il militarismo, ci viene oggi offerta dagli stessi guerrafondai nelle loro proposte di legge, grazie alla possibilità di inserirla in uno schema militare per renderlo, paradossalmente, ancora più forte. Shared materials [to DOWNLOAD click on the following links] Here the three materials we shared in London, i.e. the presentation of the Observatory against militarization of schools and universities, the dossier with the research work on the return of conscription in European countries, and our manifesto of resistance. Introduction – English ENGLISH_Introduction-1Download Dossier – English Articolo – engDownload Manifesto – English Manifesto-obiezione-totale_engDownload Introduction – Français Francese-Introduzione manifesto su carta intestata-def-pdfDownload Dossier – Français FRANCESE dossier pdfDownload Manifeste – Français FRANCESE-Manifesto impaginato-def-pdfDownload Einführung – Deutsch Deutch IntroduzioneDownload Dossier – Deutsch Dossier_deuDownload Manifest – Deutsch TEDESCO- manifesto-impaginato-defDownload Introducción – Español SPAGNOLO-introduzione Manifesto su carta intestata-def- pdfDownload Dossier – Español SPAGNOLO- articolo pdfDownload Manifiesto – Español SPAGNOLO – Manifesto pdfDownload Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Cuba non è il nostro Cristo: l’internazionalismo che abbiamo smesso di costruire
Riportiamo un interessante analisi di Federica Cresci, portavoce di Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista, sulle false narrazioni di chi parla di “perestrojka”, di “fine del socialismo” o di “fallimento del sistema” a Cuba in vista delle Nuove Riforme Economiche adottate dal governo rivoluzionario cubano. Non è la prima volta che qualcuno narra falsamente di “fine del socialismo” o di “restaurazione capitalista” a Cuba. Questa narrazioni sono sorte nel 2008, con il passaggio della guida del governo da Fidel Castro a Raul Castro, con la morte di Fidel Castro nel 2016, con le dimissioni di Raul Castro nel 2018 e con l’inizio della presidenza di Miguel Diaz Chanel nel 2019. Tutte vulgate nate in seno all’imperialismo USA, alla destra cubana di Miami e a chi tifa per la fine del socialismo cubano, mentre lo stesso dimostra la sua capacità di resistere e di rinnovarsi.  Le recenti misure economiche adottate da Cuba hanno riaperto un dibattito che attraversa da tempo il movimento internazionalista e una parte del mondo comunista occidentale. Mentre l’imperialismo coglie ogni difficoltà dell’isola per rilanciare la consueta narrazione sul presunto fallimento del socialismo, anche all’interno dei nostri ambienti iniziano ad affacciarsi letture che evocano una nuova perestrojka o interpretano le trasformazioni in corso come un segnale di resa del progetto socialista cubano. È una discussione che merita di essere affrontata, ma forse la domanda che dovremmo porci non è quella che molti stanno formulando. Il problema non è se Cuba stia tradendo il socialismo, ma il modo in cui stiamo leggendo ciò che sta accadendo. Il rischio che stiamo correndo è molto più profondo: quello di ripetere lo stesso meccanismo politico, culturale e psicologico che accompagnò il crollo dell’Unione Sovietica. Abbiamo già vissuto una stagione storica in cui una crisi materiale è stata trasformata nella dimostrazione definitiva del fallimento del socialismo. Abbiamo già assistito alla progressiva interiorizzazione di una narrazione che ci ha portati a considerare inevitabile l’adattamento ai parametri imposti dal capitalismo globale. E proprio questo meccanismo rischiamo di riprodurre oggi. Quando, di fronte alle difficoltà di Cuba, la prima reazione diventa parlare di “perestrojka”, di “fine del socialismo” o di “fallimento del sistema”, corriamo il rischio di utilizzare, anche involontariamente, le stesse categorie interpretative che l’imperialismo ha utilizzato per decenni contro tutte le esperienze socialiste. La storia non si ripete mai in modo identico, ma può riprodurre gli stessi meccanismi politici e culturali. Ed è proprio questo che dovremmo evitare. Il socialismo, nella tradizione marxista e nella stessa elaborazione della Rivoluzione cubana, non è mai stato concepito come un modello immobile o un dogma da conservare intatto nel tempo. È un processo storico di transizione, fatto di avanzamenti, contraddizioni, correzioni e, in alcuni momenti, anche di misure straordinarie rese necessarie dalle condizioni materiali della realtà. E le condizioni materiali di Cuba sono eccezionali. Da oltre sessant’anni il Paese vive sotto un blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti, il cui obiettivo dichiarato è provocarne il collasso economico e la disgregazione sociale. Oggi, inoltre, Cuba affronta una situazione drammatica. Le difficoltà energetiche, la scarsità di risorse, la carenza di carburante, la crisi dei trasporti e la sofferenza quotidiana della popolazione non sono questioni teoriche. Sono condizioni reali che incidono direttamente sulla vita delle persone. Lo dico con sincerità: queste trasformazioni suscitano in me preoccupazione, perché la sorte di Cuba mi sta profondamente a cuore. Ma la preoccupazione non può trasformarsi nella pretesa di erigermi a giudice. Non vivo sotto assedio, non ho il compito di garantire ogni giorno la sopravvivenza di un intero popolo e non devo prendere decisioni straordinarie in condizioni straordinarie. Per questo, prima di esprimere giudizi, sento il dovere di interrogarmi sulle responsabilità storiche che appartengono anche a noi. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica non siamo stati capaci di costruire una grande riflessione collettiva e internazionale sulle ragioni di quella sconfitta storica. Non abbiamo elaborato un’analisi marxista condivisa sulle contraddizioni del sistema sovietico, sui limiti di quel modello, sugli errori commessi e sulle responsabilità politiche accumulate nel tempo. In larga misura, abbiamo progressivamente arretrato. Abbiamo interiorizzato categorie interpretative prodotte dall’egemonia neoliberale. Abbiamo assistito alla normalizzazione del revisionismo storico che ha messo sullo stesso piano comunismo e nazismo. Abbiamo accettato la delegittimazione delle lotte di liberazione nazionale. Abbiamo ridotto la democrazia a una semplice competizione elettorale tra partiti, dimenticando la sua dimensione sociale e materiale. Abbiamo progressivamente smarrito la centralità della lotta di classe. Ma soprattutto abbiamo smesso di ragionare come internazionalisti. Ed è qui che si trova il cuore del problema. Abbiamo smesso di pensare in termini geopolitici e abbiamo iniziato a ragionare dentro la frammentazione imposta dal capitalismo. Cuba è Cuba. L’Italia è l’Italia. La Francia è la Francia. Ognuno nel proprio spazio, nel proprio recinto, nel proprio orticello politico. Ma il marxismo non ha mai ragionato così. Le sorti di Cuba, dell’Europa, dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia non sono processi separati. Sono parte di uno stesso conflitto globale tra modelli di società differenti. Ed è forse proprio questo il grande insegnamento che Ernesto Che Guevara aveva compreso con straordinaria lucidità. Quando Ernesto Che Guevara sosteneva la necessità di estendere i processi rivoluzionari in America Latina, e quando Fidel Castro ne condivise e sostenne quella prospettiva strategica, non si trattava della ricerca di un sacrificio eroico né dell’utopia di pochi visionari. Si trattava di una lucida analisi geopolitica. Entrambi avevano compreso una verità fondamentale: nessuna rivoluzione può sopravvivere indefinitamente nell’isolamento. La difesa di Cuba non si sarebbe giocata soltanto all’Avana, ma nella capacità di costruire nuovi rapporti di forza politici, sociali e rivoluzionari nel resto del mondo. È anche per questo che l’internazionalismo cubano non è rimasto una teoria, ma si è tradotto nei fatti, attraverso l’invio di medici, insegnanti e il sostegno ai processi di liberazione di altri popoli. Non si trattava di beneficenza né di generosità astratta. Si trattava di una precisa strategia internazionalista. Ed è necessario chiarire che cosa intendiamo per internazionalismo. L’internazionalismo non consiste semplicemente nell’inviare medicinali, organizzare raccolte di aiuti, promuovere incontri pubblici o parlare di Cuba. La solidarietà è importante, necessaria e insostituibile, ma da sola non basta. L’internazionalismo, nella tradizione marxista, è una strategia politica di costruzione di rapporti di forza internazionali. La solidarietà aiuta Cuba a resistere. L’internazionalismo costruisce le condizioni affinché Cuba non sia costretta a resistere da sola. Ed è forse qui che abbiamo commesso il nostro errore più grande. Abbiamo continuato a praticare la solidarietà, ma abbiamo smesso di costruire una strategia internazionalista capace di modificare i rapporti di forza globali. Abbiamo progressivamente trasformato l’internazionalismo in una delega. Abbiamo preteso che altri sostenessero il peso di una lotta che avremmo dovuto contribuire a costruire tutti insieme. Abbiamo continuato a chiedere a Cuba di essere il faro del socialismo mondiale, di sopportare un assedio permanente, di rappresentare un’alternativa possibile, mentre nei nostri Paesi smettevamo di costruire le condizioni politiche necessarie a spezzarne l’isolamento. Abbiamo finito per attribuire a Cuba una funzione quasi salvifica. È come se, inconsapevolmente, l’avessimo trasformata in una figura chiamata a caricarsi sulle spalle il peso delle sconfitte, delle rinunce e delle incapacità accumulate dal movimento comunista internazionale. Una sorta di popolo destinato a sopportare un sacrificio permanente affinché altri possano continuare a nutrire la speranza di un mondo diverso. Una rappresentazione che, per certi versi, ricorda la figura simbolica del Cristo della tradizione cristiana: colui che porta il peso della croce e si sacrifica per redimere i peccati dell’umanità. Ma il marxismo non è una religione e l’internazionalismo non è un atto di fede. Nessun popolo può essere trasformato in un redentore permanente al servizio delle speranze degli altri. Nessuna rivoluzione può essere condannata a un sacrificio infinito per compensare le sconfitte accumulate altrove. Il socialismo non si costruisce attraverso l’immolazione di un solo popolo, ma attraverso una responsabilità collettiva e condivisa. È proprio questo che abbiamo il dovere di tornare a costruire. Forse dovremmo ricordarci una lezione che la storia ci ha già insegnato. La vittoria sul nazifascismo non fu il risultato del sacrificio di un solo popolo. L’Unione Sovietica sostenne il peso maggiore di quella lotta e pagò un prezzo umano immenso, ma la liberazione fu possibile anche perché, in ogni Paese, uomini e donne organizzarono la Resistenza e parteciparono attivamente a quella battaglia storica. Nessuno pensò che il compito spettasse soltanto all’Unione Sovietica. Ognuno fece la propria parte. Questo è il significato profondo dell’internazionalismo ed è forse proprio questa la lezione che abbiamo progressivamente dimenticato. Per questo è troppo facile assumere oggi posizioni di assoluta intransigenza nei confronti di Cuba. È troppo facile diventare improvvisamente duri e puri quando il prezzo delle scelte lo paga qualcun altro. È troppo facile pretendere coerenza assoluta da Cuba quando noi, nei nostri Paesi, non siamo stati capaci di ricostruire i rapporti di forza necessari a spezzarne l’isolamento. Il marxismo, però, non è questo. Il marxismo è analisi concreta della realtà concreta. È la capacità di leggere i rapporti di forza, le condizioni materiali e le contraddizioni storiche. Non è la pretesa di imporre una purezza ideologica a un popolo che da oltre sessant’anni vive sotto assedio e che, nonostante tutto, continua a resistere, a reinventarsi e a cercare nuove strade per sopravvivere. E continua a farlo in una condizione di isolamento geopolitico che, troppo spesso, abbiamo sottovalutato o considerato inevitabile. Perché, se è vero che l’imperialismo porta la responsabilità principale di questo assedio, è altrettanto vero che non siamo stati capaci, negli ultimi decenni, di costruire quei rapporti di forza internazionali che avrebbero potuto rendere Cuba meno sola in questa battaglia. Il compito degli internazionalisti non è chiedere a Cuba di sacrificarsi ancora di più. Il compito degli internazionalisti è fare in modo che Cuba non sia più costretta a farlo da sola. Perché il problema non è che Cuba stia cambiando per sopravvivere. Il problema è che noi abbiamo smesso, da troppo tempo, di costruire le condizioni affinché non fosse costretta a farlo da sola. Prima di chiederci che cosa Cuba stia facendo per il socialismo, dovremmo avere il coraggio di chiederci che cosa il movimento comunista internazionale abbia fatto, negli ultimi trentacinque anni, per non lasciarla sola. Perché il socialismo non è un’eredità da conservare né una testimonianza da ammirare. È una costruzione collettiva. E una costruzione collettiva non si delega. Redazione Italia
June 26, 2026
Pressenza
Oltre i blocchi: quando la resistenza deve farsi liberazione
Di ANTONIO PIO LANCELLOTTI Il primo dibattito del lunedì di Sherwood Festival 2026 si è aperto con una formula che suona come necessità politica: oltre i blocchi. Sul Second Stage, voci dall’Iran, dal Venezuela e dall’Argentina hanno affrontato una delle principali domande che attraversano i movimenti in questa fase storica: come opporsi all’imperialismo senza trasformare l’anti-imperialismo in assoluzione dei regimi? Come rifiutare la grammatica delle potenze? Come costruire un internazionalismo che non sia la memoria statica del Novecento, ma pratica viva dentro le lotte di oggi? Sandro Mezzadra, introducendo e moderando l’incontro, ha collocato la discussione dentro l’attuale congiuntura di guerra. La proliferazione dei conflitti, il genocidio a Gaza, la militarizzazione dell’economia, della società e della politica compongono un regime globale che restringe gli spazi della possibilità ed è in aperto dialogo con i disegni neoautoritari che attraversano diverse aree del mondo.  Per questo, un progetto politico contro la guerra deve innanzitutto ricostruire un orizzonte internazionalista che nasca dalle lotte sociali, dai movimenti di resistenza, dalle soggettività che in diverse parti del pianeta si sottraggono alla logica dei blocchi. Iran, Venezuela, Argentina sono stati così attraversati non come “casi” geopolitici, ma come luoghi in cui il regime di guerra incontra corpi, territori e movimenti. La prima voce è stata quella di Sara, attivista iraniana per i diritti delle donne. Il suo intervento ha rifiutato ogni semplificazione, raccontando cosa significhi vivere in Iran dentro emozioni difficili da tradurre politicamente: l’amore per il proprio Paese, il desiderio di una vita dignitosa, la lotta contro un regime corrotto e repressivo, ma anche il terrore di vedere il proprio quartiere trasformato in bersaglio militare. Il suo attivismo, ha ricordato, è iniziato con il calcio: nel 2005, quando l’Iran si qualificò ai Mondiali, la richiesta era semplice e radicale insieme, il diritto delle donne di entrare negli stadi. Nella sua testimonianza, quella battaglia ha assunto un significato che andava ben oltre lo sport. Rivendicare l’accesso agli stadi significava affermare il diritto delle donne a occupare lo spazio pubblico e, allo stesso tempo, mostrare un volto dell’Iran diverso da quello che domina nel racconto internazionale. Attraverso questa esperienza, Sara ha cercato di riportare al centro la vita quotidiana di milioni di persone che studiano, lavorano, si innamorano, costruiscono relazioni e lottano per i propri diritti. Un modo per sottrarre l’Iran alle rappresentazioni che lo riducono esclusivamente a conflitto geopolitico, programma nucleare o repressione, cancellando la complessità della società e le aspirazioni di chi cerca semplicemente di vivere una vita libera e dignitosa. La sua esperienza racconta il contrario. Durante le proteste di gennaio, mentre il regime interrompeva internet e comunicazioni, in strada si costruivano forme immediate di solidarietà: persone diverse marciavano insieme, si proteggevano, aprivano le case per offrire rifugio. Fuori dall’Iran, invece, prendevano spazio l’incitamento alla violenza, le molestie online, l’idea che chi non sosteneva il ritorno della monarchia fosse automaticamente dalla parte della Repubblica islamica. La guerra di questi mesi ha reso tutto ancora più chiaro: le bombe possono colpire figure del regime, ma non distinguono tra un comandante, un bambino a scuola, una persona in palestra o un vicino che dorme. La guerra ferma la vita, e quando la vita normale diventa impossibile è il regime stesso a trarne vantaggio.  > Si può combattere ogni giorno la Repubblica islamica e, allo stesso tempo, > rifiutare che la propria liberazione passi attraverso le bombe di un’altra > potenza.  Il passaggio al Venezuela ha mostrato una risonanza evidente. Anche qui la questione non è scegliere tra il governo Maduro e l’intervento imperialista. Ángel Arias, sociologo e sindacalista venezuelano, ha parlato da un Paese che definisce sottoposto a dominazione neocoloniale: una subordinazione imposta con le bombe e resa possibile dal collaborazionismo di un personale politico proveniente dal chavismo, un tempo capace di parlare il linguaggio dell’anti-imperialismo e oggi, secondo Arias, ridotto ad amministrare un protettorato statunitense. La sua posizione è stata netta: nessun sostegno al governo Maduro, combattuto duramente dai movimenti, ma nessun cedimento all’intervento degli Stati Uniti. Dopo i bombardamenti di gennaio, ha spiegato, si sarebbe aperto un controllo neocoloniale sull’economia venezuelana: appropriazione del petrolio, autorizzazioni concesse dall’esterno, pagamenti su conti statunitensi, modifiche legislative richieste da Washington. Il Venezuela diventa così un tassello della competizione globale per energia, oro, terre rare, risorse naturali. Dentro questi ingranaggi, ha detto Arias, la vita concreta delle persone non conta nulla. Arias ha poi spostato la questione sul terreno internazionale della lotta di classe: i rapporti di forza non si definiscono soltanto dentro i confini. Le mobilitazioni per la Palestina, il “blocchiamo” tutto in Italia, il movimento No Kings, le rivolte contro l’ICE in California e Minnesota, la ribellione popolare boliviana indicano che la crisi sistemica del capitalismo mondiale non produce solo fenomeni reazionari come Milei o Trump. Produce anche radicalizzazioni dal basso, possibilità di risposta, rotture. Per questo la resistenza è indispensabile ma non sufficiente: bisogna tornare a pensare una strategia che porti alla vittoria delle classi sfruttate e impoverite. L’Argentina ha portato il dibattito su un altro terreno della stessa guerra. Rosalia Pellegrini, militante delle organizzazioni contadine, del femminismo popolare e campesino e di Ni Una Menos, ha descritto l’ascesa di Milei come espressione di un malessere sociale profondo e di una crisi egemonica delle forme tradizionali di mediazione. L’Argentina aveva già conosciuto nel 2001, con l’Argentinazo, una crisi simile: allora ampi settori popolari risposero costruendo movimenti di disoccupati, fabbriche recuperate, assemblee di quartiere, organizzazioni comunitarie.  > Oggi la crisi prende la forma di un progetto ultraneoliberale che combina > posizioni proprie dell’estrema destra e una visione radicale del libero > mercato. Per Pellegrini le nuove destre non promettono davvero un miglioramento della vita della maggioranza. Propongono una società modellata dalla competizione individuale e dal mercato come principio ordinatore di ogni relazione. Non è casuale che il governo Milei parli continuamente di battaglia culturale, arrivando perfino a recuperare Gramsci per spiegare la necessità di costruire egemonia. La disputa è sul senso comune, e la destra riesce a condurla perché intreccia malesseri reali, frustrazioni accumulate, errori delle forze popolari, dei partiti, dei sindacati e delle stesse organizzazioni sociali. La promessa del libero mercato, ha sostenuto Pellegrini, è però anche la principale debolezza del progetto. Salute, istruzione, lavoro, cura, riproduzione quotidiana della vita non sono mai stati garantiti dal mercato. La vita si sostiene attraverso reti di cooperazione, solidarietà, mutualismo. La nuova destra, invece, offre un trasferimento di ricchezza e beni comuni verso i settori concentrati del potere economico e territoriale: indebolimento delle politiche pubbliche, attacco ai diritti conquistati, avanzata sui territori e sugli ecosistemi. La “politica della crudeltà” consiste nella normalizzazione dell’idea che i più poveri siano superflui, senza diritto a sostegno, diritti o vita dignitosa. Nonostante la repressione, il femminismo argentino resta per Pellegrini un esempio di capacità politica: organizzare la rabbia, costruire alleanze e scegliere l’assemblea come spazio di decisione. Non si tratta solo di resistere, ma di organizzare il comune. Produzione agroecologica, saperi indigeni e campesini, difesa degli ecosistemi, reti comunitarie di cura, solidarietà e cooperazione compongono una politica della sostenibilità della vita. Da qui nascono domande scomode, ma centrali: quante forme democratiche e istituzionali vanno difese, e quante invece hanno segnato i limiti dei progetti emancipatori? Difendere i diritti resta essenziale, ma il compito non può limitarsi a restaurare l’ordine precedente. Occorre immaginare nuove forme di democrazia, nuove organizzazioni collettive, nuove forme di potere popolare. È da queste risonanze che Michael Hardt, in collegamento da Seattle, ha raccolto il filo conclusivo. Sara e Arias, ha osservato, hanno mostrato che si può contestare nello stesso tempo l’imperialismo e il regime repressivo del proprio Paese. L’anti-imperialismo, da solo, non è una politica: deve essere riempito. E Angel e Rosalia hanno mostrato, ciascuno a suo modo, che la resistenza non basta se non apre un orizzonte di liberazione. Hardt ha poi allargato la riflessione al livello mondiale, a partire dal memorandum tra Iran e Stati Uniti emerso nelle notizie di quelle ore. Non una pace, piuttosto il possibile ritorno al regime di guerra precedente, ma comunque un passaggio utile a leggere due elementi fondamentali. Il primo è il limite del potere militare statunitense e israeliano, la rottura dell’immagine di invincibilità delle loro macchine di guerra. Il secondo è il ruolo del mercato mondiale nel produrre questi limiti.  > La minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz, ha spiegato, ha funzionato > come una forma di pressione globale: anche una potenza dotata di produzione > energetica interna come gli Stati Uniti non può sottrarsi al mercato mondiale > del petrolio.  In questo senso, la guerra non può essere compresa soltanto dentro la cornice nazionale o bilaterale: è sempre presa dentro catene, mercati, dipendenze e rapporti di forza globali. Da qui la necessità di pensare l’internazionalismo come pratica concreta e multilivello. La base, per Hardt, resta quella dei movimenti e delle resistenze: la lotta contro il genocidio in Palestina, le tende nei campus universitari statunitensi, i blocchi dei porti in Italia, le manifestazioni di piazza, la Flotilla come simbolo immediato di un internazionalismo di resistenza. Ma questo livello non esaurisce il campo. Hardt ha richiamato anche il ruolo di alcune iniziative statali e sovranazionali: il Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia, le prese di posizione di Colombia, Spagna e Irlanda, il terreno ambiguo ma non irrilevante del diritto internazionale, che in questi anni ha mostrato insieme la propria impotenza e la possibilità di essere forzato, innovato, usato per legittimare parole e categorie politiche, a partire da quella di genocidio. L’internazionalismo, però, non nasce semplicemente dall’individuazione di un nemico comune. Non basta dire “imperialismo americano” per costruire una politica condivisa. Serve, ha detto Hardt, una vera e propria “macchina di traduzione”: non solo linguistica, ma politica. Tradurre significa mettere in relazione contesti differenti, lotte femministe, operaie, antirazziste, ecologiste, esperienze di resistenza che non sono identiche e non devono diventarlo. L’internazionalismo non cancella l’eterogeneità, la attraversa. Costruisce connessioni senza ridurre tutto a un’unica grammatica, sapendo che liberazione operaia, liberazione femminista, liberazione antirazzista e liberazione ecologica non coincidono automaticamente, ma possono imparare a parlarsi. L’ultimo passaggio è stato forse il più esigente.  > Se esiste già un internazionalismo della resistenza, oggi bisogna avere il > coraggio di pensare anche un internazionalismo della liberazione.  Proprio nei tempi più duri, quando per molti popoli la sopravvivenza sembra l’unico obiettivo possibile, Hardt ha sostenuto la necessità di non abbassare l’orizzonte. Liberazione può voler dire inventare nuove forme democratiche di vita comune, nuove forme di cooperazione sociale, una rottura con l’individualismo obbligatorio che il capitalismo impone come destino. Per cercarne le tracce non serve nostalgia per i movimenti del passato, anche se la storia internazionalista delle lotte di liberazione resta una risorsa preziosa. Bisogna guardare piuttosto dentro le resistenze del presente: nel movimento Donna Vita Libertà in Iran, nelle pratiche femministe e comunitarie argentine, nelle lotte che già contengono nuclei di un mondo diverso. Il dibattito si è chiuso così, non con una sintesi, ma con un compito. Costruire un nuovo internazionalismo significa ripetere questo esercizio di traduzione politica: non scegliere tra blocchi, non scambiare l’anti-imperialismo per assoluzione dei regimi, non ridurre la solidarietà a dichiarazione morale. Significa tenere insieme resistenza e liberazione, sopravvivenza e organizzazione, difesa dei diritti e invenzione di nuove forme democratiche. Questo articolo è stato pubblicato su Global Project il 18/06/2026. Immagine di copertina: Belo (Sherwood Foto). I video degli interventi possono essere visti cliccando qui. L'articolo Oltre i blocchi: quando la resistenza deve farsi liberazione proviene da EuroNomade.
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