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Regno Unito. La condanna degli attivisti di Palestine Action e la rivolta dei giuristi
Riprendiamo dalla pagina Facebook della scrittrice, blogger e saggista Claudileia Lemes Dias questo interessante articolo. Se vogliamo mantenere un po’ della nostra sanità mentale in questa Europa guerrafondaia, che zittisce di fronte alle barbarie perpetrate da Israele in Medio Oriente, dobbiamo partire da due presupposti elementari: a) salvare vite umane non è terrorismo; b) le armi non sono persone da tutelare con identici diritti. Ieri un tribunale britannico ha tracciato una linea di confine che potrebbe fare tendenza nel diritto europeo, trasformando in “terrorismo” la distruzione di “drone killer” fabbricati da un’azienda israeliana. La condanna a pesanti pene detentive per Charlotte Head, Samuel Corner, Leona Kamio e Fatema Rajwani, attivisti del gruppo Palestine Action, ci porta a pensare: da quando in qua il danneggiamento di un oggetto inanimato, concepito per uccidere, equivale a un atto terroristico? Come evidenziato in un duro appello firmato da oltre 50 avvocati ed esperti legali “confondere la distinzione tra un’azione diretta di principio e il terrorismo è il tratto distintivo dei regimi autoritari”. Un portavoce del gruppo “Defend Our Juries” ha sottolineato l’eccezionalità dell’evento: “È insolito che gli avvocati si esprimano pubblicamente su procedimenti penali in corso. Il fatto che così tanti eminenti giuristi e docenti di diritto si siano sentiti costretti a farlo dà la misura della portata costituzionale di questo caso.” Il giudice Jeremy Johnson ha giustificato il “legame con il terrorismo” parlando di “gravi danni alla proprietà” e dell’intento di “influenzare il governo”. Ma c’è un’asimmetria morale che la giustizia britannica sembra aver deliberatamente ignorato: la spedizione del 2024 contro lo stabilimento della Elbit Systems a Bristol ha preso di mira e distrutto 40 armamenti, inclusi droni militari destinati ai cieli di Gaza. Quei droni non sono finestre di un ufficio, né automobili private, ma strumenti di distruzione di massa. Assimilare il sabotaggio di “droni killer” al terrorismo è compiere un’acrobazia giuridica, logica e morale, perché: Le armi non sono persone. Il terrorismo, nella sua definizione storica, è l’uso della violenza per colpire o terrorizzare i civili. Neutralizzare un’arma prima che prema il grilletto è una forma di disarmo forzato, non un attacco alla vita. Come ha denunciato Penny Green, professoressa di legge e globalizzazione alla Queen Mary University di Londra: “È più che scioccante che atti di danno penale, volti a prevenire il massacro di massa dei palestinesi da parte di Israele, siano trattati dallo Stato britannico come atti di terrore. Perché la giustizia britannica è stata così svilita e distorta da schierarsi a difesa dei perpetratori di un genocidio?”. Significa ignorare il grido dei medici di Gaza che, accanto ai giuristi e a centinaia di operatori sanitari britannici, inclusi medici e infermieri che hanno prestato soccorso sul campo nella Striscia di Gaza, hanno firmato una lettera aperta di condanna alla sentenza e ricordato al tribunale che gli attivisti hanno agito “nel contesto di un genocidio, di un sistema sanitario distrutto e di una guerra in cui i mezzi di sorveglianza e puntamento sono inseparabili dai mezzi che causano le ferite”. I sanitari hanno rivendicato il dovere etico di fermare la catena di montaggio delle mutilazioni: “Il silenzio di fronte a un’atrocità prevenibile non è neutralità. È complicità. Salvare vite non è terrorismo”. Il “trucco” giuridico e un giudice sotto accusa per parzialità Le condanne inflitte sono pesantissime: cinque anni per Head e Kamio, quattro anni e otto mesi per Rajwani, e sette anni e otto mesi per Corner, ma è la modalità con cui si è giunti a questo verdetto a far balzare dalla sedia i giuristi. Il giudice ha stabilito l’aggravante del “legame terroristico” ai sensi dell’articolo 69 del Sentencing Act 2020 in modo del tutto inedito per un caso di danni penali, bypassando la giuria (che è stata tenuta all’oscuro) e nonostante gli attivisti non fossero stati condannati per reati di terrorismo. Il giurista Michael Mansfield KC, già nominato Consigliere della Regina (Queen’s Counsel) nel 1989, specializzato in libertà civili e nello smascheramento di errori giudiziari, ha definito questa manovra una vera e propria “minaccia costituzionale”: “Si tratta di riclassificare il reato senza un processo. È particolarmente insidioso perché è stato negato loro di spiegare le proprie motivazioni a una giuria. E ora lo Stato eleva la gravità dei reati, quando una giuria avrebbe benissimo potuto non condannarli se avesse saputo che sarebbero stati trattati come terroristi”. Sullo sfondo emergono dettagli non trascurabili sulla condotta del giudice Jeremy Johnson. Gli attivisti avevano presentato un’istanza formale per chiederne la rimozione dal processo, accusandolo di palese parzialità e discriminazione. Johnson si è rifiutato di fare un passo indietro, nonostante si sia dovuto scusare pubblicamente per aver precedentemente tentato di far perseguire per “oltraggio alla corte” l’avvocato capo della difesa, Rajiv Menon KC. Un rappresentante del comitato di difesa ha dichiarato senza mezzi termini: “È ora che il Crown Prosecution Service e il giudice Johnson smettano di usare gli imputati come pedine nella guerra del governo britannico contro Palestine Action”. Un regime post-carcerario da incubo e la caccia ai manifestanti La classificazione di “terrorismo” imposta dal giudice stravolge completamente i diritti dei condannati, perché significa che mentre i detenuti comuni scontano in genere il 40% della pena, i quattro attivisti dovranno scontarne almeno i due terzi, e potranno uscire solo se la commissione per la libertà condizionale riterrà che abbiano “rinnegato le proprie convinzioni.” Basicamente è quanto accade nei regimi totalitari o quanto accaduto negli USA ai tempi del maccarthismo. Una volta fuori, affronteranno fino a 15 anni di obblighi di notifica antiterrorismo. Ogni volta che apriranno un conto in banca, cambieranno indirizzo email o inizieranno una relazione sentimentale, dovranno registrarlo alla polizia. Una minima svista li riporterà dritti in cella. E mentre dentro l’aula si consumava questo strappo costituzionale, fuori la polizia presidiava il tribunale con metodi da stato di polizia: più di 70 persone sono state arrestate solo per aver manifestato solidarietà ed esposto cartelli. Durante le veglie silenziose organizzate per protestare contro la militarizzazione del diritto, gli attivisti sapevano a cosa andavano incontro: “Siamo abituati alla risposta della polizia. Arresteranno per terrorismo anche noi che protestiamo pacificamente. Questo non ci fermerà. Comunque vada, sappiamo già che sono i Quattro di Filton, e non il giudice Johnson, a stare dalla parte giusta della storia”, ha detto uno degli arrestati. I manifestanti hanno causato danni materiali a un’azienda israeliana che produce le armi responsabili dell’uccisione di migliaia di civili. Vale ricordare che il 13 febbraio 2026 l’Alta Corte del Regno Unito si era pronunciata contro il provvedimento, adottato dal governo di Londra il 5 luglio 2025, di dichiarare “gruppo terrorista” e mettere al bando il movimento Palestine Action. Il governo britannico ha fatto ricorso, aprendo la finestra giuridica che ha permesso la condanna dei quattro attivisti, a dimostrazione che il governo Starmer vuole ad ogni costo compiacere il governo Netanyahu e il suo operato genocida. Ma quanto valevano le vite che quei droni assassini avrebbero potuto colpire? E quanto valgono tuttora? Perché se nulla valgono, allora i tribunali occidentali potranno continuare a sentenziare che il metallo di un drone israeliano vale più della carne umana e che esporre un cartello è un azione violenta, terroristica, motivo di arresto. Potranno così mettere nel secchio la parola “giustizia”, senza timore di smuovere le coscienze intimorite. Tutti però saremo al corrente che vale tutto, anche giocare sporco e strappare sentenze con l’inganno per proteggere i mercanti d’armi. Chi ha una coscienza sa che il vero pericolo pubblico è chi fabbrica strumenti di morte e li rivende ai peggiori assassini, non chi difende la vita. Manteniamo questa lucidità come misura delle nostre scelte politiche ed esistenziali. Fonti BBC: “Palestine Action activists jailed over factory raid” (13/06/2026) The Guardian: “Pro-Palestine activists sentenced as terrorists over damage at Israeli arms factory in UK” (12/06/2026) The New Arab: “Top UK lawyers, health workers denounce plan to sentence Palestine Action activists as ‘terrorists’” (12/06/2026) Al Jazeera: “Palestine Action activists could face UK ‘terror’ sentences: What we know” (11/06/2026) Amnesty International Italia: “Regno Unito: illegittimo mettere al bando Palestine action” (13/02/2026)   Redazione Italia
June 13, 2026
Pressenza
La schiavitù, il voto alle Nazioni Unite e l’Occidente che non vuole fare i conti con il colonialismo
Il 25 marzo 2026 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi e la schiavitù razziale degli africani come il più grave crimine contro l’umanità, per la sua scala, la sua durata, la sua brutalità e per le conseguenze che continuano ancora oggi. La risoluzione è passata con 123 voti a favore, 3 contrari e 52 astensioni. Il nuovo mondo avanza, mentre il vecchio ostinatamente lo rifiuta destinandosi a ripetere gli errori e gli orrori del passato. Il colonialismo non appartiene solo alla storia: continua a influenzare i rapporti economici, giuridici e politici del presente. La risoluzione è stata presentata da decine di Paesi africani, caraibici e latinoamericani. Hanno chiesto scuse ufficiali, restituzione dei beni culturali, risarcimenti, giustizia riparativa. Il senso è profondo, i crimini contro l’umanità non possono essere archiviati come se appartenessero a un altro mondo, perché le loro conseguenze strutturano ancora il mondo di oggi. La maggioranza dell’Assemblea ha votato a favore. Ma i tre paesi che hanno votato contro – Stati Uniti, Israele e Argentina – e i cinquantadue che si sono astenuti – tra cui tutte le principali nazioni con una storia compromessa sul piano colonialista, dall’Unione Europea al Regno Unito, dal Canada al Giappone – hanno motivato la loro posizione con tre argomenti giuridici: non bisogna creare gerarchie tra crimini contro l’umanità; il diritto internazionale non è retroattivo; non esiste un obbligo legale di risarcimento per fatti che all’epoca non erano formalmente illegali. Sono argomenti che sembrano tecnici, ma in realtà sono profondamente politici e rivelano qualcosa di più: chi oggi rifiuta di fare i conti con la storia è spesso lo stesso che, nel presente, sta riscrivendo le regole per produrre nuove forme di esclusione. Dire che non si devono creare gerarchie tra crimini contro l’umanità è formalmente corretto, ma la tratta transatlantica e la schiavitù razziale non furono solo una serie di crimini: furono un sistema giuridico ed economico mondiale durato quattro secoli, che ha organizzato la divisione del lavoro tra continenti, l’accumulazione di ricchezza, la costruzione degli Stati moderni e delle gerarchie razziali globali. Riconoscerne la specificità storica non significa stabilire una classifica del dolore, ma riconoscere la natura sistemica di quel crimine. Dire che il diritto non è retroattivo è un principio fondamentale del diritto penale, pensato per proteggere gli individui da leggi arbitrarie, ma qui non si tratta di processare individui vissuti secoli fa. Si tratta di responsabilità storiche, economiche e politiche di Stati e istituzioni che esistono ancora oggi e che su quel sistema hanno costruito parte della propria ricchezza. Non si parla di retroattività penale, ma di giustizia riparativa, che nella storia è già esistita in molti casi: dalle riparazioni pagate dalla Germania dopo il nazismo agli indennizzi per le vittime dell’apartheid. Dire che non esiste un obbligo legale di risarcimento è un’affermazione politicamente rivelatrice, perché il diritto internazionale non è immutabile: cambia nel tempo, si costruisce attraverso trattati, sentenze, risoluzioni e rapporti di forza. Dire che non esiste un obbligo significa, in realtà, dire che non si vuole che quell’obbligo esista. È una scelta politica presentata come necessità giuridica. Il voto all’ONU, quindi, non è stato solo un voto sul passato. È stato un voto su come leggere il presente. Prendiamo l’Italia, che si è astenuta come il resto dell’Unione Europea. Negli ultimi anni sono state introdotte norme che consentono di vietare l’ingresso di imbarcazioni in acque italiane in caso di “pressione migratoria eccezionale”. Ma quando l’eccezione diventa la regola, il diritto diventa discrezionale e la discrezionalità diventa sospensione permanente dei diritti. Le organizzazioni di soccorso nel Mediterraneo lo ripetono da anni: queste politiche non servono a gestire i flussi, servono a impedire i soccorsi. Il risultato? Aumentano i morti in mare. Dal 2014 a oggi, secondo le organizzazioni internazionali che monitorano le migrazioni, le persone morte o scomparse nel Mediterraneo sono decine di migliaia, ma il numero reale è certamente molto più alto, perché non si contano i corpi che restano in fondo al mare né le persone che muoiono nei centri di detenzione libici prima ancora di arrivare alla costa. E proprio in Libia l’Europa è presente con finanziamenti, accordi, addestramento e motovedette. Negli ultimi anni organizzazioni giuridiche e gruppi di avvocati internazionali hanno presentato alla Corte Penale Internazionale denunce che accusano funzionari europei di complicità nei crimini contro i migranti detenuti in Libia: rapimenti, torture, stupri, lavoro forzato. Nel frattempo, sulla terraferma, dentro i confini dell’Unione Europea, esiste un altro sistema che è assimilabile a una nuova forma di schiavitù: il caporalato. Non è relegato in centri di detenzione libici, ma nelle campagne, nei capannoni, nei magazzini della grande distribuzione. In Italia centinaia di migliaia di lavoratori agricoli, in gran parte migranti, lavorano in condizioni di sfruttamento estremo: paghe da pochi euro l’ora, giornate di lavoro senza orari, alloggi degradati, dipendenza totale dal caporale per il trasporto, il cibo, perfino l’acqua. Secondo diverse stime, il lavoro irregolare e lo sfruttamento in agricoltura muovono ogni anno decine di miliardi di euro e costituiscono una parte strutturale di intere filiere produttive. Situazioni analoghe si riscontrano anche nell’edilizia, nella logistica, nel lavoro dei rider e dei facchini della grande distribuzione. Negli ultimi mesi, in Italia, il governo ha portato avanti una riforma della giustizia che molti magistrati e giuristi hanno interpretato come un tentativo di indebolire l’indipendenza dei pubblici ministeri, cioè di coloro che indagano su corruzione, sfruttamento del lavoro e rapporti tra politica e interessi economici. Il referendum si è tenuto il 22 e 23 marzo. La riforma è stata bocciata. Non è stato solo un voto tecnico sulla giustizia: è stato anche un voto sul controllo di legalità in un Paese in cui le grandi inchieste su caporalato, appalti e sfruttamento toccano interessi economici enormi. Il voto all’ONU, le astensioni occidentali, le politiche migratorie, la Libia, il caporalato, lo scontro sulla magistratura non sono fatti separati. La storia non cambia sostanza, cambia forma. E la parola “clandestino” è la prova: serve oggi a fare ciò che la legge coloniale faceva con altri nomi. La risoluzione dell’Assemblea Generale sancisce che la schiavitù fu un sistema che trasformò gli esseri umani in proprietà e la violenza in norma. Oggi quella trasformazione non avviene più attraverso il diritto di proprietà sugli esseri umani, ma attraverso la produzione di persone senza diritti: il migrante che può essere lasciato morire in mare, il lavoratore irregolare che può essere sfruttato senza tutele, la solidarietà che può essere criminalizzata, la tortura che può essere esternalizzata fuori dai confini geografici e giuridici. Ridurre la schiavitù a un crimine è limitante; fu un sistema economico, giuridico e politico globale. E quando un sistema produce masse di persone prive di diritti, ricattabili, sfruttabili, respingibili, detenibili senza garanzie, la domanda che la storia ci pone è inevitabile: basta cambiare la forma di un sistema per dire che è cambiata anche la logica su cui si regge? Scriveva Pier Paolo Pasolini: “La porta della storia è una porta stretta: infilarsi dentro costa una spaventosa fatica; c’è chi rinuncia e chi non rinuncia ma male e tira fuori il cric dal portabagagli e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità”. Senza una riforma dell’ordine internazionale, la logica conseguenza dice che il passaggio non sarà pacifico. E allora noi occidentali siamo sicuri di volerci assumere questa grave responsabilità storica?     Herta Manenti
March 26, 2026
Pressenza
L’Italia condannata in Europa per le troppe limitazioni al diritto di sciopero
Il CEDS, ovvero il Comitato europeo dei Diritti Sociali, organo del Consiglio d’Europa, ha dato ragione a USB che nel 2022 aveva presentato un articolato ricorso –  con l’assistenza del professore Giovanni Orlandini docente di Diritto del Lavoro Università di Siena e degli avvocati Danilo Conte e Marco Tufo – […] L'articolo L’Italia condannata in Europa per le troppe limitazioni al diritto di sciopero su Contropiano.
March 14, 2026
Contropiano
La Rete #NoBavaglio contro l’attacco di USA e Israele all’Iran
La Rete #NoBavaglio rilancia e condivide la posizione del movimento No Kings, che ha definito l’attacco all’Iran “una minaccia per l’umanità” e un passo verso una possibile catastrofe mondiale. “Questa furia predatoria, assassina e repressiva deve essere fermata, o ci travolgerà tutti.” Di fronte al rischio concreto di un conflitto che possa incendiare l’intera regione mediorientale, con un effetto domino planetario, crediamo sia urgente e necessario un atto politico chiaro: chiediamo che l’Italia condanni senza ambiguità l’aggressione contro l’Iran. Il nostro Paese non può restare complice silenzioso di azioni che violano il diritto internazionale e spingono il mondo verso una nuova devastante guerra globale. La Rete #NoBavaglio esprime la più ferma e totale condanna per l’attacco lanciato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Un atto gravissimo che rappresenta una nuova, devastante escalation e apre la strada a uno scenario di guerra globale. Siamo di fronte all’ennesima violazione del diritto internazionale, calpestato dalla prepotenza delle potenze militari e dei loro oligarchi. La logica della forza, delle “guerre preventive” e delle decisioni unilaterali sta cancellando ogni residuo spazio di diplomazia e di convivenza tra i popoli. Una guerra così non porta sicurezza né stabilità: porta soltanto morte, distruzione e nuove sofferenze per le popolazioni civili. Chiediamo una risposta dei popoli del mondo. La distruzione che incombe può essere fermata solo da una mobilitazione dal basso, democratica, corale: dalle piazze, dalle associazioni, dai movimenti sociali, dal lavoro libero e indipendente dell’informazione, oggi più che mai sotto attacco. Invitiamo tutte e tutti a scendere in piazza, a organizzare presidi e iniziative in ogni città, a sostenere il popolo iraniano che da anni lotta contro ogni dittatura — monarchica o teocratica — e che ora rischia di pagare il prezzo più alto di decisioni prese altrove. La guerra non è mai una soluzione. Blocchiamo insieme la deriva verso la distruzione globale. Un altro mondo è possibile solo se lo difendiamo insieme. Rete #NOBAVAGLIO
February 28, 2026
Pressenza
Comunicato Osservatorio sui neofascismi di Puglia sulla condanna delle aggressioni a Bari di CasaPound
COME GRUPPO PUGLIESE DELL‘OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ GUARDIAMO CON MOLTA ATTENZIONE E INTERESSE AL LAVORO DELL‘OSSERVATORIO SUI NEOFASCISMI PUGLIA, CON IL QUALE ABBIAMO SVOLTO ANCHE IN CONVEGNO CESP A BISCEGLIE NEL 2024. IN VIRTÙ DI QUESTA PROFICUA COLLABORAZIONE, CONDIVIDIAMO VOLENTIERI IL COMUNICATO STAMPA FIRMATO DALLA COORDINATRICE, DOTT.SSA ANTONELLA MORGA, RELATIVO ALLA CONDANNA DELL’ORGANIZZAZIONE NEOFASCISTA CASAPOUND DA PARTE DEL TRIBUNALE DI BARI PER I METODI SQUADRISTI UTILIZZATI NELL’AGGRESSIONE DEL 2018 AI DANNI ANCHE DI ELEONORA FORENZA, ALLORA EURODEPUTATA DI RIFONDAZIONE COMUNISTA, SPERANDO CHE LA SENTENZA POSSA ESSERE USATA COME MODELLO PER LE NUMEROSE AGGRESSIONI PASSATE TROPPO SPESSO SOTTO SILENZIO. Oggi [12 febbraio 2026, ndr] è stata una giornata importante per la città di Bari, antifascista e democratica e per tutta la Puglia. La Regione Puglia, costituitasi parte civile assieme ad Anpi, Comune di Bari e a chi nel 2018 fu vittima della violenta aggressione, oggi vede affermare la giustizia nella pronuncia della sentenza emessa. La sentenza che ha condannato gli aggressori fascisti di CasaPound, dopo sette anni di processi e rinvii, segna uno spartiacque importante e, come recita il comunicato dell’Anpi nazionale, è una condanna per la violazione della legge Scelba-Mancino. É una sentenza che farà storia, sarà riferimento e rafforza le richieste, ormai larghe e condivise in tutto il paese, sullo scioglimento di questa formazione neofascista e squadrista! In qualità di Coordinatrice dell’Osservatorio sui neofascismi della Puglia esprimo a nome di tutte/i le/i componenti dell’organismo regionale soddisfazione per la pronuncia emessa dai giudici di Bari. Il nostro organismo istituzionale da tempo ha denunciato e sostenuto quanto CasaPound inquini con la sua presenza e le sue manifestazioni gli spazi, le comunità e le istituzioni democratiche della nostra regione e dell’intero paese. Lo abbiamo abbiamo reso pubblico nel nostro Report sui neofascismi “Essi vivono” già nel gennaio del 2024 e lo riconfermeremo anche nel supplemento del Report che a giorni presenteremo pubblicamente alla stampa. Dott.ssa Antonella Morga Coordinatrice regionale Osservatorio sui Neofascismi Puglia Lungomare Nazario Sauro, 33 – 70121- Bari -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Roma alza la voce per Maja T., attivista tedesca condannata in Ungheria
Si rafforza a Roma il fronte civile che chiede la liberazione e la revisione del processo nei confronti di Maja T., la giovane attivista condannata dai tribunali ungheresi al termine di un procedimento giudiziario ritenuto da molti osservatori opaco, sbilanciato e privo di elementi probatori solidi. La capitale ospiterà un’iniziativa pubblica dal titolo “Il caso Maja T.: la persecuzione degli oppositori e l’autocrazia di Orbán in Ungheria”, in programma il 20 febbraio 2026 alle ore 14 presso la sede Arci di via dei Monti di Pietralata. L’appuntamento riunirà una rete ampia e trasversale composta da rappresentanti delle istituzioni, del mondo giuridico e del settore dei diritti umani. Tra i partecipanti figurano i genitori dell’attivista, i deputati Arturo Scotto (Partito Democratico) e Filiberto Zaratti (AVS), insieme a Luigi Manconi, fondatore di A Buon Diritto, Luca Blasi della rete A Pieno Regime e Paola Bevere dei Giuristi Democratici. La moderazione sarà affidata a Gianluca Peciola, responsabile nazionale per i diritti umani di Sinistra Italiana. Il caso giudiziario ha acceso un dibattito internazionale, poiché Maja T. è stata ritenuta colpevole di aver preso parte, tre anni fa, a presunte aggressioni ai danni di alcuni neonazisti presenti alla cosiddetta “Giornata dell’onore”, raduno annuale di gruppi di estrema destra a Budapest. Tuttavia, secondo i familiari e i legali, le accuse non sono supportate da alcuna evidenza concreta: non risultano filmati, testimonianze dirette né elementi oggettivi che colleghino l’attivista agli scontri. “Non esiste una sola prova della sua presenza sul luogo”, ha ribadito il padre, richiamando anche le conclusioni degli investigatori tedeschi, che non avevano individuato indizi a suo carico. A rendere il quadro ancora più controverso c’è la gestione dell’estradizione. Alla fine del 2024, un tribunale della Turingia consegnò frettolosamente Maja T. alle autorità ungheresi, ma poche ore più tardi la Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe dichiarò quella decisione incostituzionale. La Corte rimproverò la magistratura locale per non aver considerato le condizioni detentive estremamente dure che attendono in Ungheria una persona non binaria, come si è poi puntualmente verificato nei mesi successivi. Il processo ungherese è stato seguito con attenzione anche dal mondo della cultura e dell’editoria italiana. Il fumettista Zerocalcare ha dedicato a Maja una parte significativa del suo più recente libro, “Nel nido dei serpenti”, mentre l’editore Mattia Tombolini ha denunciato pubblicamente un iter giudiziario “già orientato nel suo esito”, evidenziando come al dibattimento non sia mai stato portato un elemento concreto che giustificasse accuse tanto gravi, nonostante la pesantezza delle pene inflitte: 8 anni a Maja, 7 a Gabriele e 2 ad Anna. L’iniziativa romana vuole essere dunque non solo un momento di solidarietà, ma anche un’azione politica e civile volta a denunciare il deterioramento dello stato di diritto in Ungheria, Paese guidato dal premier Viktor Orbán, più volte accusato a livello europeo di compressione delle libertà civili, ingerenze sul potere giudiziario e repressione sistematica del dissenso.   Rete #NOBAVAGLIO
February 19, 2026
Pressenza
Piccoli Epstein proliferano… in Israele
Riferisce la testata Jerusalem Post, che di certo non può essere classificata come media dell’opposizione “radicale”, che tale Itai Levy è stato condannato per “ attività sessuali non consensuali con minori”. Se a qualcuno viene da sorridere pensando alla formula “attività sessuali non consensuali” in rapporto con la minorità è […] L'articolo Piccoli Epstein proliferano… in Israele su Contropiano.
February 12, 2026
Contropiano
TURCHIA: CHIESTI DUEMILA ANNI DI CARCERE PER IL SINDACO DI ISTANBUL IMAMOGLU
Il procuratore capo di Istanbul, Akın Gürlek, ha chiesto una condanna di 2.352 di carcere per il sindaco di Istanbul e leader del Chp Ekrem Imamoglu. 142 i capi d’accusa contestati dalla Procura della città sul Bosforo a quello che in teoria dovrebbe essere il principale sfidante di Erdogan alle prossime elezioni presidenziali. Secondo le quattromila pagine prodotte dalla Procura di Istanbul, Imamoglu sarebbe “fondatore e leader” di un’organizzazione criminale che avrebbe provocato perdite per lo Stato per circa 3,8 miliardi di dollari in un decennio. Nell’inchiesta sono coinvolti 402 sospettati e 105 persone che sono già detenute. Le accuse nei loro confronti sono, tra le altre, corruzione, tangenti, frode, manipolazione di appalti pubblici, riciclaggio e direzione di organizzazione criminale. Ekrem Imamoglu è stato rieletto sindaco di Istanbul nel 2024. Esponente del chemalista Chp, è considerato il principale sfidante dell’attuale presidente turco Erdogan per le prossime elezioni presidenziali, fissate per il 2028. Akın Gürlek, il procuratore capo di Istanbul che chiede 2.352 anni di carcere per Imamoglu, è un personaggio a dir poco controverso, legato a doppio filo con il regime dell’Akp di Erdogan e dei suoi alleati dell’Mhp. Prima della nomina a Procuratore capo della megalopoli, è stato vice-ministro della Giustizia. In passato, ha firmato alcune decisioni molto discusse contro l’ex parlamentare e co-presidente dell’Hdp curdo-turco (oggi Partito Dem) Selahattin Demirtas, il giornalista in esilio Can Dündar e i membri del movimento “Accademici per la pace”. Sulla vicenda, ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto il giornalista Murat Cinar. Ascolta o scarica.
November 13, 2025
Radio Onda d`Urto
La formazione di un vero “garante”
Agostino Ghiglia, uno dei quattro componenti del Collegio del Garante per la privacy, era stato avvistato in via della Scrofa, davanti alla sede del partito di Giorgia Meloni. Dopo la pubblicazione dei video che lo ritraevano,  Italo Bocchino ha ammesso di averlo incontrato, ma giura di aver parlato con lui […] L'articolo La formazione di un vero “garante” su Contropiano.
October 29, 2025
Contropiano