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Nuovi fronti della Rivoluzione dei Fenicotteri. 75° giorno di protesta
Sono trascorsi altri giorni, altre settimane, ed è iniziato il terzo mese di protesta. Oggi la Rivoluzione dei Fenicotteri raggiunge il suo 75° giorno consecutivo. Nonostante il caldo e le vacanze, agosto trova l’Albania ancora attraversata da una mobilitazione che non si è esaurita e che, nel frattempo, ha aperto nuovi fronti. Anche nei giorni in cui le temperature hanno superato i 35 gradi, i manifestanti hanno continuato a riunirsi ogni sera davanti alla sede del governo. Per fare un esempio, le temperature serali nel “Bulevardi Dëshmorët e Kombit”, registravano 38°. Nelle ultime settimane la mobilitazione si è estesa nelle forme e nei territori. Ai presìdi quotidiani di Tirana si sono affiancati esposti alla SPAK, la Procura speciale contro la corruzione e il crimine organizzato, iniziative referendarie e proteste contro la proposta di riforma amministrativo-territoriale. ©️Trivet Il fenicottero è diventato simbolo della resistenza e ha mostrato tutta la creatività albanese Dal Parlamento al commissariato Il 27 luglio, durante l’ultima seduta parlamentare prima della pausa estiva, i manifestanti sono tornati davanti al Parlamento. Ad attenderli hanno trovato un imponente dispositivo di sicurezza, con gli accessi alla zona chiusi e le forze dell’ordine schierate su un perimetro molto più ampio del consueto. Dodici persone sono state accompagnate nei commissariati e alcune sarebbero state fermate mentre filmavano, aiutavano una manifestante caduta o si trovavano lontane dal principale punto di tensione. Sono state tutte rilasciate dopo alcune ore, ma il tentativo di intimidazione per chi manifesta rimane chiaro. ©️Trivet 27 luglio, protesta di fronte al Parlamento albanese e le transenne della polizia ben oltre lo spazio del Parlamento Pochi giorni prima, Edi Rama aveva presentato la BESA, un documento strategico con cui il governo riconosce l’esistenza di una crisi di fiducia nel governo e propone nuovi strumenti di “ascolto” e “dialogo”, una trasparenza che le istituzioni e la legge dovrebbero già garantire. Lo fa, però, appropriandosi tanto del fenicottero, simbolo della protesta, quanto della besa, concetto centrale della cultura albanese legato alla parola data e alla responsabilità verso la comunità, piegandoli alla propaganda governativa. ©️Trivet Un cartello che domanda “Polizia di stato o Stato di Polizia?” Nuovi fronti territoriali Un nuovo focolaio di protesta è stato aperto dalla proposta governativa di riforma amministrativo-territoriale. La bozza prevede di ridurre le bashki da 61 a 46, cancellando attraverso gli accorpamenti quindici Comuni: Përrenjas, Poliçan, Dimal, Divjakë, Klos, Memaliaj, Belsh, Rrogozhinë, Libohovë, Selenicë, Maliq, Patos, Cërrik, Këlcyrë e Fushë-Arrëz. Al 3 agosto le contestazioni alla riforma avevano interessato almeno 12 Comuni e oggi, 13 agosto, l’opposizione ha raggiunto tutti e 15 i Comuni destinati all’accorpamento. In 14 con manifestazioni pubbliche, mentre a Cërrik attraverso una raccolta firme. Ad alimentare le proteste ha contribuito anche la gestione degli incendi, che ha reso ancora più evidente la fragilità dei territori e delle strutture chiamate a proteggerli. Le fiamme hanno raggiunto, tra le altre zone, le colline intorno a Kruja, la città di Scanderbeg, minacciando abitazioni, depositi di esplosivi e il sito archeologico di Albanopolis e costringendo all’evacuazione gli abitanti di alcuni villaggi. Proprio nel momento più grave dell’emergenza si è dimesso il direttore dei Vigili del Fuoco. ©️Trivet Protesta a Belsh. I cartelli dicono “I Comuni per i cittadini, non per i potenti” e “Il nostro Comune non è un numero”. Le mobilitazioni territoriali hanno cominciato anche a produrre i primi risultati, sebbene ancora parziali. Il 5 agosto la società elettrica pubblica KESH ha sospeso i lavori sul fiume Mërtur, dopo le proteste degli abitanti di Nikaj-Mërtur. La sospensione non equivale ancora alla cancellazione del progetto: i residenti chiedono una revisione completa e garanzie per la tutela del fiume e dell’ecosistema. Una prima vittoria è arrivata anche per 74 famiglie coinvolte nel progetto TID a Durazzo, dopo un anno di mobilitazioni, dove il governo ha abrogato l’atto del 2020 che istituiva la Zona di nuova edificazione n. 5 nel quartiere storico di Epidamn, pur senza cancellare formalmente il contestato progetto. Come a Mërtur, dunque, la resistenza ha costretto le istituzioni a fare un passo indietro senza risolvere definitivamente la vertenza: i residenti chiedono ancora la sospensione e la revisione del progetto, oltre alla pubblicazione integrale degli atti. Dalla piazza al terreno legale Il Centro ResPublica e l’associazione ambientalista EcoAlbania hanno avviato una vertenza legale contro i lavori effettuati con i bulldozer sulle dune di Pishë Poro-Narta. Secondo le organizzazioni, gli interventi presentati come “preliminari” avrebbero già danneggiato habitat, vegetazione e delicati equilibri tra laguna e mare. Il 7 agosto è stata poi annunciata un’iniziativa per promuovere un referendum abrogativo contro la legge 21/2024 sulle aree protette, una delle 5 richieste della piazza. Considerato che in Albania l’ultimo referendum nazionale risale al 1998 e riguardava l’approvazione della Costituzione, significa rivendicare anche una forma di partecipazione diretta di fronte a istituzioni considerate incapaci di ascoltare. Dal 12 agosto è stata infine avviata una raccolta di firme per presentare alla SPAK una denuncia contro Edi Rama e altri funzionari pubblici con l’intento di chiedere di verificare le procedure seguite per i progetti previsti a Zvërnec, Rrjoll e Divjakë-Karavasta e il ruolo delle modifiche legislative ad hoc che hanno aperto le aree protette agli investimenti turistici, sulla base di quello che viene raccontato da Albanian Files. ©️Trivet Un cartello che ironizza e accusa il libro The Albanian Files Una protesta locale, nazionale e geopolitica Nel nord del Kosovo sono state scoperte delle fosse comuni nell’area di Zubin Potok, a Kalludër e a Jabukë e le ricerche proseguono. Secondo le autorità kosovare, i ritrovamenti potrebbero essere collegati a persone sequestrate e uccise nella primavera del 1999, genocidio troppo spesso dimenticato dal dibattito ma che ancora conta 1.600 dispersi. Quasi contemporaneamente è stata annunciata l’apertura di un consolato serbo a Scutari e Bujanova. Questa prospettiva ha provocato la manifestazione del 2 agosto a Scutari. Ad alimentare ulteriormente la protesta sono intervenute anche le vicende internazionali. Durante la visita a Belgrado, Volodymyr Zelensky ha ribadito che l’Ucraina non riconosce l’indipendenza del Kosovo e continua a considerarlo parte dell’integrità territoriale serba. Nonostante fosse una conferma di cose già dette, le reazioni sono state forti a Pristina e Tirana, soprattutto considerando il sostegno politico, umanitario e materiale offerto all’Ucraina dal Kosovo e dall’Albania. La memoria del genocidio vissuto sulla pelle degli albanesi e delle guerre attuali ha rafforzato la contestazione soprattutto dei rapporti tra Rama e Vučić, che all’epoca del genocidio era Ministro della Propaganda, rafforzando il concetto di “tradimento degli interessi del popolo” e di complicità. ©️Trivet Immagine della marcia di fine presidio Territorio, crisi climatica, democrazia diffusa, memoria e diaspora, politica estera e giustizia continuano a convergere dentro una mobilitazione che non ha mai avuto una sola rivendicazione. Il fenicottero è diventato il simbolo della resistenza di un popolo. Fioralba Duma
August 13, 2026
Pressenza
Kosovo: anche l’acqua nella spirale degli abusi del potere
Cinque organizzazioni di società civile della comunità serba del Kosovo hanno, nei giorni scorsi, assunto una importante iniziativa, inviando una lettera alla Banca Mondiale in merito alle recenti attività dell’impresa idroelettrica kosovaro-albanese “Ibar-Lepenc” sul lago Gazivode, un bacino idrico di grande importanza, che si trova nel Kosovo del Nord a maggioranza serba. Nella lettera, le organizzazioni esprimono preoccupazione per le azioni della “Ibar-Lepenc” degli ultimi due mesi, tra giugno e luglio 2026, contro le comunità serbe del luogo, azioni che, in diverse circostanze, sarebbero state effettuate con l’assistenza della polizia del Kosovo. Tra queste, “l’occupazione del campo di Rezala, la demolizione di case e appartamenti, la minaccia di demolizione di un’abitazione familiare, la notifica di sfratto e la rimozione delle infrastrutture, nonché la demolizione di altre undici case avvenuta il 21 luglio”. Il comune di pertinenza, quello di Zubin Potok, non è stato “consultato in modo significativo”, nonostante le attività riguardino proprietà, alloggi, turismo e sviluppo territoriale all’interno del comune. Ciò configurerebbe, peraltro, un’ulteriore violazione, l’ennesima, da parte delle autorità kosovaro-albanesi, dal momento che, in base agli Accordi di Bruxelles del 19 aprile 2013, non solo si sarebbe già dovuta istituire la Comunità dei comuni a maggioranza serba del Kosovo (Kosovska Mitrovica, Zubin Potok, Zvečan, Leposavić, Gračanica, Štrpce, Novo Brdo, Klokot, Ranilug, Parteš) ma questa dovrebbe godere di piena autonomia proprio “nei settori dello sviluppo economico, istruzione, sanità e pianificazione urbana e rurale”. Non a caso, le autorità kosovaro-albanesi hanno sistematicamente boicottato tali accordi.  La lettera è firmata da cinque organizzazioni, l’Istituto per lo sviluppo economico territoriale (Institut za teritorijalni ekonomski razvoj, InTER), l’ONG Aktiv, il Centro per l’azione sociale positiva (Centar za afirmativne društvene akcije, CASA), Nuova Iniziativa Sociale (Nova društvena inicijativa, NSI) e il Centro per la promozione della cultura democratica (Centar za zastupanje demokratske kulture, ACDC). Le organizzazioni esprimono preoccupazione per il fatto che le attività, che comportano pesanti violazioni in termini di accesso, alloggio e attività economiche locali, siano state condotte senza una decisione scritta e motivata, senza informazioni chiare su eventuali procedure di ricorso e senza possibilità per le persone interessate di richiedere un riesame delle decisioni. La lettera è stata inviata alla Banca Mondiale perché la “Ibar-Lepenc” è l’agenzia esecutiva del progetto “Kosovo Water Security and Canal Protection Project”, finanziato dalla Banca Mondiale e conclusosi il 30 giugno 2025. Le organizzazioni hanno chiesto una due diligence ambientale, sociale e istituzionale, e di sospendere la valutazione di futuri finanziamenti fino a quando non sarà stata condotta una seria valutazione del rischio e di subordinare qualsiasi supporto all’adozione di misure correttive, tra cui la sospensione di ulteriori demolizioni e sfratti in attesa di un parere legale, la revisione delle demolizioni effettuate, l’emissione di decisioni motivate con possibilità di ricorso e l’istituzione di meccanismi per il coinvolgimento delle comunità locali e la risoluzione delle controversie. Si tratterebbe cioè di riportare nel perimetro del diritto ciò che è stato commesso, di fatto, con le modalità di un vero e proprio abuso e di una ennesima violazione da parte della autorità di Prishtina.   Il bacino di Gazivode riveste, per il Kosovo e le comunità serbe del Kosovo, un’importanza strategica. Gazivode è un lago artificiale, creato nel 1977 sbarrando il fiume Ibar nel suo corso superiore, nel nord del Kosovo. Dal 1973 al 1977, fu costruita una delle più grandi dighe d’Europa nella zona del villaggio di Gazivode su progetto della storica società Energoprojekt di Belgrado. Gazivode, peraltro, non è interamente in territorio kosovaro, ricadendo in parte nel comune di Tutin, nella Serbia sud-occidentale, in parte nel comune di Zubin Potok, nel Nord del Kosovo. Il lago è lungo 24 chilometri e l’altezza della diga è di oltre cento metri. Il suo scopo è di irrigare la piana del Kosovo, ma ospita anche una piccola centrale idroelettrica, e le sue acque servono anche la città di Prishtina e la centrale termoelettrica di Obilić. Non c’è solo questo, peraltro. Tra il 2017 e il 2018, un team internazionale di archeologi ha condotto una serie di ricerche, scoprendo sul fondo di Gazivode diversi monumenti della cultura serba medievale, tra cui, in particolare, i resti del palazzo della regina Elena d’Angiò, i resti del monastero di Čkilje, un campanile del XIII secolo, una chiesa e alcune necropoli romane. Insieme alla lettera, è stato redatto anche un documento intitolato “Acquisizioni di proprietà, demolizioni e minacce di sfratto intorno al lago Gazivode”, con dati aggiornati allo scorso 21 luglio, dopo l’ultima pesante demolizione di abitazioni. Il documento sottolinea come la situazione rischi di trasformarsi in una questione più ampia di stato di diritto, ma anche di relazioni inter-comunitarie e difesa della pace. L’area insiste infatti in un contesto giuridico complesso, creato da precedenti assegnazioni di terreni, espropriazioni, accordi di utilizzo di lunga data, in un panorama segnato da profonda sfiducia inter-comunitaria e tensione inter-etnica e dalle lunghe e dolorose conseguenze della guerra. Di fronte a una tale complessità, la procedura appropriata non può essere che quella di un procedimento trasparente, con decisioni scritte, motivazioni, possibilità di accesso alla giustizia, coinvolgendo direttamente le comunità, e il comune interessato, Zubin Potok. Inoltre, dopo l’inaugurazione, avvenuta il 1° giugno scorso, del Campo di ricerca e soccorso della Agenzia per la gestione delle emergenze a Čečevo, a ridosso di Gazivode, da parte delle autorità albanesi-kosovare, la vicenda è divenuta ancora più delicata, alimentando il timore che, insieme alle demolizioni, agli sfratti, agli interventi della polizia, l’area possa essere ampiamente sgomberata o addirittura militarizzata. Anche questo è motivo di tensione. Nel Nord del Kosovo, infatti, gli Accordi di Bruxelles prevedono un Comandante regionale di Polizia per i comuni di K. Mitrovica, Zvečan, Zubin Potok e Leposavić, un Comandante serbo del Kosovo nominato dal Ministero dell’Interno e una Polizia nel nord tale da rispecchiare la composizione etnica dell’area. L’azione a Gazivode è anche una violazione dei più recenti accordi di normalizzazione tra Serbia e Kosovo, i cosiddetti Accordi di Washington, firmati il 4 settembre 2020 alla Casa Bianca, alla presenza del Presidente Usa, allora come oggi, Trump. Tali accordi prevedono che “entrambe le parti concordano di collaborare con il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e altri enti governativi statunitensi competenti per sviluppare uno studio di fattibilità per le esigenze di Gazivode come fonte sicura di approvvigionamento idrico ed energetico”. Ancora una volta, dunque, il rispetto degli accordi e, in generale, del diritto e della giustizia, a partire dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244 del 1999, resta centrale per garantire libertà e diritti in un Kosovo che sia davvero di tutti/e e per tutti/e. Riferimenti: NVO sa severa Kosova uputile pismo Svetskoj banci zbog rušenja objekata oko jezera Gazivode, Kontakt Plus, 22.07.2026: https://radiokontaktplus.org/glavna/nvo-sa-severa-kosova-uputile-pismo-svetskoj-banci-zbog-rusenja-objekata-oko-jezera-gazivode/135408 First Agreement of Principles Governing the Normalization of Relations (Brussels Agreement): https://www.srbija.gov.rs/specijal/en/120394 The “Washington Agreement” Between Kosovo and Serbia, American Society Of International Law: https://asil.org/insights/volume-25-issue-4  Gianmarco Pisa
July 29, 2026
Pressenza
Il Kosovo è ancora lo specchio dell’Ue nata dalle bombe su Belgrado
La “questione kosovara” non è solo una disputa territoriale tra la Serbia e l’Albania, ma è la manifestazione plastica dello stato cui è ridotta la democrazia borghese occidentale e quindi il futuro dell’Unione Europea. Qui infatti lo scontro su scala internazionale (per ora più geopolitico che di classe) con cui […] L'articolo Il Kosovo è ancora lo specchio dell’Ue nata dalle bombe su Belgrado su Contropiano.
July 7, 2026
Contropiano
24 Marzo 1999-2026. Nonostante il tempo… Noi non dimentichiamo
Quale è la realtà del Kosovo Metohija oggi…a quindici anni dall’inizio dei bombardamenti e dell’aggressione alla Repubblica Federale di Jugoslavia/ Serbia…motivata dalla necessità di fermare una “pulizia etnica”, un “genocidio” e ripristinare i “diritti umani” nella provincia. Perché queste furono le tre basi fondanti su cui la cosiddetta Comunità Internazionale: […] L'articolo 24 Marzo 1999-2026. Nonostante il tempo… Noi non dimentichiamo su Contropiano.
March 25, 2026
Contropiano
24 marzo 1999 : Forum Belgrado Italia rammenta…
… la guerra di aggressione alla Repubblica Federale di Jugoslavia e la realtà del Kosovo Metohija oggi, a quindici anni dall’inizio dei bombardamenti. Una guerra motivata dalla necessità di fermare una pulizia etnica, un genocidio, e ripristinare i diritti umani nella provincia. Perché queste furono le tre basi fondanti su cui la cosiddetta Comunità Internazionale: cioè gli otto paesi più ricchi della Terra, cioè il loro braccio armato, la NATO (in quanto i governi dei 2/3 dell’umanità tra voti contrari e astensioni, erano contrari alla guerra), hanno decretato l’aggressione alla RF di Jugoslavia il 24 Marzo 1999. “…Ho appena dato mandato al comandante supremo delle forze alleate in Europa, il generale Clark, di avviare le operazioni d’aria (… bombardamenti aerei…) sulla Repubblica Federale di Jugoslavia…Tutti gli sforzi per raggiungere una soluzione politica negoziata alla crisi del Kosovo sono falliti e non ci sono alternative all’intraprendere l’azione militare…”: così il 23 marzo 1999 l’allora Segretario generale della NATO J. Solana, davanti ai mass media del mondo, decretava l’inizio della fine della “piccola” Jugoslavia e del popolo serbo in particolare. Quali erano e sono, le strategie geopolitiche e geostrategiche, che c’erano dietro la “crisi del Kosovo” e Rambouillet, sono sotto gli occhi di tutti ed agli atti; così come le menzogne e la “disinformazione strategica” pianificate, che dopo 27 anni sono di dominio pubblico, pianificate per cancellare la RFJ e annichilire il popolo serbo. Qual è oggi la realtà del Kosovo dopo 78 giorni di bombardamenti e dopo 27 anni di “ristabilita” democrazia, di “ristabiliti” diritti umani, “ristabilita” multietnicità, di “ritrovata” libertà? La realtà sul campo è esattamente il contrario delle verità ufficiali raccontate dalla NATO, dall’UNMIK, dall’OSCE o dalla cosiddetta Comunità Internazionale. Dopo 27 anni dove sono la cosiddetta “pulizia etnica”, il “genocidio”, “le fosse comuni” con le decine di migliaia di albanesi kosovari dentro? Quando, secondo i documenti CIA, FBI, OSCE, Unmik, NATO….a tutt’oggi: sono stati ritrovati 2108 corpi di tutte le etnie; quando secondo l’UNCHR i primi profughi sono stati registrati il 27 marzo 1999, cioè 3 giorni dopo l’inizio dei bombardamenti; dal giugno ’99 ad oggi 3.000 serbi, rom, albanesi jugoslavisti, e di altre minoranze; sono stati rapiti 1300 serbi; oggi si sa (tramite le memorie della ex procuratrice del Tribunale dell’Aja per la Jugoslavia, Carla Del Ponte) che loro sapevano dei 300 serbi rapiti dalle forze terroriste dell’UCK portati in Albania per estirpare loro gli organi ad uno ad uno. – Cos’è la democrazia quando per motivi etnici, le persone (serbi e le altre minoranze) non possono lavorare, studiare, avere l’assistenza sanitaria, camminare fuori dalle enclavi (campi di concentramento a cielo aperto) con il rischio di essere assassinati? – Che significato ha il termine “diritti umani”, quando per motivi etnici o religiosi, un uomo, un giovane, un bambino in ogni momento può essere ucciso? Quando oggi nel 2026, tutti i “diritti umani” fondamentali sanciti nella Carta Universale dei Diritti Umani fondante l’ONU…sono ogni giorno negati per tutti i non albanesi ed anche per migliaia di kosovari albanesi? – Cosa significa la parola multietnicità, quando oggi il Kosovo è una provincia etnicamente pulita, mentre fino al 1999 vivevano lì 14 minoranze diverse, con gli stessi diritti sanciti nella Costituzione jugoslava? Quando 148 monasteri e luoghi sacri ortodossi sono stati distrutti dalle forze terroriste dell’UCK? – Che significato ha la parola “libertà”, quando ad un popolo per motivi etnici è negata la possibilità di lavorare, studiare, essere curato, privato dei diritti politici, civili o religiosi? Quando in uno stato fantoccio creato dalla forza militare della NATO, la sua leadership è formata da criminali, terroristi, da trafficanti di droga, di armi, di donne, di organi umani, come indicato e documentato da svariati organismi giuridici internazionali e dalla stessa DEA (Agenzia antidroga statunitense), che ha definito il Kosovo un narcostato nel cuore dell’Europa? Un lavoratore e le persone oneste di qualsiasi etnia, sono libere in una realtà simile? Come può essere libero un popolo o una regione quando sulla sua terra costruiscono una base militare straniera, come Camp Bondsteel, la più grande base militare americana dai tempi del Vietnam? Per cosa un tale investimento di denaro e forze? Per controllare alcune decine di migliaia di serbo kosovari chiusi dentro alcune enclavi? O forse (!) per i loro disegni ed obiettivi geostrategici? Menzogne! Menzogne! Menzogne!    Per questo come SOSYugoslavia-SOSKosovoMetohija e come Forum Belgrado per un Mondo di eguali, continuiamo a lavorare caparbiamente per una informazione di verità e per una solidarietà concreta, con ancora molti Progetti sul campo, per il popolo serbo del Kosovo occupato, che resiste sempre più difficoltosamente nelle enclavi assediate dalla violenza e dall’odio. La battaglia per la verità è battaglia per la giustizia. Senza verità non può esserci giustizia. Senza giustizia non ci può essere pace per nessun popolo. Come modesta voce delle enclavi resistenti del Kosovo Metohija usurpato, chiediamo a coloro che li possiedono, col cuore e con la coscienza di uomini e donne liberi e consapevoli, di certamente non dimenticare l’aggressione criminale al popolo jugoslavo del 1999, ma altrettanto fortemente di non dimenticare la resistenza del popolo serbo del Kosovo Metohija occupato, OGGI.  Enrico Vigna – Forum Belgrado Italia e SOS Yugoslavia-SOS Kosovo Metohija Redazione Italia
March 24, 2026
Pressenza
Kosovo. UCK sotto accusa per crimini di guerra
Per quasi tre anni, all’Aja, si è celebrato un processo che costringe l’Occidente a guardarsi allo specchio. Sul banco degli imputati non un ‘rassicurante’ oscuro signore della guerra africano o islamico, ma Hashim Thaçi, ex presidente del Kosovo, e tre ex vertici dell’Uck, “l’Esercito di liberazione del Kosovo”. Gli stessi […] L'articolo Kosovo. UCK sotto accusa per crimini di guerra su Contropiano.
February 23, 2026
Contropiano
Gli Stati Uniti continuano a rafforzare le loro infrastrutture militari in Albania e Kosovo
Gli USA continuano a rafforzare la loro presenza militare nei Balcani, annunciando un contratto quinquennale che copre progetti di costruzione e manutenzione in Albania, Kosovo e Bulgaria. Questo investimento, guidato dagli US Army Corps of Engineers, mira a fornire infrastrutture avanzate per le truppe statunitensi nella regione, nell’ottica di affrontare […] L'articolo Gli Stati Uniti continuano a rafforzare le loro infrastrutture militari in Albania e Kosovo su Contropiano.
February 20, 2026
Contropiano
Come Human Rights Watch ha distrutto la Jugoslavia
Il 25 agosto 2025, questo giornalista ha documentato come gli Accordi di Helsinki del 1975 abbiano trasformato i “diritti umani” in un’arma altamente distruttiva nell’arsenale imperiale occidentale. In prima linea in questo cambiamento c’erano organizzazioni come Amnesty International e Helsinki Watch, precursore di Human Rights Watch. I rapporti apparentemente indipendenti pubblicati […] L'articolo Come Human Rights Watch ha distrutto la Jugoslavia su Contropiano.
February 16, 2026
Contropiano