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Palestina: #NoListeNoBersagli
«Stiamo con le Ong – stiamo con Gaza»: un appello. Le prime firme e il link per
chi vuole aderire. Noi operatrici e operatori della sanità e associazioni che
operano per la pace, in difesa dei diritti umani e del diritto internazionale
esprimiamo la nostra solidarietà a Medici Senza Frontiere, a Oxfam e a chi,
delle 37 ONG a cui
Gaza: solidarietà a MSF e …
… alle ong che hanno deciso di proteggere chi salva le vite (non chi le toglie).
In coda link per chi vuole aderire. Comunicato in difesa dell’azione umanitaria
e contro il genocidio in corso a Gaza. Noi operatrici e operatori della Sanità e
associazioni che operano per la pace e in difesa dei diritti umani e del diritto
internazionale, esprimiamo
Giorno della memoria: come ogni giorno in piazza Duomo a Milano
Da oltre sette mesi continua la presenza di attivisti ed attiviste dalle 18 alle
19 in piazza Duomo. Sempre con le medesime modalità: due lunghe file,
distanziati, in silenzio, fermi, con i loro cartelli che ricordano come la
situazione in Palestina continui ad essere folle e disastrosa, come la politica
di Israele tra esercito e coloni sia un criminale stillicidio che tormenta un
popolo fino ai limiti della sopportabilità.
Ieri è stato il 27 gennaio, una data nella quale chi manifesta per i diritti del
popolo palestinese rischia di essere accusato di antisemitismo. Scusa
ricorrente, accentuata in quel giorno.
Invece è stata una giornata importante in piazza Duomo. Il gruppo di Mai
indifferenti (Voci ebraiche per la pace) e di LEA (Laboratorio ebraico
antirazzista) avevano chiesto di potersi unire a noi quel giorno. Uniti nel dire
“Mai più per nessun popolo”, per fermare quello che si considera tuttora un
genocidio in corso, nulla è terminato.
Una presenza importante in piazza la loro, ieri. Insieme, siamo stati durante la
nostra ora sotto i portici, pioveva e i cartelli non devono bagnarsi, ma verso
la fine, raccolti i cartelli si è andati insieme in piazza per comporre la
scritta che si era decisa: MAI PIU’ PER NESSUN POPOLO. In silenzio, sotto una
fredda pioggerellina.
Durante l’azione anche un collegamento online con un incontro presso la
biblioteca milanese di Chiesa Rossa, in remoto c’è anche Luisa Morgantini che
conosce bene la piazza di Milano: dalla sala applaudono gli attivisti e le
attiviste della piazza.
Alla fine, ci si saluta calorosamente, si raccolgono le lettere che hanno oramai
più di due anni. La prima volta, qualcuno ricorda, vennero fatte per
un’iniziativa dentro il Duomo, venti giorni dopo il 7 Ottobre 2023.
https://www.pressenza.com/it/2023/10/milano-attiviste-e-attivisti-in-duomo-contro-le-guerre-e-le-ingiustizie/
Ne vennero fatte nella prima occasione 28, ora sono più di 50, per fare le tante
scritte composte da allora.
Nei prossimi giorni arrivano le Olimpiadi a Milano. Nessun problema, siamo
abituati in piazza a fare fondo… Passeranno anche loro, continueremo, fino a che
non spunti un vero sole di pace e giustizia in Palestina.
Lo stesso giorno, il presidio “fratello” nella piazza di Cagliari che continua
da 3 mesi, ha pubblicato sull’Unione Sarda una mezza pagina a pagamento:
bravissimi e bravissime. Un gemellaggio che scalda reciprocamente i nostri cuori
e ci aiuta a resistere.
Andrea De Lotto
Pace, disarmo, smilitarizzazione: salvare le vite è il primo dovere
Martedì 16, sabato 20 e lunedì 22 dicembre presso il “Centro di ricerca per la
pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” si sono svolti tre incontri di
studio e di testimonianza per la pace in Medio Oriente.
Gli incontri facevano parte di una serie che si protrae dalla fine del 2023 per
approfondire la conoscenza del conflitto israelo-palestinese, degli altri
conflitti in Medio Oriente e del contesto globale in cui si situano.
Ciascuno è stato dedicato particolarmente alla presentazione e al commento di
due libri:
* martedì 16 dicembre Storia dell’Olp di Alain Gresh (Edizioni Associate, Roma
– 1988) e Arafat di Alan Hart (Frassinelli, Milano – 1985), ancora oggi due
tra i migliori lavori sui rispettivi argomenti;
* sabato 20 dicembre Alla ricerca di Fatima di Ghada Karmi (Atmosphere, Roma –
2013) e Un giorno nella vita di Abed Salama di Nathan Thrall (Neri Pozza,
Vicenza – 2024/2025);
* lunedì 22 dicembre Laboratorio Palestina di Antony Loewenstein (Fazi, Roma –
2024) e Torri d’avorio e d’acciaio Maya Wind (Edizioni Alegre, Roma – 2024).
Ancora una volta è stato rinnovato l’appello a tutte le istituzioni democratiche
a sostenere la tregua in Medio Oriente; ad adoperarsi affinché cessino tutte le
uccisioni e siano soccorsi tutti i sopravvissuti; a sostenere il riconoscimento
da parte di tutti gli stati rappresentati nell’Onu sia dello stato di Israele
che dello stato di Palestina entro i confini precedenti la guerra dei sei giorni
del 1967 e quindi smantellando tutte le colonie illegali in Cisgiordania; a
chiedere la liberazione immediata e senza condizioni di Marwan Barghouti, il
Nelson Mandela palestinese che può dare un contributo fondamentale al processo
di pace e di riconciliazione.
Pace, disarmo, smilitarizzazione: affinché cessino definitivamente la strage a
Gaza e le violenze in Cisgiordania, e nasca immediatamente lo stato di Palestina
a fianco di quello di Israele nei confini precedenti la guerra dei sei giorni
del 1967.
Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignità, alla solidarietà: per
agire concretamente ed efficacemente contro tutte le guerre e le uccisioni; per
solidarizzare con tutte le vittime ed opporsi a tutti i carnefici; per cogliere
la complessità di tutti i conflitti ed opporsi a tutti i fanatismi; per opporsi
alla violenza con la forza della verità e della misericordia, con la scelta
nitida e intransigente della nonviolenza che sola può salvare l’umanità dalla
catastrofe.
Nel corso degli incontri è stato ancora una volta confermato pieno sostegno
all’appello di padre Zanotelli, Luisa Morgantini e tante altre persone amiche
della nonviolenza Per la pace nel cuore d’Europa.
Parlamento e governo finalmente ascoltino la voce della ragione; ascoltino
l’appello del papa per la pace disarmata e disarmante; ascoltino il dettato
della legalità costituzionale e del diritto internazionale.
Si torni al rispetto dell’articolo 11 della Costituzione della Repubblica
italiana che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla
libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali”.
Si torni al rispetto della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea,
che all’articolo 2 recita: “Ogni individuo ha diritto alla vita”.
Si torni al rispetto della Carta delle Nazioni Unite che si apre con le parole:
“Noi, popoli delle nazioni unite, decisi a salvare le future generazioni dal
flagello della guerra”.
Si torni al rispetto della Dichiarazione universale dei diritti umani, che
all’articolo 3 recita: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed
alla sicurezza della propria persona”.
Occorre abolire la guerra che sempre e solo consiste dell’uccisione di esseri
umani.
Occorre realizzare la pace disarmata e disarmante che sola salva tutte le vite.
La guerra è nemica dell’umanità.
Ogni vittima ha il volto di Abele.
Ogni essere umano ha diritto alla vita.
Salvare le vite é il primo dovere.
Redazione Italia
“Quante persone debbono ancora morire in Ucraina?”. una lettera aperta alla vicepresidente del parlamento europeo
Gentilissima vicepresidente Sberna,
Mi scusi se mi permetto di interpellarla direttamente e pubblicamente, ma la
guerra nel cuore d’Europa, che da anni fa strage d’innumerevoli esseri umani in
Ucraina e che da un momento all’altro può estendersi con esiti catastrofici per
l’umanità intera, mi sembra essere di tale orrore, gravità e pericolosità da
richiedere un impegno personale ed esplicito di chi ha responsabilità pubbliche
di rilevanza internazionale.
ignoro se lei abbia avuto modo di leggere l’appello “Per la pace nel cuore
d’Europa” promosso da molte persone amiche della nonviolenza di cui sono primi
firmatari l’illustre missionario padre Alex Zanotelli e la vicepresidente
emerita del Parlamento europeo on. Luisa Morgantini, ed allegate ad esso le due
lettere al Presidente della Repubblica italiana e alla Presidente del Consiglio
dei Ministri del nostro paese, che ad ogni buon conto allego in calce a questa
lettera.
In quell’appello si chiede ad ogni persona di volontà buona, all’intera società
civile e ad ogni istituzione democratica di adoperarsi per mettere
immediatamente fine alla guerra e alle stragi nel cuore d’Europa, e di
promuovere e realizzare adesso, prima che sia troppo tardi, la pace “disarmata e
disarmante” costantemente invocata dal pontefice cattolico e da tante altre
personalità sollecite del bene comune dell’intera umana famiglia.
Quante persone debbono ancora morire in Ucraina?
Ed in quale baratro si sta trascinando l’Europa e il mondo?
Gentilissima vicepresidente Sberna, Lei è stata anche per anni assessora ai
servizi sociali del Comune di Viterbo, ed ha quindi avuto modo di conoscere
quanta sofferenza vi sia già anche in casa nostra e quanto necessario sarebbe
usare le risorse pubbliche per soccorrere chi di aiuto ha bisogno, per garantire
a tutte le persone una vita degna e sicura.
Perché, invece, ingentissime risorse pubbliche italiane ed europee debbono
essere scelleratamente sperperate per le armi assassine e per alimentare la
guerra in corso nel cuore d’Europa?
Lei sa bene quanto me che le armi servono a uccidere, a uccidere gli esseri
umani.
Lei sa bene quanto me che la guerra in questo consiste: stragi abominevoli,
lutti infiniti, irreversibili devastazioni.
Ogni persona senziente e pensante sa perfettamente che la guerra è nemica
dell’umanità intera; che ogni essere umano ha diritto alla vita; che ogni
vittima ha il volto di Abele; che salvare le vite è il primo dovere.
Quante persone debbono ancora morire in Ucraina?
Ed in quale baratro si sta trascinando l’Europa e il mondo?
Gentilissima vicepresidente Sberna,
si adoperi energicamente affinché il Parlamento Europeo di cui è autorevole
rappresentante, e sull’impulso del Parlamento anche tutte le altre istituzioni
europee – ed in primo luogo la Commissione, fin qui tragicamente insensata
fautrice di sciagurate decisioni volte ad incrementare la guerra e le stragi -,
cessino di fomentare ed incrementare l’abominevole guerra ed il folle riarmo, e
si impegnino finalmente, in modo concreto e coerente, per la cessazione
immediata della guerra e per una politica di pace disarmata e disarmante.
Quante persone debbono ancora morire in Ucraina?
Ed in quale baratro si sta trascinando l’Europa e il mondo?
Gentilissima vicepresidente Sberna, mi permetta di concludere citando una
indimenticabile poesia di Primo Levi, “La bambina di Pompei”:
Poiché l’angoscia di ciascuno è la nostra
Ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna
Che ti sei stretta convulsamente a tua madre
Quasi volessi ripenetrare in lei
Quando al meriggio il cielo si è fatto nero.
Invano, perché l’aria volta in veleno
É filtrata a cercarti per le finestre serrate
Della tua casa tranquilla dalle robuste pareti
Lieta già del tuo canto e del tuo timido riso.
Sono passati i secoli, la cenere si è pietrificata
A incarcerare per sempre codeste membra gentili.
Così tu rimani tra noi, contorto calco di gesso,
Agonia senza fine, terribile testimonianza
Di quanto importi agli dei l’orgoglioso nostro seme.
Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella,
Della fanciulla d’Olanda murata fra quattro mura
Che pure scrisse la sua giovinezza senza domani:
La sua cenere muta è stata dispersa dal vento,
La sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito.
Nulla rimane della scolara di Hiroshima,
Ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli,
Vittima sacrificata sull’altare della paura.
Potenti della terra padroni di nuovi veleni,
Tristi custodi segreti del tuono definitivo,
Ci bastano d’assai le afflizioni donate dal cielo.
Prima di premere il dito, fermatevi e considerate.
Gentilissima vicepresidente Sberna, voglia gradire un cordiale saluto e un
sincero augurio di buon lavoro per la pace disarmata e disarmante e per il bene
comune dell’umanità intera dal suo concittadino
Peppe Sini
responsabile del “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa
della biosfera” di Viterbo
Viterbo, 21 dicembre 2025
Mittente: “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della
biosfera” di Viterbo, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo,
e-mail: centropacevt@gmail.com, crpviterbo@yahoo.it
Peppe Sini
Iddo Elam ed Ella Keidar Greenberg, obiettori di coscienza israeliani: “Non ci sentiremo liberi fino a quando non lo saranno anche i palestinesi”
“In Israele non diventi un cittadino nel vero senso del termine se non dopo aver
svolto il servizio militare”. Così risponde a Pressenza Iddo Elam, diciannovenne
israeliano attivista, come la coetanea Ella Keidar Greenberg, entrambi
dell’organizzazione israeliana Mesarvot che supporta i giovani che si rifiutano
di servire nell’esercito o anche solo di essere complici dell’occupazione
colonialista nei territori palestinesi, alla nostra domanda: “Cosa rappresenta
la militarizzazione per la società israeliana? Come si attua?”
Iddo ci spiega ciò che in ambito economico, commerciale o della ricerca, viene
ipocritamente definito come “dual-use”. In questo caso, però, ci si riferisce ai
ruoli sociali: l’esercito in Israele è un’organizzazione pervasiva che chiede
molto all’individuo singolo, ma che al tempo stesso lo ripaga in termini di
riconoscimento sociale e di auto-realizzazione. “La propaganda e il peso della
sfera militare inizia fin dai primi anni di scuola” racconta Iddo, entrando più
nel dettaglio. “Non solo in ambito economico, ma anche culturale. Se vuoi fare
una carriera da musicista, la puoi fare in ambito militare, così come quella di
giornalista, di medico, ecc.”
Questo aspetto definibile come delle “porte girevoli” tra area civile e militare
e viceversa, lo abbiamo illustrato anche in un precedente articolo a proposito
di un generale di brigata di un corpo di élite divenuto recentemente A.D. della
Checkpoint Technologies Ltd., oppure a proposito della scandalosa onorificenza
conferita alla giurista costituzionalista Daphne Barak Erez laureatasi honoris
causa il 16 dicembre 2024 presso uno degli atenei più sionisti della capitale,
RomaTre, che non si è fatto scrupolo di premiare l’ex-colonnella pur essendo
stata artefice di buona parte della “sponda” giuridica al regine di apartheid.
L’IDF, insomma, ti fornisce un ruolo e un capitale sociale non indifferente; chi
si rifiuta di fare il servizio militare che peraltro, negli ultimi decenni, dura
non meno di tre anni per gli uomini e due per le donne, con richiami annuali di
addestramento che arrivano fino a 30/40 giorni, oltre a farsi uno o due mesi di
galera (ma alle volte fino a qualche anno) viene praticamente emarginato, a
partire dall’ambito famigliare. “Io mi posso ritenere fortunato” precisa,
infatti Iddo, facendo intendere però di essere un’eccezione “perché i miei
genitori, a differenza di altri, non si sono mai vergognati di me, anzi mi hanno
sempre appoggiato, anche nel mio attivismo politico decisamente a sinistra,
ancora prima dell’età per il servizio militare. In altre famiglie però non
sempre è così ed è per questo che deve intervenire Mesarvot a sostenere gli
obiettori di coscienza nel loro percorso di dissidenza che prevede, tra le altre
sanzioni, il carcere.”
I numeri non sono elevati e si contano in poche decine i casi di obiezione
“totale”, o quelli che si limitano a circoscrivere il loro campo d’azione
escludendo di prestare servizio in zone occupate dall’esercito. D’altro canto
“è difficile stimare quanti siano coloro che in un modo o nell’altro, alla fine
risultano inidonei al servizio, i riformati, anche perché si tratta di dati che
l’IDF cerca di tenere nascosti” precisa Iddo. Noi sappiamo, tra l’altro che sono
migliaia i/le giovani militari in cura presso i servizi di assistenza
psicologica e psichiatrica del Ministero della Difesa, mentre i casi “meno
gravi” si affidano allo svago post-genocidio offerto dai tour turistici
defatiganti . Non mancano poi le rappresaglie aggiuntive al carcere, perché
l’ostracismo famigliare, appunto, è all’ordine del giorno, ma anche quello
sociale, soprattutto se oltre al rifiuto c’è una buona dose di impegno ed
attivismo politico che, come nel caso di Iddo va avanti dall’età di 14 anni.
“Il governo è molto infastidito e cerca in tutti i modi di evitare che da
“semplici” obiettori si diventi anche personaggi pubblici o mediaticamente in
vista e quindi alla fine anche personaggi politici” afferma Ella Keidar
Greenberg. “Per molti ragazzi che fin da piccoli hanno conosciuto il mondo
militare, le divise, le armi, ecc. il servizio militare è un fatto del tutto
naturale. Mesarvot, invece, cerca di convincerli che è possibile dire NO. Chi
dice no sceglie una strada alternativa al suicidio, che negli ultimi anni ha
riguardato circa una cinquantina di giovani che dopo i tre anni di servizio non
hanno retto l’urto sul piano psicologico una volta rientrati alla vita di tutti
i giorni, senza peraltro avere un’assistenza adeguata da parte delle
istituzioni. La militarizzazione in Israele è sistemica, perché lo Stato punta a
una vittimizzazione della popolazione che giustifichi poi il regime di apartheid
e oggi anche il genocidio.”
“Noi facciamo tutto questo” aggiunge Iddo “senza l’appoggio della comunità
internazionale o dei singoli Paesi, per fare pressione sui loro governi affinché
il genocidio e il regime di apartheid finiscano. Noi siamo col popolo
palestinese, al suo fianco nelle lotte di resistenza sul campo, contro gli
attacchi dei coloni e dell’esercito in Cisgiordania perpetrati da Israele con
l’appoggio degli USA, di cui Israele è una colonia”.
Oltre ad alcuni esponenti della sinistra “radicale”, all’incontro svoltosi
presso la pluri-affrescata sala Zuccari del Senato della Repubblica a Palazzo
Giustiniani, è intervenuta anche Luisa Morgantini, già Vicepresidente del
Parlamento Europeo ed eurodeputata, da sempre in prima linea sul fronte della
difesa dei diritti umani, che ha tenuto a precisare, stigmatizzando l’accusa di
strumentalizzazione da parte del governo di Netanyahu degli attivisti obiettori
di coscienza “accusati di essere un prodotto della normalizzazione democratica
dello Stato ebraico, alla ricerca disperata di mantenere la medaglia dell’unica
democrazia in Medio Oriente: “Questi ragazzi, in realtà, sono in prima linea.
Prendono le botte al fianco dei palestinesi! Parliamo quindi di co-resistenza e
non di normalizzazione!”
Proprio per confermare le parole di Luisa Morgantini, Ella ha poi ribadito che
anche se questa cosiddetta democrazia oggi li lascia di fatto liberi anche di
circolare, loro non si sentono affatto liberi. “Non ci sentiremo liberi” ha
concluso Ella “fino a quando non lo saranno anche i palestinesi. Oggi la società
israeliana è polarizzata, ma anche quella parte che è contro Netanyahu in realtà
non è contraria all’apartheid. Pur non amando Hamas abbiamo ben presente, poco
dopo il 7 ottobre, l’offerta che questa ha fatto al governo di Tel Aviv per lo
scambio degli ostaggi in cambio dei prigionieri palestinesi: non se ne fece
nulla perché al governo serviva una valida scusa per attuare tutto ciò che ha
fatto subito dopo e sta continuando a fare anche oggi, dopo oltre due anni”.
Stefano Bertoldi
Luisa Morgantini per le manifestazioni del 28 e 29 novembre
A Milano:
-Concentramento 28 novembre ore 9.30 PORTA VENEZIA -Concentramento 29
novembre ore 14 Piazza XXIV Maggio
A Roma:
-Concentramento 28 novembre alle ore 9,30 in Piazza Indipendenza.
Incontro on line con Luisa Morganti appena rientrata dalla Cisgiordania
Alle ore 21 di martedì 4 novembre, webinar online con Luisa Morgantini.
Un incontro online con la insostituibile attivista Luisa Morgantini, la quale,
alla vigilia del suo ottantacinquesimo compleanno, non smette il suo attivismo
frutto di un grande amore per il popolo palestinese e la sua terra martoriata.
Appena rientrata da una lunga permanenza di due mesi in Cisgiordania, Luisa ci
racconterà cosa ha visto succedere in quei villaggi dove gli abitanti subiscono
ogni giorno e ogni notte le violentissime incursioni dei coloni e dei militari
israeliani al loro fianco.
Racconterà del prezioso, difficile, lavoro dei volontari e delle volontarie (da
lei e da Assopace Palestina fortemente sostenuti) per interporsi tra i
palestinesi e gli occupanti la cui arroganza, violenza e impunità non hanno più
limiti.
Vi invitiamo a collegarvi per ascoltare le sue parole, fare domande a questa
donna che non cede di un millimetro nell’affiancare la resistenza del popolo
palestinese. Facciamole infine sentire la grande stima e vicinanza che proviamo
per lei e, attraverso di lei, alla lotta dei palestinesi.
Alle ore 21 di martedì 4 novembre, quel giorno che in Italia nessuno dovrebbe
festeggiare.
https://www.youtube.com/live/CEliPmbZYk4?si=dvVP_GbNcWfQB5Oq
Redazione Italia
La Palestina a Cinisi
È in nome del popolo palestinese e di tutte e tutti gli oppressi della Terra che
si è aperta a Cinisi la due giorni organizzata il 7 e l’8 maggio dall’area della
Cgil “Le radici del sindacato”.
Un filo rosso lega la storia e la memoria di Peppino Impastato a quella di chi
subisce l’oppressione nel silenzio complice dei potenti e dei governi.
Il ricordo di Peppino e del suo impegno contro ogni forma di oppressione della
persona rimanda immediatamente all’attualità dei nostri giorni.
Il silenzio della mafia è lo stesso che oggi copre gli orrori della guerra.
Così non ci sono mezzi termini negli interventi degli e delle ospiti di questa
prima giornata.
Non usa mezzi termini Luisa Morgantini, presidente di Assopace Palestina,
collegata da Udine.
Subito risuonano parole nette. Genocidio, pulizia etnica, annientamento di un
popolo. Non c’è più tempo, ci dice. Sotto le macerie di Gaza, nell’orrendo piano
del fondamentalismo messianico di Netanyahu, muoiono l’umanità e il diritto
internazionale.
Di fronte al massacro dei civili, alla distruzione dei campi profughi, alla loro
evacuazione forzata, non bastano vergogna e dolore. Benché il genocidio sia
sotto gli occhi di tutti non si riesce a fare nulla contro il sionismo dello
Stato di Israele.
La nostra democrazia è fallita, nessuno più in Palestina ci crede. – Non credo
più al diritto internazionale – le ha confidato Ahed Tamimi, la giovane
palestinese incarcerata per avere schiaffeggiato due soldati israeliani e a cui
li governo israeliano ha impedito di usufruire di una borsa di studio
all’estero.
Israele è un paese malato di razzismo e colonialismo e tratti di colonialismo e
suprematismo ha svelato in Occidente il 7 ottobre. Contro tutto ciò è necessaria
l’unità della società civile e delle forze di opposizione capaci di mozioni che
spingano i governi a sanzionare pesantemente lo stato di Israele.
Ce lo dice con voce chiara e determinata senza perdere lo sguardo limpido di chi
ha la consapevolezza di stare dalla parte giusta della storia.
La stessa determinazione sarà subito dopo nelle parole di tutte e tutti gli
altri intervenuti.
Così in quelle del ricercatore e giornalista egiziano Nour Khail, che ha preso
parte al movimento rivoluzionario, partito da quello dei lavoratori e dai
sindacati, di Patrick Zaki, detenuto nel suo paese, l’Egitto, per 20 mesi con le
accuse di minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali,
sovversione. E risuona anche nelle parole della mediatrice culturale Najla
Hassen che ci racconta come nemmeno il suo paese, la Tunisia, sia un paese
sicuro.
Di fronte alla repressione della protesta in Europa ci invitano a fare come
Peppino, a rifiutarci di restare in silenzio, ad urlare, a fare rumore.
Rifiutarci di essere inattivi è la chiave per agire nel presente in una
prospettiva intersezionale, mettendo in comune azioni di lotta ed esperienze da
quelle dei lavoratori e delle lavoratrici a quelle delle comunità LGBTQ e dei
migranti perché nessuno sarà libero finché non lo saranno tutti.
E così si continua a parlare di lavoro e della sua precarietà, di diritti
negati, di libertà di espressione e di dissenso, di parità e differenze di
genere, di democrazia a sovranità limitata e della necessità di riprendercela,
anche col voto dell’8 e 9 giugno con i 5 sì al Referendum, nella consapevolezza
che solo la dignità di un lavoro vero e la possibilità di essere a pieno titolo
cittadini e cittadine della comunità in cui si vive ci rendono sicuri, ben più
della presenza armata nelle strade. Il sindacato, insieme al mondo del lavoro,
deve difendere le libertà individuali e i diritti primari della persona.
E il 9 maggio tutti in corteo da Radio Aut, a Terrasini, a Casa Memoria, a
Cinisi, con Peppino, il suo coraggio, le sue idee e le bandiere della Palestina.
Maria La Bianca