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DESENZANO (BS): IL 12 SETTEMBRE MOBILITAZIONE CONTRO L’INCUBATOIO AVICOLO VICINO AL SITO UNESCO DEL LAVAGNONE
Nel basso Garda crescono le voci contrarie al progetto di un incubatoio avicolo che dovrebbe sorgere nella zona del Lavagnone, comune di Desenzano del Garda. Un edificio da 6200 metri quadrati, su due piani, alto nove metri, che dovrebbe incubare 150 mila uova alla settimana e produrre in media 21 mila pulcini al giorno. L’edificazione dovrebbe avvenire a pochi metri dal sito palafitticolo preistorico del Lavagnone, patrimonio Unesco dal 2011. Una petizione online lanciata da Anna Campigotto, cittadina desenzanese e sostenuta da Tavolo Ambiente Garda, Collettivo Gardesano Autonomo, Comitato parco colline moreniche del Garda e Legambiente, si avvicina alle mille firme. È stata fissata una giornata di mobilitazione per sabato 12 settembre a Desenzano. Tra le ragioni dei promotori, oltre alla criticità rappresentata dalla vicinanza al sito Unesco, le preoccupazioni legate al fragile equilibrio idrogeologico della zona. Inoltre l’impatto dell’incubatoio includerebbe “l’aumento del traffico, l’ennesimo consumo di suolo, le possibili emissioni e odori, la gestione dei reflui e rischio di contaminazione del suolo, l’impatto paesaggistico, il consumo di acqua”. Ci racconta i dettagli del progetto e ci riporta le richieste mosse alle Istituzioni, Anna Campigotto. Ascolta o scarica
September 1, 2026
Radio Onda d`Urto
Carovana 2026 di Legambiente: i ghiacciai sono sempre più in sofferenza
Anche sulle Alpi francesi la crisi climatica corre veloce. Nevica sempre di meno e i ghiacciai sono in forte sofferenza. A fare il punto della situazione è la Carovana dei ghiacciai 2026, la campagna internazionale di Legambiente che osserva i ghiacciai alpini all’estero e in Italia, in collaborazione con CIPRA Italia (https://www.cipra.org/it/italia) e la partnership scientifica della Fondazione Glaciologica Italiana (https://glaciologia.it/), che ha aperto questa edizione facendo tappa proprio in Francia, ove dal 2000 i grandi giganti bianchi francesi hanno perso circa il 35% di tutto il volume. Un’agonia che non risparmia neanche quelli posti oltre i 3000 metri di quota, come il ghiacciaio della Grande Motte, nel comprensorio di Tignes e nel cuore del Parco nazionale della Vanoise, che ha perso tutta la sua copertura nevosa necessaria per alimentarlo. Il ghiacciaio della Grande Motte è l’osservato speciale da Carovana dei ghiacciai 2026 nella tappa francese, questo ghiacciaio – secondo i dati dell’INRAE-Groupe de Glaciologie – dal 1982 ad oggi si è ridotto del 70% di volume e del 30% di area. Si presenta a tratti annerito, in diversi punti sono presenti diversi crepacci, e la sua fusione alimenta il lago glaciale chiamato “Lac de Rosolin” che si è creato poco più sotto alla base del ghiacciaio. Un lago sotto costante osservazione dal 2019 e su cui si è anche intervenuti per abbassarne il livello. Nel 2023 aveva 150mila metri cubi di acqua, oggi ridotti a cinquantamila per contenere il rischio di svuotamento improvviso verso la stazione di Tignes. Il caso del Lac de Rosolin è, quindi, un esempio concreto di cosa significa governare un territorio che cambia. Il Comune di Tignes, insieme ai servizi dello Stato, all’ONF-RTM (il servizio francese di Restauration des Terrains en Montagne gestito dall’Ufficio Nazionale delle Foreste – ONF, che si occupa di prevenire i rischi naturali in montagna come valanghe, frane e alluvioni) e agli enti scientifici, sta monitorando il lago e intervenendo per ridurne il volume e contenere il rischio di uno svuotamento improvviso verso valle. A Tignes, sottolinea Carovana dei ghiacciai, fino a qualche anno fa si sciava tutto l’anno, ora ci trova a fare i conti con la fusione accelerata del ghiacciaio, l’aumento delle temperature, e la gestione del rischio e di una nuova risorsa, il lago glaciale. Un tema quest’ultimo su cui in Francia si sta lavorando molto con una serie di progetti scientifici. Per questo dalla prima tappa francese, Carovana dei ghiacciai di Legambiente rilancia la necessità e l’urgenza di una gestione e pianificazione territoriale che tenga conto della crisi climatica, ma anche di una governance europea per i giganti bianchi, più politiche di mitigazione e di adattamento, e il riconoscimento dei ghiacciai come beni comuni, in quanto inseriti all’interno di sistemi ecologici, idrologici e territoriali strettamente interdipendenti. Temi al centro sia del “Manifesto europeo per una governance dei ghiacciai e delle risorse connesse” (https://www.legambiente.it/attivita-scientifiche/manifesto-per-una-governance-dei-ghiacciai/)  – sia della prima piattaforma  politica culturale “Governare le Alpi che cambiano” nata in Italia per i ghiacciai, entrambe promosse da Legambiente, CAI, CIPRA e Fondazione Glaciologica Italiana (https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2026/08/Manifesto-europeo-2026_documento.pdf).  “Le Alpi a causa della crisi climatica, ha sottolineato Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di CIPRA ITALIA, stanno cambiando, diventando sempre più fragili e instabili. Di conseguenza aumentano i rischi in quota ma anche a valle, cambia il turismo e in quota nascono anche nuovi ecosistemi che prendono vita dal ghiacciaio che arretra e fonde. Alla luce di ciò è urgente passare da una pianificazione della stabilità a quella del cambiamento, un messaggio che rilanciamo in questa prima tappa di Carovana dei ghiacciai in Francia e che è anche al centro della nostra piattaforma politica culturale “Governare le Alpi”, la prima in Italia nel suo genere e che abbiamo presentato ad inizio agosto. Allo stesso tempo è fondamentale che le Alpi e i ghiacciai diventino beni comuni per le comunità e per il nostro futuro. La Francia sta già dando un buon esempio in fatto di tutela e di gestione del rischio, come abbiamo visto per il lago glaciale, l’Italia faccia altrettanto”. E Marco Giardino, vicepresidente della Fondazione Glaciologia Italiana e docente di Geografia fisica e Geomorfologia dell’Università di Torino ha aggiunto: “In questa prima tappa di Carovana dei ghiacciai abbiamo osservato il Lac de Rosolin, un lago glaciale che si è creato alla base del ghiacciaio della Grande Motte per effetto del riscaldamento climatico. Per contenere il rischio di improvviso svuotamento del bacino lacustre e di conseguenti piene, in questi anni sono stati effettuati diversi studi mirati ad abbassare il livello del lago attraverso condotti sopra e dentro il ghiacciaio, sfruttando pure la natura carsica del substrato roccioso. Un patrimonio di conoscenze che si rivelano utilissime per gestire la transizione ecologica in un territorio di grande interesse naturalistico, turistico e sportivo”.  Dopo la prima tappa in Francia, la Carovana dei ghiacciai 2026 arriverà in Italia in Valle D’Aosta sul versante italiano del Monte Bianco, dove farà tappa fino al 24 agosto per osservare il ghiacciaio del Miage e quello di Planpincieux. Poi proseguirà il suo viaggio lungo l’arco alpino arrivando in Lombardia (dal 24 al 26 agosto) sul ghiacciaio dei Forni, in Friuli-Venezia Giulia (dal 26 al 29 agosto) sul ghiacciaio del Montasio, e infine in Piemonte (dal 31 agosto al 3 settembre) sul ghiacciaio di Coolidge – Monviso. Qui per approfondire: https://www.legambiente.it/campagne-e-progetti/carovana-dei-ghiacciai/.  Giovanni Caprio
August 23, 2026
Pressenza
Comuni sempre più in difficoltà nella tutela degli animali e nella loro gestione
In Italia nel 2025 oltre due cani su dieci (circa 3mila), di quelli che sono entrati nei canili rifugio di 221 comuni mappati da Legambiente, non sono stati né adottati, né restituiti ai proprietari, né adottati dalla comunità come cani di quartiere. Parliamo di incroci di diverse razze che rischiano di vivere per lungo tempo e/o a vita in queste strutture. Legambiente, partendo dal dato ricevuto direttamente dai Comuni, stima che, a livello nazionale, possano essere oltre 14mila i cani che, nel 2025 e ad ora, rischiano questa sorte. Tra le cause principali e più frequenti che fanno riempire i canili rifugio, più dell’abbandono estivo, ci sono le cucciolate casalinghe incontrollate, le conseguenze del crescente mercato online, la mancata iscrizione all’anagrafe (con cani che restano invisibili al sistema finché non finiscono vaganti in un canile) insieme ad una diffusa mancata formazione di base da parte di chi vuole avere un animale. Tutto ciò costa molto caro non solo agli animali ma anche alla collettività. Mantenere un cane in canile rifugio per un anno costa intorno ai 1.900 euro (tra 1.300 e 2.550 secondo la retta applicata), e per un animale divenuto inadottabile quella cifra si ripete ogni anno. Insegnare, invece, al proprietario a prendersi cura del proprio cane costa, una sola volta, tra 100 e 250 euro: da otto a diciannove volte di meno. Un’azione preventiva che riduce moltissimo le rinunce alle prime difficoltà di gestione e aumenta di molto il benessere degli animali. A scattare questa fotografia è il XV rapporto nazionale Animali in Città di Legambiente dal titolo “Il Costo dell’inazione. Prendersi cura prima: animali, persone e comunità nelle politiche di prevenzione”, che traccia un quadro sul randagismo e i canili in Italia – analizzando i dati 2025 di 221 comuni, su un totale di 447, e di 43 Aziende Sanitarie che hanno risposto al questionario -, e accendendo allo stesso tempo i riflettori sull’Indice di Convivenza Urbana, calcolato per la prima volta da Legambiente novità di quest’anno e su sei proposte operative che l’associazione ambientalista indirizza al Parlamento anche per colmare carenze e lacune. In Italia, denuncia Legambiente, manca una formazione di base da parte di chi decide di prendere un animale e il Paese paga l’assenza di una efficace strategia di prevenzione che unita alla fragilità finanziaria fa radicare da un lato il randagismo e dall’”altro” alimenta i canili rifugio. Nel 2025, stando ai dati del report di Legambiente, la spesa pubblica di settore è scesa a 193,6 milioni di euro, il 22% in meno rispetto all’anno precedente, e vale appena il 3,65% di un mercato degli animali da compagnia da 5,3 miliardi, di cui 4,2 miliardi per i soli alimenti, in crescita a un tasso medio annuo del 6,9%. Preoccupano anche i dati della Corte dei conti che a fine 2024 ha certificato 1.001 Comuni in crisi finanziaria. Un campanello d’allarme importante che ha ricadute anche sulla tutela degli animali e la loro gestione. Dove l’ente locale non riesce a garantire i servizi ordinari vengono a mancare le sterilizzazioni, i controlli e la gestione dei canili, e in quel vuoto il randagismo si radica con più facilità. Non è un caso che le regioni con la più alta concentrazione di Comuni in crisi finanziaria certificata dalla Corte dei conti, ovvero Sicilia, Calabria e Campania, sono le stesse in cui il randagismo raggiunge i livelli più elevati. Per questo, Legambiente ha “indirizzato” sei proposte operative al Parlamento, chiedendo in primis l’adozione di un fondo nazionale vincolato per i servizi veterinari essenziali (sterilizzazioni, anagrafe, gestione del randagismo) e corsi di formazione gratuiti e obbligatori per chi decide di prendere un animale con sé. Tra gli interventi, l’associazione ambientalista chiede che l’IVA venga abbassata al 10% (anziché al 22%), prevedendo detrazione adeguata sulle cure veterinarie; l’integrazione tra SINAC, Servizio sanitario e Servizi sociali. Infine, a livello europeo Legambiente chiede all’Italia di recepire al più presto il primo Regolamento europeo dedicato al benessere e alla tracciabilità di cani e gatti, approvato lo scorso 22 maggio, e che prevede per la prima volta regole comuni sull’identificazione obbligatoria tramite microchip, sulla registrazione in banche dati nazionali interoperabili, sull’allevamento, sulla vendita e sull’importazione, e si applicherà in modo progressivo a partire dal 2028, con pe­riodi transitori più lunghi per alcuni obblighi. PREMIO NAZIONALE ANIMALI IN CITTÀ Anche quest’anno Legambiente ha premiato quelle realtà in prima fila nella gestione degli animali. Si confermano al primo posto San Giovanni in Persiceto (BO), unico insieme a Modena a raggiungere il livello eccellente, seguite da Piacenza e Bolzano, nuove new entry, e tra le grandi città si conferma sempre Napoli. Tra le Aziende sanitarie si conferma al top della classifica ASL Napoli 1 Centro, davanti alle agenzie lombarde di Brescia, Bergamo e della Montagna e le aziende toscane. Novità di quest’anno il nuovo premio alla collaborazione istituzionale, legato all’indice ICU, va al territorio in cui Comune e Azienda sanitaria ottengono insieme i risultati migliori e si ritira congiuntamente: in questa edizione il riferimento più alto è Napoli con l’ASL Napoli 1 Centro. I premi al progresso, di pari rilievo, vanno a Grignasco (NO) tra i Comuni (+3 livelli di performance in un anno) e all’ATS Val Padana, competente per Cremona e Mantova, tra le Aziende sanitarie (da sufficiente a ottima). Tre attestati valorizzano poi la partecipazione: 57 Comuni e 6 Aziende sanitarie al debutto, 220 Comuni e 13 Aziende come partner fedeli, 104 Comuni e 11 Aziende per la lunga fedeltà. La presentazione del report e la premiazione si sono tenute l’8 agosto scorso a Rispescia contestualmente allo svolgimento della conferenza “Cura Pubblica, Responsabilità Condivisa. Sinergie tra Istituzioni, Garanti, Associazioni e Comunità: verso la Rete Nazionale dei Garanti per i Diritti degli Animali” coordinata da Antonino Morabito, Responsabile nazionale CITES e Benessere animale di Legambiente a cui sono intervenuti: Giorgio Zampetti, direttore generale Legambiente; Angelo Gentili, segreteria nazionale Legambiente; Erika Vanelli, assessore all’ambiente, delegata al benessere animale Comune di Grosseto; Marco Melosi, presidente Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani; Edgar Meyer, presidente Gaia e Ambiente; Michele Pezone, responsabile diritti animali Lega Nazionale Difesa del Cane; Michela Vittoria Brambilla, presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza; Francesca Sorcinelli, presidente dell’associazione LINK-Italia e i Garanti dei diritti animali di Regioni e Comuni. “Il XIV Rapporto di Animali in città – ha dichiarato Giorgio Zampetti, direttore generale Legambiente – conferma che solo grazie a solide alleanze tra amministrazioni pubbliche e soggetti privati è possibile garantire il benessere delle famiglie con animali d’affezione. Per questo chiediamo di promuovere ed agevolare la firma di 1.000 accordi o patti di comunità in tutto il Paese. È urgente rilanciare la sanità veterinaria pubblica di prossimità, obiettivo per cui chiediamo al Governo di realizzare un piano nazionale a supporto delle Regioni che consenta l’assunzione stabile di 6.000 veterinari e alle Regioni il raggiungimento complessivo di 1.000 strutture veterinarie pubbliche (850 tra canili sanitari e gattili sanitari e circa 150 ospedali veterinari pubblici), distribuite equamente sul territorio in rapporto alla popolazione servita. Inoltre, alle Amministrazioni comunali l’appello è di potenziare le aree verdi con libero accesso dedicate alle famiglie con cani, di valorizzare l’applicazione di regolamenti e ordinanze e rafforzare il senso civico grazie al supporto di 10.000 guardie ambientali e zoofile delle associazioni di volontariato, per migliorare concretamente la qualità della vita di cittadini e animali”. “Con il premio nazionale ‘Animali in Città’ che Legambiente promuove ogni anno – ha affermato Antonino Morabito, curatore del rapporto e responsabile nazionale Cites e Benessere animale di Legambiente – vogliamo valorizzare l’impegno di Amministrazioni, ASL, associazioni e istituzioni che si distinguono per l’attenzione verso gli animali e mostrare i tanti casi positivi che dimostrano, concretamente, che anche in questo settore un’Italia al servizio dei cittadini e dei loro amici a quattro zampe esiste e lavora alacremente. Crediamo che questi esempi virtuosi possano rappresentare un modello e uno stimolo per rafforzare la collaborazione tra pubblico e privato, migliorando i servizi dedicati ai cittadini e ai loro animali da compagnia, a beneficio dell’intera collettività. Con lo stesso scopo, un’iniziativa e un impegno a cui teniamo particolarmente è la nascita della Rete nazionale dei Garanti per i Diritti degli Animali, figure nominate da Regioni e Comuni che svolgono un ruolo delicato quanto fondamentale. La messa in rete di queste esperienze è oggi un aiuto concreto all’avanzamento del Paese. Per questo motivo, da Rispescia, Legambiente lancia il prossimo appuntamento della Rete nazionale dei Garanti per i diritti degli animali che si terrà in autunno a Roma”.   Giovanni Caprio
August 18, 2026
Pressenza
“Non arrecare danno significativo. Non indebolire garanzie ambientali nel bilancio europeo”
Tredici organizzazioni della società civile italiana hanno inviato una lettera al Presidente del Consiglio, al Ministro degli Esteri, al Ministro per gli Affari Europei Tommaso Foti e al Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. MIRA Network, WWF Italia, Fondazione Ecosistemi, Greenpeace Italia, Legambiente, The Good Lobby Italia, ènostra, Kyoto Club, Laudato Sì Movement, CONCORD Italia, InformaGiovani / IGNet, Transport & Environment Italia e Coordinamento FREE si sono rivolti a Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Tommaso Foti e Gilberto Pichetto Fratin chiedendo di sostenere il mantenimento del principio “non arrecare danno significativo (DNSH)” all’ambiente come clausola orizzontale del bilancio europeo 2028-2034, o Quadro Finanziario Pluriennale (QFP). Il comunicato divulgato oggi, 30 luglio, dalle 13 associazioni spiega: > L’appello arriva dopo le dichiarazioni della Presidente del Consiglio Meloni, > che durante le comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio europeo di > giugno scorso ha criticato il principio DNSH nell’ambito del negoziato sul QFP > 2028-2034, adducendo come principali argomentazioni il rischio di esclusione > automatica di intere categorie di investimenti e un possibile freno alla > competitività industriale italiana ed europea, in particolare nel confronto > con Stati Uniti e Cina. > > Il principio DNSH è stato introdotto nel 2020 con il Regolamento europeo sulla > tassonomia delle attività sostenibili, e reso vincolante nel 2021 per > l’accesso ai fondi del Dispositivo per la ripresa e la resilienza (PNRR). > Nell’attuale ciclo di programmazione 2021-2027 viene applicato al PNRR, al > Fondo sociale per il clima, ai fondi della politica di coesione, a InvestEU e > ai fondi per la cooperazione con i Paesi terzi (NDICI ed EFSD+),  con linee > guida distinte tra loro. La Commissione europea l’ha proposto come principio > orizzontale del prossimo bilancio: si applicherebbe cioè a tutti i fondi > europei del QFP 2028-2034. È proprio questa estensione a essere nel mirino > delle critiche del governo italiano. > > Il 15 luglio 2026 la Commissione ha pubblicato un concept paper che anticipa > l’approccio che verrà adottato nelle linee guida di applicazione del principio > per il prossimo QFP 2028-2034: un unico set di criteri per l’intero bilancio, > applicato non a tutte le attività finanziabili ma soltanto a un elenco > esaustivo e predefinito di attività ritenute potenzialmente dannose. Le linee > guida definitive sono attese entro il 1° gennaio 2027. > > È doveroso sottolineare che il DNSH, insieme al target orizzontale del 35% di > spesa complessiva per il clima e l’ambiente, resta l’unica salvaguardia > ambientale trasversale a tutti i fondi del bilancio europeo: la sua eventuale > rimozione priverebbe il prossimo QFP dell’unico strumento capace di impedire > che risorse pubbliche comuni finanzino attività dannose per l’ambiente. > > Inoltre, indebolire il principio non è la strada per rafforzare la > competitività italiana ed europea. Il DNSH rappresenta un criterio minimo che > garantisce che i fondi pubblici comuni finanzino investimenti coerenti con gli > obiettivi climatici dell’Unione. Decarbonizzazione e competitività, ricordano > le organizzazioni citando anche il rapporto Draghi, non sono in > contrapposizione: finanziare con risorse comuni infrastrutture ad alta > intensità di carbonio espone imprese e territori italiani al rischio di costi > di adeguamento e di infrastrutture obsolete, proprio mentre i principali > concorrenti globali accelerano sulla transizione dei propri sistemi > produttivi. > > A tal proposito, segnaliamo però anche un punto di attenzione sulla proposta > della Commissione: la limitazione del test DNSH a un elenco predefinito di > attività non è di per sé una garanzia. Il nuovo impianto si regge interamente > sulla qualità di quell’elenco: se un’attività potenzialmente dannosa non vi > compare, sarà considerata automaticamente conforme, senza alcuna verifica. > > Per queste ragioni, chiediamo al Governo di: > > * assumere in sede di Consiglio una posizione a favore del mantenimento del > DNSH come clausola orizzontale del QFP 2028-2034; > * non avanzare richieste di ulteriori esenzioni rispetto alla lista di > attività definita dalla Commissione, né di estensione della clausola di > “interesse pubblico prevalente”; > * trasmettere alla Commissione, prima della chiusura della consultazione, un > contributo tecnico elaborato con Regioni e autorità di gestione. “Insieme ad altre 12 organizzazioni della società civile italiana, chiediamo al Governo di mettersi dalla parte di chi vuole rafforzare il principio DNSH, non indebolirlo – precisa Francesca Canali, policy and project manager di MIRA Network – Questo principio non blocca la spesa, ma anzi la indirizza: al massimo esclude gli investimenti che non sono realmente sostenibili e che tra vent’anni dovremmo riconvertire a nostre spese. Indebolirlo non porta un euro in più all’Italia, peggiora solo il modo in cui spendiamo i fondi europei”. Il testo integrale della lettera è disponibile online: https://www.informa-giovani.net/wp-content/uploads/2026/07/dnsh.pdf  Redazione Italia
July 30, 2026
Pressenza
Italia, una nazione nuovamente forestale: un terzo del territorio coperto da boschi, come nel Medioevo
Con il 98,4% di superficie coperta da boschi Marcetelli è il comune con la più alta percentuale di foreste e con 26.804,26 ettari Gubbio (PG) detiene il primato per estensione assoluta di superficie forestale. Sono alcuni dei risultati che emergono dal rapporto “Foreste in Comune”, la prima “indagine socio-economica sul patrimonio forestale dei comuni italiani” che analizza e condivide dati inediti come l’Indice di Boscosità, ovvero il rapporto tra superficie forestale e superficie totale del comune, e la superficie forestale totale di ciascun territorio comunale, integrandoli con altri elementi strategici per le politiche della montagna: dall’andamento demografico degli ultimi vent’anni al consumo di suolo, fino ai fenomeni di spopolamento o ripopolamento. La sua realizzazione è stata promossa da PEFC Italia, l’associazione senza fini di lucro che costituisce l’organo di governo nazionale del sistema di certificazione PEFC, Programme for Endorsement of Forest Certification schemes, cioè il Programma di Valutazione degli schemi di certificazione forestale, con il supporto e la collaborazione di UNCEM, Legambiente e Consorzio Caire. A livello generale, il rapporto conferma come l’Italia sia diventata una ‘nazione forestale’, in cui i boschi hanno superato i 100.000 chilometri quadrati di estensione, occupando oltre un terzo del territorio nazionale e superando, dal 2020, la stessa Superficie Agricola Utilizzata, fatto che non accadeva dal Medioevo. Un cambiamento profondo, avvenuto nell’arco degli ultimi decenni soprattutto a seguito dell’abbandono di terreni agricoli e pascoli marginali e di colture tradizionali non più redditizie, che ha trasformato il paesaggio italiano e il ruolo che il bosco svolge nei territori. Foreste che devono essere pianificate, gestite e monitorate mediante le certificazioni, come quella di PEFC, in un processo in cui le comunità locali fanno la differenza. Oltre a Marcetelli, in provincia di Chieti, sul podio salgono Bormida (Savona) con il 97,07% di superficie coperta dal bosco, e Percile (Roma) con il 96,99%. Seguono Drenchia (Udine) con il 96,79% e Grimacco (Udine) con il 96,59%. Nella top ten figurano inoltre Cosio d’Arroscia (Im), Sambuca Pistoiese (Pt), Quarna Sopra (Vb), Vignola-Falesina (Tn) e Rocca Canterano (Rm), tutti comuni nei quali oltre il 95% del territorio è occupato da superfici forestali. Considerando invece l’estensione totale delle aree boschive e valutando la grandezza assoluta del patrimonio forestale di ogni singolo comune, oltre a Gubbio (Perugia) con 26.804 ettari di bosco, abbiamo San Giovanni in Fiore (Cosenza) con 21.938 ettari e Città di Castello (Perugia) con 21.838 ettari. Completano la top ten Massa Marittima (Gr), Firenzuola (Fi), Ventasso (Re), Arezzo, Bagno di Romagna (Fc), Spoleto (Pg) e Longobucco (Cs), tutti territori nei quali il bosco rappresenta una componente strutturale dell’identità locale. L’analisi mette in evidenza come il patrimonio forestale nazionale sia fortemente concentrato nelle aree montane. Nei 3.596 comuni montani italiani, che rappresentano il 47,8% della superficie territoriale nazionale e ospitano il 13,5% della popolazione, si concentra infatti il 75,7% dell’intera superficie forestale italiana. Un dato che evidenzia il ruolo centrale delle montagne nella tutela del capitale naturale del Paese e la responsabilità che grava sulle comunità che vivono questi territori. La ricerca mostra inoltre come il bosco non sia distribuito uniformemente sul territorio nazionale. Per circa metà dei quasi 7.900 comuni italiani la presenza forestale è marginale o quasi assente: l’indice di boscosità è inferiore al 20% e questi territori, dove vive oltre i due terzi della popolazione italiana, ospitano meno del 10% delle foreste nazionali. All’opposto, i 3.149 comuni italiani in cui il 40% del territorio è coperto da foreste custodiscono più dei tre quarti dell’intero patrimonio forestale nazionale. Ancora più significativa è la situazione dei 495 comuni “iper-boscosi”, dove il bosco occupa oltre l’80% della superficie comunale. In questi comuni, dove vive appena l’1% della popolazione italiana, si concentra il 13,94% della superficie forestale nazionale, una quota superiore a quella presente nell’intera metà del Paese dove il bosco è quasi assente. Ma il bosco non significa marginalità, anzi da qualche tempo cresce l’attrattività dei territori forestali. Infatti, tra il 2021 e il 2025, 932 comuni italiani hanno registrato un saldo migratorio positivo, superiore al 10 per mille, segnalando una rinnovata capacità di attrarre popolazione. “Questi comuni – sottolinea Marco Bussone, Presidente PEFC Italia, UNCEM e AIEL – rappresentano appena l’11,8% del totale nazionale e ospitano solo il 5% della popolazione italiana, ma custodiscono il 10,65% dell’intera superficie forestale del Paese. Oltre tre quarti di questa superficie ricade in comuni con un indice di boscosità superiore al 60%. Il fatto che oltre tre quarti delle foreste italiane siano concentrate nei Comuni montani racconta meglio di qualsiasi altra statistica il ruolo delle montagne nella tutela del capitale naturale nazionale. Le foreste producono servizi ecosistemici fondamentali per tutto il Paese e rendono evidente la necessità di rafforzare strumenti di governance territoriale e politiche che sostengano concretamente le comunità che custodiscono questi patrimoni. Nessuno aveva mai messo in fila tutti i numeri delle foreste italiane e nei Comuni italiani. PEFC rende questo percorso a disposizione di tutti, per un viaggio in Italia di grande impatto e fascino”. Rapporto “Foreste in Comune, indagine socio-economica sul patrimonio forestale dei comuni italiani” Giovanni Caprio
July 14, 2026
Pressenza
COOLING POVERTY: PROSEGUE “CHE CALDO CHE FA”, LA CAMPAGNA ITINERANTE DI LEGAMBIENTE CONTRO LA DISUGUAGLIANZA ENERGETICA
Si intitola “Che caldo che fa” ed è  campagna itinerante di Legambiente per “difendere la cittadinanza dalla disuguaglianza energetica“. Giunta alla sua seconda edizione, l’iniziativa parte dal presupposto che le ondate di calore non colpiscono tutte e tutti allo stesso modo. Anzi. Soprattutto nelle città esistono forti diseguaglianze termiche tra quartiere e quartiere, dovute alle specifiche caratteristiche economiche e infrastrutturali del territorio. Differenze che Legambiente intende monitorare, studiare e contrastare perché  “città più fresche, città più giuste”, come recita lo slogan scelto per l’iniziativa. “Con questa campagna di citizen science, vogliamo affrontare il problema della cooling poverty. – scrive Legambiente – Attraverso azioni di monitoraggio e analisi delle condizioni dei quartieri selezionati, formuleremo proposte concrete per stimolare le amministrazioni comunali a intervenire, adattando le città alle ondate di calore e proteggendo la salute di tutta la cittadinanza, in particolare delle fasce sociali in povertà energetica”. E così è stato anche a Milano. Dopo la tappa napoletana, la campagna si è infatti spostata al Municipio 6 del capoluogo lombardo, il quartiere Giambellino, dove dalle rilevazioni effettuate attraverso l’uso di telecamere a infrarossi risulta che “ben il 58%  di servizi e strutture monitorate – tra scuole, uffici postali, fermate del bus, farmacie, aree giochi – risultano direttamente esposte al sole nelle ore centrali della giornata, quando il calore urbano raggiunge i picchi più elevati”. In questo quadro, è nell’area antistante l’accesso della metro M4 “Segneri” che è stata rilevata una delle “temperature operative” più alte e, in prospettiva, più preoccupanti: 44,6°C, un valore che supera di oltre 10°C la temperatura ambientale registrata quel giorno, pari a 33°C. A pesare sui risultati, il connubio tra cementificazione, scarsa presenza di aree verdi,  fitta presenza di impianti di condizionamento, alta densità abitativa e massiccia presenza di veicoli a combustione. Una convergenza di fattori ormai stereotipica, denominata “isola di calore urbana”, che accomuna molte aree urbane, specie in prossimità dei quartieri più popolari. I dati raccolti nel quartiere Giambellino di Milano da Legambiente Lombardia in collaborazione con il Politecnico di Milano sono stati presentati ieri, martedì 30 giugno, nel corso del flash-mob organizzato in piazza Pietro Frattini, durante il quale è stata ribadita la necessità di creare più rifugi climatici urbani per difendere la popolazione dalle ondate di calore. Per approfondire i contorni della campagna “Che caldo che fa”, e per guardare da vicino i risultati dei monitoraggi realizzati nel quartiere Giambellino,  abbiamo intervistato Lorenzo Baio, vicepresidente di Legambiente Lombardia Ascolta o scarica
July 1, 2026
Radio Onda d`Urto
LEGAMBIENTE LOMBARDIA: “ESAURITE LE RISERVE NEVALI DELL’ARCO ALPINO, PIANURA PADANA A RISCHIO SICCITÀ”
Da giovedì caldo torrido su mezza Europa, seconda ondata in un mese, con l’estate nemmeno formalmente iniziata. Temperature elevatissime attese anche nel Nord Italia, dove Legambiente annuncia un’estate 2026 molto difficile sul fronte siccità. Solo in Lombardia mancano i due terzi dei volumi idrici nevosi. Mentre nei grandi laghi c’è un miliardo di metri cubi d’acqua, nei bacini montani sono solo 0,7 miliardi di metri cubi, contro una media stagionale di 1,2 miliardi. Sul tema, la sezione lombarda della storica associazione ambientalista italiana ha pubblicato un nuovo rapporto intitolato “Degrado del suolo e rischi di desertificazione. Agroecologia e lotta alla desertificazione per i suoli del bacino padano”. Il rapporto è stato pubblicato in occasione della Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità, istituita dalle Nazioni Unite nel 1994, che si celebra ogni anno il 17 giugno. Nell’intervista che abbiamo realizzato per approfondire il rapporto, il responsabile scientifico di Legambiente Lombardia Damiano Di Simine traccia un quadro allarmante, definendo “accelerato” il processo di desertificazione in corso. “L’aumento di temperature porta con sé anche un aumento dei processi di evaporazione e traspirazione delle piante: infatti ogni grado di aumento della temperatura comporta un’accelerazione dei fenomeni attraverso cui l’acqua viene persa” ha sottolineato ai nostri microfoni. Col caldo aumenta il fabbisogno d’acqua delle colture, ma “allo stesso tempo aumenta anche la difficoltà di rifornirle. Se storicamente la disponibilità idrica in pianura Padana si basa sulle precipitazioni nevose, oggi le riserve nevali dell’arco alpino sono esaurite”. Con l’estate che inizia prima “si allunga la stagione vegetativa ma in realtà aumenta la criticità idrica dei mesi successivi”. Si profila quindi un’estate torrida che, salvo cambiamenti drastici nelle previsioni, sarà caratterizzata da “problemi di disponibilità idrica nei mesi di luglio e agosto; questi potrebbero anche diventare estremamente severi”, specialmente per il settore agricolo. L’intervista a Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia. Ascolta o scarica
June 16, 2026
Radio Onda d`Urto
Bologna, 13-14 giugno: «Carovana Diritti e Rovesci»
di Manuela Foschi Gran finale per la Carovana sui temi ambientali e sociali Diritti e Rovesci di Reca Er e Amaser, la Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia Romagna e l’Assemblea dei Movimenti ambientalisti e sociali dell’Emilia Romagna composta da oltre 90 realtà ambientaliste. Partita da Piacenza l’11 aprile, è passata per tutti i capoluoghi e altre città emiliano romagnole sollevando temi ambientali e sociali per i quali
Ferrara, 6 giugno: la «Carovana» si prepara al…
… al gran finale del 13 e 14 giugno a Bologna. di Manuela Foschi E’ in dirittura di arrivo la Carovana sui temi ambientali e sociali Diritti e Rovesci di Reca – Er e Amaser, la Rete Emergenza Climatica e Ambientale – Emilia Romagna e l’Assemblea dei Movimenti ambientalisti e sociali dell’Emilia Romagna composta da oltre 90 realtà ambientaliste. Partita da Piacenza l’11 aprile, è
Associazioni ambientaliste e pacifiste al governo: “Tassare i profitti di industrie fossili e militari per finanziare sanità pubblica, welfare e transizione energetica”
“Tassare i profitti delle aziende dei combustibili fossili e dell’industria militare per finanziare la transizione energetica, il Servizio Sanitario Nazionale e contrastare la povertà.” È l’appello urgente che cinque tra le principali organizzazioni ambientaliste e pacifiste hanno rivolto oggi al governo e alle forze politiche italiane.  Greenpeace Italia, Legambiente, Rete Italiana Pace Disarmo, Sbilanciamoci e WWF Italia hanno inviato una lettera congiunta alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e, per conoscenza, ai vice-premier, a sei ministri (Economia, Ambiente, Difesa, Imprese, Lavoro e Affari europei) e ai segretari di Pd, M5S, Azione, Europa Verde, Sinistra Italiana, Italia Viva e +Europa, per denunciare una situazione insostenibile: nonostante il Mediterraneo sia sempre più esposto alla crisi climatica e le guerre siano scatenate anche per il controllo delle fonti fossili, le grandi compagnie del petrolio e del gas – principali responsabili del riscaldamento globale – e i colossi delle armi continuano a macinare profitti da capogiro sfruttando l’instabilità globale. Secondo i dati citati dalle organizzazioni, nel primo trimestre del 2026 le maggiori aziende fossili europee hanno incamerato oltre 18 miliardi di dollari di utili rettificati (+80% sul trimestre precedente). Nel settore militare, nel primo trimestre 2026 la sola Leonardo ha registrato 184 milioni di euro di profitti (+60% rispetto allo stesso periodo del 2025).  Nella lettera si critica anche l’approccio emergenziale del governo: i recenti decreti energetici hanno effetti modestissimi e di natura regressiva, perché tagliano le accise senza affrontare strutturalmente la dipendenza dalle fonti fossili, né tassare i veri responsabili dei rincari. Di seguito le richieste delle 5 organizzazioni e qui la lettera completa. * Varare un pacchetto solido a breve termine per proteggere i consumatori dagli aumenti dei prezzi influenzati dalle aziende e dalla speculazione nei mercati dell’energia, del cibo e degli alloggi, che abbia al suo centro l’attenzione al costo della vita delle famiglie a basso reddito; ciò dovrebbe essere completato da interventi di politica climatica a lungo termine per proteggere le persone da futuri shock dei prezzi; * Introdurre una tassazione strutturale e permanente dei profitti delle compagnie di combustibili fossili e usare i ricavi per alleviare la povertà energetica, favorendo così lo spostamento dei finanziamenti privati verso le rinnovabili poiché i combustibili fossili rendono meno; * Introdurre una tassazione strutturale e permanente dei profitti dell’industria militare e impiegare i ricavi per finanziare il Sistema Sanitario Nazionale, garantendo così che parte delle ingenti risorse pubbliche impiegate nelle armi possano essere investite per migliorare la vita delle persone. Greenpeace stima che nel 2025 il settore abbia registrato extra profitti pari a circa un miliardo e mezzo di euro. * Evitare che questa tassazione alimenti ulteriormente gli ingenti sussidi ambientalmente dannosi, ma sia realmente adoperata per finanziare la transizione energetica, il welfare, la sanità pubblica e per contrastare la povertà energetica.     Rete Italiana Pace e Disarmo
May 21, 2026
Pressenza