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L’influenza di Israele sulla politica americana è già nei documenti ufficiali
L’intervista di JD Vance riporta al centro un tema documentato da anni: tra lobbying, campagne di comunicazione e atti pubblici depositati ai sensi del FARA, l’influenza israeliana sulla politica statunitense emerge da documenti ufficiali, non da teorie del complotto. Quando si parla di potere israeliano sulla politica statunitense, la tentazione più forte è quasi sempre quella di cercare la prova nascosta, l’email trapelata, il legame occulto con i servizi segreti. È la stessa tentazione che ha attraversato l’intervista di mercoledì scorso tra il vicepresidente JD Vance e Joe Rogan, quando Vance ha detto di ritenere che Jeffrey Epstein avesse «chiaramente collegamenti con i livelli più alti dell’intelligence israeliana», pur ammettendo di non avere alcuna prova documentale a sostegno. Ma proprio in quella stessa intervista, quasi in secondo piano rispetto al titolo su Epstein, Vance ha raccontato qualcos’altro: un caso di influenza israeliana sulla politica americana che non ha bisogno di essere ipotizzato, perché è già scritto nei documenti depositati per legge presso il governo degli Stati Uniti. Il caso riguarda Brad Parscale, l’uomo che ha diretto la campagna elettorale di Trump nel 2020, e la sua società Clock Tower X. Secondo un’inchiesta di Time pubblicata la settimana scorsa, basata su verbali depositati ai sensi del Foreign Agents Registration Act, la legge che obbliga chi lavora per governi stranieri sul suolo americano a dichiararlo pubblicamente, Clock Tower X ha firmato a settembre un contratto con l’agenzia Havas Media per conto del governo israeliano, ricevendo un compenso mensile di circa un milione e mezzo di dollari. Lo scopo dichiarato nei documenti era combattere l’antisemitismo online e rafforzare l’immagine di Israele tra i giovani conservatori americani. Ma secondo Time, dopo la firma dell’intesa USA-Iran di giugno, funzionari dell’amministrazione hanno notato una raffica di post quasi identici, pubblicati nello stesso momento da influencer vicini al mondo MAGA, che attaccavano proprio quell’accordo, un pattern che un alto funzionario ha giudicato tutt’altro che spontaneo. Vance non ha usato mezzi termini per commentarlo: «Quando apro le pagine di Time e vedo che c’è una campagna di influenza straniera letteralmente finanziata per affossare l’accordo che stavo perseguendo, e molte delle persone che ricevevano quei soldi mi attaccavano in modi completamente disonesti, la mia risposta è: andate all’inferno». Parscale ha respinto l’accusa di aver lavorato contro i negoziati, sostenendo di aver avviato la sua attività già tre anni fa per contrastare quello che descrive come un aumento dell’odio antiebraico, non su mandato politico israeliano. Anche il ministero degli Esteri israeliano ha replicato pubblicamente, sostenendo che ogni sua attività è trasparente e pienamente conforme alla legge americana. Al netto delle smentite, resta un fatto che nessuna delle parti in causa nega: un governo straniero ha pagato, attraverso canali legalmente dichiarati, una macchina di comunicazione digitale capace di orientare il dibattito pubblico americano su una delle decisioni di politica estera più delicate del momento, la guerra e la pace con l’Iran. Non è un’ipotesi, non è un’email di dubbia provenienza, non è la ricostruzione di un informatore confidenziale: è un contratto, con un importo, un cliente e un’agenzia esecutrice, reso pubblico perché la legge americana lo impone a chiunque lavori in questo modo per un governo estero. Ed è qui che la vicenda smette di essere un episodio isolato e diventa la fotografia di qualcosa di strutturale. Il meccanismo con cui Israele prova a orientare l’opinione pubblica e il Congresso americani non nasce con Clock Tower X: è lo stesso meccanismo, rodato da decenni, di cui l’AIPAC, la lobby filoisraeliana più potente di Washington, è l’espressione più istituzionalizzata. Per sessant’anni l’AIPAC ha lavorato prevalentemente dietro le quinte, facendo pressione su parlamentari e loro staff senza esporsi direttamente nelle campagne elettorali. Poi, in vista delle elezioni di metà mandato del 2022, qualcosa è cambiato: l’organizzazione ha deciso per la prima volta di spendere direttamente per eleggere o sconfiggere singoli candidati, trasformandosi da gruppo di pressione classico in un attore elettorale a tutti gli effetti. I numeri di quella trasformazione, oggi, sono pubblici e verificabili attraverso i verbali della Federal Election Commission. Nel solo ciclo elettorale 2023-2024, tra contributi diretti del comitato AIPAC e spese indipendenti del suo braccio armato, lo United Democracy Project, la lobby ha immesso nel sistema politico americano circa 127 milioni di dollari, contribuendo all’elezione di 318 candidati al Congresso. Quel denaro non è stato distribuito a caso: è servito, tra l’altro, a finanziare le campagne che hanno sconfitto alle primarie democratiche i deputati Jamaal Bowman e Cori Bush, due tra le voci più critiche verso la condotta israeliana a Gaza allora presenti al Congresso. Non era un segreto da scoprire: era, ed è, un piano dichiarato pubblicamente dalla stessa organizzazione prima ancora di essere eseguito. Per essere onesti fino in fondo, va detto che quello di Israele non è un caso isolato nel panorama dell’influenza straniera sulla politica americana. Lo stesso servizio di Time che ha rivelato il contratto di Clock Tower X ricordava che anche Russia, Iran e Cina conducono da tempo operazioni di influenza digitale rivolte al pubblico statunitense, con obiettivi e metodi diversi ma con la stessa logica di fondo: usare gli strumenti della comunicazione online per orientare un dibattito pubblico che dovrebbe restare, almeno in teoria, appannaggio dei soli cittadini americani. La differenza, nel caso israeliano, sta nella profondità storica del canale di accesso: non un’operazione isolata condotta da un servizio di intelligence ostile, ma una rete di relazioni istituzionali, finanziarie ed elettorali costruita nell’arco di decenni da un alleato che gli Stati Uniti considerano, ufficialmente, tra i più stretti al mondo. È significativo, allora, che sia proprio il vicepresidente di un’amministrazione storicamente allineata a Israele a mettere pubblicamente in fila questi elementi, arrivando a dire che «Israele sta perdendo la battaglia dell’opinione pubblica negli Stati Uniti» e a rivendicare il proprio dovere di «rappresentare prima di tutto gli americani». Vance, però, prova anche a contenere la portata di quanto ammette: sostiene che tentare di influenzare la politica americana sia normale prassi diplomatica, praticata da alleati e avversari allo stesso modo, e che il problema sorga solo quando quell’influenza arriva a condizionare il giudizio della leadership statunitense. È una distinzione comoda, che gli permette di denunciare il singolo episodio senza rimettere in discussione l’impianto complessivo del rapporto tra i due Paesi, un impianto fatto di finanziamenti militari pluriennali garantiti per legge, di una rete di lobbying che ha imparato a muovere direttamente le leve elettorali, e ora anche di campagne digitali dichiarate ai sensi del FARA. C’è un altro nome che aiuta a capire quanto questo meccanismo sia già entrato nel linguaggio comune di Washington, ben prima dell’intervista di Vance: quello del deputato repubblicano del Kentucky Thomas Massie, uno dei pochissimi esponenti del suo partito ad aver criticato pubblicamente la condotta di Israele e, non a caso, uno dei bersagli della spesa elettorale dell’AIPAC e di altri gruppi filoisraeliani nelle ultime tornate elettorali. È stato lo stesso Massie, in un’intervista televisiva, a sintetizzare con un’immagine diventata poi ricorrente il modo in cui i membri del Congresso vivono quella pressione quotidiana, dicendo che ogni parlamentare ha, di fatto, una sorta di «tutore AIPAC» che ne sorveglia le posizioni. Non è un’espressione neutra, ed è indicativa proprio perché arriva da un membro dello stesso establishment repubblicano che oggi, con Vance, sembra iniziare a interrogarsi pubblicamente sui limiti di quella sorveglianza. L’effetto più duraturo di un sistema costruito così non si misura soltanto nelle elezioni vinte o perse, ma in quello che non arriva mai a essere detto: posizioni critiche che restano inespresse, candidati che scelgono di non toccare certi temi, giornalisti e funzionari che calibrano le proprie parole sapendo quale genere di attenzione possono attirare. È un effetto difficile da quantificare con un numero, a differenza dei centoventisette milioni di dollari spesi nel 2024, ma è proprio in quello spazio di autocensura diffusa, più che nel singolo contratto o nella singola donazione, che si misura il vero peso di un’influenza strutturale: non la capacità di imporre una decisione dall’esterno, ma quella di rendere certe decisioni politicamente troppo costose perché qualcuno le prenda. È proprio questo impianto, nel suo insieme, a rendere l’influenza israeliana sulla politica statunitense un dato strutturale del sistema, non un’anomalia né tanto meno una teoria da dimostrare nell’ombra. Non serve immaginare un deep state per descriverla, né inseguire email di dubbia autenticità o legami mai provati con i servizi segreti: basta leggere quello che i governi, per legge, sono già costretti a rendere pubblico, e chiedersi perché quella trasparenza formale continui a coesistere, senza apparente contraddizione, con un’influenza reale sulle decisioni di guerra e di pace che riguardano milioni di persone che a quelle decisioni non hanno mai potuto votare. Fonti * ✓ Al Jazeera, “Vance says Epstein had connections to US, Israeli intelligence”, 16 luglio 2026 https://www.aljazeera.com/news/2026/7/16/vance-says-epstein-had-connections-to-us-israeli-intelligence * ✓ Middle East Eye, “JD Vance says Epstein had connections to CIA and Mossad”, 16 luglio 2026 https://www.middleeasteye.net/news/jd-vance-says-epstein-had-connections-cia-and-mossad * ✓ Time, “Brad Parscale’s Israel Influence Operation”, 13 luglio 2026 https://time.com/article/2026/07/13/brad-parscale-israel-influence-operation/ * ✓ Washington Examiner, “Brad Parscale rejects JD Vance claim Israel undermine Iran peace talks”, luglio 2026 https://www.washingtonexaminer.com/policy/foreign-policy/4651470/brad-parscale-rejects-jd-vance-claim-israel-undermine-iran-peace-talks/ * ✓ The Intercept, “How Does AIPAC Shape Washington? We Tracked Every Dollar”, 24 ottobre 2024 https://theintercept.com/2024/10/24/aipac-spending-congress-elections-israel/ * ✓ Sludge, “Here Is All the Money AIPAC Spent on the 2024 Elections”, 24 gennaio 2025 https://readsludge.com/2025/01/24/here-is-all-the-money-aipac-spent-on-the-2024-elections/ * ✓ Mediaite, “House Republican Claims Every GOP Colleague Has an ‘AIPAC Babysitter’ Who Lobbies for Israeli Interests”, giugno 2024 https://www.mediaite.com/politics/house-republican-claims-every-gop-colleague-has-an-aipac-babysitter-who-lobbies-for-israeli-interests/ Francesco Russo
July 20, 2026
Pressenza
La costosa protervia dell’ambasciatore statunitense in Italia
Il “tour” che l’ambasciatore statunitense in Italia Tilman Fertitta ha intrapreso per celebrare il 250mo anniversario della Costituzione degli Stati Uniti d’America, è finito in prima pagina sul Financial Times. L’articolo, intitolato “Porto in tempesta: lo yacht del diplomatico statunitense irrita l’Italia”, ricorda come l’attracco del suo superyacht di 117 metri “Boardwalk” a Venezia […] L'articolo La costosa protervia dell’ambasciatore statunitense in Italia su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano
LA RIPRESA DELLA GUERRA USA ALL’IRAN SPINGE UNA NUOVA IMPENNATA DEI PREZZI
L’aggressione imperialista Usa all’Iran, ormai, è ripresa a tutti gli effetti. Il presidente Usa Trump lo ha annunciato anche al Congresso di Washington: “Colpiremo tutte le loro capacità che hanno a che fare con Hormuz” e presto anche “l’impianto nucleare di Pickaxe Mountain”, ha detto davanti ai deputati. Il tycoon ha annunciato poi che giovedì sera, 16 luglio, terrà un discorso alla nazione. Dal Golfo, intanto, da Abu Dhabi comunicano che missili iraniani hanno colpito due petroliere emiratine nello Stretto, causando un morto e 8 feriti. Teheran, invece, afferma di aver colpito strutture militari statunitensi in Bahrein e Giordania. Amman afferma di aver abbattuto 4 missili iraniani nel propri spazio aereo. Il commento di Siamak, attivista iraniano e parte del Collettivo Rivoluzionario Jina. Ascolta o scarica. La ripresa della guerra imperialista sta già causando una nuova impennata dei prezzi che avrà, un’altra volta, pesanti ripercussioni sulle tasche di lavoratori e lavoratrici. Il future sul gas naturale scambiato ad Amsterdam sale del 3,16%, 52,9 euro al Megawattora, sui massimi degli ultimi tre mesi. Il metano è ai massimi da maggio. Sale di nuovo anche il petrolio. Nella serata di lunedì 13 luglio il greggio ha superato i 75 dollari al barile. Su Radio Onda d’Urto ne abbiamo parlato con l’economista Francesco Schettino, docente all’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Ascolta o scarica
July 14, 2026
Radio Onda d`Urto
La Bibbia diventa lettura obbligatoria nelle scuole del Texas
> Le scuole americane sono da tempo luoghi contesi non solo dal punto di vista > culturale, ma anche religioso. In Texas la lettura della Bibbia nelle scuole > pubbliche diventerà in futuro parte obbligatoria del programma didattico. Un > altro passo verso l’indebolimento della separazione tra Stato e religione. Da anni gli estremisti conservatori cristiani conducono una crociata contro le opere letterarie “immorali, blasfeme e antipatriottiche” nelle biblioteche scolastiche e nelle aule. Sono sostenuti ad esempio da una legge che consente ai genitori di segnalare libri che non rispecchiano i loro valori religiosi nazionalistici (come “Arancia meccanica” di Anthony Burgess o “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood) per farli passare in revisione al fine di vietarli. Che si tratti dello Stato mormone Utah, del Texas, della Louisiana, dell’Arkansas o dell’Alabama: anni di attività di lobby biblica stanno dando risultati. Più di diecimila titoli sono stati già rimossi dalle biblioteche scolastiche. Ciò che viene venduto come “protezione morale” è in realtà un attacco alla libertà di espressione. Contemporaneamente stanno guadagnando terreno piani didattici che mettono in risalto i contenuti biblici e che in parte ricevono addirittura il sostegno dello Stato. Organizzazioni ultraconservatrici dall’influenza crescente, come le “Moms for Liberty” (Mamme per la libertà) hanno fatto approvare in alcuni Stati leggi che impongono l’affissione dei Dieci Comandamenti nelle aule scolastiche. Per Greg Abbott, governatore repubblicano del Texas, ciò rappresenta un “enorme successo”: i Dieci Comandamenti sono la base della morale occidentale e per questo dovrebbero trovare posto in ogni scuola. Ora segue il passo successivo: in ogni scuola pubblica del Texas la lettura della Bibbia diventerà parte obbligatoria delle lezioni. La commissione per l’istruzione, dominata dai repubblicani, ha approvato con nove voti contro cinque i nuovi standard educativi per ognuno dei 5,5 milioni di studenti delle scuole pubbliche. Il Texas è così, al momento, l’unico Stato in America dove le letture religiose sono diventate programma didattico obbligatorio e materia di esame. L’autorità statale per l’istruzione richiede per tutti i livelli scolastici (dalla prima alla dodicesima classe), la lettura di determinati brani, come ad esempio il racconto della creazione o la parabola del figliol prodigo. In futuro i bambini e gli adolescenti si troveranno a dover analizzare in classe numerosi passaggi e storie tratte dalla Bibbia, da Davide e Golia o Daniele nella fossa dei leoni nella seconda classe, fino al libro di Giobbe nella decima classe. I repubblicani celebrano queste nuove linee guida come una vittoria per i valori cristiano-ebraici e gli ideali americani classici. Secondo loro, l’insegnamento obbligatorio su Gesù, Abramo e Mosè non ha lo scopo di evangelizzare, ma di aiutare i bambini a sviluppare una bussola morale. Sostengono che le tradizioni giudaico-cristiane siano state fondamentali per la fondazione della nazione e che ciò debba riflettersi nel programma scolastico delle scuole pubbliche. Il Texas, dove frequenta la scuola pubblica circa un decimo degli alunni statunitensi, è in prima linea negli sforzi dei conservatori volti a integrare maggiormente la religione nell’insegnamento. Lo Stato permette inoltre alle scuole pubbliche di assumere assistenti spirituali per fornire consulenza agli alunni e ha approvato un programma didattico facoltativo di ispirazione biblica. L’obbligo di lettura della Bibbia segna il proseguimento di un’evoluzione che va ben oltre l’insegnamento della religione. Mentre la diversità storica e culturale viene messa in secondo piano nel programma scolastico, i contenuti cristiani assumono un’importanza sempre maggiore nell’istruzione pubblica. Il principio della neutralità ideologica dello Stato sta scomparendo, sostituito da un sistema educativo che privilegia una determinata convinzione religiosa per radicare ancora più saldamente i contenuti cristiani nella quotidianità scolastica. I critici sottolineano che le pratiche religiose o l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche sono soggetti al Primo Emendamento, che garantisce la separazione tra Chiesa e Stato e vieta l’ingerenza dello Stato nelle questioni di fede. Sebbene la separazione tra religione e Stato sia «sacra» per la Costituzione americana, Dio è onnipresente nella politica statunitense. Il preambolo della Dichiarazione d’Indipendenza fa riferimento al Creatore, sulle banconote da un dollaro è impressa la scritta «In God We Trust» e i giuramenti d’ufficio vengono tradizionalmente prestati sulla Bibbia. Gli storici conservatori amano parlare di una «religione civile», che fonde la fede nella provvidenza divina dell’America («God’s own Country») con il patriottismo. Soprattutto nella cerchia di Donald Trump, i confini tra carica politica e storia religiosa della salvezza si confondono. Le scuole americane sono un campo di battaglia centrale nella guerra culturale su religione, istruzione e valori sociali. Dopo i «Dieci Comandamenti» e la lettura della Bibbia, seguirà anche la preghiera obbligatoria collettiva? Il ricorso presentato alla Corte Suprema degli Stati Uniti dimostra che la battaglia non è ancora decisa. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Helmut Ortner
July 13, 2026
Pressenza
GUERRA USA-IRAN: TACCIONO (PER ORA) LE ARMI NEL GOLFO. GLI AGGIORNAMENTI CON L’ANALISTA TARA RIVA
Le armi Usa tacciono (per ora) nel Golfo d’Iran, dopo due giorni di violenti attacchi con 200 raid. Il transito delle navi nello Stretto di Hormuz è ripreso, seppur al lumicino e limitato alle imbarcazioni di stazza media o piccola, non ai maxicontainer. Una pausa armata, quella che pare essere in corso, mentre diverse fonti fanno sapere che i contatti indiretti tra negoziatori proseguono, sul tema nucleare e su Hormuz, con il pedaggio voluto da Teheran ma rifiutato da Trump. A gettare benzina sul fuoco è invece Israele, che ha ribadito con il ministro Katz di essere pronto a una terza guerra con Teheran, facendo arrivare nella notte ai media la notizia su presunti preparativi iraniani per un…attentato a Trump. Tel Aviv freme per una nuova campagna di attacchi, ma per ora non è ancora arrivato il via libera Usa. Da qui le notizie sull’attentato, fatte filtrare – anche piuttosto grossolanamente – alla stampa, senza aggiungere alcuna prova al riguardo. Tace Israele pure su due attacchi non rivendicati, ieri sera, in Iran: in un impianto militare nella città meridionale di Bushehr – sede dell’unica centrale nucleare operativa – e poi nella provincia sud-orientale del Sistan e Baluchistan; attacchi di cui gli Usa hanno smentito la paternità, facendo sapere che “le forze armate degli Stati Uniti non hanno effettuato raid in Iran nelle ultime ore”. Su Iran, Hormuz e dintorni a Radio Onda d’Urto Tara Riva, analista italo-iraniana di questioni internazionali. Ascolta o scarica.
July 10, 2026
Radio Onda d`Urto
IRAN-USA: PROSEGUONO GLI ATTACCHI RECIPROCI, “AVREMO UN’ALTERNANZA TRA AZIONI BELLICHE E COLLOQUI”
Seconda notte di bombardamenti statunitensi contro l’Iran. Almeno 90 i raid ordinati da Trump: per la prima volta dal cessate il fuoco di tre settimane fa sono state attaccate anche infrastrutture civili iraniane; distrutti 2 ponti ferroviari, banchine e aeroporti. Proiettili di artiglieria statunitensi hanno anche colpito un ospedale a Chahbahar. Gli attacchi Usa, in due giorni, hanno causato la morte di almeno 14 persone e il ferimento di altre 78. Teheran segnala esplosioni in diverse città iraniane lungo la costa meridionale, tra cui Bushehr, Chabahar, Bandar Abbas e Sirik. L’Iran risponde con droni su basi militari statunitensi nel Golfo, in Bahrein, Kuwait e Qatar. Una situazione che potrebbe durare a lungo dato “che il memorandum firmato, che doveva trasformarti a metà agosto in accordo, non ha le basi perché le richieste iraniane e statunitensi non coincidono”. Lo ha sottolineato ai nostri microfoni il giornalista Ahmad Rafat, aggiungendo che nel prossimo periodo “si alterneranno azioni belliche e colloqui”. Nell’intervista realizzata con Ahmad Rafat, giornalista di origini iraniane, si sottolinea anche il lento ma progressivo passaggio da “un regime religioso, a regime militare”. Ascolta o scarica
July 9, 2026
Radio Onda d`Urto