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I CPR come aula didattica
di Nicola Cocco e altri dieci autori* L’università deve essere il luogo del pensiero critico e della tutela della vita, autonomo ed indipendente, e non un braccio formativo di progetti …
Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia
A 47 ANNI DALL’EMANAZIONE DELLA LEGGE BASAGLIA, QUALI SONO I RISCHI DI UN DIBATTITO TROPPO POLARIZZATO TRA DERIVA SECURITARIA E DISGREGAZIONE DEI SERVIZI TERRITORIALI PUBBLICI. Oggi, 13 maggio, ricorre il quarantasettesimo anniversario dell’entrata in vigore della legge Basaglia, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”: un provvedimento che, nel 1978, rivoluzionò il modo con cui in Italia si affrontavano i problemi psichici e che creò le basi, all’interno del nascente Sistema sanitario nazionale, istituito il primo dicembre dello stesso anno, dei servizi pubblici territoriali per la salute mentale. UNA STERILE RICORRENZA? Al di là dell’anniversario, molti scienziati e operatori socio-sanitari che si occupano di disagio mentale sottolineano come questa data non debba rappresentare una sterile commemorazione ma offrire l’occasione per rimettere al centro del dibattito pubblico una riflessione matura e responsabile sullo stato di attuazione della riforma. Su questa agenzia, abbiamo avuto anche l’opportunità di avere come ospite Alberta Basaglia grazie a un’intervista che le ha fatto Antonella Musella lo scorso febbraio. (Pressenza – In dialogo con Alberta Basaglia) Dopo la legge ispirata da Basaglia contro le istituzioni manicomiali e per lo smantellamento dei protocolli e delle strutture sanitarie che segregavano e invisibilizzavano la sofferenza psichica, il nostro Paese oggi si trova con una riforma compiuta a metà e con tutte le conseguenze che ciò comporta. In un tale contesto, da un lato c’è chi mette l’accento sui rischi per la sicurezza sociale, determinati dalla mancanza di presa in carico dei casi più gravi; dall’altro, e giustamente, gli psichiatri, gli psicologi e le associazioni legate all’eredità basagliana denunciano il rischio di una deriva “securitaria”, in cui, strumentalizzando i casi di cronaca nera, come quello accaduto a Napoli il 5 marzo scorso, si vuole tornare a trattare il disagio mentale come problema di ordine pubblico. Tra questi, una voce autorevole è rappresentata da Giovanna Del Giudice, che ha pubblicato, nel 2025, un testo dal titolo “Basaglia oggi: un pensiero necessario”, descritto dall’autrice come “una riflessione collettiva e militante che affonda le radici nel presente. Perché tornare a Basaglia significa riconoscere che il suo pensiero non appartiene al passato: è uno strumento vivo di lettura della realtà, una bussola per orientarsi nelle contraddizioni del nostro tempo, una pratica attiva di trasformazione sociale.” La discussione è fondamentale — preme con urgenza la necessità di ristrutturare i servizi territoriali — ma non se condotta con queste posture polarizzate: lo è se riesce a mettere al centro l’idea, fortemente sostenuta da Basaglia, che salute mentale e salute sociale siano strettamente correlate. D’altro canto, tale assunto ha ispirato, in modo evidentemente e fortunatamente precoce, la definizione dell’articolo 32 della nostra Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.” È su questo piano che vanno individuati i bisogni collettivi e implementate le politiche pubbliche per la salute. UN DIBATTITO CHE VUOLE PORTARCI ALLO SCISMA Purtroppo, se la discussione fra i politici e gli operatori si muove su andamenti scismatici, le persone comuni vengono giocoforza influenzate dalla scadente qualità del confronto. In pratica, invece di essere messi in condizione di esprimere i nostri reali bisogni di cura e di rivendicare i nostri diritti sanitari, veniamo indotti a cadere nella trappola della normalizzazione e lo sguardo si sposta su un altro piano: definire cosa (e chi) è “normale” e cosa non lo è. Se noi stessi siamo “normali” oppure no. L’obiettivo sembra non essere la messa in campo di politiche pubbliche e pratiche sociali e sanitarie che favoriscano l’attivazione di comportamenti individuali funzionali alla convivenza civile, cioè curare le disregolazioni e prendere in carico le situazioni più estreme, ma la creazione di liste di proscrizione fra individui conformi e non conformi al sistema sociale attuale. E si sa: la conformità è la condizione per cui siamo chiamati a rispondere a una norma che, non necessariamente, è compatibile con i nostri bisogni; nelle dimensioni atomizzate in cui viviamo, è sempre più strumentale alle necessità di controllo sociale, di aumento della produzione economica, di estrazione di valore dall’individuo a vantaggio di pochi. Le nostre richieste di cura, in un tale contesto, sono più facilmente influenzabili dalla narrazione convenzionale. Solo per fare un esempio: ci occupiamo tanto della salute dei nostri denti. Sicuramente l’igiene orale e l’ortodonzia sono fondamentali per una buona masticazione e per la nostra salute in generale, ma forse c’è anche una ragione estetica dietro tanta attenzione: il desiderio di avere un bel sorriso da sfoggiare. Eppure, quel bel sorriso non è questione soltanto di denti e di labbra: il sorriso, più del riso, è segno di benessere emotivo ma spesso lo dimentichiamo. Perché ci comportiamo così? CONFORMARSI È MEGLIO CHE CURARSI Sarà che, mentre sull’igiene orale ci hanno martellato di pubblicità negli ultimi quarant’anni — per tutti i nati negli anni ’80 lo slogan di una famosa marca di dentifricio che usava il detto “prevenire è meglio che curare” è stato un mantra quotidiano — per la salute psichica è accaduto l’opposto? Anche a causa del modo distorto con cui si è portato avanti il dibattito sulla scuola basagliana e sugli strumenti per affrontare il disagio psichico e le malattie mentali, come prima si evidenziava, assistiamo a un riproporsi, sotto altre vesti, dello stigma sociale, che colpisce chi ammette, o mostra, di soffrire di questi disturbi. Quindi, le cose non sono peggiorate solo dal punto di vista materiale, con la disgregazione dei dipartimenti per la salute mentale a livello territoriale, ma anche dal punto di vista dell’inquadramento del concetto stesso di equilibrio psicologico. Se quello per cui Basaglia dovette combattere fu l’abbattimento dei muri, ideologici e materiali, fra società e disagio mentale, oggi il tema riguarda di più l’aspetto della performance, cioè la nostra necessità di sentirci lavoratori produttivi, persone inserite socialmente, genitori irreprensibili, figli che non deludono le aspettative di successo, e ci coinvolge tutte e tutti. Così finisce che, anche quando non si tratta di essere affetti da patologie gravi, non siamo in grado di cogliere né di esprimere correttamente i nostri bisogni di assistenza. Per semplificare estremamente, potremmo individuare due approcci che nascono entrambi dalla nostra necessità di mitigare questa pressione psicologica: un pensiero giudicante, che ritiene che se vai in terapia sei fragile — poiché, diciamocelo chiaramente, i veri duri le difficoltà della vita le superano da soli, no? —; una forma di autoreferenzialità, che latente alberga nelle persone più strutturate, secondo cui la consapevolezza è una garanzia che mette al riparo dal rischio di sviluppare un malessere psicologico. Un po’ come fa un vaccino contro un virus. Come il giudizio sulla fragilità, così anche la convinzione sulla propria capacità di autocontrollo è, però, un fattore di distrazione dalla questione nodale: nessuno si salva da solo e tutti abbiamo bisogno di aiuto. Sempre per semplificare, c’è anche un atteggiamento edonista della cura, che scaturisce anch’esso da un disagio male interpretato: è quello di chi usa la cura della propria salute mentale come strumento di affermazione sociale, secondo lo stile americano. C’è gente che è in terapia da decenni e se ne vanta e, inoltre, dinanzi ai propri comportamenti reiteratamente e chiaramente disfunzionali, risponde: eh, ma io vado in terapia. I percorsi che rientrano nell’ampia categoria del lavoro clinico sulla psiche diventano, così, uno status symbol. Non solo: a maggior ragione perché costano, essendo sempre più inaccessibili attraverso il sistema sanitario pubblico, assumono la funzione di oggetto, non più di pratica o percorso, e si rappresentano come un bene voluttuario, che dà soddisfazione a chi può “acquistarli”, indipendentemente dal risultato che portano alla risoluzione delle problematiche. SIAMO TUTTI UN PO’ “PICCHIATELLI” MA SOPRATTUTTO PIÙ POVERI Che c’entrano questi comportamenti individuali con il tema della salute collettiva? C’entrano eccome: in un quadro come quello superficialmente descritto, il disagio mentale convive quasi sempre con la povertà. Nell’80% dei casi queste condizioni di disagio mentale coincidono con situazioni di povertà materiale, relazionale e sociale (fonte Caritas). Se ci aggiungiamo che anche chi non si trova in una condizione di precarietà economica è comunque quotidianamente sottoposto alle pressioni psicologiche che abbiamo descritto, come possiamo partecipare da cittadini consapevoli alla formazione di scelte politiche che riguardano i servizi sanitari per la salute mentale e incidere su di esse affinché siano socialmente utili? Il tema sanitario è strettamente correlato con quello sociale, l’abbiamo già detto e va davvero affrontato con urgenza, ma la questione stringente è: rendere possibile l’accesso alle cure in modo diffuso a tutte e tutti, superando le discriminazioni legate al reddito e a ogni altra sperequazione. Senza la possibilità di fare manutenzione della salute mentale collettiva, nemmeno lo stigma può essere superato. Bisogna rifondare il patto sociale: attraverso percorsi di autocoscienza, i singoli possono riuscire a collocarsi correttamente nella società, percepirsi come parte della soluzione e cercare di ribaltare la narrazione dominante. I politici devono agire nell’interesse collettivo e non secondo le chiese e le ideologie. Gli opinionisti devono essere onesti intellettualmente. Chi si assume la responsabilità della propria cura non lo fa solo per sé: tutela anche il benessere di chi gli è intorno. Lo stesso dicasi per le famiglie e le comunità che fungono da caregiver: non lo fanno solo per i propri cari ma agiscono come agenzia di protezione sociale. In conclusione: è davvero il momento di smettere di considerare il disagio mentale come un problema di altri e i sofferenti psichici come scarti sociali. Ecco, ammettere che siamo tutti un po’ “picchiatelli” e partire da questo: creare, attraverso la cura collettiva, come intesa dal pensiero femminista, un tipo di anticorpo sociale. Non guardare più alla cura come a uno strumento per essere individui più conformi e produttivi, ma come pratica di sostegno alla lotta contro la compressione dei diritti fondamentali a cui stiamo assistendo nel nostro Paese, come il diritto al lavoro, alla casa, alla sanità pubblica gratuita. FONTI Salute Mentale – Oltre il mito: i limiti della riforma Basaglia tra diritti e sicurezza Repubblica – Salute mentale, circuito povertà-disagio psichico RaiPlay – Napoli, il video della donna aggredita sul bus Caritas – Il rapporto su povertà e salute mentale Pensiero Scientifico Editore – Basaglia oggi ResearchGate – Caring Democracy: Markets, Equality and Justice Nives Monda
May 13, 2026
Pressenza
Spese militari italiane: +57% in dieci anni
Il nuovo rapporto SIPRI colloca l’Italia al dodicesimo posto mondiale per spesa bellica: 48,1 miliardi di dollari, +20% in un solo anno. Con le risorse di questo incremento (8,8 miliardi di euro) si potrebbero assumere 30 mila nuovi medici (3 miliardi) e azzerare le liste di attesa (5 miliardi). di Redazione Peacelink L’aumento delle spese militari italiane Mentre il dibattito
Bologna, 8 maggio: «La tutela delle persone in sanità»
Incontro su rispetto del diritto alla salute (articolo 32 Costituzione) e legge 180/78. Tutore e amministratore di sostegno esterni al nucleo famigliare sono una risposta adeguata ai bisogni delle persone deboli ? Bologna 8 maggio dalle 14.00 nella Sala Anziani Palazzo d’Accursio, Piazza Maggiore 6 – Organizzato da «Diritti senza Barriere» Interventi di: Bruna Bellotti – Diritti Senza Barriere Andrea
La truffa del salario giusto
dossier di Mario Sommella (*) Anatomia di un Primo Maggio rovesciato. Come il decreto Meloni regala un miliardo alle imprese, svuota l’articolo 36 della Costituzione, dimentica i morti sul lavoro e premia chi non firma i contratti.   Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per
Lombardia, no all’invasione delle assicurazioni nella sanità: subito incontro con Bertolaso
C’è un’emergenza in sanità lombarda che richiede scelte immediate, prima che la situazione diventi ingestibile: nessuna proroga della delibera regione Lombardia 4896/ 15 settembre 2025, che autorizza convenzioni privatistiche in sanità fra ASST/IRCCS e Fondi, Mutue ed Assicurazioni: il Congresso di Medicina Democratica lancia al Coordinamento di La Lombardia SiCura, di cui fa parte, la proposta di incontro urgente con l’assessore al Welfare Guido Bertolaso: “La proroga di questa delibera, prevista a 6 mesi dalla sua approvazione, sarebbe una grave iattura per le possibilità di accesso ai servizi sanitari essenziali per i cittadini lombardi”, ha dichiarato Marco Caldiroli, presidente rieletto all’unanimità a conclusione dei lavori congressuali, che hanno visto tre giornate di intenso dibattito, dal 17 al 19 aprile, a Milano, all’Auditorium Teresa Sarti Strada e con il patrocinio del Municipio 9 e del Comune di Milano. “Di fatto la regione con questa delibera chiedeva a tutte le ASST di firmare dei contratti con assicurazioni, mutue e fondi finanziari per garantire ai loro clienti un accesso prioritario a visite, esami diagnostici e ricoveri nelle strutture del SSN”. “Tale delibera – ha sottolineato Vittorio Agnoletto, che al congresso ha portato l’esperienza di iniziative e lotte di La Lombardia SiCura, a cui Medicina Democratica aderisce – ha nei fatti istituito una superintramoenia,  che spinge i medici del Servizio Sanitario Nazionale ad aumentare ulteriormente le ore di attività privata dentro le strutture pubbliche. Richiesta non solo inaccettabile in via di principio, ma irrealizzabile anche concretamente e legalmente, considerato che i Nas e Agenas hanno già documentato come la quantità di attività  privata svolta in intramoenia ha già superato la quantità consentita dalla legge in molte strutture del SSN ”. In questa situazione aumenteranno ulteriormente e diventeranno letteralmente impossibili i tempi di attesa per i cittadini privi di assicurazione, che vedranno negato il diritto alle cura e quindi alla salute garantito dall’art.32 della Costituzione e alla legge 833 del 1978 che ha istituito il SSN. “Ma c’è un altro grave pericolo – sottolinea Agnoletto – Le assicurazioni private, attraverso i contratti con le strutture pubbliche, cercheranno di incidere sulle scelte di sviluppo e investimenti di questi ospedali dei quali, negli anni, diventeranno importanti partner economici in grado di condizionarne le scelte.” MD ritiene opportuno che nell’incontro con l’assessore vengano presentate tutte le richieste che sono state al centro della grande manifestazione unitaria dell’11 aprile, tra le quali l’immediato adeguamento della percentuale delle rette per i ricoveri in RSA a carico della regione, che dovrebbe essere almeno del 50% e invece in Lombardia è del 43%; inoltre, per i malati gravi di Alzheimer la retta dovrebbe essere pagata al 100% dal servizio sanitario regionale e questo non avviene. MD ha annunciato che in proseguimento della manifestazione dell’11 aprile, la Lombardia SiCura organizzerà un convegno regionale per proporre i cambiamenti necessari per un SSN efficiente e al servizio della popolazione. Se questa è una questione cruciale nell’immediato per la Lombardia, innumerevoli sono state le questioni affrontate nel dibattito congressuale, in cui, dopo i saluti di Anita Pirovano, presidente del Municipio 9 e di Lamberto Bertolè, Assessore al Welfare di Milano, sono intervenuti oltre 40 relatori ed esperti, di cui è impossibile dar conto e che verranno pubblicati agli atti. Tre le grandi tematiche affrontate la sicurezza e la democrazia nei luoghi di lavoro; salute, guerra e ambiente; sanità e salute, difesa e rafforzamento del SSN e del diritto alla salute. Della necessità di una rivoluzione culturale in medicina ha parlato Silvio Garattini, che metta al centro la prevenzione, contro la preponderanza del mercato sulla ricerca farmaceutica che sforna in continuazione nuovi farmaci, spesso inutili, e che “ignora” nella sperimentazione le donne, i bambini e gli anziani, con pesanti conseguenze sulla salute. Dei diritti ignorati delle vittime di reato ha parlato Felice Casson, a proposito del ddl di riforma dell’art. 24 della Costituzione, approvato in Senato all’unanimità il 14 gennaio 2025 e fermo alla Camera da oltre un anno. Tantissimi gli interventi sulle diverse realtà e vertenze territoriali, fra cui le Fonderie Pisano e Bagnoli in Campania, le sostanze PFAS in Veneto, la GKN in Toscana, la Val Bormida in Liguria, o tematiche specifiche come la salute di genere. Particolarmente toccante la testimonianza di Maria Antonietta Cuomo, vedova di un operaio ucciso dal lavoro e madre di tre figli che da 16 anni attende giustizia, drammatico esempio di una strage e di un’ingiustizia che colpisce migliaia di lavoratori e di familiari. Il congresso si è trasferito per l’ultima giornata di lavori nella nuova sede di Via Carlo Imbonati 23, locali confiscati alla criminalità organizzata e assegnati in base a un bando dal Comune di Milano a Medicina Democratica. Eletti altre a Marco Caldiroli presidente, i due vicepresidenti Paolo Fierro,  Napoli e Gina De Angeli,  Firenze. 31 complessivamente i componenti del Direttivo, largamente rappresentativo dell’ampia articolazione territoriale in cui è presente Medicina Democratica, dalla Liguria, a Lombardia, Piemonte, Veneto, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Puglia e Sardegna.   Medicina Democratica
April 20, 2026
Pressenza