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Allarme della Corte dei Conti: nella sanità manca personale, a rischio i servizi
La crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non è solo una questione di fondi, ma anche un problema di personale. È, in altre parole, un problema di capacità di programmare l’impiego di quei fondi per strutturare adeguati servizi per la tutela della salute. È la Corte dei Conti a lanciare […] L'articolo Allarme della Corte dei Conti: nella sanità manca personale, a rischio i servizi su Contropiano.
June 29, 2026
Contropiano
Anaao Assomed: senza riforme coraggiose la sanità pubblica rischia il collasso
Il nostro Servizio Sanitario Nazionale-SSN non riesce più a essere sostenibile, stretto com’è in una crisi sistemica, in una vera e propria crisi di mezza età. La quotidianità vissuta da migliaia di pazienti, cittadini e operatori sanitari dimostra la crisi in atto: pronto soccorso affollati, corsie carenti di medici e piene di pazienti, turni massacranti, episodi di violenza e denunce ai danni del personale sanitario. E, soprattutto, quella sensazione sempre più diffusa di correre su un tapis roulant che accelera mentre le gambe cedono. I numeri parlano chiaro: 10 professionisti al giorno abbandonano il SSN prima dell’età pensionabile; 5 professionisti al giorno scelgono di trasferirsi all’estero; 7 medici al giorno subiscono aggressioni e violenze sia fisiche che verbali; altri 7 vengono denunciati; il 68% dei medici e dirigenti sanitari che lavorano negli ospedali vive una condizione di burnout. A fare queste considerazioni e a snocciolare questi numeri è stato Pierino Di Silverio al 26° Congresso Nazionale di Anaao Assomed (https://www.anaao.it/index.php), l’Associazione Nazionale Aiuti e Assistenti Ospedalieri (il termine “Assomed” è stato aggiunto successivamente per inglobare la figura dei “dirigenti” medici del Servizio Sanitario) che si è svolto di recente a Roma “Il coraggio di dire la verità è il primo dovere di chi ha l’onore di rappresentare gli altri”. Con queste parole si è aperta la relazione politica del Segretario Nazionale uscente di Anaao Assomed, che ha posto al centro del dibattito il futuro del SSN e il ruolo dei professionisti chiamati ogni giorno a garantirne il funzionamento. Nel suo intervento, Di Silverio, che è stato riconfermato alla guida dell’associazione sindacale,  ha descritto un SSN in una fase di profonda difficoltà, segnato da anni di sottofinanziamento, carenza di personale, aumento della domanda di assistenza e crescente complessità organizzativa. Una crisi che, secondo l’Anaao Assomed, non rappresenta un destino inevitabile, ma il risultato di precise scelte politiche e amministrative che possono e devono essere corrette. “Ma i numeri non raccontano tutto, ha sottolineato Di Silverio. Non raccontano l’umiliazione di una professione ridotta ormai a una mera prestazione. Non raccontano lo sfinimento emotivo di chi ha scelto la medicina per curare le persone e si ritrova invece a combattere contro la burocrazia, le carenze strutturali, i tempi di cura sempre più compressi, e con il timore costante di denunce e violenze. I numeri non raccontano i sogni che si spengono nelle corsie degli ospedali. Soprattutto non raccontano la frustrazione e la rabbia di chi vorrebbe curare e non riesce a farlo, di chi vorrebbe essere curato e non riesce a esserlo. La nostra è una professione in crisi di identità dentro un sistema in una crisi dimezza età profonda e ormai cronica”. Una parte dell’intervento del Segretario è stata dedicata alla governance del sistema, alla logica del bilancio che ha progressivamente preso il sopravvento sulla logica della cura. Nel nome della sostenibilità si rischia di sostituire la cura con la prestazione e l’efficacia con la sola efficienza. Ma le cure possono essere sostenibili solo se realmente efficaci. Per l’Anaao Assomed la governance della sanità pubblica richiede una riflessione profonda su almeno tre dimensioni principali: 1. il rapporto tra Stato e Regioni; 2. la gestione del personale e delle risorse umane a livello aziendale; 3. la partecipazione dei professionisti ai processi decisionali. Si tratta di tre dimensioni interconnesse, che non possono essere riformate separatamente senza compromettere la coerenza del sistema nel suo complesso. “Un Servizio Sanitario Nazionale privo di professionisti motivati è un’infrastruttura vuota, ha sottolineato Di Silverio. Un SSN senza governance forte è un sistema senza direzione. Servono entrambe le condizioni: investimento nelle persone e chiarezza istituzionale”. Nella mozione finale del 26° Congresso Nazionale l’Anaao Assomed ha chiesto: 1. Il rilancio e il rifinanziamento del Servizio Sanitario Nazionale; 2. La centralità del lavoro medico e sanitario;  3. La valorizzazione economica coerente con la complessità, le responsabilità e la strategicità delle funzioni svolte dai dirigenti medici e sanitari, nonché la valorizzazione della specificità della dirigenza medica e sanitaria rispetto alle altre dirigenze pubbliche e percorsi di carriera dinamici, meritocratici e trasparenti; 4. L’autonomia professionale e il governo clinico; 5. La sicurezza degli operatori sanitari, considerata quale priorità assoluta;  6. Il completamento del percorso di riforma della responsabilità professionale; 7. Il riconoscimento del valore strategico dell’innovazione tecnologica e dell’intelligenza artificiale, che deve essere governata dai professionisti e utilizzata per migliorare i processi clinici e organizzativi, per ridurre il carico burocratico,  per liberare tempo di cura e per aumentare qualità, appropriatezza e sicurezza; 8. La riforma dei rapporti tra Università e SSN che assicuri equilibrio tra assistenza, didattica e ricerca; 9. La parità di genere nei percorsi di carriera e nella valorizzazione delle competenze professionali come priorità da perseguire. Qui la Mozione finale del 26° Congresso Nazionale Anaao Assomed, approvata il 20 giugno 2026: https://www.anaao.it/public/aaa_5581937_mozione_26_congresso_anaao_assomed.pdf.  Giovanni Caprio
June 26, 2026
Pressenza
Pronto Soccorso: l’urgenza … chiede aiuto
Mariano Rampini racconta le sue 31 ore (quasi) in un ospedale di Rieti, riflettendo su strutture, personale sanitario, empatia e cura. Arrivo fresco fresco (in questi giorni di caldo asfissiante è ovviamente una metafora) da un’esperienza diretta del difficile rapporto tra sanità e cittadini. Per un malore di mia moglie abbiamo trascorso, io e lei, quasi 31 ore nel Pronto
I CPR come aula didattica
di Nicola Cocco e altri dieci autori* L’università deve essere il luogo del pensiero critico e della tutela della vita, autonomo ed indipendente, e non un braccio formativo di progetti …
Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia
A 47 ANNI DALL’EMANAZIONE DELLA LEGGE BASAGLIA, QUALI SONO I RISCHI DI UN DIBATTITO TROPPO POLARIZZATO TRA DERIVA SECURITARIA E DISGREGAZIONE DEI SERVIZI TERRITORIALI PUBBLICI. Oggi, 13 maggio, ricorre il quarantasettesimo anniversario dell’entrata in vigore della legge Basaglia, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”: un provvedimento che, nel 1978, rivoluzionò il modo con cui in Italia si affrontavano i problemi psichici e che creò le basi, all’interno del nascente Sistema sanitario nazionale, istituito il primo dicembre dello stesso anno, dei servizi pubblici territoriali per la salute mentale. UNA STERILE RICORRENZA? Al di là dell’anniversario, molti scienziati e operatori socio-sanitari che si occupano di disagio mentale sottolineano come questa data non debba rappresentare una sterile commemorazione ma offrire l’occasione per rimettere al centro del dibattito pubblico una riflessione matura e responsabile sullo stato di attuazione della riforma. Su questa agenzia, abbiamo avuto anche l’opportunità di avere come ospite Alberta Basaglia grazie a un’intervista che le ha fatto Antonella Musella lo scorso febbraio. (Pressenza – In dialogo con Alberta Basaglia) Dopo la legge ispirata da Basaglia contro le istituzioni manicomiali e per lo smantellamento dei protocolli e delle strutture sanitarie che segregavano e invisibilizzavano la sofferenza psichica, il nostro Paese oggi si trova con una riforma compiuta a metà e con tutte le conseguenze che ciò comporta. In un tale contesto, da un lato c’è chi mette l’accento sui rischi per la sicurezza sociale, determinati dalla mancanza di presa in carico dei casi più gravi; dall’altro, e giustamente, gli psichiatri, gli psicologi e le associazioni legate all’eredità basagliana denunciano il rischio di una deriva “securitaria”, in cui, strumentalizzando i casi di cronaca nera, come quello accaduto a Napoli il 5 marzo scorso, si vuole tornare a trattare il disagio mentale come problema di ordine pubblico. Tra questi, una voce autorevole è rappresentata da Giovanna Del Giudice, che ha pubblicato, nel 2025, un testo dal titolo “Basaglia oggi: un pensiero necessario”, descritto dall’autrice come “una riflessione collettiva e militante che affonda le radici nel presente. Perché tornare a Basaglia significa riconoscere che il suo pensiero non appartiene al passato: è uno strumento vivo di lettura della realtà, una bussola per orientarsi nelle contraddizioni del nostro tempo, una pratica attiva di trasformazione sociale.” La discussione è fondamentale — preme con urgenza la necessità di ristrutturare i servizi territoriali — ma non se condotta con queste posture polarizzate: lo è se riesce a mettere al centro l’idea, fortemente sostenuta da Basaglia, che salute mentale e salute sociale siano strettamente correlate. D’altro canto, tale assunto ha ispirato, in modo evidentemente e fortunatamente precoce, la definizione dell’articolo 32 della nostra Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.” È su questo piano che vanno individuati i bisogni collettivi e implementate le politiche pubbliche per la salute. UN DIBATTITO CHE VUOLE PORTARCI ALLO SCISMA Purtroppo, se la discussione fra i politici e gli operatori si muove su andamenti scismatici, le persone comuni vengono giocoforza influenzate dalla scadente qualità del confronto. In pratica, invece di essere messi in condizione di esprimere i nostri reali bisogni di cura e di rivendicare i nostri diritti sanitari, veniamo indotti a cadere nella trappola della normalizzazione e lo sguardo si sposta su un altro piano: definire cosa (e chi) è “normale” e cosa non lo è. Se noi stessi siamo “normali” oppure no. L’obiettivo sembra non essere la messa in campo di politiche pubbliche e pratiche sociali e sanitarie che favoriscano l’attivazione di comportamenti individuali funzionali alla convivenza civile, cioè curare le disregolazioni e prendere in carico le situazioni più estreme, ma la creazione di liste di proscrizione fra individui conformi e non conformi al sistema sociale attuale. E si sa: la conformità è la condizione per cui siamo chiamati a rispondere a una norma che, non necessariamente, è compatibile con i nostri bisogni; nelle dimensioni atomizzate in cui viviamo, è sempre più strumentale alle necessità di controllo sociale, di aumento della produzione economica, di estrazione di valore dall’individuo a vantaggio di pochi. Le nostre richieste di cura, in un tale contesto, sono più facilmente influenzabili dalla narrazione convenzionale. Solo per fare un esempio: ci occupiamo tanto della salute dei nostri denti. Sicuramente l’igiene orale e l’ortodonzia sono fondamentali per una buona masticazione e per la nostra salute in generale, ma forse c’è anche una ragione estetica dietro tanta attenzione: il desiderio di avere un bel sorriso da sfoggiare. Eppure, quel bel sorriso non è questione soltanto di denti e di labbra: il sorriso, più del riso, è segno di benessere emotivo ma spesso lo dimentichiamo. Perché ci comportiamo così? CONFORMARSI È MEGLIO CHE CURARSI Sarà che, mentre sull’igiene orale ci hanno martellato di pubblicità negli ultimi quarant’anni — per tutti i nati negli anni ’80 lo slogan di una famosa marca di dentifricio che usava il detto “prevenire è meglio che curare” è stato un mantra quotidiano — per la salute psichica è accaduto l’opposto? Anche a causa del modo distorto con cui si è portato avanti il dibattito sulla scuola basagliana e sugli strumenti per affrontare il disagio psichico e le malattie mentali, come prima si evidenziava, assistiamo a un riproporsi, sotto altre vesti, dello stigma sociale, che colpisce chi ammette, o mostra, di soffrire di questi disturbi. Quindi, le cose non sono peggiorate solo dal punto di vista materiale, con la disgregazione dei dipartimenti per la salute mentale a livello territoriale, ma anche dal punto di vista dell’inquadramento del concetto stesso di equilibrio psicologico. Se quello per cui Basaglia dovette combattere fu l’abbattimento dei muri, ideologici e materiali, fra società e disagio mentale, oggi il tema riguarda di più l’aspetto della performance, cioè la nostra necessità di sentirci lavoratori produttivi, persone inserite socialmente, genitori irreprensibili, figli che non deludono le aspettative di successo, e ci coinvolge tutte e tutti. Così finisce che, anche quando non si tratta di essere affetti da patologie gravi, non siamo in grado di cogliere né di esprimere correttamente i nostri bisogni di assistenza. Per semplificare estremamente, potremmo individuare due approcci che nascono entrambi dalla nostra necessità di mitigare questa pressione psicologica: un pensiero giudicante, che ritiene che se vai in terapia sei fragile — poiché, diciamocelo chiaramente, i veri duri le difficoltà della vita le superano da soli, no? —; una forma di autoreferenzialità, che latente alberga nelle persone più strutturate, secondo cui la consapevolezza è una garanzia che mette al riparo dal rischio di sviluppare un malessere psicologico. Un po’ come fa un vaccino contro un virus. Come il giudizio sulla fragilità, così anche la convinzione sulla propria capacità di autocontrollo è, però, un fattore di distrazione dalla questione nodale: nessuno si salva da solo e tutti abbiamo bisogno di aiuto. Sempre per semplificare, c’è anche un atteggiamento edonista della cura, che scaturisce anch’esso da un disagio male interpretato: è quello di chi usa la cura della propria salute mentale come strumento di affermazione sociale, secondo lo stile americano. C’è gente che è in terapia da decenni e se ne vanta e, inoltre, dinanzi ai propri comportamenti reiteratamente e chiaramente disfunzionali, risponde: eh, ma io vado in terapia. I percorsi che rientrano nell’ampia categoria del lavoro clinico sulla psiche diventano, così, uno status symbol. Non solo: a maggior ragione perché costano, essendo sempre più inaccessibili attraverso il sistema sanitario pubblico, assumono la funzione di oggetto, non più di pratica o percorso, e si rappresentano come un bene voluttuario, che dà soddisfazione a chi può “acquistarli”, indipendentemente dal risultato che portano alla risoluzione delle problematiche. SIAMO TUTTI UN PO’ “PICCHIATELLI” MA SOPRATTUTTO PIÙ POVERI Che c’entrano questi comportamenti individuali con il tema della salute collettiva? C’entrano eccome: in un quadro come quello superficialmente descritto, il disagio mentale convive quasi sempre con la povertà. Nell’80% dei casi queste condizioni di disagio mentale coincidono con situazioni di povertà materiale, relazionale e sociale (fonte Caritas). Se ci aggiungiamo che anche chi non si trova in una condizione di precarietà economica è comunque quotidianamente sottoposto alle pressioni psicologiche che abbiamo descritto, come possiamo partecipare da cittadini consapevoli alla formazione di scelte politiche che riguardano i servizi sanitari per la salute mentale e incidere su di esse affinché siano socialmente utili? Il tema sanitario è strettamente correlato con quello sociale, l’abbiamo già detto e va davvero affrontato con urgenza, ma la questione stringente è: rendere possibile l’accesso alle cure in modo diffuso a tutte e tutti, superando le discriminazioni legate al reddito e a ogni altra sperequazione. Senza la possibilità di fare manutenzione della salute mentale collettiva, nemmeno lo stigma può essere superato. Bisogna rifondare il patto sociale: attraverso percorsi di autocoscienza, i singoli possono riuscire a collocarsi correttamente nella società, percepirsi come parte della soluzione e cercare di ribaltare la narrazione dominante. I politici devono agire nell’interesse collettivo e non secondo le chiese e le ideologie. Gli opinionisti devono essere onesti intellettualmente. Chi si assume la responsabilità della propria cura non lo fa solo per sé: tutela anche il benessere di chi gli è intorno. Lo stesso dicasi per le famiglie e le comunità che fungono da caregiver: non lo fanno solo per i propri cari ma agiscono come agenzia di protezione sociale. In conclusione: è davvero il momento di smettere di considerare il disagio mentale come un problema di altri e i sofferenti psichici come scarti sociali. Ecco, ammettere che siamo tutti un po’ “picchiatelli” e partire da questo: creare, attraverso la cura collettiva, come intesa dal pensiero femminista, un tipo di anticorpo sociale. Non guardare più alla cura come a uno strumento per essere individui più conformi e produttivi, ma come pratica di sostegno alla lotta contro la compressione dei diritti fondamentali a cui stiamo assistendo nel nostro Paese, come il diritto al lavoro, alla casa, alla sanità pubblica gratuita. FONTI Salute Mentale – Oltre il mito: i limiti della riforma Basaglia tra diritti e sicurezza Repubblica – Salute mentale, circuito povertà-disagio psichico RaiPlay – Napoli, il video della donna aggredita sul bus Caritas – Il rapporto su povertà e salute mentale Pensiero Scientifico Editore – Basaglia oggi ResearchGate – Caring Democracy: Markets, Equality and Justice Nives Monda
May 13, 2026
Pressenza
Spese militari italiane: +57% in dieci anni
Il nuovo rapporto SIPRI colloca l’Italia al dodicesimo posto mondiale per spesa bellica: 48,1 miliardi di dollari, +20% in un solo anno. Con le risorse di questo incremento (8,8 miliardi di euro) si potrebbero assumere 30 mila nuovi medici (3 miliardi) e azzerare le liste di attesa (5 miliardi). di Redazione Peacelink L’aumento delle spese militari italiane Mentre il dibattito
Bologna, 8 maggio: «La tutela delle persone in sanità»
Incontro su rispetto del diritto alla salute (articolo 32 Costituzione) e legge 180/78. Tutore e amministratore di sostegno esterni al nucleo famigliare sono una risposta adeguata ai bisogni delle persone deboli ? Bologna 8 maggio dalle 14.00 nella Sala Anziani Palazzo d’Accursio, Piazza Maggiore 6 – Organizzato da «Diritti senza Barriere» Interventi di: Bruna Bellotti – Diritti Senza Barriere Andrea