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Che tornino i volti
Edicola Equa, presidio sociale – gestito da Ciac – del quartiere Oltretorrente di Parma -------------------------------------------------------------------------------- Il termine nazione deriva dal latino e allude alla nascita e dunque suppone un gruppo di persone aventi una comune origine. Si vuole come espressione di un’appartenenza basata su cultura, lingua, religione, tradizioni e dunque una storia condivisa. Tutto ciò vorrebbe creare o postulare un forte senso di appartenenza identitaria. Naturalmente si tratta, com’è noto, di un’invenzione andatasi articolando in epoca recente e tutt’altro che in modo naturale. Eppure la parola e il concetto assicurano e conservano qualcosa di potenzialmente esplosivo. I nazionalismi e i populismi ne rappresentano, appunto, una delle possibili derive. Ernest Renan, in una conferenza del 1882 alla Sorbona sulla nazione, affermava che essa è l’espressione di “un plebiscito quotidiano”. Dall’identità basata sulla razza o altre affinità simili si passa dunque a una scelta e dunque a un atto di volontà che fonda la nazione. Accade dunque quello che si temeva da tempo. Il nazionalismo che fagocita e manipola la nazione che cancella infine i popoli. Si è inventata la nazione con le conseguenza che sappiamo e il popolo che dovrebbe comporla. Popolo che si è scoperto frantumato, sconnesso, diviso, disorientato perché, con rigorosa e metodica violenza, il sistema capitalista lo ha liquidato come nessuno seppe compiere nel passato. Peggio, molto peggio delle dittature perché, malgrado loro, presentavano almeno la faccia degli aguzzini. Questo sistema invece è senza vergogna perché usa le maschere e parte del popolo per distruggere il resto del popolo. Sono stati eliminati i collanti della vita sociale. La distanza tra governati e governanti è ormai un abisso che sembra incolmabile. Si tentano occasionali passerelle, passaggi di fortuna, scorciatoie ma la distanza è troppa, eccessiva e soprattutto non c’è nessuna intenzione di avvicinamento. Mondi paralleli e insieme giochi di specchi nei quali non si riesce a capire dove si trovino i volti reali. La partecipazione dei cittadini, all’origine di ogni democrazia che meriti questo nome, si è gradualmente trasformata in delega e infine in tradimento della parola data. Tradire le parola è tradire la politica. Lawrence Ferlinghetti, deceduto da un lustro, è l’autore di questa poesia. Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore e i cui pastori sono guide cattive Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi i cui saggi sono messi a tacere Pietà per la nazione che non alza la propria voce tranne che per lodare i conquistatori e acclamare i prepotenti come eroi e che aspira a comandare il mondo con la forza e la tortura Pietà per la nazione che non conosce nessun’altra lingua se non la propria nessun’altra cultura se non la propria Pietà per la nazione il cui fiato è danaro e che dorme il sonno di quelli con la pancia troppo piena Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini che permettono che i propri diritti vengano erosi e le proprie libertà spazzate via Patria mia, lacrime di te dolce terra di libertà! Di padre italiano e madre francese-ebraico-portoghese vide, tra le altre cose, Nagasaki dopo la bomba atomica e operò la scelta pacifista. Della scoperta dell’autore ringrazio l’amico Claudio Pozzani, creatore del Festival Internazionale della Poesia. Per lui le parole sono “spalancate” e dunque in continuità con la puntuale radiografia di Ferlinghetti. Volendo potremmo accostarla a un altro testo. Scritto e cantato trent’anni fa da Franco Battiato, interpreta la crisi della nostra nazione/patria con parole molto simili. È dunque tempo che “Tornino i volti”, scrisse nel millennio passato il filosofo Italo Mancini. Facciamo nostro questo imperativo come una delle condizioni per smascherare il sistema. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che tornino i volti proviene da Comune-info.
September 4, 2026
Comune-info
Europa e Serbia orfani di Langer e Matvejevic
MENTRE SI IMPEGNA A ONORARE IL GENOCIDA RATKA MLADIC CON UN FUNERALE DI STATO, C’È UN ALTRO GENERALE CHE LA SERBIA ANCORA SOTTRAE ALLA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE: È NOVAK ĐUKIĆ CONDANNATO PER CRIMINI DI GUERRA IN BOSNIA ED ERZEGOVINA, RITENUTO COLPEVOLE, TRA LE ALTRE COSE, DEL MASSACRO DELLA PORTA DI TUZLA NEL 1995. QUELLA STRAGE CONTRIBUÌ AL SUICIDÒ ALEXANDER LANGER. IL CASO MLADIĆ ACCENTUA IL VUOTO LASCIATO DA ALEX LANGER E DA UN GRANDE SCRITTORE COME PREDRAG MATVEJEVIĆ, E IL VALORE DELLA LORO STORICA OPPOSIZIONE A TUTTI I NAZIONALISMI La Serbia ha preso l’impegno di onorare il genocida generale Ratka Mladic con un funerale di Stato, sostenendo che glielo impone il protocollo. Su Osservatorio Balcani Nihad Suljić, vincitore del premio CESPIC (Centro Europeo di Scienza della Pace, Integrazione e Cooperazione): “… e quando lo fanno, non stanno glorificando soltanto un uomo, stanno glorificando l’ideologia che c’è dietro di lui, stanno pregando per un simbolo dei crimini, stanno invocando e normalizzando il fascismo e l’odio”. La preoccupazione del presidente Vučić (sempre che ne abbia) non è quella di irritare o no l’Europa, ma di giocare la sua carta nazionalista in vista delle prossime elezioni. Ad ottobre 2026 ci saranno le parlamentari e a gennaio 2027 seguiranno le presidenziali. Il voto avviene dopo un anno di forti proteste di massa e mobilitazioni della società civile e dei movimenti studenteschi iniziate nel 2024 a Novi Sad. La candidatura a diventare il 28esimo stato europeo è in stallo dal 2021. Otto Paesi UE si oppongono all’adesione: Belgio, Bulgaria, Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Svezia (con l’Italia Vučić vanta l’amicizia di Meloni alleata sul fronte del blocco dei migranti sulla Rotta Balcanica). Riccardo Amati su Fan Page intervistando David Scheffer, già ambasciatore Usa scrive: “Tollerare sovranismi guerrafondai sarebbe suicida. L’Unione farà bene a mettere in pausa le trattative per l’ingresso della Serbia, concordano molti osservatori. Si tratta di difendere il diritto internazionale, senza i doppi standard che lo indeboliscono anche davanti a Israele e agli Stati Uniti di Donald Trump”. Da giorni il profilo del Generale Mladic e le sue azioni militari occupano le pagine internazionali. Su Politics-Europe Zoran Arbutina ricorda che Mladic non è ritenuto responsabile solo del genocidio di 8.000 persone a Srebrenica, ma per 40 mesi sparò su Sarajevo uccidendo 11.000 persone di cui 1.600 bambini. In tre anni di guerra in Bosnia furono uccisi 100.000 civili e 2,2 milioni di persone divennero profughi. Sembra di leggere gli stessi dati che ora raccontano il genocidio di Gaza ad opera di Netanyahu. La guerra dei Balcani mi ha coinvolto insieme a centinaia di pacifisti italiani impegnati in soccorsi e aiuti. Si impegnò anche Erri De Luca, peccato non abbia fatto altrettanto con la Palestina. Personalmente ho ospitato, per quasi due anni, nella mia casa di Milano Biliana Marianovic che a Sarajevo svolgeva la professione di giudice in tribunale. A seguito dell’uccisione di un collega da parte di un cecchino, cercò rifugio in Italia assieme a suo figlio Marco di otto anni. A guerra terminata non tornò più in Bosnia, ma raggiunta dal marito a Malpensa, partirono tutti e tre per la Pennsylvania dove tutt’ora vivono. C’è un altro generale che la Serbia ancora ospita, sottraendolo alla giustizia internazionale (come fece per trent’anni con Mladic), si tratta di Novak Đukić condannato per crimini di guerra in Bosnia ed Erzegovina. È stato ritenuto colpevole di aver ordinato il famigerato massacro della porta di Tuzla (Kapija) il 25 maggio 1995. L’attacco di artiglieria uccise 71 persone, per la maggior parte giovani. A seguito di quella strage forse si suicidò Alexander Langer tra i migliori parlamentari europei che l’Italia abbia mai avuto. A lui ho dedicato una canzone nel 2025 a trent’anni dalla scomparsa e qui mi permetto di riproporla. Così scrivevo sul sito antiwarsongs.org presentando il brano ed il video che lo accompagna: https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=68945&lang=en La strage di Tuzla del 25 maggio 1995 forse fu “la goccia che fece traboccare il vaso” e minò la sua fiducia ostinata nella “azione nonviolenta” che per trent’anni aveva costellato la sua vita da attivista militante, pacifista, parlamentare europeo, ambientalista e fondatore dei Verdi italiani. Il disperato appello del sindaco di Tuzla Selim Beslagic, che pochi giorni prima della strage, chiedeva di fare qualcosa contro l’assedio della sua città, da due anni bersaglio dei cecchini, forse lo scosse ulteriormente e Alex scrisse una lettera pubblica chiedendo che i caschi blu delle Nazioni Unite agissero contro gli assedianti, contraddicendo in parte i principi che da sempre lo avevano animato. La lettera con tutti gli altri scritti di Alexander Langer è raccolta nel libro a lui dedicato: Il viaggiatore leggero (edito da Sellerio, con un’introduzione di Goffredo Fofi). La città di Tuzla il 31 ottobre 2021 gli ha conferito la cittadinanza onoraria postuma. Sarajevo l’aveva già fatto nel febbraio dello scorso anno. “Alexander Langer è il simbolo dell’empatia per la Bosnia e il dramma che stava vivendo”, ha detto Jasmin Imamovic, sindaco di Tuzla, durante la cerimonia, “lui si batteva per la pace e la riconciliazione contro chi seminava l’odio”. “Langer non ha sopportato il dolore per la sofferenza del popolo bosniaco”. Ci manca Alex Langer e con lui il grande scrittore Predrag Matvejevic. Il 14 novembre del 1996 in occasione di una conferenza organizzata a Novara, mi firmò una dedica sul suo libro Epistolario dell’altra Europa. In quel libro raccolse le lettere aperte che negli anni Settanta-Novanta aveva inviato agli uomini di potere. Le più note sulla questione Jugoslava sono quella a Tito del 17 luglio 1974 in cui nonostante molti meriti indiscutibili gli chiese di dimettersi. A Slobodan Milosevic nel 1989 a cui chiese profeticamente di suicidarsi e a Franjo Tudjman 1990 a cui rimproverò il pericoloso nazionalismo fascista dietro il paravento clericale della chiesa cristiana. Sempre nell’1989, l’anno della morte di suo padre nato a Odessa, scrisse Michail Gorbacev per la sua Perestrojka e a Deng Xiaoping colpevole del massacro di Tian an men. Predrag coniò il termine “Democratura” per definire la deriva della politica del ventesimo secolo. Dopo l’esilio e le cattedre di letteratura alla Sorbona di Parigi e alla Sapienza di Roma a la morte in solitudine di Predrag Matvejevic a Zagabria nel 2017 ha privato il mondo di un esempio di coraggio il cui testimone è stato raccolto da pochissimi intellettuali. Predrag non scriveva solo di politica ma soprattutto di letteratura e poesia, dei sui scritti si dice siano “Geopoetica”. A pagina 250 dell’epistolario è riportata la lettera scritta da Zagabria nel 1980 in cui rimprovera l’unione degli scrittori di Jugoslavia di non avere invitato al convegno di Struga nessun poeta israeliano, non per antisemitismo ma perché non si voleva danneggiare la relazione con i paesi non allineati, tra questi quelli arabi. Scrive: “Invitare poeti israeliani a leggere le proprie poesie da noi e a discutere con noi di poesia non significa contestare ai palestinesi il diritto a un proprio paese né quello di Israele alla sicurezza delle proprie frontiere. E’ banale ripetere che la poesia non ha confini”. Predrag come Langer amava i ponti, ci siamo incontrati ancora nel 2004 a Mostar, sua città natale, nell’occasione di un convegno dedicato al diritto all’acqua, contestualmente all’inaugurazione della ricostruzione del suo amato Stari Most. Anche a lui ho dedicato una canzone che ha per titolo lo stesso di un suo bellissimo libro: Tra asilo ed esilio, di cui allego il link per la visione del video, l’ascolto e la lettura del testo. Concludo questo articolo riflettendo ancora sull’Europa: l’ingresso al Parlamento Europeo oggi non ha più l’attrattiva che esercitava ai tempi di Alex Langer. Alla Serbia va bene starne ai margini e tenere aperte relazioni con Russia e Cina armando i suoi caccia con le loro bombe. È di questi giorni la notizia che l’Islanda, per la seconda volta, al referendum ha detto “No” all’ingresso in Europa. Si sono schierati col “No”, trasversalmente sia la sinistra radicale che la destra Nazional-conservatrice e parte del governo. L’Europa di oggi baratta la democrazia con la finanza, la tutela dell’ambiente con l’aumento delle spese militari (non dei corpi civili di Pace), la chiusura delle frontiere ai migranti con l’apertura di centri di detenzione in Ruanda, Albania, Libia. L’Europa balbetta con l’America di Trump timorosa dei dazi, tace con Netanyahu che attacca la corte penale internazionale... Come può preoccuparsi di questa Europa il Vučić di turno che se ne infischia della forma e della sostanza, come fanno tutti gli altri dittatorelli sparsi per il globo. Ricordo che di Alexander Langer ne scriveva molto bene Franco Lorenzoni con questo articolo: > Un maestro di inquietudine Caro Alexander Langer ci manchi tanto. [Paolo Rizzi Assopace Palestina] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Europa e Serbia orfani di Langer e Matvejevic proviene da Comune-info.
September 2, 2026
Comune-info
Dalla bandiera rossa a quella verde e gialla: Lula e la costruzione del nazionalismo di sinistra in Brasile
Il governo di Lula da Silva sta sperimentando una delle più grandi trasformazioni ideologiche nella storia della sinistra brasiliana. Dalla campagna presidenziale del 2022 ad oggi, il Partito dei Lavoratori (PT) si è prefissato l’obiettivo di sfidare il controllo di Bolsonaro sui simboli nazionali: la bandiera, l’inno nazionale, la nazionale […] L'articolo Dalla bandiera rossa a quella verde e gialla: Lula e la costruzione del nazionalismo di sinistra in Brasile su Contropiano.
August 30, 2026
Contropiano
Se tu sapessi come va a finire
-------------------------------------------------------------------------------- Immagine Rete Yekatit 12-19 Febbraio -------------------------------------------------------------------------------- Nel corso di un’intervista concessa a Roger Cohen del New York Times, Giorgia Meloni ha detto una frase su cui vale la pena riflettere: “Clearly if we look at this history today it’s one thing. If we looked at it standing in the midst of it, probably we would have seen it differently, no?“. “Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi è una cosa. Se l’avessimo guardata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?”. Se tu ti fossi trovato a vivere, poniamo, nel 1936, quando Benito Mussolini proclamava trionfalmente la fondazione dell’Impero (tacendo il milione di vittime della guerra italiana in Etiopia) come l’avresti vista? Saresti stato contento di essere italiano, di avere finalmente un bell’Impero, saresti stato orgoglioso di avere ammazzato un milione di neri, no? In data 5 giugno e 8 luglio 1936, Mussolini aveva telegrafato a Graziani, dal ministero delle Colonie, i seguenti ordini: «Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi» e «Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare e condurre sistematicamente politica del terrore et dello sterminio contro i ribelli et le popolazioni complici stop. Senza la legge del taglione ad decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma». Rodolfo Graziani, noto come il macellaio del Fezzan, riconosciuto criminale di guerra dalle Nazioni Unite, condannato dopo la guerra a diciannove anni di reclusione, e poi condonato e liberato dopo solo quattro mesi, aderì nel 1952 al partito di Giorgio Almirante, quello con la fiamma che Giorgia Meloni continua ad esibire. “Se l’avessimo guardata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?” dice la nostra presidente del Consiglio. Ci sarebbe piaciuta, ce la saremmo goduta, avremmo potuto battere le mani e tornare a casa orgogliosi di essere italiani e fascisti, no? Ma se la guardi oggi, be’, allora è un’altra cosa. If you look at this history it’s one thing. Cioè? Oggi come la vediamo quella storia? È semplice, oggi sappiamo com’è andata a finire. È andata a finire che abbiamo ammazzato un milione di neri ma questo non importa, tanto è vero che la Repubblica democristiana e stalinista permise al criminale di guerra Graziani di uscire dal carcere e di iscriversi a un partito di assassini che è il diretto antecedente del partito di Giorgia Meloni. Ma poi è andata a finire che Mussolini seguì quel mattoide di Hitler e la storia finì con mezzo milioni di italiani morti e la distruzione delle città. Finì che l’8 Settembre gli eroi nazionalisti tagliarono la corda oppure si misero dalla parte delle truppe naziste mentre tutto stava per crollare. Gli italiani, che avevano osannato Mussolini quando ordinava di ammazzare gli etiopi, a quel punto si spaventarono un po’ e cambiarono idea, almeno per qualche tempo. Adesso agli italiani piacciono di nuovo gli assassini. Hanno dimenticato chi era Rodolfo Graziani, hanno dimenticato le leggi razziali, hanno dimenticato il 25 luglio e l’8 settembre. Ma la brava Meloni, inavvertitamente, ci avverte: finché siamo nel mezzo di questa storia è una cosa. Ma poi come va a finire tra un po’? Dovremmo averlo imparato come va a finire quando i nazionalisti sono al potere: va sempre a finire con una catastrofe, con una carneficina, ieri con Hitler, oggi con Zelenskyy, con Putin e con Trump, poco i porta con chi, purché sia l’Occidente. La presidente ha aggiunto infatti che questa è la sua linea: “Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia molto importante”. Si scrive: unità dell’Occidente, ma si legge: unità della razza bianca dominatrice. L’unità dell’Occidente è l’unità dei colonialisti, degli schiavisti, in nome dei nazionalisti come Hitler e come Churchill, come Stalin e come Putin. Anche oggi la razza bianca dominatrice è in preda a una crisi di demenza senile, e si precipita verso la guerra. Da quale parte (con Zelenski o con Putin?) poco importa. Purché guerra sia, purché l’occidente si copra di gloria, nel prossimo, (forse imminente) 8 Settembre. Non è la prima volta che succede, e neppure la seconda. Ma questa volta potete starne certi: non avrete il tempo di ripensarci. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Memoria di un eccidio italiano -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Se tu sapessi come va a finire proviene da Comune-info.
August 24, 2026
Comune-info
La Repubblica in armi
La Costituzione ripudia la guerra, la politica celebra gli eserciti. Tra guerre, riarmo e genocidi, il 2 giugno viene piegato a celebrazione della forza militare. La Repubblica nata dalla Resistenza …
Futuro Nazionale e il cyberfascismo identitario
C’è una domanda che la sinistra italiana continua a eludere, preferendo l’anatema alla comprensione: come si forma, nel 2026, un movimento politico di massa a partire da un libro scritto da un generale che sostiene che gli omosessuali non sono normali, che la sostituzione etnica è in corso e che […] L'articolo Futuro Nazionale e il cyberfascismo identitario su Contropiano.
May 29, 2026
Contropiano
Perché tanto interesse per l’atroce sorte dei palestinesi?
LA PALESTINA MOSTRA L’ESISTENZA DI DUE RETI INTERNAZIONALI, QUELLA INTERSTATUALE CHE SOSTIENE ISRAELE E QUELLA RESA VISIBILE DALLE MANIFESTAZIONI CHE DA OLTRE DUE SI SONO MOLTIPLICATE IN TUTTO IL MONDO, ANIMATE SOPRATTUTTO DA GIOVANI, COMPRESI ESPONENTI DELLA DIASPORA EBRAICA. IN ENTRAMBI QUESTI CAMPI LA CONTRAPPOSIZIONE, SCRIVE GUIDO VIALE, È IN PARTE MASCHERATA E RESA DI DIFFICILE COMPRENSIONE DALLA PRESENZA, IN CIASCUNO DI ESSI, DI AGGREGATI SOCIALI SOVRAPPOSTI NUTRITI ANCHE DA NAZIONALISMI. QUELLO CHE È CERTO È CHE NON È PIÙ PRATICABILE, SE MAI LO È STATA, LA FORMULA DEI “DUE POPOLI DUE STATI”, NÉ LA SOLUZIONE DI UNO STATO UNICO Milano, 23 maggio 2026. Foto di Milano InMovimento (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Perché il conflitto che da ottant’anni e più oppone lo Stato di Israele alla popolazione della Palestina, fino a rivelarsi un progetto genocidiario, è al centro del destino non solo delle comunità direttamente coinvolte, ma di quello del mondo intero? Ai protagonisti diretti di quel conflitto – lo Stato di Israele e il popolo della Palestina – fanno capo due reti internazionali di solidarietà contrapposte. Una è in campo da decenni, ma è stata resa visibile soprattutto dalle mobilitazioni dette “pro Pal” degli ultimi anni – da quando, cioè, in risposta al macello del 7 ottobre  perpetrato da Hamas è stato avviato lo stermino dei gazawi da parte di Israele – con manifestazioni che si sono moltiplicate in tutto il mondo, animate soprattutto da giovani e studenti, compresi molti esponenti della diaspora ebraica. Attivisti e manifestanti che vedono nelle pratiche genocidiarie di Israele la prefigurazione e la messa a punto delle armi e dei metodi – apartheid, messa fuorilegge, confinamento, deportazioni, uccisioni di massa, legittimazione dello sterminio – con cui la maggioranza dei governi in carica si appresta – o si lascia trascinare, consciamente o inconsciamente, da una deriva senza ritorno – ad affrontare negli anni a venire il conflitto sociale. Innanzitutto quello con i migranti, destinati a crescere in misura esponenziale e gli immigrati, ma poi, e contemporaneamente, con tutti gli oppositori. Sia nei propri territori e negli ambiti della propria influenza diretta, sia in quelli delle rispettive auto-sancite “pertinenze” e, ove possibile, in tutto “il globo terracqueo”. L’altra rete di solidarietà è visibile soprattutto a livello interstatuale, nel sostegno che ogni governo continua a dare a Israele; una rete sorretta in misura crescente dagli apparati dello stato profondo – i cosiddetti servizi segreti – e dai nuovi strumenti del capitalismo della sorveglianza di cui l’apparato produttivo di Israele è una “punta di diamante” a livello mondiale. E, come ha dimostrato in un recente rapporto Francesca Albanese, sostenuta anche da una ragnatela di rapporti di collaborazione con imprese e università di tutto il mondo, in particolare nel campo della produzione bellica, della sua progettazione, spesso mascherata dal dual use (civile e militare), e della finanza. Una rete che non appare finora scalfita dalle pur ostentate violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale messe in atto dallo Stato e dall’esercito di Israele e dalle milizie iperprotette dei suoi coloni. Quella solidarietà viene giustificata con il senso di colpa e con il debito morale che l’Occidente ha contratto con la popolazione ebraica per aver partecipato attivamente alla Shoah o per l’inerzia dimostrata nei suoi confronti. Perché in entrambi questi campi la sostanza della contrapposizione è in parte mascherata e resa di difficile comprensione – come succede peraltro in tuo il mondo – dalla presenza, in ciascuno di essi, di due aggregati sociali sovrapposti, ma di confini indefiniti e variabili. In Israele, quello che nasce come identità di un popolo di profughi e migranti scampati alla Shoah e in cerca di un rifugio non solo dallo sterminio che li aveva colpiti sotto i fascismi del secolo scorso, ma anche dall’antisemitismo ancor oggi diffuso tra le destre europee e americane ben prima che trovasse un rinforzo, certamente equivoco, in una reazione indiscriminata ai crimini perpetrati da Israele in nome di tutto il giudaismo. A questo aggregato si era fin dall’inizio sovrapposta l’iniziativa di un pugno di organizzazioni terroristiche, poi fattesi Stato, che fin dalla loro nascita avevano in programma di cacciare, terrorizzandola, o deportare, se non anche sterminare, tutta la popolazione palestinese da sempre insediata nei territori che essi considerano, o ipocritamente fingono di credere, assegnati da Dio al popolo ebraico. Analogamente, in Palestina, all’aggregato generato dal risentimento per le violenze subite fin dall’insediamento di stampo coloniale dei nuovi arrivati e per le continue vessazioni quotidiane subite tra una guerra e l’altra si è andata sovrapponendo una rappresentanza che ha scambiato il sostegno fornito alla popolazione, fonte primaria del suo radicamento, con il suo coinvolgimento in una sanguinaria schermaglia di valore esclusivamente simbolico, con il solo scopo di rendere permanente la tensione fra le due comunità. Senza mai cercare la strada della convivenza sulla stessa terra di due comunità ormai presenti entrambe da più generazioni. Mentre Israele ha praticato con metodica continuità, senza mai riconoscerlo, se non recentemente, l’obiettivo di impossessarsi di tutto il territorio “dal fiume al mare”, Hamas lo ha invece apertamente proclamato, lasciando volutamente indeterminata non la sussistenza di Israele come Stato, di cui legittimamente persegue la soppressione, viste le continue violazioni della legalità di cui si è reso responsabile, ma la stessa permanenza del popolo ebraico sulla terra contesa. In questo conflitto assistiamo alla trasformazione di quello che a tutti gli effetti si può considerare un conflitto tra colonialisti e colonizzati, dominatori e dominati, e anche, con non poche eccezioni, ricchi e poveri, in una contrapposizione tra opposti nazionalismi: valvola di sfogo di tutte le destre al governo (e non solo loro) in tutti i Paesi del mondo, che ai palestinesi sostituiscono gli immigrati e le rispettive minoranze e alle vittime della Shoah i loro discendenti sostituiscono la propria vittimizzazione a opera delle sinistre, del “comunismo”, della globalizzazione, della cultura woke e via andando. Perché, viste le premesse, quel conflitto appare irrisolvibile nei termini imposti dalla forma-Stato. Non è più praticabile, se mai lo è stata, la formula dei “due popoli due Stati”, né la soluzione di uno Stato unico (e di chi? A partire dai suoi apparati militari e industriali, dei suoi territori, delle sue relazioni internazionali…). L’unica via di uscita è quella di una confederazione di comunità autonome, in parte miste, in parte etniche, anche prive di continuità territoriale, ma aperte a nuovi ingressi e nuove configurazioni, a partire da un ritorno graduale e programmato dei profughi e degli esuli palestinesi. Questa soluzione, certamente difficile anche solo da pensare nelle condizioni attuali, ma priva di alternative diverse dalla guerra permanente o dallo sterminio di un intero popolo, offre però a tutto il mondo il paradigma di una possibile soluzione dei conflitti sociali trasformati in contrapposizioni tra opposti nazionalismi: a partire dalle guerre in Ucraina, in Sudan, in Congo, in Turchia, in Iran, ecc. È su una via di uscita come questa che dovrebbe concentrarsi la riflessione a cui ci richiama il massacro in terra di Palestina. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche all’agenzia Pressenza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Perché tanto interesse per l’atroce sorte dei palestinesi? proviene da Comune-info.
May 25, 2026
Comune-info
Per un’immaginazione femminista anticoloniale: intrecciare le …
… le radici contro capitalismo e patriarcato Riprendiamo, per gentile concessione di autrice e direttore, un interessante “saggio” di Alice Salimbeni da Machina  C’è una rimozione che attraversa l’Europa – e l’Italia – come una ferita mal cicatrizzata: l’idea di essere «oltre» il colonialismo, di averlo relegato altrove, in un tempo e, soprattutto, in uno spazio che non ci riguarda