Tag - Democrazia

Dalla disuguaglianza economica alla disuguaglianza politica
Pubblicato in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, il rapporto di OXFAM mostra che in un mondo lacerato da conflitti, crisi climatica e tensioni geopolitiche e in Italia, il Paese delle fortune invertite, la disuguaglianza corre… Giovanni Caprio
Democrazia partecipativa o democrazia diretta?
È ormai da diversi anni che, nell’ambito della sinistra, si fa un gran parlare della cosiddetta “democrazia partecipativa”, mentre è calato il silenzio sulla democrazia diretta, un tempo auspicata (e spesso praticata) dal movimento operaio e contadino, oggi ormai confinata… Redazione Italia
Svizzera: il Cantone di Zurigo apre le porte alla sorveglianza biometrica di massa
Il Consiglio Cantonale di Zurigo prende una decisione controversa: per la prima volta in Svizzera, un parlamento cantonale decide che lo Stato può utilizzare il riconoscimento facciale biometrico per sorvegliare la popolazione. Il governo cantonale zurighese dovrebbe ottenere la prerogativa di poter avviare autonomamente progetti pilota. Con una decisione del 24 novembre 2025, il Cantone di Zurigo apre un nuovo capitolo della sorveglianza di massa che compromette la libertà e la democrazia in Svizzera. Chi utilizza le tecnologie digitali in questo modo contro l’integrità delle persone mina la loro fiducia nella comunità e nella democrazia. Questo tipo di sorveglianza indiscriminata e capillare è in netto contrasto con i principi fondamentali di una società democratica. Essa viola non solo il diritto alla privacy tutelato dalla Costituzione, ma anche i diritti umani garantiti a livello internazionale. Se le persone possono essere identificate o osservate in qualsiasi momento negli spazi pubblici, si verifica una grave violazione del loro diritto all’autodeterminazione informativa. La possibilità di un riconoscimento continuo ha inoltre un effetto deterrente («chilling effect»). Il diritto di esercitare diritti fondamentali come la libertà di riunione, la libertà di espressione e la libertà di movimento ne risulta notevolmente compromesso. Con questa decisione, la grande maggioranza del Consiglio Cantonale di Zurigo ha ignorato i diritti delle persone nel Cantone e ha dato al Consiglio di Stato carta bianca per inaugurare una nuova era di sorveglianza di massa invasiva. In prima lettura della revisione totale della legge sull’informazione e la protezione dei dati (IDG), il Parlamento non solo ha respinto il divieto del riconoscimento facciale, ma al contrario ha deciso di consentire esperimenti pilota di sorveglianza biometrica di massa senza un’ulteriore base giuridica. Ci auguriamo che gli elettori reagiscano a questa violazione della fiducia già al referendum di domenica prossima, votando «sì» all’iniziativa popolare «Per un diritto fondamentale all’integrità digitale» o almeno «sì» alla controproposta. In ogni caso, ci aspettiamo che il Consiglio cantonale e, successivamente, la popolazione correggano la decisione attuale. Da anni la Società Digitale si impegna a livello nazionale e internazionale per vietare il riconoscimento facciale biometrico negli spazi pubblici. In Svizzera, un’ampia coalizione sostiene che in una società libera e democratica questa tecnologia non dovrebbe venire utilizzata. L’80% degli attivisti politici di tutti i partiti è favorevole al divieto del riconoscimento facciale biometrico, come dimostra un sondaggio del 2023. Negli ultimi anni, numerosi parlamenti cantonali e comunali si sono espressi a favore del divieto della sorveglianza biometrica di massa negli spazi pubblici. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Anna Sette. Revisione di Thomas Schmid. Untergrund-Blättle
La democrazia è dissenso
Non mi pare sia stato fatto un collegamento tra alcune recenti manifestazioni studentesche di protesta (Torino, 3 ottobre 2023 e Pisa 2 marzo 2024) e i fatti di Torino: l’aggressione a “La Stampa” (ingiustificabile) e la chiusura forzata del centro sociale Askatasuna che ha interrotto improvvidamente un processo positivo di democratizzazione del dissenso. Mi sembra evidente che in tutti e tre questi casi (come in altri precedenti: gli arresti dell’anarchico Tobia Imperato e quello della militante No Tav Dana Airola) sotto attacco è stato il diritto individuale e collettivo al dissenso con l’argomento largamente usato a destra e a sinistra che l’uso della forza e della violenza ingiustificata non è tollerabile. Un argomento usato contro le violenze presunte e reali dei manifestanti ma che impegna in primo luogo lo Stato e i suoi apparati[1]. Il buon democratico sa che è inaccettabile la violenza contro giovani disarmati che si è vista sia a Torino sia a Pisa, che non è giusto, non è logico, non è tollerabile l’accerchiamento di un ragazzino o la brutalità contro inermi studenti con i manganelli che si muovono, i caschi schermati che nascondono i volti di poliziotti chiamati a tutelare la sicurezza di tutti noi senza abusare del potere che gli viene conferito dallo Stato, che l’arma più efficace a cui può ricorrere la democrazia contro la rabbia giovanile e l’arma della parola. Come Norberto Bobbio afferma nel suo aureo libretto Il futuro della democrazia, se c’è un “criterio discriminante” tra la democrazia e il dispotismo, questo è “la maggiore o minore quantità di spazio riservato al dissenso”[2]. In uno stato democratico l’intervento giudiziario non può e non deve trasformarsi in  uno strumento per garantire l’ordine pubblico. La questione, infatti, non riguarda solo alcune frange isolate e estremiste ma investe direttamente il rapporto tra i conflitti sociali e la giurisdizione. In primo piano torna il grande tema della liceità e della legittimità del dissenso, che può essere manifestato sia attraverso la libera espressione delle opinioni personali sia riunendosi in associazioni legalmente riconosciute, sia promuovendo manifestazioni pubbliche più o meno di massa. Sta qui la differenza tra una democrazia costituzionale e una “democrazia giudiziaria”. Una libera democrazia è tale se fa vivere il dissenso. Quando il dissenso è lecito e legittimo secondo la teoria democratica? Come argomenta Norberto Bobbio in Il futuro della democrazia, il passaggio dallo stato di natura – che è uno stato polemico – allo stato civile – che è uno stato agonistico – non significa il passaggio da uno stato conflittuale a uno stato non conflittuale: la conflittualità non cessa, ciò che cambia è il modo in cui vengono risolti i conflitti. Il filosofo democratico non arriva a dire che la democrazia è “un sistema fondato non sul consenso ma sul dissenso”[3]. Tuttavia, sostiene, che “in un regime fondato sul consenso non imposto dall’alto, una qualche forma di dissenso è inevitabile, e che soltanto là dove il dissenso è libero di manifestarsi il consenso è reale, e che soltanto là dove il consenso è reale il sistema può dirsi a buon diritto democratico”[4]. Detto in breve, se nello stato polemico il dissenso può e deve essere controllato anche con la forza perché può manifestarsi in modo conflittuale e violento, nello stato agonistico – lo stato democratico è uno stato agonistico per definizione – il dissenso deve essere lasciato libero di esprimersi senza alcuna restrizione finché si esprime in modo conflittuale e nonviolento. Se poi ci si pone dal punto di vista della teoria della nonviolenza, lo stato nonviolento (e lo stato democratico è uno stato tendenzialmente nonviolento) si fonda sul dissenso e non sul consenso. La qualità di una buona democrazia si misura non dal grado del consenso ma da quello del dissenso. Il dissenso non è una manifestazione della vita democratica inevitabile e, come tale, consentita e da tollerare. Il dissenso è la via maestra per impedire il tralignamento della democrazia nell’autocrazia. L’aggiunta nonviolenta alla democrazia sta in una più ricca e variegata articolazione delle forme del dissenso individuale – il vegetarianesimo, il superamento del risentimento e della vendetta, la preghiera, la persuasione, il dialogo, l’esempio, il digiuno, la testimonianza, l’obiezione di coscienza, la non collaborazione – e del dissenso collettivo – la comunità nonviolenta, le marce, lo sciopero, il boicottaggio, il sabotaggio, la pubblicità delle iniziative, la disobbedienza civile. L’educazione al dissenso – l’educazione a dire consapevolmente di no – è “un elemento fondamentale dell’educazione civica, quando questa venga intesa non come una serie di obbedienze a ogni costo e a ogni autorità, ma come quella parte dell’educazione di sé e degli altri che ha lo scopo di preparare a partecipare nel modo meglio informato e più attivo alla complessa vita della comunità e al miglioramento continuo, senza violenza, delle sue strutture sociali e giuridiche”[5]. In una prospettiva nonviolenta la democrazia non è mai presupposta ma è sempre da verificare e, invece che il massimo consenso, lascia emergere il massimo dissenso[6].   [1] Nella parte filosofica riprendo l’articolo. Il valore del dissenso, che, per invito di Carmela Fortugno, ho scritto per il sito del CIDI-Torino, pubblicato il 30 marzo 2024 e introdotto con queste parole. “A distanza di un mese torniamo a occuparci delle proteste studentesche di Pisa e di Firenze con un testo scritto da Pietro Polito, direttore del Centro studi Piero Gobetti e filosofo della politica, il quale ci guida nell’analisi tra dissenso e democrazia a partire dal filosofo torinese Norberto Bobbio e ci propone l’educazione al dissenso nella prospettiva di Aldo Capitini”. Poi in “Volere la luna”, 4 aprile 2024, con il titolo Elogio del conflitto e del dissenso. [2] N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1984, p. 53. [3] N. Bobbio, Il futuro della democrazia, cit., p. 53. [4] Ibidem. [5] A. Capitini, Le tecniche della nonviolenza (1967), edizioni dell’asino, Roma 2009, p. 136. [6] Sui rapporti tra consenso e dissenso vedi lo speciale Si, si, No, no, “Gutenberg” – “Avvenire”, 19 dicembre 2025, pp, 1-9. Pietro Polito
Ai confini della democrazia: la Repubblica Ceca tra voto popolare e controllo presidenziale
La situazione politica in Repubblica Ceca, dopo le recenti elezioni, si presenta come un paradosso che mette in discussione i fondamenti stessi della democrazia. La netta vittoria del partito ANO, guidato da Andrej Babiš, insieme ad altri due partiti alleati, ha superato il 50% dei seggi, consentendo così di formare un nuovo governo. Tuttavia, il presidente Pavel, ex generale della NATO, solleva dubbi e preoccupazioni e ostacola la formazione del nuovo governo. I timori del presidente si concentrano su due punti principali: il primo è il presunto conflitto di interessi di Babiš, legato alla sua posizione di proprietario di un’importante azienda agroalimentare.  Ma secondo numerosi giuristi, il conflitto di interessi non sussiste, poiché la legislazione ceca lo definisce solo in relazione a settori specifici, come quello dell’informazione. Il secondo, molto più importante, è la preoccupazione che il futuro governo non rispetti pienamente le alleanze di cui la Repubblica Ceca fa parte. Per questo Pavel chiede garanzie scritte su determinate politiche, come il mantenimento dell’alleanza con la NATO e un’aderenza alle direttive dell’Unione Europea, prima di dare a Babiš il mandato per formare il nuovo governo. È fondamentale chiarire che la democrazia si fonda sul principio che i cittadini, attraverso il voto, esprimono la propria volontà. Questa volontà è ciò che legittima la creazione della linea politica del governo. Imporre, a priori, criteri o condizioni che un nuovo governo deve rispettare, contraddice il principio stesso della democrazia. Non esiste una verità pre-elettorale che possa definire quali politiche siano giuste o sbagliate; è il voto popolare a determinare il mandato di un governo. Imporre limiti o richieste specifiche su come un governo dovrebbe agire, prima ancora che venga formato, rischia di minare i principi democratici e di avvicinarsi a una forma di controllo. Non si tratta di essere pro o contro Babiš. Si tratta di capire se crediamo ancora in un principio semplice: in una democrazia il potere risiede sempre nella volontà popolare. Senza alcun dubbio ci sono forti pressioni da parte di poteri sovranazionali. Infatti se Babiš e i suoi alleati riuscissero a formare il nuovo governo, ciò potrebbe avere ripercussioni significative per l’intera Europa, portando ad un avvicinamento della Repubblica Ceca a paesi come Ungheria e Slovacchia, che seguono una linea politica divergente rispetto a Bruxelles. In conclusione, ciò che sta avvenendo in Repubblica Ceca è un chiaro esempio di ciò che sta accadendo in tutta Europa: il paradosso per cui si ostacola la democrazia per salvarla! Qualcuno ha stabilito che: * È democratico finanziare una guerra infinita in Ucraina, ma è populista e filo-russo chiedere una pace negoziata. * È democratico vendere armi ad Israele, ma  è populista e antisemita chiedere sanzioni per i suoi crimini contro l’umanità. * È democratico che la politica è sottomessa agli interessi delle banche e delle grandi multinazionali, ma è estremismo chiedere una redistribuzione della ricchezza. E quando un partito politico vince le elezioni con un programma politico “sbagliato”, viene ostacolato perché giudicato non democratico. Lo stesso accade quando un personaggio influente esprime idee “non allineate”: viene censurato ed allontanato dalla vita pubblica. In sintesi, è democratico rispettare la volontà di una minoranza “illuminata” e non rispettare la volontà della maggioranza della popolazione. In questo paradossale cammino preso dall’Europa, il prossimo passo per salvare la democrazia e proteggere le popolazioni dal populismo e dalle scelte sbagliate, sarà imporre la democrazia con una dittatura. Gerardo Femina – Europa per la Pace Gerardo Femina
L’ANPI Collinare “Aedo Violante” condanna l’attentato contro Sigfrido Ranucci: la libertà di stampa non si tocca
L’ANPI Collinare “Aedo Violante” condanna con fermezza l’attentato dinamitardo avvenuto nella notte del 17 ottobre 2025, che ha distrutto le automobili del giornalista Sigfrido Ranucci e della figlia, mettendo seriamente a rischio l’incolumità delle persone. Si tratta di un gesto che colpisce non solo simbolicamente la persona e il suo lavoro, ma che tenta di intimidire chi, attraverso il giornalismo d’inchiesta, difende la trasparenza e il diritto all’informazione. Questo episodio richiama, con preoccupante gravità, gli attacchi che la democrazia e la libertà hanno subito nel corso della storia del nostro Paese: basti pensare al periodo dello stragismo e della strategia della tensione , segnato dall’intreccio tra neofascisti , piduisti , servizi segreti deviati e mafie . Il gesto che oggi ha preso di mira un giornalista impegnato nella ricerca della verità è un’eco perversa della violenza che un tempo voleva cancellare la democrazia e il diritto alla libertà di parola, garantiti dalla nostra Costituzione nata dalla Resistenza . Come promotrici e promotori di una sezione ANPI, ma prima ancora come cittadine e cittadini, ribadiamo con forza la nostra solidarietà a Sigfrido Ranucci. Atti come questi vogliono intimidire chi denuncia, chi indaga, chi smaschera poteri occulti. Non consentiamo che il silenzio o la paura prevalgano. Sentiamo, anzi, il dovere di impegnarci ancora di più, perché siamo tra i custodi della memoria. Non possiamo dimenticare che, durante la Resistenza, molti furono vittime di attentati, persecuzioni e violenze, perché osarono resistere all’oppressione. Proprio a Napoli , le Quattro Giornate (28 settembre – 1° ottobre 1943) rappresentano un esempio straordinario di ribellione popolare contro l’occupazione nazista e lo stragismo fascista: cittadini e cittadine napoletane, con coraggio e spirito collettivo, si organizzarono per riconquistare la libertà perduta. Sappiamo che dobbiamo farci carico della memoria antifascista come impegno attivo nel presente. Le Quattro Giornate ci insegnano che la libertà va conquistata, difesa e praticata ogni giorno . Oggi come ieri, ribadiamo che l’antifascismo non è un rituale, ma un dovere civico . La Resistenza, con le sue lotte ei suoi sacrifici, è un vento che deve continuare a soffiare nelle nostre coscienze: chi tenta di spegnere una voce non potrà mai vincere su chi tiene viva la memoria e la responsabilità collettiva. Nel nostro piccolo, abbiamo organizzato un ciclo di appuntamenti denominato “Memoria Attiva” , in collaborazione con la libreria IoCiSto , durante il quale presentiamo libri che rispondono a questi obiettivi. Il prossimo incontro si terrà martedì 21 ottobre alle ore 18.00 : parleremo di Resistenza e di Antonio Amoretti , eroe delle Quattro Giornate di Napoli, insieme al figlio Francesco , ad Annamaria Carloni già senatrice della Repubblica e alla giornalista Federica Flocco . Luna Pisa Presidente della Sezione ANPI Collinare “Aedo Violante” Redazione Napoli
Napoli, redattore di VAS escluso dai “Dialoghi Mediterranei”: «Un evento blindato, poco spazio al vero dialogo»
COMUNICATO STAMPA REDATTORE DELLA RIVISTA DI VAS ESCLUSO DALLA PARTECIPAZIONE AI ‘DIALOGHI MEDITERRANEI’ DI NAPOLI In occasione dell’evento “MED Dialoghi Mediterranei” – organizzato al Palazzo Reale di Napoli, dal 15 al 17 ottobre dal Ministero degli Affari Esteri e dall’ISPI – Ermete Ferraro, membro dell’Esecutivo di VAS e referente per l’Ecopacifismo, si era regolarmente ed in anticipo accreditato, per partecipare in presenza ai lavori del vertice, in qualità di redattore e collaboratore della rivista “Nuova Verde Ambiente”. Dopo varie conferme online e con le relative credenziali, si è presentato ai varchi di accesso per ricevere il badge, ma l’accesso non è gli è stato consentito, per non meglio precisate ‘verifiche’ da parte delle autorità della Polizia di Stato che lo presidiavano. Dopo lunga attesa sotto la pioggia e varie interlocuzioni, però, non gli è stato comunque consentito di accedere ai lavori di persona, adducendo motivazioni risibili quali “la mancanza di posti a sedere”. “Come attivista ecopacifista e nonviolento e come incaricato dalla redazione del periodico di VAS – ha dichiarato Ferraro – ritengo del tutto arbitraria ed ingiustificata questa decisione, che ha impedito a una persona già accreditata di partecipare agli incontri, ma soprattutto dimostra scarsa volontà di ‘dialogo’ con voci meno allineate da parte degli organizzatori, in barba al titolo dell’evento ed al diritto d’informazione. Una città blindata ed interdetta ai non autorizzati nella sua parte più centrale, inoltre, non è affatto un segno di efficienza organizzativa e gestionale, bensì un’ulteriore prova di quella militarizzazione della società e del territorio che, da ecopacifisti, continueremo a denunciare” CONTATTI ; Cella Ermete Ferraro. 349 3414190| ermeteferraro@gmail.com |vasnapoli@libero.it Redazione Napoli
Cannes 2025. Robert De Niro, Palma d’oro onoraria, a difesa della democrazia
Robert Anthony De Niro è nato a New York nel 1943, da famiglia di origine italiana e dell’Italia oggi ha la cittadinanza. E’ considerato uno dei migliori attori della storia del cinema. Perfezionista noto per la maniacale preparazione dei suoi ruoli, ha interpretato alcuni tra i più noti, travagliati e complessi personaggi. Ha inoltre ampliato la sua carriera auto-dirigendosi in un paio di occasioni e nel 2002 ha co-fondato il Tribeca festival. Ha vinto due Premi Oscar.  Nel 2003 gli è stato assegnato il Life Achievement Award dell’ American Film Institute per il suo contributo alla storia del cinema e nel 2020 lo Screen Actors Guild Award alla carriera.  De Niro è stato insignito al Festival di Cannes  2025 della Palma d’oro onoraria alla carriera, consegnatagli dall’amico e collega Leonardo di Caprio. Conosciuto da sempre come un attore impegnato sul fronte politico, il suo discorso era atteso a Cannes. La star ha parlato appassionatamente a favore della democrazia,  con un intervento a carattere universale,  nel quale non sono mancate frecciatine dirette a Donald Trump, da lui sempre combattuto anche prima delle ultime elezioni americane. In particolare l’attore ha sottolineato i tagli al bilancio e gli attacchi a settori importanti come quelli della cultura e della ricerca scientifica, evidenziando il progetto di imporre una tassa del 100% sui film prodotti al di fuori degli Stati Uniti.  Indignato l’attore  ha affermato che la creatività non ha prezzo ma, a quanto pare, c’è chi pensa che si possa  condizionare applicando dazi doganali. “È inaccettabile” ha detto De  Niro. “Non è solo un problema americano, ma globale. Dobbiamo agire subito, senza violenza, ma con passione e determinazione. Tutti coloro che amano la libertà devono organizzarsi e protestare. Ed è anche il momento di votare quando ci sono le elezioni”. Robert De Niro ha poi elogiato il potere democratico del cinema e ricordato che gli artisti nel suo Paese lottano con tutte le loro forze. “L’arte è inclusiva” ha spiegato. “Unisce le persone. L’arte è alla ricerca della libertà, l’arte è alla ricerca della diversità. […] Ecco perché siamo una minaccia per gli autocrati e i fascisti di questo mondo. Il  festival di Cannes è la mia casa, la mia comunità” ha aggiunto. […] Stasera e nei giorni a venire dimostreremo il nostro impegno rendendo omaggio alle arti in questo festival all’insegna della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità.”     Bruna Alasia