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Il prezzo del silenzio: cosa ci dice davvero l’accordo Meta sui minori
L’accordo miliardario chiude il processo americano sulle accuse di dipendenza dei minori dalle piattaforme Meta senza ammissioni di colpa e interrompe le testimonianze. Ma dietro la cifra record resta una domanda: quando una sanzione diventa un costo prevedibile, quanto riesce davvero a cambiare il comportamento di un colosso tecnologico? Il 26 agosto Meta ha chiuso con quarantasette Stati americani, il Distretto di Columbia e alcuni territori un accordo fino a 16,68 miliardi di dollari sulle accuse di aver progettato piattaforme che creano dipendenza nei minorenni. Le azioni della società sono salite di oltre il 4% in premercato, lo stesso giorno in cui l’accordo veniva annunciato. Vale la pena partire da qui, dalla reazione della borsa, perché dice più di qualunque titolo di giornale su cosa sia realmente successo quel mercoledì a Oakland. Il processo era arrivato al settimo giorno di un calendario che ne prevedeva ancora cinque settimane. Sotto il profilo dei numeri, il 70% dell’importo, circa 12,7 miliardi di dollari, Meta lo verserà comunque, in rate distribuite su dieci anni: poco più di un miliardo l’anno, a fronte di un utile netto trimestrale che si aggira sui sedici miliardi. Il restante 30%, 5,3 miliardi, scatta solo se TikTok e YouTube accettano di sottoscrivere limiti analoghi per gli utenti minorenni, versando a loro volta cifre equivalenti agli Stati. È una clausola che protegge Meta dallo svantaggio competitivo di essere l’unica a stringere le maglie, e allo stesso tempo consegna ai procuratori generali un argomento pronto per bussare alla porta dei concorrenti. C’è un esperimento di economia comportamentale, condotto nel 1998 in dieci asili nido di Haifa dagli economisti Uri Gneezy e Aldo Rustichini, che aiuta a leggere quello che sta succedendo meglio di molte analisi giuridiche. In sei di quei dieci asili venne introdotta una multa di venti shekel per i genitori che arrivavano in ritardo a riprendere i figli. La previsione era che la multa avrebbe scoraggiato i ritardi. È successo il contrario: i ritardi sono aumentati, e sono rimasti alti anche dopo che la multa è stata tolta. Lo studio, pubblicato nel 2000 sul Journal of Legal Studies con il titolo “A Fine is a Price”, spiega il meccanismo così: finché il ritardo era percepito come una scortesia, c’era un debito morale verso l’educatrice, difficile da quantificare e spesso più pesante di venti shekel. Quando è comparsa una cifra su un cartellino, il debito morale è sparito ed è rimasta una transazione. Si può comprare mezz’ora di ritardo. E una cosa comprata non pesa più sulla coscienza. È lo schema in cui si inserisce l’accordo di Oakland. Duecento miliardi erano la richiesta iniziale degli Stati capofila, California, Colorado, Kentucky e New Jersey. Poco più di dodici sono la cifra garantita. Nessuna ammissione di colpa, nessuna sentenza, nessuna testimonianza dei vertici davanti a una giuria. Un comportamento che fino a ieri era una trasgressione da nascondere ha oggi un prezzo di listino pubblico, noto ai concorrenti e già contabilizzato nel trimestre. E come per la norma sociale svanita negli asili di Haifa, anche se domani quella clausola venisse rinegoziata o aggirata, difficilmente tornerà la percezione che progettare un prodotto per creare dipendenza nei minori sia semplicemente sbagliato, e non solo costoso. C’è una seconda partita, meno visibile nei numeri, che riguarda cosa l’accordo ha impedito di mettere agli atti. Il politologo Steven Lukes, in un libro del 1974 diventato un classico degli studi sul potere, distingueva tre facce del potere: la prima è vincere uno scontro aperto, la seconda è decidere cosa non arriva mai sul tavolo della discussione. È la seconda faccia quella che ha funzionato a Oakland. Nei sette giorni di udienze effettive, il capo di Instagram Adam Mosseri ha dovuto ammettere sotto giuramento che la funzione “Take a Break”, presentata pubblicamente come prova di attenzione al benessere degli adolescenti, era stata usata solo dall’1,8% dei minorenni, un dato che l’azienda non aveva mai reso noto, mentre in un post del 2021 rivendicava che oltre il 90% di chi la attivava la manteneva attiva, un modo elegante di tacere quanto pochi la attivassero. Interrogato se i genitori avessero avuto modo di saperlo, Mosseri ha risposto con un secco “corretto”, due volte. Nelle cinque settimane rimaste era prevista la testimonianza di Brian Boland, ex vicepresidente Meta uscito dall’azienda denunciando che gli allarmi sui danni ai minori arrivavano fino a Zuckerberg e la risposta era sempre la crescita prima della sicurezza. Il giorno stesso dell’accordo, Boland ha pubblicato un intervento intitolato “Meta ha pagato 17 miliardi per fermare un processo, non fidatevi di loro”. La sua testimonianza in aula non c’è mai stata, così come non c’è mai arrivata quella di Mark Zuckerberg, atteso nelle settimane successive. Non è la prima volta che questa sequenza si ripete. A luglio 2025, in Delaware, un gruppo di azionisti aveva citato Zuckerberg, Sheryl Sandberg, Peter Thiel, Marc Andreessen e altri consiglieri per non aver vigilato sullo scandalo Cambridge Analytica, chiedendo 8 miliardi di danni. Il processo si è fermato al secondo giorno, nell’ora stessa in cui Andreessen avrebbe dovuto testimoniare. L’accordo, reso pubblico solo mesi dopo, valeva 190 milioni di dollari, il 3% circa della richiesta iniziale, pagati non di tasca propria dai dirigenti ma dalla polizza assicurativa che copre gli amministratori. Nessuna deposizione, nessun verbale, nessuna sentenza su chi sapesse cosa e da quando. A questi due episodi si aggiunge, a novembre 2025, il rigetto da parte del giudice federale James Boasberg della causa antitrust con cui la Federal Trade Commission sosteneva che l’acquisizione di Instagram e WhatsApp avesse costruito un monopolio illegale. In quel caso il prezzo non è stato pagato in dollari: nell’anno precedente al verdetto Meta aveva versato un milione al fondo per l’insediamento di Trump, sostituito il responsabile delle policy globali con un lobbista repubblicano e chiuso il programma di fact-checking indipendente. Il verdetto è arrivato comunque nel merito, da un giudice nominato da Obama, ma il terreno politico intorno alla causa era stato nel frattempo reso più favorevole. C’è infine un aspetto dell’accordo del 26 agosto che la stampa italiana ha in gran parte ignorato, ed è quello che riguarda più da vicino chi legge da qui. Gli impegni concreti, il tetto di due ore al giorno per i minorenni, il blocco notturno dalla mezzanotte alle sei, le notifiche silenziate a scuola, la verifica dell’età entro dodici mesi, il divieto di vendere i dati dei minori per pubblicità mirata, valgono solo negli Stati Uniti. Meno di un utente Meta su dieci nel mondo è americano. Per gli altri nove, dall’India al Brasile, dal Marocco a Napoli, nessuna di queste tutele si applica: Instagram continua ad aprirsi normalmente alle due di notte, i dati dei minorenni continuano a essere venduti per pubblicità mirata. È lo stesso schema già visto nell’industria del tabacco, pacchetti con avvertenze pesanti in Occidente e sigarette senza restrizioni altrove. Il mercato ha reagito bene il 26 agosto perché ha visto esattamente questo: un rischio da 200 miliardi, con dentro l’incognita di una giuria americana e di dirigenti che parlano sotto giuramento davanti a una telecamera, trasformato in una voce di costo prevedibile, rateizzata su dieci anni e già scritta nel bilancio trimestrale. La prossima volta che una cifra con dieci zeri finisce in un titolo di giornale, forse vale la pena guardare oltre il numero, e chiedersi cosa quell’azienda abbia accettato di smettere di fare, per quanto tempo, e soprattutto dove. FONTI ● NPR, “Meta, states agree to $17 billion settlement in child safety trial” ● Stateline, “Meta to pay 47 states up to $17.1B in landmark child safety settlement” ● The Daily Record, “MD to net up to $327M from $16.68B Meta settlement over social media harms to children” ● Newsweek, “Meta’s $17B Child-Safety Settlement Is a Grim Bargain” ● NPR, “Instagram head Adam Mosseri testifies in defense of Meta in child safety trial” ● Reuters via The Star, “Instagram head Mosseri, at children’s addiction trial, says few teenagers knew of safety feature” ● Brian Boland, “Meta Paid $17 Billion to Stop a Trial. Do Not Trust Them.” ● Deadline, “Rob Bonta Says It’s ‘Telling’ Meta Settled In The Midst Of Trial” ● Reuters via Yahoo Finance, “Zuckerberg, Meta directors agree to $190 million settlement of shareholder privacy case” ● Insurance Journal, “Meta Settles Cambridge Analytica-Related Claims for $190 Million” ● Scott+Scott, “$190M Settlement Secured in Case Against Meta” ● Gneezy, U. e Rustichini, A., “A Fine is a Price”, Journal of Legal Studies, Vol. 29, No. 1 (2000) Francesco Russo
August 29, 2026
Pressenza
Il rischio della disinformazione sull’esito delle elezioni in Brasile
In vista delle elezioni presidenziali in Brasile, Amnesty International ha sottoposto a Facebook alcune inserzioni per verificare l’efficacia del sistema di moderazione di Meta. Più della metà delle inserzioni contenenti disinformazione sulle elezioni è stata approvata. Le altre sono state segnalate, ma non respinte esplicitamente pur se contenenti disinformazione sulle elezioni Amnesty International ha lanciato l’allarme sul rischio che, in vista delle elezioni presidenziali in Brasile del 4 ottobre, Meta potrebbe non contrastare in modo efficace la disinformazione sulle elezioni diffusa attraverso il sistema pubblicitario di Facebook. Da anni in Brasile i social media vengono utilizzati per diffondere disinformazione. Per verificare in che modo Facebook tratti la disinformazione sulle elezioni nelle inserzioni pubblicitarie, Amnesty International ha condotto un esperimento, sottoponendo alla piattaforma 15 inserzioni create appositamente e contenenti disinformazione elettorale. I contenuti andavano da accuse di brogli a messaggi che sostenevano la necessità di una presa del potere da parte dei militari. L’esperimento ha dimostrato che otto delle inserzioni presentate sono state approvate, mentre per le altre sette è stata richiesta la verifica dell’identità perché sembravano riguardare temi sociali, elezioni o politica. Non sono state dunque respinte specificamente perché contenevano disinformazione sulle elezioni. Amnesty International ha fatto in modo che questi annunci di prova non venissero pubblicati, nonostante Facebook non li avesse bloccati. “È fortemente allarmante che il sistema di moderazione di Meta non sia riuscito a intercettare più della metà delle inserzioni contenenti disinformazione sulle elezioni presentate da Amnesty International. Questo dimostra che Meta non sta facendo abbastanza per impedire che la sua piattaforma diventi un veicolo di disinformazione, continuando al tempo stesso a trarre profitto dai contenuti e dai sistemi pubblicitari che ne consentono la diffusione”, ha dichiarato Jurema Werneck, direttrice di Amnesty International Brasile. L’esperimento Amnesty International ha sottoposto a Facebook 15 inserzioni in portoghese brasiliano, destinate esclusivamente alla popolazione in età di voto in Brasile, per valutare come i sistemi di moderazione delle inserzioni della piattaforma trattassero i contenuti relativi alle elezioni in vista del voto del 4 ottobre 2026. Per fare in modo che le inserzioni rispecchiassero narrazioni elettorali effettivamente circolanti in Brasile, tra gennaio e maggio 2026 Amnesty International ha analizzato le conversazioni online e gli orientamenti espressi pubblicamente sui social media, oltre ai contenuti in lingua portoghese pubblicati sulle piattaforme Facebook e X. Quattordici inserzioni contenevano disinformazione, una era neutra. In questa analisi viene utilizzato il termine “disinformazione” secondo la terminologia usata da Amnesty International; nella costruzione e nell’analisi delle inserzioni dell’esperimento, tuttavia, è stata applicata la definizione di “misinformation” adottata da Meta. Come indicato nelle sue politiche e nei suoi Standard della community, questa definizione comprende informazioni false o inesatte, inclusi i contenuti che possono verosimilmente interferire con il funzionamento dei processi politici. Le 14 inserzioni contenenti “disinformazione” erano state pensate per riprodurre tre strategie spesso utilizzate da esponenti politici e candidati per sostenere pratiche autoritarie: la “delegittimazione elettorale”, cioè contenuti volti a minare la fiducia nelle elezioni, nei sistemi di voto o nei risultati elettorali; la “costruzione del nemico”, che presenta gli avversari politici e i tribunali come minacce per la nazione o come soggetti privi di legittimità; e l’“autoritarismo incentrato sulla sicurezza”, che presenta l’uso della forza, l’intervento militare o il governo di un uomo forte come risposte necessarie alla criminalità o al disordine politico. Alcune inserzioni erano riconducibili a una sola di queste categorie, mentre altre combinavano narrazioni appartenenti a più categorie. Tutte le inserzioni, tranne quella neutra, erano in violazione della politica di Meta sulle informazioni false, in particolare la sezione relativa alle interferenze con il voto o con i censimenti. L’inserzione neutra era stata inclusa per verificare l’obbligo imposto da Meta di confermare l’identità per tutti i contenuti relativi alle elezioni. Sette delle inserzioni elaborate da Amnesty International si basavano su affermazioni intenzionalmente fuorvianti riguardanti candidati e istituzioni elettorali, tra cui accuse secondo cui alcuni candidati stavano manipolando le elezioni e contenuti che mettevano in dubbio l’integrità del sistema di voto. Le altre sette contenevano informazioni false che avrebbero potuto interferire con la possibilità delle persone di votare, per esempio fornendo indicazioni errate su quando o come votare oppure su quali candidati partecipassero alle elezioni. L’account Facebook utilizzato per sottoporre le inserzioni non aveva completato la procedura di Meta “Conferma la tua identità”. Nell’ambito della ricerca si è scelto di non completare la verifica dell’identità, così da mantenere un account di prova neutro ed evitare che la cronologia o le attività precedenti dell’account potessero influenzare l’esito della moderazione delle inserzioni. Per ridurre il rischio che la cronologia d’uso degli account incidesse sui risultati, sono stati utilizzati account creati appositamente per la ricerca anziché account personali. Le persone che hanno condotto la ricerca non si trovavano fisicamente in Brasile e non hanno utilizzato una VPN per far apparire che le inserzioni fossero state inviate dal Brasile. Le inserzioni sono state sottoposte da Londra. Tutte le inserzioni erano programmate per essere pubblicate in una data successiva. In questo modo Amnesty International ha potuto verificare i processi di revisione delle inserzioni delle piattaforme, assicurandosi al tempo stesso che quelle eventualmente approvate potessero essere annullate prima della pubblicazione. Ciò ha impedito che venissero effettivamente diffuse e ha evitato potenziali conseguenze negative sui diritti umani o altri rischi di natura etica. Il 21 luglio 2026 Amnesty International ha scritto a Meta chiedendo una risposta alle accuse secondo cui i sistemi di moderazione pubblicitaria di Facebook non sarebbero riusciti a individuare la disinformazione sulle elezioni e sollevando preoccupazioni sull’adeguatezza dei sistemi adottati dall’azienda per individuare, valutare e mitigare i relativi rischi per i diritti umani. Al momento della pubblicazione di questo comunicato, Meta non ha ancora risposto. Risultati Facebook ha approvato otto inserzioni contenenti disinformazione e nessuna delle sette respinte è stata rifiutata esplicitamente perché conteneva disinformazione. Delle otto inserzioni contenenti disinformazione approvate per la pubblicazione, quattro rientravano esclusivamente nella categoria della “delegittimazione elettorale” e due esclusivamente in quella dell’“autoritarismo incentrato sulla sicurezza”, comprendendo anche contenuti di disinformazione che sostenevano un intervento militare o invitavano a non partecipare alle elezioni. Le altre due combinavano elementi riconducibili a tutte e tre le categorie. Le sette inserzioni respinte, tra cui quella neutra, sono state rifiutate perché considerate “inserzioni su temi sociali, elezioni o politica”. In questi casi, Gestione inserzioni di Facebook indicava che, poiché le inserzioni sembravano riguardare un tema sociale, elezioni o politica, l’account avrebbe dovuto completare la verifica dell’identità prima che potessero essere pubblicate. È importante sottolineare che questi avvisi non comunicavano che le inserzioni erano state respinte a causa del loro contenuto. Di conseguenza, non hanno permesso di capire come sarebbero state valutate se l’account avesse completato la verifica. Amnesty International ha inoltre individuato alcune carenze nelle misure di tutela applicate al momento della presentazione di inserzioni relative alle elezioni. È stato possibile sottoporre le inserzioni senza dichiarare che rientravano nelle “Categorie speciali di inserzioni” di Facebook, come previsto sia dalla legislazione elettorale brasiliana sia dalle politiche di Meta sulle inserzioni relative alle elezioni. Poiché l’account non aveva completato la verifica dell’identità, è stato inoltre possibile presentare le inserzioni senza l’indicazione “Pagato da”, che Meta richiede per i contenuti relativi alle elezioni. Si tratta di inserzioni che Facebook non avrebbe dovuto consentire di sottoporre senza una preventiva verifica dell’identità. Il fatto che le inserzioni potessero essere sottoposte da fuori del Brasile fa temere che controlli inadeguati sulla verifica e sulla trasparenza possano creare vulnerabilità sfruttabili da soggetti interni o stranieri intenzionati a influenzare i processi elettorali. La mancata applicazione degli obblighi di trasparenza previsti dalla legge elettorale e la possibilità di presentare le inserzioni da fuori del Brasile sollevano gravi preoccupazioni sul rischio che campagne di disinformazione, condotte sia da soggetti interni sia stranieri, possano interferire con i processi elettorali. Pongono inoltre interrogativi più ampi sull’adeguatezza dei sistemi di moderazione di Meta nell’individuare questi rischi. Il sistema di controllo di Meta utilizza tecnologie di intelligenza artificiale per individuare in modo proattivo nelle inserzioni contenuti potenzialmente contrari alle proprie politiche. I contenuti vengono poi valutati automaticamente oppure da persone addette alla revisione e, quando viene accertata una violazione, Meta applica le misure previste dai propri Standard della comunità, tra cui la rimozione, la limitazione o il rifiuto delle inserzioni. «L’indagine indica che i sistemi di moderazione di Facebook potrebbero non riuscire a individuare in modo affidabile i contenuti di disinformazione sulle elezioni. Sebbene Facebook abbia respinto sette delle 15 inserzioni, queste sono state segnalate in base alla politica sui temi sociali, le elezioni o la politica e non specificamente perché contenevano disinformazione elettorale. Ciò solleva gravi dubbi sul fatto che le misure di tutela adottate da Facebook in materia elettorale vengano applicate in modo coerente», ha dichiarato Ummar Bashir, ricercatore e consulente di Amnesty International su intelligenza artificiale e diritti umani. Amnesty International ha rilevato che i sistemi di moderazione di Facebook sembravano più efficaci nel riconoscere le inserzioni che descrivevano gli avversari politici come “criminali”, “traditori” o “soggetti privi di legittimità”. Per esempio, una delle inserzioni sottoposte al test affermava: “Lula [il presidente del Brasile] ruberà le elezioni”. Cinque delle sette inserzioni contenenti messaggi di questo tipo sono state respinte. Al contrario, tre delle quattro inserzioni che utilizzavano una retorica militare contraria allo stato di diritto e chiedevano che le forze armate prendessero il potere hanno superato i sistemi di moderazione di Facebook. Una di queste affermava: “Abbiamo bisogno di una rivoluzione militare, non votate alle elezioni e, se voterà meno del 50 per cento delle persone, i militari riprenderanno il potere!”. «Anziché tutelare la partecipazione elettorale, l’accesso a informazioni accurate e i diritti umani, questi sistemi rischiano di approvare contenuti dannosi», ha aggiunto Ummar Bashir. Imprese e standard sui diritti umani Secondo gli standard internazionali, le imprese hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani e di evitare di causare, contribuire a causare o essere direttamente collegate a conseguenze negative per i diritti umani. Ciò comprende l’adozione di misure proattive per individuare, prevenire e mitigare tali conseguenze. Per piattaforme come Meta, questa responsabilità comprende anche l’obbligo di garantire che le pratiche di moderazione non consentano la diffusione di contenuti falsi o inesatti che possano incidere sul diritto delle persone all’informazione e alla partecipazione alla vita pubblica. La responsabilità di rispettare i diritti umani sussiste indipendentemente dalla regolamentazione statale e richiede una valutazione continua dei rischi, trasparenza e misure efficaci per mitigarli. Il modello di business di Meta basato sulla sorveglianza si fonda sulla raccolta e sull’analisi su larga scala dei dati delle persone che utilizzano le sue piattaforme, allo scopo di mantenerne alto il coinvolgimento e consentire una pubblicità altamente mirata. Le inserzioni vengono mostrate sulla base di una complessa combinazione di caratteristiche del profilo, tra cui la posizione geografica, i dati demografici, gli interessi e il comportamento online. La possibilità offerta da Meta agli inserzionisti di utilizzare strumenti sofisticati di previsione e microtargeting è un elemento centrale di questo modello. Nel primo trimestre del 2026, il 98 per cento dei ricavi di Meta è derivato dalla pubblicità. In vista delle elezioni presidenziali in Brasile, Amnesty International chiede a Meta di garantire risorse adeguate alla moderazione dei contenuti in portoghese brasiliano, compresa l’approvazione delle inserzioni, e di rafforzare immediatamente la propria capacità di individuare e affrontare i rischi legati alle elezioni. Meta dovrebbe inoltre condurre e pubblicare una nuova procedura di dovuta diligenza sui diritti umani specifica per il Brasile, valutando in che modo i propri sistemi, compresi quelli di moderazione dei contenuti e pubblicitari, possano contribuire a creare rischi per la partecipazione e l’accesso alle informazioni, e adottare misure efficaci e trasparenti per mitigarli. «Con le elezioni ormai a poco più di cinque settimane di distanza, Meta ha ancora tempo per intervenire con urgenza sui rischi legati ai suoi sistemi di moderazione delle inserzioni e impedire che la propria piattaforma venga utilizzata per diffondere disinformazione pericolosa. Consentire che contenuti di questo tipo circolino senza controllo potrebbe indurre in errore le persone che votano, erodere la fiducia nei processi elettorali e compromettere la possibilità di esercitare liberamente e in modo consapevole il diritto di voto», ha dichiarato Jurema Werneck, direttrice esecutiva di Amnesty International Brasile. Ulteriori informazioni Negli ultimi anni il Brasile ha adottato diverse misure per contrastare la disinformazione sulle elezioni. In occasione delle elezioni presidenziali del 2022, l’autorità elettorale nazionale brasiliana, il Tribunale superiore elettorale, ha introdotto misure più severe che imponevano alle piattaforme online di rimuovere rapidamente informazioni false o deliberatamente decontestualizzate sui processi elettorali, prevedendo multe e la possibile sospensione delle piattaforme in caso di mancato rispetto degli obblighi. Anche l’uso dell’intelligenza artificiale è stato sottoposto a restrizioni in vista delle elezioni municipali del 2024, con l’obiettivo di prevenire la disinformazione e la manipolazione delle elezioni. Nello stesso anno, la Corte suprema brasiliana ha inoltre disposto la sospensione di X, precedentemente Twitter, dopo che l’azienda non aveva rispettato alcuni provvedimenti giudiziari, tra cui quelli relativi ad account accusati di diffondere disinformazione. Nel marzo 2026 una nuova risoluzione ha definito in modo specifico quali contenuti le piattaforme sono tenute a rimuovere, tra cui contenuti falsi o decontestualizzati riguardanti il sistema di voto elettronico, il Tribunale elettorale e altri processi elettorali. La risoluzione vieta inoltre l’uso dell’intelligenza artificiale generativa per classificare, raccomandare, suggerire o dare priorità a candidati, campagne elettorali o partiti politici. Amnesty International
August 25, 2026
Pressenza
Digital News Report Italia 2026: il complicato rapporto tra italiani e informazione giornalistica
Si affievoliscono la fiducia nei media e l’interesse per le notizie, in particolare di politica, che tuttavia italiane e italiani continuano a cercare. Quella tra gli italiani e l’informazione giornalistica è una relazione fragile e intermittente, spesso mediata da piattaforme e algoritmi e segnata da forme di consumo incidentale, in cui si accentua il “paradosso italiano” di un pubblico sempre meno appassionato e coinvolto, ma fortemente esposto al flusso informativo. È quanto certifica la terza edizione del Digital News Report Italia 2026 realizzato dal Master in giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino fondato dall’Università degli Studi di Torino e dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e gestito dal Corep -Consorzio per la Ricerca e l’Educazione Permanente di Torino. Il report curato da Alessio Cornia, Marco Ferrando, Paolo Piacenza e Celeste Satta descrive un pubblico meno appassionato e meno fiducioso, ma non indifferente; più distante da alcuni canali tradizionali, ma ancora raggiungibile; più esposto alle piattaforme, ma ancora interessato a fonti credibili, spiegazioni accessibili e relazioni informative riconoscibili. “I dati dell’indagine realizzata tra il 6 gennaio e il 20 febbraio 2026 da YouGov per il Digital News Report indicano un ulteriore indebolimento del rapporto tra italiani e informazione giornalistica – si legge nello studio – La quota di chi si dichiara ‘estremamente interessato’ alle notizie scende al 9% (era il 10% nel 2025), mentre quella di chi si dice ‘molto interessato’ cala dal 28% al 25%. A crescere è invece la fascia di chi si considera ‘abbastanza interessato’, che raggiunge il 49% rispetto al 46% dello scorso anno. Restano stabili al 12% coloro che si dichiarano ‘non molto interessati’, mentre crescono dal 2 al 3% le italiane e gli italiani che dicono di non essere affatto interessati alle notizie”. L’interesse per le notizie continua, in buona sostanza, a indebolirsi: quest’anno solo il 34% degli italiani si dichiara molto o estremamente interessato, contro il 74% del 2016. Resta più alto tra uomini, persone con reddito elevato, livelli di istruzione più alti e, sul piano politico, tra chi si colloca a sinistra o nel centro-sinistra. L’interesse per le notizie di politica si conferma ancora più debole: solo il 16% si dichiara molto o estremamente interessato, e l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i 48 paesi inclusi nell’indagine globale del Reuters Institute. Emerge però una parziale eccezione tra i 18-24enni, tra cui il 28% si dichiara molto o estremamente interessato alla politica, indicando una domanda giovanile di informazione politica non sempre intercettata dall’offerta attuale. L’uso dei chatbot di IA per informarsi resta ancora circoscritto: riguarda il 6% degli italiani, un’avanguardia digitale rilevante, composta soprattutto da giovani e persone con livelli di istruzione elevati. Per quanto riguarda l’uso dei social media, che torna a crescere, nonostante la bassa fiducia nelle notizie attinte da queste piattaforme, la rilevazione mostra che vengono settimanalmente impiegati per informarsi dal 45% degli italiani, 6 punti in più rispetto all’anno scorso, e come fonte principale raggiungono il 22%, dopo tre anni in cui erano stati fermi al 17%. Da Facebook, TikTok e Instagram le notizie sono spesso attinte in modo incidentale: più che perché riconoscono questi ambienti come strumenti utili per informarsi, gli utenti le leggono mentre usano le piattaforme per altri scopi. X è la piattaforma più chiaramente percepita come informativa. Tuttavia, il suo uso limitato ne riduce la centralità nella dieta informativa degli italiani. YouTube mostra un maggiore equilibrio tra fruizione incidentale e uso intenzionale per ottenere notizie. L’età incide in modo significativo sulla percezione del valore informativo delle piattaforme: gli under 35 le considerano più spesso strumenti utili per ottenere notizie. Il divario è particolarmente marcato per YouTube, considerata utile dal 65% dei più giovani contro il 40% degli over 35, confermandone il ruolo di spazio rilevante per approfondimenti e spiegazioni video. Quanto al ruolo informativo del servizio pubblico, prevale un giudizio tiepido. In Italia la quota di valutazioni positive si ferma al 23%, mentre il 45% non esprime giudizi, né positivo né negativo. Il dato colloca il nostro Paese tra i più critici nel confronto internazionale, con valutazioni negative leggermente superiori a quelle positive. I giudizi sul ruolo informativo del servizio pubblico variano soprattutto in base all’autocollocazione politica: l’apprezzamento è più basso a sinistra e più alto a destra. I giudizi positivi sono inoltre più diffusi tra chi mostra maggiore interesse per le notizie, raggiungendo il 40% tra gli ‘estremamente interessati’. Tra chi valuta positivamente il ruolo informativo del servizio pubblico, gli aspetti più riconosciuti sono la capacità di garantire a tutti l’accesso a notizie nazionali e regionali importanti (48%) e quella di fornire notizie affidabili (43%). Tra chi esprime giudizi negativi, la critica prevalente riguarda la percezione che il servizio pubblico sia influenzato da interessi politici o di altro tipo (72%): una valutazione piuttosto trasversale e nettamente più frequente rispetto ad altre criticità. https://mastergiornalismotorino.it/wp-content/uploads/2026/06/DIGITAL_NEWS_REPORT_ITALIA_2026.pdf Giovanni Caprio
June 23, 2026
Pressenza
I principi che definiscono lo “spazio digitale sicuro per i minorenni”
L’UNICEF ha accolto con favore l’accordo storico raggiunto dai ministri del G7 responsabili del digitale e della tecnologia sui principi comuni per uno spazio digitale più sicuro per i bambini: è la prima volta che le maggiori economie mondiali si allineano su un approccio condiviso alla sicurezza dei minori online. Nel documento, G7 Common Set of Principles defining a safer and more secure digital space for minors, sono enunciati i principi e specificati: * impegni in materia di sicurezza e privacy sin dalla progettazione (by design), * soluzioni di verifica dell’età efficaci, affidabili, basate sul rischio, appropriate e rispettose dei diritti, * sistemi di raccomandazione (recommender systems) che privilegiano la sicurezza e il benessere dei bambini rispetto al coinvolgimento, * un intervento urgente contro gli abusi sessuali sui minori generati dall’intelligenza artificiale. “Questo è un momento cruciale per i bambini. Per la prima volta, le maggiori economie mondiali hanno concordato un obiettivo comune: garantire la sicurezza dei bambini online – ha dichiarato Kitty van der Heijden, vicedirettrice generale dell’UNICEF – Ciò che conta ora è trasformare questi principi ambiziosi in obblighi concreti per le aziende le cui scelte di progettazione e governance plasmano le esperienze quotidiane dei bambini, e farlo rapidamente. I pericoli online non sono inevitabili, sono il risultato di scelte di progettazione e governance, e tali scelte possono essere modificate. Siamo stati troppo lenti con i social media. Con l’IA già presente nei feed e nelle aule dei bambini, abbiamo una finestra di opportunità ristretta per agire nel modo giusto, integrando la sicurezza fin dall’inizio, non aggiungendola a posteriori”. Con oltre 100 milioni di bambini che vivono nei paesi del G7 e altri miliardi che utilizzano piattaforme plasmate da questi mercati, l’accordo offre un’occasione unica per garantire tutele a ogni bambino. L’UNICEF invita ora i membri del G7 e l’industria a passare rapidamente dai principi all’azione, pubblicando e attuando il piano di implementazione concordato con scadenze chiare e responsabilità definite. Con la più ampia base di dati al mondo sui danni online, l’UNICEF è pronta a sostenere i governi, l’industria e i partner nel trasformare questo accordo in un cambiamento concreto per i bambini. In vista degli incontri, l’UNICEF ha fornito ai ministri dati globali sui danni online e sulle risposte efficaci. UNICEF
June 2, 2026
Pressenza
Le varie eredità di Michela Murgia
Da Zephorum alla proposta di Stefano Feltri e Christian Raimo per un dibattito sul lascito intellettuale della scrittrice e attivista sarda: come preservare la memoria Alessandro Giammei, uno dei figli d’anima di Michela Murgia, annuncia la nascita di Zephorum1, pagina web che raccoglie tutti i post e i video della scrittrice e attivista. Zephorum è una start up sarda nata
PRISONBREAK La guerra delle narrazioni: come Israele usa l’AI per fabbricare rivolte
Il 13 giugno 2025, nelle prime ore del mattino, Israele lancia la sua prima grande campagna di bombardamenti contro l’Iran. Colpisce siti militari, impianti nucleari, infrastrutture. In operazioni mirate elimina alti comandanti dell’apparato militare e della sicurezza iraniana, oltre a scienziati legati al programma nucleare. L’Iran risponde con missili balistici e droni. È l’inizio di quello che verrà chiamato la Guerra dei Dodici Giorni. E nel momento esatto in cui le prime bombe cadono, qualcosa di diverso accade online: una rete coordinata di account su X inizia a pubblicare in modo sincronizzato immagini e video di presunte rivolte in Iran, veicoli militari iraniani che esplodono, folla in piazza, instabilità. Contenuti preparati in anticipo, pubblicati mentre i missili erano ancora in volo. Non si tratta di propaganda spontanea. È un’operazione pianificata, documentata nei dettagli dal Citizen Lab dell’Università di Toronto nel rapporto “We Say You Want a Revolution: PRISONBREAK” (Report No. 189, ottobre 2025), elaborato insieme al ricercatore Darren Linvill della Clemson University. Una rete di oltre cinquanta profili inautentici su X, creata nel 2023 ma attivata massicciamente dal gennaio 2025, coordinata con precisione militare con le operazioni delle IDF. Il Citizen Lab, dopo aver sistematicamente escluso spiegazioni alternative, ha concluso che l’ipotesi più coerente con le evidenze disponibili è che un’agenzia non identificata del governo israeliano — o un subappaltatore che lavora sotto la sua stretta supervisione — stia conducendo direttamente l’operazione. COME FUNZIONA PRISONBREAK L’obiettivo dichiarato della campagna, ricostruito dall’analisi dei contenuti e delle traiettorie narrative della rete, è fomentare una rivolta contro il regime iraniano all’interno della popolazione iraniana. Non si tratta di influenzare l’opinione pubblica occidentale su Israele, né di contrastare narrativi ostili nei media internazionali. È qualcosa di più diretto: produrre una percezione di instabilità interna in Iran, sincronizzata con i momenti in cui le IDF colpiscono, per amplificare l’effetto demoralizzante degli attacchi e incoraggiare la popolazione a insorgere. Il Citizen Lab ha documentato come la rete abbia utilizzato sistematicamente immagini e video generati dall’AI, inclusi deepfake, mimando l’estetica di veri organi di informazione — tra cui BBC Persian. Uno dei contenuti più analizzati è un deepfake relativo al carcere di Evin — la prigione politica più famosa dell’Iran — pubblicato alle 11:52 ora di Teheran, pochi minuti dopo l’inizio del bombardamento israeliano sulla struttura il 23 giugno 2025. Quella preparazione anticipata è, per i ricercatori del Citizen Lab, uno degli elementi più rilevanti: nessun terzo soggetto, privo di conoscenza preventiva dei piani delle IDF, avrebbe potuto preparare quei contenuti e pubblicarli in quella finestra temporale così ristretta. Nelle prime ore del conflitto, la rete ha esortato gli iraniani a prelevare denaro dagli ATM, sostenendo che il regime stesse confiscando i risparmi dei cittadini. Circolavano video AI-generated di lunghe code agli sportelli, con figure umane distorte — un indicatore tecnico di manipolazione digitale identificato dai ricercatori forensi. La rete ha anche rilanciato il movimento simbolico #8PMCry, incoraggiando i cittadini a urlare slogan antigovernativi dai balconi, amplificato con video manipolati che fingevano di mostrare una partecipazione di massa. Alcuni account hanno impersonato media legittimi, pubblicando screenshot fasulli su presunte fughe di alti funzionari iraniani. I post della rete hanno raggiunto decine di migliaia di visualizzazioni in alcuni casi: uno solo — quello relativo al carcere di Evin — ha accumulato oltre 46.000 visualizzazioni e 3.500 like. Gli account erano attivi prevalentemente durante l’orario lavorativo israeliano e operavano principalmente da desktop anziché da dispositivi mobili: indicatori tecnici che i ricercatori hanno interpretato come coerenti con un’operazione professionalmente coordinata, non con dissenso organico iraniano. STOIC E L’INDUSTRIA ISRAELIANA DELLA DISINFORMAZIONE PRISONBREAK non è un caso isolato. Intorno a operazioni di questo tipo si è sviluppato in Israele un ecosistema commerciale strutturato: società spesso fondate da ex ufficiali militari delle forze di intelligence che operano in una zona grigia, offrendo capacità tecnologiche di manipolazione senza esplicitarle, consentendo ai clienti statali di mantenere una misura di plausibile negabilità. La società più documentata in questo ecosistema è STOIC, una società di marketing politico con sede a Tel Aviv. Nel giugno 2024, Meta e OpenAI hanno smantellato una rete di account gestita da STOIC: Meta ha rimosso 510 account Facebook e 32 account Instagram, emettendo una lettera di diffida. OpenAI ha confermato che STOIC usava i suoi modelli per generare articoli web e commenti pubblicati su Facebook, Instagram, X, YouTube e Telegram. Dopo aver pubblicato i commenti, altri account della stessa rete rispondevano con testi anch’essi generati dall’AI — creando l’illusione di un dibattito autentico. I profili fingevano di essere studenti ebrei, afroamericani o “cittadini preoccupati” nei paesi target. Le foto profilo erano spesso generate dall’AI, con alcuni account che usavano la stessa fotografia per persone nominalmente diverse. Dietro STOIC c’è un mandante pubblico documentato: il Ministero degli Affari della Diaspora israeliano, che ha finanziato l’operazione con circa 2 milioni di dollari per condurre una campagna rivolta a 128 parlamentari americani, con focus specifico sui membri democratici e afroamericani della Camera dei Rappresentanti. I contenuti includevano attacchi all’UNRWA, narrazioni volte a creare una frattura tra palestinesi e afroamericani, e materiale islamofobico rivolto al Canada. Il ministro Amichai Chikli ha negato le accuse, definendo le indagini “diffamazione”. HASBARA NELL’ERA DEGLI AGENTI C’è un termine ebraico che in Israele è di uso comune nell’ambito della comunicazione pubblica: hasbara, che significa letteralmente “spiegare”. La Direzione Nazionale per la Diplomazia Pubblica israeliana porta questo nome e coordina ufficialmente gli sforzi di proiezione narrativa di Israele all’estero. La distinzione tra promozione legittima di un punto di vista e operazione di disinformazione coordinata non è sempre netta nella percezione pubblica. Ma i criteri per distinguerle esistono: l’uso di profili inautentici, la fabbricazione di identità false, la sincronizzazione con operazioni militari, l’impiego di deepfake, la manipolazione artificiale dell’engagement sono indicatori documentati e specifici. Non si tratta di valutare le ragioni politiche di un conflitto. Si tratta di riconoscere un’infrastruttura tecnica di manipolazione dell’informazione, indipendentemente da chi la gestisce. LA GUERRA IN CUI TUTTI PRODUCONO FALSE REALTÀ Il quadro che emerge dall’analisi del conflitto Iran-Israele del 2025 è quello di un ambiente informativo in cui nessun attore è immune dalla tentazione di fabbricare realtà. Iran, Russia, reti filo-israeliane: ciascuno produce il proprio set di falsi, ciascuno con tecniche e obiettivi diversi. Questo è forse il dato più preoccupante. Non la sofisticazione tecnica degli sciami AI — che è reale e crescente. Ma il fatto che il sistema funzioni anche quando è parzialmente smascherato: perché in un ambiente in cui tutti producono falsi, anche il vero diventa sospetto. Un politico che smentisce un deepfake lo fa in un mondo in cui tutti sanno che i deepfake esistono. La smentita non ristabilisce la realtà: si aggiunge al rumore. COSA RESTA IN PIEDI Le operazioni documentate — PRISONBREAK, STOIC, CopyCop — sono state smantellate o ridimensionate nel momento in cui sono state esposte. Questo conta. Significa che la ricerca indipendente, il monitoraggio delle piattaforme, l’investigazione giornalistica hanno ancora un effetto. Il problema è la scala temporale: tra il momento in cui un’operazione viene attivata e il momento in cui viene smantellata, può passare abbastanza tempo da rendere il danno narrativo irreversibile. Resta in piedi, come sempre, la reputazione delle fonti. Un sistema che genera milioni di contenuti falsi non risponde a nessuno. Un ricercatore universitario, un giornalista investigativo, un’organizzazione come il Citizen Lab rispondono alla propria reputazione, alla comunità scientifica, al pubblico. E nel frattempo, gli sciami continuano a lavorare. FONTI (CLICCABILI) * Citizen Lab https://citizenlab.ca/2025/10/ai-enabled-io-aimed-at-overthrowing-iranian-regime/ * CyberScoop https://cyberscoop.com/citizen-lab-disinformation-campaign-israel-iran-evin-prison/ * NPR https://www.npr.org/2024/07/09/nx-s1-4994027/israel-us-online-influence-campaign-gaza * Haaretz https://www.haaretz.com/israel-news/security-aviation/2025-10-03/… Francesco Russo
May 5, 2026
Pressenza
Le fabbriche del consenso sintetico
Come gli sciami di agenti AI stanno riscrivendo la realtà Qualche anno fa, una troll farm funzionava così: un edificio pieno di persone, turni, scrivanie, lavoratori pagati per scrivere post, creare profili falsi, commentare e accendere polemiche nelle discussioni online. Era costoso, lento e, alla fine, l’impatto reale era marginale. Oggi quegli edifici esistono ancora, ma i lavoratori non scrivono più. Configurano agenti. Li istruiscono, li supervisionano, li moltiplicano. Centinaia di migliaia di agenti autonomi che fanno in un’ora quello che prima richiedeva settimane di lavoro umano. Le troll farm sono diventate AI farm, e producono contenuto sintetico su scala industriale. Non è una metafora. È la descrizione letterale di un sistema documentato. Un rapporto del febbraio 2026 del Centre for International Governance Innovation (CIGI), intitolato “From Trolls to Generative AI: Russia’s Disinformation Evolution”, racconta come reti come CopyCop — un’operazione di disinformazione collegata al GRU, l’intelligence militare russa — utilizzino versioni modificate di modelli open-source come Llama 3, installate su server propri, per trasformare articoli di stampa in propaganda politica e distribuirla attraverso centinaia di siti web falsi senza lasciare tracce. Perché i modelli girano in locale, su hardware russo, dentro confini russi, fuori da qualsiasi giurisdizione occidentale. Non c’è watermark. Non c’è log. Non c’è nessuno a cui chiedere conto. SCIAMI, NON BOT Quello a cui ci siamo abituati, negli anni, era l’automazione nel senso classico: un sistema che inviava centomila email identiche, cambiando al massimo il nome del destinatario, oppure pubblicava altrettanti post con variazioni minime. Automatizzava la distribuzione, ma al fondo era spam riconoscibile. Il nostro modello mentale è ancora quello: se è automatizzato, è generico; se è generico, lo riconosci. Ma questo modello è costruito su anni di esperienza in un mondo senza agenti AI. Ed è diventato obsoleto. Il paper pubblicato su Science nel gennaio 2026 con il titolo “How malicious AI swarms can threaten democracy” — firmato da un gruppo internazionale di ventidue ricercatori provenienti da ventuno istituzioni accademiche, tra cui Nick Bostrom, la Nobel per la Pace Maria Ressa e Filippo Menczer — descrive qualcosa di qualitativamente diverso: sciami coordinati di agenti AI con identità persistenti, memoria, capacità di adattarsi in tempo reale alle reazioni delle persone. Agenti pienamente autonomi, ciascuno dei quali produce contenuto originale, ciascuno diverso dall’altro, ciascuno calibrato sul contesto specifico della persona che riceve il messaggio. Non c’è più un messaggio che si diffonde: c’è un sistema che decide, istante per istante, quale messaggio produrre per quale persona. Questi sciami sfruttano due meccanismi psicologici che sono bug strutturali del modo in cui gli esseri umani formano le opinioni. Il primo si chiama bandwagon effect: tendiamo ad allinearci alle posizioni che percepiamo come maggioritarie. Il secondo è l’illusory truth: la ripetizione di un’informazione, indipendentemente dalla sua veridicità, ne aumenta la percezione di credibilità. Combinati, producono un effetto preciso: se vediamo la stessa posizione espressa da fonti diverse, in contesti diversi, con parole diverse, su piattaforme diverse, la registriamo come diffusa. E se la percepiamo come diffusa, la consideriamo più credibile. Gli sciami di agenti sfruttano entrambi i meccanismi contemporaneamente, su scala industriale, ventiquattro ore su ventiquattro. IL TARGETING CHIRURGICO C’è un’altra eredità del passato che va smontata: l’idea che le operazioni di manipolazione si rivolgano a masse indifferenziate. La vecchia profilazione demografica è superata. Questi agenti aggregano dati da fonti eterogenee in tempo reale: profili social, registri pubblici, database di dati rubati acquistabili per pochi dollari su qualsiasi marketplace del dark web. Miliardi di record personali sono già disponibili, dispersi in centinaia di violazioni accumulate negli anni. Un agente con accesso a un modello linguistico e a un paio di database di dati trafugati può produrre migliaia di pezzi di contenuto unici al giorno, ciascuno calibrato su una persona diversa. Moltiplicato per centomila agenti che lavorano in parallelo, il costo computazionale è nell’ordine di qualche centesimo di dollaro per messaggio perfettamente personalizzato. Questo sistema costruisce quello che si può chiamare consenso sintetico: l’illusione che un’opinione sia ampiamente condivisa, che una posizione sia sostenuta dalla maggioranza, quando in realtà è un singolo operatore che parla attraverso migliaia di maschere. Funziona perché la percezione del consenso è per noi, come specie, uno degli indicatori più potenti di veridicità. Non abbiamo sviluppato anticorpi contro un consenso fabbricato artificialmente a questa scala. IL PARADOSSO DELLA REGOLAZIONE La risposta regolamentare esiste, almeno in Europa. Il Regolamento sull’Intelligenza Artificiale, la bozza del Codice di Condotta per i modelli di uso generale, i meccanismi di enforcement del Digital Services Act: sono strumenti avanzati rispetto a qualsiasi altro blocco geopolitico. Gli Stati Uniti non hanno una regolamentazione federale. Ma anche il framework europeo più ambizioso ha un limite strutturale che non è tecnico, è geopolitico: gli attacchi arrivano da paesi che non rispondono a nessuna di queste regole. È possibile regolamentare le proprie piattaforme, i propri sviluppatori, le proprie aziende. Non è possibile regolamentare un edificio a San Pietroburgo, Shenzhen o Nuova Delhi dove qualcuno sta istruendo sciami di agenti su modelli open-source installati su server locali. Il paradosso è grottesco nella sua precisione: il contenuto prodotto da chi rispetta le regole è marcato, tracciato, eventualmente rimosso. Il contenuto prodotto da chi vuole causare danno è libero, non marcato e non soggetto ad alcuna giurisdizione. La regolamentazione filtra i soggetti regolati, lasciando intatto il campo agli attori che, per definizione, non intendono essere regolati. C’è poi la questione degli incentivi delle piattaforme. Documenti interni di Meta resi pubblici da Reuters nel novembre 2025 stimavano che circa il 10% dei ricavi globali di Meta nel 2024 — circa 16 miliardi di dollari — provenisse da pubblicità per truffe e prodotti vietati. Il sacrificio massimo di ricavi che Meta era disposta ad accettare per agire contro gli inserzionisti sospetti era lo 0,15% del fatturato totale: 135 milioni di dollari su 90 miliardi. Quando il modello di business di una piattaforma dipende dal volume pubblicitario, rimuovere gli annunci fraudolenti ha un costo che nessuno vuole pagare. L’UNICO ANTICORPO CHE SCALA Il rilevamento automatico dei pattern ha gli stessi limiti della regolamentazione: funziona per un tempo limitato, poi gli sciami — progettati esattamente per farlo — si adattano. Il watermarking è efficace solo per chi è disposto ad usarlo. Il fact-checking arriva sempre dopo, è sempre più lento, non raggiunge mai la stessa scala del contenuto che intende smentire. Se centinaia di migliaia di agenti coordinati diffondono un video di un politico che dice qualcosa che non ha mai detto, quel politico può smentire quanto vuole: il video è lì, milioni di persone lo hanno visto, e la smentita arriva in un mondo in cui nessuno sa più distinguere il vero dal falso. Resta un anticorpo che ha una caratteristica che nessun sistema tecnico possiede: scala alla stessa velocità della minaccia. È la consapevolezza. Un sistema che fabbrica consenso sintetico funziona solo se le persone che lo ricevono non sanno che il consenso sintetico esiste. Conoscere il meccanismo lo indebolisce. Non lo neutralizza completamente, ma riduce drasticamente l’efficacia. Un po’ come i deepfake: adesso li conosciamo, e spesso li riconosciamo. Sapere come funziona rende più difficile cascarci. Questo non significa che la consapevolezza sia sufficiente. Significa che è la condizione necessaria di qualsiasi altra risposta. E che trattare l’alfabetizzazione mediatica come un progetto scolastico secondario, invece che come infrastruttura democratica al pari di ospedali e ponti, è una scelta politica con conseguenze precise. Nel frattempo, gli sciami non aspettano. FONTI * Centre for International Governance Innovation – From Trolls to Generative AI: Russia’s Disinformation Evolution https://www.cigionline.org/publications/from-trolls-to-generative-ai-russias-disinformation-evolution/ * Science – How malicious AI swarms can threaten democracy https://doi.org/10.1126/science.adz1697 * CNBC / Reuters – dati su Meta e pubblicità fraudolente https://www.cnbc.com/2025/11/06/meta-reportedly-projected-10percent-of-2024-sales-came-from-scam-fraud-ads.html Francesco Russo
May 5, 2026
Pressenza
Le "sbarbine" digitali nella Cina urbana
La newsletter di Pieranni di questa settimana da voce a Sabrina Ardizzoni che fornisce uno spaccato della vita urbana e digitale della Cina del 2026, illustrando il fenomeno delle “giovani sbarbine” (traduzione alla Freak Antoni di Sabrina Ardizzoni). Nella newsletter c’è anche: * la nuova release di DeepSeek, * le nuove linee guida sulla neutralità carbonica * una segnalazione di una mostra a Shanghai [...] Dopo le “donne avanzo” (shengnü), le “donne virtuose” (xian qi liangmu) e la figura della “mamma tigre”, fino al recente fenomeno dei giovani “sdraiati” (tang ping), il panorama mediatico cinese continua a produrre categorie utili all’interpretazione di tensioni sociali profonde. In questo quadro si inserisce un nuovo termine, ancora poco stabilizzato ma già fortemente evocativo: quello delle jingshen xiaomei. La traduzione del termine è decisamente sfidante: unisce jingshen (spirito, vitalità, ma anche dimensione emotiva e affettiva) e xiaomei (“sorellina”, in senso affettivo o relazionale). In italiano si potrebbe rendere con “ragazze sveglie”, ma qui proporrei un’espressione gergale bolognese come “sbarbine” – ereditata dal repertorio lessico-grafico di Freak Antoni, fondatore e anima degli Skiantos, che negli anni Ottanta del secolo scorso cantavano “Mi piaccion le sbarbine”. Leggi la newsletter
Le Dita Nella Presa - Perdere il senso del Tempo
Apriamo commentando l'articolo del Tempo che alimenta lo spauracchio delle tecnologie alternative ed autogestite usate dai pericolosi cyberattivisti, e arriva a scomodare persino i remailer, tecnologia che avevamo dimenticato perfino noi. Facciamocela raccontare. Parlando di cose serie, l'Europa ha secretato i dati sui data center con il pretesto di tutelare i segreti commerciali. Torniamo su un argomento che abbiamo toccato anche qualche puntata fa, ovvero le importanti sentenze contro Meta e Youtube. Oggi diamo conto di un articolo pubblicato da Valigia Blu che, riprendendo articoli di altri analisti, critica la sentenza e gli effetti che produrrà. L'argomentazione non ci convince, ma ne diamo comunque lettura perché ci dà lo spunto per alcune riflessioni. Infine le iniziative. Martedì 21 aprile a Vivero, a Roma, Palestra digitale , dalle 18,30. “Impariamo insieme a usare strumenti e alternative che non alimentano sistemi di controllo, guerra e sorveglianza”. Un laboratorio pratico organizzato con Avana e il gruppo di ricerca C.I.R.C.E., da Rotta Genuina e Vivèro, per rimettere le mani sul digitale e sperimentare alternative concrete alle piattaforme delle Big Tech. Ascolta la puntata nel sito di Radio Ondarossa
Perdere il senso del Tempo (1/4: Puntata completa)
Apriamo commentando l'articolo del Tempo che alimenta lo spauracchio delle tecnologie alternative ed autogestite usate dai pericolosi cyberattivisti, e arriva a scomodare persino i remailer, tecnologia che avevamo dimenticato perfino noi. Facciamocela raccontare. Parlando di cose serie, l'Europa ha secretato i dati sui data center con il pretesto di tutelare i segreti commerciali. Torniamo su un argomento che abbiamo toccato anche qualche puntata fa, ovvero le importanti sentenze contro Meta e Youtube. Oggi diamo conto di un articolo pubblicato da Valigia Blu che, riprendendo articoli di altri analisti, critica la sentenza e gli effetti che produrrà. L'argomentazione non ci convince, ma ne diamo comunque lettura perché ci dà lo spunto per alcune riflessioni.
April 19, 2026
Radio Onda Rossa