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La Rai regionale ha rimosso il servizio sull’uomo morto a Bologna durante fermo di polizia
Riceviamo e pubblichiamo un importante quanto inquietante comunicato dei giornalisti Rai e della Federazione Nazionale della Stampa Italiana. **** Morto a Bologna durante intervento di Polizia, il Tg regionale non trasmette il servizio. Il Comitato di Redazione, insieme a Usigrai, ASER e FNSI contesta la scelta della direzione Nell’edizione serale […] L'articolo La Rai regionale ha rimosso il servizio sull’uomo morto a Bologna durante fermo di polizia su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano
Liceo Vivona: un’ispezione sul niente
Luglio 2026, terminato l’anno scolastico e pubblicati gli esiti degli esami di Stato, il professor Massimo Sabbatini — docente di latino e greco al Liceo Ginnasio Statale “Francesco Vivona” di Roma — invia ai propri ex studenti un messaggio di commiato. Il rapporto docente-discente è concluso: chi riceve la lettera è, a tutti gli effetti, un cittadino maggiorenne e diplomato. Il testo, che intreccia il richiamo alla “Primavera hitleriana” di Montale e al canto XXVII del Purgatorio dantesco, invita a “restare umani” e a non dimenticare le atrocità compiute a Gaza in questi tre anni di scuola. Chiude con inviti conviviali — un cinema, uno scambio di libri, una partita a tennis — tra un ex professore e i suoi ex allievi. Il punto del messaggio più esposto alla reazione di stampa è probabilmente non il richiamo a Gaza in sé, ma la struttura graduata di responsabilità che il docente costruisce attorno all’evento. Il testo distingue esplicitamente diversi livelli di corresponsabilità: chi ha materialmente eseguito la violenza (chi ha premuto il grilletto, lanciato missili, sganciato bombe, guidato droni); l’industria bellica (chi ha prodotto e venduto armi); la classe politica (chi ha avuto responsabilità politiche); i beneficiari economici (chi ha lucrato dividendi e fatto profitti); infine gli “ignavi” — chi è rimasto a guardare senza fare nulla. È quest’ultima categoria a rendere il messaggio strutturalmente diverso da una semplice presa di posizione su un conflitto: l’indifferenza viene collocata sullo stesso piano morale dell’azione, secondo la logica — richiamata dallo stesso docente — del “più nessuno è incolpevole”. La lettera anticipa inoltre esplicitamente che alcuni dei destinatari occuperanno un giorno posizioni di potere (dirigenza d’azienda, gestione di capitali, funzioni statali o nell’Unione Europea) e li invita a interrogare, una volta arrivati lì, i propri futuri pari sul proprio comportamento presente — una domanda nominativa, riferita alla bambina palestinese Hind Rajab, che sposta il destinatario dal ruolo di spettatore a quello di potenziale futuro responsabile. Il riferimento a Montale rafforza questo impianto: i “miti carnefici” della poesia sono esecutori non riconosciuti come tali, che continuano un’esistenza normale — la “sagra” — mentre si consuma la violenza. È un’immagine che utilizza la cornice della “civiltà” per descrivere una violenza che si esercita attraverso l’indifferenza organizzata, più che attraverso la sola violenza diretta. Il richiamo del docente al canto XXVII del Purgatorio, che riguarda l’acquisizione della piena autonomia di giudizio morale da parte di Dante, si salda a questa impostazione: il messaggio non impartisce una conclusione da accettare, ma consegna agli ex studenti gli strumenti — già trasmessi in tre anni di scuola — perché siano loro a giudicare autonomamente chi, tra i soggetti elencati, porti una responsabilità. L’8 luglio Il Tempo pubblica un articolo a firma di Edoardo Sirignano, “Faziosità e indottrinamento, messaggio-comizio del prof”, basato sulla segnalazione di uno studente che chiede l’anonimato. Il pezzo non nomina né il docente né l’istituto: parla genericamente di “un professore di latino e greco di un liceo classico romano”. Nei giorni successivi, l’Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio avvia un’attività ispettiva che convoca per “accertamenti” non il solo Sabbatini, ma tutti i rappresentanti di classe delle quinte e tutti i docenti maschi dell’istituto che insegnano greco e latino. Le convocazioni, secondo quanto raccolto da testate come Domani, non specificano il motivo dell’audizione. Il dettaglio della convocazione a tappeto è, di per sé, un documento. Se l’USR avesse già individuato con certezza il docente e la scuola coinvolti, non avrebbe avuto necessità di procedere per esclusione tra i professori maschi di due materie in un solo istituto. La platea dei convocati coincide esattamente con l’universo di persone compatibili con la descrizione — volutamente vaga — fornita dall’articolo del Tempo. Ne discende, come inferenza fondata sui fatti noti ma non confermata da alcuna dichiarazione ufficiale, che l’ispezione muove dall’articolo di stampa e non da una segnalazione già circostanziata pervenuta autonomamente all’amministrazione. Resta aperta, e non esclusa dai fatti disponibili, l’ipotesi che lo stesso studente anonimo abbia presentato anche una segnalazione diretta: nessuna fonte consultata la conferma né la smentisce. L’USR Lazio, va segnalato, non ha risposto alle richieste di chiarimento avanzate dalla stampa. Il punto giuridico sollevato da docenti, studenti e dalla stessa interrogazione parlamentare presentata dall’on. Stefania Ascari (M5S) è netto: essendo il rapporto docente-discente già concluso al momento dell’invio del messaggio, non è in discussione la libertà di insegnamento (art. 33 Cost.), che presuppone un rapporto educativo in corso, bensì la libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.) di un cittadino che si rivolge ad altri cittadini. L’interrogazione richiama inoltre l’art. 34 sul diritto all’istruzione, sostenendo che il proliferare di iniziative ispettive di questo tipo produce un effetto di deterrenza sull’intera comunità scolastica: non solo su Sabbatini, ma su ogni docente che possa in futuro sentirsi dissuaso dall’affrontare temi storici, civili o internazionali per timore di conseguenze disciplinari. È la funzione di monito, più che l’esito specifico del procedimento, a costituire l’elemento politicamente rilevante: un’ispezione avviata su una comunicazione privata post-diploma comunica a tutto il corpo docente romano — e, per estensione mediatica, nazionale — quali argomenti espongono a un procedimento amministrativo. Nell’ottobre 2024 Irene Khan, Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla promozione e protezione del diritto alla libertà di opinione ed espressione, presenta all’Assemblea Generale ONU il rapporto “Global threats to freedom of expression arising from the conflict in Gaza” (A/79/319). Il documento certifica, su scala globale, un fenomeno che il caso Vivona riproduce su scala locale: repressione di proteste e dissenso, restrizioni diseguali a seconda della posizione espressa sul conflitto, ed erosione delle libertà accademiche e artistiche in un contesto politico polarizzato. Presentando il rapporto, Khan ha dichiarato che “nessun conflitto recente ha minacciato la libertà di espressione così gravemente e così ampiamente oltre i propri confini quanto Gaza”, citando come esempi la repressione delle proteste nei campus universitari statunitensi e il divieto tedesco alle manifestazioni pro-palestinesi, mai esteso a quelle pro-israeliane. Il Vivona si aggiunge a una serie di episodi già documentati dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: il procedimento disciplinare al Liceo “Augusto Righi” di Roma contro il prof. Bullara, la vicenda del Liceo “Vincenzo Monti” di Cesena sullo striscione “L’Italia agli italiani”, e i casi Modena legati al progetto “Flottilla dei bambini”. L’interrogazione Ascari amplia ulteriormente l’elenco con istituti dell’Emilia-Romagna (San Lazzaro di Savena, Bologna, Castelnovo ne’ Monti) e il Liceo “Marco Polo” di Firenze. Su tutti questi episodi si rimanda ai pezzi già pubblicati. Roberto De Vogli, nel suo libro Empatia selettiva: perché l’Occidente è rimasto a lungo indifferente al genocidio di Gaza (Aliberti, 2025), apre la propria riflessione con un’immagine paradossale: > «Immagina di vivere in un mondo in cui puoi essere perseguitato per aver detto > “non uccidete i bambini”, perché potresti ferire i sentimenti dell’assassino». > Questo slogan, apparso durante una manifestazione, non ha bisogno di > spiegazioni: racchiude non solo l’assurdità morale dei nostri tempi. Sembra la > scena di un film distopico, ambientato in una società che ha smarrito ogni > bussola etica.» È un paradosso che l’autore usa per introdurre il tema del doppio standard morale con cui l’Occidente guarda alle vittime di questo conflitto — lo stesso doppio standard che, nel caso Vivona, si manifesta nella distanza tra la sanzione minacciata a un docente per un richiamo etico e l’assenza di conseguenze analoghe per chi lo accusa pubblicamente sulla base di una fonte anonima. Il caso Vivona, letto insieme ai precedenti già documentati, mostra come il singolo esito disciplinare sia in realtà secondario rispetto alla funzione che il procedimento assolve una volta reiterato su scala nazionale. Righi, Cesena, i cinque istituti di Modena, San Lazzaro di Savena, Castelnovo ne’ Monti, Firenze, e ora il Vivona non compongono una serie di episodi isolati da valutare singolarmente, ma un pattern riconoscibile: un’ispezione ministeriale attivata su segnalazioni di stampa o politiche, indipendentemente dalla sua archiviazione o dal suo esito, produce comunque l’effetto di segnalare a docenti e dirigenti scolastici quali temi — Gaza, il diritto internazionale, la pace — comportano un rischio procedurale. Non serve una sanzione per ottenere autocensura: basta la ripetizione del meccanismo ispettivo. È questo l’elemento che rende il caso Vivona rilevante oltre la vicenda del singolo docente, e che giustifica la richiesta, avanzata nell’interrogazione Ascari, di linee guida che limitino le ispezioni all’accertamento di violazioni di legge, sottraendole al loro attuale uso come strumento di pressione preventiva sulla libertà di insegnamento e di espressione nella scuola pubblica. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università continuerà a seguire con attenzione l’evolversi della vicenda, nella convinzione che la libertà di espressione e la libertà di insegnamento — pilastri costituzionali della scuola pubblica — non possano essere sacrificate all’uso strumentale delle procedure ispettive a scopo intimidatorio e repressivo. Restiamo umani. Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Sentenza UE su Russia Today: la libera informazione diventa un crimine
Ormai la UE ha raggiunto pienamente lo stato di “democratura”, ovvero di assetto istituzionale in cui, parandosi del fatto che ogni tot anni si possono esprimere dei voti (senza poter davvero mettere bocca sulle scelte strategiche), è condotta una feroce cancellazione di diritti sociali e politici fondamentali, insieme alla criminalizzazione […] L'articolo Sentenza UE su Russia Today: la libera informazione diventa un crimine su Contropiano.
July 6, 2026
Contropiano
Cecchini contro bambini a Gaza: la notizia è invisibile
I “vigili della libertà”, giusto un po’ ciechi Di solito, i premi giornalistici hanno grande risonanza sui media italiani. Si tratta in larghissima parte di riconoscimenti che colleghi attribuiscono ad altri colleghi, un po’ sempre quelli, a dirla tutta, e anche i titoli si somigliano: Taldeitali giornalista dell’anno! Pinco Pallino […] L'articolo Cecchini contro bambini a Gaza: la notizia è invisibile su Contropiano.
July 2, 2026
Contropiano
Israele ha chiesto a Facebook di censurare i contenuti relativi alla guerra contro l’Iran
I documenti aziendali esaminati da The Intercept mostrano che Israele ha sollecitato Facebook e Instagram a rimuovere i post a sostegno dell’Iran. Dai registri aziendali emerge che Israele ha chiesto a Meta di rimuovere da Facebook e Instagram i post che esprimevano sostegno all’Iran, opposizione a Israele e persino immagini […] L'articolo Israele ha chiesto a Facebook di censurare i contenuti relativi alla guerra contro l’Iran su Contropiano.
June 23, 2026
Contropiano
[Ora di buco] Il primato educativo (1/2: trasmissione intera)
Il Senato ha approvato in via definitiva la legge Valditara, ovvero i tre articoli delle “Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico” che impongono il divieto di parlare di "sessualità" nella scuola dell'infanzia e primaria, mentre nelle scuole medie e superiori sarà obbligatorio il cosiddetto "consenso informato preventivo" dei genitori dell* student*. In sostanza, in nome del primato educativo della famiglia sulla scuola, questo governo mette una pietra tombale sui progetti e sulle lezioni di educazione all'affettività. Valditara commenta sul Giornale "Tuteliamo i bambini dalla confusione della propaganda gender", Provita&famiglia esulta. Corrispondenza con una rappresentante di CUB Sur di Torino in difesa di una docente di un istituto torinese che, sul proprio stato privato di whattsapp, aveva postato a gennaio la foto di Meloni con un poliziotto in ospedale con un collarino. Un contatto fake ha diffuso lo stato, inviandolo al ministero, e l'Usr ha delegato la dirigente scolastica ad avviare un procedimento disciplinare, concluso dalla stessa con sanzione di censura per "imprudenza e offesa all'amministrazione pubblica". Riflessioni sull'aumento delle sanzioni al personale scolastico in tutto il paese. Commenti in studio sui docenti che non hanno denunciato penalmente i ragazzi che li avevano aggrediti in un parco a Parma e su Leonardo che con la sua Fondazione si insinua nelle case editrici (Mondadori, Rizzoli) e fa l'ingresso nella didattica. Vi segnaliamo infine l'Hackmeeting a Firenze: sabato 13 giugno si parlerà anche del Kit di autodifesa dai pappagalli stocastici nelle scuole, laboratorio nel quale si ragiona su come l’adesione acritica alle agende commerciali delle grandi aziende tecnologiche - come accade col ricatto delle risorse PNRR - possa produrre ulteriori danni poi difficilmente riparabili, e provare a dotarsi di qualche strumento per evitare di subire passivamente l'AI.
June 9, 2026
Radio Onda Rossa
La censura che non c’è: il caso De Luca e l’abuso di una parola
Libertà di espressione, critica pubblica e scelte culturali: perché il caso De Luca non può essere ridotto a una questione di censura. Ad ogni esclusione, contestazione o presa di distanza, il riflesso sembra essere sempre lo stesso: gridare alla censura. È accaduto ancora una volta con il caso di Erri De Luca e del Festival della Letteratura di Salerno, che ha deciso di non affidare allo scrittore il discorso inaugurale e di rinunciare alla sua partecipazione dopo alcune sue dichiarazioni sul conflitto di Gaza e sull’uso del termine genocidio. La decisione ha immediatamente acceso il dibattito pubblico. Sono arrivate accuse di intolleranza, appelli alla libertà di espressione e denunce di un presunto clima illiberale. Una lettura che appare più vicina alla polemica politica che a una corretta interpretazione dei fatti. Ma si tratta davvero di censura? Se vogliamo usare le parole nel loro significato preciso, la risposta è no. Negli ultimi anni il termine “censura” è diventato una delle parole più abusate del dibattito pubblico. Viene spesso utilizzato per descrivere qualsiasi forma di dissenso, critica o esclusione. Basta evocarlo perché la discussione si sposti immediatamente sul terreno della libertà negata, indipendentemente da ciò che è realmente accaduto. Eppure la censura è una cosa seria. Storicamente è stata esercitata da regimi e apparati statali per impedire la diffusione di idee, informazioni e opinioni. È la proibizione di pubblicare, parlare o comunicare liberamente. Nulla di tutto questo è accaduto a Erri De Luca. Nessuno gli ha impedito di esprimere le proprie opinioni. Nessuno ha vietato la pubblicazione dei suoi libri. Nessuno ha limitato il suo accesso allo spazio pubblico. Un festival letterario ha semplicemente deciso di non affidargli il discorso inaugurale, che rappresenta simbolicamente il biglietto da visita dell’evento e ne esprime l’identità culturale. Si può discutere se la scelta sia stata giusta o sbagliata. Ma chiamarla censura significa attribuire alle parole un significato che non hanno. Un festival letterario non è un’istituzione pubblica incaricata di garantire il diritto di parola a chiunque. È un soggetto culturale che compie scelte culturali. Invita alcuni autori e non ne invita altri. Costruisce un programma sulla base di una linea editoriale, di una sensibilità e di una visione. Lo ha sempre fatto. Se ogni mancato invito venisse considerato censura, allora qualsiasi selezione culturale dovrebbe essere interpretata come una violazione della libertà di espressione. Il problema nasce dalla crescente confusione tra piani diversi. C’è il piano della libertà di espressione, che riguarda il diritto di manifestare le proprie idee. C’è il piano della critica pubblica, che riguarda il diritto degli altri di contestarle. E c’è il piano delle scelte culturali ed editoriali, che riguarda la libertà di un festival, di un giornale o di un’istituzione culturale di decidere chi invitare e chi no. Confondere questi livelli significa svuotare il concetto stesso di censura e trasformarlo in una parola buona per descrivere qualsiasi conflitto o dissenso. In questa prospettiva la libertà di espressione finisce per essere interpretata come il diritto a essere ascoltati, invitati e sottratti a qualsiasi contestazione. Ma una democrazia non funziona così. La libertà di espressione garantisce il diritto di parlare. Non garantisce il diritto a occupare ogni palco disponibile né quello di essere accolti senza critiche. Proprio qui emerge uno degli equivoci più diffusi del nostro tempo: l’idea che ogni opinione, per il solo fatto di essere espressa, debba ricevere identica legittimazione pubblica. Una società democratica tutela il diritto di esprimere un’opinione, ma non è obbligata a considerarla fondata, condivisibile o meritevole di riconoscimento pubblico. Il dissenso è parte integrante della libertà. Nel caso di De Luca il dibattito si intreccia inevitabilmente con le sue posizioni sul conflitto israelo-palestinese. Posizioni che non rappresentano una conversione improvvisa dell’ultima ora, ma che si inseriscono in un percorso politico e intellettuale sviluppato nel tempo. Questo, tuttavia, non significa che tali idee debbano essere sottratte alla critica. La statura letteraria e intellettuale di Erri De Luca è fuori discussione. Ma il prestigio culturale non può trasformarsi in una forma di immunità morale o politica. Molti continuano a contestare l’utilizzo del termine genocidio per quanto accade a Gaza, osservando che non esiste ancora una sentenza definitiva che lo accerti sul piano giuridico. È un dato reale. Ma è altrettanto vero che la questione è stata posta al centro dell’attenzione delle principali istituzioni internazionali e continua a essere oggetto di un intenso dibattito politico, giuridico e umanitario. Al di là delle definizioni, resta una realtà difficilmente contestabile: la devastazione umanitaria di Gaza, le decine di migliaia di vittime civili, la distruzione di infrastrutture essenziali e una sofferenza collettiva che ha assunto proporzioni enormi. Di fronte a una tragedia di questa portata, minimizzare, negare o relativizzare ciò che accade espone inevitabilmente a una critica severa. Ma la critica non è censura. Questo è il punto che troppo spesso viene dimenticato. Le democrazie si fondano sulla dignità della persona, sull’uguaglianza, sulla libertà e sul rifiuto della discriminazione e della violenza. Per questa ragione le opinioni possono essere discusse, contestate e giudicate sul piano etico, culturale e politico. Essere liberi di parlare non significa essere liberi dalle conseguenze delle proprie parole. Nel caso De Luca il problema non è dunque la censura, che semplicemente non c’è stata. Il problema è la crescente incapacità di distinguere tra limitazione della libertà e conflitto delle idee. Ogni volta che utilizziamo la parola censura per descrivere una controversia culturale, ne svuotiamo il significato autentico. E finiamo per mancare di rispetto proprio a coloro che la censura l’hanno davvero subita: gli scrittori perseguitati, i giornalisti incarcerati e gli oppositori politici ridotti al silenzio. Perché la democrazia non consiste nel garantire che ogni opinione venga accettata, ma nel garantire che ogni opinione possa essere sottoposta al giudizio critico della collettività. La differenza è enorme. Gina Esposito
June 8, 2026
Pressenza
Aprilia (LT). Le commissarie censurano il ”Francesco Berardi”
Lunedì 1 giugno, ad Aprilia (Lt), si è compiuto un atto gravissimo per la libertà di parola in questa città. Le Commissarie, di nomina governativa, si sono arrogate il diritto di non rispettare l’articolo 21 della nostra Costituzione, negando l’autorizzazione al Centro Studi “Francesco Berardi” di svolgere l’ iniziativa culturale: […] L'articolo Aprilia (LT). Le commissarie censurano il ”Francesco Berardi” su Contropiano.
June 4, 2026
Contropiano