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Iran, Russia e non solo: l’architettura della repressione digitale
Immagine in evidenza rielaborata con AI Mentre il conflitto si estende in Iran, dal 28 febbraio le autorità della nazione mediorientale hanno attuato una nuova chiusura di Internet, che segue quella avvenuta durante le proteste di gennaio e che sta lasciando circa 90 milioni di persone senza accesso alle comunicazioni. Secondo quanto riporta l’associazione di giornalismo investigativo Netblocks, il giorno in cui è scoppiata la guerra la connettività Internet in Iran è scesa al 4%, segnando l’inizio di un blackout che persiste tuttora e che ha ormai superato le 100 ore. Situazione blackout Internet in Iran fino al 5 marzo: fonte Netblocks.org Questo blocco si sta verificando nel bel mezzo di un conflitto armato, rendendo estremamente difficoltosa la raccolta di informazioni da parte dei giornalisti all’estero e delle organizzazioni per i diritti umani. Ad oggi i dati mostrano che l’Iran sta attraversando una sospensione totale di Internet, con la connettività che si aggira intorno all’1%. Il blocco digitale di gennaio rimane però, al momento, il più sofisticato e devastante nella storia dell’Iran, superando anche quello del 2019, che all’epoca era stato descritto dagli esperti come il più grave mai affrontato dal paese. L’8 gennaio le persone si sono ritrovate nel giro di pochi minuti impossibilitate a chiamare o inviare messaggi, sia all’interno che all’esterno dell’Iran, con Internet e le linee telefoniche completamente interrotte. Questa misura è stata adottata dalle autorità iraniane per impedire la diffusione delle notizie sul massacro compiuto dalle forze di sicurezza in risposta alle numerose proteste contro il regime e per bloccare la possibilità di coordinamento delle rivolte (secondo il Time, solo tra l’8 e il 9 gennaio potrebbero essere state uccise dalle forze di sicurezza oltre 30mila persone). Questo shutdown ha segnato una svolta radicale nel livello di censura imposto dal governo iraniano. Secondo il report IRAN: 2026 Shutdown Technical Analysis, pubblicato da FilterWach, la disconnessione di gennaio non si è limitata a bloccare l’accesso ai siti stranieri e ai social media – com’era invece successo durante la sospensione digitale del 2022, nel corso delle manifestazioni di “Donna – Vita – Libertà” – ma ha interessato anche l’intranet nazionale iraniana NIN (National Information Network: una intranet statale ispirata al Great Firewall cinese e al RuNet russo, progettata per separare l’Internet nazionale dalla rete globale), le SIM bianche (linee di telecomunicazione che eludono il sistema di filtraggio nazionale) e le linee telefoniche fisse.  Ciò ha impedito l’accesso a servizi essenziali come pagamenti, trasferimenti di denaro, piattaforme di lavoro, logistica e coordinamento sanitario, che erano invece rimasti attivi nel 2022. Questo blackout dunque è stato totale e ha interessato anche Starlink, colpito dal tentativo delle autorità iraniane di disabilitarlo, utilizzando disturbi di tipo militare diretti contro i satelliti. L’innalzamento di questo muro di censura riflette la paranoia e il timore del regime, convinto che il sistema della Repubblica islamica possa essere minacciato dalle comunicazioni tra i cittadini; di conseguenza persino delle semplici app di ridesharing o di shopping vengono considerate una potenziale minaccia.  Questa misura non è però stata priva di conseguenze per l’economia iraniana. Il 26 gennaio, il ministro delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione, Sattar Hashemi, ha comunicato che il blackout totale è costato all’economia nazionale circa 5mila miliardi di Toman al giorno. Per questo motivo, informa FilterWatch, verso metà gennaio le autorità iraniane hanno optato per l’attuazione del sistema di whitelist. DAL BLACKOUT ALLA WHITELIST Prima del blackout, i cittadini iraniani avevano bisogno di una VPN per accedere ad alcune piattaforme, siti web e app vietati e inseriti in una lista nera. Ora, con le “liste bianche”, l’approccio alla censura sembra capovolgersi, limitando ulteriormente ciò che può essere visibile e fruibile.  La whitelist è infatti un ambiente digitale restrittivo in cui l’accesso è consentito esclusivamente a un elenco predefinito e approvato di siti web, indirizzi IP o applicazioni. Tutto ciò che non è esplicitamente incluso nella lista viene bloccato. Tra le piattaforme e servizi internazionali che a metà gennaio sono stati “whitelisted”, ossia ripristinati, figurano: Google, Bing, Google Meet, Gmail, Outlook, Play Store, App Store, Apple, ChatGPT, GitHub e Google Maps. È bene però precisare che il segnale Internet non è uniforme in tutto il territorio iraniano e varia a seconda del fornitore. Per quanto riguarda i social media e le piattaforme di messaggistica, invece, Instagram, Telegram, YouTube, WhatsApp e X erano accessibili solo attraverso strumenti di elusione, presentando comunque caratteri di instabilità. L’eventualità di passare alle whitelist non è stata una decisione improvvisa, ma, al contrario, una scelta calcolata e annunciata con diverse ore di anticipo. Le analisi degli esperti di Kentik hanno dimostrato che già dalla mattina dell’8 gennaio le nuove rotte IPv6 – ovvero le informazioni che permettono a Internet di raggiungere gli indirizzi di rete – sono state ritirate, mentre la maggior parte delle vecchie rotte IPv4 è rimasta visibile all’esterno. Il mantenimento delle rotte IPv4 indica un cambiamento strategico, volto a esercitare un controllo più preciso. Questo potrebbe essere stato fatto, appunto, per limitare l’accesso esclusivamente a determinati servizi governativi selezionati attraverso whitelisting. Lo shutdown di gennaio però presenta un’altra caratteristica particolare. Oltre aver attivato le whitelist, il governo iraniano ha selezionato una serie di utenti autorizzati (media filogovernativi, università, centri di ricerca e aziende specifiche) consentendo loro una connettività limitata. A spiegare come funziona questo modello “di permessi” è stato il report di Zoomit, che ha preso come riferimento il suo uso all’interno della Camera di Commercio di Teheran.  In pratica, i commercianti sono stati obbligati a registrare fisicamente i loro biglietti da visita e gli indirizzi IP dei dispositivi, generando una “traccia digitale” che legava ogni attività a un’identità certificata. Questo processo consentiva alle autorità di sorvegliare e monitorare continuamente le azioni online dei commercianti, assicurando la tracciabilità delle operazioni per evitare attività non autorizzate o illegali. Tuttavia l’accesso a Internet risultava limitato a determinate aree fisiche dell’edificio. L’identificazione e il tracciamento presenti in questa pratica rientrano in una forma di autoritarismo digitale, confermando la natura repressiva del regime iraniano. OLTRE LA WHITELIST: IL CASO DELLA RUSSIA Il modello whitelist è diventato un potente strumento in mano ai regimi. Un altro paese che applica severe restrizioni per l’accesso a Internet e dove sono state introdotte le “liste bianche” è la Russia. Esattamente come in Iran, anche in Russia le whitelist sono state adottate per limitare perdite economiche, oltre che per evitare reazioni negative da parte dei cittadini, permettendo alle persone di continuare ad accedere a piattaforme di shopping e social media.  Tuttavia, il 20 febbraio, il regime russo ha fatto un ulteriore passo in avanti in termini di censura: è stata infatti approvata una nuova misura legislativa che consentirebbe al Servizio di sicurezza federale (FSB) di bloccare Internet all’interno del paese. In pratica questa legge conferisce al presidente Vladimir Putin il potere di decidere personalmente quando le comunicazioni online dovrebbero essere interrotte, sia a livello nazionale che in specifiche regioni, comprese le zone occupate dell’Ucraina, senza dover fornire alcuna motivazione.  La legge elimina inoltre ogni responsabilità per i fornitori di servizi Internet. Questa è solo l’ultima di una serie di misure che hanno progressivamente limitato la libertà di informazione e rafforzato il controllo statale sui contenuti online. Sempre a febbraio, le autorità russe hanno infatti tentato di bloccare completamente WhatsApp, con l’obiettivo di promuovere il servizio di messaggistica Max, controllato e sostenuto dallo Stato. In Russia, come in Iran, per attuare tali provvedimenti si usa la giustificazione che rientrano all’interno di “misure per garantire la sicurezza nazionale” dovute a conflitti o minacce esterne. In realtà, dietro questa censura si cela, in maniera nemmeno troppo implicita, la volontà di eliminare e contenere il dissenso e allargare il controllo statale. INTERNET A 2 LIVELLI E APARTHEID DIGITALE  In Iran con il blackout di gennaio l’uso delle whitelist è diventato preponderante, quasi una via preferenziale. Questo modello è però incluso in un progetto statale iraniano ben più ampio e complesso, che affonda le sue radici in politiche di controllo digitale già in atto da tempo: “l’Internet a 2 livelli”. Conosciuto con il nome di Internet-e-Tabaqati, appunto “Internet a 2 livelli” o Internet “basato su classi”, è stato ideato nel 2009, ma istituzionalizzato lo scorso luglio, quando il Consiglio Supremo del Cyberspazio dell’Iran lo ha approvato attraverso un regolamento.  In un paese come l’Iran, dove i diritti umani sono frequentemente violati, non sorprende che l’accesso a Internet sia stato quindi organizzato su base gerarchica, con il privilegio di connettersi riservato a chi appartiene a determinate classi sociali e/o professionali. Mentre la maggioranza dei cittadini viene confinata in una intranet controllata, la già citata NIN, l’accesso alla rete globale viene riservata esclusivamente a un’élite ristretta.  Senza mezzi termini si può dire che in Iran l’accesso a Internet non sia più considerato un diritto, ma un privilegio concesso dal governo. È all’interno di questa struttura che, da alcuni anni, agenzie di intelligence, operatori dei media statali, funzionari governativi, forze di sicurezza e un gruppo selezionato di individui favoriti dal regime, possono utilizzare le cosiddette “SIM bianche”, aggirando così la censura statale e accedendo a piattaforme altrimenti bloccate, quali Instagram, Telegram o WhatsApp. Questo meccanismo non solo amplifica la disuguaglianza, ma crea anche un sistema a due livelli di cittadinanza digitale, o per meglio dire di apartheid digitale. UGANDA E AFGHANISTAN, GLI ALTRI SHUTDOWN DIGITALI Mentre in Iran era in corso uno tra i più drammatici shutdown della storia, i cittadini ugandesi, pochi giorni dopo, il 13 gennaio, hanno iniziato a vivere un’esperienza simile di isolamento digitale. L’Uganda è un paese in cui, esattamente come in Iran, vige una forte repressione del dissenso; non stupisce quindi che, in concomitanza con le elezioni generali del 15 gennaio, la Commissione per le comunicazioni del governo ugandese abbia ordinato a tutti gli operatori di rete mobile e ai fornitori di servizi Internet di interrompere l’accesso pubblico alla rete nazionale, oltre che di disattivare le VPN, bloccare le chiamate internazionali in uscita dal paese e impedire l’attivazione di nuove SIM card.  Le autorità ugandesi hanno giustificato la censura citando il rischio di “disinformazione online”, “frodi elettorali” e la necessità di salvaguardare la stabilità nazionale.  Oltre alla militarizzazione dei seggi, i cittadini ugandesi sono stati impossibilitati a informarsi, comunicare e a lavorare. Il blocco digitale ha interrotto l’accesso a social media, navigazione web, streaming video, email e messaggistica, ma a differenza del blackout in Iran, i servizi essenziali come quelli sanitari, bancari, fiscali, pubblici e il portale elettorale sono rimasti attivi. Sul piano pratico questa misura ha causato enormi disagi, colpendo in particolare venditori e commercianti che utilizzano i social per promuoversi; ma anche giornalisti e insegnanti hanno subito danni: i primi non hanno potuto svolgere il loro lavoro, mentre i secondi non sono nemmeno riusciti a inviare appunti o compiti agli studenti, i quali a loro volta non hanno potuto partecipare alle lezioni online. Il blocco inoltre ha comportato un cambiamento radicale nello stile di vita di molte famiglie, che sono tornate a guardare la televisione per passare il tempo, seguendo programmi in diretta o acquistando vecchi film nei negozi. Lo shutdown è durato 5 giorni, nonostante ciò le metriche diffuse da Netblocks il 18 gennaio mostravano che l’accesso a numerose piattaforme di social media e messaggistica apparivano ancora inaccessibili.   Da quando i talebani sono ritornati al potere in Afghanistan, alle bambine con più di 12 anni è vietato ricevere qualsiasi tipo di istruzione e le lezioni online risultano perciò indispensabili. Per questo, il blackout di Internet del 29 settembre 2025, e terminato il 1° ottobre, ha suscitato gravi preoccupazioni, poiché per le donne e le ragazze afghane ha comportato un ulteriore e drammatico isolamento. Già costrette a vivere ai margini della vita pubblica, con questa misura le donne e bambine hanno subito una doppia esclusione, sia fisica che digitale. I talebani non hanno spiegato ufficialmente la loro decisione, ma la chiusura è avvenuta poche settimane dopo che il gruppo islamista estremista aveva bloccato l’accesso alla rete in fibra ottica in diverse province, giustificando la misura con timori riguardo “all’immoralità”. Mentre dunque il paese cercava di risollevarsi da un devastante terremoto di magnitudo 6, il regime dei talebani ha deciso di attuare un blocco di Internet: le conseguenze sono state devastanti con le comunicazioni di emergenza  interrotte, i voli bloccati, il sistema bancario paralizzato e l’impossibilità di accedere a siti di e-commerce e d’istruzione online, creando enormi difficoltà per tutta la popolazione. L'articolo Iran, Russia e non solo: l’architettura della repressione digitale proviene da Guerre di Rete.
March 5, 2026
Guerre di Rete
[Ora di buco] La Scuola del "senza contraddittorio" (1/3: trasmissione intera)
La trasmissione inizia con la corrispondenza di una studente del collettivo A.R.A. che racconta la censura della Dirigente del Liceo artistico "Ripetta" di Roma relativa a diverse/i ospiti invitate/i per la settimana di autogestione. Ha cancellato, in contrasto con quanto approvato dal Consiglio di istituto, attività quali "Arte e Palestina", corsi su antifascismo e la memoria di Valerio Verbano, sul teatro dell'oppresso, sul referendum costituzionale. Il motivo? "Mancanza di contraddittorio". La risposta è stata lo sciopero. Riflessioni in studio sulla sorte delle/dei 200 studenti italiane/i presenti a Dubai durante l'attacco USA-Israele all'Iran, portate lì dall'associazione WSC Italia Global Leaders per svolgere l'attività del "Model UN Diplomacy - L'Ambasciatore del Futuro", una "simulazione diplomatica".  Festeggiamo il Liceo Made in Italy con i dati ufficiali delle nuove iscrizioni: si passa dallo 0,09% allo 0,14%. Concludiamo parlando ancora di repressione: una studente minorenne del Liceo "Capponi - Machiavelli" di Firenze, attivista del collettivo, è stata segnalata ai servizi sociali perché presente ad un presidio sindacale del Sudd Cobas il giorno 8 novembre 2025 davanti alla sede del brand Patrizia Pepe. La ragazza, figlia di immigrati di origine marocchina, è stata l'unica ad essere stata segnalata a fronte di una decina di compagne/i. Uno studente del collettivo ci racconta quanto successo e ci ricorda anche la mozione di Fratelli di Italia al comune di Bagno a Ripoli con la quale hanno provato a introdurre la schedatura delle scuole come "politicamente schierata a sinistra", "ideologicamente comunista", "favorevole alle teorie lgbtq+ e/o woke", "antiamericana, antisionista, antifascista, anticattolica, antidemocratica", ovvero scuole per noi davvero bellissime. Ricordiamo domani 4 marzo, ore 17:30 l'assemblea online "La conoscenza non marcia" dell'Osservatorio contro la militarizzazione. Qui il link per partecipare.
March 3, 2026
Radio Onda Rossa
La disputa tra Agcom e Cloudflare è un assaggio del futuro della rete
Dopo anni di appelli inascoltati, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha comminato un’ammenda di 14 milioni di euro all’azienda statunitense Cloudflare. Il dibattito ha da subito assunto contorni politici e ideologici, sollevando polemiche tra chi difende la posizione del Garante italiano e chi si schiera con il Ceo di Cloudflare Matthew Prince che, peraltro, non ha usato parole di distensione per commentare l’accaduto. Restringere l’episodio alla diatriba tra Agcom e Cloudflare è limitante, perché in gioco c’è il futuro globale della rete e l’idea stessa della sua libertà. È però un valido punto di partenza per valutare i diversi punti di vista. Lo scorso 8 gennaio l’Agcom ha multato Cloudflare dopo che l’azienda ha rifiutato di abbracciare – eseguendone automaticamente gli ordini – il modo in cui l’autorità italiana combatte la pirateria online. Senza ricorrere a tecnicismi, Cloudflare offre un servizio che protegge i siti web dagli attacchi e li rende più veloci, controllando il traffico e bloccando quello sospetto. Di per sé non genera contenuti, tuttavia, può operare come rete di distribuzione dei contenuti (content delivery network) e cache, per rendere la fruizione più efficiente per gli utenti finali, svolgendo dunque un ruolo attivo nella trasmissione degli stessi.    Nello specifico, la diatriba tra l’Autorità italiana e l’azienda californiana si inserisce nel contesto del Piracy Shield, la piattaforma nazionale antipirateria gestita dall’Agcom (il famoso “antipezzotto”), il cui scopo è quello di segnalare domini web, indirizzi IP o servizi (inclusi DNS e VPN) che trasmettono in modo abusivo contenuti protetti da copyright – con enfasi sugli eventi sportivi in diretta – affinché vengano bloccati entro 30 minuti dalla segnalazione.  La piattaforma, entrata in vigore a febbraio del 2024, trova fondamento giuridico nella legge 93 del 14 luglio 2023, ribattezzata “legge antipirateria”. Il Ceo di Cloudflare Matthew Prince ha definito l’intera questione “disgustosa” sostenendo che l’Agcom abbia imposto una forma di censura di contenuti a livello globale e non solo nazionale. L’intera faccenda, in realtà, si riduce proprio a questo: a quanto si possa imporre a un operatore infrastrutturale (quale è Cloudflare) di agire senza una copertura giudiziaria, senza il tempo materiale di valutare la legalità e la proporzionalità della richiesta. Compiti che dovrebbero essere assolti da istituzioni abilitate e che invece la legge e il Piracy Shield scaricano sulle spalle di operatori privati.  COSA NON VA NEL PIRACY SHIELD Le critiche al Piracy Shield sono piovute sia in patria sia all’estero, ma vanno distinte. La necessità di bloccare la diffusione illecita di contenuti non è mai stata direttamente messa in discussione. A porre qualche riserva è il rischio di overblocking (blocco eccessivo) e i possibili impatti sulle risorse legittime. Emanuele De Lucia, Chief Intelligence Officer di Meridian Group, offre il proprio punto di vista: “Da ricercatore, più che uno scontro tra parti, osservo un disallineamento tra la velocità dell’ecosistema digitale e gli strumenti normativi attuali. Oggi le minacce, inclusa la pirateria, sono fluide: non risiedono su un server statico, ma si muovono su infrastrutture globali progettate per essere resilienti e che agiscono come enormi ‘autostrade’ per il traffico internet. Nella pratica, chiediamo ai fornitori di internet italiani (ISP) di agire da doganieri, bloccando interi camion (gli indirizzi IP) perché dentro potrebbe esserci un pacco illegale. Questo ovviamente rischia di bloccare anche la merce lecita”.  Gli impatti sulle risorse legittime sono potenzialmente disastrosi. Celebre è quanto accaduto a ottobre del 2024, quando il Piracy Shield ha bloccato per errore l’accesso a Google Drive, colpendo una percentuale significativa di utenti italiani. “Dal punto di vista tecnico, si sta cercando di risolvere una violazione di contenuto (copyright) agendo sull’infrastruttura di trasporto. È una strategia che strutturalmente e statisticamente porta al rischio di overblocking e dunque di colpire anche attività legittime – come ospedali, infrastrutture critiche o imprese – che condividono le stesse risorse di rete dei flussi illeciti”, sottolinea Emanuele De Lucia. Le voci critiche arrivano anche dall’estero. A gennaio del 2025, l’ente internazionale di lobbying tecnologico Computer & Communications Industry Association (CCIA), ha inviato una lettera alla Commissione europea criticando il Piracy Shield, che consente a chi possiede i diritti d’autore di un contenuto illecitamente diffuso di segnalare, attraverso la piattaforma Piracy Shield, gli indirizzi IP che lo trasmettono. Se la richiesta è legittima, il provider deve applicare il blocco entro 30 minuti.  La CCIA mette l’accento su due aspetti problematici. Il primo è l’esiguo tempo a disposizione, che non consentirebbe agli ISP di avviare le dovute verifiche con potenziali ricadute su servizi e utenti che nulla hanno a che fare con le violazioni lamentate. Il secondo è la mancanza di trasparenza nella procedura, che va dalla segnalazione della risorsa da bloccare al momento in cui questa viene oscurata. UNO SCUDO SPROPORZIONATO Alla luce delle critiche sollevate da più parti e dirette tanto all’Italia quanto all’Europa (nel quadro del Digital Services Act, DSA), le criticità del Piracy Shield sembrano essere più legate a questioni politiche ed economiche su larga scala che al contenimento della pirateria.  La CCIA lamenta in particolare che il Piracy Shield potrebbe essere incompatibile con l’articolo 9 del DSA, che stabilisce quali elementi devono essere inclusi negli ordini che impongono di agire contro i contenuti illegali. In sintesi, l’articolo 9 richiede che gli ordini contengano informazioni precise per identificare il contenuto illegale. Le fonti criticano il Piracy Shield poiché utilizza blocchi a livello di indirizzo IP e DNS, definiti strumenti grossolani e imprecisi che portano all’overblocking di servizi legittimi, come accaduto nel caso di Google Drive. Il Piracy Shield sarebbe inoltre sproporzionato, poiché mentre il DSA prevede che l’obbligo di segnalare sospetti reati si applichi solo agli hosting provider e solo in caso di minacce alla vita o alla sicurezza, la legge italiana estende tale obbligo a tutti gli intermediari per qualsiasi violazione del diritto d’autore, anche minima. Il mancato rispetto di questa norma in Italia può comportare, in alcuni casi, fino a un anno di reclusione, scontrandosi con i principi di necessità e proporzionalità dell’UE. Il DSA limita inoltre la responsabilità dei fornitori intermediari se non partecipano attivamente alla trasmissione o se rimuovono i contenuti una volta informati. Al contrario, le riforme italiane impongono obblighi di segnalazione generalizzati che sembrano ignorare queste tutele. C’è poi il tema della mancanza di trasparenza e del diritto all’opposizione. Il sistema italiano mancherebbe di chiari meccanismi di ricorso per le parti colpite e di protocolli di verifica robusti, elementi fondamentali nel DSA.  Infine, l’uso di blocchi a livello di IP e di DNS non è considerato in linea con i principi di proporzionalità e di libertà di espressione tutelati dal quadro normativo europeo. Il rischio è di colpire tanti per bloccare pochi, poiché più risorse web fanno potenzialmente capo al medesimo indirizzo IP. Per ridurre all’essenziale la diatriba, il Piracy Shield sarebbe stato implementato senza la notifica obbligatoria alla Commissione europea tramite la procedura TRIS (Technical Regulation Information System), aggirando il meccanismo pensato per evitare il varo di leggi nazionali incompatibili con il mercato unico e con il diritto UE. A giugno del 2025, la Commissione europea ha scritto una lettera al ministro degli Esteri Antonio Tajani, palesando alcune discrepanze tra Piracy Shield e DSA. Il timore di Bruxelles è che la piattaforma mini la libertà di espressione e informazione. IL PIRACY SHIELD E LA SPACCATURA IN SENO ALL’AGCOM La commissaria Agcom Elisa Giomi si è opposta alla multa a Cloudflare e, intervistata da Repubblica, ha spiegato: “Il rischio è chiudere un intero centro commerciale solo perché un negozio è irregolare”, riferendosi al fatto che bloccare un indirizzo IP per evitare la diffusione illegale di contenuti significa oscurare tutte le risorse collegate a quello stesso IP. Elisa Giomi ritiene che il Piracy Shield sia squilibrato sia dal punto di vista delle misure a cui conduce, sia dal punto di vista economico. La sua voce però è distante dal coro dell’Agcom. Il commissario Agcom Massimiliano Capitanio, che abbiamo provato a contattare senza fortuna, ha espresso il suo parere in un post su LinkedIn, nel quale raccoglie e condensa (soltanto) i pareri favorevoli di utenti e associazioni, per poi concludere: “La multa da 14 milioni di euro non riguarda la libertà di espressione, ma la tutela dei diritti e dei posti di lavoro saccheggiati dalla pirateria”. Di avviso praticamente identico anche il commissario Agcom Antonello Giacomelli, secondo il quale la sanzione comminata a Cloudflare non è né una forzatura né un attacco alla libertà di internet. Da una parte, i difensori del Piracy Shield che si concentrano sulle cause (la pirateria); dall’altra, i detrattori che valutano gli effetti secondari e non meno gravi che la piattaforma può causare. PERCHÉ IL CASO AGCOM VS. CLOUDFLARE METTE IN DISCUSSIONE IL FUTURO DI INTERNET Allargando il quadro, si intuisce come la radice del problema sia la difficoltà di sottoporre a leggi territoriali qualcosa che, per sua natura, è globale, cercando di incasellare in logiche nazionali internet e il traffico di dati. Questo fa della diatriba tra Agcom e Cloudflare qualcosa di molto più grande della mera lotta alla pirateria e assume i connotati di una controversia che rappresenta un nodo cruciale per il futuro di internet, sollevando questioni fondamentali sulla libertà della rete, la neutralità tecnologica e il rapporto tra sovranità nazionale e infrastrutture globali.  L’Electronic Frontier Foundation (EFF), una delle organizzazioni più autorevoli nella difesa delle libertà digitali, ha più volte evidenziato i pericoli del filtro DNS, uno strumento che può essere abusato a fini di censura e che non a caso è tanto caro ai paesi che, come Iran e Cina, esercitano il controllo sulle infrastrutture internet per sopprimere e oscurare contenuti ritenuti sconvenienti o immorali. Accettando che ogni Stato possa imporre blocchi infrastrutturali con effetti extraterritoriali, senza una cornice giuridica solida, Internet smette di essere una rete globale e diventa una collezione di giurisdizioni che vanno inevitabilmente a cozzare tra loro. Il caso Agcom vs Cloudflare è quindi un chiaro esempio dell’equilibrio claudicante tra leggi territoriali e leggi sovranazionali in riferimento a infrastrutture digitali. Anche la libertà di espressione ne esce ammaccata, se un sistema automatizzato (il Piracy Shield) si fa carico di oscurare contenuti illeciti senza meccanismi di verifica della correttezza delle segnalazioni. UN BILANCIAMENTO COMPLESSO E LE VIE PERCORRIBILI Se il Piracy Shield, di per sé, rappresenta uno strumento utile alla lotta alla pirateria, la sua messa in pratica solleva quindi più di un dubbio. Quali sono, allora, le vie percorribili? Per Emanuele De Lucia, “una delle strade percorribili è quella della cooperazione, non della coercizione. I grandi player infrastrutturali (come Cloudflare, Google o Akamai) non sono il nemico, ma parte della soluzione. Invece di imporre filtri a valle, che potrebbero impattare la connettività per tutti, servirebbe lavorare a monte con procedure di notifica e takedown rapide, che colpiscano la sorgente del contenuto e non l’autostrada su cui viaggia. L’idea è quella di andare a confiscare il ‘pacco illegale’ direttamente nel magazzino nel quale si trova, lasciando l’autostrada libera per tutti. Tecnologicamente esistono già gli strumenti (API di segnalazione, Trusted Flaggers) per farlo in pochi secondi, senza intasare la rete. In definitiva, credo che dovremmo iniziare a sviluppare strategie di contrasto che abbiano la stessa granularità delle architetture che vogliamo regolare”. Proprio mentre scriviamo, Cloudflare ha annunciato il ricorso contro la sanzione comminata dall’Agcom. Il Ceo Matthew Prince non ha attenuato i toni: “L’Agcom non capisce internet”. Una posizione che fotografa il clima di contrapposizione frontale che si è creato attorno al Piracy Shield. Per Emanuele De Lucia, però, questa dinamica di scontro non porta lontano: “Credo sia necessario un cambio di passo. In primo luogo, bisogna prendere atto che il blocco IP in questi ambienti è uno strumento  pericoloso per la stabilità della rete nazionale. La soluzione non può essere totalmente tecnica se la tecnica stessa (come l’Encrypted Client Hello o la rotazione degli IP) è disegnata per aggirare questi blocchi in pochi secondi. Ma soprattutto il muro contro muro non porta da nessuna parte”. L'articolo La disputa tra Agcom e Cloudflare è un assaggio del futuro della rete proviene da Guerre di Rete.
February 5, 2026
Guerre di Rete
Come ti censuro internet
La feroce repressione alle recenti proteste anti-governative in Iran è stata accompagnata da uno spegnimento totale della rete internet. Questo ha limitato fortemente le notizie sulle proteste, e ha riaperto il dibattito sulla censura di Internet e dei metodi per aggirarla. Per capirci qualcosa, ne parliamo con Arturo Filastò, fondatore di OONI (Open Observatory Network Interface), una comunità che misura la censura online. Nel finale parliamo del rapporto conflittuale del governo biellorusso con la comunità terribile dei radioamatori.
Tutti contro Agcom
PARAGON, ETERNIT, EPSTEIN “Report” ha rivelato un intreccio di affari, politica e servizi segreti che coinvolge il caso dell’Eternit e la rete internazionale di Jeffrey Epstein. Secondo le ricostruzioni, lo scopo dell’attività del faccendiere americano non era limitato al reclutamento di giovani donne, ma includeva operazioni di influenza politica e giudiziaria condotte in collaborazione con figure di primo piano israeliane. In particolare, l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, co-fondatore della società di software di sorveglianza Paragon e figura nota nell’orbita di Epstein, avrebbe offerto assistenza attiva al patron dell’Eternit, Stephan Schmidheiny, per influenzare il suo processo. In uno scambio di email del 2013, Barak, attraverso il suo collaboratore Avner Azulay (ex alto ufficiale del Mossad), discusse strategie di lobbying a Roma in vista di un ricorso in Cassazione di Schmidheiny, condannato per il disastro ambientale dell’amianto. L’intervento fu considerato dai collaboratori di Schmidheiny come “eccellente”. Dopo l’annullamento della condanna da parte della Cassazione nel 2014, un consigliere dell’imprenditore ringraziò calorosamente Azulay e, per suo tramite, lo stesso Barak. https://www.lastampa.it/politica/2026/01/02/news/epstein_e_quella_rete_che_porta_a_mister_eternit-15453263 TINDER PER NAZISTI Un investigatore, operando online con lo pseudonimo di Martha Root, ha esposto una rete globale di siti d’incontro per suprematisti bianchi, mettendo in luce circa 8.000 profili utente. La falla ha portato alla diffusione pubblica di oltre 100GB di dati sensibili, tra cui foto e dettagli personali. Le immagini contenevano addirittura metadati GPS, rivelando involontariamente la posizione degli utenti. L’indagine ha anche scoperto che i siti – WhiteDate, WhiteChild e WhiteDeal – sono gestiti dallo stesso estremista di destra con base in Germania, con l’obiettivo di costruire un’intera rete suprematista. https://cybernews.com/security/investigator-exposes-white-supremacist-sites-users IRAN E STARLINK Mentre le proteste continuano in Iran il governo ha raggiunto un nuovo livello di repressione digitale attuando un blackout totale di internet senza precedenti e riuscendo, per la prima volta, a neutralizzare in modo significativo il sistema satellitare Starlink, utilizzato come via di fuga per le comunicazioni durante le proteste. Le autorità hanno implementato tecniche di blocco estremamente sofisticate, di natura militare e presumibilmente fornite dalla Russia, per disturbare localmente i segnali Starlink. Questo ha creato un “patchwork” di connettività, con alcune aree completamente isolate e altre con accesso intermittente. Il disperato tentativo di controllare il flusso d’informazioni ha un costo economico enorme: secondo le stime, l’interruzione costa al Paese 1,56 milioni di dollari all’ora, per un totale già superiore a 130 milioni di dollari. https://www.forbes.com/sites/zakdoffman/2026/01/13/kill-switch-iran-shuts-down-starlink-internet-for-first-time/?streamIndex=0 AGCOM E CLOUDFLARE L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) ha inflitto una sanzione di 14 milioni di euro all’azienda tecnologica Cloudflare per non aver ottemperato a un ordine di contrasto alla pirateria online. La multa, che rappresenta l’1% del fatturato globale della società, è stata irrogata poiché Cloudflare non ha adottato le misure richieste per impedire l’accesso a contenuti pirata attraverso i suoi servizi (come la risoluzione DNS e l’instradamento del traffico di rete). L’ordine faceva parte dell’applicazione della legge antipirateria tramite la piattaforma Piracy Shield. L’Agcom sottolinea che Cloudflare gioca un ruolo strategico nella rete, poiché una larghissima percentuale dei siti oggetto di blocco utilizza proprio i suoi servizi per diffondere opere protette illecitamente. Questa decisione segnala l’intenzione dell’autorità di far rispettare rigorosamente la normativa a tutti i fornitori di servizi coinvolti, compresi quelli con sede all’estero. https://xcancel.com/eastdakota/status/2009654937303896492
StakkaStakka 4 giugno 2025 – Radio e comunità nel mondo, intervista a Francesco Diasio
  Intervista a Francesco Diasio, esperto internazionale di comunicazione per lo sviluppo presso la Food and Agriculture Organization (FAO) e autore di “Etere. Storie di radio, antenne e frequenze dal mondo” (Altreconomia). Insieme abbiamo parlato della sua esperienza nel costruire radio comunitarie in giro per il mondo e in situazioni di crisi. Discutiamo di metodi di censura e di resistenza, autogestione e ‘indipendenza. La radio come mezzo di libertà e il suo futuro. Intervista a Francesco Diasio Abbiamo poi accennato a una tecnica utilizzata da Meta e Yandex per tracciare i propri utenti su Android. [Scarica la puntata completa]
E’ tornata la censura di facebook
Facebook Censura? Buongiorno! Ad ottobre 2019 la pagina del CSOA La Strada e tutte le pagine che promuovevano contenuti a favore della resistenza curda sono state chiuse da Facebook, in alcuni casi, come nel nostro, definitivamente. Pochi giorni fa, per motivazioni simili, la pagina del CSOA La Strada è stata richiusa. Pensiamo che sia arrivato […] L'articolo E’ tornata la censura di facebook proviene da CSOA LA Strada.
March 28, 2021
CSOA LA Strada