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Campania, crescita e disuguaglianze: il rapporto Bankitalia 2025 tra economia e diritti
Una lettura del rapporto Bankitalia 2025 che mette in relazione sviluppo economico, vulnerabilità sociale e accesso effettivo ai diritti. Il rapporto della Banca d’Italia evidenzia una crescita moderata dell’economia regionale, ma anche la persistenza di forti disuguaglianze sociali e territoriali. Dal lavoro alla casa, il nodo è l’effettivo accesso ai diritti e il ruolo delle politiche pubbliche. Il rapporto della Banca d’Italia sull’economia della Campania nel 2025 restituisce l’immagine di una regione in moderata crescita, sostenuta soprattutto dai servizi e da alcuni comparti industriali, ma ancora segnata da rilevanti fragilità strutturali. Il ridimensionamento dell’edilizia privata incentivata e il crescente peso degli investimenti pubblici delineano una fase di transizione del settore delle costruzioni, mentre il mercato del lavoro mostra miglioramenti che non riescono tuttavia a ridurre in modo significativo le disuguaglianze. I dati evidenziano la presenza di un’ampia area di vulnerabilità sociale, testimoniata anche dal numero elevato di famiglie beneficiarie di misure di sostegno al reddito. In questo contesto, lavoro e accesso all’abitazione assumono una dimensione centrale anche sul piano dei diritti, incidendo concretamente sulle condizioni di vita delle persone. Il contributo propone una lettura del rapporto che mette in relazione economia, politiche pubbliche e diritti fondamentali, evidenziando come la qualità dello sviluppo non possa essere misurata soltanto in termini di crescita, ma anche nella capacità di garantire inclusione, accesso ai servizi e riduzione delle disuguaglianze territoriali. Il rapporto della Banca d’Italia sull’economia della Campania nel 2025 restituisce un quadro articolato delle dinamiche economiche regionali e consente di cogliere non soltanto l’andamento dei principali indicatori macroeconomici, ma anche le implicazioni che tali dinamiche producono sul piano sociale e territoriale. Dietro i dati sulla crescita si collocano infatti questioni centrali come il lavoro, l’accesso ai servizi, la qualità delle politiche pubbliche e, più in generale, l’effettività dei diritti. Nel primo semestre del 2025 il prodotto interno lordo regionale registra una crescita dell’1 per cento rispetto all’anno precedente, con una dinamica superiore alla media nazionale. Si tratta di un dato che segnala una certa capacità di tenuta del sistema economico campano, sostenuta in particolare dal settore dei servizi e da alcune componenti dell’industria manifatturiera. Tra queste, il comparto farmaceutico continua a rappresentare uno dei principali fattori di crescita, confermando un posizionamento competitivo ormai consolidato a livello internazionale. Allo stesso tempo, il rapporto evidenzia come altri settori, tra cui l’automotive, stiano attraversando una fase di significativa contrazione, legata sia ai processi di transizione tecnologica sia alle trasformazioni delle catene globali del valore. Il quadro che emerge è quindi quello di una crescita selettiva e non omogenea, nella quale la dinamica espansiva di alcuni comparti non riesce a compensare pienamente le difficoltà di altri. Una crescita che, pur presente, non si distribuisce in modo uniforme né tra i settori produttivi né, soprattutto, tra le diverse componenti sociali. Uno degli ambiti nei quali tali trasformazioni risultano particolarmente evidenti è il settore delle costruzioni. Negli anni precedenti, il comparto edilizio aveva beneficiato in modo rilevante degli incentivi fiscali legati al Superbonus e ad altre misure di sostegno all’edilizia privata. La progressiva riduzione di tali strumenti ha determinato una contrazione del valore degli interventi edilizi agevolati rispetto al 2024 e una diminuzione delle ore lavorate nel settore. Questo ridimensionamento non rappresenta soltanto la fine di una fase congiunturale favorevole, ma segnala una vera e propria transizione strutturale del comparto. Il rapporto evidenzia infatti come, parallelamente alla riduzione dell’edilizia privata incentivata, stia emergendo con maggiore forza il ruolo degli investimenti pubblici. La spesa degli enti locali per opere pubbliche registra un incremento significativo e interessa ambiti strategici quali le infrastrutture urbane, l’edilizia scolastica e l’edilizia residenziale. Si tratta di un cambiamento di prospettiva che attribuisce un ruolo sempre più centrale alla capacità programmatoria e attuativa delle amministrazioni pubbliche. In questo contesto, la qualità dell’azione amministrativa diventa un fattore determinante non solo per la crescita economica, ma anche per la qualità della vita delle comunità locali. La capacità di trasformare le risorse disponibili in interventi concreti incide infatti direttamente sull’accesso ai servizi, sulla vivibilità degli spazi urbani e sulle opportunità di inclusione sociale. Il mercato del lavoro regionale mostra segnali di miglioramento, con un aumento dell’occupazione e una riduzione del tasso di disoccupazione. Tuttavia, la Campania continua a presentare livelli di disoccupazione sensibilmente più elevati rispetto alla media nazionale, evidenziando la persistenza di criticità strutturali. Anche il reddito disponibile delle famiglie registra una crescita moderata. Rimane tuttavia elevato il numero di nuclei che dipendono da strumenti di sostegno pubblico: il rapporto segnala infatti la presenza di oltre 160.000 famiglie beneficiarie dell’assegno di inclusione, dato che restituisce la dimensione di un’area di vulnerabilità economica e sociale ancora molto ampia. Questi dati non rappresentano soltanto indicatori economici, ma incidono direttamente sull’esercizio concreto di diritti fondamentali. La difficoltà di accesso a un lavoro stabile e a un reddito adeguato si riflette infatti sulla possibilità per molte persone di accedere a condizioni di vita dignitose, ai servizi essenziali e a un’abitazione adeguata. In questo senso, il lavoro non rappresenta soltanto un indicatore economico, ma una condizione essenziale per l’effettiva partecipazione alla vita sociale ed economica del Paese, in coerenza con quanto previsto dall’articolo 4 della Costituzione, che riconosce il diritto al lavoro e promuove le condizioni che lo rendano effettivo. La questione abitativa rappresenta, sotto questo profilo, uno degli snodi più rilevanti. La difficoltà di accesso a un alloggio adeguato costituisce uno degli ambiti nei quali le disuguaglianze economiche si traducono in modo più evidente in disuguaglianze sociali. La precarietà abitativa incide infatti sulla stabilità dei nuclei familiari, sui percorsi educativi e lavorativi e, più in generale, sulle possibilità di inclusione. Il diritto all’abitare, pur non essendo espressamente formulato come diritto autonomo nella Costituzione italiana, trova fondamento nei principi di tutela della dignità umana e di uguaglianza sostanziale sanciti dall’articolo 3, che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. In questo contesto, le politiche abitative – e in particolare quelle relative all’edilizia residenziale pubblica – assumono un ruolo strategico nel contrasto alle disuguaglianze e nella promozione di condizioni di vita dignitose, contribuendo a rendere effettivi diritti che altrimenti rischierebbero di rimanere solo formali. Il rapporto della Banca d’Italia richiama inoltre l’attenzione sul persistente divario territoriale tra Mezzogiorno e resto del Paese. Tale divario non è soltanto economico, ma riguarda la qualità delle infrastrutture, l’accesso ai servizi e le opportunità offerte ai cittadini. In questa prospettiva, la questione territoriale assume anche una dimensione di equità e non discriminazione, ponendo il tema della garanzia di diritti uniformi sull’intero territorio nazionale. La possibilità di accedere a servizi essenziali, a opportunità lavorative e a condizioni abitative adeguate non dovrebbe infatti dipendere dal contesto geografico di appartenenza. Le implicazioni per le politiche pubbliche risultano quindi particolarmente rilevanti. Il rapporto evidenzia come lo sviluppo economico non possa essere considerato separatamente dalle condizioni sociali e come sia necessario un approccio integrato che tenga insieme crescita, inclusione e coesione territoriale. La capacità amministrativa delle istituzioni pubbliche rappresenta, in questo quadro, un fattore decisivo. La gestione degli investimenti, la programmazione degli interventi e la capacità di integrare politiche economiche e sociali costituiscono elementi centrali per il funzionamento del sistema territoriale. Il rapporto restituisce dunque non soltanto una fotografia dell’economia regionale, ma anche uno strumento di riflessione sulle trasformazioni sociali in atto e sulle responsabilità delle politiche pubbliche. La crescita economica, pur presente, non appare ancora sufficiente a garantire un miglioramento diffuso e omogeneo delle condizioni di vita. Per questo motivo, la qualità dello sviluppo non può essere misurata esclusivamente in termini di prodotto interno lordo, ma deve essere valutata anche nella capacità di tradursi in diritti effettivi, accesso ai servizi e condizioni di vita dignitose. In definitiva, i dati economici assumono un valore che va oltre la dimensione statistica, diventando uno strumento per comprendere le dinamiche sociali e per orientare scelte pubbliche capaci di incidere concretamente sulla vita delle persone, riducendo le disuguaglianze e rafforzando la coesione territoriale. Redazione Napoli
March 19, 2026
Pressenza
Le polemiche su antisionismo e antisemitismo servono a deviare l’attenzione dal genocidio palestinese
Payday men’s network segnala un testo, di critica radicale della definizione dell’antisemitismo da parte dell’IHRA, scritto da medico in pensione che appartiene alla Rete Internazionale Ebraica Anti-Sionista (IJAN). “L’ha scritta nel Regno Unito – precisa il comunicato – e rispecchia la sua attività di organizzatore tra il personale sanitario dell’NHS (Servizio Sanitario Nazionale) e prima degli attacchi di Trump/Netanhyau su Venezuela, Cuba e Iran, ma riteniamo sia utile anche per la situazione in Italia”.   La definizione di anti-semitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) è profondamente viziata e non adatta allo scopo, perché:   * È ampiamente contestata da organizzazioni palestinesi, accademici, esperti di diritti umani ed esperti ebrei di anti-semitismo.¹   * Nel 2023 oltre un centinaio di organizzazioni della società civile israeliane e internazionale hanno invitato l’ONU a respingere la definizione, affermando che «è stata spesso usata per etichettare erroneamente come anti-semita la critica a Israele e, di conseguenza, per raffreddare e talvolta sopprimere proteste, attivismo e discorsi non violenti critici verso Israele e/o il Sionismo».²   * L’estensore originario della definizione IHRA, Ken Stern, ha dichiarato: «gli Ebrei di destra la stanno trasformando in un’arma… viene usata come uno strumento grossolano per etichettare chiunque come anti-semita».³˒⁴ * La definizione equipara l’anti-sionismo (ad esempio l’opposizione all’idea di uno Stato ebraico) all’anti-semitismo (odio verso gli Ebrei come individui o come gruppo). Ciò viola anche la legge: l’anti-sionismo è ormai una convinzione protetta nel Regno Unito ai sensi dell’Equality Act.⁵ * L’IHRA afferma che criticare lo Stato di Israele definendolo un’impresa razzista sia anti-semitico. Eppure la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito nel luglio 2024 ⁶ che Israele è colpevole del crimine di apartheid, e sono in vigore decine di leggi, come la legge sullo Stato-nazione del popolo ebraico ⁷, che garantiscono la supremazia ebraica e discriminano i Palestinesi.⁸ * Le origini della definizione IHRA risalgono al 2004 e alle preoccupazioni per il cosiddetto «nuovo anti-semitismo», cioè quello legato alla critica di Israele.⁹ Sette degli undici «esempi» di anti-semitismo contenuti nella definizione riguardano critiche a Israele, a dimostrazione che lo scopo principale della definizione è proteggere lo Stato di Israele, non gli Ebrei. * La definizione promuove uno stereotipo razzista degli Ebrei come filo-israeliani, facendo riferimento allo “Stato ebraico” e al “diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione”. Ciò alimenta l’anti-semitismo, associando le azioni dello Stato israeliano a tutti gli Ebrei, quando molti Ebrei affermano che ciò che Israele sta facendo «non è a nome nostro». * La definizione IHRA non ha valore giuridico: essa stessa afferma di essere «non giuridicamente vincolante». * Una recente sentenza dell’Alta Corte del Regno Unito ⁹ ha stabilito che diversi esempi contenuti nella definizione non sono anti-semiti e che le convinzioni anti-sioniste non sono anti-semite e sono protette dalle leggi sulla libertà di espressione. Ciò indebolisce in modo sostanziale la base giuridica di eventuali procedimenti disciplinari avviati dai datori di lavoro sulla base della definizione. * L’imposizione della definizione IHRA va contro il sentimento di una larga parte dei medici britannici. Alla conferenza annuale della BMA [il sindacato dei medici nel Regno Unito] nel giugno 2025 è stata approvata a larghissima maggioranza (84% a favore, 7% contrari) una mozione che affermava che criticare le azioni dello Stato di Israele non è intrinsecamente anti-semita.¹⁰ * È quindi probabile una diffusa opposizione da parte del personale del NHS [Servizio Sanitario Nazionale nel Regno Unito] all’adozione della definizione IHRA, nonché ricorsi legali contro la sua applicazione, anche in ambito lavorativo e disciplinare. * Qualsiasi corso di formazione sull’anti-semitismo basato sulla definizione IHRA risulterà necessariamente anch’esso profondamente viziato, sia dal punto di vista della libertà di espressione sia da quello giuridico. * La definizione IHRA distoglie inoltre dalla discussione legittima su ciò che sta accadendo in Palestina, spostando l’attenzione su dibattiti su cosa sia o non sia l’anti-semitismo, quando la gente vuole parlare dei crimini di guerra, della pulizia etnica e del genocidio che stanno avvenendo in Palestina.   Riferimenti (in inglese) 1. https://www.instagram.com/reel/DImNpgYBzCV/?igsh=bHVhZHkybWJrZjRq 2. https://www.theguardian.com/news/2023/apr/24/un-ihra-antisemitism-definition-israel-criticism 3. https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/dec/13/antisemitism-executive-order-trump-chilling-effect 4. https://www.hrw.org/news/2023/04/04/human-rights-and-other-civil-society-groups-urge-united-nations-respect-human 5. https://www.gov.uk/employment-tribunal-decisions/dr-d-miller-v-university-of-bristol-1400780-slash-2022 6. https://www.icj-cij.org/node/204176 7. https://www.theguardian.com/world/2018/jul/19/israel-adopts-controversial-jewish-nation-state-law 8. https://www.adalah.org/en/content/view/7771 9. https://en.wikipedia.org/wiki/IHRA_definition_of_antisemitism#:~:text=In%20May%202004%2C%20this%20was,and%20compare%20incidents%20across%20countries 10. https://www.judiciary.uk/wp-content/uploads/2025/05/Husain-v-SRA-Approved-Judgment.pdf https://paydaymensnetwork.net/ Maddalena Brunasti
March 17, 2026
Pressenza
‘Mostri sbattuti in prima pagina’ a Torino, come a Milano e dintorni
«Ieri pomeriggio al campo di Strada Aeroporto sono arrivati i giornalisti della redazione ‘Fuori dal coro’, che avevano già trasmesso un video sul campo intitolato ‘Il campo della vergogna‘», riferisce Carla Osella. Oggi Carla Osella, la presidente dell’A.I.Z.O. ROM E SINTI (Associazione Italiana Zingari Oggi) che nella stessa giornata – venerdì 13 marzo scorso – era intervenuta riguardo al ‘caso Verangela Marino’ che da qualche giorno domina nelle cronache torinesi, spiega che i giornalisti di ‘Fuori dal Coro’ “sono entrati nel campo rom senza chiedere permesso a nessuno, perché secondo loro è un campo abusivo” e racconta: > I rom mi hanno subito telefonato per avvisarmi di cosa stava succedendo. > Quindi ho chiesto di mettermi in linea con la giornalista, che però non voleva > ne’ parlarmi ne’ dire chi fosse. > > Allora l’ho invitata a incontrarmi e consentirmi di dare ragguagli sulla > situazione del campo, ma lei non me lo ha permesso, alla mia richiesta > rispondendo con voce alterata. > > E, siccome lei continuava a andare avanti e indietro nel campo, inasprendo la > tensione, ho suggerito ai rom di ritirarsi nelle proprie abitazioni e prendere > la targa della sua auto. > > Allora lei ha detto di essere una collaboatrice della redazione di Mario > Giordano. Quindi le ho chiesti di salutare il suo direttore, che è torinese e > da giovane, quando era un redattore della ‘Voce del Popolo’, veniva con me nei > campi e scriveva sui loro problemi con uno sguardo positivo. > > E, rivolgendomi all’assessore Jacopo Rosatelli, ho chiesto l’intervento dei > Vigili, che però sono arrivati quando i giornalisti erano già andati via! «Non è possibile gestire situazioni con persone che esprimono il loro servizio pubblico con arroganza e condannando il popolo rom come se fosse sempre colpevole di qualcosa e perciò condannabili – commenta Carla Osella – La tensione che scatenano nelle persone che assistono alle loro trasmissioni contro queste popolazioni è grave, stiamo notando l’aumento di antiziganismo nei loro confronti, non facili da gestire. Invece sarebbe importante discutere con calma e vedere anche l’altra faccia del rom… quella vera». Eh già, propio così: in questo periodo in cui tante questioni infiammano gli animi sarebbe necessario che i giornalisti, il cui mestiere è consegnare alla storia le cronache dei fatti mentre accadono, anziché con ‘narrazioni’ scandalistiche e mistificanti descrivessero la realtà onestamente e con rispetto per le vittime della violenza. Ma, sebbene esecrata, la prassi di sbattere il mostro in prima pagina è una consuetudine talmente diffusa in ogni redazione che persino i giornalisti più ‘attenti’ spesso fanno scalpore accusando persone fragili, deboli e marginalizzate colpevoli di ogni male e malanno della società. Come a Torino in questi giorni, recentemente in provincia di Milano i media hanno spesso divulgato frettolosoamente notizie scandalistiche false, e tendenziose, e tanti, anche i ‘migliori’, sono caduti nel tranello di queste menzogne ‘confezionate’ apposta per fomentare polemiche che infervorano tutti gli animi, da una parte e dall’altra delle barricate ideologiche, ed esacerbano i fanatismi di ogni parte. L’estate scorsa dopo che era stata diffusa la notizia che all’autogrill di Lainate un tutista ebreo era stato picchiato da un gruppo di immigrati filo-palestinesi subito molti giornalisti, tra cui persino Gad Lerner, solitamente pacato e cauto, hanno reagito veentemente, con parole molto enfatiche contro l’antisemitismo. In quei giorni poi i furibondi strali dei cronisti e, a ruota, di opinion leader e politici, si sono rivelati ‘fuori luogo’, perché le indagini hanno appurato che i mostri sbattuti in prima pagina sui quotidiani non erano stati carnefici, bensì vittime del loro accusatore, che li aveva provocati e percossi, quindi incolpati di averlo malmenato… Ma il danno è stato irreparabile. Lo scalpore aveva distratto l’attenzione dei giornalisti, così dell’opinione pubblica e persino di molti esponenti della sociatà civile, da altre questioni e, purtroppo, da quelle drammatiche e tragiche che in quel periodo scandivano la quotidianità: la brutalità dei coloni e dei soldati israeliani e l’atrocità del genocidio dei palestinesi. E, sebbene ad esser mostruose fossero la violenza dell’aggressione, la tracotanza dell’aggressore e l’arroganza di chi, in mala o buona fede, si era schierato dalla parte del carnefice, alla veemenza delle accuse rivolte agli aggrediti non è corrisposta una pari replica riparatrice dell’offesa subita dalle vittime ingiuriosamente e ingiustamente colpite, che comunque si sono difese dimostrando cosa fosse loro realmente accaduto, cioè rivelando la verità. Ma sempre più spesso i mostri sbattutti in prima pagina sono persone che soccombono ai loro carnefici e che non possono difendersi rivelando la verità, come le persone uccise a Milano e dintroni che gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli difendono onorandone la memoria: > Abderrahim Mansouri, spacciatore marocchino di 28 anni, ucciso con un colpo di > pistola alla testa sparato da 30 metri di distanza da Carmelo Cinturrino, > poliziotto 41enne del commissariato Mecenate. > > Soufiane Ech Chafiy, 20 anni, ucciso a Vigevano dopo un inseguimento con una > volante da un proiettile che lo ha colpito alla schiena e lasciato agonizzante > per 23 minuti – uno in più di Mansouri – prima di chiamare i soccorsi. > Archiviata la posizione dei due poliziotti. > > Younes El Boussettaoui, 39 anni, marocchino senza dimora ucciso con un colpo > di pistola in piazza Meardi a Voghera dall’allora assessore alla sicurezza > Massimo Adriatici, condannato a 12 anni in primo grado. > > Fares Bouzidi, 22enne tunisino condannato in primo grado per resistenza a > pubblico ufficiale: era alla guida dello scooter su cui era seduto dietro Ramy > Elgaml, morto nell’incidente avvenuto durante un inseguimento. Sette i > carabinieri indagati, uno per omicidio stradale per eccesso colposo > nell’adempimento del dovere, gli altri a vario titolo per falso ideologico sul > verbale, false informazioni ai pm, depistaggio per la cancellazione dei video > e favoreggiamento. > > Nachat Rachid, pusher 34enne ucciso nei boschi di Castelveccana (VA) da un > proiettile di gomma sparato con un fucile a pompa Winchester 1˙300 Marine dal > carabiniere Mauro Salvadori, rinviato a giudizio insieme all’allora comandante > del Nucleo Radiomobile Marco Cariola, accusato di averlo coperto. > > Gli avvocati del pusher ucciso a Rogoredo: «Ecco perché difendiamo gli > indifendibili» – Simone Marcer, 25.02.2026 / L’AVVENIRE  E quando il quarto potere si allea con i loro carnefici, le vittime di ingiustizie, sopraffazioni, vessazioni e prepotenze vengono ancor più duramente bersagliate e colpite…   Maddalena Brunasti
March 14, 2026
Pressenza
“Ai mercanti della morte”, la potente lettera di Don Mimmo Battaglia
Nell’ottica del mero approfondimento dei fatti e di un sereno confronto, di seguito segnaliamo all’attenzione dei nostri lettori la lettera scritta dal Card. Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli, pubblicata l’8 marzo 2026 sul sito della diocesi di Napoli, diventata popolare solo in questi gironi. Il cardinale di Napoli, Don Mimmo Battaglia, ha scritto una lettera potente e dolorosa rivolta ai “mercanti della morte”, a chi continua a fare affari con la guerra mentre il mondo conta i suoi morti. Leggete questa lettera. Con calma. Con rispetto. Con il cuore aperto: Ai mercanti della morte, a voi che fate affari con il sangue degli uomini, a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli, a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo, rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita. Vi scrivo da questa terra che trema. Trema sotto i passi dei poveri, sotto il pianto dei bambini, sotto il silenzio degli innocenti, sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo. Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino. Quel linguaggio antico e terribile che domanda: “Sono forse io il custode di mio fratello?” E invece sì, lo siamo. Lo siamo tutti. E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla ferita del fratello. Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi. Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie. Eppure proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi. Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio. Che nessun bambino ha il destino della polvere. Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa. Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza. Voi fate il contrario del pane. Il pane si spezza per sfamare. Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro. Il pane mette gli uomini a tavola. Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali. Il pane ha il profumo delle mani. Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci. E ditemi: come fate? Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta? Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato? Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile: peccato? Non vi parlo da giudice. Non ho tribunali da aprire. Vi parlo da uomo e da pastore. Da credente ferito dalla ferocia dei tempi. Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde. Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe. Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore. Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli. Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore. E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato. Solo che oggi non tirate a sorte una tunica: tirate a sorte interi popoli. Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati. E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia permanente. Ma non c’è sicurezza dove si semina morte. Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto. Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti. E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile. Il Vangelo, invece, non tratta. Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione. Il Vangelo non si abitua ai morti. Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario. Il Vangelo mette un bambino al centro. Sempre. E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano. Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi tecnici con cui nascondete la vergogna. Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o nemico: esiste solo l’abisso. Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi. Vi chiedo di convertirvi. Sì, convertirvi. Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria. Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo. Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana. Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia. Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini. Abbiate un sussulto. Uno solo, ma vero. Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze. Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione. Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti. Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete. Perché non c’è pace senza disarmo del cuore, e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto. La guerra non comincia quando cade la prima bomba. Comincia molto prima: quando il fratello diventa un ostacolo, quando il povero diventa irrilevante, quando la compassione viene giudicata ingenua, quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla. Eppure io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione. Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada. Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate. Anche per voi c’è una possibilità di riscatto. Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua. Ma dovete scendere. Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto. Dovete tornare uomini. Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini. Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità. Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione. In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro, in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita, in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere. Sogno il giorno in cui la parola “profitto” non farà più rima con “funerale”. E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità. Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi. L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso. L’unico realismo possibile, ormai, è la pace. Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero: quanto sangue vi basta? Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio? Fermatevi. Prima che sia troppo tardi per i popoli. Prima che sia troppo tardi per voi. Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte, che non umilia ma chiama per nome. Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire: “Beati gli operatori di pace.” Non i calcolatori di guerra. Non i garanti dell’equilibrio armato. Non i venditori di paura. Gli operatori di pace. Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino. Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi. Ha bisogno di profeti, non di mercanti. E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo. Non per ideologia, ma per fedeltà. Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo. Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni vita. A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica: restituite il futuro. Restituite il respiro. Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra. Restituitevi alla vostra umanità. La pace vi giudicherà. Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi. Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani.”   Don Mimmo Card. Battaglia   Redazione Napoli
March 14, 2026
Pressenza
Torino: capogruppo di Fratelli d’Italia della Circoscrizione 6 aggredita da un rom
Verangela Marino è stata aggredita la sera di lunedì 9 marzo scorso nei pressi del complesso residenziale pubblico di via Ghedini 12. Apprendendo la notizia la presidente dell’A.I.Z.O. ROM E SINTI – l’Associazione Italiana Zingari Oggi fondata nel 1971 per iniziativa di alcuni volontari e 431 famiglie sinti piemontesi – Carla Osella, ha dichiarato: > Negli ultimi tempi la situazione dei rom sul territorio torinese si è > aggravata, in quanto dopo la chiusura dei vari posteggi oltre che del campo di > sosta di Strada Germagnano, molti di loro hanno fatto occupazioni abusive o > vivono nelle piazzuole in varie parti della città. > > Gli atti di violenza sono da contestare sempre, in modo speciale quando ledono > i diritti e la sicurezza di altre persone, di conseguenza contestiamo le > azioni di quell’uomo e la violenza che ne è associata. > > Esprimiamo solidarietà per la consigliera e siamo a disposizione per qualsiasi > confronto e/o necessità. “L’aggressione è durata qualche secondo e una residente è intervenuta allontanando l’esagitato. Marino è poi andata all’ospedale San Giovanni Bosco, dove è stata medicata e dimessa con una prognosi di quattro giorni”, riferisce Davide Petrizzelli su Torino Today mostrando il video che documenta la vicenda. Nell’intervista rilasciata al giornalista Verangela Marino ha raccontato da chi è stata avvicinata, e perché: > È di quelli che stanno nei camper, mi ha minacciata più volte e da settimane > diceva che me l’avrebbe fatta pagare. > > Lunedì sera era ubriaco e strafatto, sembrava un demonio. Non appena mi ha > riconosciuta non ha esitato a colpirmi. > > Mi ero recata lì, come faccio sempre, dopo che i residenti mi avevano chiamata > perché quell’uomo aveva gettato rifiuti in tutta la strada, svuotando i > cassonetti, urlando e sbraitando. > Adesso sono abbastanza provata, è stata un’aggressione brutta e violenta. Ci > sto mettendo un po’ ad andare avanti. > > La cosa più importante, però, è che quella è una situazione che deve cessare a > Regio Parco, poiché è del tutto fuori controllo. > > Tra quelli fuori col camper e quelli dentro i palazzi è davvero > insostenibile. Dobbiamo fare i conti con quella gentaglia e a sentire la gente > chiedere aiuto poiché si trova in questo stato mi si chiude il cuore. > > Il Comune deve fare di tutto per togliere quella gentaglia da lì. I residenti > hanno paura di denunciare le intemperanze di questi soggetti poiché loro li > minacciano di dare fuoco alle loro auto. > > E a chi mi accusa di essere razzista rispondo che qui ci sono i bambini figli > di famiglie marocchine perfettamente integrate che mi chiamano ‘zia’, perché > anche le loro famiglie subiscono le prepotenze di questi qua. I figli dei rom, > invece, non vanno neanche a scuola ma qui gli assistenti sociali non si > vedono. E la violenza che hanno fatto a me le loro donne la subiscono tutti i > giorni.   Redazione Torino
March 12, 2026
Pressenza
La sicurezza fuori dalle sbarre si costruisce con solidarietà, cura, reciprocità e relazioni
> 𝙄𝙇 𝘾𝙊𝙊𝙍𝘿𝙄𝙉𝘼𝙈𝙀𝙉𝙏𝙊 𝙏𝙍𝘼𝙉𝙎𝙁𝙀𝙈𝙈𝙄𝙉𝙄𝙎𝙏𝘼 𝘾𝙊𝙉𝙏𝙍𝙊 > 𝙄𝙇 𝘾𝘼𝙍𝘾𝙀𝙍𝙀 𝙤𝙧𝙜𝙖𝙣𝙞𝙯𝙯𝙖 𝙪𝙣 𝙘𝙞𝙘𝙡𝙤 𝙙𝙞 𝙞𝙣𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙞 > 𝙚 𝙧𝙞𝙛𝙡𝙚𝙨𝙨𝙞𝙤𝙣𝙞 𝙨𝙪𝙡𝙡’𝘼𝘽𝙊𝙇𝙄𝙕𝙄𝙊𝙉𝙄𝙎𝙈𝙊 > 𝙖𝙩𝙩𝙧𝙖𝙫𝙚𝙧𝙨𝙤 𝙡𝙖 𝙥𝙧𝙚𝙨𝙚𝙣𝙩𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙙𝙞 𝙩𝙧𝙚 𝙇𝙄𝘽𝙍𝙄_ Il nostro posizionamento è chiaro: non riteniamo che l’inasprimento delle pene rappresenti una risposta efficace alla violenza di genere o alla questione della sicurezza. Il sistema penale, da solo, non libera. Interviene quando il danno è già accaduto e troppo spesso riproduce le stesse asimmetrie di potere che dovrebbe contrastare. Abbiamo bisogno di costruire una società in cui non ci sia più bisogno del carcere e della polizia. Non è una provocazione, ma un orizzonte politico: significa interrogare le condizioni materiali che rendono la punizione la risposta automatica al conflitto. La sicurezza non si costruisce con le sbarre, si costruisce con relazioni, responsabilizzazione, cura, solidarietà, reciprocità. Si costruisce investendo in casa, reddito, salute, educazione sessuale, servizi accessibili per tutt3. 𝘓𝑎 𝑝𝘳𝑜𝘴𝑝𝘦𝑡𝘵𝑖𝘷𝑎 𝑎𝘣𝑜𝘭𝑖𝘻𝑖𝘰𝑛𝘪𝑠𝘵𝑎 𝑛𝘰𝑛 𝑠𝘪𝑔𝘯𝑖𝘧𝑖𝘤𝑎 𝑎𝘧𝑓𝘢𝑡𝘵𝑜 𝑎𝘴𝑠𝘦𝑛𝘻𝑎, 𝘮𝑎 𝑝𝘳𝑒𝘴𝑒𝘯𝑧𝘢: è costruzione di infrastrutture sociali capaci di affrontare il danno senza tradurlo immediatamente in esclusione. 𝘚𝑒 𝑙𝘢 𝘨𝑖𝘶𝑠𝘵𝑖𝘻𝑖𝘢 𝘷𝑖𝘦𝑛𝘦 𝘳𝑖𝘥𝑜𝘵𝑡𝘢 𝘢𝑙𝘭𝑎 𝑝𝘶𝑛𝘪𝑧𝘪𝑜𝘯𝑒, rischia di diventare un meccanismo di contenimento. Se invece la pensiamo come 𝘵𝑟𝘢𝑠𝘧𝑜𝘳𝑚𝘢𝑧𝘪𝑜𝘯𝑒, dobbiamo avere il coraggio di ridurre il ricorso alle sbarre e di investire in alternative concrete. La questione che resta è questa: come possiamo chiedere a una persona di rispondere del danno commesso, mantenendo al contempo uno spazio per la trasformazione? E come possiamo costruire sicurezza senza fare della privazione della libertà la nostra risposta automatica? Su questa tensione, giuridica e politica insieme, il nostro transfemminismo sceglie di stare.  Per approfondire le riflessioni proponiamo tre libri e tre incontri con le autrici: Martedi 17 marzo “𝙐𝒏 𝒈𝙞𝒐𝙧𝒏𝙤 𝙩𝒓𝙚 𝙖𝒖𝙩𝒖𝙣𝒏𝙞. 𝑰𝙡 𝙩𝒆𝙢𝒑𝙤 𝙙𝒆𝙣𝒕𝙧𝒐 𝒊𝙡 𝙘𝒂𝙧𝒄𝙚𝒓𝙚” scritto dalle donne detenute alle Vallette durante un laboratorio di scrittura creativa durato 9 mesi. La vita in carcere, la famiglia, gli amori, le speranze, le disperazioni, la vergogna, il tempo, il futuro … sono tantissime le suggestioni proposte e sviluppate nei numerosi brani che le donne hanno prodotto mese per mese, 112 i testi che qui sono pubblicati. Ne nasce una narrazione corale potente. Potente e struggente, che disvela, a chi ancora vuole chiudere gli occhi, la totale inutilità del carcere e la sua aberrante crudeltà. Martedi 7 aprile ” 𝘿𝒐𝙣𝒏𝙚 𝙤𝒍𝙩𝒓𝙚 𝙞𝒍 𝒄𝙖𝒓𝙘𝒆𝙧𝒆. 𝙋𝒆𝙧𝒄𝙤𝒓𝙨𝒊 𝒅𝙞 𝙨𝒆𝙡𝒇 𝒆𝙢𝒑𝙤𝒘𝙚𝒓𝙢𝒆𝙣𝒕 𝒅𝙚𝒍𝙡𝒆 𝒅𝙤𝒏𝙣𝒆 𝒅𝙚𝒕𝙚𝒏𝙪𝒕𝙚” il testo si propone come guida a una pratica critica e innovativa utile per chi abbia a cuore le doinne recluse, e voglia con loro percorrere una strada in controtendenza : valorazzazione di sè. scoperta della propria forza, messa in gioco delle risorse personali e sociali, contro e oltre deficit, colpa e limiti. martedi 21 aprile “𝑨𝙗𝒐𝙡𝒊𝙧𝒆 𝒍’𝒊𝙢𝒑𝙤𝒔𝙨𝒊𝙗𝒊𝙡𝒆. 𝙇𝒆 𝒇𝙤𝒓𝙢𝒆 𝒅𝙚𝒍𝙡𝒂 𝒗𝙞𝒐𝙡𝒆𝙣𝒛𝙖, 𝒍𝙚 𝙥𝒓𝙖𝒕𝙞𝒄𝙝𝒆 𝒅𝙚𝒍𝙡𝒂 𝒍𝙞𝒃𝙚𝒓𝙩𝒂̀” abolire le prigioni, i confini, le polizie sono gli ambiti da cui il libro parte per allargare il discorso a nuove sfide politiche e sociali. Contro queste dinamiche apparentemente incrollabili si può fare qualcosa, ma la risposta chiede un duplice sforzo, culturale e operativo: l’ammissione del privilegio e l’impegno per costruire istituzioni altre. L’abolizionismo che ci racconta Verdolini si fonda sulla speranza e propone trasformazioni radicali, che sono ormai i due orizzonti indispensabili per la sopravvivenza della democrazia. Redazione Italia
March 12, 2026
Pressenza
La “questione penale” come strumento ordinario di governo dei conflitti sociali
> 𝙇𝙖 “𝙍𝙚𝙩𝙚 𝙙𝙞 𝙧𝙚𝙨𝙞𝙨𝙩𝙚𝙣𝙯𝙖 𝙡𝙚𝙜𝙖𝙡𝙚”, 𝙪𝙣 > 𝙘𝙤𝙤𝙧𝙙𝙞𝙣𝙖𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝙘𝙞𝙧𝙘𝙖 𝙪𝙣 𝙘𝙚𝙣𝙩𝙞𝙣𝙖𝙞𝙤 𝙙𝙞 > 𝙖𝙫𝙫𝙤𝙘𝙖𝙩𝙚 𝙚 𝙖𝙫𝙫𝙤𝙘𝙖𝙩𝙞 𝙙𝙞 𝙩𝙪𝙩𝙩𝙖 𝙄𝙩𝙖𝙡𝙞𝙖, > 𝙞𝙢𝙥𝙚𝙜𝙣𝙖𝙩𝙞 𝙣𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙙𝙞𝙛𝙚𝙨𝙖 𝙙𝙚𝙜𝙡𝙞 𝙖𝙩𝙩𝙞𝙫𝙞𝙨𝙩𝙞 > 𝙣𝙚𝙞 𝙥𝙧𝙤𝙘𝙚𝙙𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙞 𝙥𝙚𝙣𝙖𝙡𝙞 𝙡𝙚𝙜𝙖𝙩𝙞 𝙖𝙡𝙡𝙖 > 𝙘𝙤𝙣𝙛𝙡𝙞𝙩𝙩𝙪𝙖𝙡𝙞𝙩𝙖̀ 𝙚 𝙖𝙡𝙡𝙖 𝙥𝙧𝙤𝙩𝙚𝙨𝙩𝙖 𝙨𝙤𝙘𝙞𝙖𝙡𝙚, > 𝙝𝙖 𝙤𝙧𝙜𝙖𝙣𝙞𝙯𝙯𝙖𝙩𝙤 𝙥𝙚𝙧  il 14 marzo dalle 14 alle 19 𝙖 > 𝙏𝙤𝙧𝙞𝙣𝙤 𝙪𝙣 𝙥𝙧𝙞𝙢𝙤 𝙞𝙣𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙤/𝙙𝙞𝙗𝙖𝙩𝙩𝙞𝙩𝙤 > 𝙣𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙖𝙡𝙚 𝙨𝙪𝙡 𝙩𝙚𝙢𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡’𝙪𝙩𝙞𝙡𝙞𝙯𝙯𝙤 𝙙𝙚𝙞 𝙧𝙚𝙖𝙩𝙞 > 𝙖𝙨𝙨𝙤𝙘𝙞𝙖𝙩𝙞𝙫𝙞 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙤 𝙜𝙡𝙞 𝙖𝙩𝙩𝙞𝙫𝙞𝙨𝙩𝙞 𝙙𝙚𝙞 > 𝙢𝙤𝙫𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙞 𝙨𝙤𝙘𝙞𝙖𝙡𝙞_ “La questione penale e la sua valenza simbolica hanno assunto da tempo un ruolo centrale nell’ordinamento ed in generale nel discorso pubblico dove il diritto penale è progressivamente diventato lo strumento ordinario di governo dei conflitti sociali. La tendenza a legiferare, non in chiave generale ed astratta, ma sulla base di contingenze e presunte emergenze, si traduce oggi in un flusso di incessante e sempre più ravvicinata produzione di provvedimenti legislativi di natura penale, su tutti i decreti sicurezza che attraverso uno sproporzionato e ingiustificato rigore punitivo moltiplicano le fattispecie di reato e aumentano le sanzioni creando un sistema penale altamente diseguale e lesivo dei diritti fondamentali dei cittadini. La consapevolezza della fase regressiva che stanno subendo i diritti fondamentali, in particolare il diritto a dissenso, ha spinto da circa un anno e mezzo una serie di avvocate e avvocati a coordinarsi e a ragionare collettivamente su come opporsi all’attuale torsione autoritaria in ambito giudiziario, soprattutto in riferimento ai processi legati alla conflittualità e alla protesta sociale. A partire dallo scambio di informazioni e punti di vista sulle rispettive situazioni territoriali, si sono tenuti incontri e sono stati predisposti degli strumenti, tra cui una piattaforma informatica per la condivisione di materiale di studio, finalizzando il confronto collettivo alla prospettiva concreta di avviare iniziative comuni, prima tra tutte, quella delle questioni di costituzionalità sulle norme dei decreti sicurezza. La “Rete di Resistenza Legale” comprende ad oggi quasi un centinaio di avvocate e avvocati e ha deciso di promuovere una prima occasione di confronto nazionale a Torino, il prossimo 14 marzo, con un convegno dal titolo > “𝑽𝒆𝒄𝒄𝒉𝒊 𝒆 𝒏𝒖𝒐𝒗𝒊 𝒅𝒊𝒔𝒑𝒐𝒔𝒊𝒕𝒊𝒗𝒊 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 > 𝒓𝒆𝒑𝒓𝒆𝒔𝒔𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒑𝒆𝒏𝒂𝒍𝒆: 𝒍’𝒖𝒔𝒐 𝒅𝒆𝒊 𝒓𝒆𝒂𝒕𝒊 > 𝒂𝒔𝒔𝒐𝒄𝒊𝒂𝒕𝒊𝒗𝒊 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒐 𝒊 𝒎𝒐𝒗𝒊𝒎𝒆𝒏𝒕𝒊 𝒔𝒐𝒄𝒊𝒂𝒍𝒊” L’incontro, che si terrà dalle 14 alle 19 presso la sede dell’associazione Volere la luna, in via Trivero n. 16, vuole porre a confronto alcuni casi processuali paradigmatici che hanno visto indagati centinaia di attiviste e attivisti: le associazioni, asseritamente a delinquere, finalizzate ad occupazioni di case nel quartiere Giambellino a Milano, quelle in Giudecca a Venezia, quelle romane, ma anche i sindacati di base scambiati per un sodalizio criminoso, i comitati dei disoccupati a Napoli, il reato associativo usato a piene mani contro i circuiti anarchici, fino all’emblematico caso del centro sociale Askatasuna a Torino. All’incontro parteciperanno, oltre ad alcuni docenti universitari, le avvocate e gli avvocati della rete che hanno seguito i processi e le attiviste e gli attivisti imputati. Redazione Italia
March 12, 2026
Pressenza
Lo Stato che rapisce i bambini per dar loro un vita migliore
Pubblichiamo di seguito la riflessione che la giurista Rosanna Pierleoni ha scritto per Pressenza Italia sul tema delle sottrazioni di figli in Italia. Un riflessione intrisa di umanesimo che fornisce un parere critico ed esplicativo da parte di una persona competente in materia. Seguivo, come consulente su minori e famiglia, l’adozione di un bambino africano da parte di una facoltosa famiglia italiana senza figli. Avevano adibito per lui una cameretta stupenda piena di giochi, una bella tinta, molto spaziosa. Il bambino però aveva tanta paura la notte: lui era abituato a dormire su un giaciglio di fortuna accanto ai fratellini, scaldato dai loro corpi. Una bambina albanese abituata a lavorare sin dalla tenera età ebbe vissuti di vuoto incolmabili a vivere come i nostri bambini, de-responsabilizzata, come un peso per il proprio nucleo anziché un supporto. Sono trascorsi tanti anni e tante riflessioni son state fatte. La pedagogia vera, non quella che si dà in pasto all’ideologia del momento e alle logiche partitiche o economiche, ha potuto toccare con mano il divario abissale tra un’idea astratta di giusto e la realtà. La realtà ci racconta che i bambini, ancorché rimasti orfani e dunque senza alternative, dovrebbero essere inseriti in contesti familiari quanto più prossimi alle loro condizioni di partenza. Dunque una casa con meno spazi, ove la prossimità sia più forte, o una famiglia che porti avanti la piccola azienda di famiglia con la collaborazione di tutti potrebbero essere, a uno sguardo aperto e vigile, più adatte alla crescita dei bambini di cui vi ho parlato. Quando mi occupavo di conflitti durante le separazioni era tipico vedere due modelli educativi cozzare tra loro: i bambini sono così destinati ad aderire ad uno dei due, avendo parti di sé scisse, oppure a sviluppare veri e priori deliri identitari. Ci sono bambini che recependo due modelli educativi molto rigidi si adattano a entrambi: dalla mamma sono ordinati, vegetariani, religiosi, dal papà mangiano a terra, consumano carne e sono atei (gli esempi sono inventati e si possono invertire). Il sapere pedagogico ci insegna è meglio un cattivo accordo di una buona soluzione finale. Tra i due genitori non deve vincere il migliore ma deve vincere l’accordo educativo, un accordo anche fatto di falle e compromessi ma che sarà l’unico a dare pace, fiducia e sostanza al percorso di crescita del figlio. Oggi, invece, nel nostro Paese si sta affermando una prassi che presenta dei tratti molto inquietanti: può accadere che lo Stato sottragga i bambini al proprio nucleo familiare per garantire loro una vita migliore. Di fatto, un gruppo di persone estraneo al suddetto nucleo familiare – i cosiddetti “esperti” o operatori dei servizi sociali – si arrogano il diritto di imporre la soluzione giusta a delle famiglie, scavalcando l’accordo educativo dei genitori, attraverso la violenza istituzionalizzata e un’inquietante operazione di rieducazione anche verso gli altri cittadini. Epurazione e rieducazione del diverso, attraverso metodi simil mafiosi: alla famiglia si dice “o cambi metodo educativo o ti rapiamo i figli”; a tutti gli altri cittadini si manda un messaggio sottotraccia: “vedi cosa potrebbe succederti se fai come loro?”. Ecco spiegato il perché della mia presa di posizione netta sulle sottrazioni facili di minori; in tutte le mie vesti, come giurista, come scrittrice, come mamma e come cittadina io dico “no” a queste sottrazioni arbitrarie, senza muovere accuse particolari ai singoli operatori: se anche i bambini sottratti al proprio nucleo in casa famiglia incontrassero Mary Poppins in persona sarebbero distrutti per sempre, lontani dal loro nucleo familiare, dal contatto quotidiano con il proprio mondo, senza un padre e una madre, senza la possibilità di contribuire all’equilibrio familiare e di vivere la propria casa, nonché di fare una vita normale e libera, ancorché imperfetta, come tutti sulla terra. Nei discorsi del mondo culturale di questi ultimi mesi colgo una falla troppo grande: strappare i bambini da una famiglia non significa mai avere quella stessa famiglia un poco migliorata (se mai ci fosse qualcosa da migliorare in queste famiglie!) ma spalancare un abisso di traumi, errori, mancanze irreparabili nella vita di queste persone. Si può davvero immaginare il benessere di un bambino in modo astratto scindendo il suo destino da quello dei suoi familiari? Si può volere bene ad un bambino cancellando la sua storia, le sue origini, il volto dei suoi genitori di cui è frutto? E poi… Quale famiglia, presa sotto la lente di ingrandimento, non avrebbe cose da sistemare, altre da migliorare, e altre da cancellare? Esistono un padre e una madre che insieme al pane e all’amore non lascino traumi? Esistono eredità scevre dal dolore e dalle mancanze? Siamo sicuri che se entrassimo nelle nostre case, la mia, la vostra che leggete, quella degli operatori, quella dei magistrati, non troveremmo cose da migliorare? Ecco che qualsiasi decisione sul futuro di una famiglia e di un bambino dovrebbe essere presa rispettando il principio del bilanciamento di benefici e di danni che scaturiscono dalla permanenza nella casa familiare con i danni che discendono dalla sottrazione del minore dalla famiglia. Ma di cosa accade dopo, importa davvero qualcosa a qualcuno? Pensiamo davvero che la storia finisca con i titoli di coda quando abbiamo appurato – anche fosse, e non è – che giustizia è stata fatta? Molte persone preferiscono abbracciare una posizione di superficie; si convincono che volta avviato l’iter, i bambini entrino in un magico mondo fatato fatto di saperi pedagogici, di istruzione adeguata e di socialità. I fatti ci raccontano cose diverse: i ragazzi usciti da questa esperienza presentano gravi compromissioni della vita sociale, relazionale, intima e culturale; hanno dei buchi enormi che, quando va bene, creano problematiche psicologiche complesse e, quando va male, anche tendenze alla violenza contro se stessi o contro gli altri. Io dico a queste persone, con il cuore in mano e con l’anima a brandelli: non fermiamoci a una visione ideale, guardiamo alla realtà concreta. La realtà è fatta di sfumature, ognuno di noi può dare e togliere molto agli altri. Ma se quando il genitore muore o abbandona non c’è altra strada e anzi l’adozione rappresenta la condizione ideale, almeno in potenza, quando invece i genitori sono vivi occorre fare di tutto per scongiurare l’allontanamento dei bambini dalla famiglia, con tutto il suo portato di storia, identità, conoscenza, appartenenza che nessuna casa famiglia potrà mai sostituire, anche a parità di adeguatezza delle persone coinvolte. Distruggere nuclei che garantiscono cure, assistenza, educazione, solo perché il loro assetto educativo non rientra nell’orientamento dominante, è inquietante. E dove si collocano in tutto questo la tutela delle minoranze e il rispetto della diversità? Io mi chiedo: dobbiamo ad ogni costo uscire dal recinto democratico e guardare in faccia fenomeni degni dei peggiori regimi dittatoriali o siamo ancora in tempo per trovare il bandolo della matassa, fare una veloce inversione a U e tornare nel recinto democratico?   Precedenti contributi: https://www.pressenza.com/it/2025/11/riflessione-sul-patto-di-fiducia-tra-stato-e-cittadini-a-partire-da-una-triste-sentenza/ > I figli: proprietà dello Stato o appartenenza alla propria famiglia?   ROSANNA PIERLEONI Rosanna Pierleoni nasce nel 1984 ad Avezzano. Dopo il liceo classico, consegue la laurea magistrale in giurisprudenza all’Università Tor Vergata di Roma. Completa poi tre master interdisciplinari che le forniscono competenze psico-educative e giuridiche nell’ambito dei minori e della famiglia, con abilitazione alla mediazione familiare e alla consulenza specialistica. È autrice di un saggio sull’adozione internazionale e di diversi romanzi.   Redazione Italia
March 12, 2026
Pressenza
“Insieme, c’è una bella differenza”: cinque comuni italiani contro le discriminazioni
Reggio Emilia, Modena, Ravenna, Olbia e Casalecchio di Reno uniscono le forze per sensibilizzare la cittadinanza sulla Diversity Advantage. Lo fanno aderendo alla campagna del progetto europeo CITIES / Cities Initiative Towards Inclusive and Equitable Societies, che mira a rafforzare il ruolo dei Comuni italiani nella prevenzione e nel contrasto a razzismo, xenofobia, intolleranza e discriminazioni entra nella sua fase finale. Le città coinvolte – Reggio Emilia (capofila), Modena, Ravenna, Olbia (Ss) e Casalecchio di Reno (Bo) – insieme ad ICEI – Istituto di Cooperazione Economia Internazionale, alla Fondazione Mondinsieme e all’Università di Modena e Reggio Emilia hanno deciso di mettere al centro, attraverso la diffusione digitale e affissioni nei luoghi chiave della città, il concetto di Diversity Advantage. L’obiettivo è raccontare la diversità non come un problema da gestire ma come una risorsa che rende le città più innovative, resilienti, vivibili. I singoli Comuni hanno anche avviato azioni concrete e sperimentazioni locali: dal rafforzamento dei punti di ascolto antidiscriminazioni, alla costruzione partecipata dei Piani Locali Antidiscriminazione, dal coinvolgimento delle giovani generazioni fino a momenti culturali e di confronto aperti alla cittadinanza. CITIES nasce dall’esperienza della Rete Città del Dialogo e dalla consapevolezza che le discriminazioni non sono astratte ma si manifestano nella vita quotidiana delle persone e nei servizi pubblici. Le città diventano quindi attori chiave nella prevenzione delle disuguaglianze e nel garantire pari accesso a diritti e opportunità. Il progetto accompagna le amministrazioni nello sviluppo di strategie contro la discriminazione con un approccio intersezionale che riconosce come le discriminazioni possano sovrapporsi e rafforzarsi reciprocamente, nell’ottica di definire politiche più mirate ed efficaci. Il percorso, avviato a marzo 2024, entra ora nella fase finale con una Campagna che mostra i volti, le relazioni e le intersezioni tra persone con identità ed esperienze diverse (per etnia, età, genere, orientamento sessuale, disabilità, condizione socioeconomica e percorsi di vita), superando etichette e contrapposizioni e proponendo narrazioni alternative capaci di contrastare stereotipi e pregiudizi senza messaggi conflittuali. Attraverso fotografie, video, contenuti social, data storytelling e iniziative locali la Campagna rende visibile le relazioni, le collaborazioni, le storie quotidiane che tengono insieme la città (clicca qui per i materiali visual). Tre programmi di formazione locale hanno coinvolto 450 partecipanti nei cinque Comuni, ognuno dei quali ha attivato uno Sportello antidiscriminazione, rafforzando l’accesso ai servizi e alle tutele a livello locale.  Il lavoro include anche la raccolta e analisi di dati sull’uguaglianza, la formazione del personale pubblico e il confronto strutturato con società civile, istituzioni nazionali ed europee. Un lavoro multilivello che collega Comuni, Regioni, UNAR e Consiglio d’Europa in un’azione coordinata e sistemica. Le città partecipanti hanno inoltre prodotto un Manifesto, esito del confronto tra amministrazioni, società civile e comunità locali, che definisce una visione comune e impegni condivisi per rafforzare le politiche antidiscriminazione e la coesione sociale nei territori.  “Questo progetto ha accompagnato le città a ripensare le politiche antidiscriminatorie, in un periodo storico dove il linguaggio d’odio è tornato ad essere utilizzato anche dalla politica cavalcando le nostre fragilità e le nostre paure – ha sottolineato Marwa Mahmoud, assessora alle Politiche educative con delega all’Intercultura e diritti umani del Comune di Reggio Emilia – Con Cities abbiamo implementato dei servizi di ascolto, orientamento e analisi, ma abbiamo voluto rappresentare i volti di quell’Italia plurale che studia, vive e lavora nelle nostre città. Crediamo che insieme possiamo davvero fare una bella differenza, anche per trovare soluzioni ai problemi e alle sfide dei nostri tempi”. “Il progetto CITIES conferma l’impegno di ICEI nel sostenere le amministrazioni locali nella costruzione di politiche interculturali radicate nei territori, capaci di contrastare le discriminazioni e promuovere comunità plurali e rispettose dei diritti di tutte e tutti” – dichiara la Direttrice di ICEI, Rosaria De Paoli – “L’iniziativa si inserisce nell’esperienza della Rete Italiana delle Città del Dialogo di cui ICEI è coordinatore tecnico, con oltre 30 Comuni coinvolti, parte del Programma Intercultural Cities del Consiglio d’Europa. Nell’ambito della Rete Città del Dialogo, lavoriamo per connettere esperienze, competenze e visioni, rafforzando il ruolo delle città italiane nella definizione di politiche e interventi costruiti insieme alle comunità locali. CITIES contribuisce a questo percorso, rafforzando le capacità dei Comuni coinvolti attraverso piani locali di contrasto alle discriminazioni e servizi territoriali, per rispondere alle sfide della diversità in modo concreto e duraturo”. L’iniziativa vede il coinvolgimento anche di UNAR, Regioni Emilia-Romagna e Sardegna, e il Consiglio d’Europa, attraverso il programma Rete Città del Dialogo, in dialogo con le città europee di Leuven e Strasburgo e con reti interculturali di altri Paesi europei. La Rete Italiana delle Città del Dialogo è un network nazionale che riunisce 32 città impegnate nella promozione del dialogo interculturale, della coesione sociale e di politiche urbane inclusive. Parte del Programma Città Interculturali del Consiglio d’Europa, la Rete favorisce lo scambio di pratiche, l’apprendimento tra pari e il rafforzamento delle capacità delle amministrazioni locali nel rispondere alle sfide della diversità. La Rete è coordinata da ICEI – Istituto Cooperazione Economica Internazionale in collaborazione con enti di ricerca e organizzazioni specializzate, tra cui Mondinsieme e l’Università di Modena e Reggio Emilia (UNIMORE). ICEI – Istituto Cooperazione Economica Internazionale è un’organizzazione non governativa italiana attiva da oltre 40 anni in Italia e a livello internazionale nella promozione dei diritti, della coesione sociale e dello sviluppo sostenibile. ICEI lavora con istituzioni, enti locali e comunità per rafforzare politiche pubbliche inclusive e contrastare le disuguaglianze, con un’attenzione specifica ai contesti urbani e territoriali. Nel progetto CITIES, ICEI accompagna le città in un percorso di rafforzamento delle politiche antidiscriminazione, promuovendo approcci partecipativi e strumenti di comunicazione capaci di rendere visibili i cambiamenti sociali in atto. Attraverso campagne, iniziative locali e pratiche di data storytelling, ICEI sostiene una comunicazione pubblica responsabile che valorizza la diversità come risorsa e favorisce fiducia, collaborazione e coesione nelle comunità. Redazione Italia
March 10, 2026
Pressenza
L’impegno dei Comuni per la parità e contro la violenza di genere
Nel contrasto alla violenza e alle discriminazioni di genere i Comuni stanno mettendo in campo iniziative e politiche. E’ quanto evidenzia un lavoro di ricerca dell’ANCI, partecipato e capillare, che ha coinvolto 566 amministrazioni comunali in tutto il Paese — dai grandi capoluoghi alle realtà più piccole — restituendo una fotografia ampia, concreta e rappresentativa dell’impegno territoriale su questo tema. Il coinvolgimento è diffuso e bilanciato: 102 Comuni del Centro, 192 del Nord-Est, 177 del Nord-Ovest e 95 del Sud e delle Isole, confermando la rilevanza nazionale del tema. Significativa la partecipazione dei 61 Comuni capoluogo, di cui 8 città metropolitane, che rappresentano i territori dotati dei servizi più strutturati. Accanto a loro, i 505 Comuni non capoluogo dimostrano quanto la prevenzione e il contrasto alla violenza siano ormai una priorità anche nei contesti più piccoli, dove il rapporto diretto con le comunità rende l’azione pubblica particolarmente incisiva. I dati della ricerca dell’ANCI restituiscono, per la prima volta, una visione nazionale aggiornata e comparabile dell’azione dei Comuni, facendo emergere che: i Comuni stanno potenziando la prevenzione culturale, soprattutto nelle scuole, con l’86,9% dei capoluoghi e il 50,5% dei non capoluogo che realizzano progetti educativi continuativi nelle scuole; gli eventi culturali dedicati alla parità di genere sono una pratica quasi universale nei capoluoghi (91,8%) e molto diffusa anche nei piccoli Comuni (67,3%); solo il 17,7% delle amministrazioni non ha attivato alcuna iniziativa culturale; l’investimento dei comuni su Centri Anti Violenza e Case Rifugio cresce in maniera esponenziale, con i capoluoghi che registrano livelli molto alti di servizi ( Centri Anti Violenza -CAV- nel 88,5%, Case rifugio nel 75,4%, misure per l’autonomia economica nel 68,9%); nei Comuni non capoluogo sono più diffusi gli sportelli di ascolto (27,1%) e le sedi CAV gestite in forma sovracomunale (31,1%); i Comuni hanno speso quasi 26 milioni nel 2022 destinata ai Centri antiviolenza e alle Case rifugio, 18 milioni di euro in più rispetto al 2017; il numero di donne sostenute dai CAV e ospitate dalle CR sono passate complessivamente da circa 9.400 a oltre 22.500 in soli 5 anni; cresce la governance locale della parità, attraverso deleghe politiche, consulte e tavoli; quasi due terzi dei Comuni dispongono di una delega alle Pari Opportunità; le Consulte o Commissioni Pari Opportunità sono presenti nel 67,2% dei capoluoghi e nel 27,1% dei non capoluogo; il Comitato Unico di Garanzia (CUG) è pienamente operativo nel 63,9% dei capoluoghi e nel 24,4% dei non capoluogo; la parità entra nell’organizzazione amministrativa, ma in modo disomogeneo; il Piano di Azioni Positive (PAP) è redatto regolarmente dal 72,1% dei capoluoghi e dal 44,8% dei non capoluogo; il 39,3% dei capoluoghi effettua un monitoraggio strutturato degli indicatori interni, mentre nei non capoluogo la quota scende al 19,4%; la rappresentanza di genere nelle commissioni di concorso è una regola formalizzata nel 67,2% dei capoluoghi e nel 59,8% dei non capoluogo; crescono le azioni su sport, linguaggi, arti performative, toponomastica e spazi pubblici; interventi su sicurezza urbana sono previsti nel 39,3% dei capoluoghi e nel 21% dei non capoluogo; azioni sull’imprenditoria femminile interessano il 37,7% dei capoluoghi e l’11,7% dei Comuni non capoluogo; il sostegno allo sport femminile è presente nel 41% dei Comuni capoluoghi e nel 15,8% dei Comuni non capoluogo. Nel corso dell’indagine, i Comuni hanno inoltre inviato oltre 320 buone pratiche, che costituiscono un patrimonio prezioso di esperienze: iniziative educative nelle scuole, percorsi artistici e culturali, sportelli e punti di ascolto, progetti di empowerment personale ed economico, attività di formazione interna, campagne pubbliche, protocolli operativi, Centri antiviolenza e case rifugio, interventi simbolici nello spazio urbano, programmi dedicati al lavoro, all’abitare, alla salute o alla genitorialità. Questa pluralità, lontana dall’essere dispersiva, definisce invece l’ampiezza delle leve che un Comune può attivare quando assume la parità di genere come parte integrante delle proprie politiche. Il materiale raccolto non è soltanto un catalogo di iniziative, ma una base preziosa per costruire linee guida nazionali, strumenti operativi e quadri di riferimento utili ai Comuni che intendono rafforzare le proprie politiche. La mappatura delle buone pratiche racconta infatti un’Italia che, pur tra differenze territoriali e risorse spesso limitate, sta dando forma a una nuova cultura della parità di genere: un Paese in cui le amministrazioni sperimentano, innovano, collaborano e, in molti casi, anticipano strategie regionali e nazionali. Le oltre trecento esperienze raccolte mostrano un panorama ricco e articolato, che va oltre l’elenco delle iniziative e delinea la direzione di marcia intrapresa dai territori. Non esiste un modello unico: le risposte nascono dai bisogni locali e dalla capacità dei Comuni di costruire interventi specifici, spesso innovativi e sempre più integrati. Il quadro che emerge non è quello di azioni episodiche, ma di una trama coerente e in crescita, fatta di competenze, reti e protagonismo istituzionale. L’ANCI sarà impegnata anche in una campagna di comunicazione “Contro la violenza sulla donna mai bandiera bianca“, promossa insieme al Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri e realizzata da ANCIcomunicare. Strumento principale della campagna è una bandiera da esporre in tutti i Comuni, presidio istituzionale per eccellenza, che rappresenta identità, presenza e impegno pubblico. La campagna durerà tutto l’anno, segno di un impegno costante e permanente dei Sindaci: entrerà tra i banchi di scuola e nelle piazze, sarà indossata dalle persone (tshirt, shopper, etc.) e affissa negli spazi comunali, si integrerà nel calendario degli eventi culturali, nell’anno delle celebrazioni per l’ottantesimo della Repubblica e del voto alle donne. Qui il dossier dell’ANCI: https://www.ancicomunicare.it/wp-content/uploads/2025/12/Dossier-azioni-dei-comuni-contro-violenza-sulle-donna-2025.pdf. Giovanni Caprio
March 9, 2026
Pressenza