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Milano. A Calvairate, gli abitanti contestano il presidente di Aler: “Basta scaricare le responsabilità sugli inquilini”
Nella giornata di ieri, 15 luglio, il presidente di Aler Milano, Alan Rizzi, ha effettuato un sopralluogo nei caseggiati di edilizia residenziale pubblica del quartiere Calvairate-Molise, nella zona sud-est di Milano. La visita è stata intercettata da un presidio promosso dall’Assemblea Abitanti Molise-Calvairate, insieme a diverse realtà solidali del quartiere, […] L'articolo Milano. A Calvairate, gli abitanti contestano il presidente di Aler: “Basta scaricare le responsabilità sugli inquilini” su Contropiano.
July 16, 2026
Contropiano
Aggiornamento dal Villaggio delle Rose. Il Comune di Milano ci fa o ci è?
Il Comune di Milano si è arroccato nella posizione di padre padrone. Non dà segno di ascoltare le ragioni dei propri cittadini e sembra intenzionato a tirare diritto per la sua strada: sul Villaggio delle Rose passeranno le ruspe. Di fronte alla chiusura istituzionale mercoledì 1° luglio i residenti hanno organizzato una “festa” allo scopo di raccontare la loro storia e chiedere aiuto e protezione alla società civile. L’evento si è svolto in un’atmosfera di serenità e bellezza che non vedevo da tempo. Potrei raccontarvi dei discorsi pieni di pathos e amore di Dijana Pavlovic e Tony Deragna su un luogo che negli anni è diventato un simbolo di cultura e un esempio di comunità virtuosa; dell’antenato Tzigari che si unì alla Brigata Osoppo e partecipò alla Resistenza; di sua moglie Wilma che, rapita con l’inganno dai fascisti, sopravvisse a Dachau; del loro amore alla maniera “zingara” che fa sognare e trasuda libertà; o del monumento al porraimos, il divoramento, in memoria del genocidio subito dal popolo rom e sinti – una ruota circondata da tre steli posizionata all’ingresso del villaggio che è una delle tappe di commemorazione dell’annuale “partigiano in ogni quartiere”. O potrei riferirvi il discorso riconoscente di Michela Fiori, rappresentante di Anpi Stradera-Gratosoglio, a Tzigari e ai suoi discendenti (attivi antifascisti del Villaggio delle Rose); o parlarvi di Isabella May, docente dell’Accademia di Brera, che con altri artisti ha abbellito la recinzione dell’opera “Vietato strappare le rose” (!) e dato vita a un vivace laboratorio molto apprezzato dai più piccoli. Oltre a pitture e stencil, fili rosso-fuoco si sono dipanati dal cancello agli alberi toccando con delicatezza il monumento.  Rappresentano l’intrepido e lungo viaggio che nei secoli ha portato il gruppo rom a un luogo dove gli è piaciuto radicarsi. Potrei parlare della musica dal ritmo italo-balcanico offerta dallo storico gruppo milanese degli “Ottoni a Scoppio”– a cui è stato difficile resistere dal saltare in pista e di quando tutti insieme abbiamo cantato “Bella Ciao”. Alle prime battute ho visto accorrere bambini con visi e mani sporchi di pittura per unirsi ai cantori; sapevano che quello era un momento sacro della comunità; al termine sono tornati all’attività artistica. Potrei dirvi che persino il cielo, di questi tempi così bizzarro ed elettrico, si era rasserenato colorandosi di nuvole rosa e di come la frescura avesse avvolto la piccola corte, o riferirvi una nota di costume sui componenti a quattro zampe del villaggio, di come anche loro partecipassero alla festa. Uno in particolare, di nome Orso, è stato molto impegnato a vezzeggiare la giovane consigliera Francesca Cucchiara, di AVS (insieme con un collega, l’unica ad aver accettato di partecipare all’evento e a esprimersi in favore dei rom), che, potrei giurarci, stava dando il suo contributo alla causa, avendo ben capito il pericolo che incombe sulla famiglia. Orso è uno di quei cagnolini piccoli e buffi, dotati di occhi dolcissimi a cui è impossibile resistere. Per ognuno di loro si potrebbe scrivere un pezzo, ma purtroppo a tanta bellezza si oppone una stupidità (burocratica? Espressione del male?) su cui occorre ragionare. Riassumo la vicenda: il Comune di Milano concesse a tempo indeterminato un’area nella campagna a sud della città e lì le famiglie rom hanno costruito il loro villaggio. Poco più di un anno fa il Comune, sulla base di un’ideologia definita “superamento del campo”, ha proposto agli abitanti di traslocare nelle case popolari. Tale soluzione non rispetta minimamente il loro diritto a essere una comunità culturale specifica – verrebbero infatti smembrati – e poi loro le case ce le hanno. E, detto tra noi, promuovere l’integrazione definendola “superamento del campo” ricorda le boarding school americane con cui, per buona parte del secolo scorso si è dato il colpo di grazia alla cultura nativa. Il governo, non l’attuale, recentemente ha chiesto scusa, ma quando la frittata è fatta non si torna indietro. Il sopruso culturale è stato però superato dall’emergenza ecologica. E qui arriviamo agli ultimi eventi occorsi tra le due parti. L’istituzione, dopo aver abbandonato il tavolo delle trattative civili, comunica attraverso burocratiche pec con le quali ha concesso trenta giorni per lasciare le case. La nuova motivazione addotta è: “necessaria bonifica del terreno”. Ben più cogente e meno attaccabile, almeno in apparenza, dell’ideologico “superamento del campo”. Ma poniamoci una semplice domanda. Chi ha inquinato l’area? Il problema sembrerebbe trovarsi a circa due metri sotto terra tra i detriti che furono buttati da chi pavimentò il terreno a suo tempo, cioè il Comune. In linea di principio sarebbe giusto che chi ha fatto il danno rimediasse, ma non a scapito della vita delle ignare vittime. Il Comune infatti non solo non considera la proposta di bonificare e poi ricostruire appaltando ad una cooperativa edile rom, rifiuta anche di stanziare un giusto risarcimento a chi perderà la casa. Per l’istituzione pubblica c’è solo una soluzione: casa popolare in un futuro non meglio definito, oppure cittadino arrangiati. A ripensarci mi ribolle il sangue; accendo Radio Popolare per distrarmi. Guarda caso sta andando in onda un servizio sulle case popolari di Milano. Un rappresentante dei quartieri Calvairate e Molise racconta che i topi sono talmente tanti che bisogna stare attenti a camminare nei cortili perché aggrediscono e mordono. I bambini sono terrorizzati. È una vera e propria emergenza sanitaria che coinvolge migliaia di cittadini ma l’Aler (ufficio del Comune!) è assente. Gli abitanti hanno appena concluso un rumoroso sit-in di fronte alla sede principale, ma almeno per ora hanno ottenuto poco e niente; le risposte vanno verso la brutta china dello scaricabarile (ad aziende private appaltatrici). Tra me e me penso: il Comune è troppo impegnato in un gravissima operazione di bonifica ambientale a sud di Milano, non può perdere tempo con un caso di infestazione da topi… che avrebbe poi da guadagnarci? Nulla; solo da spenderci. Al contrario, tutti ci chiediamo quali sono i piani del post-bonifica. Un nuovo smart quartiere a due passi dai Navigli circondato da ameni boschetti? Un ramo del megadatacenter per incrementare l’IA che si vuole costruire giustappunto tra Milano e Pavia? Caro sindaco e cari assessor, vogliamo saperlo! Foto di Antonietta Lo Bosco e Marina Serina Marina Serina
July 2, 2026
Pressenza
Piano Casa. Confedilizia, Ance e fondi immobiliari ringraziano il governo
Sono i 168 deputati che hanno votato la fiducia al governo Meloni e così il decreto legge 66/2026 è stato convertito dalla Camera e arriva in Senato blindato al punto giusto per arrivare in Gazzetta Ufficiale entro la data limite del 5 luglio. Un dispositivo chiamato Piano casa e propagandato […] L'articolo Piano Casa. Confedilizia, Ance e fondi immobiliari ringraziano il governo su Contropiano.
June 24, 2026
Contropiano
La lotta nelle case popolari di Calvairate sull’emergenza topi ottiene risultati, e non si ferma
Nelle case popolari Aler di Calvairate, periferia sud-est di Milano, negli ultimi mesi si sta vivendo una vera e propria emergenza topi che, complice il caldo eccezionale registrato nelle ultime settimane, sta assumendo dimensioni fuori controllo. Colonie di topi invadono gli spazi comuni, giardini e le cantine abbandonate. La loro […] L'articolo La lotta nelle case popolari di Calvairate sull’emergenza topi ottiene risultati, e non si ferma su Contropiano.
June 18, 2026
Contropiano
Piano casa del Governo Meloni: l’ultimo regalo al mercato immobiliare
Il Piano Casa del governo Meloni è l’ultimo atto della lunga dismissione del patrimonio immobiliare pubblico italiano. Dopo la svendita di edifici storici e aree urbane, ora tocca all’ERP: alloggi popolari messi in vendita, fondi pubblici convogliati verso privati, grandi … Leggi tutto L'articolo Piano casa del Governo Meloni: l’ultimo regalo al mercato immobiliare sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Piano Casa 2026: la casa come merce, lo Stato come garante del profitto
Il nuovo decreto-legge sull’abitare promette centomila alloggi in dieci anni, ma affida ancora una volta la gestione della crisi abitativa alla logica del mercato e del partenariato privato. Il 30 aprile 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto-legge che porta un nome antico e rassicurante: Piano Casa. Il provvedimento, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 maggio 2026 come D.L. n. 66, è entrato in vigore il giorno successivo con l’urgenza che si riserva alle catastrofi naturali. E di catastrofe si tratta, ma non nel senso in cui la intende il governo: la crisi abitativa italiana è reale, drammatica, strutturale. Il decreto, però, non la affronta. La amministra per il mercato. Cominciamo dai numeri. L’obiettivo dichiarato è rendere disponibili circa centomila alloggi in dieci anni, attraverso tre pilastri: recupero del patrimonio pubblico esistente, rilancio dell’edilizia sociale e convenzionata, attrazione di investimenti privati tramite partenariato e procedure accelerate. Centomila alloggi in dieci anni. In un Paese in cui la domanda inevasa di case popolari supera i cinquecentomila nuclei familiari, questo numero suona come una promessa formulata sapendo già di non poterla mantenere. Ma il problema non è soltanto aritmetico. È politico. È di concezione. IL PRIVATO AL CENTRO, IL PUBBLICO COME CORNICE Il terzo pilastro — quello sull’attrazione degli investitori privati — è il più rivelatore dell’orientamento complessivo del provvedimento. Per investimenti superiori al miliardo di euro viene nominato un Commissario straordinario di Governo dotato di poteri derogatori. Le procedure vengono semplificate e concentrate in conferenze di servizi che assorbono valutazioni urbanistiche, autorizzazioni edilizie, atti ambientali e paesaggistici. In cambio, il privato deve garantire che almeno settanta alloggi su cento siano venduti o affittati a prezzi scontati di almeno il trenta per cento rispetto al valore di mercato. Trenta per cento sotto il mercato: questo è il prezzo della casa accessibile nel 2026. Non il canone sociale, non il diritto all’abitare. Uno sconto commerciale. Il Commissario potrà operare in deroga a disposizioni di legge, nel rispetto dei soli vincoli antimafia, della tutela dei beni culturali e degli obblighi europei. È una formula che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore il governo del territorio. La pianificazione urbanistica — strumento democratico per eccellenza, costruita da decenni di lotte per il suolo pubblico — viene commissariata ogni volta che un investitore supera una certa soglia finanziaria. Non è semplificazione: è la sostituzione del diritto con la discrezionalità commissariale a favore del capitale privato. IL RECUPERO DEL PATRIMONIO ERP: CHI BENEFICIA DAVVERO Il primo pilastro stanzia 970 milioni di euro tra il 2026 e il 2030 per il recupero di circa sessantamila alloggi pubblici oggi non assegnabili per carenze manutentive. È l’aspetto più genuinamente sociale del provvedimento, e sarebbe ingeneroso non riconoscerlo. Il patrimonio ERP italiano versa da decenni in uno stato di abbandono imputabile a scelte politiche precise: il progressivo disinvestimento pubblico nell’edilizia sociale, la riduzione dei trasferimenti agli ex IACP e agli enti regionali che li hanno sostituiti, l’assenza di fondi strutturali per la manutenzione ordinaria e straordinaria. Sessantamila alloggi recuperati potrebbero fare la differenza per sessantamila famiglie. Ma a quali condizioni? Il decreto introduce anche il riscatto degli alloggi ERP da parte degli assegnatari, come strumento di stabilità abitativa. L’intenzione sembra lodevole. Il risultato rischia di essere opposto: ogni alloggio riscattato fuoriesce dal patrimonio pubblico, riducendo permanentemente lo stock disponibile per le generazioni future. L’Italia ha già percorso questa strada negli anni Novanta con le vendite del patrimonio INA-Casa e degli IACP. Sappiamo com’è andata: il patrimonio si è assottigliato, i prezzi sono esplosi, le liste d’attesa si sono allungate. Ora ci riproviamo, nel nome della stabilità abitativa. C’è però una questione ancora più a monte, che il decreto sfiora senza affrontare davvero. Gli enti che gestiscono il patrimonio ERP — gli ex IACP trasformati in agenzie regionali, gli ATER, le ACER — sono da anni il nodo irrisolto del sistema abitativo pubblico italiano. Sono loro che conoscono il territorio, mantengono i rapporti con gli assegnatari, istruiscono le pratiche di subentro, gestiscono il contenzioso, presidiano quotidianamente la linea di confine tra il diritto all’abitare e l’abuso. Eppure il decreto li relega al ruolo di soggetti attuatori subordinati, destinatari di contributi erogati attraverso Invitalia su avvisi pubblici, come se fossero operatori di mercato qualunque e non il presidio istituzionale di una funzione costituzionalmente orientata. Un ente pubblico che gestisce ERP non è una stazione appaltante come un’altra: è il luogo in cui si traduce operativamente il diritto all’abitare. Trattarlo come cinghia di trasmissione di risorse statali — senza rafforzarne le dotazioni organiche, senza stabilizzarne i bilanci, senza riconoscerne il ruolo strategico nella pianificazione abitativa territoriale — significa costruire un Piano Casa su fondamenta che si sa già essere fragili. Un Piano Casa strutturale dovrebbe invece investire sugli enti ERP come soggetti autonomi di politica abitativa: dotarli di fondi stabili e pluriennali non soggetti alla variabilità dei bandi, restituire loro la capacità tecnica e legale che decenni di blocco del turnover hanno eroso, riconoscere la specificità del loro patrimonio giuridico e operativo. Senza questo passaggio, il rischio concreto è che i 970 milioni stanziati si disperdano in procedure commissariali e partenariati privati, mentre gli enti che potrebbero garantire una gestione sociale effettiva del patrimonio recuperato restano ai margini del processo decisionale. IL VINCOLO TRENTENNALE E LE SUE OMBRE Gli interventi di edilizia convenzionata sono soggetti a un vincolo di destinazione di almeno trent’anni dalla fine dei lavori. Sulla carta, garantisce la permanenza della funzione sociale dell’intervento. Ma trent’anni è anche l’orizzonte di ammortamento di un mutuo immobiliare. La coincidenza non è casuale: allo scadere del vincolo, l’investitore privato torna libero di valorizzare l’immobile secondo le logiche del mercato. Il contratto sociale con il territorio ha una scadenza incorporata, e quella scadenza è esattamente il punto in cui la rendita torna disponibile. Questo meccanismo è noto nella letteratura critica sull’housing sociale europeo come time-bomb: lo Stato anticipa i costi sociali, il privato incassa i benefici economici differiti. Non è una previsione catastrofista: è ciò che è già accaduto con le politiche thatcheriane del Right to Buy e con le privatizzazioni continentali degli anni Novanta e Duemila. LA NULLITÀ CONTRATTUALE COME STRUMENTO DI DISCIPLINA SOCIALE Il decreto introduce la nullità dei contratti in assenza dei requisiti soggettivi degli assegnatari. Se durante la locazione i requisiti economico-patrimoniali vengono superati per due anni consecutivi, opera la risoluzione del contratto o la conversione del canone ai valori di mercato. In apparenza è una norma di equità: chi ha migliorato le proprie condizioni economiche non dovrebbe usufruire di un sostegno pensato per i più fragili. In realtà è una norma di espulsione. Il decreto non offre nessuna risposta abitativa alternativa a chi viene espulso dal circuito convenzionato perché ha trovato un lavoro o perché la sua situazione è marginalmente migliorata. Risolto il contratto, costui torna al mercato libero con un reddito che non gli consente di sostenere i canoni correnti. Il miglioramento economico diventa una trappola: troppo ricco per l’ERP, troppo povero per il mercato. L’EMERGENZA CHE NON FINISCE MAI C’è un elemento che accomuna tutti i piani casa degli ultimi trent’anni: l’urgenza. Ogni volta la crisi abitativa viene dichiarata emergenziale, e l’emergenza giustifica la deroga, la semplificazione, il commissario. Ogni volta i risultati sono inferiori agli obiettivi dichiarati e superiori ai costi pubblici effettivi. Ogni volta la componente privata del partenariato incassa benefici certi, quella pubblica si fa carico dei rischi residui. La casa è un bene primario, ha detto Giorgia Meloni presentando il provvedimento. Ha ragione. Ed è proprio per questo che non può essere affidata alla logica del profitto privato assistito dal commissario derogatore. Un bene primario richiede una risposta pubblica strutturale: investimenti diretti, patrimonio non alienabile, canoni ancorati al reddito e non al mercato, enti territoriali ERP messi in condizione di svolgere davvero il loro ruolo istituzionale. Il D.L. 66/2026 contiene misure utili, soprattutto sul versante del recupero del patrimonio esistente. Ma il suo impianto complessivo rivela una concezione della politica abitativa come facilitazione del mercato piuttosto che come garanzia del diritto. Il problema non è quante case verranno costruite o recuperate nei prossimi anni. È per chi, a quale prezzo, e chi pagherà il conto quando i trent’anni saranno scaduti. La risposta, come sempre, la sappiamo già. La pagheranno quelli che non hanno mai smesso di aspettare. Francesco Russo
May 10, 2026
Pressenza
BRESCIA: SCOPPIA LA PROTESTA ALLA TORRE CIMABUE DI SAN POLO. “SIAMO L’URLO DI RABBIA DELLA PERIFERIA”.
“L’urlo di rabbia della periferia di Brescia: vogliamo essere ascoltati, vogliamo dignità per chi abita nelle case popolari”. Al via oggi, lunedì 27 aprile, un nuovo percorso di mobilitazione e di protesta degli abitanti della Torre Cimabue di San Polo dopo una partecipatissima assemblea svoltasi giovedì scorso alla Casa delle associazioni degli inquilini e delle inquiline del grande condominio dove vivono 540 persone, 161 famiglie assegnatarie con 110 bambini e bambine. Una folta delegazione degli inquilini presenti oggi durante una conferenza stampa hanno presentato una articolata piattaforma di rivendicazioni, che sarà inoltrata all’Aler e agli assessorati competenti del Comune di Brescia. Se queste richieste non saranno ascoltate e non ci saranno risposte positive l’assemblea degli inquilini ha annunciato di portare l’orgoglio e la rabbia della periferia nel cuore della città e di cominciare con lo sciopero delle spese condominiali.  La situazione odierna della Torre è questa:  due ascensori su quattro sono fuori uso, uno è fermo da circa 40 giorni perchè bisogna sostituire un piccolo vetro, e per arrivare a casa in un condominio di 16 piani ci sono tempi di attesa dei due elevatori funzionanti che arrivano anche a 20 minuti; il garage sotterraneo vede la presenza di diverse carcasse di automobili, trasformate in discariche che attraggono altri rifuti, che sono abbandonate da anni; sulle scale laterali in quasi tutti i pianerottoli sono abbandonati sacchetti di immondizia. L’audio della conferenza stampa con Umberto Gobbi, di Diritti per Tutti, e inquiline-i delle case popolari di San Polo, quartiere popolare di Brescia. Ascolta o scarica Di seguito riportiamo la piattaforma definita ed approvata dagli inquilini nell’incontro di giovedì 23 aprile: “L’assemblea degli inquilini e delle inquiline della Torre Cimabue di San Polo, coordinata su richiesta del Comitato inquilini dall’Associazione Diritti per tutti, si è svolta con la presenza di circa 60 persone nella serata di giovedì 23 aprile  presso la Casa delle Associazioni ed ha definito la seguente piattaforma di rivendicazioni e proposte per modificare una situazione che continua ad essere insostenibile e che lede la dignità di chi vive nelle case popolari di questo grande condominio. –Questione impianti e manutenzione Devono essere garantiti interventi tempestivi di ripristino degli ascensori quando non funzionanti e risolte  eventuali criticità strutturali per diminuire la frequenza dei guasti. Dev’essere revisionato a tempo debito l’impianto di riscaldamento centrale e programmata la manutenzione nei singoli alloggi per prevenire i malfunzionamenti che si verificano ogni inverno. –Questione pulizie e abbandono rifiuti Deve essere effettuata una verifica degli inquilini che non possiedono la tessera per il conferimento rifiuti con successiva convocazione da parte del Comune di tali famiglie e diffida nei loro confronti. Deve essere potenziato il servizio di pulizia interno al palazzo anche con sperimentazioni che possano coinvolgere inquilini della Torre stessa. Deve essere prevista una disinfestazione contro le blatte anche dentro tutti gli alloggi. Devono essere installate videocamere negli ascensori dove spesso vengono abbandonati rifiuti, si riscontrano tracce e puzze di urina e dove avvengono atti di vandalismo. Dev’essere garantita la pulizia periodica del garage sotterraneo con la rimozione delle carcasse di automobili abbandonate anche da anni. Devono essere definiti precisamente e resi pubblici i compiti della portineria con conseguente controllo sullo svolgimento in modo corretto di tali mansioni. Dev’essere previsto un piano di emergenza in considerazione della presenza di molti anziani, invalidi e di famiglie con bambini piccoli. Dev’essere istituito un tavolo di confronto periodico tra rappresentanti degli inquilini e di Aler e Comune di Brescia per fare il punto della situazione al fine di individuare necessità, criticità e strumenti per risolverle. Torre Cimabue, Brescia 23-04-2026″
April 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Marrone e ATC: edilizia popolare, sgomberi e non assegnazioni
L’emergenza abitativa nella città di Torino è risaputo che sia un problema che non viene affrontato in maniera strutturale ma che ben si presta a passerelle elettorali, caso emblematico è quello di Maurizio Marrone. Il vicepresidente e assessore alla Casa della Regione Piemonte, Maurizio Marrone, e il presidente di Atc Piemonte Centrale, Maurizio Pedrini non perdono occasione per dettare una linea ben precisa: sgomberi di case atc per liberare alloggi da famiglie che da anni ci vivono e hanno speso i loro risparmi per metterli in sicurezza e ristrutturarli. Senza poi assegnare le case a lunghissime liste d’attesa. Le modifiche normative sulla legge dell’edilizia popolare proposte da Marrone e, da poco, passate in Regione, impongono di subappaltare parte del patrimonio pubblico al privato in modo che ne gestisca le ristrutturazioni con l’obiettivo di restituirlo al pubblico dopo decine di anni. Nel frattempo si procede con sgomberi di intere famiglie che si sono riappropriate dal basso del loro diritto ad avere una casa. In queste settimane si avvicinano diversi appuntamenti di resistenza a sfratti e sgomberi, da Barriera a Vallette, dove due famiglie invitano a partecipare al picchetto di solidarietà per il prossimo giovedì 23 aprile. Ne parliamo con Prendocasa Torino
April 17, 2026
Radio Blackout - Info
Marrone e ATC: edilizia popolare, sgomberi e non assegnazioni
L’emergenza abitativa nella città di Torino è risaputo che sia un problema che non viene affrontato in maniera strutturale ma che ben si presta a passerelle elettorali, caso emblematico è quello di Maurizio Marrone. Il vicepresidente e assessore alla Casa della Regione Piemonte, Maurizio Marrone, e il presidente di Atc Piemonte Centrale, Maurizio Pedrini non perdono occasione per dettare una linea ben precisa: sgomberi di case atc per liberare alloggi da famiglie che da anni ci vivono e hanno speso i loro risparmi per metterli in sicurezza e ristrutturarli. Senza poi assegnare le case a lunghissime liste d’attesa. Le modifiche normative sulla legge dell’edilizia popolare proposte da Marrone e, da poco, passate in Regione, impongono di subappaltare parte del patrimonio pubblico al privato in modo che ne gestisca le ristrutturazioni con l’obiettivo di restituirlo al pubblico dopo decine di anni. Nel frattempo si procede con sgomberi di intere famiglie che si sono riappropriate dal basso del loro diritto ad avere una casa. In queste settimane si avvicinano diversi appuntamenti di resistenza a sfratti e sgomberi, da Barriera a Vallette, dove due famiglie invitano a partecipare al picchetto di solidarietà per il prossimo giovedì 23 aprile. Ne parliamo con Prendocasa Torino
April 17, 2026
Radio Blackout