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Il conflitto del linguaggio
Quando iniziò la mobilitazione universitaria nell’anno accademico 2008/09, Paolo Virno era da poco arrivato alla facoltà di Lettere dell’Università Roma 3. Chissà se sia stata solo una coincidenza che fino a quel momento, a differenza della Sapienza, omologa più barricadera, quella facoltà avesse conosciuto solo limitate esperienze di partecipazione studentesca. Quella tendenza si invertì di colpo: con il movimento dell’Onda l’allora facoltà di Lettere e Filosofia fu occupata, partecipò a manifestazioni e cortei, costruì seminari e convegni. Alla ricerca di una propria parola pubblica. Il nostro debutto in quello spazio fu con il Laboratorio Verlan, nel quale indagavamo il presente, anche grazie alla generosa prossimità di alcuni e alcune docenti. Virno non mancò l’appuntamento: nel convegno Dire, fare, pensare il presente partecipò con un intervento che condensava, per noi giovani alle prime armi con il suo pensiero, insidie e potenzialità del linguaggio. Che è come parlare delle insidie e delle potenzialità dell’agire politico. Oggi come allora Virno ci parla con la forza di una presenza catalizzatrice di idee, eventi, reti di relazioni. Oltre alla lucidità del suo pensiero, rimangono inconfondibili la corporeità della sua voce e i gesti che la accompagnavano. Come il migliore esecutore di atti linguistici, sapeva fare cose con le parole. Lo faceva e continua a farlo ancora. Per questo, come segno tangibile della sua presenza che ci pungola e della nostra gratitudine, proponiamo l’articolo che presentò al convegno Dire, fare, pensare il presente e che venne poi pubblicato negli atti. Vorrei dire alcune cose su linguaggio e politica. Le dirò facendo conto su quella tradizione di pensiero critico che è il marxismo rivoluzionario dell’operaismo italiano. Una tradizione che va dai “Quaderni Rossi” ai nostri giorni, e che dapprima ha provato a decifrare i misteri gloriosi della lotta di classe e dei rapporti di produzione negli anni della rivoluzione in Occidente (una rivoluzione fallita, direte: certo, ma se tenessimo conto solo delle rivoluzioni riuscite, non capiremmo granché della storia umana) e, più di recente, ha cercato di affrontare la crisi delle categorie politiche moderne. Questa tradizione offre una collocazione, ma non rassicura; incalza come un rimorso senza però offrire alcuna garanzia preliminare; lungi dal proteggere, spinge a rischiare. Così funzionano le tradizioni – quelle non burocratiche, quelle che non assomigliano a una eredità testamentaria cui si accede tramite un notaio. La tradizione dell’operaismo italiano, pur essendo costellata anche da piccinerie, vanità, diatribe bizantine, resta massimamente vitale. Vitale per quel che riguarda l’analisi sociale, l’elaborazione di una teoria politica che si lasci alle spalle la sovranità statale e, anche, la costruzione di una filosofia materialistica dalle spalle larghe, non marginale o ingenua. I marxisti-leninisti, chi li ricorda più? E, fuori dal museo delle cere, sentite ancora parlare dei gramsciani? Invece, che si tratti di interpretare la produzione postfordista o la crisi della forma-Stato, l’operaismo continua a offrire un punto di vista non banale, a funzionare come un segno di contraddizione. Qualche considerazione su linguaggio e politica, dunque. Per prima cosa, occorre sgombrare il campo da alcuni pregiudizi tenaci, simili a vere e proprie allucinazioni. Si sente ripetere come un mantra che il linguaggio è uno strumento di comunicazione. In una sola frase, due errori grandi una casa. Il primo: scambiare il linguaggio per uno “strumento”; il secondo: ritenere che la sua funzione principale sia la “comunicazione”. Il termine “strumento” si attaglia bene soltanto a ciò che noi stessi abbiamo fabbricato. Strumenti sono l’aratro, il computer, l’automobile, insomma tutto quel che può essere separato da noi, dal nostro modo di essere. La macchina, la posso parcheggiare: ma posso fare altrettanto col linguaggio? Il computer, mi capita di spegnerlo: ma quando mi capita di spegnere il linguaggio? Il punto è che la capacità di parlare è il tratto distintivo della nostra specie, di una forma di vita caratterizzata in lungo e in largo dalla storia e dalla politica. > L’altro errore è confondere il linguaggio con la comunicazione. Non è così. Il > linguaggio è, innanzitutto, il modo in cui pensiamo e agiamo, è la matrice di > emozioni e affetti, è il nostro modo di stare al mondo, di orientarci in esso, > di trasformarlo. Dal punto di vista comunicativo, il nostro linguaggio è meno > efficace, meno preciso e più afflitto da ambiguità e colpi a vuoto, di quello > delle api. E poi: bisognerebbe tener conto che linguistico è anche silenzio > propriamente umano, la rinuncia o l’impedimento a comunicare. C’è una bella osservazione di… non ricordo bene, probabilmente di Gilles Deleuze: «Un pensiero che desidera e un desiderio che pensa: questo è l’uomo». Ebbene, la cosa interessante è che il linguaggio, ben prima di qualificare i desideri del pensiero, o i pensieri del desiderio, è ciò che determina l’intreccio indissolubile tra pensiero e desiderio, tra piano pulsionale e piano simbolico. Potremmo anche dire che il linguaggio ci rende naturalmente artificiali (o, se preferite, biologicamente storici). È la nostra natura di animali linguistici che ci spinge a trasformare i modi di produzione, a rovesciare i regimi politici, a riconoscere la verità di questa frase di Shakespeare: «Gentiluomini, la vita è breve. Se vivete, vivete per calpestare la testa dei re». Solo quando siamo molto artificiali, possiamo dirci davvero naturali. E viceversa: vivere in accordo con la propria natura significa, per noi, avere dimestichezza con il massimo di artificialità storico-culturale. Senza linguaggio non c’è politica. Ma proprio qui si profila un altro errore possibile, uno di quegli errori che fa venir voglia di interrompere la partita e tornare negli spogliatoi a farsi una doccia (il primo era, lo ricordo, l’idea che il linguaggio sia uno strumento di comunicazione). L’errore consiste nel credere che la politica sia uno dei tanti “giochi linguistici” che un vivente dotato di parola può giocare: ora mi dedico al gioco linguistico del lavoro scientifico, ora al gioco linguistico dei rapporti religiosi, ora quello della politica. (Uso il termine wittgensteiniano gioco in senso affine all’ordine simbolico, nell’accezione di Luisa Muraro più che di Lacan). Questo è completamente sbagliato: a renderci politici non è un certo specifico uso del linguaggio, ma il fatto stesso di avere linguaggio. Le due proverbiali definizioni di Aristotele – l’uomo è un animale che ha linguaggio, l’uomo è un animale politico – non sono soltanto imparentate tra loro, ma sono addirittura coestensive e intercambiabili. La coppia piacere/dolore è nota a tutti viventi, anche a quelli sprovvisti di linguaggio. La vita diventa politica quando, oltre questa prima coppia di contrari, si ha a che fare con le coppie utile/nocivo e giusto/ingiusto. Ma queste ulteriori polarità dipendono per intero da un pensiero colonizzato dal linguaggio, da un pensiero verbale. Va da sé che, come l’animale loquace può anche essere taciturno o afasico, così l’animale politico può anche prediligere la solitudine e l’inazione. Il comportamento impolitico è solo una possibilità difettiva della nostra linguisticità/politicità. A proposito di Aristotele: è sua la frase che poco fa ho attribuito a Deleuze («un desiderio che pensa, un pensiero che desidera: questo è l’uomo», Etica Nicomachea, VI). È stato un modo scherzoso di ricordare quanto poco tediosamente “aristotelico” sia Aristotele, e di quanto sia necessario leggerlo con occhi sgombri da pregiudizi. Quando si riflette sul rapporto tra linguaggio e politica, ci si imbatte ben presto nella nozione di “comune” (ne ha parlato Giacomo Marramao nella sua relazione). Per capire questa nozione, occorre opporla a quella di “universale”. Universale è, per esempio, la vista bifocale: la possiede ciascun individuo considerato separatamente. Comune è, invece, ciò che esiste soltanto a condizione di essere condiviso: una relazione, per esempio. Il linguaggio, proprio come l’aria che tutti respiriamo, è una risorsa comune della specie. È una prerogativa inconcepibile al di fuori della condivisione. Sotto il profilo politico, l’Universale è lo Stato, mentre il Comune è ciò che Marx ha chiamato general intellect, il “cervello sociale”, la cooperazione linguistica che oggi costituisce l’asse portante del processo produttivo. L’Universale, in quanto Stato, è un punto di arrivo verso cui, stando alla teoria politica moderna, convergono gli individui. Il Comune, in quanto linguaggio e general intellect, è invece una premessa, un punto di partenza che le singolarità hanno alle proprie spalle. L’Universale fa tutt’uno con la categoria politica del “popolo”, il Comune con la categoria politica della “moltitudine”. Il linguaggio è alla base della politica in genere, ma non indica certo quale sia la politica giusta. Non bisogna credere neanche per un istante che il linguaggio cospiri a favore della democrazia, della libertà, della concordia ecc. Su questo punto, sbaglia Habermas con la sua idea di una «intesa comunicativa». E sbaglia Chomsky, con la sua pretesa di dedurre un modello di società giusta da certe caratteristiche peculiari del linguaggio. Il linguaggio è sempre parte del problema, sempre terreno di battaglia, sempre posta in gioco. Mai si potrà trarre un programma politico dal modo di funzionare della nostra grammatica. Il linguaggio è, insieme, pericolo e riparo, «tromba di guerra» (Hobbes) e fonte di patti e compromessi. > Per concludere, un’ipotesi azzardata: forse il linguaggio, o meglio la lingua, > ci dà istruzioni sulla forma di una istituzione post-statale. Sulla forma di > possibili istituzioni non più vincolate al paradigma della sovranità, non sul > loro contenuto: quest’ultimo, com’è ovvio, è determinato dai conflitti e dai > rapporti di forza. Secondo Saussure, la lingua è una istituzione, anzi la matrice di tutte le altre istituzioni politiche, sociali, culturali. Ma la matrice, secondo Saussure, si distingue radicalmente dai suoi derivati. Il funzionamento della lingua è incomparabile a quello del diritto o dello Stato. Le analogie si rivelano ingannevoli. La trasformazione nel tempo del codice civile non ha niente da spartire con il mutamento consonantico o l’alterazione di certi valori lessicali. Lo scarto che separa l’«istituzione pura» (così Saussure chiama la lingua) dagli apparati socio-politici che ci sono familiari è molto istruttiva. La lingua è, insieme, più naturale e più storica di qualsiasi altra istituzione umana. Più naturale: a differenza della moda o dello Stato, essa ha il suo fondamento in «un organo speciale preparato dalla natura», ossia in quella disposizione biologica innata che è la facoltà di linguaggio. Più storica: mentre il matrimonio e il diritto si attagliano a certi dati di fatto naturali (desiderio sessuale e allevamento della prole, il primo; simmetria degli scambi e proporzionalità tra danno e risarcimento, il secondo), la lingua non è mai vincolata all’uno o all’altro ambito oggettuale, ma concerne l’intera esperienza di un animale “aperto al mondo”, dunque il possibile non meno del reale, l’ignoto proprio come l’abituale. La moda non è localizzabile in un’area cerebrale e però deve sempre rispettare le proporzioni del corpo umano. Tutt’al contrario, la lingua dipende da certe condizioni genetiche, ma ha un campo di applicazione illimitato (giacché essa stessa può dilatarlo sempre di nuovo). La lingua, rispecchiando la mancanza tipicamente umana di un ambiente circoscritto e prevedibile, è «priva di qualsiasi limite nei suoi procedimenti» (Saussure); ma è proprio la sua illimitata variabilità, ovvero la sua indipendenza da circostanze fattuali e dati naturali, a offrire una protezione efficace dai rischi connessi a quella mancanza. L’«istituzione pura», a un tempo la più naturale e la più storica, è anche, però, una istituzione insostanziale. È nota l’idea fissa di Saussure: nella lingua non vi è alcuna realtà positiva, dotata di autonoma consistenza, ma solo differenze e differenze tra differenze. Ogni termine è definito unicamente dalla sua «non coincidenza con il resto», dunque dall’opposizione o eterogeneità rispetto a tutti gli altri termini. Il valore di un elemento linguistico consiste nel suo differire dagli altri: x è qualcosa proprio e soltanto perché non è y né z né w ecc. L’«istituzione pura» non rappresenta alcuna forza o realtà già data, ma tutte le può significare grazie al rapporto negativo-differenziale che vige tra le sue componenti. > Ma ecco la domanda che mi sta a cuore: è concepibile una istituzione politica, > nell’accezione più rigorosa di questo aggettivo, che mutui la propria forma e > il proprio funzionamento dalla lingua? È concepibile una Repubblica > insostanziale, basata su differenze e differenze tra differenze, non > rappresentativa? Non so rispondere con sicurezza. Al pari di chiunque altro, anch’io diffido di cortocircuiti speculativi. Ritengo però che la crisi attuale della sovranità statale legittimi domande del genere, togliendo loro ogni sfumatura oziosa. Che l’autogoverno della moltitudine possa conformarsi direttamente alla linguisticità dell’uomo, bene, questo dovrebbe restare quanto meno un problema aperto. SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il conflitto del linguaggio proviene da DINAMOpress.
Rovine linguistiche
Martina Maccianti riflette sulla natura precaria e instabile del linguaggio, decostruendo l’idea della parola come strumento neutro e funzionale. Attraverso la figura della… L'articolo Rovine linguistiche sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
Il linguaggio precede la guerra
Il linguaggio precede la guerra, la prepara e la rende possibile. Oggi, come in passato, politici e giornalisti costruiscono una cornice narrativa che trasforma la possibilità di un conflitto in una certezza imminente. La minaccia attribuita alla Russia e, più in generale, alle autocrazie, non viene presentata solo come un […] L'articolo Il linguaggio precede la guerra su Contropiano.
Si può essere persone orrende in tanti modi diversi
Il linguicismo, ovvero il sistema oppressivo del linguaggio ritenuto norma, permea le nostre vite con declinazioni coloniali, antimeridionali, sessiste, classiste, queerfobiche. Il breve saggio di Rosalba Nodari, è un altro gioiello della collana bookblock+  di Eris Edizioni, una collana di saggistica breve e tascabile per aprire fratture generative nello sguardo normato. Nell’ultima edizione di San Remo c’era Geolier, orgoglio campano, con una canzone in napoletano. Molte persone sono insorte, chi chiedendo i sottotitoli, chi defininendolo inascoltabile per la bruttezza del dialetto, chi facendo ricorso al regolamento di fascista derivazione che in via di principio richiedeva solo brani in italiano. Lo stesso trattamento, come ricorda Nodari, non è stato riservato a Van Des Sfroos che con Yanez cantava in bergamasco, con il plauso del leghista Luca Zaia. Si potevano leggere commenti anti-meridionalisti persino nelle stories e chat di persone politicizzate senza che suscitassero un compatto sconcerno. Io stesso passavo invisibile nella mia appartenenza campana, spesso lodato per non avere un’inflessione marcata: «non si capisce da dove vieni», mi hanno ripetuto per farmi un complimento. Questo è stato probabilmente dovuto ad anni di pulizia linguistica, dalla scuola all’accademia, dagli ambienti di lavoro alle interazioni sociali. > Dissociarsi dal dialetto, dalla sua inflessione, significa ancora oggi avere > più possibilità di accedere al capitalismo culturale e sociale in termini di > opportunità di studio, di lavoro e di una maggiore accettazione sociale. > Questo è ancor più vero per chi ha come lingua madre una lingua non europea e > non bianca. «Non si capisce» – dicono e, come risponde Marìa Galindo (in Femminismo Bastardo, tradotto da Roberta Granelli, Mimesis edizioni)_ «Sì, è vero, non ci capiamo perché tu non vuoi capirmi». Galindo parla della mistura linguistica e del linguicismo coloniale a cui sono sottoposte le persone migranti o con un background culturale che non sia quello statunitense ed europeo bianco. Nel suo saggio Nodari, dopo aver trattato in modo illuminante di linguicismo e scuola, parla del linguicismo coloniale prevalentemente in ambito europeo, a partire dalla proposta di legge presentata nel 2022, in Francia, dal deputato di origini catalane Euzet per combattere la cosiddetta glottofobia, ossia la discriminazione subìta da una persona per il suo accento. Riprendendo la riflessione di @seconda_generazione_ita titolata Imitare e deridere gli accenti stranieri rafforza il razzismo, la xenofobia e il classismo, Nodari riflette su come dietro determinati gusti si celi qualcosa di molto più profondo: «la discriminazione linguistica può agire lungo gli assi della discriminazione tout court. Se, attraverso la lingua possiamo comunicare la nostra razza, il nostro genere, la nostra età, la discriminazione linguistica non sarà un caso di linguicismo e basta, bensì un elemento per veicolare il razzismo, il sessismo, l’ageismo». Nel suo saggio, Nodari attraversa alcuni dei sistemi di potere tirati dai fili invisibili, ma tangibili, del linguicismo concentrando il pezzo centrale sul sessismo. Parte da Alma Sabatini e dal suo Per un uso non sessista della una lingua italiana per riprendere il vocal fry reso evidente nel dibattito pubblico dall’allora deposizione di Paris Hilton. «Si tratta di una modalità di fonazione socialmente associata a una femminilità frivola. Un modo di parlare da sanzionare, poiché le donne con questo tono di voce verrebbero percepite come meno competenti, meno istruite, meno affidabili, meno occupabili». > La linguistica e le norme sociali del linguaggio hanno creato regole e studi > per cercare di vestire di prestigio e attendibilità scientifica a pregiudizi e > discriminazioni, come lo studio della Lingua delle donne di Lakoff, dove il > maggiore utilizzo di vezzeggiativi, ad esempio, viene ricondotta > all’intrinseca natura femminile (e servile) delle donne; studio che ha trovato > un largo seguito di illuminati pensatori. In un libro breve – come tutta la collana Bookblock di Eris edizioni – Nodari innesta semi di riflessioni profonde, supportate da una chiara bibliografia, risorse di approfondimento e fonti che scompaginano il capitalismo culturale, come post di Instagram e riferimenti alla cultura pop. Una scrittura accessibile e sempre affilata conduce alle conclusioni tra le più belle personalmente lette. Un libro che apre a più domande di quante se ne avessero in partenza, e che fa venire voglia di proseguire le riflessioni e gli studi di Rodari soprattutto in ambito queer e trans dove il linguicismo è particolarmente violento. Un libro da leggere, consultare, prestare e condividere per accendere le cene di famiglia, le pause caffè al lavoro e anche le assemblee. La lingua è potere, il linguicismo la sua manifestazione oppressiva. Sta a noi trasformare le relazioni di potere del linguaggio a partire da una consapevolezza che Linguicismo e potere innesca e propaga. Come miceli di funghi, che condizionano tutto e governano il pianeta. Che ne abbiamo coscienza oppure no. L’immagine di copertina è di emdot via Flickr L'articolo Si può essere persone orrende in tanti modi diversi proviene da DINAMOpress.
Genocidio e linguaggio: la semantica dell’ impero
Come sosteneva Gramsci nei “Quaderni“, il linguaggio è potere e ideologia. Non è mai asettico o impersonale. Ogni parola che pronunciamo è già attraversata da rapporti di forza, carica di significati storicamente determinati e ideologicamente costruiti. La lingua non è semplicemente un mezzo per comunicare. È il terreno stesso su […] L'articolo Genocidio e linguaggio: la semantica dell’ impero su Contropiano.
Il Mainstream e l’omeopatia dell’orrore
Nelle ultime settimane, in concomitanza con l’accelerazione imposta da Israele al genocidio palestinese, si assiste a un analogo cambio di passo anche da parte dell’informazione embedded che, ormai, sembra lavorare al passo a al ritmo dei massacratori israeliani e dei loro complici (USA, UE, paesi arabi, con pochissime e lodevoli […] L'articolo Il Mainstream e l’omeopatia dell’orrore su Contropiano.
Le Dita Nella Presa, Tecnologie oppressive di ogni tempo
Aggiornamenti di attualità sul caso Paragon: le analisi smentiscono la difesa del Copasir; letture sul tema del linguaggio che evoca lo schiavismo nell'elettronica e informatica; Google usa le sue piattaforme per ostacolare le alternative aperte. Il 5 Giugno, il Copasir ha pubblicato la sua relazione sul Caso Paragon: tra le altre cose, ci dice che Citizen Lab potrebbe averla sparata un po' grossa, e che Francesco Cancellato potrebbe non esser mai stato intercettato. Peccato che una settimana dopo esca un nuovo report di Citizen Lab, che indica che altri due giornalistə europei sono stati attaccati con malware Paragon, e che uno di questi lavora proprio a Fanpage, la testata diretta proprio da Cancellato. Abbiamo già parlato di linguaggio escludente nell'informatica, continuiamo a farlo ripercorrendo uno studio sull'origine dell'espressione master-slave (padrone-schiavo). Un'espressione più recente di quanto potrebbe sembrare, e abbastanza specifica di elettronica e informatica. Attraverso vari esempi, vediamo che anche se è difficile dare una ricostruzione certa della sua genesi, questa espressione non deriva dall'essere una metafora espressiva - per quanto problematica - di un meccanismo tecnico, ma da una specifica concezione della divisione del lavoro che prevede sempre l'esistenza di un dualismo tra volontà/intelletto e forza bruta. Nextcloud denuncia che Google, attraverso il Play Store, ha artificialmente limitato le possibilità della sua applicazione per Android, rendendo più difficile (ma non impossibile) l'utilizzo di alternative libere. Chiudiamo con il ruolo italiano nei bombardamenti statunitensi contro l'Iran. Ascolta sul sito di Radio Onda Rossa
[Le Dita nella Presa] Tecnologie oppressive di ogni tempo (1/4: Puntata completa)
Aggiornamenti di attualità sul caso Paragon: le analisi smentiscono la difesa del Copasir; letture sul tema del linguaggio che evoca lo schiavismo nell'elettronica e informatica; Google usa le sue piattaforme per ostacolare le alternative aperte. Il 5 Giugno, il Copasir ha pubblicato la sua relazione sul Caso Paragon:  tra le altre cose, ci dice che Citizen Lab potrebbe averla sparata un po' grossa, e che Francesco Cancellato potrebbe non esser mai stato intercettato. Peccato che una settimana dopo esca un nuovo report di Citizen Lab, che indica che altri due giornalistə europei sono stati attaccati con malware Paragon, e che uno di questi lavora proprio a Fanpage, la testata diretta proprio da Cancellato. Abbiamo già parlato di linguaggio escludente nell'informatica, continuiamo a farlo ripercorrendo uno studio sull'origine dell'espressione master-slave (padrone-schiavo). Un'espressione più recente di quanto potrebbe sembrare, e abbastanza specifica di elettronica e informatica. Attraverso vari esempi, vediamo che anche se è difficile dare una ricostruzione certa della sua genesi, questa espressione non deriva dall'essere una metafora espressiva - per quanto problematica - di un meccanismo tecnico, ma da una specifica concezione della divisione del lavoro che prevede sempre l'esistenza di un dualismo tra volontà/intelletto e forza bruta. Nextcloud denuncia che Google, attraverso il Play Store, ha artificialmente limitato le possibilità della sua applicazione per Android, rendendo più difficile (ma non impossibile) l'utilizzo di alternative libere. Chiudiamo con il ruolo italiano nei bombardamenti statunitensi contro l'Iran.
Soggettività politica e antagonismo sociale
Il testo analizza la politica come tentativo di suturare l'incompletezza del campo sociale, utilizzando il pensiero di Ernesto Laclau, che unisce psicoanalisi lacaniana e filosofia politica gramsciana. La società viene concepita come un non-Tutto, attraversato da antagonismi irriducibili, quali articolazioni simboliche di un linguaggio, strutturalmente non in grado di ricoprire integralmente il Reale. La politica opera attraverso significanti vuoti, ovvero simboli che unificano domande sociali eterogenee, costruendo il popolo come entità discorsiva contingente. Il populismo è interpretato non come ideologia, ma come logica politica emergente in momenti di crisi istituzionali, dove fronti antagonisti si formano attorno a catene di domande insoddisfatte. Il testo riflette inoltre sulla frammentazione contemporanea, in cui la difficoltà di creare identità politiche stabili, apre a rischi di destrutturazione psicotica del campo sociale. Continua a leggere→