Tag - identità

Obsession, il mostro siamo noi
di Roberta Cospito L’esordio horror di Curry Barker trasforma una storia d’amore impossibile in un incubo di controllo, dipendenza emotiva e annullamento del consenso. Un racconto inquietante sulle relazioni tossiche …
Carta d’identità cartacea: dal 3 agosto 2026 non sarà più valida
SPI CGIL ER e Federconsumatori Emilia Romagna informano i cittadini: cosa succede, cosa fare, come rinnovare il documento. Attenzione: a partire dal 3 agosto 2026, tutte le carte d’identità in formato cartaceo cesseranno definitivamente di essere valide, indipendentemente dalla data di scadenza riportata sul documento. Lo stabilisce il Regolamento UE 2019/1157, recepito in Italia con le Circolari del Ministero dell’Interno n. 76/2025 e n. 8/2026. SPI CGIL e Federconsumatori Emilia-Romagna lanciano un appello ai cittadini: chi è ancora in possesso della vecchia carta d’identità cartacea — quella grigia e pieghevole, o il cartoncino plastificato con la foto incollata — deve attivarsi immediatamente per rinnovarla con la Carta d’Identità Elettronica (CIE). Mancano meno di due mesi alla scadenza e gli uffici comunali sono già sotto pressione. PERCHÉ LA CARTA CARTACEA NON SARÀ PIÙ VALIDA? La decisione deriva da una norma europea — il Regolamento UE 2019/1157 — che impone standard di sicurezza più elevati per i documenti di identità in tutti gli Stati membri. La carta cartacea presenta due carenze decisive: * Nessun microchip NFC: la CIE contiene un chip elettronico con le impronte digitali e i dati biometrici del titolare. La carta cartacea ne è completamente priva. * Nessuna zona MRZ (Machine Readable Zone): la striscia di codici leggibile automaticamente dalle forze di polizia e dai sistemi di controllo alle frontiere europee è assente nel vecchio documento. La scadenza del 3 agosto 2026 è tassativa e non prorogabile: vale anche per le carte rilasciate in urgenza con data di scadenza successiva al 2026, e vale sia per l’uso in Italia che per l’espatrio. COSA SUCCEDE SE NON SI RINNOVA? Dal 4 agosto 2026, chi presenta una carta d’identità cartacea si sentirà rispondere che il documento non è valido. In concreto: * Niente viaggi: Non potrà viaggiare in nessun Paese dell’Unione Europea né in quelli che accettano la CI italiana al posto del passaporto. * Impossibilità di identificarsi: Non potrà identificarsi presso uffici pubblici, banche, poste, studi notarili, ospedali o qualsiasi altro sportello che richieda un documento di identità valido. * Stop ai servizi digitali: Non potrà accedere ai servizi digitali della Pubblica Amministrazione tramite CIE-ID (l’equivalente dello SPID basato sulla carta elettronica). * Operazioni ordinarie bloccate: Non potrà essere utilizzata per stipulare contratti, aprire conti bancari, ritirare raccomandate o svolgere qualunque altra operazione che richieda un documento in corso di validità. Non aspettate: il rischio di rimanere senza un documento valido in piena estate è concreto. COME RINNOVARE IL DOCUMENTO: GUIDA PRATICA LA PROCEDURA È SEMPLICE. QUESTI I QUATTRO PASSI DA SEGUIRE: 1. Prenotare l’appuntamento: Collegarsi al sito agendacie.interno.gov.it oppure al portale del proprio Comune. Molti Comuni dell’Emilia-Romagna consentono anche la prenotazione telefonica. Si consiglia di farlo immediatamente: gli appuntamenti nelle settimane precedenti al 3 agosto si stanno esaurendo rapidamente. 2. Presentarsi allo sportello anagrafe con i documenti Occorrono: la carta d’identità cartacea da sostituire (o la denuncia di smarrimento/furto alle Forze dell’Ordine); una fototessera recente a colori su sfondo chiaro; il codice fiscale o la tessera sanitaria; 16,79 euro in contanti o bancomat per i diritti di segreteria. 3. Completare la procedura allo sportello Il funzionario comunale acquisirà le impronte digitali e la foto. Al termine dello sportello si riceve un documento provvisorio cartaceo, valido solo sul territorio nazionale, da conservare in attesa della CIE definitiva. 4. Ricevere la CIE a casa entro 6 giorni lavorativi Il Poligrafico dello Stato spedisce la CIE all’indirizzo indicato in fase di richiesta. Insieme alla carta viene recapitata una busta separata contenente il PIN e il PUK (codici per l’utilizzo digitale): conservarli in luogo sicuro. Redazione Romagna
June 11, 2026
Pressenza
Riconoscere il nostro destino comune
-------------------------------------------------------------------------------- Dalla pag. fb Edgar Morin -------------------------------------------------------------------------------- Ci sono persone che, pur non avendole mai incontrate, abitano il nostro tempo come una presenza familiare. Edgar Morin era una di queste. A 104 anni si è spento uno dei più grandi pensatori del Novecento e del nostro presente, una voce che ha attraversato guerre, totalitarismi, speranze, illusioni e disincanti senza mai smettere di interrogare il mondo. Con lui non scompare soltanto un filosofo o un sociologo. Si spegne una coscienza. Una di quelle che aiutano a orientarsi quando tutto sembra confuso. Morin ci ha insegnato a diffidare delle semplificazioni, a custodire la complessità del reale, a riconoscere che gli esseri umani non sono mai riducibili a un’identità, a una bandiera, a uno schieramento. Ha dedicato la sua vita a costruire ponti là dove altri erigevano muri, a cercare connessioni là dove prevalevano separazioni e contrapposizioni. Negli ultimi anni, mentre il mondo tornava a essere attraversato dalle guerre e dalle logiche della forza, aveva continuato a parlare di pace. Non di una pace ingenua o astratta, ma della necessità di riconoscere il nostro destino comune, di resistere alla barbarie della disumanizzazione, di non smettere di vedere nell’altro un essere umano. In un tempo che sembra premiare il cinismo, Morin continuava a difendere la responsabilità, la solidarietà, la fraternità. Forse è questo che oggi commuove di più. La sensazione che, quando se ne va una persona come lui, il mondo diventi un po’ più povero. Che ci sia una luce in meno a illuminare il cammino. Che ci sentiamo, in qualche modo, più soli. Eppure il modo migliore per ricordarlo non è fermarsi alla nostalgia. Morin apparteneva a quella schiera di uomini e donne che ci consegnano un’eredità. Ci lasciano un compito. Ci ricordano che il pensiero non è una contemplazione distante, ma una forma di responsabilità verso il mondo. Ora che la sua voce si è spenta, tocca a noi custodire ciò che ci ha insegnato: il rifiuto delle semplificazioni, la difesa della dignità umana, la capacità di tenere insieme giustizia e comprensione, ragione e umanità. In tempi difficili, prendere il testimone significa forse questo: continuare a pensare quando altri rinunciano a farlo. Continuare a cercare il dialogo quando prevale l’odio. Continuare a credere che la pace sia possibile anche quando sembra lontana. Addio, Edgar Morin. Ci lasci più soli. Ma ci lasci anche una responsabilità più grande. E una speranza ostinata da custodire. Ci sono morti che non riguardano soltanto una persona. Riguardano tutti coloro che da quella persona hanno imparato a guardare il mondo. Edgar Morin ci lascia un’eredità immensa: il coraggio della complessità, la fedeltà all’umano, la convinzione che il futuro non sia già scritto. Oggi lo salutiamo con gratitudine. Domani dovremo provare a essere all’altezza del testimone che ci consegna. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI EDGAR MORIN: > L’identità una e molteplice -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Riconoscere il nostro destino comune proviene da Comune-info.
June 2, 2026
Comune-info
Espérance Hakuzwimana, Piergiorgio Pulixi, Georges Simenon con…
… con Massimo Carlotto, Marco Lupis, Candice Fox, Marino Niola – recensioni di Valerio Calzolaio   A esequie avvenute – Massimo Carlotto Edizioni e/o 2025 Pag. 213 euro 18 Padova e dintorni nel nordest. Gennaio 2025. Marco Alligatore Buratti, investigatore sprovvisto di licenza per indagini non autorizzate e guadagni di provenienza spesso illecita, comincia ad annoiarsi, dell’ultimo caso si è
Terni: per la Giornata internazionale di rom e sinti
OLTRE IL SILENZIO: mercoledì 8 aprile appuntamento alla «Casa delle donne». Qui sotto l’intervento di Rita Sorina Sein. Con una poesia di Magda Bordea. In coda alcuni link utili.     Oltre il Silenzio Storia, memoria e resistenza delle minoranze Rom, Sinti, Kale e Romanichal Un momento di incontro e riflessione per conoscere, ascoltare e costruire insieme uno sguardo più
Giorgia Serughetti: una buona società è possibile
di Patrizio Paolinelli (*)   La filosofa della politica Giorgia Serughetti ha dato alle stampe un libro controcorrente intitolato La società esiste (Laterza, Bari-Roma 2023, pag. 174, 18 euro). Il volume costituisce una critica al neoliberismo e pone il problema del suo superamento. Ma andiamo con ordine. Serughetti interpreta la pandemia da Covid 19 (2020-2023) come l’evento che ha inflitto
Critica della identità militante
È SOPRATTUTTO NEI PERIODI PIÙ CUPI E DI CAOS CHE OCCORRE FAVORIRE L’AUTOCRITICA ANCHE ALL’INTERNO DEI PEZZI DI SOCIETÀ CHE NON RINUNCIANO A IMMAGINARE MONDI NUOVI. NON DOVREMMO MAI DIMENTICARE, AD ESEMPIO, CHE NON C’È ALCUNA TRANSIZIONE DA COSTRUIRE, QUEI MONDI NUOVI COMINCIANO QUI E ORA, TRA INEVITABILI LIMITI E DIFFICOLTÀ. CHE LA FRATERNITÀ E LA LIBERTÀ NON SONO LE SORELLE POVERE DELL’UGUAGLIANZA. CHE QUALSIASI SOGGETTO CHE CERCA DI TRASFORMARE IL MONDO, DEVE TRASFORMARSI, A SUA VOLTA, NELL’AZIONE DI CAMBIAMENTO. CHE È FACILE PERDERE IL SENSO DELLA MISURA NEGLI IMPEGNI POLITICI E SOCIALI. INFINE, CHE CAMBIARE IL MONDO OGGI SIGNIFICA PRIMA DI TUTTO CREARE OVUNQUE LUOGHI ACCOGLIENTI. PER QUESTO TUTTI, MA PROPRIO TUTTE E TUTTI, ANCHE COLORO CHE SENTIAMO DISTANTI, POSSANO CONTRIBUIRE IN MODI DIVERSI A CREARE RELAZIONI SOCIALI NON DOMINATE DAL PROFITTO A proposito di luoghi accoglienti: festa per la consegna dei “diplomi” della Scuola di italiano per migranti promossa da YaBasta RestiamoUmani e Ass. Nova koiné nei comuni di Scisciano e di Marigliano (Na) -------------------------------------------------------------------------------- Vorrei dire qualcosa sul concetto di “rivoluzione”, che reputo il vero nodo da sciogliere nei ragionamenti politici di chi, come me, non si sente riconciliato col capitalismo e ancora pensa e agisce nella prospettiva del suo superamento. E vengo subito a quello che, a mio avviso, rappresenta il cuore del problema: al fatto, cioè, che dovremmo essere maggiormente consapevoli del legame strettissimo di “nuova società” e “nuova umanità”. Non solo. Postulare la loro immediata connessione in tutte le fasi della possibile transizione dal capitalismo al comunismo (in sostanza, fin dal punto di partenza) ci colloca necessariamente oltre la tradizione novecentesca del movimento operaio, il quale ha proceduto separando politicamente e storicamente i due elementi, affidando la “nuova umanità” semplicemente a ciò che sarebbe dovuto accadere – col tempo, e per forza propria – dopo la costruzione della “nuova società”. Il punto è che la formidabile triade che aveva aperto l’età moderna – libertà, uguaglianza e fraternità – veniva mantenuta forzosamente scissa anche dal “nostro versante”, analogamente a come, dal punto di vista dei propri interessi materiali e della propria visione del mondo, avevano sempre fatto, e continuano a fare, le classi dominanti. Di quelle tre parole, i socialisti e i comunisti, e, attraverso di loro, il proletariato e le altre classi oppresse, assumevano come decisiva unicamente l’uguaglianza; e addirittura guardavano con sospetto, se non peggio, al tema della libertà, e con sufficienza, se non peggio, al tema della fraternità. Libertà e fraternità non venivano considerate politicamente “attuali”. Esse sarebbero state ri-guadagnate, così si è argomentato, soltanto alla sommità del lungo cammino della rivoluzione, per i benefici e spontanei effetti della nuova società fondata sull’uguaglianza. E però, come tutti sappiamo, le cose non hanno funzionato per niente, ma proprio per niente, in questo modo… Così, il superamento, anche per noi, del Novecento (e siamo in incredibile ritardo perché già la storia complessiva lo ha abbondantemente archiviato), non può che partire dalla rimessa in discussione di quel procedere per “ambiti separati”. Ma che mai potrà significare connettere immediatamente “nuova società” e “nuova umanità”? In estrema sintesi, null’altro che questo: che anche il soggetto-che-trasforma deve trasformarsi, a sua volta, nell’azione di trasformazione. Non bisogna più pensare alla maniera del “noi-che-cambiamo-il-mondo che abbiamo davanti”; bensì occorrerà dire: noi-che-ci-cambiamo-contemporaneamente-allo-forzo-di-cambiare-il-mondo che abbiamo davanti. Vale per le classi sfruttate e oppresse, ma vale anche per i militanti politici e gli attivisti sociali. Fermandoci appena all’orizzonte che ci concerne direttamente in quanto militanti e attivisti, io ritengo che la trasformazione – come processo che contemporaneamente trasforma il soggetto medesimo che si attiva per trasformare – dovrebbe essere riferita soprattutto al punto critico decisivo che ci caratterizza, e che peraltro viene incessantemente alimentato e rafforzato dalla società dell’ingiustizia e della competizione. Alludo a ciò che non riesco a definire altrimenti se non come “ipertrofia del soggetto”; ovvero, in altre parole, al vizio del politicismo, così saldamente radicato in ciascuno di noi. E però sarà bene intendersi sul concetto di “politicismo”. Io lo adopero qui alla maniera medesima di Agnes Héller, che così si esprimeva: «… Chi, al contrario, vive solo nel mondo e per il mondo, chi si spende interamente nell’attività politica, pensa solo a questa e non ha “tempo libero” per l’autoriflessione, per lo stare con gli altri, per la gioia di vivere, per l’immediatezza; chi dissolve completamente la sua soggettività nelle azioni, insomma il “politicista”, che vede sfumare il proprio mondo di sentimenti, o si aggrappa unicamente alle “azioni”, che non è più in grado di distinguere fra ciò che è importante e ciò che è marginale, dal momento che per lui l’avvenimento politico più secondario assume dimensioni gigantesche… che da solo, al di fuori dell’attività politica quotidiana, non è capace di intraprendere nulla, poiché essendo vuoto, privo di personalità, costui è identico con il mondo in cui vive. E non si libera certo dalle repressioni da cui vuole liberare il mondo. La sua ragione si trasforma in sottigliezza, il suo intelletto in calcolo. Anche gli uomini che siedono tutti i giorni davanti alla televisione con i loro bambini sono superiori ai “politicisti”, poiché hanno preservato una briciola di sfera intima e di capacità di godere…» Tralascio qui la sostanza del ragionamento proposto dalla grande allieva di Lukács, e cioè la critica alla tesi di Lenin, per il quale “noi dovremmo fare il socialismo con gli uomini tali e quali li abbiamo ereditati dal capitalismo” (“su questo punto concordo con l’idea di Marx – scriveva Heller – che nel processo rivoluzionario gli uomini cambiano se stessi…”); e tralascio anche l’idea del comunismo come società di “uomini e donne morali”. Richiamo, invece, l’attenzione sulla descrizione del politicista, il quale “si aggrappa unicamente alle azioni” e non è più “in grado di distinguere fra ciò che è importante e ciò che è marginale”. Si tratta di una modalità completamente auto-centrata di relazionarsi al mondo, tipica dell’individualismo e dell’egotismo della cultura borghese. Ma, a ben vedere, essa è particolarmente resistente proprio nei militanti politici dell’anticapitalismo: e ciò sia nella versione degli attivisti di partiti, gruppi politici e riviste teorico-politiche, e sia nella versione degli attivisti sociali. Detto in una parola, ne siamo affetti tutti noi che ci battiamo per una alternativa alla società capitalistica. È qualcosa che avviene solo parzialmente per “colpa nostra”; e anzi, la ragione di un tale persistente difetto risiede, almeno in buona parte, proprio nella forte legittimazione morale che ciascuno di noi dà a quello che fa. Esattamente perché ci “spendiamo per il mondo” senza tornaconto personale, noi ci poniamo anche nella posizione più difficile per giudicare il peso storico effettivo del nostro stesso “fare”. La Heller sottolinea che per il politicista “l’avvenimento politico più secondario assume dimensioni gigantesche”; ma questo accade esattamente perché, per il militante, nulla di ciò che entra in relazione con lui, e che lui “intenziona” in forma, per l’appunto, militante, potrà mai essere davvero secondario: si tratti di un semplice volantino, di un saggio teorico, dell’organizzazione di un corteo, di una attività di propaganda, della costruzione di un comitato, della conduzione di una lotta… Detto in altre e più chiare parole, il paradosso del militante è che egli riesce a fare ragionamenti anche complessi sul mondo che gli sta davanti, ma è poi incapace di mettere se stesso in relazione complessa col mondo di cui parla. Il deficit di complessità è, per così dire, la faccia nascosta della ipertrofia del soggetto. Ma in questa maniera, come tendiamo ad assolutizzare le nostre azioni e l’ambito nel quale agiamo, così relativizziamo spontaneamente tutto ciò che ci sta lontano, o che non esperiamo direttamente come ‘questione significativa’ nell’ambito della nostra peculiare comunità di attivisti. Fino a possibili, autentici corti circuiti, per cui ci saremo noi, solo noi, da un lato, e un indistinto “resto del mondo”, dall’altro. Il nodo vero è che diventiamo singolarmente incapaci di vedere la forza e la molteplicità delle pratiche che si muovono nell’identica nostra direzione dell’anticapitalismo. Assumiamo, cioè, come davvero anticapitaliste solo le pratiche molto uguali alle nostre. E quando non sono uguali, tendiamo a derubricarle, quasi per riflesso condizionato, a pratiche non-significative, se non addirittura dannose, se non addirittura controproducenti; e persino, nei casi estremi, controrivoluzionarie… Chiudere col Novecento significa, perciò, lavorare profondamente anche su noi stessi, assumendo come habitus pratico e mentale l’attitudine a cambiare. Il che implica non soltanto che dovremmo far valere per noi, qui e ora, talune caratteristiche del mondo nuovo che abbiamo in mente, ma anche che dobbiamo provare a capovolgere, nel nostro sguardo d’insieme, la logica della assolutizzazione dell’io e della relativizzazione dall’altro. Non si tratta di un’impresa facile, e non bastano le buone intenzioni, poiché siamo costantemente condizionati non solo dal “paradosso intrinseco del militante”, ma anche dalla vera e propria fatica fisica e mentale che mettiamo in tutto quello che facciamo. Alla fin fine, davvero la giornata è solo di ventiquattro ore; e se dobbiamo fare quello che dobbiamo fare, ci resta poco tempo per guardare il resto. Lo sa bene ciascuno di noi: quelli oberati dalla faticosa attività quotidiana di partito o di associazione, così come quelli sopraffatti dal gravoso lavoro di analisi e studio teorico, così come quelli che si sentono addosso la responsabilità inderogabile di attivarsi nelle iniziative di lotta e di movimento, così come quelli che non riescono quasi più a pensare sotto l’urgenza continua delle pratiche di solidarietà attiva… Ciò che facciamo, se lo facciamo con sistematicità, davvero non ci lascia respirare. E però il tempo dovremo pur farlo uscire in qualche modo. Il tempo di guardare segnatamente la realtà-altra che abbiamo di fronte in quanto complessità delle pratiche della liberazione, soprattutto quelle molto lontane e diverse da noi. Altrimenti non riusciremo a capire bene neppure quello che facciamo. Ricorro ad un esempio che mi riguarda, perché forse chiarisce meglio di tante parole ciò che intendo dire. Alcuni anni fa, con la lotta contro la costruzione del mega-inceneritore di Acerra, io so di aver vissuto il periodo di maggiore impegno pratico della mia specifica “biografia politica”. Ma esso è stato anche, contemporaneamente, il periodo più disordinato della mia vita personale e anche il periodo più confuso della mia capacità di iniziativa politica e riflessione teorica. La lotta contro quella mega-opera, conclusasi con una sonora sconfitta, durò complessivamente più di quattro anni. I primi due anni ci videro occupare il terreno sul quale l’inceneritore doveva sorgere. E forse ha qui un senso ricordare che a compiere concretamente l’occupazione in una piovosa alba invernale, sfondando il cordone di polizia che sbarrava la via di accesso, furono una trentina non di cittadini generici, ma di veri e propri militanti, due terzi dei quali non erano neppure di Acerra. Come a dire che la lotta iniziò per davvero solo dopo una determinata decisione di una determinata area di compagni. Poi, per mantenere l’occupazione del terreno si dovettero organizzare i turni. Il movimento diventò rapidamente di massa, e perciò si poteva contare su una base ampia per le turnazioni. E però a presidiare il posto ci doveva essere sempre un nutrito gruppo di persone (nell’ordine di alcune decine), e questo per ventiquattro ore al giorno, per sette giorni la settimana, per 12 mesi all’anno. In sostanza, per il ruolo di coordinamento avuto in quella vicenda dall’inizio, io mi sentivo obbligato a essere presente in modo costante, talvolta anche di notte, attorno al capanno e alle tende alzate alla meglio. Per me, quei due anni hanno significato, grosso modo, restarmene fisicamente al Pantano (questo il nome della località), attorno alle 20-30 ore a settimana. Poi un giorno, approfittando anche dello sfilacciamento del presidio (cosa più che normale dopo due anni), polizia e carabinieri occuparono manu militare il terreno. La lotta si trasferì perciò sulle strade prospicienti l’area, e divenne una lotta di picchetti per impedire l’ingresso dei camion e delle macchine degli operai che andavano a costruire l’inceneritore. Qualche giorno riuscivamo a bloccarli per l’intera giornata, qualche altro giorno solo per alcune ore, qualche altro giorno assistevamo impotenti al loro ingresso. Al netto delle altre iniziative di lotta – più volte il blocco dell’autostrada, moltissime volte il blocco di strade anche lontane dal Pantano e svariate volte cortei e blocchi nel centro stesso di Napoli – per me sono stati altri due anni di “presenza fisica”. Ci fu un periodo, di almeno tre mesi consecutivi, mi pare tra gennaio e marzo del 2004, che quasi tutte le mattine, dalle 4 e mezzo e fino alle 8 o alle 9, quando poi andavo a scuola, stavo ai picchetti a tentare i blocchi e a fronteggiare la polizia. Poi, nell’estate, ci fu l’occupazione della stazione ferroviaria di Acerra, che durò cinque mesi consecutivi: e anche lì turni, presenza 24 ore su 24 e via dicendo. In sostanza, un impegno gigantesco proprio sul piano fisico oltre che mentale, con il disordine totale nel ritmo della mia vita pratica e intellettuale. Come avrei potuto vivere un tale passaggio se non con l’idea che il Pantano e le due strade d’accesso, e poi la stazione di Acerra e i presidi e i picchetti e i cortei e le occupazioni e i blocchi stradali, autostradali, ferroviari, eccetera, fossero proprio “tutto il mondo”? E però esattamente perché vivevo in tal modo quell’esperienza, tutto il resto perdeva di significato. Anche la normale gerarchia delle cose si alterava, fino al punto che gli altri movimenti, la militanza in Rifondazione comunista e tutta la restante parte della mia vita politica acquistavano davvero senso quasi unicamente in relazione alla vicenda dell’inceneritore. Ma così io tendevo a perdere, lo volessi o no, il senso della misura; e soprattutto tendeva a sfuggirmi, concettualmente, la ricchezza e la complessità e la pluralità delle stesse pratiche “antagoniste”. Proprio come dice la compagna Heller: “al di fuori dell’attività politica quotidiana, non è capace di intraprendere nulla”… Provo, dunque, a tirare un po’ le somme su questo punto. Non è soltanto il mondo che abbiamo di fronte che deve cambiare: dobbiamo cambiare anche noi stessi. E ritengo che questa sia una acquisizione fondamentale per arrivare a formulare una nuova idea di rivoluzione. E però, porci nella logica di dover cambiare, assieme al mondo, anche noi stessi, comporta indagare spietatamente proprio i punti di criticità che ci concernono. Che concernono sia il proletariato in generale (e qui siamo ancora a ciò che abbiamo di fronte) e sia noi medesimi, noi militanti dell’anticapitalismo. Io ravviso nel nostro “deficit di complessità” il punto critico sul quale maggiormente dovremmo lavorare. Esso consiste, da un lato, nel fatto che diamo per scontato di sapere (sulla scorta delle analisi di Marx di centocinquanta anni fa) come concretamente operi oggi il capitalismo; dall’altro, nel fatto che non concepiamo neppure l’esistenza dei “simili”. I simili, non gli “uguali”: quelli che muovono, cioè, con le loro specifiche pratiche e le loro specifiche idee, nella stessa direzione nostra dell’anticapitalismo. E a tal proposito occorre ben comprendere come l’anticapitalismo sia difficile e semplice allo stesso tempo. Soprattutto esso è una merce molto meno rara di quanto la nostra pochezza organizzativa ci induce a credere. Forse non sarebbe necessario ribadirlo; ma comunque non lo ritengo inutile: il capitalismo non è una “cosa”, ma un rapporto sociale incentrato sulle dinamiche della valorizzazione. E oggi, nel mondo attuale, tutto, ma proprio tutto, concorre alla valorizzazione. E però, allo stesso tempo, molte delle dinamiche che concorrono alla valorizzazione tendono spontaneamente anche a fuoriuscire dalle strettoie della logica del valore. Lo fanno episodicamente, contraddittoriamente e perfino ambiguamente. Ma lo fanno. Lo fanno, ad esempio, quando alludono, pur con tutte le loro parzialità e incongruenze, alla dignità delle persone o a elementi “eccentrici” rispetto alla tradizione canonica del movimento operaio, e però tutti potenzialmente contraddittori coi normali “valori di scambio” del sistema capitalistico: dal corpo agli affetti, dalla cultura all’ambiente. Benché non esplicitamente, tali dinamiche, quando riescono a emergere (ed emergono più spesso di quanto noi pensiamo), diventano parte viva del processo di trasformazione. E del resto, in taluni momenti ce ne siamo anche accorti. Durante Genova 2001, persino le Suore Orsoline le abbiamo vissute come parti costitutive del processo del cambiamento. Non le abbiamo affatto giudicate, come forse avremmo fatto nel Novecento, alla stregua di “utili idiote” della rivoluzione… Orbene, dobbiamo essere capaci di rafforzare, dentro noi stessi, esattamente tale fondamentale capacità di com/prensione. Il che vuol dire, né più né meno, che dobbiamo costruire – a partire da noi, oltre noi ma anche per noi – una politica, mi si passi il temine, “conviviale” (proprio nel senso etimologico del cum alio vivere). È in questo modo che possiamo davvero praticare, pur con tutte le nostre parzialità, la “nuova umanità” nel medesimo punto di partenza. E cosa possa significare in concreto, ciascuno di noi può facilmente immaginarlo. Io penso soprattutto alla costruzione di luoghi accoglienti, alla capacità di ascoltare gli altri, a un atteggiamento di fiducia sul fatto che, pure in quest’Italia con le lotte ridotte al lumicino, siano costantemente all’opera le dinamiche di trasformazione. La qual cosa implica, tuttavia, che tutti, ma proprio tutti, possano davvero cambiare nell’attività. E che nessuno, neppure quelli che sentiamo visceralmente distanti da noi, siano inchiodati per forza a ciò che magari noi abbiamo già giudicato, più o meno sensatamente, come errori, incoerenze, opportunismi o addirittura “piccole infamie”. La vita delle persone è sempre più complessa degli episodi che costellano la loro esistenza. E nessuno specifico episodio può davvero esaurirla. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Lotta di classe identitaria e non identitaria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Critica della identità militante proviene da Comune-info.
February 25, 2026
Comune-info
Riconciliare la sinistra
Se accettiamo la lezione di Rodrigo Nunes sulla melanconia e quella dell'ex presidente Mujica sulla concretezza, la risposta è chiara: l’unità non nasce dal culto della sinistra antifascista, nasce dalla sua funzione. Quando la sinistra torna a essere utile ai bisogni materiali del popolo, allora smette di essere una definizione e torna a essere un fatto. Continua a leggere→
February 14, 2026
Rizomatica