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Emergenza climatica: “Il pianeta si trova ormai in acque inesplorate”
L’Agenzia meteorologica mondiale dell’Onu (Wmo) ha lanciato il suo allarme sui cambiamenti climatici da cinquant’anni a questa parte. Secondo l’ultimo rapporto della Wmo appena pubblicato, il riscaldamento delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico tropicale, che periodicamente influenza piogge e temperature in vaste aree del mondo, nel 2026 avrà ripercussioni mai viste […] L'articolo Emergenza climatica: “Il pianeta si trova ormai in acque inesplorate” su Contropiano.
September 4, 2026
Contropiano
Bosco urbano di comunità
IL CASO DEL BOSCO OSPIZIO DI REGGIO EMILIA NELLE ULTIME DUE SETTIMANE HA FINALMENTE ATTIRATO MOLTE ATTENZIONI, ANCHE FUORI DALLA CITTÀ (QUI L’OTTIMO ARTICOLO, MOLTO LETTO, DI MARCO DERIU: CHI DECIDE COS’È UN BOSCO?, PUBBLICATO IL 20 AGOSTO). IN QUESTI GIORNI L’ASSEMBLEA BOSCO OSPIZIO HA PRESENTATO IL PROGETTO DEL BOSCO URBANO COMUNITARIO AL POSTO DELL’ENNESIMO SUPERMERCATO. CI SONO PEZZI DI CITTÀ IN MOVIMENTO DA CUI IMPARARE MOLTE COSE IN QUESTI TEMPI DI CRISI CLIMATICA E DISSESTO IDROGEOLOGICO Foto Bosco Ospizio -------------------------------------------------------------------------------- La nostra proposta alternativa per salvare interamente il Bosco Ospizio e renderlo fruibile alla cittadinanza è rimasta fino ad ora circostanziata ai soli ambienti istituzionali, presentata da una nostra delegazione prima all’Amministrazione Comunale, poi a Conad Centro Nord. In questo momento di stallo, in cui il soggetto attuatore sostiene di stare valutando quanto da noi illustrato in quell’ultimo incontro, decidiamo di condividere questa proposta, per trasparenza, con la città. La nostra è una idea progettuale, non un progetto fatto e finito: questo perché, coerentemente con il nostro percorso assembleare, non stiamo imponendo delle scelte immodificabili, ma crediamo che la partecipazione degli abitanti dovrebbe iniziare ben prima della progettazione definitiva. La nostra proposta vede l’area trasformata in un Bosco Urbano di Comunità, valorizzata attraverso Nature Based Solutions (NBS) – un approccio che riconosca nei processi naturali una vera e propria infrastruttura per la rigenerazione del territorio – e capace di assolvere a quattro funzioni principali: 1. Natura, con la conservazione della vegetazione spontanea, biodiversità, suolo e servizi ecosistemici; 2. Fruizione, con percorsi pedonali, luoghi di sosta, accessibilità e sicurezza; 3. Educazione, con attività per scuole, bambini, cittadini e associazioni; 4. Comunità, con la partecipazione degli abitanti a iniziative di cura e conoscenza del bosco. Questa proposta progettuale si snoda lungo quattro fasi principali: una prima fase di conoscenza approfondita dello stato attuale del Bosco Ospizio, in cui sarà indispensabile uno studio ecologico, paesaggistico e di fruibilità affidato a professionisti qualificati. Una seconda fase di articolazione in ambiti del Bosco, che rispecchi le quattro funzioni principali. Una terza fase di fruizione da parte della comunità, in cui non tutte le aree saranno accessibili allo stesso modo. Infine, un’ulteriore fase di studio e ricerca orientata a considerare il Bosco come una vera infrastruttura verde di cui studiare in maniera approfondita i servizi ecosistemici forniti. La gestione del nuovo Bosco Urbano di Comunità dovrebbe essere in carico a un Comitato per il Bosco Ospizio, che proponiamo composto almeno dal Comune di Reggio Emilia, dalla proprietà dell’area, dall’Università di Modena e Reggio Emilia, da associazioni ambientaliste del territorio, da rappresentati del quartiere e da uno o più tecnici forestali. Sulla proprietà dell’area sono state illustrate più opzioni. La più immediata è che Conad Centro Nord resti il proprietario e avalli il progetto come un investimento in responsabilità ambientale e sociale: un’occasione unica di rendere finalmente concreti i numerosi proclami green e di sostenibilità presenti nei bilanci di impatto sociale della cooperativa. Non ci dimentichiamo, ovviamente, di quei servizi al quartiere spesso utilizzati come argomento a favore della controparte. Fin dal gennaio 2025 proponiamo alternative reali di collocazione della Casa della Comunità in edifici dell’area San Lazzaro già di proprietà di AUSL, con la quale cerchiamo da tempo una interlocuzione e che sollecitiamo ad ascoltare le istanze dei medici di medicina generale. In tali stabili troverebbe facilmente posto anche la biblioteca, in un ipotetico ponte tra il quartiere e il nuovo campus universitario. La proposta così strutturata responsabilizza tutti i soggetti coinvolti: l’Amministrazione Comunale, che si farebbe supporto e garante delle istanze dei cittadini; Conad Centro Nord, che metterebbe realmente in essere buone pratiche di sostenibilità territoriale; i cittadini, che diventerebbero a tutti gli effetti parte attiva della gestione e della manutenzione di un’area restituita alla città. [Assemblea Bosco Ospizio] -------------------------------------------------------------------------------- Un’iniziativa pubblica di presentazione, con maggiori dettagli della proposta, è in programma per venerdì 4 settembre ore 20 presso il Presidio Permanente in zona Campo di Marte II a Reggio Emilia. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Bosco urbano di comunità proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Cambiamenti climatici. Militari e guerre pesano enormemente ma non rientrano nei calcoli
“Mission impossible”. Il Bulletin of the Atomic Scientists – la rivista fondata nel 1945 dagli scienziati che avevano costruito la bomba atomica, è che aggiorna continuamente il cosiddetto Orologio dell’Apocalisse – ha dato questo titolo ad un rapporto appena pubblicato e che denuncia il più grande “buco” nella contabilità climatica […] L'articolo Cambiamenti climatici. Militari e guerre pesano enormemente ma non rientrano nei calcoli su Contropiano.
September 1, 2026
Contropiano
La catastrofe ambientale e il “lasciar fare”
Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni è un evento che ha resettato completamente ogni precedente parametro. Le immagini dal Nepal sono così straordinariamente impressionanti che costituiranno un nuovo riferimento per la storia, come lo erano una volta i racconti sulla peste nera, sull’eruzione del Krakatoa o del Tambora, […] L'articolo La catastrofe ambientale e il “lasciar fare” su Contropiano.
August 30, 2026
Contropiano
Dentro l’apocalisse
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Hardingferrent su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Dal “tetto del mondo”, in Nepal, si è staccato un ghiacciaio e ha sommerso un’intera vallata, con le sue case, le sue strade, i suoi abitanti. Era già successo altre volte. Succederà ancora, sempre più spesso, ovunque: ai ghiacciai, alle terre congelate, alle calotte polari, alle banchise; che si scioglieranno e non si riformeranno più per millenni. Ha fatto un caldo insopportabile per tutta l’estate. Ne farà di più le prossime estati; sempre di più, per decenni, fino, forse, all’irreversibilità. Sta cambiando il regime delle acque: sempre meno regolare, alternano siccità e alluvioni. Il ghiaccio perduto farà aumentare il livello dei mari, inondando città e pianure costiere; e quei mari non si ritireranno più. Si moltiplicheranno gli incendi boschivi, senza acqua a disposizione per domarli. Cambieranno habitat flora e fauna in forme imprevedibili e con conseguenze incontrollabili. Decine di migliaia di abitanti della Terra oggi, milioni e miliardi domani, saranno costretti ad abbandonare le loro terre per cercare di sopravvivere in altri paesi, dove nessuno li vuole. Per questo si stanno preparando stragi e stermini di massa di cui oggi assistiamo solo alla sperimentazione. Questi sviluppi gli scienziati li hanno visti da tempo (forse non così precipitosi) e ce li hanno raccontati. Ma in molti non li hanno voluti ascoltare; e altri hanno fatto finta di farlo, senza mai adoperarsi per un cambio di rotta: troppo radicale per farsene carico. Meglio aspettare gli eventi… Eccoli. Quello che né gli scienziati, né i politici, né i media hanno cercato di fare è descrivere – se non per allusioni, senza mai dirlo in modo chiaro: troppo difficile e troppo impegnativo – le condizioni in cui si troveranno a svolgersi le nostre vite in quel contesto apocalittico. Ci sarà ancora acqua per tutti? A tutte le ore o solo ogni tanto? Che cosa si potrà ancora coltivare e mangiare? Si potrà ancora destinare il 70 per cento del suolo coltivabile agli allevamenti per produrre e mangiare carne? Ci si potrà ancora riscaldare tutti d’inverno e rinfrescare d’estate? Dove andranno ad abitare i milioni di famiglie la cui casa sarà stata distrutta dalle intemperie o dal fuoco o sommersa dalle acque? Chi si prenderà cura di loro? Ci si sposterà ancora tutti (10 miliardi) in auto, magari elettriche, o non sarà il caso di cercare di garantire la mobilità di tutti con mezzi condivisi? E il turismo verso mete diventate pericolose, sgradevoli, impraticabili continuerà a essere il settore portante di tante economie locali e nazionali? Che ne sarà degli sport invernali, della nautica da diporto, degli aerei manageriali? E si continuerà a sostenere che il pericolo maggiore è l’aggressività del “nemico”? Si continuerà a produrre sempre più armi, scannandoci a vicenda, invece di metterci al riparo dal collasso? Sono queste le cose di cui bisognerebbe discutere ogni giorno e ovunque. Se il Green Deal fosse stato fatto in modo serio, la prima misura da finanziare sarebbe stata un’informazione e un dibattito approfonditi, nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici, nei paesi e nei quartieri, su questi argomenti. Solo pensarli dà i brividi; si capisce la riluttanza generale ad affrontarli. Mettono in ridicolo le diatribe che monopolizzano i discorsi e i conflitti politici correnti; e soprattutto la grottesca autorità di tanti personaggi che oggi pontificano sul futuro geopolitico dell’Europa e del mondo senza nemmeno nominare – non dico rifletterci su – la crisi climatica: pifferai che guidano e trascinano interi popoli verso l’olocausto ambientale. È difficile dire queste cose, ma qualcuno deve pur cominciare a farlo. E a ricondurre, senza rinnegarla e anzi potenziandola alla luce di questo scenario, la rivendicazione di una giustizia sociale fatta di redditi decenti, salute, istruzione, cultura e dignità per tutti. È chiaro che per questo non si può contare sui governi nazionali, locali e sovranazionali, né su partiti, corporation e finanza. E nemmeno sulla religione, soprattutto da quando l’ecologia integrale di Francesco è stata messa da parte, riconducendola a una sacrosanta ma insufficiente campagna per la pace. Per reagire a tanta inerzia ci vuole un cambio generazionale. Molti tra le ultime generazioni denigrate da politici e media tronfi del proprio monopolio sulla parola hanno dimostrato di saper cogliere l’essenza del problema; ma si sono ritrovati disarmati di fronte a tanta pervicace inerzia. Per cambiare rotta occorre un rinnovamento intellettuale, morale, sociale ma soprattutto vitale, valorizzando la naturale generosità che la parte migliore delle ultime generazioni ha dimostrato di avere. I disastri a venire metteranno alla prova la capacità e la disponibilità ad affrontarli senza deleghe: con il mutuo soccorso, con la mobilitazione della parte più attiva della popolazione, e dunque dei giovani, per supplire a ciò che governi e partiti hanno dimostrato di non saper fare nemmeno a livello locale. È in queste attivazioni che si possono creare le condizioni di nuove realtà sociali, di nuove comunità, fondate sul reciproco riconoscimento, il mutuo sostegno, il rispetto del proprio territorio, della vita che lo abita, della Terra tutta. Comunità e comunità di comunità: l’embrione di una nuova formazione sociale attraverso cui realizzare non il “sole dell’avvenire”, ma una convivenza che permetta di attrezzarsi per far fronte al progredire del collasso. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dentro l’apocalisse proviene da Comune-info.
August 29, 2026
Comune-info
La Wild Coast non è una terra di conquista
CON UNA SENTENZA STORICA, LA CORTE COSTITUZIONALE SUDAFRICANA HA ANNULLATO IL DIRITTO DI SHELL A ESPLORARE LA WILD COAST ALLA RICERCA DI PETROLIO E GAS “ZeroHour-4-5-1090294” di Mark Dixon, CC BY 2.0 -------------------------------------------------------------------------------- A metà agosto 2026, la Corte Costituzionale del Sudafrica ha emesso una sentenza storica in materia di cambiamento climatico e giustizia ambientale. Nell’ottobre del 2021, Shell ha annunciato l’avvio di indagini sismiche, utilizzando potenti onde sonore, al largo della Wild Coast Sudafricana per determinare l’eventuale presenza di riserve di petrolio e gas commercialmente sfruttabili. La Wild Coast è una costa aspra, caratterizzata da strade sterrate e villaggi tradizionali, ma anche da un ambiente naturale particolarmente ricco e prezioso del Eastern Cape del Sudafrica. Simile al caso dei Sámi, le politiche ambientali del governo Norvegese possono avere conseguenze negative sulle comunità indigene: le vibrazioni delle pale eoliche disturbano le renne, fondamentali per la loro cultura ed economia. Allo stesso modo, le indagini sismiche per l’esplorazione petrolifera producono rumori che possono danneggiare gli ecosistemi marini, suscitando preoccupazione tra le comunità locali. Le popolazioni indigene Khoi e San del Sudafrica hanno un profondo legame spirituale, culturale e cosmologico con i fiumi, gli oceani e i paesaggi costieri, dai quali furono allontanate dalla colonizzazione e dall’apartheid, attraverso rimozioni di massa verso le aree interne. Numerose sono le rivendicazioni dei territori ancestrali “la cui tutela è inseparabile dalla tutela dei diritti alla dignità, alla cultura e al sostentamento” (paragrafo 4). Tra queste la comunità che si è fortemente opposte al progetto di Amazon per la costruzione del suo quartier generale africano a Cape Town nella regione adiacente, alla Wild Coast, Western Cape nel 2024. Il loro caso si è però tristemente concluso differentemente da quest´ultimo. Termina così una controversia iniziata nel 2021. Sei comunità, ONG e organizzazioni ambientaliste si erano rivolte a due corti, sostenendo di non essere state consultate sui piani di Shell. Il caso è infine arrivato alla Corte Costituzionale, l’organo giudiziario di ultima istanza in Sudafrica, che ha definito che il diritto di esplorazione doveva essere annullato a causa di gravi vizi nella concessione governativa. Tra questi, l’inadeguata consultazione delle comunità e la mancata considerazione di importanti preoccupazioni ambientali e climatiche. Secondo Angela Van der Berg, direttrice del Global Environmental Law Centre della Western Cape University, si tratta di una pietra miliare nella giustizia climatica. La controversia, infatti, non riguardava soltanto i possibili danni all’ecosistema marino ma solleva una questione giuridica fondamentale ossia, se l’impatto climatico delle nuove attività di esplorazione petrolifera e di gas fosse stato adeguatamente valutato. La sentenza, basandosi su tre cardini (le persone, l´ambiente e lo sviluppo socio economico) diviene un importante precedente per i futuri casi in materia di clima in Sudafrica, rinforzando inoltre, il carattere universale del diritto internazionale in materia di clima “Il cambiamento climatico, per sua natura, trascende i confini” (paragrafo 21). Enfatizza che il cambiamento climatico, incentrato sulla responsabilità legale, sui diritti umani e sulla giustizia, è passato da assunto diplomatico a responsabilità giuridica (paragrafo 24) e afferma il diritto a “una reale consulta” di coloro che ne subiscono maggiormente le conseguenze (paragrafo 36) riconoscendo l´obbligatorietà costituzionale di protezione delle pratiche culturali, garanzia della diversità all’interno del Paese e legandola alla dignità umana (paragrafo 25). In un’intervista, Delme Cupido, direttore del Southern African Hub presso Natural Justice e uno degli avvocati coinvolti nel caso, spiega che il ricorso alla Corte era stato necessario perché la Corte Suprema d’Appello aveva lasciato aperta la possibilità per Shell di riprendere il procedimento e svolgerlo nuovamente in conformità con gli obblighi relativi alla partecipazione pubblica. L´aspetto particolarmente rilevante è che Corte ha stabilito che “il diritto alla partecipazione pubblica non è solo una questione meccanica ma una questione di procedura. Fa parte integrante dell’affermazione e del riconoscimento della dignità di quelle comunità. La sentenza afferma chiaramente che non è possibile ora, in una fase successiva, tornare indietro e rimediare, perché il danno, per così dire, alla dignità di quelle comunità è già stato arrecato […] stabilendo un precedente molto chiaro in termini di definizione degli obblighi dei decisori e dei gestori dei combustibili fossili, proprio a causa della preoccupazione per il modo in cui queste consultazioni vengono spesso trattate in maniera superficiale”. Foto tratta dal Fliker di William Murphy Il ministero delle Risorse Minerarie ed Energetiche viene ritenuto responsabile di negligenza come conseguenza della mancata osservanza del NEMA[LB1]  Legge nazionale sulla gestione ambientale, che sancisce il pubblico interesse e limita l´esplorazione delle risorse ambientali in caso di discriminazione delle persone colpite (paragrafo 42). Il diritto all’ambiente si coniuga con la visione costituzionale dell´”integrazione tra tutela ambientale e sviluppo socio-economico” (paragrafo18) silenziando una delle giustificazioni più comune agli attacchi ambientali: gli effetti positivi in termini di creazione di impiego. Questo richiamo assume un significato ancora più importante se si considera il ruolo che l’espropriazione ha avuto durante il regime dell’apartheid. Il Group Areas Act destinò infatti le aree inquinate adiacenti alla raffineria Shell alle comunità coloured, indiane e nere per creare un bacino di manodopera a basso costo per le fabbriche vicine. Continua Cupido “si tratta quindi anche di giustizia intergenerazionale, riconoscendo che i guadagni economici a breve termine non possono prevalere sul diritto ano sviluppo sostenibile, che è un nostro dovere verso le generazioni future”. Evidenzia come il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo e che, spesso, chi causa i danni ambientali non è chi ne subisce le conseguenze, perpetuando così le violazioni della giustizia climatica e il razzismo ecologico. L´operato della Shell, come qualsiasi impresa estrattiva nel continente Africano, ne sono una prova evidente. Shell depaupera il Sudafrica dal 1902. Open Secrets, ricorda che quando la Lega Araba impose al Sudafrica un embargo petrolifero nel 1973, Shell continuò a fare affari con il regime dell´apartheid. Tra gli anni ’80 e il 1992, partecipò a operazioni clandestine per aggirare le sanzioni internazionali fino a che, nel 1987, anche l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aderì all´embargo e furono avviate campagne internazionali contro Shell da parte di diversi movimenti anti-apartheid.  Sin dal 1964 Shell e BP erano proprietarie insieme della South African Petroleum Refineries (Sapref) responsabile nel 1998 del rilascio di cinque tonnellate di fluoruro di idrogeno nell’atmosfera, e nel 2001 della fuoriuscita di 1.000 litri di benzina nella baia di Durban. Nel 2022 la raffineria subí um danno che causò la fuoriuscita di petrolio sulla spiaggia e Sapref dichiarò che sarebbero serviti cinque anni e ingenti risorse economiche per la bonifica. Il problema non è stato ancora risolto e sulla costa di Durban si continuano a registrare indici di leucemia, linfomi, e tumori nettamente superiore alla media nazionale. Nel 2024, Shell si é ritirata dal settore della raffinazione in Sudafrica e ha venduto per 1 rand al Central Energy Fund, un ente statale, sollevando forti polemiche su chi dovrà sostenere i costi della bonifica ambientale. -------------------------------------------------------------------------------- [LB1]National Environmental Management Act -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La Wild Coast non è una terra di conquista proviene da Comune-info.
August 28, 2026
Comune-info
NEPAL: L’ALLUVIONE FA CENTINAIA DI VITTIME, MIGLIAIA DI DISPERSI E RISCRIVE LA GEOGRAFIA. “LA CAUSA È IL CAMBIAMENTO CLIMATICO”
È salito a oltre 490 il bilancio delle vittime delle devastanti inondazioni che hanno colpito mercoledì mattina il distretto di Rasuwa, al confine tra Nepal e Tibet. Intanto i soccorritori sono al lavoro per tirare fuori oltre 100 lavoratori rimasti intrappolati in un tunnel di una centrale idroelettrica. Salvati altri 350. Sono invece salite a 2.381 le persone che risultano ancora disperse. Tra i dispersi figurano 644 cittadini stranieri. Il gruppo più numeroso è quello dei cittadini indiani, con 178 persone non ancora rintracciate, seguito da 65 cittadini statunitensi, 53 ucraini, 51 malesi, 35 australiani, 33 britannici e 25 canadesi. Tre ancora gli italiani tra i dispersi. È ancora allerta in Nepal. La polizia ha diramato un’allerta segnalando che una diga ha registrato una ‘breccia sul versante tibetano’ ed esortando la popolazione locale, i soccorritori e le forze di sicurezza a restare in allerta e a spostarsi in un luogo sicuro. Segnalato anche il leggero aumento del flusso di acque limacciose nella stessa zona interessata in precedenza da una grave inondazione – lungo il fiume Bhote Koshi, nel distretto di Rasuwa – con il rischio di ulteriori esondazioni’. Sulle cause dell’alluvione Radio Onda d’Urto ha intervistato la climatolaga del Cnr, Marina Baldi. Ascolta o scarica. Da Katmandu la corrispendenza di Arianna Banti, di Action Aid. Ascolta o scarica.
August 28, 2026
Radio Onda d`Urto
La rana nella pentola
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- È molto difficile poter descrivere gli effetti di questo cambiamento climatico che ha messo in ginocchio l’intero paese (e non solo) per il caldo. Così ho preferito anziché scrivere un saggio una breve storiella che può essere letta in pochi minuti. Una storiella neoliberista. La storiella, in parte, è nota a molte delle persone che leggeranno questo breve scritto, ma vale la pena di ricordarla perché è assai educativa, soprattutto di questi tempi. -------------------------------------------------------------------------------- Un giorno una rana fu messa in una pila d’acqua fredda per mano di un bambino un po’ capriccioso. La rana vi si trovava perfettamente a proprio agio e sguazzava allegramente dentro la pentola. Ma il bambino, per sua indole capriccioso, come abbiamo già detto, ma anche un po’ cattivello (si sa, ai bambini piace giocare in modo sadico a volte), accese un piccolo fornello alla base della pentola. Il secondo giorno la rana continuava a sguazzare allegramente nell’acqua che, nel frattempo, era diventata tiepida. Il terzo giorno, quando l’acqua cominciava a scaldarsi, la rana avvertì qualche lieve cambiamento dell’ambiente dove si trovava, ma non mostrò alcuna sensazione di sofferenza. La rana cominciò ad allarmarsi solo il quarto giorno: avvertiva che un leggero calore si diffondeva intorno ad essa. Il quinto giorno la rana smise di sguazzare ma, tutto sommato, soffriva appena un po’ più di caldo del giorno precedente. Poi iniziò, il sesto giorno, a preoccuparsi; sembrava facesse troppo caldo ma non se ne ebbe più di tanto. Il settimo giorno fece un gran balzo e uscì dalla pentola: si sentiva un po’ accaldata, le batteva forte il cuore e, passando, di balzo in balzo, davanti uno specchio scoprì: oh! Orrore, era diventata tutta rossa. Grosse pustole le ricoprivano il corpo e la sua pelle, inizialmente di colore verde e diventata ormai tutta rossa, si staccava a pezzi dal proprio corpo. Il cuore le batteva all’impazzata e, insieme allo spavento, le venne un infarto e stramazzò a terra. Lo stesso giorno il Servizio Meteorologico Nazionale avvertì via radio gli abitanti dell’intero Paese che la temperatura avrebbe raggiunto il valore di 45 gradi all’ombra. I primi a lasciare la città furono i Signori che, con i loro potenti Suv, si precipitarono a raggiungere le Grandi Montagne e ad occupare tutti i posti disponibili presso gli alberghi situati ad alta quota, alcuni addirittura salirono fino a 3.500 metri. Dopo di loro si misero in marcia, sulle loro meno potenti automobili, padri di famiglia con bambini e relative suppellettili al seguito. Gli altri, i poveri miserabili che non si potevano permettere di abbandonare la città, affollarono i supermercati dove potenti condizionatori consentivano loro di respirare, oppure si sdraiavano seminudi ai piedi dei pochi alberi rimasti (molti di questi alberi erano stati abbattuti l’anno precedente e sostituiti con “alberi” di cemento che non insudiciavano le strade con le loro foglie cadute). Giù nella Valle code di auto lunghe più di 20 chilometri erano ferme in attesa di salire sulle Grandi Montagne. Ma gli accessi erano loro sbarrati perché lassù in alto tutti i posti disponibili erano stati occupati. Dall’alto i Signori con indosso pesanti maglioni guardavano quella immensa distesa di auto ferme e facevano grandi risate al loro indirizzo. Nella Valle la temperatura aumentava anche a causa dei potentissimi condizionatori che erano accesi l’intero giorno negli alberghi situati in alto. Chiusi nei loro piccoli carapaci anche costoro accesero i condizionatori delle proprie auto, non potendo avanzare neppure di un metro. Il giorno dopo, di buon mattino, una piccola folla di Signori dall’alto osservò la scena che si prospettava loro nella Valle. Non c’era alcun movimento, nessuno usciva dalla propria auto e i motori erano silenziosi. Tutto il combustibile era stato consumato per tenere accesi i motori in modo che alimentassero i condizionatori. Nella Valle era sceso un gran silenzio. Anche in città c’era la stessa calma, un gigantesco blackout aveva spento i condizionatori dei supermercati e la folla era rimasta priva di aria fresca. All’interno del Supermercato Errelunga e in tutte le Tv dei grandi alberghi situati sulle Grandi Montagne, si udirono le previsioni del Servizio Meteorologico Nazionale che dicevano: “Oggi bel tempo soleggiato su tutto il Paese”. Non c’è alcun bisogno di commentare. Come nei film, anche in questo caso, ogni riferimento a persone, fatti e cose è puramente casuale, ma… -------------------------------------------------------------------------------- Enzo Scandurra, urbanista, saggista e scrittore, scrive da sempre su Comune (qui oltre cento suoi articoli). Già ordinario di Urbanistica presso La Sapienza di Roma, è stato direttore del dipartimento di Architettura e Urbanistica. Tra i suoi libri più recenti La svolta ecologica. Ultima chance per il pianeta e per noi e Roma. O dell’insostenibile modernità, editi da DeriveApprodi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La rana nella pentola proviene da Comune-info.
August 22, 2026
Comune-info
Perché l’emergenza climatica non appare costantemente in primo piano sui media?
Come ogni giorno mi sono messa pazientemente a sfogliare i quotidiani e le varie agenzie di notizie, i problemi peggiori sembrano essere nell’ordine: Ranucci, Qusra (giustamente, ma solo perché c’erano 5 italiani, altrimenti sulla grande stampa non sarebbe mai arrivata la notizia), Trump, Hormuz, e poi, non tanto la crisi […] L'articolo Perché l’emergenza climatica non appare costantemente in primo piano sui media? su Contropiano.
August 17, 2026
Contropiano
Il fresco come patrimonio dell’umanità
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Massimo De Angelis -------------------------------------------------------------------------------- Il Mediterraneo non è mai stato così caldo e tocca la temperatura record di 33 gradi, accumulando tanta di quell’energia pronta ad esplodere, con l’arrivo della prima aria fredda, in eventi estremi come violenti nubifragi e alluvioni. Intanto nel Pacifico cresce El Niño che porterà una quantità di energia smisurata, di calore estremo, in un clima già supercaldo che ci farà rimpiangere questa estate considerata la più fresca di quelle che verranno. Stiamo entrando in un territorio estremo e ignoto ma continuiamo a far finta di niente. 63 i gradi misurati sull’asfalto, mentre continuiamo a cementificare al secondo 2,5 metri quadri di suolo pubblico. Temperature che sfiorano i 50 gradi al sole, con operai edili e lavoratori nei campi che muoiono nell’indifferenza generale e in quella più colpevole di chi governa. 41 gradi sugli Appennini. Boschi e foreste che bruciano. Fiumi come il Po in secca. Il Danubio, il secondo fiume più lungo d’Europa, è sceso ai livelli più bassi degli ultimi trent’anni, da costringere alla chiusura di due reattori nucleari in Romania, perché l’acqua è insufficiente al raffreddamento. Il 60 per cento del nostro territorio che soffre già di aridità secondo Coldiretti. L’Italia viaggia a una velocità di riscaldamento doppia rispetto alla media globale ma la classe politica che ci governa, anziché farne una priorità, rimane “climafreghista”, non dice una parola sullo stato di emergenza climatica come se fosse normale questo calore estremo e prolungato. Chi ci governa continua a ignorare il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici firmato da 120 scienziati, approvato nel 2023 e lasciato nei cassetti dei ministeri. D’altronde le destre populiste al potere in ogni parte del mondo è quello che fanno: negano la scienza, sostengono i combustibili fossili con relative compagnie, ridicolizzano gli attivisti per l’ambiente, bloccano i piani di transizionze energetica e non stanziano fondi per il verde urbano per combattere le isole di calore. Ma sono sempre efficienti nella distrazione di massa e nella ricerca del consenso, propaganda e chiacchiere, vittimismo e manipolazione della realtà. E andrà sempre peggio con la campagna elettorale: daranno il meglio di loro che è il peggio per noialtri. Il fresco come patrimonio dell’umanità, inteso come alberi ombra acqua, le infrastrutture del futuro, e non come galera dove sono felici di rinchiudere anche i quattordicenni che sbagliano. Il fresco del verde pubblico, dei boschi orizzontali e verticali, dei corridoi d’ombra, del depaving per fare prati e giardini e far respirare le città, insieme alla riduzione delle emissioni: è da qui che dobbiamo partire, la nostra priorità per la sopravvivenza. -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . . -------------------------------------------------------------------------------- . L'articolo Il fresco come patrimonio dell’umanità proviene da Comune-info.
August 8, 2026
Comune-info