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Un’ondata di calore epocale
-------------------------------------------------------------------------------- Siamo nel mezzo di un’ondata di calore tra le più intense, lunghe ed estese mai registrate a scala secolare in maggio sul continente europeo, a causa di un anticiclone subtropicale bloccato con asse – alle quote della media troposfera – disteso dal Marocco all’Europa centrale (nell’immagine in alto, la carta di previsione ECMWF, Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, delle anomalie termiche medie di questa settimana in superficie). Solo tra alcuni giorni sarà possibile un bilancio climatologico dell’episodio – che fin da ora si annuncia comunque epocale – tuttavia da martedì 26 maggio, l’osservatorio meteorologico SMI di Moncalieri Collegio Carlo Alberto (Torino) ha già stabilito un nuovo primato di temperatura massima per maggio nella serie di dati avviata nel 1865, con 37,6 °C nel sito di misura storico (capannina meteorologica sulla facciata Nord dell’edificio, a 20 metro di altezza sul suolo urbano). Ampiamente superato il record precedente (36,5 °C, 24 maggio 2009). Precisiamo che si tratta di un valore almeno 4 °C superiore a quanto rilevato (sia sull’aerea terrazza pochi metri soprastante, sia nelle zone extraurbane adiacenti, a causa del surriscaldamento tardo-pomeridiano della facciata del Collegio, tuttavia il dato conserva un elevato valore climatologico in quanto i termometri sono sempre stati collocati in posizione e condizioni confrontabili in oltre un secolo e mezzo, fino a oggi). A confermare l’eccezionalità su periodi di misura di almeno cinquanta-ottanta anni delle temperature raggiunte oggi – circa 10 °C sopra media sulle massime giornaliere – intervengono altre stazioni, a partire da quelle delle reti dell’Aeronautica Militare e dell’ENAV, tra cui Torino-Caselle (33,6 °C, che supera a sua volta il record di maggio già stabilito il 25 maggio con 32,8 °C), Novara-Cameri (34,4 °C), Milano-Malpensa (33,0 °C), Piacenza-San Damiano (34,8 °C), Dobbiaco (30,3 °C), Sarzana-Luni (33,2 °C). Nel resto d’Europa, nuovi record di temperatura massima per maggio sono stati stabiliti in centinaia di località, dalla Spagna, alla Francia, alle isole britanniche, dove spicca in particolare il caso dei Kew Gardens di Londra: i sorprendenti 34,8 °C e 35,0 °C registrati rispettivamente il 25 e 26 maggio costituiscono di gran lunga dei primati per maggio non solo per la stazione londinese, ma anche per tutto il Regno Unito, superando di ben 2 °C il massimo storico precedente che era di 32,8 °C (varie località inglesi, maggio 1922 e 1944). [Società Meteorologica Italiana – NIMBUS, diretta da Luca Mercalli] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un’ondata di calore epocale proviene da Comune-info.
May 28, 2026
Comune-info
[2026-06-05] Liberiamoci dal cemento @ CSOA Ex-Snia
LIBERIAMOCI DAL CEMENTO CSOA Ex-Snia - Via Prenestina 173 (venerdì, 5 giugno 20:00)  5 Giugno MEME SHOW di Filosofia Coatta + QUIZZONE + CENA vegana || Giornata Mondiale dell'Ambiente CSOA EX SNIA - Via Prenestina 173 In occasione della Giornata Mondiale dell'Ambiente stiamo cucinando una serata pazzeska Celebriamo la natura a partire dalle sue fondamenta: il suolo, in difesa del quale abbiamo dedicato energia e determinazione nell'ultimo anno.   • Durante la CENA vegana ci divertiremo con il QUIZZONE per scoprire cosa succede nella nostra città rispetto al consumo di suolo. • A seguire MEME-SHOW su crisi climatica e difesa del suolo di Filosofia Coatta  Per una città pubblica, foresta e che respira, liberiamoci dal cemento!  Ti aspettiamo dalle ore 20:00, ingresso a offerta libera. Porta chi vuoi!
May 27, 2026
Gancio de Roma
Sindaco Barattoni, la invitiamo ad essere con noi alla carovana ecologista
Il Comune di Ravenna accolga e faccia propri gli obiettivi di Santa Marta Lettera aperta Gentile Sindaco, come sosteneva Don Lorenzo Milani, preferiamo non usare le parole “Egregio Sindaco”, perché l’espressione egregio significa ex grege, cioè fuori dal gregge, cioè lontano dalla gente. E siccome riteniamo che un Sindaco debba sempre essere in mezzo alla gente, debba stare nel suo gregge, preferiamo chiamarla gentile Sindaco, perché della Sua gentilezza non abbiamo alcun dubbio, e chiederLe di compiere un gesto di vicinanza a una parte del Suo “gregge”, partecipando alle iniziative che dal 19 al 23 maggio  si terranno a Ravenna, nel quadro della                                   CAROVANA ECOLOGISTA promossa da RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale) ed AMAS-ER (Assemblea dei Movimenti Ambientali e Sociali dell’Emilia Romagna), che si sta svolgendo in tutta la regione, e sta facendo tappa nei luoghi più significativi  di criticità ecologica. Il pomeriggio di MARTEDI 19, in via D’Azeglio 42, presso la Galleria Dis-Ordine sarà inaugurata la mostra fotografica “Cattive acque/Dark waters”, che illustra in maniera comparativa le devastazioni che l’estrattivismo fossile ha inferto a due aree del mondo lontane ma accomunate da un analogo destino. La mostra resterà aperta tutti i pomeriggi dal 19 al 23 in orario 17-19 e una Sua visita, specie nel momento dell’inaugurazione, ci farebbe ovviamente molto piacere. Invece, la mattina di SABATO 23 dalle 10 saremo presenti a Punta Marina, di fronte alla skyline del rigassificatore, e a mezzogiorno davanti alla centrale turbogas di Casalborsetti, e anche qui saremmo lieti di poterLa avere come ospite dell’iniziativa e confrontarci con Lei. Immaginiamo che Lei conosca bene le posizioni di “Per il Clima-Fuori dal Fossile”, e non Le chiediamo certo di sposarle di punto in bianco. Ma crediamo anche che il confronto delle Istituzioni con quella parte di società civile che si batte per un vero cambio di passo nel rapporto fra cittadinanza e problemi ambientali sia importante e possa vivere positivamente anche i momenti di conflittualità. La recente convenzione internazionale che si è svolta a Santa Marta, in Colombia, per iniziativa del Governo di quel Paese e di quello dei Paesi Bassi, ha segnato un momento fondamentale di convergenza fra i movimenti sociali e numerose realtà scientifiche, politiche, sindacali e anche statuali, sull’assunto che nell’estrema criticità climatico-ambientale in cui ci troviamo (con tutti i risvolti in termini bellici !), non sia più sufficiente cercare di agire sulla gestione delle emissioni inquinanti e climalteranti, ma si debba con decisione, intraprendere la strada della loro progressiva eliminazione. Cioè, bisogna iniziare da subito il processo di fuoriuscita dal sistema imperniato sulle fonti fossili. La lettera inviata da Lei alla presidente Meloni sull’energia e a proposito del  progetto Agnes, comparsa circa due mesi fa sulla stampa locale, deve diventare oggetto di discussione pubblica, e pertanto ci preme intervenire per sollecitarLa ad essere conseguente con quanto da Lei affermato. La Presidente del Consiglio ha dimostrato non solo di non conoscere il progetto di eolico e fotovoltaico previsto per Ravenna, e di non avere una vera strategia nazionale, ma anche di non avere alcuna consapevolezza di quale sia l’urgenza di agire per cercare di contrastare la crisi climatico-ambientale nella quale siamo immersi e che potrebbe rapidamente diventare totalmente ingovernabile. Come Lei ben sa, tutta la comunità scientifica da decenni va sostenendo (e letteralmente implorando ad una politica fino ad ora pressoché sorda) che l’uscita dal fossile è la conditio sine qua non per tentare di porre rimedio alla situazione, già disastrosa. Noi, in buona compagnia con gli studiosi più competenti, siamo sempre più convinti che la parola diversificazione, così spesso utilizzata,  non debba essere una specie di mantra utilizzato per stare con i piedi in troppe scarpe, bensì debba voler dire una cosa sola: iniziare a produrre con decisione energia da rinnovabili, e contemporaneamente iniziare a ridurre con decisione il ricorso alle fonti fossili. La politica governativa, a partire dalla legge sulle comunità energetiche e quella sulle “aree idonee”, per non parlare dei colossali sussidi tutt’ora erogati ai colossi del fossile, è tutta un “bastone fra le ruote” alle possibilità di sviluppo di un modello alternativo, basato sulla produzione e il consumo decentrati e governati dal basso, in grado già oggi –  solo che lo si voglia – di supplire ai mancati approvvigionamenti dovuti alla crisi ormai permanente, ed anche di iniziare a sostituire stabilmente il fossile con l’energia rinnovabile. Sosteniamo che ad ogni Kilowatt in più prodotto da rinnovabili debba corrispondere un Kilowatt in meno di derivazione fossile. Invece, purtroppo, si continua ad affidare ad un mercato “libero” (cioè eminentemente speculativo) la gestione dell’intero settore. Ci consenta però di sottolineare che anche i poteri locali, fino ad ora, non hanno brillato per impegno nella transizione. Gentile Sindaco, non si può in eterno attendere che le scelte della “grande politica” forniscano le soluzioni ed ognuno deve fare la sua parte. Delegare alla Presidente Meloni, o alle scelte dell’Europa, o peggio ancora a un impossibile ravvedimento degli imperialismi, avrà come risultato, semplicemente e letteralmente, la distruzione del genere umano. Allora, Le chiediamo che il Comune di Ravenna si aggreghi al grande movimento che si è creato a Santa Marta, e del quale abbiamo l’onore di essere un piccolo granello, e concretamente, in tal senso, sollecitiamo: 1. Che tutti gli edifici pubblici di Ravenna raggiungano rapidamente la completa autosufficienza energetica tramite fonti rinnovabili 2. Che i trasporti pubblici e i mezzi di mobilità di proprietà del Comune siano definitivamente e completamente elettrificati 3. Che si studi in tempi brevi un complessivo intervento di riconversione sostenibile del porto di Ravenna 4. Che si tracci un percorso chiaro e temporalmente definito di abbandono dell’uso del fossile a Ravenna e della sua sostituzione con la produzione energetica da rinnovabili, precipuamente quella prodotta dal basso, puntando sulla progressiva autosufficienza energetica di quartieri e frazioni, favorendo lo sviluppo delle comunità energetiche nelle loro varie espressioni 5. Che il Comune di Ravenna faccia pressione sulla Regione affinché in tempi rapidi vengano discusse e approvate le proposte di legge d’iniziativa popolare che gran parte del movimento ambientalista regionale ha presentato già da tre anni (nonché la PdL riguardante l’autonomia differenziata), e che giacciono tutt’ora nei cassetti dell’Istituzione regionale 6. Che assieme al mondo associativo e alla società civile si formulino le proposte più adeguate sulle le aree idonee ad ospitare gli impianti rinnovabili 7. Che Eni e Snam cessino di essere interlocutori largamente privilegiati dell’Istituzione comunale e divengano componenti della realtà sociale al pari di tutte le altre aziende e realtà imprenditoriali, limitando la loro pervasività di intervento nelle istituzioni culturali ed educative 8. Che si dichiari la necessità che il settore dell’energia debba essere trasferito dall’ambito del profitto a quello dei beni comuni Sulla base di questi punti, rivendichiamo che la società civile impegnata nella difesa dell’ambiente, della biodiversità, della libertà dal mortifero binomio fossile-guerra, sia riconosciuta come interlocutore stabile e costruttivo dell’Istituzione che Lei presiede. L’aspettiamo, MARTEDI 19 pomeriggio alla mostra, e SABATO 23 mattina al nostro presidio a Punta Marina. Coordinamento ravennate Per il Clima- Fuori dal Fossile Ravenna, maggio 2026 Redazione Romagna
May 14, 2026
Pressenza
[2026-05-12] Dialoghi costituenti: Città, Clima, Salute @ Casa del Parco delle Energie
DIALOGHI COSTITUENTI: CITTÀ, CLIMA, SALUTE Casa del Parco delle Energie - Via Prenestina, 175, 00176 Roma RM (martedì, 12 maggio 17:30) Tra i molti problemi sollevati dalla crescente frequenza degli estremi climatici, spicca la fragilità delle nostre città. Una vulnerabilità che non dipende soltanto dall'intensità dei fenomeni atmosferici, ma dalla cronica inadeguatezza delle strategie di adattamento con cui governiamo l'esposizione agli eventi dei nostri territori. Roma lo sa già oggi: nelle giornate di afa estiva, le piazze assolate e le strade spogliate dai filari alberati restituiscono un caldo soffocante, con ricadute sulla salute delle persone più fragili da un punto di vista sanitario, o più vulnerabili da un punto di vista socioeconomico. Nei quartieri più densamente edificati, l'assenza di verde aggrava tali ricadute e dove al disagio economico si somma la povertà di parchi, l'aspettativa di vita scende fino a un anno sotto la media cittadina. Di fronte a quelle che ormai rappresentano disuguaglianze climatiche, un numero crescente di città ha scelto di rispondere con strategie intersettoriali e multidisciplinari per regolare gli usi del suolo, capaci di tenere insieme politiche climatiche e urbanistiche, tutele paesistiche e regolamenti edilizi, mobilità e recupero dello spazio pubblico. Ancorate a piani cogenti, queste strategie non si limitano a frenare il consumo di suolo: rafforzano le reti ecologiche, preservano le connessioni con il sistema idrografico minore, moltiplicano le dotazioni verdi progettandone qualità, accessibilità e camminabilità per favorire, con la cura del territorio forme più sane e sostenibili di fruizione della città. Roma non è estranea a questa tensione: orti urbani, giardini di vicinato, grandi parchi costituiscono presidi di cittadinanza attiva e consapevole, anche conflittuale. Mentre in Assemblea capitolina è aperta la revisione degli strumenti fondamentali di governo urbano — le Norme Tecniche del Piano Regolatore, i vari stralci del Piano Clima, la Memoria per il Verde – manca ancora la capacità di ricondurli a un sistema organico di indirizzi normativi e obiettivi di adattamento. A difesa della città, del suo patrimonio ambientale, dei suoi abitanti. INTERVENGONO Chiara Badaloni, DEP Lazio: Infrastrutture Verdi e Blu Grazia Pagnotta, RRR: Le Disuguaglianze climatiche Luisa Sodano, Insieme 17 APS: Rinverdire la Salute Urbana Chiara Belingardi, Genitori Di Donato: Strade scolastiche Lorenzo Paglione, RRR: Camminabilità, spazio pubblico e salute MODERA Alessandra Valentinelli: RRR
May 11, 2026
Gancio de Roma
L’importanza di essere stati a Santa Marta
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Niek Verlaan da Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- Mentre gli occhi di tutti il mondo sono abbagliati dai vascelli in fiamme e dalle azioni piratesche dello Stretto di Hormutz, sempre più segno della decadenza e dell’insicurezza dell’economia del petrolio, in un altro mare dove i pirati scorrazzavano in altri tempi, si è tenuta – nell’indifferenza non lungimirante dell’attenzione internazionale – una conferenza la cui importanza sarà colta solo fra qualche anno. A Santa Marta, città colombiana affacciata sui Caraibi dal 25 al 28 aprile si è tenuta la prima conferenza internazionale sull’uscita dai combustibili fossili. Ne diamo una prima valutazione, rispettivamente dall’Italia come spettatore e da oltreoceano come partecipante. La conferenza presieduta da Colombia e Paesi Bassi ha radunato 57 Paesi, con esperti, diverse organizzazioni e realtà della società civile che si sono incontrati per discutere concretamente e ponderatamente di come uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili per un approvvigionamento energetico a livello mondiale compatibile con l’emergenza climatica. Mai momento è sembrato più propizio: i conflitti in Medio Oriente, l’aumento globale del prezzo dell’energia, i ricatti legati a gas e petrolio, evidenziano come il futuro del Pianeta passi per l’abbandono dei fossili. Diversi paesi partecipanti, tra cui l’ospitante Colombia, la Spagna ma anche Regno Unito e Olanda hanno ribadito come l’economia del petrolio, del gas e del carbone non sia più in grado di dare stabilità al progresso, al benessere e alla sicurezza delle civiltà che si basano sulla loro estrazione e consumo. In questo senso la conferenza di Santa Marta ha rappresentato un primo passo di risveglio, da più parti auspicato ma mai realmente intrapreso a livello delle istituzioni mondiali. La conferenza ha visto alternarsi diversi momenti finalizzati a rendere protagoniste le diverse categorie di attori coinvolte nel processo che si va delineando. Il primo giorno si sono tenuti gli incontri interministeriali, per poi procedere il giorno 25 aprile con il capitolo accademico che ha coinvolto più di 400 esperti di tutto il mondo e che ha dato vita al lancio di un nuovo gruppo di accademici e scienziati che si prefigge di fornire un supporto esperto alle nazioni che desiderano creare piani concreti di transizione verso l’abbandono dei combustibili fossili. Domenica 26 aprile è stata invece la giornata del People Pre-Summit organizzato dalle reti Climate Action Network e Fossil Fuel Treaty e dell’assemblea globale delle rappresentanze sindacali, che si sono svolte all’Università della Magdalena e hanno visto il vibrante alternarsi di laboratori, incontri tematici, talleurs insieme a stand e banchetti che hanno dimostrato quanto ricco e vivo è l’ecosistema dell’attivismo climatico, ambientale e di genere in Sud America. Sia il Capitolo Accademico, che il People Pre-Summit e l’assemblea delle rappresentanze sindacali hanno prodotto documenti, rispettivamente la People’s Declaration e il documento di posizionamento politico sindacale “Transitione giusta e democrazia energetica”. Entrambi costituiscono una road map partecipata di uscita dal fossile con soluzioni e proposte dalle organizzazioni. Questi documenti sono stati poi recepiti nell’ultima parte della conferenza di Santa Marta, il cosiddetto segmento di Alto livello, dove tutti i ministri dei paesi aderenti si sono riuniti e hanno dato avvio al loro percorso di pianificazioni di uscita dal fossile. Per l’Italia era presente il delegato speciale per il clima, Francesco Corvaro, che nel suo intervento ha ribadito la necessità di diversi e nuovi spazi dove ravvivare il multilateralismo, con altresì la necessità di coinvolgere in questi spazi anche i big player della scena globale. I giorni della conferenza di Santa Marta hanno saputo trasmettere grande energia ed entusiasmo sia nei movimenti che nei rappresentanti governativi più attivamente presenti. Un impeto vero e proprio che sarà fondamentale per far sì che il multilateralismo sopravviva e diventi realmente efficace. “Finalmente una conferenza per il clima che funziona” – hanno commentato con malcelata ironia alcuni osservatori. Sebbene questo processo non sia all’interno della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) e non voglia essere dichiaratamente competitivo con lo svolgimento dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), esso sarà di grande beneficio ai processi ufficiali che seguiranno Santa Marta. In una situazione in cui la governance globale è fortemente compromessa, aver trovato un “luogo dall’altra parte del mondo” dove poter immaginare e dimostrare che un futuro senza fossile si può fare e pianificare senza dover pensare a resistenze polarizzanti e inevitabili tensioni geopolitiche nonché influenze lobbistiche produce una boccata di aria fresca rigenerante per tutto il movimento ambientalista. Il prossimo appuntamento sarà nell’Isola di Tuvalu, d’intesa con la repubblica d’Irlanda, in quello che potrebbe essere il processo “staminale” della svolta sulle negoziazioni internazionali per il clima. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su i blog del fattoquotidiano.it -------------------------------------------------------------------------------- Leggi anche lo speciale sulla conferenza di Santa Marta realizzato da A Sud -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE . -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’importanza di essere stati a Santa Marta proviene da Comune-info.
May 8, 2026
Comune-info
Ravenna deve ascoltare il messaggio di Santa Marta
In Colombia, a Santa Marta, si è aperto ieri 24 aprile, il summit globale per l’uscita dai fossili, promossa da Paesi Bassi e Colombia, al quale parteciperanno quarantacinque Stati (stranamente ci sarà anche l’Italia). Ma nei grandi mezzi d’informazione se ne parla pochissimo. La situazione mondiale catastrofica sta dimostrando , qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, che il legame guerre-dipendenza dai fossili è la ragione principale dell’esplodere dei conflitti, dei massacri, dei genocidi. Pur di mettere le mani su quanto più petrolio e gas possibile, la maggior parte dei criminali che guidano il mondo, è disposta a rischiare la distruzione del genere umano. Mentre, intanto, la crisi climatico-ambientale avanza a passi da gigante battendo sempre nuovi record. La prima conferenza globale ospitata nella città colombiana di Santa Marta è interamente dedicata all’uscita dai combustibili fossili, e ambisce a colmare il divario tra impegni dichiarati e politiche effettivamente perseguite, che caratterizza da decenni le scelte della maggior parte delle istituzioni in tutto il mondo. Non dovrebbero riprodursi, quindi l’inefficacia e le estenuanti trattative nei vertici COP; a Santa Marta si cerca di costruire strumenti e alleanze mirati ad accelerare davvero la transizione, con l’obiettivo dichiarato e primario della progressiva eliminazione di carbone, petrolio e gas. In questo periodo, crisi energetica e tensioni geopolitiche risultano strettamente intrecciate al controllo delle risorse fossili, e l’energia continua a essere il più importante fattore di conflitto e di ridefinizione degli equilibri globali. La scelta di molti governi di rafforzare la dipendenza da fonti fossili, rallentando gli investimenti nella transizione, non fa che peggiorare la situazione. Santa Marta proverà a rilanciare un’agenda alternativa, fondata sull’assunto che la crisi climatica non può essere affrontata solo mettendo qualche “toppa” sulle emissioni, ma richiede un intervento diretto sulla produzione e sull’uso delle fonti, causa prima del problema. La partecipazione dell’Italia è un elemento di contraddizione, considerato che negli ultimi mesi il governo ha operato scelte energetiche difficilmente conciliabili con gli obiettivi della conferenza: principalmente, il rinvio della chiusura delle centrali a carbone fino al 2038, il ruolo centrale attribuito al gas, le posizioni espresse in sede Ue per la soppressione degli Ets. Ma la cosa più importante, dal nostro punto di vista, è la presenza significativa della società civile, rappresentata da oltre 2.600 le organizzazioni. La Campagna Per il Clima – Fuori dal Fossile è presente con una sua delegazione. Ravenna e il suo territorio devono ascoltare e interloquire attivamente con il messaggio di Santa Marta. Infatti, com’è ben noto, conviviamo con una realtà estremamente condizionata dalla presenza del sistema fossile: pozzi di trivellazione, depositi di GNL, rigassificatore, espansione dei gasdotti, progetti mistificanti la realtà come quello del CCS, fanno del nostro territorio una vera e propria zona di sacrificio sull’altare del profitto dei colossi del fossile, e la politica locale eè sempre stata sottomessa o connivente con le scelte che hanno creato questa situazione. Crediamo sia ora di avviare la vera svolta e muovere i veri primi passi di fuoriuscita dal fossile. L’11 aprile è partita una Carovana promossa da RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale) e da AMAS-ER (Assemblea dei Movimenti Ambientali e Sociali dell’Emilia Romagna). Dopo le prime due tappe a Piacenza e a Parma, e dopo gli attesi appuntamenti nelle altre province emiliane, dalla metà di maggio la Carovana approderà in Romagna. La tappa ravennate avrà luogo sabato 23 maggio mattina, con appuntamenti a Punta Marina e a Casalborsetti, luoghi simbolo della pervasività del sistema fossile nei nostri territori. L’auspicio è che una vera pianificazione gestita democraticamente possa portare alla sostituzione dei fossili, quanto più possibile rapida, con un nuovo modello, basato sulle rinnovabili, sulla produzione decentrata e diffusa, su un vero piano di risparmio, efficientamento e moderazione dei consumi energetici. A questo appuntamento chiamiamo la cittadinanza e le associazioni, i rappresentanti istituzionali che vogliono perseguire la transizione, le singole persone che chiedono un futuro per le nuove generazioni. Si deve aprire, come chiede il vertice di Santa Marta, un ciclo politico che metta realmente al centro la questione energetica e la transizione ecologica. Ma per costruire questo scenario, bisogna che prenda forza una visione complessiva in cui il settore dell’energia venga “trasferito” dall’ambito del profitto a quello dei beni comuni. Non è più sostenibile che le necessità vitali delle persone e degli ecosistemi debbano dipendere ed essere subordinate alle speculazioni finanziarie, alle bufere geopolitiche e in generale ad una logica di mercato, nella quale gli interessi di pochi sopravanzano di gran lunga quelli di intere popolazioni. Coordinamento ravennate “Per il Clima – Fuori dal Fossile” Redazione Romagna
April 27, 2026
Pressenza
Una conferenza sul clima senza lobbisti del petrolio
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Ehimetalor Akhere Unuabona su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Della conferenza internazionale sul clima in corso a Santa Marta, città porto carbonifero colombiano, dal 24 al 28 aprile, se ne parla poco, ma è un vero peccato perché rappresenta qualche cosa di nuovo nella lotta alla catastrofe climatica. Nel metodo e nel merito. Guidati da un significativo gruppo di governi dei paesi del sud globale – i più colpiti dagli effetti devastanti del surriscaldamento globale – decine di delegazioni ufficiali (oltre a Colombia, Brasile, Filippine, Messico, Senegal, Camerun, Figi, Turchia, Vietnam e molti altri stati ci sarà il Belgio e non pochi governi europei) e organizzazioni della società civile si riuniscono per la prima volta autonomamente, per autoconvocazione fuori dalle estenuanti liturgie onuiste. Dopo cinquant’anni di Cop (conferenze intergovernative), tanto spettacolari, quanto inconcludenti, l’uscita dagli accordi sul clima del maggiore inquinatore storico planetario (gli Stati Uniti) ha finalmente reso evidente che non vi possono essere soluzioni consensuali senza fuoriuscita dall’era dei fossili. E qui sta la novità di contenuto rispetto ai passati accordi stipulati in sede Onu: l’obiettivo è la phase-out dalle fonti fossili. In discussione è il percorso su come raggiungere la fuoriuscita dai sistemi energetici inquinanti, non la meta. Rimarranno fuori dalla porta della conferenza di Santa Marta i lobbisti delle compagnie petrolifere. Sono invece chiamati ad assumersi le loro responsabilità i decisori politici di ogni singolo stato, di ogni singolo parlamento. Con la conferenza di Santa Marta non sarà loro più consentito nascondersi dietro trattative infinite e mediazioni paralizzanti. Chi non farà la propria parte, anche unilateralmente, per libera scelta e per quel che serve, non sarà meno complice di quegli stati che si arricchiscono continuando ad estrarre, raffinare, vendere e consumare combustibili fossili. Ora lo scontro è chiaro. Da una parte i grandi inquinatori, dall’altra i popoli indigeni, i contadini, le comunità locali che si prendono cura dei loro territori. Da una parte le industrie estrattive e gli accaparratori delle risorse naturali, dall’altra le attività economiche che condividono equamente e preservano i beni comuni naturali. Da una parte i mercanti dei permessi di inquinamento (crediti di emissione), dall’altra vere politiche di transizione energetica orientate alla sostenibilità ecologica e all’equità sociale. Ci rimane un mistero da chiarire: cosa andrà a fare a Santa Marta la delegazione che il governo italiano sembra abbia deciso di inviare. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Clima, appello della società civile ai parlamentari: “Uscire subito dai > combustibili fossili” -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una conferenza sul clima senza lobbisti del petrolio proviene da Comune-info.
April 22, 2026
Comune-info
Emilia-Romagna: in carovana fino al 14 giugno
Mentre a Ravenna la mobilitazione continua (ne scrive Manuela Foschi con un bel dossier fotografico) gli appuntamenti per ragionare su «diritti e rovesci» attraversano tutta la regione Per liberare Ravenna da armi e industria fossile  di Manuela Foschi Extinction Rebellion due giorni fa a Punta Marina ha detto «No alle armi a Ravenna e No alla industria fossile» di cui
Il Medio Oriente in fiamme e l’ultima Guerra del Fossile: quando l’impero del petrolio incontra la polvere da sparo
Il petrolio non è solo energia. È moneta geopolitica, leva militare, sovranità armata. Stati, élite, regimi, multinazionali si reggono su questo pilastro. E quando la rendita fossile è minacciata, la risposta non è la transizione. È il conflitto. Le rotte energetiche vengono militarizzate. Il Medio Oriente è il laboratorio avanzato di questo processo: Gaza, Libano, Siria, Mar Rosso — fronti diversi, un’unica matrice. E oggi la competizione non riguarda solo il petrolio, ma anche ciò che verrà dopo: litio, terre rare, acqua. La transizione energetica, senza giustizia, rischia di diventare semplicemente una nuova stagione di estrazione e conflitto. Serve una rinascita dell’Onu capace di garantire la pace, la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani su scala planetaria. La pace deve diventare un progetto materiale che ha oggi un nome preciso: uscita dal fossile per costruire sistemi energetici distribuiti e democratici, che sottraggano alla guerra la sua principale motivazione economica. Serve una mobilitazione convergente e strutturata che faccia i conti col potere che distrugge la pace e il clima[il]   C’è un filo nero che attraversa tutti i fronti di guerra di questo inizio di secolo. Non è il filo dell’ideologia, né quello della religione — anche se entrambe vengono cinicamente arruolate come giustificazione. È un filo di greggio: denso, viscoso, inestirpabile. Scorre sotto i deserti del Medio Oriente, sotto i ghiacci che si sciolgono, sotto i vertici internazionali dove si parla di sicurezza mentre si firmano contratti di estrazione. Non siamo dentro una somma di crisi. Siamo dentro un sistema che produce crisi. E quel sistema ha un nome preciso: potere fossile.   Il fossile come architettura del potere > «La pace non è semplicemente l’assenza di guerra: è una virtù, uno stato > d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia» — > Baruch Spinoza Definirlo semplicemente “cambiamento climatico” è già un modo per attenuare la realtà. Non è un cambiamento: è il risultato storico di un modello estrattivo costruito con violenza, consolidato con la guerra e difeso oggi con ogni mezzo disponibile. Il petrolio non è solo energia. È moneta geopolitica, leva militare, sovranità armata. Interi assetti di potere si reggono su questo pilastro: stati, élite, regimi, multinazionali. E quando quella rendita è minacciata, la risposta non è la transizione. È il conflitto. L’Iran non esporta solo ideologia e dispotismo: esporta influenza costruita con la rendita fossile, alimentando guerre per procura che stabilizzano il proprio ruolo regionale. Israele, sotto la copertura della sicurezza, ha trasformato l’eccezione in regola — occupazione permanente, espansione continua, genocidio, diritto internazionale ridotto a variabile negoziabile. Due modelli apparentemente opposti — teocrazia e nazionalismo etnico — che in realtà condividono la stessa logica: la sicurezza come dominio, il territorio come risorsa, la guerra come strumento ordinario di politica. Non sono anomalie storiche. Sono prodotti coerenti dello stesso sistema. E sopra questo scenario si staglia un ulteriore elemento destabilizzante: la politica americana del fossile come identità nazionale. Il “drill, baby, drill” non è folklore elettorale. È una strategia che lega crescita economica, supremazia geopolitica e distruzione ambientale in un unico progetto di potere, con un messaggio implicito ma chiarissimo: il pianeta è sacrificabile, purché il dominio resti intatto.   La guerra è già iniziata. Non ha ancora un nome > «Non esiste una strada verso la pace. La pace è la strada» — Mahatma Gandhi La terza guerra mondiale non inizierà con un’esplosione spettacolare e riconoscibile. Sta già maturando, lentamente, dentro condizioni strutturali sempre più instabili. La crisi climatica destabilizza stati interi. Le migrazioni forzate alimentano conflitti politici interni ed esterni. La competizione per risorse sempre più scarse ridisegna le alleanze. Le rotte energetiche vengono militarizzate. Le sfere di influenza vengono ridefinite in modo sempre più aggressivo. Il Medio Oriente è il laboratorio avanzato di questo processo: Gaza, Libano, Siria, Mar Rosso — fronti diversi, un’unica matrice. Ma sarebbe un errore gravissimo pensare che il conflitto resti confinato là. È esattamente lo stesso errore commesso alla vigilia del 1914, quando nessuno volle vedere che le condizioni strutturali rendevano la catastrofe quasi inevitabile. Oggi, peraltro, la competizione non riguarda solo il petrolio, ma anche ciò che verrà dopo: litio, terre rare, acqua. La transizione energetica, senza giustizia, rischia di diventare semplicemente una nuova stagione di estrazione e conflitto. Non stiamo necessariamente uscendo da un sistema: stiamo combattendo per decidere chi lo controllerà. Chiedere il cessate il fuoco è necessario — ogni vita salvata è una vittoria concreta e irrinunciabile. Ma non è sufficiente. Senza intervenire sulle cause materiali della guerra, ogni tregua rischia di essere soltanto una pausa tra due cicli di violenza. Finché il petrolio resta la principale valuta del potere globale, la guerra rimane una scelta razionale per chi governa. Non un fallimento del sistema: uno dei suoi strumenti. Questo è il punto che il discorso dominante sistematicamente rimuove, e che il movimento pacifista ed ecologista ha il dovere di rimettere al centro del dibattito pubblico. Ustioni visibili in una donna esposta all’impulso termico di Hiroshima. I colori più scuri provengono dal suo kimono e la pelle nuda ha chiaramente intense ustioni termiche   La rinascita dell’Onu: un’urgenza, non un’utopia > «La sovranità degli stati non può essere uno scudo per la violazione dei > diritti umani» — Kofi Annan In questo scenario, non possiamo non parlare dell’elefante nella stanza: la paralisi delle istituzioni internazionali. L’Onu, nata sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale con la promessa di rendere impossibile un nuovo conflitto globale, è oggi bloccata dall’anacronismo del diritto di veto che consente a pochi stati di sabotare qualsiasi tentativo di giustizia collettiva. Ogni risoluzione di pace viene affossata. Ogni meccanismo di responsabilità viene disinnescato. Il risultato è che il diritto internazionale sopravvive come retorica mentre viene calpestato come prassi. Eppure, l’Onu resta l’unica architettura multilaterale che abbiamo. E proprio per questo va radicalmente riformata, non abbandonata. Quello di cui abbiamo bisogno è una rinascita dell’Onu — non come forum decorativo delle potenze dominanti, ma come istituzione realmente sovranazionale, capace di garantire la pace, la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani su scala planetaria. Questo significa superare il veto unilaterale, rafforzare la Corte Penale Internazionale, dotare le Nazioni Unite di strumenti concreti per affrontare la crisi climatica come la minaccia alla sicurezza globale che è. Un’Onu riformata dovrebbe poter intervenire non solo dove esplodono le bombe, ma anche dove si firmano i contratti petroliferi che le renderanno inevitabili. La sovranità degli stati non può continuare a essere lo scudo dietro cui si nasconde l’impunità dei potenti.   La pace come progetto politico ed ecologico > «La Terra non è un’eredità dei nostri padri: è un prestito dei nostri figli» — > Antoine de Saint-Exupéry Se questa è la diagnosi, la conseguenza è inevitabile: la pace non può essere solo un obiettivo morale. Deve diventare un progetto materiale. E questo progetto ha oggi un nome preciso: uscita dal fossile — non come slogan ambientale, ma come condizione geopolitica; non come scelta tecnica, ma come trasformazione profonda del potere. Significa rompere la dipendenza strutturale dalle rendite energetiche. Significa costruire sistemi energetici distribuiti e democratici, che sottraggano alla guerra la sua principale motivazione economica. Significa ridurre la centralità strategica delle aree di estrazione, togliendo così ai regimi fossili la loro principale fonte di finanziamento della violenza. Ma attenzione: una transizione ingiusta rischierebbe di replicare le stesse logiche con tecnologie diverse. Senza equità globale, senza redistribuzione, senza il pieno coinvolgimento dei paesi più colpiti dalla crisi climatica — quelli che hanno contribuito meno alle emissioni e subiscono di più le conseguenze — la transizione può diventare solo un cambio di padrone. La pace richiede giustizia. E oggi la giustizia è prima di tutto ecologica.   Il tempo è adesso > «Il disastro ambientale è l’altra faccia della medaglia di uno sviluppo > economico e sociale sbagliato» — Massimo Scalia Il vero conflitto del nostro tempo non è tra stati rivali. È tra due modelli di mondo: uno fondato sull’estrazione, sulla competizione e sulla forza; l’altro fondato sulla cooperazione, sulla sostenibilità e sulla sicurezza condivisa. Il primo è ancora dominante. Il secondo esiste — nei movimenti, nelle comunità, nelle pratiche alternative — ma non ha ancora il potere. Ed è qui che si apre la responsabilità politica di chi sceglie di stare dalla parte della pace e della vita: pace e clima non possono più essere battaglie separate. Non basta manifestare contro la guerra e poi accettare un’economia che la rende strutturalmente inevitabile. Non basta difendere il clima ignorando le dinamiche di potere che lo distruggono. Serve una convergenza reale, radicale, capace di mettere in discussione il sistema nel suo insieme, e di proporre una visione alternativa abbastanza concreta da essere praticabile. La terza guerra mondiale non è inevitabile. Ma lo diventa se continuiamo a trattare le sue cause come problemi separati e deleghiamo ai governi che le producono il compito di risolverle.   Conclusione > «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la > permanenza di una vita autenticamente umana sulla Terra» — Hans Jonas La pace non è l’assenza di guerra. È l’assenza delle condizioni che rendono la guerra necessaria. E oggi quelle condizioni hanno un nome preciso: imperialismo del fossile, estrattivismo senza limiti, fondamentalismi speculari che si alimentano a vicenda, istituzioni internazionali paralizzate dal veto dei potenti. Nominarle con chiarezza non è pessimismo. È il primo atto politico necessario per cambiarle. La pace è ecologica — o non è.   Redazione Italia
April 18, 2026
Pressenza
Un territorio già provato
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Primo numero (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- C’è qualcosa di profondamente ingannevole nelle piogge e nelle nevicate di questi giorni. Sembrano eccezionali, quasi imprevedibili, e invece non lo sono. A renderle tali è prima di tutto il contesto in cui arrivano: un inverno lungo e arido, segnato da una siccità ostinata e inquietante. Montagne senza neve, fiumi ridotti a cicatrici asciutte, campagne esauste, animali in sofferenza. Un territorio già provato, già fragile. E così, quando finalmente l’acqua arriva, non è una benedizione. È una minaccia. Quell’acqua non cade su una terra viva, capace di accoglierla. Cade su un suolo che abbiamo reso morto: asfaltato, cementificato, impermeabilizzato. Un suolo che non assorbe, non trattiene, non restituisce. L’acqua allora scivola, accelera, si accumula. Non ricarica le falde, non nutre i campi. Travolge. È qui che il disastro naturale smette di essere “naturale”. I fiumi esondano perché sono stati trasformati. Argini cementificati, letti artificialmente “rettificati”, corsi d’acqua costretti in geometrie che non appartengono loro. E attorno a questi fiumi si è costruito ancora, e ancora, e ancora. Come se l’acqua non avesse memoria. Come se non tornasse mai a reclamare il proprio spazio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un territorio maltrattato, piegato a una logica estrattiva che non conosce limiti. Abbiamo strappato risorse, occupato spazi, piegato acqua, vento e sole a un uso immediato, senza misura. Un rituale senza misticismo, senza restituzione. Solo consumo. Solo accumulo. Solo macerie, alla fine. Il crollo del ponte sul Trigno, lungo la Statale 16 “Adriatica”, a Montenero di Bisaccia (Campobasso), non è un incidente. È una metafora potente, dolorosa. È la rappresentazione concreta di una frattura più profonda: quella tra ciò che diciamo – “va tutto bene, è sotto controllo” – e ciò che accade davvero. Una bocca aperta sul pericolo che smentisce l’equilibrio rassicurante delle narrazioni ufficiali. E allora le domande diventano inevitabili. Cosa è stato fatto, in questi vent’anni, per mettere in sicurezza il fiume Biferno, dalla diga del Liscione (tirata su un invaso artificiale formato negli anni sessanta) fino al mare? Cosa è stato fatto per il Trigno? Cosa per le strade che costeggiano questi corsi d’acqua? La risposta principale, guardando ciò che accade oggi, è brutale nella sua: poco o nulla. O peggio, interventi inutili. Eppure le risorse c’erano. La testata locale Primonumero lo ricorda con precisione: dopo l’alluvione del 2003 furono stanziati circa 15 milioni di euro per la messa in sicurezza del tratto terminale del Biferno. Fondi rimasti sostanzialmente inutilizzati. Non è una dimenticanza. È una scelta politica. Già allora, nel 2003, si diceva con chiarezza: non è una fatalità, manca una politica di prevenzione del territorio. E mentre si denunciava l’assenza di interventi, la legge finanziaria tagliava proprio lì dove sarebbe servito investire: difesa del suolo, protezione civile, tutela ambientale. L’ambiente ridotto a “cenerentola” della spesa pubblica, appena lo 0,4 per cento del bilancio. Nel frattempo, si finanziavano grandi opere, si inseguivano promesse di sviluppo rapido, si prosciugavano le risorse per la manutenzione e la cura. Il risultato è quello che vediamo oggi: un territorio esposto, vulnerabile, incapace di reggere eventi che, per quanto intensi, non sono più eccezioni ma parte di una nuova normalità climatica. Il lago di Guardialfiera (o del Liscione) incombe ancora come una minaccia. Una massa d’acqua che, quando il “troppo pieno” viene aperto, scarica a valle una quantità che il fiume non è più in grado di contenere in sicurezza. Qui la questione non è tecnica, è politica: dimensionare il letto del fiume, prevedere, prevenire. Fare i conti con la realtà. Ma quei conti non sono mai stati fatti davvero. E allora torniamo al punto di partenza: non è la pioggia il problema. È il modo in cui abbiamo trasformato il territorio. È l’assenza di una visione. È la scelta sistematica di rimandare, di non intervenire, di preferire l’emergenza alla prevenzione. In questo quadro, c’è qualcosa di ancora più stridente. Mentre territori come il Molise crollano sotto il peso del dissesto idrogeologico, si continuano a spendere risorse immense altrove: nella guerra, nella distruzione, nella produzione di insicurezza globale. Eppure l’urgenza vera è qui, sotto i nostri piedi. È nella cura di un mondo già ferito, già compromesso. Non è più tempo di dichiarare emergenze. Non è più tempo di promesse. È tempo di scegliere. Scegliere se continuare a inseguire uno sviluppo che consuma e distrugge, o se finalmente investire nella salvaguardia del territorio, nella sua manutenzione, nella sua rigenerazione. Perché senza territorio non c’è comunità, non c’è alcun tipo di economia, non c’è futuro. Ogni alluvione che continuiamo a chiamare “eccezionale” è, in realtà, una responsabilità collettiva che torna a galla. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un territorio già provato proviene da Comune-info.
April 3, 2026
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