L’estate è davvero finitaLA CRISI CLIMATICA NON È PIÙ UN RISCHIO DA PROIETTARE NEL FUTURO: È GIÀ ENTRATA
NELLA NOSTRA ESPERIENZA QUOTIDIANA, MODIFICANDO ABITUDINI, TERRITORI, ECONOMIE E
PERFINO IL MODO IN CUI PERCEPIAMO LE STAGIONI. EPPURE, MENTRE I SUOI EFFETTI
DIVENTANO SEMPRE PIÙ EVIDENTI E COSTOSI, LA TRANSIZIONE ECOLOGICA CONTINUA A
ESSERE RACCONTATA SOPRATTUTTO COME UN PROBLEMA DI RISORSE. FORSE, ALLORA, LA
DOMANDA DA PORRE È UN’ALTRA: QUANTO CI COSTA DAVVERO NON CAMBIARE?
--------------------------------------------------------------------------------
Quando ero bambino sognavo l’arrivo dell’estate e me la godevo fino in fondo
come un tempo finalmente dedicato a quell’insieme di attività libere dalla
costrizione e basate solo sui desideri. L’estate di quest’anno ha letteralmente
stravolto questi parametri e sappiamo che, secondo gli studiosi del clima, le
prossime saranno persino peggio. In un mondo normale, il tema di una radicale
transizione ecologica dovrebbe quindi essere l’oggetto primario del confronto
politico, sociale e culturale. Non è così e, dopo quattro decenni di politiche
liberiste, ancora tocca sentire che i costi di una trasformazione ecologica
della società sono troppo onerosi e che il sistema delle imprese non potrebbe
farsene carico. Ecco perché, pur essendo una battaglia per la vita (che altro?),
occorre scendere sul terreno dell’economia per confutare la narrazione
dominante. Proviamo a farlo con quattro riflessioni.
La prima riguarda non tanto i futuri costi della transizione ecologica, ma
quanto già oggi ci costa non fare nulla. Secondo l’Agenzia Europea
dell’Ambiente, tra il 1980 e il 2024 gli eventi climatici estremi sono costati
al nostro Paese 145 miliardi di euro, più di metà dei quali solo nell’ultimo
decennio, mentre se consideriamo solo l’ultimo triennio il costo diventa di 13
miliardi all’anno. Se ai costi diretti aggiungiamo anche i costi indiretti
(perdita di produttività, costi sanitari etc.) la cifra sale in maniera
esorbitante: l’anno in corso è già costato all’Europa 180 miliardi di euro (pari
all’1% del Pil europeo, esattamente la stima di crescita prefissata, che quindi
è già evaporata).
La seconda riflessione non ha bisogno di grandi evidenze: come mai i soldi per
la transizione ecologica non ci sono, mentre per il riarmo e la guerra non si
bada a spese? Secondo i dati dell’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea per la
Difesa, la spesa militare aggregata degli Stati membri nel 2025 ha raggiunto i
418 miliardi di euro (45 miliardi per l’Italia), con un incremento del 22%
rispetto all’anno precedente e con una proiezione al 2029 di 547 miliardi.
La terza riflessione riguarda le imprese, dalle quali, secondo la narrazione
dominante, ogni trasformazione dovrebbe passare e ogni cambiamento dovrebbe
essere governato. Com’è noto da tempo, l’idea che, finanziando le imprese a
pioggia, si produca a cascata benessere sociale, appartiene ormai alle favole.
La relazione fra economia e finanza è ormai ribaltata e se una volta si poteva
dire che la finanza fosse il mezzo e l’economia il fine, oggi è vero l’opposto.
Basti vedere l’aumento del transito di risorse che dalle imprese, invece che in
ricerca e innovazione tecnologica, finiscono direttamente in Borsa. Solo per
fare un esempio, negli Usa la pratica del buyback (riacquisto delle proprie
azioni per diminuirne il numero e farne salire il valore e i conseguenti utili)
è arrivata alla spropositata cifra di 1.400 miliardi di dollari (pari all’intero
Pil dell’Italia).
Da ultimo, ma non per importanza, resta il fardello della trappola del debito,
un meccanismo tortuoso a cui nessuno sembra voler mettere mano. Sta di fatto
che, nonostante da oltre trent’anni il bilancio del nostro Paese chiuda in
avanzo primario (lo Stato spende meno di quanto ricava), la voragine degli
interessi da pagare obbliga il nostro Paese a un perenne indebitamento, dentro
un circolo vizioso di debito/austerità/interessi senza fine. Solo per dare
l’idea, dal 2016 al 2025 abbiamo già pagato 714 miliardi solo per gli interessi
sul debito, e si prevede che ne spenderemo altri 94 mld nel 2026, 101 mld nel
2027 e 107 mld nel 2028 (più del 4% del Pil).
Come si vede, le risorse ci sono e si tratta solo di volontà politica. Fermare
il riarmo, transizione ecologica, fine della trappola del debito per spendere in
stato sociale. Serve altro a chi dice di voler cambiare il Paese?
--------------------------------------------------------------------------------
Inviato anche al manifesto
--------------------------------------------------------------------------------
.
.
--------------------------------------------------------------------------------
Questo articolo è stato qui pubblicato anche in relazione al progetto CORE
.
.
--------------------------------------------------------------------------------
L'articolo L’estate è davvero finita proviene da Comune-info.