Caro carburante: la rabbia di chi non riesce più a lavorareTravolta dalla psicosi che finisca il combustibile, l’orda di automobili si
precipita a fare il pieno di benzina e diesel. È talmente ossessiva la smania di
accaparramento, che alcuni distributori, sebbene rientranti nel tetto massimo,
rifilano il gasolio a 2,60. Intanto, mentre nelle città tutti si affrettano a
formare code alle pompe di benzina, il tempo rallenta in prossimità dei blocchi.
Sotto i gazebo, intorno alle rotatorie, camionisti e agricoltori bevono caffè
caldo, sui telefonini guardano i servizi televisivi che narrano la loro lotta al
caro carburante.
Gli autotrasportatori vivono giorni drammatici. Hanno perlopiù ditte individuali
che lavorano con margini bassi, dovendo consegnare merci eccellenti alla grande
distribuzione, a prezzi da strozzo. Viaggiano su camion acquistati con mutui
pluridecennali, costretti ad accettare tariffe col tempo sempre meno
remunerative.
«Alla fine la globalizzazione è arrivata pure qua e ci ha ridotti alla fame»,
strepita digrignando i denti Giovanni, che il padre lo ha convinto a fare
l’autotrasportatore e adesso si acquatta accanto al figlio, vicino al falò
acceso per la notte, quasi avesse il rimorso di averlo portato sulla cattiva
strada. Pure fra quelli dei trattori la voce è univoca: «In due o tre anni, la
nafta agricola è aumentata del 100 percento, da 70 centesimi al litro a 1,40, ma
il problema reale non è solo il gasolio. Lavoriamo sottocosto. La maggior parte
di noi ha pochi ettari di terreno. La proprietà frazionata, scarsa e divisa,
quindi non potendo permetterci un’economia di scala, cioè non lavorando sulle
grandi quantità, stiamo sempre con l’acqua alla gola; appena il livello si alza
un po’, anneghiamo».
Risale al 2021 l’ultimo censimento Istat sulle aziende agricole in Calabria.
Erano 95.538, con una diminuzione del 30,7 percento rispetto alle 137.790 del
2010. La superficie agricola utilizzata è pari a 543.000 ettari, con una media
aziendale che è salita a 5,7. Le imprese a conduzione familiare sono il 93,5
percento. Soprattutto loro, in questi giorni, animano la protesta.
> Preoccupano la signora Meloni, perché questi manifestanti sono autorganizzati.
> Molti votarono per lei, ma adesso la contestano e ce l’hanno pure con Salvini
Dunque, quelli che non strisceranno dietro ai leaderini impegnati a ritagliarsi
un posto nei listini bloccati di Renzi o Vannacci, e non si accontenteranno
delle regalie del “governatore” Occhiuto, potrebbero decidere di abbracciare un
programma di sinistra, addirittura socialista. Se fuori dallo spettacolo social,
ce ne fosse uno.
Non bisogna confondere questi agricoltori in lotta con i feudatari capopolo che
agitano la protesta. La piccola proprietà agricola, quella da pochi ettari, si è
formata spaccandosi la schiena, ai margini dei grandi possedimenti terrieri, in
molti casi accumulati nel corso del ‘900 da famiglie che li hanno racimolati con
la forza, approfittando dello sfaldamento degli antichi latifondi, accaparrando
con ricatti e minacce le proprietà dei calabresi costretti all’emigrazione. Da
quel moto predatorio discende la mafia borghese, quella che oltre al capitale
originario ha accumulato terreni e adesso, senza sporcarsi le mani di sangue in
prima persona, assorbe la manodopera sottopagata e arruolata dai caporali.
> Erano gli stallieri e i porcari dei latifondisti, adesso sono dei Mazzarò,
> padroni di terreni e mezzi di produzione. Non hanno più bisogno di trattare
> direttamente con i “coyote” intermediari. Sono costrette a farlo per loro le
> aziende locali del commercio agricolo, anch’esse in crisi, che comprano i
> prodotti quando sono ancora sugli alberi o nei terreni e rivendono alla grande
> distribuzione.
Le norme europee consentono di qualificare come “italiano” un prodotto in base
al luogo di trasformazione e confezionamento. Chiunque può importare, da dove
vuole, il grano, le carni per insaccati, le olive da olio, per poi apporre
un’etichetta: “Prodotto in Italia”. Così la grande distribuzione strozza le
piccole produzioni. Gli acquirenti impongono prezzi globalizzati: la farina
costa 40 euro a quintale in Calabria, ma chi la ammassa nei silos, per
rivenderla alle grandi aziende della pasta, impone prezzi stracciati ai
produttori locali. In alternativa a loro, la compra dalle multinazionali che al
porto di Corigliano la vendono a 22. E come si difende chi coltiva la terra?
Sinora hanno adottato ogni stratagemma possibile.
Le chiamano “frodi”, ma sono tattiche di sopravvivenza. Il combustibile agricolo
rivenduto per altri usi e i finti braccianti assunti a tempo determinato per
spillare all’Inps i contributi della disoccupazione sono espedienti analoghi a
quelli degli insegnanti emigrati al nord, che con 1400 euro al mese soffrono la
fame e acquistano elettrodomestici col bonus Carta Docente.
Ogni agricoltore compila un “quaderno di campagna”, un piano di produzione, in
base al quale ottiene il combustibile a prezzi agevolati. Con recente delibera,
la Regione ha restituito il 30 percento del carburante già acquistato.
Un’azienda agricola da pochi ettari, che ha praticato il credito d’imposta,
recupera 400 euro sul quadrimestre gennaio – aprile. Questi benefici, come il
“buono carburante”, sono validi per le aziende costituite, quelle in regola.
Tante però non riescono a stare nei parametri di legge per le difficoltà che le
norme comportano.
Qualcuna ci sguazza pure. Ci sono attività che hanno un fatturato da 7mila euro,
il forfettario, eppure
comprano trattori da 100mila. Sono funzionali a scimmiottare una presenza
istituzionale, pertanto risultano grottesche, le recenti operazioni
dell’antimafia dopo la strage di Amendolara, che ha portato alla riscoperta del
caporalato. Colpendo nel mucchio le aziende agricole locali, si camuffa la cruda
realtà di un sistema di per sé fraudolento e sanguisuga.
Le soluzioni? Tassare gli extraprofitti, imporre regole alla grande
distribuzione, sgravare dalle gabelle i piccoli agricoltori, calmierare i prezzi
del combustibile, premiare le reti dell’economia solidale. Ci vorrebbe una nuova
riforma agraria, in chiave contemporanea. Stavolta, magari, applicata sul serio.
Rivedi la nostra puntata del podcast sulla produzione di cibo:
Tutte le immagini di Claudio Dionesalvi
Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere
la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo,
anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul
banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice
fiscale 96405560580.
L'articolo Caro carburante: la rabbia di chi non riesce più a lavorare proviene
da DINAMOpress.