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Albania, settembre comincia con la repressione: 14 arresti alla protesta dei Fenicotteri
Dopo un agosto in cui il movimento dei fenicotteri si è mostrato capace di resistere al caldo, alle vacanze e al silenzio di una parte dei media. Un mese di presìdi quotidiani, iniziative della diaspora e nuove forme di solidarietà internazionale. Agosto aveva visto la diaspora tornare simbolicamente e materialmente in Albania, anche attraverso la traversata della Global Sumud Flotilla da Brindisi a Valona. Settembre si apre invece in modo diverso: con le porte dei commissariati, le immagini dei manifestanti trascinati e 14 persone private della libertà. La sera del 1° settembre, la 94ª giornata consecutiva della Rivoluzione dei Fenicotteri si è conclusa con scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, almeno una persona ferita, numerosi accompagnamenti nei commissariati e 14 arresti. ©️Trivet – Un cartello che pone la domanda “Polizia di stato o Stato di Polizia?” La protesta era iniziata come ogni sera davanti alla sede del governo, a Tirana, ma questa volta non c’è stato un presidio come eravamo abituati a vederlo nei 93 giorni scorsi della mobilitazione. Diversamente dalle sere precedenti, non si sono tenuti i consueti discorsi sul viale “Dëshmorët e Kombit”. Quando si è diffusa la notizia che Edi Rama si trovava ancora nel suo ufficio, i manifestanti si sono diretti verso gli ingressi della sede governativa e si sono seduti sulla strada, in rruga Ismail Qemali, bloccando uno degli ingressi principali utilizzati dal primo ministro e dagli altri funzionari. In una prima fase, la polizia è apparsa impreparata. Sono stati necessari circa trenta minuti per far arrivare rinforzi e costruire un cordone di sicurezza. Agli agenti già presenti si sono aggiunti reparti delle “Shqiponja”, le Aquile della polizia albanese, e le Forze di intervento rapido. Sul posto è stato portato anche un mezzo dotato di cannone ad acqua, rimasto però fermo per tutta la durata del blocco. Attraverso un megafono, la polizia ha ripetutamente ordinato ai manifestanti di liberare la strada e gli ingressi. Una parte dei partecipanti si è seduta sull’asfalto e ha continuato il presidio. La situazione si è progressivamente irrigidita fino agli scontri fisici. Le immagini che abbiamo visto, dal vivo e in diretta dai media e sui social hanno mostrato persone trascinate, spinte e caricate sui mezzi della polizia, telefoni sequestrati senza poter avvisare i parenti, e una persona con la mano ferita. Tra le persone portate via dagli agenti  – e ancora in stato di fermo – anche coloro che partecipano da mesi al controllo del microfono durante il presidio o dirigono la marcia. L’attivista Arvina Lleshi, ripresa durante il fermo, ha dichiarato di essere rimasta fino a quel momento in disparte, seduta, e di avere manifestato pacificamente. Ha inoltre denunciato che gli agenti le avrebbero sottratto il telefono cellulare senza poter avvisare la madre e la sorella con disabilità. Andi Tepelena è stato fermato per 4 ore ma poi rilasciato con un procedimento penale a suo carico. Dopo i primi fermi, la mobilitazione si è spostata davanti ai commissariati numero 1 e numero 3, dove i manifestanti hanno chiesto informazioni e la liberazione delle persone trattenute. Sembrerebbe che Edi Rama avrebbe lasciato l’edificio proprio dopo l’allontanamento dei manifestanti. Tuttavia anche davanti al commissariato numero 3 si sono registrati momenti di tensione e nuovi accompagnamenti. Quattordici persone arrestate e tre indagate La mattina del 2 settembre, la Polizia di Tirana ha comunicato che 14 persone, di età compresa tra i 22 e i 52 anni, erano state arrestate in flagranza, mentre altre tre risultavano indagate a piede libero. > Sono stati arrestati in flagranza i cittadini: D. G., 50 anni; J. M., 38 anni; > E. L., 28 anni; E. A., 35 anni; S. B., 50 anni; L. Gj., 47 anni; V. Sh., 52 > anni; F. M., 22 anni; D. A., 29 anni; B. M., 34 anni; A. Ll., 28 anni; Y. B., > 38 anni; A. K., 46 anni e A. D., 30 anni. Gli atti sono stati trasmessi alla > Procura, che ha avviato un procedimento penale a piede libero nei confronti > dei cittadini M. J., 47 anni; A. T., 54 anni e A. G., 56 anni. Secondo Citizens.al, complessivamente 17 persone sono state accompagnate nei commissariati: 14 sono state successivamente arrestate e tre indagate a piede libero. L’avvocato Lulzim Tanushi, che rappresenta le due donne arrestate, ha definito “sproporzionato” l’uso della forza da parte della polizia. Secondo l’elenco pubblicato da BalkanWeb, gli arrestati sono Dritan Goxhaj, Junik Matoshi, Edison Lika, Erlind Almeta, Sokol Bushi, Lulzim Gjini, Valtion Shameti, Florian Manarkolli, Desiderjo Alimucaj, Bora Mitrovica, Arvina Lleshi, Ylli Brahaj, Arben Kola e Aumiraldi Dalliu. La Procura di Tirana procede per quattro ipotesi di reato: organizzazione e partecipazione a manifestazione illegale, resistenza a pubblico ufficiale, disturbo della quiete pubblica e interruzione della circolazione stradale. Nella propria ricostruzione, la polizia sostiene che i manifestanti abbiano impedito l’accesso alla sede del governo mentre al suo interno si trovavano “alte personalità dello Stato”, ostacolandone gli spostamenti. Afferma inoltre che alcuni partecipanti abbiano spinto e colpito gli agenti durante l’intervento. La nota ufficiale, tuttavia, non indica agenti feriti né danni materiali prodotti durante gli scontri, come rilevato anche da Reporter.al, la testata di BIRN Albania. Le responsabilità individuali dovranno quindi essere accertate e tutte le persone arrestate devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva. Il deputato di Lëvizja Bashkë Redi Muçi, presente davanti al commissariato numero 3, ha denunciato mancanza di trasparenza sui fermi e un uso violento della forza. Anche Agron Shehaj, leader di Mundësia, ha affermato di avere visto segni di percosse sui corpi di alcuni fermati. Il capogruppo parlamentare del Partito Democratico, Gazment Bardhi, ha invece chiesto la liberazione immediata delle 14 persone, definendo gli arresti un tentativo di intimidire il movimento. Un salto di “qualità” nella risposta repressiva Sebbene gli arresti del 1° settembre non costituiscano un episodio isolato – abbiamo già raccontato che nel corso dei tre mesi di mobilitazione, la polizia è già intervenuta più volte con accompagnamenti, manganelli, spray urticante, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua, soprattutto durante le manifestazioni organizzate davanti al Parlamento, la vicenda del 1° settembre rappresenta però un passaggio ulteriore: non soltanto fermi effettuati durante la protesta, ma la trasformazione di 14 accompagnamenti in arresti e l’apertura simultanea di procedimenti per quattro reati. ©Trivet – Poster per il giorno seguente alla protesta repressiva “Le vostre manette non possono imprigionare la nostra rivolta”   ©Trivet – Poster per il giorno seguente alla protesta repressiva “Le vostre manette non possono imprigionare la nostra rivolta” Fioralba Duma
September 3, 2026
Pressenza
PROTESTE IN TUNISIA DOPO L’ENNESIMO NAUFRAGIO VERSO L’ITALIA. LA GEN Z CHIEDE POLITICHE PER FAR FRONTE A CRISI E DISOCCUPAZIONE
Scontri con la polizia a Ben Guerdane, nel sud-est della Tunisia, vicino al confine con la Libia, dopo il naufragio di un’imbarcazione con a bordo 15 persone, 14 delle quali originarie della regione tunisina. Mostafa Abdelkebir, presidente dell’Osservatorio Tunisino per i Diritti Umani, ha dichiarato che tra le vittime figurano sette membri della stessa famiglia, e che un ospedale di Ben Guerdane ha ricevuto negli ultimi giorni almeno 19 corpi di migranti recuperati in mare. Dopo lo stop delle operazioni di ricerca dei migranti a bordo dell’imbarcazione naufragata a largo di Zarzis domenica 23 agosto mentre si dirigeva verso l’Italia, sono scoppiate le proteste. Centinaia di giovani hanno bloccato le strade e appiccato incendi a pneumatici a Ben Guerdane, mentre le forze di polizia hanno risposto con lanci di lacrimogeni per disperdere la folla. Le proteste sono proseguite anche i giorni successivi, con scontri tra la popolazione e i militari. I manifestanti, gran parte giovani e giovanissimi, chiedono migliori condizioni di vita e investimenti per lo sviluppo economico della regione, sostenendo che la mancanza di opportunità per le nuove generazioni, con la disoccupazione crescente, anni di marginalizzazione e assenza di prospettive che stiano spingendo i giovani a intraprendere pericolosi viaggi in mare verso l’Europa. Diversi cortei hanno anche chiesto alle autorità di accelerare le operazioni di ricerca e soccorso e di avviare un’inchiesta indipendente sulle cause del naufragio. Matteo Garavoglia, giornalista freelance che si occupa di Nord Africa e in particolare di Tunisia con reportage sul campo. Ascolta o scarica.
August 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Pozzuoli. La protesta degli abbandonati
Venerdì 14 agosto è stato il secondo giorno di mobilitazione per abitanti di Via Napoli a Pozzuoli che hanno bloccato le strade del loro quartiere e del centro storico per chiedere soluzioni abitative dignitose. Molti di loro sono senza un tetto già dal 2024, quando le abitazioni di Pozzuoli hanno […] L'articolo Pozzuoli. La protesta degli abbandonati su Contropiano.
August 16, 2026
Contropiano
Nuovi fronti della Rivoluzione dei Fenicotteri. 75° giorno di protesta
Sono trascorsi altri giorni, altre settimane, ed è iniziato il terzo mese di protesta. Oggi la Rivoluzione dei Fenicotteri raggiunge il suo 75° giorno consecutivo. Nonostante il caldo e le vacanze, agosto trova l’Albania ancora attraversata da una mobilitazione che non si è esaurita e che, nel frattempo, ha aperto nuovi fronti. Anche nei giorni in cui le temperature hanno superato i 35 gradi, i manifestanti hanno continuato a riunirsi ogni sera davanti alla sede del governo. Per fare un esempio, le temperature serali nel “Bulevardi Dëshmorët e Kombit”, registravano 38°. Nelle ultime settimane la mobilitazione si è estesa nelle forme e nei territori. Ai presìdi quotidiani di Tirana si sono affiancati esposti alla SPAK, la Procura speciale contro la corruzione e il crimine organizzato, iniziative referendarie e proteste contro la proposta di riforma amministrativo-territoriale. ©️Trivet Il fenicottero è diventato simbolo della resistenza e ha mostrato tutta la creatività albanese Dal Parlamento al commissariato Il 27 luglio, durante l’ultima seduta parlamentare prima della pausa estiva, i manifestanti sono tornati davanti al Parlamento. Ad attenderli hanno trovato un imponente dispositivo di sicurezza, con gli accessi alla zona chiusi e le forze dell’ordine schierate su un perimetro molto più ampio del consueto. Dodici persone sono state accompagnate nei commissariati e alcune sarebbero state fermate mentre filmavano, aiutavano una manifestante caduta o si trovavano lontane dal principale punto di tensione. Sono state tutte rilasciate dopo alcune ore, ma il tentativo di intimidazione per chi manifesta rimane chiaro. ©️Trivet 27 luglio, protesta di fronte al Parlamento albanese e le transenne della polizia ben oltre lo spazio del Parlamento Pochi giorni prima, Edi Rama aveva presentato la BESA, un documento strategico con cui il governo riconosce l’esistenza di una crisi di fiducia nel governo e propone nuovi strumenti di “ascolto” e “dialogo”, una trasparenza che le istituzioni e la legge dovrebbero già garantire. Lo fa, però, appropriandosi tanto del fenicottero, simbolo della protesta, quanto della besa, concetto centrale della cultura albanese legato alla parola data e alla responsabilità verso la comunità, piegandoli alla propaganda governativa. ©️Trivet Un cartello che domanda “Polizia di stato o Stato di Polizia?” Nuovi fronti territoriali Un nuovo focolaio di protesta è stato aperto dalla proposta governativa di riforma amministrativo-territoriale. La bozza prevede di ridurre le bashki da 61 a 46, cancellando attraverso gli accorpamenti quindici Comuni: Përrenjas, Poliçan, Dimal, Divjakë, Klos, Memaliaj, Belsh, Rrogozhinë, Libohovë, Selenicë, Maliq, Patos, Cërrik, Këlcyrë e Fushë-Arrëz. Al 3 agosto le contestazioni alla riforma avevano interessato almeno 12 Comuni e oggi, 13 agosto, l’opposizione ha raggiunto tutti e 15 i Comuni destinati all’accorpamento. In 14 con manifestazioni pubbliche, mentre a Cërrik attraverso una raccolta firme. Ad alimentare le proteste ha contribuito anche la gestione degli incendi, che ha reso ancora più evidente la fragilità dei territori e delle strutture chiamate a proteggerli. Le fiamme hanno raggiunto, tra le altre zone, le colline intorno a Kruja, la città di Scanderbeg, minacciando abitazioni, depositi di esplosivi e il sito archeologico di Albanopolis e costringendo all’evacuazione gli abitanti di alcuni villaggi. Proprio nel momento più grave dell’emergenza si è dimesso il direttore dei Vigili del Fuoco. ©️Trivet Protesta a Belsh. I cartelli dicono “I Comuni per i cittadini, non per i potenti” e “Il nostro Comune non è un numero”. Le mobilitazioni territoriali hanno cominciato anche a produrre i primi risultati, sebbene ancora parziali. Il 5 agosto la società elettrica pubblica KESH ha sospeso i lavori sul fiume Mërtur, dopo le proteste degli abitanti di Nikaj-Mërtur. La sospensione non equivale ancora alla cancellazione del progetto: i residenti chiedono una revisione completa e garanzie per la tutela del fiume e dell’ecosistema. Una prima vittoria è arrivata anche per 74 famiglie coinvolte nel progetto TID a Durazzo, dopo un anno di mobilitazioni, dove il governo ha abrogato l’atto del 2020 che istituiva la Zona di nuova edificazione n. 5 nel quartiere storico di Epidamn, pur senza cancellare formalmente il contestato progetto. Come a Mërtur, dunque, la resistenza ha costretto le istituzioni a fare un passo indietro senza risolvere definitivamente la vertenza: i residenti chiedono ancora la sospensione e la revisione del progetto, oltre alla pubblicazione integrale degli atti. Dalla piazza al terreno legale Il Centro ResPublica e l’associazione ambientalista EcoAlbania hanno avviato una vertenza legale contro i lavori effettuati con i bulldozer sulle dune di Pishë Poro-Narta. Secondo le organizzazioni, gli interventi presentati come “preliminari” avrebbero già danneggiato habitat, vegetazione e delicati equilibri tra laguna e mare. Il 7 agosto è stata poi annunciata un’iniziativa per promuovere un referendum abrogativo contro la legge 21/2024 sulle aree protette, una delle 5 richieste della piazza. Considerato che in Albania l’ultimo referendum nazionale risale al 1998 e riguardava l’approvazione della Costituzione, significa rivendicare anche una forma di partecipazione diretta di fronte a istituzioni considerate incapaci di ascoltare. Dal 12 agosto è stata infine avviata una raccolta di firme per presentare alla SPAK una denuncia contro Edi Rama e altri funzionari pubblici con l’intento di chiedere di verificare le procedure seguite per i progetti previsti a Zvërnec, Rrjoll e Divjakë-Karavasta e il ruolo delle modifiche legislative ad hoc che hanno aperto le aree protette agli investimenti turistici, sulla base di quello che viene raccontato da Albanian Files. ©️Trivet Un cartello che ironizza e accusa il libro The Albanian Files Una protesta locale, nazionale e geopolitica Nel nord del Kosovo sono state scoperte delle fosse comuni nell’area di Zubin Potok, a Kalludër e a Jabukë e le ricerche proseguono. Secondo le autorità kosovare, i ritrovamenti potrebbero essere collegati a persone sequestrate e uccise nella primavera del 1999, genocidio troppo spesso dimenticato dal dibattito ma che ancora conta 1.600 dispersi. Quasi contemporaneamente è stata annunciata l’apertura di un consolato serbo a Scutari e Bujanova. Questa prospettiva ha provocato la manifestazione del 2 agosto a Scutari. Ad alimentare ulteriormente la protesta sono intervenute anche le vicende internazionali. Durante la visita a Belgrado, Volodymyr Zelensky ha ribadito che l’Ucraina non riconosce l’indipendenza del Kosovo e continua a considerarlo parte dell’integrità territoriale serba. Nonostante fosse una conferma di cose già dette, le reazioni sono state forti a Pristina e Tirana, soprattutto considerando il sostegno politico, umanitario e materiale offerto all’Ucraina dal Kosovo e dall’Albania. La memoria del genocidio vissuto sulla pelle degli albanesi e delle guerre attuali ha rafforzato la contestazione soprattutto dei rapporti tra Rama e Vučić, che all’epoca del genocidio era Ministro della Propaganda, rafforzando il concetto di “tradimento degli interessi del popolo” e di complicità. ©️Trivet Immagine della marcia di fine presidio Territorio, crisi climatica, democrazia diffusa, memoria e diaspora, politica estera e giustizia continuano a convergere dentro una mobilitazione che non ha mai avuto una sola rivendicazione. Il fenicottero è diventato il simbolo della resistenza di un popolo. Fioralba Duma
August 13, 2026
Pressenza
La corsa ai data center scatena proteste in tutto il mondo
In Italia sono attivi 262 impianti e altri 83 sono nei piani di governo e privati. Intanto dalla Lombardia agli Stati Uniti, passando per diversi paesi europei, aumentano le mobilitazioni contro il consumo di suolo, acqua ed energia. In che stato è la corsa agli hyperscale, i colossali data center presentati come presupposto indispensabile per lo sviluppo tecnologico? Qual è l’impatto socio-ambientale di questi piani, sostenuti da Stati e Big Tech, e come risponde la cittadinanza? Facciamo una breve panoramica, cominciando dall’Italia. In Italia i data center ad oggi sono 262, concentrati principalmente nella provincia di Milano (99) e di Roma (28). Nel 2024 hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2 per cento dei consumi elettrici nazionali. Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, negli ultimi tre anni sono stati investiti nel settore oltre 7 miliardi. Da qui al 2028 la cifra potrebbe triplicare. Sempre secondo l’Osservatorio, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e 42 TWh, pari al 7-12 per cento del totale nazionale. Le intenzioni di governo e attori privati sono di costruirne altri 83. A questo proposito il MIM ha pubblicato “Una strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali in data center”, mentre il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato le indicazioni operative, in cui vengono definiti iter burocratici semplificati e messa in funzione agevolata attraverso strumenti temporanei. Secondo Legambiente le indicazioni operative mostrano l’intento del governo di accelerare l’approvazione e la costruzione di data center sul territorio italiano per farne l’Hub del Mediterraneo, a discapito dei controlli sull’impatto socio-ambientale. A maggio, la regione Lombardia è stata la prima in Italia ad approvare una legge dedicata a queste infrastrutture, nonostante le proteste di Legambiente, Cgil e diversi rappresentanti istituzionali e della società civile. Nel frattempo sono aumentate le proteste. Il caso più discusso è Apto Campus a Lacchiarella, dentro il Parco Agricolo Sud Milano. Il progetto complessivo riguarda un’area di 700mila metri quadrati, di cui 228mila destinati al sito vero e proprio. È ancora in fase di valutazione ed è stato il bersaglio delle proteste di luglio. Lacchiarella però non è l’unico progetto di nuovo data center contestato: in molti altri comuni della Lombardia e del Piemonte sono scattate proteste e manifestazioni di cittadini e Amministratori pubblici. Articolo completo qui
Amazon ha costruito un data center da 2 miliardi senza voto pubblico
Ad Amazon è bastata una norma urbanistica di decenni fa per costruire a Gilroy, in California, un data center da 2 miliardi di dollari senza un voto in consiglio comunale né un'audizione pubblica. I residenti se ne sono accorti a cantiere già avviato. Il complesso, situato tra un Walmart Supercenter e i Gilroy Premium Outlets a circa 50 chilometri da San Jose, comprende due edifici da oltre 20 mila metri quadrati ciascuno, grosso modo quanto tre campi da calcio. AWS aveva acquistato il terreno nel 2020, avviando poi una lunga interlocuzione con l'amministrazione locale culminata nell'approvazione del 2023 e nell'inizio dei lavori veri e propri a fine 2025, con apertura operativa prevista entro la fine del 2026. Tra le preoccupazioni sollevate dai residenti spiccano i consumi idrici per il raffreddamento dei server, in una regione già alle prese con periodi di siccità, e il fabbisogno energetico della struttura. Amazon ha promesso di alimentare il sito con energia rinnovabile al 100%, in trattativa con Silicon Valley Clean Energy, oltre a sistemi di accumulo a batteria e generatori di emergenza in loco; è previsto anche il passaggio futuro all'uso di acqua riciclata. Articolo qui
Pozzuoli, la terza protesta in cinque giorni: la lotta paga
In pochi giorni una mobilitazione nata dal basso ha già ottenuto risultati concreti. È questa la notizia politica più importante che arriva da Pozzuoli, dove oggi si è svolta la terza manifestazione di protesta in appena cinque giorni. POZZUOLI – Tre manifestazioni in cinque giorni. Un’escalation di iniziativa popolare che […] L'articolo Pozzuoli, la terza protesta in cinque giorni: la lotta paga su Contropiano.
August 9, 2026
Contropiano
Appoggio a Israele, boicottaggi e proteste
Burger King ha licenziato una dipendente dopo che aveva gridato: “Palestina libera”. Ariana Hamilton ha rivelato di essere stata licenziata da Burger King dopo aver gridato “Palestina libera” a un cliente israeliano, accusandola di “incitamento all’odio”. La donna ha confermato di essere stata successivamente oggetto di una campagna di minacce dirette da parte di account online israeliani. Proteste interrompono il discorso del CEO di Palantir a causa del ruolo dell’azienda nel genocidio a Gaza. Attivisti hanno boicottato un evento con il CEO di Palantir, Alex Karp, protestando contro il ruolo dell’azienda nel fornire supporto tecnico all’esercito israeliano durante il genocidio a Gaza. Le tecnologie di Palantir, insieme a sistemi come “Lavender”, “Bible” e “Where’s My Father?”, vengono utilizzate per individuare e uccidere i palestinesi. Oltre 600 artisti e professionisti dell’industria musicale hanno firmato una lettera aperta chiedendo a Live Nation di interrompere i rapporti con la sua filiale israeliana, rispondendo all’appello del movimento palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS). I firmatari hanno affermato che l’azienda non può continuare a glorificare un esercito accusato di genocidio. Proteste contro la sede centrale del gruppo internazionale di trasporti e logistica DSV per il trasferimento di equipaggiamento militare all’occupazione. Il gruppo “People Against Genocide” ha organizzato una protesta davanti alla sede centrale di DSV ad Aberdeen, in Scozia, accusando l’azienda di aver agevolato il trasferimento di equipaggiamento militare alla società israeliana Elbit Systems. Il gruppo ha affermato che continuerà a prendere di mira DSV finché non porrà fine alla sua collaborazione con il più grande produttore di armi israeliano. ANBAMED
August 7, 2026
Pressenza
La Sardegna dovrà ospitare anche i data center: approvato un mega impianto nel Sulcis
Si chiama “Digital Vault Sulcis” e vale 1,49 miliardi di euro. È il nuovo progetto per la costruzione di un data center in Sardegna, che verrebbe realizzato dalla società svizzera Energy Vault. L’azienda ha chiesto al governo il riconoscimento di interesse strategico nazionale per l’opera, arrivato ieri, 4 agosto, dal Consiglio dei Ministri. L’infrastruttura sorgerebbe nell’ex miniera di carbone di Monte Sinni, a Nuraxi Figus, e promette di riqualificare l’area e il personale. Una volta a pieno regime, dovrebbe dedicare 100 MW all’intelligenza artificiale e alle tecnologie cloud e di calcolo ad alte prestazioni. L’opera arriva in un territorio già interessato da numerosi interventi giudicati strategici dal governo italiano, contro i quali si è sollevata un’ampia fetta della popolazione sarda. Insieme a questo progetto, il governo ha riconosciuto l’interesse strategico nazionale anche a un data center che verrebbe costruito nel milanese e prevedrebbe un investimento di 5,3 miliardi di euro. Leggi l'articolo Leggi l'articolo per avere una visione d'insieme della situazione delle proteste e dei piani di costruzione di nuovi datacenter in tutto il mondo
Datacenter hyperscale, incentivi e proteste. La situazione
A che punto è la corsa agli hyperscale, i colossali datacenter presentati come presupposto indispensabile per lo sviluppo tecnologico? Qual è l'impatto socio-ambientale di questi piani, sostenuti da Stati e Big Tech, e come risponde la cittadinanza? Naturalmente il sottotesto è che senza questi nuovi data center lo sviluppo dell'AI non sarà possibile e saremo tutte sottomesse alle bigh tech USA o cinesi. Facciamo una breve panoramica segnalando una serie di recenti articoli, interviste e statistiche. COMINCIAMO DALL'ITALIA. In Italia i data center sono circa 270, concentrati principalmente nella provincia di Milano (99) e nella provincia di Roma (28). Nel 2024 hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2% dei consumi elettrici nazionali. Secondo l’Osservatorio "Data Center del Politecnico di Milano", negli ultimi tre anni sono stati investiti nel settore oltre 7 miliardi. Da qui al 2028 la cifra potrebbe triplicare. Sempre secondo l'Osservatorio, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e 42 TWh, pari al 7-12% del totale nazionale. Nelle intenzioni di governo e attori privati se ne vogliano costruire altri 83. A questo proposito il MIM ha pubblicato "Una strategia per l'attrazione in Italia degli investimenti industriali in data center", mentre Il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato le indicazioni operative, in cui vengono definiti iter burocratici semplificati e messa in funzione agevolata attraverso strumenti temporanei. Secondo Legambiente le indicazioni operative mostrano l'intento del governo di accelerare l’approvazione e la costruzione di data center sul territorio italiano per fane l'Hub del Mediterraneo, a discapito dei controlli sull'impatto socio-ambientale. A maggio, la regione Lombardia è stata la prima in Italia ad approvare una legge dedicata a queste infrastrutture, nonostante le proteste di Legambiente, Cgil e diversi rappresentanti istituzionali o della società civile di comuni della città metropolitana. Nel frattempo sono aumentate le proteste in vari comuni della città metropolitana milanese e in PIemonte. * Il caso più discusso è Apto Campus a Lacchiarella, dentro il Parco Agricolo Sud Milano. Il progetto complessivo riguarda un'area di 700.000 metri quadrati, di cui 228.000 destinati al sito specifico sotto esame. È ancora in fase di valutazione ed è il bersaglio diretto della protesta di luglio. * A poca distanza, tra Opera, Locate di Triulzi e Pieve Emanuele, Edge ConneX propone un impianto da 30.000 metri quadrati con un edificio alto 18 metri. * Il progetto di dimensioni economiche più rilevanti è quello di Amazon Data Services Italia a Zibido San Giacomo: un edificio principale di circa 203 per 68 metri * Nel quadrante sud, un progetto identificato con la sigla K2 a Badile viene descritto dalle fonti locali solo come iniziativa di "una multinazionale", senza che il nome del promotore sia stato reso pubblico. Le dimensioni non sono note * A Siziano, in provincia di Pavia, STACK Infrastructure, gruppo controllato da IPI Partners che ha rilevato il sito ex Supernap Italia nel 2021-22 * A Vimercate si è formato il comitato spontaneo “Ferma Ecomostro” e a Bornasco le “Sentinelle del Territorio” denunciano un modello industriale estrattivo, fondato su infrastrutture mastodontiche che consumano suolo agricolo e risorse idriche garantendo un’occupazione irrisoria. * A Bollate il circolo locale di Legambiente ha presentato ricorso al Tar contro un progetto su 12 ettari di area verde * A Settimo Torinese le proteste attaccano il campus Microsoft da 1 GW. La comunità residente denuncia il pericolo di colonialismo energetico legato a rincari previsti del 12% sulle bollette locali. * A Travagliato, nella sera del 22 luglio, oltre 300 persone hanno manifestato dentro e fuori le aule del consiglio comunale interrompendo la seduta tre volte per chiedere spiegazioni sul progetto. Qui si può trovare una mappatura con datacenter e punti di approdo dei cavi sottomarini (e relative proprietà). CHE SUCCEDE NEGLI USA Una mappa delle proteste e dei siti che presentano criticità per la costruzione di nuovi data center la trovate nel sito di Erin Bronchovich: Data Center AI & Le nostre comunità. Bronchovich è la donna nota per la causa intentata contro la Pacific Gas & Electric nel 1993 per la contaminazione con cromo esavalente delle acque della città di Hinkley in California per oltre 30 anni. Vinse la causa. La sua ultima iniziativa a protezione dell'ambiente e dei diritti dei cittadini si chiama "Brockovich AI Data Center Reporting", si tratta di un progetto per mappare le costruzioni di data center negli Stati Uniti e l'impatto che questi hanno sull'ambiente e sulla vita della popolazione circostante. Il progetto raccoglie le segnalazioni di nuovi progetti di costruzione di Data-center o di impatti negativi sulla popolazione di Data-center esistenti. Ma le proteste contro i data center, le contestazioni e gli attacchi verso tecnomiliardari come Eric Schmidt e Sam Altman, le pressioni su politici locali e la definizione di un esteso bacino di dissenso trasversale alle identità politiche, stanno allarmando le agenzie repressive, a partire dallo U.S. Capitol Police Intelligence Services Bureau. Ne ha fatto un approfondimento Radio Backout che potete ascoltare in una nostra pillola E NEL RESTO D'EUROPA CHE SUCCEDE? L'Irlanda pur di diventare un HUB europeo per i data center, oltre a detassare gli investimenti delle Big Tech, ha sacrificato a questo altare i suoi obiettivi climatici. I data Center consumano circa il 20% dell'energia elettrica totale. Ma la situazione è cambiata ultimamente: le proteste sono cresciute anche in Irlanda (e non solo) costringendo il governo a dei cambiamenti nelle norme per la costruzione di nuovi impianti. In ogni caso molti grandi attori, comprese le Big Tech, stanno progettando di spostare in altri paesi europei la costruzione di nuovi data center. In Gran Bretagna Lo scorso febbraio le strade di Londra sono state attraversate dalla “March against the machine” davanti agli uffici di OpenAI, di Meta e di Google. La manifestazione ha denunciato che la proliferazione dei data center (circa 450) sta mettendo a rischio gli obiettivi climatici britannici. L’autorità britannica di regolamentazione dell’energia ha ricevuto 140 richieste di allaccio, per un totale di 50 gigawatt. Il picco del Paese, l’11 febbraio 2026, arrivava a 45. In Spagna, a settembre 2025 c’è stata la prima grande manifestazione a Saragozza contro il consumo idrico degli impianti, il perno della battaglia contro i data center in Spagna. A questo proposito, potete ascoltare l'intervista a Tu Nube Seca Mi Rio nella puntata del 27 luglio 2026 di Le Dita nella Presa che spiega in maniera chiara come vanno le cose in Spagna, i siti critici e le motivazioni della protesta, con focus particolare sulla situazione di Talavera de la Reina. Your browser does not support the audio tag. Infine nei Paesi Bassi le proteste hanno portato all’occupazione del tetto del data center di Microsoft a Middenmeer. In questo caso i manifestanti hanno contestato anche l’utilizzo a scopi militari delle intelligenze artificiali. LE MOTIVAZIONI DELLE PROTESTE I punti critici individuati dalle proteste sono comuni in tutti i luoghi in cui queste sono iniziate. Uno dei più importante elementi di criticità è il consumo di suolo con crescita della cementificazione. Secondo i comitati, le istituzioni locali accettano oneri urbanistici milionari e scelgono, pur di fare cassa, di sacrificare importanti risorse ecologiche. Le comunità residenti denunciano il pericolo di colonialismo energetico legato a rincari previsti sulle bollette locali. A Settimo Torinese sono previsti aumenti del 12%. Il consumo di energia elettrica è un altro importante tema. Oltre all'aumento del consumo di energia generalizzato sui territori nazionali, di per se già un problema, la concentrazione di data crenter in località ritenute favorevoli da parte delle aziende comporta uno squilibrio importante. L'esempio dell'Irlanda ci viene di nuovo in aiuto: i data center nel 2024 sono arrivati a consumare più del 20% dell'energia prodotta. C'è poi il tema delle fonti di energia. Molto spesso il sistema dei certificati non è altro che un trucco per poter utilizzare energia prodotta da fonti fossili, aumentando la produzione di CO2e. Ce lo spiega molto bene Giovanna Sissa, nel suo libro "Le emissioni segrete, l'impatto ambientale dell'universo digitale". Il consumo di acqua è un altro tema molto importante. Come sappiamo i data center producono molto calore, che deve essere raffreddata pena il cattivo funzionamento dei server contenuti nei data center (non dimentichiamolo: il cloud non è altro che il computer di qualun altro). Per farlo ci sono due strade: o si utilizza altra energia elettrica, aumentandone così il consumo, oppure si devono utilizzare grandissime quantità di acqua. Un caso esemplificativo, ma non l'unico, è quello della contea di Newton negli USA, con una popolazione di circa 120mila persone. I pozzi locali sono stati danneggiati. Il costo dell’acqua comunale è salito alle stelle. Nei prossimi due anni le tariffe idriche sono destinate ad aumentare del 33%. Più del tipico aumento annuale del 2%. E la situazione è diventata così grave che la contea di Newton è sulla buona strada per entrare in deficit idrico entro il 2030. Se l’ente idrico locale non riuscisse a potenziare le proprie strutture, i residenti potrebbero essere costretti a razionare l’acqua. Il tutto per via della presenza di un data center di Meta. Infine ci sono alcune domande che in pochi fanno. Abbiamo veramente bisogno di questi data center? abbiamo veramente bisogno di tutti questi dati? abbiamo veramente bisogno di Intelligenze Artificiali generaliste? Il prezzo che paghiamo ha un contraltare che fa bene all'umanità? Ma naturalmente si tratta di domande che sono utili anche ad altre questioni che il capitalismo della sorveglianza impone. STATISTICHE Ci sono alcune statistiche che danno forza alle motivazioni della protesta.Ne citiamo due, ma ce ne sono diversi. Il Rapporto ONU, "L’intelligenza artificiale consuma come la Francia e inquinerà come il Regno Unito". Se i data center del mondo fossero considerati uno Stato, già oggi consumerebbero la stessa energia della Francia. Entro il 2030, inquinerebbero quanto il Regno Unito. Due dati che esprimono le dimensioni degli impatti ambientali dell’intelligenza Artificiale sul pianeta. C'è poii un articolo interessante di Hannah Ritchie, pubblicato online su OurWorldinData.org, che si legge molto agevolmente e consente di confrontare velocemente le linee di tendenza. Quanta energia utilizzano i data center e l’intelligenza artificiale?. Se poi volete leggere o ascoltare le pillole che trattano l'argomento, qui c'è una raccolta
July 31, 2026
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