Bloch, Lukács e il farsi delle cosePER CERCARE QUALCHE LUCE NEL BUIO DI QUESTO TEMPO PUÒ ESSERE D’AIUTO AGGRAPPARSI
A UN’IDEA DI ATTESA DI MONDI NUOVI NON COME UN ARCO VUOTO, MA COME QUALCOSA
CARICO DI UN POSSIBILE LEGATO AL FARSI CONCRETO DELLE COSE E ALLA DISPONIBILITÀ
AD AGIRE. UN’IDEA DI SPERANZA – PER DIRLA CON BLOCH, CHE TANTO DEVE ANCHE AL
PENSIERO DI LUKÁCS – COME ATTO NON SOLO CONOSCITIVO O PROFETICO MA AGENTE NEL
QUI E ORA
Ernst Bloch diceva che ci sono sempre dei “lampi anticipatori di un altro mondo
diverso”. A noi in questi giorni vengono in mente le straordinarie iniziative
culturali e di solidarietà, l’arte murale, i carnevali sociali del Gridas
inventati dal nulla 45 anni fa nella periferia di Napoli, recuperando anche uno
spazio pubblico abbandonato e mettendolo a disposizione del quartiere (qui
l’appello di associazioni e realtà culturali per salvare la casa del Carnevale
di Scampia)
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Durante l’ultima conferenza pubblica che Ernst Bloch tenne nella Repubblica
Democratica Tedesca (la DDR, la cosiddetta Germania Orientale della “guerra
fredda tra Est e Ovest), gli ascoltatori si trovarono di fronte a un concetto
non scontato nell’anno 1956 a quelle latitudini, e cioè che “la libertà deve
essere intesa come una categoria sociale e non come un fattore limitato
esclusivamente all’ambito della soggettività”. Nella cultura del cosiddetto
“socialismo reale”, l’idea di gran lunga prevalente era che la libertà come
principio della vita sociale fosse una formula ingannevole, buona soltanto a
giustificare l’ideologia borghese della proprietà privata. Non stupisce, perciò,
che già nel dicembre del ‘56 su Neues Deutschland, il più importante quotidiano
del Paese, nonché organo della SED, il Partito-Stato della Germania Orientale,i
uno dei filosofi del comunismo ufficiale, Rugard Otto Gropp (che insegnava a
Lipsia, nella stessa università di Bloch), scrivesse senza mezzi termini che “la
filosofia di Bloch tornava a vantaggio di obiettivi politici oggettivamente
reazionari”.ii E gli anni successivi saranno punteggiati da analoghi giudizi
sulla sua opera, duramente bollata come “filosofia metafisica della speranza”.
Mi pare molto significativo che una delle più rappresentative figure del
pensiero marxista del Novecento venisse trattata con questa acrimonia. Tanto più
che appena sette anni prima, nel 1949, Bloch aveva accettato con sincero
entusiasmo l’incarico di direttore dell’Istituto di filosofia di Lipsia,
lasciando gli Stati Uniti, dove s’era stabilito dal 1938 negli anni dell’esilio
dalla Germania nazista, che lo avevano visto lungamente soggiornare anche in
Svizzera e a Praga. Riteneva che la Germania Orientale avrebbe potuto essere
finalmente la sua patria, la sua Itaca. E per la DDR, la sua scelta rappresentò,
all’inizio, un fiore all’occhiello, poiché Ernest Bloch era già allora
considerato uno dei principali filosofi viventi. In un’ampia intervista concessa
nel 1974 a José Marchand per la televisione francese, più volte pubblicata col
titolo “Mutare il mondo fino a renderlo riconoscibile”, egli ricorderà in questo
modo gli anni di Lipsia:
A Lipsia tenni nel complesso, dal 1951 fino al 1956, tre corsi di storia della
filosofia da Talete fino a Heidegger. Per quanto riguardava il mio pensiero, mi
tenevo, apparentemente, sempre del tutto in disparte; si trattava tuttavia di
un’astuzia ben compresa anche da una larga parte dei miei uditori. I miei
rapporti con gli studenti furono in generale ottimi; si offuscavano, però, tutte
le volte che gli studenti erano entrati in contatto con uomini dell’apparato.iii
Poi, però, ci fu il ’56, la rivolta ungherese e la repressione in Polonia e in
Ungheria; e coloro che si esprimevano pubblicamente contro le logiche staliniste
che caratterizzavano il “socialismo reale” non furono più tollerati. Ai primi
del 1957, Bloch venne messo a riposo d’ufficio, mentre il suo amico e collega
Wolfgang Harich, col quale aveva nel ‘53 fondato la Deutsche Zeitschrift für
Philosophie, veniva condannato a dieci anni di carcere per attività cospirativa
contro la Repubblica Democratica Tedesca.iv Bloch non fu arrestato, per quanto
Harich fosse collegato palesemente a lui: “A tal proposito, giocò forse un certo
ruolo la pressione esercitata dall’estero; inoltre c’erano, anche fra gli uomini
di partito, alcune persone più intelligenti, le quali ritennero un simile atto
politicamente sbagliato”.v La notorietà internazionale del filosofo impediva, in
effetti, particolari vessazioni. La DDR si limitò perciò ad emarginarlo, senza
neppure impedirgli di viaggiare all’estero per conferenze e convegni. Così,
quando nel 1961 venne eretto il muro di Berlino, Bloch era in Baviera e decise,
come forma di protesta, di non fare più ritorno nella Repubblica Democratica
Tedesca. Il regime non reagì in modo particolare, proprio perché si liberava di
un problema.
Del resto, con la logica del materialismo dialettico di derivazione
terzinternazionalista, il cosiddetto Diamat dell’epoca staliniana,vi Bloch era
entrato in rotta di collisione già negli anni Trenta, in particolare per il suo
libro Erbschaft dieser Zeit, pubblicato in Svizzera nel 1935. Quel testo
proponeva una riflessione che persino a György Lukács, che pure allineato non lo
fu mai ed era stato lungamente amico di Bloch fin dal 1912, sembrò un eccesso.
In quel libro Bloch si proponeva di dialogare proprio con Lukács su un tema
apparentemente non politico. La domanda di fondo era: in che cosa consiste
l’eredità culturale del passato?vii Per Lukács le eredità positive potevano
venire solo dalle epoche rivoluzionarie e, in parte, dalle epoche caratterizzate
dalla elaborazione di una “cultura alta”.viii Sulle epoche rivoluzionarie c’era
ovviamente concordanza con Bloch, mentre non c’era sul secondo aspetto. Bloch ha
sempre ritenuto un errore l’insistenza pressoché esclusiva del suo amico,
notoriamente attratto dalla letteratura del grande classicismo tedesco,ix sui
soli “periodi alti della cultura”. Significava guardare unicamente ai passaggi
storici caratterizzati o da conclamate precipitazioni rivoluzionarie o da un
relativo equilibrio tra forze produttive e rapporti di produzione (ad esempio,
l’Atene del V secolo avanti Cristo o il periodo aureo dell’Umanesimo e del
Rinascimento), di modo che, oltre alle rivoluzioni, il passato ci consegnerebbe
di buono solo il classicismo. Per Bloch si trattava di una visione angusta,
tipica della più statica ortodossia comunista:
I marxisti ortodossi credono che i periodi di disgregazione, le epoche tarde di
una società non possono venire ereditate, in quanto tutto ciò sarebbe soltanto
decadenza. Mentre i nazisti dicevano “marciume”, i marxisti dell’Unione
Sovietica dicevano “decadenza”.x
In realtà, prosegue Bloch, nei momenti di decadenza e nei periodi di
disgregazione
“salta la bella vernice superficiale. E si vede qualcosa che nei periodi
rivoluzionari, ma anche nei cosiddetti grandi periodi di splendore di una certa
epoca, non era visibile, giacché occultato sotto la bella forma, sotto
gigantesche smancerie estetiche e sotto l’apparenza”.
C’è in sostanza un contenuto forte nella cosiddetta “disarmonia” poiché, come
direbbe Brecht, lo straniamento, cioè il porsi attivamente al di fuori
dell’automatismo della percezione, e più in generale al di fuori dell’armonia
col contesto, permette di collegare tra loro oggetti e temi anche molto distanti
e di recuperare, all’opposto, l’elemento della divergenza anche con la realtà
più prossima. Non a caso, è proprio in un’epoca di decadenza, quella della fine
della Belle Époque, della guerra mondiale e dei tormentati anni Venti, che
nasceva l’arte feconda del montaggio. In effetti, Bloch considera il montaggio
la forma – epistemica e non solo artistica – più prossima al proletariato
rivoluzionario: nel senso che con tale modalità esso arriverebbe più
immediatamente a cogliere, attraverso “lampi anticipatori di un altro mondo
diverso”,xi il carattere suo proprio in quanto classe sociale capace, da un
lato, di vivere la contemporaneità (analogamente a quanto succede, con contenuti
opposti, per la borghesia) e, dall’altro, di cogliere ciò che ancora non c’è, ma
che è comunque possibile ed anzi è latente nella realtà data. La particolarità
fondamentale del proletariato rivoluzionario è che esso, diversamente dalla
borghesia, può proiettarsi al di là della condizione immediata della
contemporaneità, agendo in essa con un consapevole straniamento. Ma questa sua
peculiare potenzialità, insisteva Bloch, è riuscita a palesarsi esattamente
dentro il percorso della decadenza della modernità; che non è un andare indietro
ma è reale compresenza di elementi distinti.
Nel libro, egli elenca i vari elementi distinti (e distintivi) della decadenza
moderna, sottolineandone in particolare tre. Anzitutto, c’è la distrazione,
ovvero la rappresentazione di un mondo esteriore divertente, avvincente,
interessante, rappresentato emblematicamente dagli spettacoli, dal cinema di
evasione, ma anche dalla sovrabbondanza di pathos estetico che si annida
perfidamente nella vita pubblica, e persino nelle stesse rappresentazioni della
rivoluzione. Accanto alla distrazione c’è poi l’ubriacatura, con la creazione
dei grandi miti del nazionalismo e poi della razza, che sintetizzano la tendenza
all’ebbrezza di questa modernità scomposta. Esiste, infine, la
a-contemporaneità, particolarmente resistente nei codici comportamentali dei
contadini e dei piccolo-borghesi delle città, che tentano di vivere, e in parte
vivono, come i loro padri e i loro nonni. Nel loro mondo è ancora fortemente
presente la vecchia struttura economica e soprattutto tecnologica, il che li
porta a riflessi ideologici chiaramente fuori dal quadro della modernità.
Orbene, per Bloch è proprio la logica dello straniamento che riesce a cogliere
con maggiore nettezza questi distinti e compresenti universi. Come accade, ad
esempio, con la pittura espressionista:
In De Chirico scorgiamo una stanza con una coppia dagli indefiniti sentimenti
dinanzi al camino, arrivata forse colà dopo una fuga; a sinistra una parete, a
destra un’altra. Ma la parete non c’è! Su quella di sinistra una selva di bestie
e serpenti che vogliono irrompere nella stanza. Sul lato destro gigantesche onde
marine. In primo piano il piccolo camino a legna, selva di serpenti, onde con
squali; un camino, una normale seggiola del XX secolo e una coppia moderna,
abbigliata con abiti dei nostri giorni, verosimilmente di cattivo umore. Si
tratta di un montaggio.xii
Attenzione, però: il montaggio non lascia le cose come stavano prima, ciascuna
come era in se stessa. Tutti quegli elementi, spazialmente e temporalmente
distinti, si presentano nella struttura del quadro anche come contemporanei, nel
senso che si fanno contemporanei, e perciò anche attuali, conquistando il nostro
sguardo. In realtà, Bloch recuperava nel testo del ‘35 quello che aveva già
scritto ne Lo spirito dell’utopia, uscito nel 1918 e poi ampiamente rielaborato
in una nuova edizione nel 1923, particolarmente in sintonia con le elaborazioni
del primo Lukács. In una intervista del 1976 a Les Nouvelles litteraires parlerà
di “forte analogia” fra Spirito dell’utopia e Storia e coscienza di classe, il
libro che a Lukács costò, nel 1924, una dura reprimenda da parte
dell’Internazionale Comunista:
Nel libro di Lukács ci sono frasi che potrebbero venire da me, e viceversa, nei
miei libri contemporaneamente apparsi, ce ne sono altre che tradiscono il forte
impulso di Lukács. Nel Lukács di questo periodo si trovano anche la categoria
dell’utopico, l’oscurità dell’attimo vissuto, la categoria del sapere
non-ancora-conscio, persino la teoria della possibilità oggettiva. Lukács, per
primo, rese pubbliche queste nostre idee. Non si tratta affatto di un plagio,
giacché Lukács ricorda sempre di aver ripreso da me certi problemi. I suoi saggi
sulla reificazione, sulla coscienza di classe del proletariato, su Rosa
Luxemburg sono di grande rilievo.xiii
Tuttavia, aggiungeva Bloch, il limite di Lukács è che egli non coglieva il
carattere di sintesi attiva dell’arte moderna e la giudicava sbrigativamente
“scarabocchi”. Agiva in lui, da freno, l’inquadramento ordinato che proveniva
dal Movimento operaio organizzato, che era ben presto divenuto qualcosa di molto
diverso dalla dinamica insurrezionale dei consigli operai o della “comune di
Budapest”, che avevano caratterizzato il periodo più fecondo del sodalizio tra i
due filosofi.xiv Ma in realtà la distanza poi enucleatasi tra Bloch e Lukács
riguardava un punto molto più delicato della teoria marxista, e cioè la
questione del materialismo. Riguardava, per dirla in breve, l’antica, decisiva
domanda filosofica: che cosa esiste davvero? cosa è reale?
Dopo la rappresentazione dialettica della realtà proposta, con finalità
politiche opposte, da Hegel e Marx, risultava evidente la insufficienza delle
risposte unilaterali. Non si poteva più dire: “è reale semplicemente il mondo
separato dal mio pensiero, concettualmente distinto da me soggetto che lo guardo
e lo interrogo”; e parimenti non si poteva dire il contrario, e cioè che “è
reale solo il mio interrogare e il mio agire verso il mondo”. Bisognava invece
cogliere il nesso dialettico di entrambi i momenti, ovvero il fatto che l’io è
anche mondo e il mondo è anche io.
Il lettore intuirà che non si tratta di una questione di lana caprina, ma di un
passaggio decisivo per esplicitare appieno le enormi potenzialità del pensiero
nell’epoca della scienza e della società moderna. Come è noto Bloch risolverà le
cose individuando, nello spazio temporale del non-ancora-divenuto, una inedita
densità piena. L’attesa non è, per lui, un arco vuoto, ma si carica
inevitabilmente del possibile, del farsi-concreto-delle-cose, che, da due
direzioni si muovono per essere reali: dalla direzione dell’io che guarda, e che
si dispone perciò ad agire,e dalla direzione del mondo che è guardato, e che si
dispone perciò a muoversi. L’attesa è, in sostanza, il luogo vivo del “Principio
speranza”, che non è un elemento affettivo, una sorta di sentimento positivo
contrapposto alla paura, bensì un atto effettivamente conoscitivo e
immediatamente agente, che raccorda la memoria di ciò che è stato all’immagine
del futuro umanamente qualificato, e perciò costruito già come un novum che
chiede di venire ad esistenza.xv
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Note
i SED è l’acronimo di Sozialistische Einheitspartei Deutschlands (Partito
socialista unificato di Germania). Modellato sul Partito Comunista dell’Unione
Sovietica, sarà al potere fino al 1990.
ii Cfr. R. O. Gropp, Idealistische Verirrungen unter antidogmatichen Vorzelchen
[Deviazioni idealistiche di segno antidogmatico], in Neues Deutschland, 19
dicembre 1957.
iii Cfr. E. Bloch, Marxismo e utopia, a cura di V. Marzocchi, Editori Riuniti,
Roma 1984, p. 103.
iv Sull’importanza di Harich nell’ambito della dissidenza marxista nella DDR,
cfr. Alexander Amberger, Bahro – Harich – Havemann. Marxistische Systemkritik
und politische Utopie in der DDR. Verlag F. Schöningh, Paderborn 2014.
v Cfr. E. Bloch, Marxismo e utopia, cit., p. 103.
vi L’acronimo si riferisce alle iniziali delle parole russe “dialekticeskij
materializm” e si basa sul “Breve corso di storia del PC(b) dell’URSS” (1938),
dove c’è un’ampia parte sul materialismo dialettico, che la vulgata vuole
scritta dallo stesso Stalin. Esso è trasformato in una concezione generale del
mondo, in un struttura universale di regole e presunte leggi del “reale”, che si
impongono a tutto quanto diventi poi sapere, sfociando così in una grossolana
quanto aggressiva epistemologia realistica.
vii Cfr. E. Bloch, Eredità del nostro tempo, a cura di L. Boella, Il Saggiatore,
Milano 1992.
viii Cfr. G. Lukács, La lotta fra progresso e reazione nella cultura d’oggi,
Feltrinelli, Milano 1957.
ix Cfr. in particolare, G. Lukács, Goethe e il suo tempo, Mondadori, Milano
1949.
x Cfr. E. Bloch, Marxismo e utopia, cit., p. 87.
xi Ibidem, p. 89.
xii Ibidem, p. 88.
xiii Ibidem, pp. 127 – 128. Sulla condanna esplicita di Storia e Coscienza di
classe da parte dell’Internazionale Comunista e sulle abiure fatte da Lukács,
cfr. R. Malinconico, L’eresia dell’Occidente, Edizioni Melagrana, S. Felice a
C., 2005, pp . 32 – 54.
xiv Sulle contraddizioni della lunga militanza di Lukács getta luce il ritratto
affettuoso e severo di Agnés Heller, che è stata sicuramente la sua più
significativa allieva: “Lukács fu entrambe le cose, stalinista e antistalinista.
Il suo è stato un costante confronto del proprio ideal-tipo con la società e il
partito sovietici. Era uno stalinista poiché sosteneva questo ideal-tipo, ed era
un antistalinista, poiché non vide mai realizzato il proprio ideale nella
società in cui viveva, e di conseguenza si trovò sempre all’opposizione, anche
contro la propria volontà. Fu messo ai margini, misconosciuto, perseguitato,
persino incarcerato e deportato da un sistema che riteneva sostanzialmente
giusto. È un segno di alta moralità che la sua propria persecuzione non l’abbia
condotta ad abbandonare “l’ideale del regime”; ma fu un delitto morale che la
persecuzione in massa di altri, non l’abbia scosso nella sua fede.” In A.
Heller, Morale e rivoluzione, Savelli, Roma 1979, p. 76.
xv Per l’insieme della filosofia di Ernst Bloch, oltre a rinviare il lettore
alla sua opera fondamentale, Das Prinzip Hoffnung, redatta durante il suo
soggiorno americano e pubblicata poi Germania tra il 1954 e il 1959 (in italiano
esiste, de Il Principio Speranza, la bella edizione curata da Remo Bodei nel
1994 per l’editore Garzanti), mi permetto di indicare anche il mio già citato
testo, L’eresia dell’Occidente, pp. 102 – 140.
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