Hidra, un problema nostro
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Vignetta di Mauro Biani (2015)
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L’informazione mediatica si alimenta di manipolazioni, falsità,
spettacolarizzazioni, di un po’ di tutto e al contempo di niente, dalle beghe
politiche nazionali e internazionali, alle pseudo alleanze tra capi di stato che
oggi si autocelebrano con una stretta di mano e il giorno dopo si rinnegano con
un drone, fino ai fatti di cronaca e alle insulsaggini ordinarie. Ciò che grava
pesantemente nel nostro paese rimane sotto silenzio, distolto dalla pubblica
attenzione, messo sotto il tappeto come se fosse polvere quando invece pesa come
un macigno.
Hidra (o Idra) non è solo un mostro leggendario a più teste della mitologia
greca e romana. “Hidra” ci racconta una storia, non è proprio una nuova storia,
ma è la recente inchiesta incentrata su un nuovo consorzio fra mafie,
‘ndrangheta, camorra e cosa nostra. Una solida struttura orizzontale, un sistema
mafioso integrato, alleato e non più gerarchico come un tempo. Gli sviluppi
dell’inchiesta in questi ultimi mesi preoccupano a tal punto Giorgia Meloni che
in parlamento ha esortato la commissione antimafia a “occuparsi dei tentativi di
infiltrazione della criminalità organizzata nei partiti politici, Fratelli
d’Italia compresi”. Ora anche questo, la commistione tra mafie e politica, non
ci sembra una storia nuova e la preoccupazione di Meloni non ci stupisce
considerando il poco tempo che rimane da qui alle prossime elezioni.
Torno indietro nel tempo, alla bambina e adolescente che ero negli anni
Sessanta.
Il senso mafioso diffuso
Ho trascorso parte della mia infanzia e adolescenza nel sud dell’Italia, non
serve specificare né la regione né il territorio. Non comprendevo usi e costumi,
omertà e tabù, i baciamani e le complicità, i don che abbondavano e che da
bambina credevo fossero un cognome, i rancori camuffati, i padri padroni, le
donne sottomesse e complici della egemonica mascolinità, il loro spiare da
dietro le tende delle finestre, le vendette risolte a pistolettate e gli aspri
scontri del potere mafioso che allora scorrevano sempre nel sangue incrostato
dalle vendette.
Non comprendevo in termini di conoscenza, di razionalità e logicità ma il mio
sentire, che ha sempre avuto toni alti fin da bambina, mi permetteva di
percepire le brutture umane, le storture dei sentimenti, il provincialismo
dilagante con l’oscurantismo borghese, i suoi stereotipi e quella povertà dalla
quale emanciparsi voleva solo dire “fare molti soldi e metterli in mostra
insieme al potere”. Quando tutto questo “male di vivere” cominciava a toccare
più da vicino, quando arrivarono richieste di matrimonio presentate a mio padre
da parte di boss locali e che mio padre rispediva al mittente, decisi ancora
adolescente e spaventata di non scendere più in quei territori. E così è stato.
Non avevo ancora maturato consapevolezze, non ero femminista né comunista ma ero
molto distante da quel mondo nel quale non mi riconoscevo e che rappresentava
per me il volto oscuro della mala-vita. Il senso mafioso diffuso, infiltrato,
con il suo significato polisemico, quello che accomuna ancora oggi le persone,
si annidava nelle azioni ordinarie, quotidiane, negli animi umani, nelle frasi e
nei pesanti ed espliciti detti popolari, nei rituali, dentro quel vecchio schema
familiare che ancora continua ad esistere fintanto che “i panni sporchi si
continueranno a lavare in famiglia”. Era così che il “significato mafioso” si
trasformava e al contempo plasmava, si normalizzava, anzi diventava un bene
sociale, un valore riconosciuto, una regola di vita, da apprezzare e difendere,
con le sue storie in cui tutti si riconoscevano e il vecchio detto “una mano
lava l’altra” rendeva il patto di omertà un bene condiviso.
O eri dentro o eri fuori. La risposta civile alla criminalità mafiosa e le lotte
sociali contro la violenza mafiosa iniziarono più tardi, dagli anni Settanta.
Un problema nostro
Dall’indagine Hidra quello che già emerge è il legame tra clan mafiosi e
politica (vecchio legame storico) e quello che è già accertato finora sono: 225
milioni come profitto da reati fiscali contestati, 154 indagati dalla procura di
Milano, 62 condanne con rito abbreviato, 45 imputati rinviati a giudizio, 85
società coinvolte per reati fiscali, intestazioni fittizie, ecc.. Cinque uffici
in provincia di Milano e Palermo utilizzati per incontri, transito di fondi di
provenienza illecita, stupefacenti e armi, un volume d’affari illegale stimato
in decine e decine di miliardi di euro all’anno, cifra che sottrae risorse alla
nostra economia sana, al welfare, alla scuola, alla sanità, a tuttə noi,
rendendo la criminalità organizzata una specie di “impero industriale” del
Paese, un potente affare imprenditoriale, infiltrandosi nell’economia legale,
nella spesa pubblica e negli stessi luoghi ordinari che anche noi
inconsapevolmente rischiamo di frequentare.
Il tutto equivale a dire che la mafia è un problema nostro, è prima di tutto un
problema politico mai riconosciuto dai governi, è un problema civile, è un
problema morale, sociale e culturale.
Gli interrogatori
Il pubblico ministero dell’antimafia di milano Alessandra Cerreti insieme al
collega Rosario Ferracane hanno davanti a loro Bernardino Pace, nato a Trapani,
uomo che si rimpallava tra le mani diversi milioni, insieme alle supercar come
maserati, porsche, orologi di valore e altri lussi. Il 19 febbraio 2026 risponde
alle domande dei due pm, tra le quali c’è quella sui rapporti tra organizzazione
mafiosa ed esponenti politici locali e nazionali. Lui risponde e conferma,
svelando i segreti del consorzio di mafie. Poco meno di un mese dopo, il 16
marzo viene trovato cadavere nel raggio dei collaboratori del carcere torinese
Lorusso e Cotugno. La sua morte viene dichiarata suicidio. Era stato condannato
a 14 anni per associazione mafiosa nella maxi inchiesta Hidra. Era arrivato a
non mangiare per paura di essere ucciso. Viene trovato a terra nel bagno,
davanti alla sua cella aperta. Lì non ci sono telecamere. Nessun controllo.
Intorno al collo un cavo molto spesso. Tre giorni dopo la sua morte, il 19
marzo, si apre il maxi processo pubblico al consorzio di mafie, nell’aula bunker
del carcere di San Vittore. Gli inquirenti hanno le confessioni di altri
collaboratori, confessioni che sono state studiate, lette e rilette e
riscontrate con corpose informative che raccontano qual è il livello del
consorzio di mafie, livello che arriva fino in parlamento, portando a nuovi
fascicoli. Intanto, al 17 marzo 2026, Mauro Carroccia, nome che non sfugge più a
nessuno, riciclatore del clan senese, si trova in carcere dopo un lungo processo
che lo ha portato ad una condanna definitiva di quattro anni. La sua famiglia,
compresa la figlia Miriam, continua a cucinare black angus nel suo ristorante,
mentre la notizia del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, in
società con lei, fa il giro del mondo.
Troppa carne al fuoco che puzza di bruciato. La storia non è finita. Io ho
sempre più bisogno di terapizzarmi. Riprendo un libro tra le mani.
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Fonte: Inchiesta sul mensile Millennium, luglio 2026
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