DAGLI AFFARI DI LEONARDO NEL GOLFO AL “DEFENCE READINESS OMNIBUS”, LA BUSSOLA SONO SEMPRE GLI INTERESSI DELL’INDUSTRIA MILITAREUna mozione presentata al Senato martedì 19 maggio da parte di alcuni esponenti
di partiti che compongono la maggioranza di governo accennava a una possibile
messa in discussione della decisione presa in ambito Nato riguardo lo
stanziamento, per ciascun membro, quindi anche per l’Italia, del 5% del Pil
nelle spese militari. Questa mozione è scomparsa dal testo nel giro di poco.
“Il fatto che addirittura gli esponenti principali al Senato della maggioranza
abbiano presentato quel punto, poi tolto, conferma, da un lato, quello che
diciamo da tempo: l’aumento delle spese militari va a detrimento delle spese
sociali e impedisce al governo di intervenire su questioni come, in questo caso,
i rincari energetici”, commenta Francesco Vignarca, della Rete Italiana Pace e
Disarmo su Radio Onda d’Urto.
“Dall’altro lato – prosegue Vignarca – si tratta della conferma del fatto che il
target Nato non è un obbligo, è un accordo politico che non ha mai avuto nessun
tipo di giustificazione, nemmeno militare. È ovviamente un modo per spingere gli
stati membri ad aumentare le spese militari, e quindi ad alimentare gli
interessi dell’industria delle armi“.
Più concreto, rispetto al teatrino interno alla maggioranza di governo, è il
contratto firmato da Leonardo spa e Abu Dhabi Ship Building (Adsb), la divisione
navale del gruppo Edge, per la fornitura di sistemi di combattimento navali di
nuova generazione, destinati al programma di nuove unità navali “Al Dorra” della
Marina militare del Kuwait.
“Questa vendita di armi al Kuwait non viene fatta solo da Leonardo, ma c’è un
accordo strategico con Edge, cioè con l’industria militare emiratina“, spiega a
questo proposito Francesco Vignarca. “Si tratta di un’alleanza militare con gli
Emirati Arabi Uniti fortemente voluta dal governo Meloni che non a caso ha
revocato lo stop all’esportazione di alcuni tipi di armamenti agli Emirati che
era stato deciso dal governo Conte II e ha sottoscritto questi accordi di
partnership e joint venture”, aggiunge l’esponente pacifista intervenendo sulla
nostra emittente. “Simili accordi – avverte Vignarca – rischiano inoltre di
toglierci, in prospettiva, qualsiasi tipo di controllo… Perché se inizi a
costruire le armi insieme a questi stati, poi questi imparano a costruirle e
iniziano a fabbricarle da soli. È successo, ad esempio, con la Turchia”.
“Le decisioni dei governi, giustificate con la falsa retorica della pace e della
sicurezza, sono influenzate dagli interessi delle industrie militari“, commenta
ancora Vignarca. “Gli interessi delle industrie belliche sono fortemente
intrecciati con quelli dei governi, non solo perché i governi controllano le
industrie militari, ma perché in realtà è soprattutto il contrario: gli
interessi dei mega fondi che investono nelle industrie militari riescono a
influenzare i governi“, aggiunge.
A Bruxelles, intanto, è in discussione – tra Consiglio, Commissione e Parlamento
Ue – il pacchetto legislativo “Defence Readiness Omnibus”. Tra le altre cose, il
testo prevede una vera e propria deregulation nell’esportazione di armi
dall’Unione europea al resto del mondo. La Rete italiana Pace e Disarmo ha
criticato questo e altri aspetti del Defence Readiness Omnibus.
“Si fa passare come una modifica tecnica di semplificazione una modifica che in
realtà è sostanziale e politica”, spiega Vignarca. “Non è vero – specifica
l’esponente della Rete italiana Pace e disarmo – che prevede solo la riduzione
delle scartoffie, ma prevede l’estensione indefinita di alcune licenze globali,
tutta una serie di esenzioni da vari tipi di controlli e un collegamento con
compagnie extra europee che verranno considerate come se fossero all’interno
dell’Unione Europea”.
L’intervista di Radio Onda d’Urto a Francesco Vignarca della Rete italiana Pace
e disarmo. Ascolta o scarica.