Tag - crisi climatica

35.000 morti per il caldo in Europa. Il 16 ottobre Fridays For Future torna in piazza con uno sciopero per il clima
Non ci sono più dubbi ormai: il clima intorno a noi è già cambiato radicalmente e continuerà a farlo, ma la scienza ci dice chiaramente che abbiamo ancora una possibilità per evitare che il cambiamento climatico esca dal nostro controllo e diventi irreversibile. Spetta a noi invertire la rotta adesso. Sono passati sette anni dai primi cortei del movimento Fridays For Future, ma da allora i progressi fatti sono stati largamente insufficienti e anche se mantenessimo gli impegni presi, i governi del mondo non sarebbero comunque in grado di tenere la temperatura globale sotto la soglia necessaria per evitare la catastrofe. Le emissioni hanno continuato ad aumentare e oggi abbiamo bisogno di una nuova stagione di cooperazione mondiale per evitare il peggio. La crisi climatica oggi miete vittime, lo fa in tutto il mondo e ci mette di fronte a situazioni che non siamo preparati ad affrontare, dal caldo torrido agli incendi, dalle alluvioni ai tornado inaspettati. I nostri territori non sono pronti e i soldi vengono spesi per altro, come produrre armi che non solo uccidono innocenti, ma peggiorano anche la crisi climatica. C’è anche un altro dato: se sette anni fa avevamo poco tempo per prendere decisioni cruciali, oggi ne abbiamo pochissimo e la posta in gioco è la più alta possibile. Per questo il 16 ottobre Fridays For Future torna in piazza: “Abbiamo imparato che solo una massa critica e determinata può creare un cambiamento concreto, diffuso e dal basso e al contempo costringere chi ci governa ad assumersi le sue responsabilità. Questo autunno abbiamo intenzione di portare il caldo torrido di quest’estate al centro dell’agenda politica” afferma Emanuele, attivista. L’estate del 2026 è stata la più calda di sempre secondo i climatologi e la nostra area mediterranea si scalda a un tasso quasi doppio rispetto alla media planetaria. Una combinazione letale che ci ha portato a ondate di calore devastanti per tre mesi, oggi seguite da tempeste e grandinate sulle nostre città. Sono almeno 35mila le morti in eccesso dovute al caldo di quest’estate. “Le soluzioni a tutto questo ci sono; oggi le rinnovabili possono essere parte della soluzione se legate ai bisogni dei territori. Noi torniamo in piazza perché dal 2018, quando abbiamo iniziato a manifestare, al 2021 il numero di Paesi con impegni di riduzione delle emissioni allo zero netto è quadruplicato” afferma Sara di Fridays. Sarà una manifestazione diffusa in tutte le principali città italiane che invitiamo a far propria e moltiplicare. In molti territori si programmano cortei studenteschi, ma si dialoga anche con il mondo del lavoro: già indetto per il 16 ottobre uno sciopero del comparto scuola da Sindacato Indipendente Scuola e Ambiente. Carlo, attivista, aggiunge: “Sappiamo che non esiste giustizia climatica senza giustizia sociale: le manifestazioni per la Palestina dello scorso autunno ci hanno dimostrato che in Italia siamo pronti ad alzare la voce contro le ingiustizie, unendoci tutti nella stessa battaglia”.   Fridays For Future
September 1, 2026
Pressenza
L’urgenza climatica di cui facciamo finta di niente
Da Kyoto a Parigi, da una COP all’altra, il mondo conosce da decenni la gravità della crisi climatica. Eppure continuiamo a vivere come se avessimo a disposizione un altro pianeta. Governi e grandi interessi economici hanno responsabilità enormi, ma anche noi cittadini possiamo scegliere, partecipare e pretendere un cambiamento. Non possiamo più dire che non lo sapevamo. GLI UNDICI ANNI PIÙ CALDI MAI REGISTRATI Gli undici anni compresi tra il 2015 e il 2025 sono stati gli undici più caldi mai registrati. Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, il 2025 è stato uno dei tre anni più caldi dall’inizio delle rilevazioni, con una temperatura media globale di circa 1,43 °C superiore alla media del periodo preindustriale 1850-1900. Gli oceani continuano ad accumulare calore, mentre gli eventi meteorologici estremi provocano danni, vittime e conseguenze economiche in molte parti del mondo. L’Europa, poi, si sta riscaldando più di due volte più rapidamente della media globale ed è il continente che si riscalda più velocemente. Nel 2025 almeno il 95% del territorio europeo ha registrato temperature annuali superiori alla media. Ondate di calore, siccità, incendi, riduzione della neve e dei ghiacciai e temperature marine eccezionalmente elevate stanno modificando territori ed ecosistemi, dall’Artico al Mediterraneo. Eppure continuiamo a comportarci come se tutto questo fosse un avvertimento per il futuro. Il futuro, invece, è già arrivato. DA KYOTO A PARIGI: TRENT’ANNI DI PROMESSE La politica mondiale non ha scoperto ieri il cambiamento climatico. Nel 1997 fu adottato in Giappone il Protocollo di Kyoto, entrato in vigore nel 2005. Per la prima volta furono stabiliti obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni di gas serra per i Paesi industrializzati aderenti. Nel primo periodo di applicazione, dal 2008 al 2012, 37 Paesi industrializzati ed economie in transizione e la Comunità europea si impegnarono complessivamente a ridurre le emissioni in media di circa il 5% rispetto ai livelli del 1990. Era un passaggio storico, ma insufficiente. Gli Stati Uniti firmarono il Protocollo senza ratificarlo e le economie emergenti non erano sottoposte agli stessi obiettivi quantitativi previsti per i Paesi industrializzati. Diciotto anni dopo Kyoto, il 12 dicembre 2015, alla COP21 arrivò l’Accordo di Parigi. Questa volta l’ambizione era coinvolgere praticamente il mondo intero. L’obiettivo comune: mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto all’epoca preindustriale e proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C. Ogni Paese aderente deve presentare e aggiornare periodicamente il proprio piano climatico, il cosiddetto NDC, indicando gli interventi previsti per ridurre le emissioni e adattarsi agli effetti del cambiamento climatico. Ma conoscere il traguardo non significa raggiungerlo. Nel 2025, dieci anni dopo Parigi, l’UNEP ha calcolato che, anche ipotizzando la piena realizzazione degli impegni climatici nazionali, il riscaldamento globale previsto nel corso del secolo sarebbe nell’ordine di 2,3-2,5 °C. Con le politiche effettivamente in vigore, la traiettoria arriva invece a circa 2,8 °C. Per riallinearsi a un percorso compatibile con 1,5 °C, le emissioni annuali globali nel 2035 dovrebbero essere inferiori del 55% rispetto a quelle del 2019. C’è persino un ritorno indietro: dal 27 gennaio 2026 gli Stati Uniti non sono più parte dell’Accordo di Parigi, dopo aver notificato la propria uscita un anno prima. E allora la domanda diventa inevitabile: quanti altri accordi dobbiamo firmare prima di comportarci come se li avessimo davvero sottoscritti? I “REGNANTI DEL MONDO” E NOI Quando si parla di crisi climatica, lo sguardo si rivolge inevitabilmente ai governi, ai grandi decisori politici ed economici, a quelli che potremmo chiamare i “regnanti del mondo”. Ed è giusto che sia così. Le decisioni sulla produzione energetica, sui combustibili fossili, sui trasporti, sulle infrastrutture, sull’agricoltura, sulla tutela dei territori e sugli investimenti pubblici possono modificare le emissioni su una scala che nessun singolo individuo potrebbe mai raggiungere. Non sarebbe quindi corretto mettere sullo stesso piano la responsabilità di un cittadino che prende l’automobile per andare al lavoro e quella di chi decide per decenni le politiche energetiche di uno Stato. Ma sarebbe altrettanto comodo concludere che noi non possiamo fare nulla. La crisi climatica non può essere affrontata soltanto modificando qualche comportamento individuale. L’IPCC evidenzia come le scelte dei singoli interagiscano con infrastrutture, norme sociali e trasformazioni strutturali. Allo stesso tempo, indica un potenziale molto significativo nelle strategie che agiscono sulla domanda nei settori degli edifici, del trasporto terrestre e dell’alimentazione. È proprio qui, però, che rischiamo di commettere un errore: ridurre il cittadino al suo ruolo di consumatore. Il cittadino è anche un elettore. È un abitante di una città e di un territorio. Può associarsi ad altri, partecipare a un comitato, interrogare un’amministrazione, scegliere a chi affidare il proprio denaro, sostenere un’iniziativa, chiedere conto a un sindaco, a un parlamentare, a un governo. Forse è proprio questa la parte che abbiamo dimenticato. NON SIAMO SPETTATORI DELLA NATURA Per troppo tempo abbiamo parlato della natura come di qualcosa che ci circonda: un paesaggio da proteggere, un bosco da salvare, un mare da non sporcare. Ma non siamo spettatori della natura. Ne facciamo parte. Respiriamo l’aria che alteriamo, beviamo l’acqua che inquiniamo, mangiamo ciò che cresce nei terreni. Dipendiamo dagli oceani, dagli insetti impollinatori, dalle foreste e dalla stabilità di un clima nel quale si è sviluppata la nostra civiltà. Essere sostenibili, allora, non significa semplicemente essere “più buoni” con il pianeta. Significa proteggere le condizioni che rendono possibile la nostra stessa esistenza e quella delle generazioni che verranno dopo di noi. Ma la consapevolezza, da sola, non basta. DAL COMPORTAMENTO INDIVIDUALE ALLA RESPONSABILITÀ COLLETTIVA Spegnere una luce inutile, consumare meno energia, evitare gli sprechi, comprare meno e meglio, riparare e riutilizzare, scegliere quando possibile il trasporto pubblico o il treno, ridurre lo spreco alimentare: sono comportamenti che hanno un valore. Ma sarebbe illusorio pensare che la crisi climatica possa essere risolta sommando milioni di piccoli gesti individuali mentre le grandi scelte energetiche, industriali e territoriali rimangono immutate. La responsabilità del cittadino non finisce quindi davanti allo scaffale di un supermercato o nella scelta del mezzo con cui andare al lavoro. Comincia anche nello spazio pubblico. Significa chiedere ai Comuni, alle Regioni e ai governi quali obiettivi climatici abbiano assunto e con quali risultati verificabili. Significa leggere i programmi elettorali cercando proposte concrete su energia, trasporto pubblico, consumo di suolo, acqua, rifiuti, riforestazione, adattamento alle ondate di calore e prevenzione del dissesto idrogeologico, senza accontentarsi della parola “sostenibilità”. Significa partecipare. Un comitato territoriale, un’associazione, un’assemblea pubblica, una consultazione o una campagna civica possono trasformare una preoccupazione individuale in una questione collettiva. Anche difendere un’area verde, denunciare un corso d’acqua inquinato o contestare nuovo cemento inutile significa occuparsi della crisi ambientale nel luogo concreto in cui viviamo. E significa fare rete. Un cittadino isolato può essere ignorato. Cento cittadini che pongono la stessa domanda molto meno. Migliaia possono trasformare quella domanda in un problema politico. Non si tratta, dunque, di scegliere tra responsabilità individuale e responsabilità politica. Si tratta di non utilizzare l’una per cancellare l’altra. Soprattutto, non possiamo cedere all’idea che sia ormai troppo tardi. Ogni frazione di grado di riscaldamento evitata significa minori perdite e minori danni per le persone e gli ecosistemi. La distanza tra 1,5, 2 o 3 gradi non è un numero astratto: significa conseguenze profondamente diverse per società, territori ed ecosistemi. Kyoto è stato nel 1997. Parigi nel 2015. Siamo nel 2026. Non possiamo più dire che non sapevamo. E forse la domanda da lasciare ai nostri governanti, e contemporaneamente a noi stessi, è molto semplice: che cosa stiamo aspettando? FONTI * World Meteorological Organization – State of the Global Climate 2025 * Copernicus Climate Change Service / WMO – European State of the Climate 2025 * UNFCCC – The Kyoto Protocol * UNFCCC – The Paris Agreement * UNEP – Emissions Gap Report 2025: Off Target * IPCC – Climate Change 2022: Mitigation of Climate Change – Summary for Policymakers * UNFCCC – United States of America: Paris Agreement withdrawal Redazione Napoli
August 31, 2026
Pressenza
La guerra uccide anche l’ambiente: Luca Mercalli al Film Festival della Lessinia
In una piazza gremita di spettatori, Luca Mercalli, in un dialogo con lo speleologo Francesco Sauro, ha presentato il suo nuovo libro sulla storia del clima in Italia e ha parlato di come il Paese si trova ad affrontare la crisi climatica tra negazionismo, disinformazione e soldi spesi in armamenti. La conferenza-dialogo tra il climatologo Luca Mercalli e lo speleologo Francesco Sauro intitolata La guerra uccide anche l’ambiente era prevista per le 11.00, ma già alle 10.30 i posti a sedere nel tendone delle conferenze del Film Festival della Lessinia erano esauriti, così come la fila di panche supplementari allestite dall’organizzazione nella piazza e persino gli spazi della retrostante ‘Biblioteca della montagna’. Davanti a questa folla di spettatori il climatologo, venuto a presentare il suo nuovo libro Breve storia del clima in Italia (Einaudi, 2025), esordisce citando una recente dichiarazione di un politico italiano che esortava a parlare “dell’Italia e degli italiani” piuttosto che del clima ed evidenziando come parlare di clima in Italia significhi soprattutto parlare del futuro dell’Italia e degli italiani: “Se l’ambiente collassa, collassa tutto quello che ci sta sopra: economia, società, e tutto il resto”, dice Mercalli. Il climatologo prosegue poi spiegando che cosa comporta l’aumento delle emissioni di CO2 e delle temperature globali e cita, smentendole, alcune teorie negazioniste, come la famosa dichiarazione del fisico Carlo Rubbia su Annibale e gli elefanti, sostenendo che anche un esperto si può sbagliare se parla di cose che esulano dal suo campo di competenza e che purtroppo è prassi comune “ribaltare la realtà storica piegandola alle esigenze mediatiche del momento”. Riguardo ai costi ambientali delle guerre, Mercalli spiega innanzitutto che molte guerre si fanno proprio per garantirsi l’accesso ai combustibili fossili e prosegue dicendo che se l’Italia diventasse più indipendente dal fossile “avremmo enormi vantaggi” sia sul piano ambientale, perché consumare meno combustibili fossili significa ridurre le emissioni, sia sul piano geopolitico, perché ci renderebbe più immuni alle pressioni di potenze straniere e infine anche sul piano economico: la bolletta energetica, cioè i soldi che regaliamo ai Paesi che ci forniscono gas e petrolio, è nell’ordine di decine di miliardi di euro; il climatologo stima che quest’anno si avvicinerà ai 50 miliardi di euro e dice: “Pensate a cosa potremmo fare con questi soldi se rimanessero in Italia”. “Perché non ci sono mai abbastanza soldi nel budget per la transizione energetica, che ci renderebbe indipendenti e invece non si esita mai a investire in armi? La guerra produce prima di tutto inquinamento: aerei e mezzi militari vanno a gasolio e kerosene, portaerei e sottomarini a energia nucleare. C’è un dispendio di energia immediato nelle operazioni militari, ma anche un enorme dispendio di energia nella costruzione degli armamenti. Le risorse nel mondo sono in esaurimento, le più facili da estrarre si stanno già esaurendo e l’appropriazione di queste risorse da parte dell’industria militare metterà in crisi tutte le altre industrie civili. Inoltre non sono riciclabili: quando un missile o un drone esplodono i loro pezzi non si recuperano più, finiscono ad inquinare la terra. Buttiamo via una quantità enorme di metalli e inquiniamo i terreni in modo permanente.” “Le emissioni del settore militare non si conoscono, sono dati secretati”; le stime si possono fare soltanto sui soldi spesi per gli armamenti: 2.850 miliardi di dollari nel 2025, che facendo le proporzioni significano emissioni pari a uno Stato che sarebbe il quinto più inquinante al mondo. “Come cittadini siamo chiamati a fare sacrifici per ridurre le emissioni, ma un missile che esplode brucia il tuo budget di risparmio emissioni di tutto un anno.” Infine, a prescindere da tutto il resto, la guerra è sempre sbagliata, dice Mercalli citando  la Costituzione italiana e aggiungendo un omaggio alle Donne in Nero presenti con i loro cartelli nella piazza. Si lascia poi spazio alle domande dal pubblico, che evidenziano una consapevolezza della criticità della crisi climatica, ma anche una buona dose di smarrimento quando si tratta di capire cosa possiamo fare noi cittadini per combatterla nel totale disinteresse dei media e dei politici. Nelle sue risposte, Mercalli fa riferimento alle buone pratiche che possiamo attuare a livello individuale: investire i risparmi nell’efficientamento energetico delle nostre case, evitare i trasporti più inquinanti (lui stesso dice di non prendere un aereo da nove anni), mangiare meno carne ed evitare di comprare oggetti inutili. Ma dice anche che i cittadini devono pretendere soluzioni dal mondo politico: “Se ci dicono che non ci sono soldi per la transizione energetica, chiediamogli quanto costa un F35.” “Si è diffusa l’idea che tutte le scelte ambientali siano un fastidio e un ostacolo per l’economia”. Sia la destra che la sinistra hanno in testa solo l’economia: alla prima difficoltà l’ambiente viene tolto dall’agenda politica. Ma “l’economia va male proprio perché noi non facciamo i conti con la nostra impronta ecologica”. Sul ruolo dei media, dice che la disinformazione è una delle minacce più grandi per l’umanità e una grande piaga in Italia. “Io metterei al governo chi dice la verità sul clima e lavora per ridurre la nostra dipendenza dall’estero”, dice, esortando ad informarsi e leggere i programmi dei partiti “che non è detto che poi li rispetteranno, ma ci tocca scegliere il meno peggio.” FONTI: * Carlo Rubbia https://www.climalteranti.it/2019/03/21/anche-un-premio-nobel-puo-raccontare-cose-sbagliate-su-clima/ * IPCC https://ipccitalia.cmcc.it/ipcc-special-report-global-warming-of-1-5-c/ * https://www.qualenergia.it/articoli/dipendenza-energetica-italia-75-percento-italia-quali-scelte-2030/ * Bolletta energetica 2024 https://www.ilsole24ore.com/art/energia-2024-bolletta-italiana-scende-485-miliardi-cala-spesa-petrolio-e-gas-AGLlASfB * Donne in Nero https://it.wikipedia.org/wiki/Donne_in_nero     Mara Zanella
August 31, 2026
Pressenza
Guerre, corsa al collasso climatico
Nonviolenza o diritto a difendersi? La discussione su guerre e riarmo rischia di ridursi a una contrapposizione di principi astratti invece di fare i conti con la realtà. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale la comparsa della bomba atomica aveva suscitato un vasto movimento per l’interdizione di quell’arma, ma anche di tutte le guerre, ritenendo che qualsiasi “escalation” avrebbe portato a prospettarne l’impiego; una minaccia ben presente nelle successive guerre in Corea, Vietnam e ora in Ucraina. Da tempo, però, alla minaccia nucleare si è aggiunta e sovrapposta quella della crisi climatica ormai in pieno corso. Il fattore “rischio” si è aggravato: mentre l’olocausto nucleare è “facoltativo”, nelle mani di poche persone o di un solo Stranamore, la catastrofe climatica, nel suo procedere sempre più rapido, appare quasi “ineluttabile”. Dipende ovviamente anch’essa da decisioni umane, che fanno capo a un numero molto ampio di individui al vertice di molte istituzioni – imprese, banche, Stati, eserciti, media, centri di ricerca, università – tutti legati tra loro in una rete di rapporti che rende difficilmente praticabile e comunque inefficace disertarla. Per questo la rotta verso il baratro climatico non cambierà se non in forme parziali, ipocrite e inefficaci, anche perché ha una solida base in abitudini, stili di vita, mancanza di alternative, convinzioni – per lo più frutto di ignoranza indotta – che coinvolgono, in misura diversa, miliardi di abitanti della Terra. L’opposizione al riarmo, alle guerre e al reclutamento, emersa in sondaggi che hanno deluso e contraddetto le aspettative dei governi lanciati nella corsa al “riarmo”, è forse la leva principale per contrastare la corsa parallela alla catastrofe climatica. Innanzitutto, perché le guerre, le loro devastazioni di territori e habitat, la produzione di armi e il loro uso legato ai combustibili fossili (le armi “verdi” non esistono) sono tutti fattori di una sua accelerazione. Poi, perché il ripudio (autentico) della guerra, costituisce una breccia attraverso cui milioni di cittadini e cittadine possono arrivare a mettere in crisi l’idea di una “crescita” continua, oggi più che mai affidata alle armi, che ignora la catastrofe a cui ci stiamo condannando. Dunque, ci sono molte altre ragioni oltre alla nonviolenza per ripudiare la guerra … Ancora più astratto dalla realtà è la rivendicazione del diritto a difendersi. Difesa di chi? si era chiesto. E da chi? Il governo di Israele ritiene che il diritto di Israele a difendersi possa e debba arrivare fino al genocidio, allo sterminio di un intero popolo: con le armi, la fame, le malattie, la mancanza di igiene, la debilitazione fisica e mentale di adulti e bambini. Se invece, come ritengono i più, il diritto a difendersi (dal genocidio) spetta ai palestinesi, quale ricorso alle armi è mai possibile per una popolazione ridotta in quelle condizioni contro l’esercito più feroce del mondo? Non è proprio questo il caso in cui solo la mobilitazione internazionale può imporre un cambio di rotta a livello diplomatico e negoziale? Cambiando quadrante, possiamo ancora chiamare “difesa” gli attacchi ucraini agli impianti russi posti a migliaia di chilometri dal fronte? Che cosa li differenzia dagli attacchi agli impianti ucraini da parte dei russi? Dopo l’invasione che ha segnato una sconfitta per Putin, che pensava di arrivare a Kiev con una passeggiata, ma anche con la perdita delle regioni orientali per il governo ucraino, si poteva e doveva cercare un compromesso, resuscitare gli accordi di Minsk, fermare la guerra in cui era sfociato il confronto “geopolitico” tra Russia e Nato in corso da anni sulla pelle della popolazione ucraina. Invece quella guerra ha subìto un salto di livello. “Viva gli Himars!” aveva esclamato qualcuno, preso dall’entusiasmo, quando il fronte ucraino era stato dotato dei primi razzi a lunga gittata per fare da contrappeso alle incursioni dell’aviazione russa. Senza accorgersi dello spirito bellicista che quell’entusiasmo stava inoculando in tutte le istituzioni europee e di cui vediamo ora le conseguenze. E senza accorgersi del fatto che da allora la “difesa” non ha più riguardato la popolazione dell’Ucraina, esposta a un quotidiano massacro e nemmeno i suoi soldati, mandati in prima linea a farsi ammazzare senza più capire perché, ma solo le carriere delle gerarchie militari che – come la controparte russa – non tengono in alcun conto le loro vite. Il confronto era ormai passato a strumenti che funzionano solo grazie a una centralizzazione del comando che, dalla parte ucraina, fa capo alla Nato. Il “diritto alla difesa” si è così trasformato in un confronto con solo due esiti possibili: vittoria o resa. Dove vittoria, per l’Ucraina, cioè per la Nato, significa dissoluzione del regime putiniano o dell’intera Federazione Russa, che in tal caso hanno già fatto sapere di essere pronti a usare l’atomica. Che cosa ha a che fare tutto ciò con la difesa delle vite e delle aspettative della popolazione ucraina? Se e quando la guerra cesserà, l’Ucraina non vivrà una felice ricostruzione. Si ritroverà distrutta e inquinata, in mano agli oligarchi e alla corruzione che Zelensky aveva promesso di abolire e che la guerra non ha fatto che ingrassare. E non offrirà, come è stato immaginato, l’occasione di supplire con una leva di immigrati al vuoto di uomini validi, persi al fronte o fuggiti per sottrarsi alla leva. No. L’Ucraina si ritroverà arsenale e laboratorio bellico di un’Unione Europea piena di vecchi incattiviti e di istituzioni logore, prigioniera di un’economia di guerra, divisa da  sovranismi contrapposti, in gara per scaricarsi a vicenda il “peso” dei migranti, gara a cui l’Ucraina non potrà sottrarsi. E questo in un contesto ulteriormente degradato dalla crisi climatica, ormai priva degli antidoti di mitigazione e adattamento che l’Europa e il mondo hanno deciso di obliterare per dare la priorità alle loro guerre… a meno che la diffusa opposizione a questa follia distruttiva non la spunti.   Guido Viale
August 24, 2026
Pressenza
Saccheggio della Terra e crisi climatica globale: l’alternativa dai nativi americani
> Questa torrida estate del 2026, con temperature medie molto più alte del > normale, può essere la prova chiara per tutti che il surriscaldamento del > pianeta è un processo in atto e, almeno in parte, irreversibile, > paradossalmente proprio mentre si continuano a fare guerre in nome dei > combustibili fossili. Il sistema capitalistico globalizzato, attore quasi del tutto incontrastato sulla scena internazionale, continua a colonizzare terre per trarne profitti. Costi quel che costi: l’importante è arraffare la torta. L’esempio più eclatante, ma anche a noi più vicino, è quello del genocidio in atto a Gaza e in tutta la Palestina, ad opera dello Stato di Israele, con il coinvolgimento diretto dell’esercito e dei coloni israeliani, con il coinvolgimento indiretto degli USA e la complicità della maggior parte dei paesi dell’Unione Europea. Ma ci sono molti altri popoli a rischio: dai Saharawi del Sahara Occidentale, schiacciati dall’esercito marocchino, ai kurdi colonizzati da Turchia, Iran, Iraq e Siria, che pure stanno mostrando un nuovo sistema di amministrazione pubblica, basato sulla partecipazione dal basso e in cui le donne sono una nuova voce propulsiva, soprattutto nella regione del Rojava. Senza dimenticarci della resistenza nel Chiapas e di quella del popolo Mapuche in Cile ed Argentina. Oltre a quella di molte etnie minoritarie in Cina, Indocina, Indonesia, Australia ed Oceania. Chi scrive è nato e vive in Sardegna, terra da sempre colonizzata, avvelenata dalla massiccia presenza di basi militari, dalla produzione mortifera di una spregiudicata fabbrica d’armamenti, la RWM, costola della Reinhmetal, dalle mille speculazioni turistiche ed energetiche e costantemente sotto la minaccia del possibile deposito di scorie nucleari. Per me l’identità è importante, viscerale, potremmo dire sacrale ma non deve trasformarsi in nazionalismo, piuttosto ricordare quella vecchia canzone anarchica che diceva “nostra patria è il mondo intero”. Il progetto del massimo controllo e del massimo profitto, non può accordarsi con la situazione demografica ed energetica del mondo attuale. Oltre che essere fritti dal caldo, con conseguenze sempre più catastrofiche per la salute delle persone, saremo sempre più tartassati sul costo dell’energia e su quello degli alimenti. Mentre le banche e i fondi d’investimento lievitano, soprattutto se si tratta di armi, ma anche di energia, il suolo viene divorato dalle ruspe per costruire improbabili gasdotti, o anche per piazzare enormi torri eoliche, o ancora nuovi centri commerciali. In Sardegna la situazione al riguardo è al limite della catastrofe e vacillano le garanzie da parte delle istituzioni, mentre sono solo i comitati, sorti dalla società civile e col sostegno dei sindacati di base, a protestare e a fare controinformazione. Il sistema capitalistico neoliberista globalizzato, va avanti nei propri interessi e produce ricchezza speculativa per pochi, seguendo un modello del lavoro globalizzato verso il basso, ovvero verso minori diritti, minori stipendi, minori garanzie e minore sicurezza. Così vediamo gli incidenti sul lavoro aumentare in modo esponenziale, con sempre più morti. Il ruolo attuale della tecnologia è di primaria importanza, per poter inquadrare meglio la situazione planetaria, perché sono le applicazioni della scienza a divenire trainanti per l’economia e per la politica. Ma poiché le applicazioni tecnologiche sono in mano di potentati economici, non c’è da stupirsi più di tanto sull’inerzia della politica riguardo i problemi derivanti dall’uso violento e di controllo dei social network, o dell’intelligenza artificiale. Il potere politico diviene di fatto marginale, rispetto agli sviluppi tecnologici, telepilotati dal capitalismo digitale, in un connubio scivoloso, spesso in assenza di un’adeguata protezione legale per gli utenti. Ci avviamo dunque verso un dominio incontrastato della tecnologia, guidata da un’economia devastatrice, che mette il profitto davanti anche ai diritti umani e alla protezione dell’ecosistema. Così ripartono i sistemi neo-coloniali da parte soprattutto di Stati Uniti (con l’alleato Israele), Russia e Cina, senza dimenticare la Francia, ma anche con la partecipazione di attori meno di primo piano, come Arabia Saudita, Emirati Arabi e Turchia, che hanno loro interessi soprattutto in Africa. Siamo davanti ad un momento storico complesso, difficile e molto pericoloso, davanti al quale non si può restare indifferenti. In un’idea surreale si potrebbe perfino ipotizzare che l’homo sapiens, invischiato nella palude dell’inquinamento globale, stia meditando di abbreviare la propria agonia con una rapida guerra nucleare. Ma che sapiens! Ma su questa suggestione o, se preferite, su questo tema, mi sembra sia importante ascoltare le riflessioni dei popoli nativi, che ricchi della loro atavica alleanza con la natura, possono indicarci una diversa direzione da percorrere. “LA BENEDIZIONE PER UN MONDO MALATO” La prima voce che voglio citare è quella di Jerry Mitchell, un’indiana del Nordamerica, della nazione Penobscot e della tribù Wabanaki, Fondatrice della Land Peace Foundation, un’organizzazione che si occupa della conservazione dello stile di vita e dei diritti dei nativi, nel suo libro “Sacred instructions”, edito in Italia da Multimage, si sofferma ad analizzare il modo di pensare e di relazionarsi tradizionale del suo popolo, basato sull’unione con la natura, l’equilibrio fra i generi, la gestione collettiva della malattia e del conflitto. L’autrice ci spiega il forte legame col passato: “I nostri antenati sapevano come vivere all’interno del regno della creazione attiva e come ispirare la vita a essere. Essi capivano il linguaggio della terra e delle acque. Parlavano alle piante e agli animali. Udivano la tenue voce della creazione e vedevano l’interconnessione tra tutte le cose viventi.” E l’equilibrio fra i generi: “eravamo governati da una struttura equilibrata di capi ereditari e di clan di madri, il maschile e il femminile combinati. Quando sorgevano problemi nella comunità, venivano esposti al clan delle madri che li portava nella capanna. Lì le madri si raccoglievano interiormente per cercare una guida. Pregavano e deliberavano, rimanendo con il problema finché una soluzione fosse chiara.” L’autrice mette poi in evidenza il cambiamento epocale, dovuto alla colonizzazione europea: “un nuovo gruppo di persone venne in questa terra con le sue convinzioni e il suo modo di essere. Questi nuovi arrivati non credevano nell’equilibrio del maschile e del femminile. Avendo perso la visione bilanciata della vita non credevano neanche nella necessità di vivere in modo armonioso con la natura. Anzi credevano di dover esercitare il dominio sul mondo naturale.” La Mitchell si sofferma sugli esiti della sete di conquista e di dominio mostrata dai colonizzatori, che oggi s’espande ovunque: “Per più di diciassette secoli i leader del mondo hanno operato secondo i principi della conquista e del genocidio, secondo la teoria della guerra giusta definita nel quarto secolo. Siamo arrivati a credere che la conquista sia l’ordine naturale delle cose. La troviamo in quasi ogni aspetto delle nostre vite.” Ma esplicita ancora più profondamente, solleticando il palato intellettuale nonviolento: “Noi attacchiamo noi stessi e attacchiamo gli altri. La sola spiegazione per questo comportamento è una sorta di amnesia collettiva. Abbiamo dimenticato che noi siamo loro e loro sono noi, e quando soffre uno soffriamo tutti.” L’autrice mette in risalto la dimensione collettiva che, ovunque sia penetrato il modello del profitto, è stata almeno in buona parte persa. E’ importante mantenere e recuperare quella situazione di comunanza col tutto, legata al rapporto con la terra e l’acqua e alle decisioni collettive, meditate anche a lungo, pur di prendere la via giusta per la comunità. Alla radice della violenza e della sete di conquista c’è l’illusoria separazione dalla natura. “Il mito della separazione è al centro delle bugie con le quali siamo stati nutriti e sostiene tutte le strutture di potere che abbiamo creato”. L’illusione della separazione ha portato all’idea occidentale di individualismo, che “ci porta a credere che il successo sia misurato dalla nostra abilità di passare attraverso ogni ostacolo per ottenere, ad ogni costo, il benessere personale e il riconoscimento delle nostre conquiste. Questa convinzione sostiene il contesto per interminabili cicli di competizione, di giudizio e di condanna. Di conseguenza ci siamo isolati dentro le nostre vite individualizzate, separati gli uni dagli altri, disconnessi dal mondo naturale e spirituale. Abbiamo smesso di curarci l’uno dell’altro; abbiamo dimenticato di appartenere uno all’altro e di essere responsabili del benessere, l’uno dell’altro. Dimenticare questo è diventata una minaccia molto reale alla nostra sopravvivenza come esseri umani.” Esiste un personaggio, nella mitologia di numerose nazioni amerinde, che sembra incarnare il nostro momento storico, quello che in lingua Wabanaki viene denominato Kiwawk, ovvero il “cannibale gigante”. E’ uno spirito cannibale che si nutre di avidità, di eccesso e di consumo incontrollato. Lo spirito dorme in pace nella foresta, fino a che le grida della Madre Terra non lo svegliano. “Madre Terra chiama Kiwawk quando la gente del pianeta inizia a consumare più velocemente di quanto possa produrre e quando è danneggiata più velocemente di quanto possa guarire. Kiwawk culla l’umanità in una danza-trance di consumo insensato. Poi accelera il passo, fino a che la danza diviene frenetica e in ultimo ci fa danzare fino alla nostra distruzione. (…) C’è soltanto una maniera di frenare questa danza con Kiwawk: è rimandarlo a dormire ed è ora che ci svegliamo.” Il kiwawk rappresenta lo scatenamento degli elementi della natura fuori controllo ed il disordine generalizzato tra gli esseri viventi, dovuto al raggiungimento di un punto di non ritorno nella conquista e devastazione dei mari, dei cieli e delle terre emerse. Una speranza ci arriva dalla profezia di Cavallo Pazzo: “sulla sofferenza, oltre la sofferenza, la Nazione Rossa sorgerà ancora e sarà una benedizione per un mondo malato, un mondo pieno di promesse non mantenute, di egoismo e di separazioni; un mondo desideroso di luce, di nuovo. Vedo un tempo di sette generazioni, quando gli esseri umani di tutti i colori si raduneranno sotto il sacro Albero della Vita e la Terra intera diventerà nuovamente un cerchio.” UNA VOCE MAPUCHE La seconda voce che voglio citare è quella di Carlos Sandino Aucan Melin Vera, un meticcio mapuche pedagogo ed insegnante elementare, che attualmente esercita un dottorato di ricerca presso l’università di Barcellona. Le citazioni che farò si riferiscono all’articolo pubblicato in italiano, su numero 14 della rivista libertaria “Semi sotto la neve.” Carlos ci parla del Wallmapu, il territorio ancestrale del popolo mapuche, situato nel vasto territorio che oggi viene geograficamente identificato come Auracania. Carlos spiega da subito la diversità di visione di questo antico popolo, che ha resistito 600 anni fa agli Inca, 400 anni fa agli spagnoli e da più di 200 anni resiste allo Stato del Cile e alla colonizzazione del territorio. “Abbiamo un modo diverso di comprendere la vita, la natura, il tempo, la comunità e la relazione fra gli esseri viventi. Questa differenza si chiama cosmovisione e per lo Stato rappresenta una minaccia che dev’essere gestita ed eliminata. Per il popolo mapuche la mapu, la terra, non è una risorsa né una proprietà. E’ un’entità viva, una rete di relazioni tra gli esseri umani, gli animali, le piante, l’acqua e le forze spirituali. Questa comprensione non è una metafora. E’ un modo di stare al mondo che ha le sue regole, le sue istituzioni, la sua pedagogia. El Azmapu, l’insieme dei principi che regolano la vita comunitaria, disciplina l’uso del territorio, come si prendono le decisioni collettive: non è folklore, è governo.” I vari governi succedutisi in Cile, con la sola eccezione del breve governo Allende, rovesciato dal colpo di stato del generale Pinochet, hanno proseguito nel processo di colonizzazione della selvaggia Araucania e del suo popolo, sia con un lento etnocidio (non riconoscimento della lingua mapuche, scuole impregnate di storia e cultura cilene, persecuzione delle pratiche esoteriche, superalcolici per annebbiare le menti), che con un vero e proprio genocidio (operazioni militari, distruzione di villaggi, massacri, deportazioni ed imposizione di insediamenti di coloni cileni), anche grazie all’applicazione di una legge antiterrorismo nata durante la dittatura dei generali e che permette perquisizioni e arresti in base a semplici sospetti. Aucan Melin Vera parla della sua esperienza nella scuola elementare, per darci una lettura emblematica di questa sottile forma di colonialismo: “L’ho vissuto da entrambi i lati della cattedra: l’inadeguatezza di vedere che ciò che sei non compare in nessun libro, e poi l’impotenza di non sapere bene cosa fare a questo proposito quando diventi tu quello che insegna. (…) Una maestra che ho conosciuto a La Araucanìa mi raccontò che quando i bambini le parlavano della loro relazione con il nowen – la forza vitale che muove gli esseri- lei non sapeva cosa fare. Non è previsto nel programma di studi, mi disse. Aveva ragione. La colonialità non ha bisogno di cannoni. Basta il programma di studi.” Il mondo mapuche è refrattario alle politiche di modernizzazione, perché teme che nascondano l’obiettivo dell’eliminazione della propria cultura, intimamente connessa col mondo naturale e con l’equilibrio ambientale. L’identità mapuche canta l’armonia con la natura, la stessa che viene ogni giorno negata dal mondo del dominio, della guerra e della conquista, dal mondo sfrenato del massimo profitto, della massima separazione, dagli altri esseri, dalla natura. Dai popoli nativi colonizzati, ridotti in riserve, o in territori costantemente minacciati, la comunità internazionale può forse ricevere la mappa che descrive un’alternativa alla corsa frenetica verso la fine. Carlo Bellisai Carlo Bellisai
August 14, 2026
Pressenza
La salute non è negoziabile: se il caldo uccide, scioperare salva la vita!
Realtà ambientaliste, contadine e territoriali a difesa del diritto di sciopero e della salute dei lavoratori La Commissione di Garanzia nega ai lavoratori il diritto di scioperare nelle ore di caldo estremo. Il messaggio politico è chiaro: in Italia prima muori e poi hai il diritto di scioperare. Per questo […] L'articolo La salute non è negoziabile: se il caldo uccide, scioperare salva la vita! su Contropiano.
August 8, 2026
Contropiano
L’esperienza dei migranti per affrontare la crisi climatica
Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti: a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente. Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà, spesso solo di facciata, per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società. Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti: mors tua vita mea. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava. Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati. Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica… Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora. Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente, decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere. Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti. Guido Viale
July 24, 2026
Pressenza
Roma: il caldo, il cemento e l’assenza di politiche per il clima
Roma è nella morsa del caldo ormai da un mese. Non sappiamo quanto durerà ancora né se, alla fine, sarà l’estate più calda o se il 2024 sarà stata ancora più infuocata. Le statistiche contano fino a un certo punto, di più conta la realtà vissuta ed è una realtà di forte disagio per la parte di popolazione più debole e con meno risorse. Le statistiche dicono chiaramente che Roma è tra le città europee che più hanno peggiorato la propria situazione climatica negli ultimi anni. Dal 1960 a oggi la temperatura estiva in città è aumentata di 2,66 gradi. I tempi in cui Audrey Hepburn e Gregory Peck sfrecciavano in Vespa nella Roma agostana – immortalati nei souvenir venduti oggi in centro storico – sono climaticamente lontani. Oggi i due rimarrebbero forse chiusi in un caffè con l’aria condizionata e la paura di fare anche solo una passeggiata all’aperto. Un recente articolo comparso su “Internazionale” ha rilevato che anche la stessa architettura storica della città è a rischio a causa dell’innalzamento delle temperature. Questo stravolgimento climatico infatti ha effetti particolarmente duri nei quartieri più poveri, dove avere un impianto di condizionamento d’aria è un lusso, dove si vive in tante persone e in pochi metri quadri, dove si formano le isole di calore per concentrazione di cemento e assenza di spazi verdi.  In quegli stessi quartieri i tempi di attesa per gli autobus sono insopportabili in questi mesi e le poche aree verdi diventano aride steppe abbandonate per mancanza di cura da parte dei servizi comunali. Lo stesso disagio è vissuto da chi svolge i lavori più a rischio, come quelli esposti al sole come edilizia e rider oltre che ovviamente chi lavora in agricoltura. Le responsabilità di questi rapidi e violenti impatti del cambiamento climatico sono note a chi legge Dinamopress, così come lo sono le possibili soluzioni e il ritardo doloso che la politica mondiale continua ad avere rispetto ai problemi generati dalla crisi climatica. Tuttavia va ricordato che invece molto si potrebbe fare per attuare piani di adattamento al clima stravolto, mentre è poco quanto finora si è mosso. Se non ci si può aspettare granchè dal governo fascistoide e negazionista di Meloni, che boccheggia tra una crisi e l’altra verso le elezioni, molto più deludente è osservare l’assenza di una visione ecosistemica per la protezione climatica della città da parte della attuale Giunta comunale capitolina. Nel 2024 il Comune di Roma ha adottato un Piano per il Clima. Associazioni e gruppi ecologisti avevano criticato fortemente questo piano per l’inadeguatezza e per la profonda incoerenza nei metodi utilizzati e nei contenuti, ma sono rimaste inascoltate senza ricevere neppure una risposta al documento di critica presentato.  A distanza di due anni, quelle critiche appaiono oggi ancora più fondate e sostanziali. Anzitutto perché in questi due anni la giunta ha difeso strenuamente alcuni progetti edificatori che sono uno schiaffo in faccia a qualunque sostenibilità ecologica in epoca di crisi climatica. Stiamo parlando del progetto dello stadio della A.S. Roma a Pietralata e del progetto per l’area dei Mercati Generali a Ostiense.  > Entrambi i progetti sono, tra le altre cose, uno scempio ecosistemico e > climatico. Il primo sorgerà su un bosco, il secondo su un “corpo idrico > superficiale”, entrambe le aree sarebbero da preservare in modo estremamente > accurato proprio per riuscire a difendersi dall’avanzata del calore estivo. La > Giunta Gualtieri ha deciso invece di rovesciarvi sopra tonnellate di cemento. Non sono, purtroppo, gli unici casi. Nelle ultime settimane si sta parlando molto del progetto edilizio di 20mila metri quadri sull’ex deposito AMA a Montagnola,  anche in quel caso, comitati locali stanno cercando di fermare quello che sembra un ennesimo favore alla speculazione cementificatrice. Le opere svolte per il Giubileo si sono pure caratterizzate per colate cemento in molti punti della città, come si può vedere in piazza San Giovanni o in piazza dei Cinquecento, nonostante gli studi scientifici dimostrino che ciò che va fatto, per adattarsi al clima surriscaldato, è togliere il cemento, non aggiungerlo. Berlino, Lione, Valencia, sono alcune delle città europee (non necessariamente guidate dal centro-sinistra, anzi) che stanno attuando pratiche concrete di depavimentazione e di rimboschimento urbano.   L’area dei mercati generali a seguito di un disboscamento avvenuto a Febbraio 2026, FB Basta Speculazione A Roma accade drammaticamente il contrario, complice anche una gestione del verde pubblico spesso dubbia, che predilige il taglio di alberi che creino problemi ad una loro cura per quanto complessa. Come se tutto questo non fosse sufficiente, il 23 luglio verranno definitivamente approvate le NTA, norme tecniche di attuazione del Piano regolatore che prevedono, ancora una volta, l’ ampliamento delle possibilità di cementificare, come denunciato da Fridays For Future che ha scritto «Le nuove Norme Tecniche Attuative (NTA) del Piano Regolatore arrivano al voto in Campidoglio e rischiano di consegnare Roma a palazzinari e speculatori. Da oltre un anno ci mobilitiamo insieme a comitati e associazioni di tutta Roma per arginare queste modifiche, che investono 62 articoli su 113. Modifiche che riteniamo preoccupanti perché consentono di  •  Dare incentivi per demolizioni e ricostruzioni più grandi, fino a +30% di volume.  • Trasformare case in studentati, case vacanze o edifici commerciali • Accorpare edifici storici fino a 500 mq, sventrandoli, e mantenendo solo la facciata per farne hotel, fast food o negozi • Monetizzare aree verdi e servizi pubblici.» Ricordiamo infine che davanti ad un progetto mastodontico e devastante come il Porto di Fiumicino – per ora fermo grazie alla sentenza del Tar – Gualtieri si era subito reso disponibile a utilizzare i fondi del Giubileo per le opere accessorie e di viabilità a esso collegate: strade, parcheggi, ancora cemento. L’assenza di una seria politica climatica in città è determinata da vari fattori.  È noto l’assoggettamento storico alla lobby palazzinara guidata dalla famiglia Caltagirone che ha un peso politico enorme nei confronti di Giunte di qualunque colore, ma ormai questo non basta più a comprendere cosa stia accadendo. Il passo verso cui si muovono all’unisono Comune e Regione è quello di una evidente messa a disposizione della città a fondi di investimento immobiliare internazionali che hanno il chiaro intento di riprodurre il “modello Milano”. > Con questo termine intendiamo un modello estrattivista composto da > turistificazione, sviluppo urbano iniquo e cementificatore, innalzamento > insostenibile del costo della vita, svendita dello spazio e del patrimonio > pubblico agli interessi della rendita immobiliare speculativa.  Un modello che non potrà mai tutelare il verde pubblico e non ha nessun interesse a garantire la sopravvivenza in città per chi non ha seconde case in montagna o il condizionatore in ogni stanza.  Ricordiamo che dietro al progetto dei Mercati Generali vi è il fondo di investimento israeliano Hines, mentre si sono dimostrati interessati a sostenere lo stadio di Pietralata JP Morgan, Bank of America e Goldman Sachs. La rivista Generazione Magazine in questo approfondito articolo ha dimostrato come questa modalità di gestione della città sia strutturale, come dimostra il bando Roma REgeneration – della omonima Fondazione – che Campidoglio e Regione hanno patrocinato, mentre Rossella Marchini su Dinamo ha di recente ricostruito la genesi di questo modello. Gualtieri ha rivendicato pubblicamente già nel 2023 che quello milanese sia il suo modello urbanistico, e in virtù di questa scelta continua ad invitare investitori in città. La gravità di questo scenario è tale da lasciare aperte alcune domande a cui la politica cittadina sembra non voler dare risposte ma che suscitano interesse diffuso. L’appello lanciato da studiosx e urbanistx per un modello di città differente – a partire da molte riflessioni analoghe a quelle qui esposte – ha suscitato attenzione e sostegno molto ampio, segnale che la città è preoccupata per quello che appare un futuro insostenibile ecologicamente e iniquo socialmente. Eppure la coalizione al governo del Campidoglio appare indaffarata solo a prepararsi alle elezioni in modalità campo largo, o a posizionarsi rispetto alla querelle sul cinema Metropolitan, mentre fa passare in silenzio alcuni passaggi molto gravi come l’approvazione delle NTA che non a caso avvengono in un silenzioso tardo luglio in cui l’attenzione cittadina diminuisce sensibilmente. Manca meno di un anno all’appuntamento elettorale.  Sarebbe utile che tutto questo diventasse materia di dibattito aperto e soprattutto di sano conflitto sociale.  Sarebbe utile che non ci si nascondesse dietro all’ennesimo There is No Alternative, alla narrazione sul debito e le casse vuote e neppure dietro al ricatto «o noi o torneranno i fascisti in Campidoglio».  Chi vive e chi vorrà vivere in futuro in questa città merita molto di più. Foto di copertina, l’area dove si vuole costruire lo stadio di Pietralata, di Daniele Napolitano, Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Roma: il caldo, il cemento e l’assenza di politiche per il clima proviene da DINAMOpress.
July 23, 2026
DINAMOpress
CRISI CLIMATICA: LOMBARDIA, EMILIA ROMAGNA, ABRUZZO E MARCHE COLPITE DA GRANDINATE E NUBIFRAGI. GRAVE SICCITA’ IN PIEMONTE
Continua l’ondata di nubifragi sul Centro-Nord Italia, con grandinate violente e forti raffiche di vento che stanno mettendo in ginocchio abitanti, aziende agricole e produzioni, ancora una volta alle prese con gli effetti sempre più devastanti degli eventi climatici estremi. In Lombardia le grandinate hanno interessato nuovamente le province di Brescia e Mantova, dove chicchi di ghiaccio del diametro di 4-5 centimetri hanno flagellato mais, meloni, angurie e zucche. La situazione più critica si registra nel Mantovano, dove si stimano perdite tra il 70 e l’80% delle produzioni orticole interessate. Alle conseguenze nei campi si aggiungono quelle sulle strutture aziendali e case civili, con tetti scoperchiati, automobili colpite dalla grandine, fienili crollati e serre gravemente compromesse. In Emilia-Romagna, nuove grandinate accompagnate da raffiche di vento particolarmente intense hanno investito la provincia di Ferrara, provocando perdite irreversibili alle produzioni in pieno campo, soprattutto orticole e seminativi. Nel Modenese risultano inoltre gravemente compromesse le produzioni di cocomeri, meloni, pere e susine, in molti casi andate completamente perdute. Grave anche la situazione in Abruzzo, dove una violenta grandinata si è abbattuta su un’ampia area della provincia di Teramo, causando pesanti ripercussioni sulle campagne proprio nel pieno della stagione produttiva. Non solo. Nelle Marche sono stati colpiti anche i cittadini sfollati dal terremoto del 2016, che vivono da allora (e ancora oggi) nelle Soluzioni abitative d’emergenza (le Sae) in Appennino, nella frazione di Pieve Torina a Macerata. Qui gli abitanti segnalano danni ai tetti delle case prefabbricate dove ora si stanno verificando infiltrazioni d’acqua. Situazione differente si registra in Piemonte. Qui la regione sta vivendo una grave emergenza siccità con precipitazioni inferiori alla norma e temperature da record. Il fiume Po presenta un deficit idrico che supera localmente il 75%, mentre oltre cento comuni hanno introdotto il razionamento dell’acqua potabile, specialmente nell’Alessandrino e nel Canavese. Il settore agricolo soffre, in particolare le colture di mais e riso che necessitano di tanta acqua. L’indice sintetico di siccità evidenzia condizioni di siccità severa in tutto il bacino del Tanaro, Scrivia e del Po a monte della confluenza con la Dora Baltea. Per fronteggiare la situazione la Regione Piemonte ha riattivato, in piena emergenza, l’Osservatorio per l’emergenza idrica e discusso della possibilita di aumentare i prelievi idrici dai fiumi da destinare all’agricoltura intensiva. “La siccità viene ancora trattata come un’emergenza temporanea ma siamo ormai di fronte a un cambiamento strutturale che impone di ripensare la gestione della risorsa idrica. Ridurre l’impronta idrica delle nostre coltivazioni è un obiettivo fondamentale: la politica dovrebbe seguire le indicazioni della ricerca e della tecnica, dell’agroecologia, più che inseguire soluzioni propagandistiche”. L’intervista a Fabrizio Garbarino, presidente dell’Ari, Associazione Rurale Italiana e all’allevatore nell’astigiano Ascolta o scarica   
July 22, 2026
Radio Onda d`Urto