Troppa o troppo poca. L’acqua in Italia in un clima che cambia
In Italia gli eventi estremi, come alluvioni e grandinate, sono quasi triplicati
negli ultimi sei anni. Il Mediterraneo registra temperature ben oltre le medie
storiche e Venezia, nel 2024, ha toccato il record assoluto di eventi di alta
marea. Un’evoluzione che si traduce anche in un costo crescente dei danni, che
ha raggiunto i 145 miliardi di euro tra il 1980 e il 2024, ma con una fortissima
accelerazione registrata proprio negli ultimi anni. Allo stesso tempo, l’Italia
dispone oggi di una quantità di acqua pro capite pari a circa la metà della
media europea, in calo del 20% rispetto a un secolo fa. A fronte di questa
ridotta disponibilità, il nostro Paese è quello che preleva più acqua in Europa,
con livelli particolarmente elevati in agricoltura, negli usi civili e
nell’industria, mentre i ghiacciai stanno scomparendo. II nuovo rapporto “Troppa
o troppo poca. L’acqua in Italia in un clima che cambia”, presentato nell’ambito
della Venice Climate Week 2026, analizza i nessi tra la crisi climatica e la
risorsa idrica mettendo in evidenza come l’acqua sia oggi uno degli elementi più
esposti agli effetti del cambiamento climatico.
Quando l’acqua è troppa: triplicano gli eventi estremi, che coinvolgono 2,9
milioni di famiglie che vivono in aree a rischio alluvione e con loro 1,5
milioni di edifici, 643 mila aziende e 34 mila beni culturali. Un rischio che
non dipende solo dal clima, ma anche dalla cementificazione del territorio: nel
2024 sono stati cementificati 7.850 ettari di suolo, quasi il 70% in più
rispetto al 2016, aumentando l’impermeabilizzazione dei suoli e il rischio di
alluvioni. In 6 anni sono triplicati gli eventi estremi: nel 2025 in Italia sono
state censite 1.670 grandinate e piogge intense, contro 660 nel 2019 in primo
luogo nelle regioni del nord Italia. Il numero di grandinate e piogge
eccezionali registrati tra il 2019 e il 2025 sono circa 1.550 in Veneto, 1.300
in Lombardia, 950 in Piemonte, 800 in Friuli-Venezia Giulia e 750 in
Emilia-Romagna. Questo vuol dire che in appena cinque regioni si concentra il
60% di tutte le grandinate e piogge intense degli ultimi anni. Tra il 1980 e il
2024, i danni per gli eventi climatici estremi sono costati all’Italia 145
miliardi (una somma seconda solo a quella della Germania), con un trend in forte
accelerazione. A livello europeo su una finestra di 45 anni, ben il 25% di tutte
le perdite si è concentrato tra il 2021 e il 2024.
C’è poi un’Italia in stress idrico, che preleva il 27% dell’acqua
complessivamente disponibile sul territorio. Con questo indice di sfruttamento
idrico, l’Italia è uno dei quattro Paesi europei, insieme a Malta, Cipro e
Spagna, ad aver superato la soglia di allerta fissata al 20%. Questo dato è
influenzato da due fattori: la disponibilità della risorsa idrica e il livello
dei prelievi. O da un mix di entrambi, come nel caso dell’Italia. La
disponibilità d’acqua in Italia è calata del 20% in cent’anni. Se guardiamo alla
disponibilità, analizzando la media del trentennio 1991-2020 (visto che la
variabilità da un anno all’altro è molto elevata bisogna ragionare su medie di
tanti anni) in valore assoluto l’Italia non è messa male: con 135 miliardi di m3
in media in un anno. Ma se si analizza il dato in rapporto alla popolazione, le
cose cambiano: con circa 2.300 m3/anno pro capite la disponibilità di risorsa
idrica rinnovabile in Italia è circa la metà della media europea (circa 4.400
m3/anno) e il Paese si trova in fondo alla classifica anche se in questo caso fa
meglio di Spagna, Germania (entrambe con circa 2.100 m3/anno) e Polonia (con
1.600 m3/anno). Per l’Italia il 2022 è stato l’anno con minore disponibilità
idrica da un secolo di rilevazioni, con meno della metà di acqua rispetto alla
media dell’ultimo trentennio. Un sintomo dell’impatto del riscaldamento globale
sulla disponibilità della risorsa idrica riguarda anche le precipitazioni nevose
che si sono dimezzate dagli anni ’50 del secolo scorso (da più di 16 miliardi di
m3 all’anno a 8) e i ghiacciai, la cui superficie sempre dagli anni 50 ad oggi
si è ridotta di più del 30% perdendo anche decine di metri di spessore. La
Marmolada, il gigante di ghiaccio, nell’ultimo secolo ha perso l’80% del proprio
volume e, secondo le previsioni, non vedrà il 2050.
“La crisi climatica in corso, sottolinea Edo Ronchi, Presidente della Fondazione
per lo Sviluppo Sostenibile, genera, con variabilità territoriali e stagionali,
rilevanti pericoli sia di siccità sia di inondazioni. Per aumentare la
resilienza e ridurre la vulnerabilità verso questi pericoli serve, da una parte,
un cambio di modello nella gestione della risorsa idrica, passando dall’uso
lineare dell’acqua a uno circolare, puntando al risparmio idrico in tutti i
settori, al rinnovo delle reti per porre fine alle ingenti dispersioni, al riuso
irriguo delle acque affinate con recupero di fosforo e azoto dai fanghi di
depurazione, alla raccolta e al riuso delle acque piovane. Dall’altra, servono
misure strutturali di adattamento: fermare la cementificazione e
l’impermeabilizzazione del territorio, aumentare le aree di espansione e di
rispristino delle fasce fluviali e delle aree umide, di accumulo delle piogge
nelle zone urbane e periurbane. Tutto questo richiede consapevolezza, utilizzo
degli strumenti di analisi dei rischi e di pianificazione dell’adattamento
climatico ormai disponibili e risorse certe, stabili e durature, anche dopo la
fine della disponibilità dei fondi del PNRR”.
Qui il Rapporto
Giovanni Caprio