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I gruppi curdi del “Rojhelat” non vogliono essere le pedine degli Stati Uniti contro Teheran
Una delle principali questioni rimaste aperte nel disegno di guerra americano-israeliano contro l’Iran, a partire dal 28 febbraio 2026, riguarda il perché non si sia aperto in un fronte terrestre nel Rojhelat, l’Est Kurdistan, denominazione usata nella letteratura politica curda per indicare le regioni curde dell’Iran occidentale, nonostante la presenza di organizzazioni armate e una geografia di confine con la Regione del Kurdistan in Iraq (KRI) che, almeno in teoria, offrirebbe un margine operativo significativo. Una lettura puramente militare, tuttavia, non basta a spiegare questa assenza. La questione presenta una stratificazione politica, strategica e ideologica che coinvolge organizzazioni e figure curde che operano in tutte le quattro parti del Kurdistan. È vero, ad esempio, che Teheran ha immediatamente lanciato minacce dirette contro il Governo Regionale del Kurdistan (KRG), mettendo in guardia da qualsiasi tentativo di movimento armato dai campi dei partiti curdi iraniani, la maggior parte dei quali si trova in aree da esso controllate. Spingendo il KRG a intensificare il controllo su queste basi. Ma la dinamica che si è sviluppata nei primi giorni della guerra è stata ben più complessa. IL GIOCO DELLE INFLUENZE GEOPOLITICHE Al sesto giorno del conflitto, Donald Trump commenta le indiscrezioni su una possibile «invasione terrestre» da parte di gruppi curdi iraniani basati in Iraq. La sua prima reazione è spiazzante: definisce un eventuale attacco «meraviglioso». All’ottavo giorno, però, cambia posizione: «Non vogliamo che i Curdi entrino», afferma a bordo dell’Air Force One. «Ho escluso questa opzione». «Il Kurdistan deve essere un ponte, non un campo di battaglia. I Curdi si trovano in una posizione unica, essendo vostri grandi alleati, partner e vicini dell’Iran. Credo che siamo nella posizione ideale per svolgere un ruolo nella de-escalation, quando sarà il momento opportuno» – afferma, il giorno successivo alla prima dichiarazione, in un’apparizione su Fox News (scelta chiaramente indirizzata anche alla base elettorale di Trump) Bafel Talabani, leader dell’Unione Patriottica del Kurdistan (YNK), cercando di allontanare l’ipotesi di un coinvolgimento diretto. «Siamo pronti, come sempre, insieme ai nostri alleati, a cercare di portare stabilità, pace e prosperità in questa regione che ha sofferto fin troppe guerre». > Nel frattempo, missili e droni iraniani colpivano ripetutamente il Kurdistan > iracheno, inclusa la regione di Sulaymaniyya, governata proprio da YNK. > Teheran, di fatto, stava rispondendo alle dichiarazioni di Trump. Attacchi contro basi occidentali, ambasciate, infrastrutture energetiche e strutture civili si sono susseguite con cadenza quotidiana, colpendo anche i campi in cui si trovano in esilio le fazioni curde iraniane. Allo stesso tempo, Stati Uniti e Israele hanno bombardato ripetutamente milizie affiliate all’Iran presenti sul territorio iracheno, autrici di molti di questi attacchi. Molte di queste formazioni operano sotto l’egida di Hashd al-Shaabi, le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), riconosciute istituzionalmente attraverso il decreto n. 40 del 2016 del Consiglio dei Rappresentanti e della Presidenza irachena. Da qui nasce una contraddizione spesso rimossa nel dibattito: molti attacchi che colpiscono il Kurdistan iracheno provengono da gruppi che, formalmente, sono parte dell’apparato statale iracheno e finanziati dal governo federale. Ignorare questa realtà equivale a consentire una costante deresponsabilizzazione politica di Baghdad. Affrontare il nodo, invece, implica riconoscere che lo Stato iracheno è direttamente implicato nella gestione e nel finanziamento di un conflitto in cui alcune delle sue forze armate si combattono a vicenda. Una dinamica non meno rilevante riguarda l’ingerenza turca: Ankara ha lanciato fin dall’inizio della guerra avvertimenti contro qualsiasi mobilitazione curda in Iran. Secondo quanto riportato da Daily Sabah, ampiamente considerato un megafono del partito di Erdoğan, l’AKP, il presidente turco avrebbe espresso a Trump, in una telefonata di inizio marzo, la sua netta opposizione a qualsiasi supporto a favore di gruppi curdi contro l’Iran. Ankara avrebbe inoltre esercitato pressioni dirette sui leader del Kurdistan iracheno, con minacce di ritorsioni militari ed economiche. > Una situazione tutt’altro che inedita. Alla vigilia dell’invasione del 2003, > il piano statunitense prevedeva il Kurdistan iracheno come base operativa, in > un contesto allora diviso tra Partito Democratico del Kurdistan (KDP) e Unione > Patriottica del Kurdistan (YNK). Una divisione che, nelle sue linee > essenziali, sopravvive ancora oggi. «A est c’era l’Iran. Gli iraniani non erano amici e non avrebbero aiutato. A ovest c’era la Siria. Non c’era alcuna possibilità che Assad ci aiutasse a rovesciare Saddam. Pensava che sarebbe stato il prossimo della lista. Rimaneva la Turchia. Se volevamo entrare nel nord dell’Iraq e sostenere un’operazione lì, avremmo avuto bisogno dell’approvazione dei Turchi e del loro continuo supporto. Ma i Turchi non erano semplicemente scettici all’idea di inviare armi ai Curdi; erano furiosi», scriveva Sam Faddis, comandante della squadra CIA incaricata dell’apertura del fronte nel Kurdistan iracheno, nel libro The CIA War in Kurdistan. All’epoca, il rifiuto turco di concedere l’autorizzazione per l’apertura di un fronte nord attraverso il proprio territorio, al fine di escludere le forze curde da qualsiasi successo politico o militare, costrinse Washington a rivedere profondamente l’architettura dell’intervento, con conseguenze operative e strategiche rilevanti. Oggi, secondo diverse interpretazioni, la posizione di Ankara potrebbe aver nuovamente inciso sulle valutazioni relative a un’eventuale operazione terrestre, contribuendo a rafforzare l’ipotesi di un approccio più cauto, almeno nella fase attuale. LA MOTIVATA DIFFIDENZA CURDA Un altro nodo riguarda il livello di sfiducia politica che i partiti curdi iraniani ripongono negli Stati Uniti. Un’ipotesi sempre più diffusa è che l’esperienza recente in Siria, maturata sotto la supervisione dell’inviato statunitense Tom Barrack, abbia funzionato da deterrente politico transnazionale. Non tanto perché le forze curde diffidino del possibile successo di un intervento militare in sé, quanto perché diffidano delle sue conseguenze. > In una parte consistente della comunità curda, i recenti sconvolgimenti nel > Nord-Est della Siria hanno consolidato una percezione: se questo è stato il > destino del Rojava dopo anni di collaborazione con Washington, quale garanzia > potrebbe esistere per il Rojhelat? Le organizzazioni curde in Iran, infatti, non leggono la guerra come un evento tattico, ma come l’apertura di una fase politica successiva. Ed è proprio il “giorno dopo” a costituire la principale fonte di timore, radicata anche nella memoria storica della rivoluzione del 1979 e delle successive repressioni operate in Rojhelat per mano della neonata Repubblica Islamica. Il repentino venir meno del sostegno occidentale ha rappresentato la causa principale di alcuni dei fallimenti politici e delle tragedie più traumatiche del recente passato del popolo curdo, specialmente in Iraq. «Stiamo entrando in Kurdistan per convincere persone molto scettiche, i Curdi, che questa volta facciamo davvero sul serio. Che non stiamo semplicemente venendo per far arrabbiare Saddam e poi andarcene di nuovo lasciando uomini, donne e bambini del Kurdistan ad affrontarne le conseguenze. Che questa volta metteremo fine alla cosa», scriveva ancora Faddis nel suo diario. Evidentemente più consapevole dei disastri causati dai suoi governi di quanto non lo siano oggi alcune delle élite curde. Ancora una volta, ad esempio, nell’autunno del 2017, Washington non ha sostenuto il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno e non ha fatto alcuno sforzo per fermare l’offensiva delle PMF contro la KRG, che ha portato alla cattura di ampie zone del territorio della regione autonoma, inclusa le città di Makhmour e Kirkuk, nonché la diga di Mosul, la cui importanza strategica è di altissimo valore. Da questa prospettiva, diventano chiare anche le parole di Qubad Talabani, fratello di Bafel e vice-primo ministro del KRG, pronunciate nei giorni più tesi della guerra e rivolte alla Coalizione dei Partiti Curdi: «Comprendi il territorio. Comprendi cosa c’è dall’altra parte di questo confine. Non precipitarti in nulla che possa causarti danni significativi, o che possa causarne alle aree curde dell’Iran». > Il 6 aprile, la questione curda ritorna nel dibattito pubblico dopo nuove > dichiarazioni di Trump, rilanciate da Fox News, secondo cui «armi sarebbero > state inviate ai manifestanti iraniani attraverso i Curdi, che però le > avrebbero tenute per sé». Le reazioni sono immediate e nette. La coalizione > curda nega. «Non abbiamo ricevuto alcun supporto militare dagli Stati Uniti. Le armi in nostro possesso provengono da decenni di conflitto o dal mercato nero», ha affermato Amjad Hossein Panahi, membro dell’ufficio politico di Komala. Dopotutto, se non è stato nemmeno possibile inviare dispositivi Starlink, promessi per mesi, quanto è realistico che siano stati inviati carichi di armi e munizioni? L’assurdità dell’idea secondo cui le forze curde potrebbero aver svolto un ruolo da distributori di armi è evidente, anche solo dal punto di vista logistico. COME SONO ANDATE VERAMENTE LE COSE L’accesso dell’opposizione curda al Rojhelat è in gran parte limitato a tunnel e percorsi di contrabbando tra le montagne, rendendo quasi impossibili trasferimenti di armi su larga scala. I partiti curdi, inoltre, hanno possibilità di manovra nelle regioni a maggioranza curda, non a Teheran, Tabriz o Isfahan. La geografia e il livello di militarizzazione delle aree di confine, specialmente del Kurdistan, renderebbero impossibile in ogni caso consegnare spedizioni di armi in queste città. Anche qualora si superassero questi ostacoli, già di per sé quasi insormontabili, non esiste un’entità politica coerente che potrebbe ipoteticamente ricevere una spedizione di armi dal Kurdistan. L’opposizione iraniana non curda è altamente frammentata e manca di leadership. Come si identifica un «manifestante»? Trump decide tuttavia di ribadire i commenti fatti il giorno precedente a Fox News, senza nominare esplicitamente i partiti curdi, aggiungendo: «Sono molto arrabbiato con un certo gruppo di persone e pagheranno un prezzo molto alto». Secondo molti analisti, l’ipotesi più plausibile per questo continuo cambio di posizione è che Trump volesse un intervento curdo immediato all’inizio della guerra, ma che le forze curde abbiano rifiutato di agire. > Pensare che l’ingresso in guerra dei partiti curdi in Iran sia una questione > che dipende dalla volontà di soggetti esterni, significa non conoscere la > realtà politica del Rojhelat, che vanta alcune delle organizzazioni più > antiche, radicali e radicate di tutte le quattro parti del Kurdistan. Rıvar Abdanan, membro del Consiglio direttivo del Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK), ha risposto alle dichiarazioni del presidente USA affermando che è già di per sé un errore considerare il popolo curdo come una forza militare. «I Curdi sono una comunità politica con specifiche rivendicazioni politiche democratiche. Il PJAK non vuole che il Kurdistan diventi un campo di battaglia». Anche Komala ha rilasciato una lunga dichiarazione in cui riafferma la propria distanza da qualsiasi coordinamento con Stati Uniti o Israele, rivendicando una linea centrata sull’organizzazione dal basso e sulla mobilitazione sociale, non sulla militarizzazione della lotta politica. All’indomani del nuovo cessate il fuoco, sebbene le organizzazioni politiche curde abbiano scelto di non entrare in guerra, consapevoli dell’assenza di qualsiasi garanzia politica, non sono comunque rimaste al riparo dalle conseguenze del conflitto. Undici peshmerga, tra combattenti del Rojhelat e soldati regolari del KRI, sono stati uccisi da droni e missili iraniani. La pressione internazionale e regionale per spingerli dentro lo scontro, inoltre, insieme al moltiplicarsi di notizie infondate su presunte offensive curde, ha finito per trasformare il loro spazio politico in un bersaglio ancora più esposto. In questo clima si è inserita anche l’ingenuità di alcune formazioni minori e più recenti, come il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), che ha provato a capitalizzare la visibilità del momento con una retorica nazionalista più dura, a fronte però di una base limitata e di una forza militare poco più che simbolica. L’8 aprile, Teheran ha chiesto a Baghdad e al Governo Regionale del Kurdistan di espellere i gruppi di opposizione curdi iraniani presenti nel territorio. L’accusa, ribadita da anni, è quella di una collaborazione con Stati Uniti e Israele. «Lo sconsiderato presidente degli Stati Uniti, agendo come voce di Satana, si è smascherato», si legge nella nota del Consolato iraniano a Erbil, «parlando apertamente della cooperazione tra apparati militari e di intelligence americani e alcuni gruppi curdi separatisti nella regione». LA TRAIETTORIA DEI PARTITI CURDO-IRANIANI Dei sette principali partiti di opposizione curdi iraniani, sei mantengono oggi uffici politici nel Kurdistan iracheno. Il PJAK rappresenta un’eccezione: radicato nelle aree montuose lungo il confine tra Iran e Iraq, opera in una regione in cui la conformazione geografica ha storicamente favorito tanto la protezione quanto l’isolamento, limitando la capacità di controllo da parte delle autorità del Kurdistan iracheno. Negli ultimi anni, diverse di queste organizzazioni hanno progressivamente ridotto la propria attività militare, abbandonando in parte la lotta armata e riconfigurando le proprie strutture. I loro uffici a Erbil, Sulaymaniyya e Koya restano tuttavia attivi, e al tempo stesso esposti alle pressioni dei governi della regione. In questo contesto, la questione non riguarda soltanto la loro partecipazione o meno al conflitto armato, ma la collocazione stessa di questi gruppi in uno spazio politico incerto: abbastanza vicini ai centri di potere per essere considerati rilevanti, e quindi bersagli, ma non sufficientemente da essere riconosciuti come attori politici autonomi. È forse qui che si intravede il nodo più profondo, che va oltre la posizione curda in questa guerra. La difficoltà del sistema regionale e internazionale di riconoscere al popolo curdo uno spazio politico che non sia immediatamente ricondotto a una dimensione militare. Finché questa ambiguità resterà irrisolta, il Kurdistan continuerà a essere considerato un fronte mancato e il suo popolo svuotato dalle proprie aspirazioni ed escluso dal principio di autodeterminazione. Un campo di battaglia permanente, in cui anche la neutralità è una forma di esposizione. La copertina è di Kurdish struggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo I gruppi curdi del “Rojhelat” non vogliono essere le pedine degli Stati Uniti contro Teheran proviene da DINAMOpress.
April 14, 2026
DINAMOpress
Osservatorio Femminicidi Lesbicidi Transcidi (FLT)
presentazione dell’osservatorio e del TDOR (Transgender Day of Remembrance). Con una sitografia e filmografia. Chi siamo L’osservatorio L’Osservatorio Femminicidi Lesbicidi Transcidi (FLT) in Italia di Non Una Di Meno (NUDM) monitora gli eventi, riportati dai media, che possono essere qualificati come femminicidi, lesbicidi e transcidi. Eventi cioè in cui l’uccisione di una persona avviene per motivi riconducibili a relazioni di
Un passato da preservare. Gli archivi distrutti e ricostruiti di Gaza
L’eccezionalità nel territorio palestinese, occupato da Israele dal 1967, sta nella durata, ma non solo. Di solito quando una parte in conflitto invade ed occupa l’intero territorio dell’altra parte, il conflitto si risolve nel giro di qualche anno con la … Leggi tutto L'articolo Un passato da preservare. Gli archivi distrutti e ricostruiti di Gaza sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Rojava, la cartina tornasole delle contraddizioni in Medio Oriente e non solo
Quello che chiedo sempre a me stesso come marxista è analizzare le questioni senza pregiudizi o moralismi, perché solo così si colgono le contraddizioni e si capisce la realtà. In questi giorni leggo articoli giornalistici e relativi commenti nei “social” di estremo disprezzo verso i curdi del Rojova, sottoposti all’attacco […] L'articolo Rojava, la cartina tornasole delle contraddizioni in Medio Oriente e non solo su Contropiano.
February 21, 2026
Contropiano
L’inganno della Fase Due: la Palestina nel mirino del Nuovo Ordine Coloniale
Quello che i media mainstream celebrano come il trionfo della diplomazia e il ritorno alla razionalità geopolitica è, in realtà, l’atto finale di un’operazione di ricolonizzazione chirurgica. La cosiddetta “Fase Due” dell’accordo sulla Palestina non è l’inizio di un cammino verso la liberazione, ma la formalizzazione di un protettorato gestito dal capitale internazionale, sotto la guida degli Stati Uniti e sulle ceneri di un martirio collettivo. Sotto la patina della stabilità e della ricostruzione, si nasconde un disegno inquietante che punta a sottrarre definitivamente al popolo palestinese il diritto inalienabile di decidere del proprio destino, consegnando le chiavi di Gaza a un direttorio di banchieri, generali e potenze imperialiste. Il fulcro di questa operazione è il “Board of Peace”. L’idea stessa che un organismo di tale portata sia presieduto direttamente da Donald Trump chiarisce, senza margine di errore, la natura dell’operazione. La tragedia palestinese viene declassata a una transazione commerciale, un “deal” dove la giustizia è l’unica variabile esclusa dal bilancio. Questo consiglio non è un arbitro imparziale, ma un club esclusivo di interessi geopolitici che riunisce i protagonisti della normalizzazione con Israele e i finanziatori storici dell’occupazione. Vedere i nomi di amministratori delegati di fondi d’investimento globali e dirigenti della Banca Mondiale sedere accanto a monarchi del Golfo svela l’inganno primordiale: Gaza non viene liberata, viene “messa a bando”. L’obiettivo dichiarato è la ricostruzione, ma la realtà è la trasformazione di una terra martoriata in un’immensa zona economica speciale, un laboratorio di neoliberismo estremo dove il profitto delle multinazionali del cemento e delle tecnologie di sorveglianza peserà più della vita umana. Mentre il Board decide le strategie dall’alto dei salotti di Washington, il controllo quotidiano della striscia viene delegato a un comitato di tecnocrati palestinesi che agiscono, di fatto, come una curatela fallimentare. Parlare di “esperti indipendenti” è l’eufemismo borghese per indicare una leadership svuotata di ogni potere politico reale, incaricata solo di amministrare la miseria, garantire i servizi minimi e assicurarsi che la rabbia degli oppressi non disturbi i flussi di capitale. Questi funzionari rispondono ai diktat del Board e non al mandato popolare. Rappresentano il braccio amministrativo di un’occupazione che ha cambiato volto, ma non sostanza. È la sostituzione della sovranità politica con la gestione manageriale, in una logica che mira a silenziare la lotta per l’autodeterminazione attraverso il ricatto del pane e degli aiuti umanitari. A sorvegliare questa “pace dei cimiteri” interviene la Forza Internazionale di Stabilizzazione. Sostituire l’uniforme dell’esercito israeliano con quella di una coalizione multinazionale non cambia la realtà di un territorio che resta un’enclave sotto assedio. Gaza rimane una prigione a cielo aperto, dove il movimento è sorvegliato da sensori stranieri e ogni velleità di resistenza viene etichettata come una minaccia alla sicurezza globale. Si esige la smilitarizzazione unilaterale della resistenza palestinese, mentre lo Stato occupante mantiene intatto il suo arsenale nucleare e convenzionale, godendo di un’impunità totale garantita proprio dai membri di quel Board che oggi si erge a giudice e garante. E’ evidente che non si possa parlare di pace quando si disarma la vittima, lasciando al carnefice il possesso delle sue armi. Siamo di fronte a un esperimento di “bantustanizzazione” in versione digitale e finanziaria. Mentre le diplomazie discutono di valichi aperti e protocolli di intesa, il silenzio scende sulla sistematica cancellazione dei diritti storici: il diritto al ritorno dei profughi, lo smantellamento delle colonie in Cisgiordania e la fine del regime di apartheid. Questo accordo mira a creare una calma apparente utile solo al transito delle merci lungo i nuovi corridoi energetici regionali. La dignità di un popolo non può essere amministrata da un consiglio d’amministrazione straniero, né la libertà può essere barattata con un piano di investimenti a lungo termine. Il paradosso della Fase Due è che essa pretende di “curare” le ferite di Gaza eliminando chiunque possa testimoniare l’ingiustizia. L’attacco alle organizzazioni internazionali indipendenti e la loro sostituzione con enti filantropici legati al Board è funzionale a questo disegno, ossia trasformare la solidarietà in uno strumento di controllo politico. Peccato che il popolo palestinese non chieda elemosine gestite da banchieri, ma giustizia e terra. Ogni dollaro investito in questa ricostruzione condizionata servirà a costruire muri più alti, telecamere più intelligenti e una dipendenza economica ancora più feroce. Accettare questa governance significa abdicare all’idea stessa di diritto internazionale, accettando che la forza bruta e la ricchezza possano riscrivere la geografia e la storia a proprio piacimento. Il futuro della Palestina non può essere deciso nei resort del Mar Rosso o negli uffici della Casa Bianca. Finché non verrà riconosciuta la piena sovranità palestinese su ogni centimetro del territorio occupato, ogni accordo non sarà altro che una tregua armata, una sospensione temporanea del conflitto per permettere al capitale di consolidare le sue posizioni. La “Fase Due” è l’ultima maschera di un imperialismo che non sa più nascondere la propria ferocia, un tentativo disperato di normalizzare l’anormale e di rendere accettabile l’inaccettabile. La resistenza di un popolo che da quasi un secolo lotta per la propria esistenza non si lascerà soffocare da un regolamento di conti tra potenze. La vera pace non nascerà dai tavoli del Board, ma dalle strade, dalle piazze e dalla volontà incrollabile di chi sa che esistere, in Palestina, è l’atto di resistenza più puro che ci sia. Ogni tentativo di gestire questa dignità come se fosse un asset finanziario è destinato al fallimento, perché non esiste board, generale o fondo d’investimento capace di comprare la memoria e la speranza di chi, pur vedendo la propria terra calpestata, non ha mai chinato il capo. Giovanni Barbera
February 11, 2026
Pressenza
“Senza consenso è stupro”, il 15 febbraio presidio a Napoli in piazza del Plebiscito
Mobilitazione promossa dal Comitato “Senza consenso è stupro – Napoli e Campania” per difendere la centralità del consenso nelle norme sulla violenza sessuale Napoli e la Campania si preparano a scendere in piazza domenica 15 febbraio alle ore 11 in piazza del Plebiscito per difendere la centralità del consenso nelle norme che regolano il reato di violenza sessuale. L’iniziativa si svolgerà in contemporanea con altre città italiane e precederà una manifestazione nazionale prevista a Roma il 28 febbraio. Per comprendere il senso della mobilitazione è necessario chiarire il contesto. L’articolo 609 bis del Codice Penale è la norma che definisce il reato di violenza sessuale. Negli ultimi mesi la Cam era dei Deputati ha approvato all’unanimità un testo che introduce in modo esplicito il concetto di “consenso libero e attuale”. In termini semplici, significa che per stabilire se vi sia stata violenza non è più necessario dimostrare una costrizione fisica o una minaccia, ma verificare che non sia stato espresso un sì libero, consapevole e presente nel momento dell’atto. Il testo approvato alla Camera, tuttavia, non è ancora definitivo perché deve essere esaminato dal Senato. Ed è proprio in questa fase che si inserisce il dibattito. Alcune proposte di modifica, secondo le realtà promotrici del presidio, rischierebbero di spostare l’attenzione dal consenso al cosiddetto dissenso, cioè alla necessità di dimostrare di aver rifiutato o resistito. Il timore espresso è che ciò possa riportare il peso della prova sul comportamento della vittima piuttosto che sulla responsabilità di chi compie l’atto. La mobilitazione del 15 febbraio non chiede quindi una nuova legge, ma di mantenere il principio del consenso così come votato alla Camera oppure di evitare modifiche che ne riducano la portata. Il Comitato “Senza consenso è stupro – Napoli e Campania”, nato dopo precedenti iniziative davanti al Senato, riunisce centri antiviolenza, associazioni femministe, cooperative sociali, sindacati e organizzazioni civiche del territorio. La data scelta ha anche un valore simbolico. Il 15 febbraio ricorre infatti l’anniversario della legge n. 66 del 1996, che trasformò la violenza sessuale da reato contro la morale a delitto contro la persona, segnando un passaggio storico nel diritto italiano. A trent’anni da quella riforma, le organizzazioni coinvolte dichiarano di voler difendere un percorso considerato non solo giuridico ma anche culturale. Il tema del consenso non riguarda esclusivamente il linguaggio delle leggi. Coinvolge il modo in cui una società interpreta le relazioni, l’educazione al rispetto e la responsabilità individuale. Il presidio napoletano invita alla partecipazione associazioni, collettivi e singole persone con l’obiettivo dichiarato di mantenere alta l’attenzione pubblica su una questione che intreccia diritto, cultura e vita quotidiana. Lucia Montanaro
February 10, 2026
Pressenza
Donne in Nero Prato: “Non in nostro nome: il nostro grido sarà il silenzio”
Sabato 31 gennaio 2026, alle ore 10.30 in Piazza del Mercato Nuovo, a Prato, ci sarà un nuovo appuntamento performativo del gruppo Donne in Nero: “Non in nostro nome: il nostro grido sarà il silenzio”. “Ancora una volta come ogni … Leggi tutto L'articolo Donne in Nero Prato: “Non in nostro nome: il nostro grido sarà il silenzio” sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
La Groenlandia non è vuota: uno sguardo umanista su ghiaccio, potere e autodeterminazione
> Vista dall’esterno, la Groenlandia appare spesso come uno schermo di > proiezione: enorme, ricoperta di ghiaccio, apparentemente disabitata. Nei > dibattiti geopolitici, l’isola emerge come avamposto strategico, giacimento di > materie prime o fattore climatico. Ciò che viene regolarmente ignorato è una > semplice verità: la Groenlandia non è uno spazio vuoto. È una patria. Questa idea di “terra vuota” non è casuale, ma è una classica narrativa coloniale. Chi pensa che un territorio sia vuoto può rivendicarne più facilmente il possesso, amministrarlo e sfruttarlo. In Groenlandia questo modo di pensare persiste ancora oggi, in modo più sottile rispetto al passato, ma non per questo meno efficace. UN NOME CHE LA DICE LUNGA Già il nome “Groenlandia” porta tracce coloniali. Risale a Erik il Rosso, un vichingo nordico nato in Norvegia e cresciuto in Islanda. Dopo aver commesso un omicidio, fu bandito da un Thing islandese (antica assemblea di governo, N.d.T.) e, nel corso di questo esilio, giunse in Groenlandia intorno all’anno 982. Lì esplorò la costa sud-occidentale e in seguito dichiarò l’area zona di insediamento. Il nome Groenlandia (“terra verde”) non era una descrizione neutrale della realtà, ma una scelta pubblicitaria consapevole: Erik il Rosso voleva attirare altri coloni nordici. Il nome segna quindi l’inizio dell’egemonia interpretativa europea su una terra che era già abitata da millenni e che da quel momento in poi fu descritta e rivendicata sempre più da una prospettiva coloniale. I primi esseri umani vissero qui millenni prima dell’arrivo dei vichinghi. Gli attuali Kalaallit, parte dei popoli Inuit, discendono principalmente dalla cultura Thule, che si diffuse nelle regioni artiche a partire dal XIII secolo circa. La loro conoscenza del ghiaccio, del mare, degli animali e delle stagioni è il risultato di generazioni di convivenza con un ambiente estremo, non di lotta contro di esso. COLONIALISMO IN VESTE ARTICA Con la colonizzazione danese a partire dal XVIII secolo, la Groenlandia fu sistematicamente integrata nei sistemi di potere e di conoscenza europei. La evangelizzazione, l’amministrazione, la lingua e l’istruzione seguivano standard stranieri. Gli stili di vita indigeni erano considerati carenti, le forme di conoscenza tradizionali obsolete. Il colonialismo si manifestava qui meno attraverso la violenza aperta che attraverso il controllo paternalistico: “modernizzazione” significava adeguamento agli standard europei. Le conseguenze furono profonde, dal punto di vista culturale, sociale e psicologico. Fino a gran parte del XX secolo, le decisioni sulla Groenlandia venivano prese senza riconoscere ai Kalaallit lo status di soggetti politici con pari diritti. AUTONOMIA, MA CON RISERVA Sebbene oggi la Groenlandia goda di un’ampia autonomia amministrativa, la dipendenza dallo Stato danese persiste, dal punto di vista finanziario, giuridico e di politica estera. Il dibattito sulla completa indipendenza è quindi ambivalente: è espressione di un legittimo desiderio di autodeterminazione, ma è anche insito in nuove dipendenze. Infatti, mentre le vecchie strutture coloniali si sgretolano, entrano in scena nuovi attori. Gli interessi delle materie prime, le strategie militari e la competizione globale per il potere, in particolare nel contesto del cambiamento climatico, riportano la Groenlandia al centro delle brame straniere. Lo scioglimento dei ghiacci diventa un invito, non un avvertimento. IL CAMBIAMENTO CLIMATICO COME IMPOSIZIONE COLONIALE Per molte persone nel Nord del mondo, il cambiamento climatico è uno scenario futuro astratto. Per i Kalaallit è la realtà quotidiana. Il ghiaccio marino instabile, i cambiamenti nelle migrazioni degli animali e gli insediamenti minacciati interferiscono direttamente nel tessuto sociale e culturale. La caccia e gli stili di vita tradizionali diventano difficili o impossibili. Particolarmente problematica è la doppia ingiustizia: le cause del cambiamento climatico risiedono principalmente nei paesi industrializzati del Nord del mondo, mentre le sue conseguenze colpiscono in modo sproporzionato le comunità indigene. Allo stesso tempo, queste comunità – che sono le principali vittime di un cambiamento climatico causato dall’esterno – si trovano tra i fronti degli interessi geopolitici a causa delle nuove ambizioni relative alle rotte marittime, alle materie prime e alla presenza militare. Se oggi la Groenlandia viene discussa come “area di opportunità” per l’espansione economica e strategica, il pensiero coloniale continua sotto il segno dell’ecologia. NONVIOLENZA SIGNIFICA DARE SPAZIO AD ALTRE REALTÀ Una visione umanista della Groenlandia richiede più che semplici riforme politiche. Richiede un cambiamento radicale di prospettiva: dal controllo alle relazioni. In questo contesto, nonviolenza significa anche prendere sul serio il sapere indigeno, invece di folclorizzarlo o ignorarlo. I Kalaallit ricordano che la sopravvivenza non è garantita dal dominio, ma dall’adattamento, dal rispetto e dalla moderazione. In un’epoca di crisi globali, questo non è un romantico sguardo al passato, ma un insegnamento di grande attualità. La Groenlandia non è vuota. È un luogo vivo – culturalmente, storicamente e politicamente. Chi parla della Groenlandia dovrebbe prima ascoltare. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Reto Thumiger
January 25, 2026
Pressenza
Rete Saharawi: “Il diritto all’autodeterminazione per il popolo Saharawi non è negoziabile”
A seguito dell’adozione della Risoluzione n. 2797 (2025) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione del Sahara Occidentale, la Rete Saharawi accoglie con favore il rinnovo del mandato della MINURSO, la Missione di Pace dell’ONU nel Sahara Occidentale e la riaffermazione del diritto inalienabile del popolo Saharawi all’autodeterminazione e all’indipendenza, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e la Risoluzione 1514 (XV) dell’Assemblea Generale sulla decolonizzazione. La Rete esprime tuttavia profonda preoccupazione per l’inserimento, su impulso di alcuni membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, del cosiddetto “piano di autonomia” proposto dal Regno del Marocco come possibile base negoziale. Tale riferimento — sebbene privo di valore vincolante — costituisce un vulnus politico e giuridico rispetto ai principi fondamentali del diritto internazionale e un grave precedente nella gestione dei processi di decolonizzazione ancora irrisolti. La Risoluzione omette inoltre ogni riferimento alla crisi umanitaria nei campi dei rifugiati Saharawi, al progressivo indebolimento degli aiuti internazionali e alle violazioni sistematiche dei diritti umani nei territori occupati, documentate da organismi delle Nazioni Unite e da organizzazioni indipendenti. Nonostante tali criticità, il popolo Saharawi continua a distinguersi per un alto livello di istruzione, coesione e resilienza, pur vivendo separato da un muro di sabbia lungo oltre 2.700 chilometri, che divide le zone occupate da quelle liberate. La Rete Saharawi, che riunisce oltre trenta organizzazioni e enti del terzo settore italiani, denuncia la diffusione di informazioni inesatte o non verificate circa la natura e la portata della Risoluzione n. 2797, le quali rischiano di alterare il quadro giuridico internazionale e di favorire la normalizzazione di un’occupazione illegale e dello sfruttamento delle risorse naturali di un territorio ancora soggetto a decolonizzazione. La Rete ribadisce che: * Il Sahara Occidentale è e rimane un territorio non autonomo ai sensi del Capitolo XI della Carta delle Nazioni Unite; * Il Fronte Polisario è riconosciuto dalle Nazioni Unite come unico rappresentante legittimo del popolo Saharawi; * Qualsiasi soluzione che non contempli l’esercizio del diritto all’autodeterminazione mediante un referendum libero e regolare non può essere considerata conforme al diritto internazionale. La Rete Saharawi invita le Nazioni Unite e i loro Stati membri a ristabilire la piena centralità del diritto all’autodeterminazione nel processo politico, in coerenza con i principi di legalità internazionale. Il ripristino di tale centralità rappresenta una condizione imprescindibile per garantire una soluzione giusta, duratura e conforme alle aspettative del popolo saharawi, nonché per evitare il consolidamento di pratiche che rischiano di legittimare occupazioni illegali e lo sfruttamento delle risorse di un territorio ancora soggetto a decolonizzazione. Il popolo Saharawi non rivendica concessioni, ma l’attuazione del diritto internazionale. Nadia Conti, Presidente RETE SAHARAWI Solidarietà Italiana con il Popolo Saharawi ETS Per informazioni e contatti scrivere a: info@retesaharawi.it   Redazione Italia
January 22, 2026
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