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In difesa della Corte Penale Internazionale: sciopero della fame a staffetta di 3˙400 cittadini europei
Si è svolta questa mattina una manifestazione davanti al quartier generale della Commissione europea per chiedere alla Presidente Ursula von der Leyen l’attivazione il cosiddetto blocking statute, lo scudo legale attivo contro le pressioni di Stati Uniti e Russia sulla Corte Penale Internazionale, mai come ora sotto attacco. Tra gli altri era presente anche l’Europarlamentare Cecilia Strada. Durante l’appuntamento organizzato da Eumans, il movimento di cittadini fondato da Marco Cappato, insieme a Non c’è pace senza giustizia, è stato avviato uno sciopero della fame a staffetta della durata di 63 giorni, sostenuto da oltre 3˙400 cittadini europei e con 117 partecipanti già pronti a prendere parte alla prima fase. La forma scelta per la protesta è quella del Satyagraha: una catena ininterrotta di digiuni in cui ogni partecipante assume l’impegno per un periodo limitato, cedendo poi il testimone al successivo. La mobilitazione nasce in risposta alle pressioni e alle sanzioni che Stati Uniti e Russia starebbero esercitando contro la Corte Penale Internazionale attraverso strumenti economici e giuridici di portata extraterritoriale. Secondo i promotori, tali misure rischiano di compromettere l’operatività stessa della Corte, minandone l’indipendenza. “In 36 persone oggi iniziamo questo digiuno di dialogo nei confronti di Ursula Von der Leyen per chiedere di difendere la Corte Penale Internazionale come è in suo potere – ha dichiarato a margine Marco Cappato, presidente di Eumans – Dopo che Orbán aveva fatto uscire l’Ungheria dalla Corte, Magyar ha preannunciato che vuole farla rientrare quindi non ci sono più scuse, è una questione di volontà politica, non serve un esercito europeo per difendere la Corte Penale Internazionale, si fa subito, si può fare subito, è quello che chiediamo a Von der Leyen e a tutti i capi di Stato e di Governo europei di supportare questa proposta come ha già chiesto il Parlamento Europeo”. “Da più di un anno chiediamo alla Commissione europea di attivare il regolamento di blocco per difendere la Corte Penale Internazionale e la Commissione non l’ha ancora fatto e questo è abbastanza vergognoso – ha ribadito l’Europarlamentare Cecila Strada presente all’evento -. Noi dobbiamo stare con la Corte Penale Internazionale perché stiamo con le vittime, lo dobbiamo a loro, ma lo dobbiamo anche a noi stessi, allo Stato di diritto, perché noi non ci arrendiamo alla legge del più forte che vuole piegare il diritto internazionale e la Corte Penale Internazionale. Noi chiediamo nella forza della legge, nella giustizia, per tutte e per tutti Su questo piano si articolano le richieste rivolte alla Commissione europea: * attivazione del Blocking Statute (Regolamento UE 2271/96), per proteggere la Corte dalle sanzioni extraterritoriali; * divieto esplicito di applicazione di sanzioni straniere in Europa nei confronti della Corte o dei suoi funzionari; * candidatura della Corte Penale Internazionale al Premio Nobel per la Pace 2026, come segnale politico forte a sostegno della sua indipendenza. DIFENDI LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE – DIFENDI LO STATO DI DIRITTO INTERNAZIONALE Altre manifestazioni sono programmate in Belgio, Germania e Spagna e in Italia: martedì 14 aprile / h 19 – BOLOGNA – Piazza Maggiore giovedì 16 aprile / h 12:45 – MILANO – Parlamento Europeo, Corso Magenta (piazza di Santa Maria delle Grazie) venerdì 17 aprile / h 14 – ROMA – via di San Nicola de’ Cesarin sabato 18 aprile / h 12 – NAPOLI – Uffici dell’Unione Europea (Europe Direct), piazza Cavour 38 Di seguito, gli interventi di Marco Cappato e di Cecilia Strada alla manifestazione svolta il 14 aprile davanti alla sede della Commissione Europea. Redazione Italia
April 14, 2026
Pressenza
MIGRANTI: IL FILO DI COMPLICITÀ CHE LEGA ROMA E TRIPOLI NEL MIRINO DELLA CPI E DELLE NAZIONI UNITE
Non si fermano i problemi del governo della destra italiana, che mentre criminalizza il soccorso e la solidarietà aiuta chi imprigiona, tortura e uccide i migranti in Libia. La Corte Penale Internazionale ha annunciato ufficialmente, giovedì 2 aprile, la sua decisione di deferire l’Italia dall’Assemblea degli stati che aderiscono allo Statuto di Roma per “inadempienza a una richiesta di cooperazione” in riferimento al caso di Osama Almasri, il generale e torturatore libico arrestato a Torino il 19 gennaio 2025, liberato il 21 e “accompagnato” in Libia con un volo di Stato, nonostante fosse ricercato dall’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità. “La discussione finale avverrà a dicembre a New York. In questo lasso di tempo possono succedere tante cose perché interesse della Corte Penale, oltre alla sanzione che comunque sarebbe di natura più che altro simbolica” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto il giornalista Mario Di Vito “l’interesse della Corte Penale è che noi in futuro coopereremo nelle operazioni che riguardano i nostri rapporti con la Corte Penale, cioè che daremo esecuzione a questi mandati d’arresto. E in questo senso la parte italiana si è registrata una qualche apertura al dialogo con la con l’Aja e questa, è la partita che si giocherà nei prossimi mesi lì perché poi in Italia è molto diverso. Il governo sta facendo quadrato intorno a tutti gli indagati della Procura di Roma per quei fatti”. Infatti a settembre, la procura della Capitale aveva chiesto il processo per Carlo Nordio, Matteo Piantesodi e Alfredo Mantovano ma, in quell’occasione, la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere. Una sorte che potrebbe ripetersi anche per la capa di Gabinetto Giusi Bartolozzi; settimana prossima infatti si voterà per la sollevazione di un conflitto d’attribuzione tra poteri dello stato dabanti alla Corte costituzionale. Ma il filo che lega l’Italia alla Libia non si esaurisce qui, né si fermano le tensioni sul piano internazionale: l’Italia infatti sarà classificata come “non conforme” dal panel di esperti delle Nazioni Unite incaricato di monitorare l’embargo sulle armi alla Libia. La valutazione, contenuta nel rapporto finale (la cui pubblicazione è attesa il 9 aprile” riguarda la mancata risposta da parte di Roma a richieste formali di chiarimento su attività militari e trasferimenti verso il territorio libico. “Con questo nuovo rapporto delle Nazioni Unite si indaga sul fatto che venga addirittura violato l’embargo sulle armi per le milizie. Perché, chiaramente, l’Italia le addestra, oltre a fornire armi, soldi e mezzi come le motovedette, con cui vengono catturati donne, uomini e bambini in mare e deportati” commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Luca Casarini, capomissione e tra i fondatori di Mediterranea Saving Humans “c’è anche un addestramento militare che avviene in Italia: una delle basi è Gaeta, dove la Guardia di Finanza viene utilizzata per l’addestramento delle milizie libiche. Ma soprattutto l’addestramento avviene in Libia.” Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, gli aggiornamenti con il giornalista Mario Di Vito. Ascolta o scarica. L’analisi e il commento con Luca Casarini, capomissione e tra i fondatori di Mediterranea Saving Humans, organizzazione che più volte ha denunciato le violenze e le violazioni da parte delle milizie libiche. Ascolta o scarica.
April 3, 2026
Radio Onda d`Urto
Israele approva la pena di morte: solo contro i palestinesi
di Mario Sommella (*) Una legge razzista che sancisce il suprematismo sionista e sfida il diritto internazionale. Il voto della vergogna Il 30 marzo 2026 sarà ricordato come il giorno in cui lo Stato di Israele ha legalizzato la pena capitale su base etnica. La Knesset, dopo quasi dodici ore di dibattito, ha approvato con 62 voti favorevoli e 48
“Tortura e genocidio”. Il rapporto di Francesca Albanese
La tortura messa a sistema. L’ultimo rapporto di Francesca Albanese in italiano Si intitola “Tortura e genocidio” e documenta le torture sistematiche sui palestinesi da parte di Israele. In anteprima in italiano per i nostri lettori. Oggi 23 marzo a Ginevra, la Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967 Francesca Albanese presenterà il suo
L’ONU respinge la richiesta di dimissioni di Francesca Albanese
L’organismo indipendente dell’ONU che supervisiona i relatori speciali ha condannato gli attacchi contro la Relatrice Speciale per i Territori palestinesi Francesca Albanese, definendoli politicamente motivati e basati sulla disinformazione. Il comitato ha quindi respinto la richiesta di dimissioni avanzata dalla Francia e sostenuta anche da Italia e Germania, sottolineando che le trascrizioni dell’intervento contestato non confermano alcune delle frasi che le erano state attribuite. Il Comitato ONU parla di “attacchi politicamente motivati, basati sulla disinformazione, contro chi documenta crimini e violazioni. Invece di chiedere le dimissioni della Relatrice Speciale Albanese per aver svolto il suo mandato in circostanze molto difficili, inclusi intimidazioni persistenti, attacchi personali coordinati e sanzioni unilaterali illegali, questi rappresentanti dei governi dovrebbero unire le forze per ritenere responsabili, compreso davanti alla Corte Penale Internazionale, leader e funzionari accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza, invece di incoraggiare o difendere le azioni illegali del governo di Israele”.     Redazione Italia
February 19, 2026
Pressenza
No alla campagna mediatica contro associazioni palestinesi in Italia
Come giornaliste/i e operatori dell’informazione, condanniamo con forza la campagna mediatica orchestrata da molte/i colleghe/i e testate giornalistiche contro associazioni e gruppi palestinesi in Italia. Esprimiamo la nostra piena solidarietà al Centro Culturale Handala Ali, ai Giovani Palestinesi d’Italia (GPI), all’Unione Democratica Araba Palestinese (UDAP), all’Associazione dei Palestinesi in Italia (API), e a Mohammad Hannoun, Mohamed Shahin, Suleiman Hijazi, Anan Yaeesh, Omar Korichi, Brahim Baya e tutti coloro che vedono costantemente i propri nomi e volti esposti sulle pagine dei giornali, subendo gogna mediatica, diffamazione, pressione psicologica e il terrore di esprimere liberamente le proprie opinioni. L’arresto di Mohamed Shahin – ora libero – avvenuto il 24 novembre 2025 a seguito di un articolo de La Stampa che ha innescato l’interrogazione parlamentare di Augusta Montaruli (Fratelli d’Italia) ci ha allarmati profondamente. E ci costringe ad essere ancora più rigorosi su ciò che scriviamo, poiché può avere conseguenze devastanti per le persone. Riteniamo estremamente pericolosa questa pratica di articoli e servizi televisivi che prendono di mira singole persone, soprattutto con origini arabe e palestinesi. Negli ultimi due anni, assistiamo a uno schema inquietante: durante le mobilitazioni per la Palestina, le persone arabe subiscono conseguenze più severe sia sul fronte legale che mediatico. Costantemente violiamo la deontologia professionale quando pubblichiamo i volti di persone ancora sotto processo, accostandoli ad aggettivi diffamatori e associandole al “terrorismo”. Diffondere nomi e cognomi di indagati o già assolti viola il principio della presunzione di innocenza. Questo modo di fare giornalismo non solo crea gravi problemi legali alle persone coinvolte, ma provoca danni psicologici permanenti per l’esposizione mediatica improvvisa, soprattutto quando accompagnata da articoli denigratori e epiteti offensivi, non solo ai singoli, ma all’intera comunità. Il giornalismo richiede rigore e cautela, deve tutelare chi non ha voce nei media e proteggere i soggetti vulnerabili. Non può diventare uno strumento del potere per reprimere. Diversi avvenimenti provano che le istituzioni italiane stanno prendendo di mira la comunità palestinese in Italia. La recente circolare del Ministero dell’Istruzione che chiede alle scuole di indicare il numero di studenti palestinesi presenti senza specificare obiettivi, tutele o progetti educativi rappresenta un passaggio molto grave. Anche la scuola pubblica rischia di essere coinvolta in pratiche di controllo e sospetto, trasformando i minori in categorie da monitorare. Al di là delle smentite ufficiali, questa richiesta è un segnale politico inquietante: invece di proteggere, lo Stato espone e isola una comunità già sotto pressione. Si tratta di una deriva autoritaria che rigettiamo in toto. Tutto questo porta come conseguenze il silenziamento della comunità palestinese italiana, la distrazione dal genocidio del popolo palestinese perpetrato da Israele, il rafforzamento delle organizzazioni filo-israeliane in Italia, e il rinforzo della narrazione e dell’immagine del governo Meloni, di cui la premier Giorgia Meloni, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, e quello della Difesa Guido Crosetto sono stati denunciati per “concorso in genocidio” alla Corte Penale Internazionale. Questi attacchi si inseriscono in un contesto più ampio di schedature di palestinesi e solidali, sorveglianza politica e proposte di legge come il DDL Gasparri e il DDL Delrio, che ampliano gli strumenti repressivi e confondono deliberatamente antisionismo e antisemitismo. Il DDL sull’antisemitismo – ovvero l’adozione della definizione di antisemitismo dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), che tra le varie cose descrive come “antisemita” anche molte forme di critica ad Israele, e le manifestazioni in cui vengono pronunciati diversi slogan  –   è stato appena approvato dalla maggioranza alla Commissione Affari costituzionali del Senato. Noi denunciamo la pericolosità di questa decisione. Ribadiamo con forza che l’antisionismo è l’opposizione ad un progetto colonialista, suprematista, razzista e imperialista, mentre l’antisemitismo è una forma di razzismo, che non ha nulla a che fare con Israele e il genocidio del popolo palestinese. Rifiutiamo categoricamente questo accostamento che mira a limitare la libertà di espressione, di critica e la solidarietà con il popolo palestinese. Condanniamo le colleghe e i colleghi che non rispettano la deontologia professionale e mettono in pericolo la comunità palestinese italiana e chiediamo all’Ordine dei Giornalisti di applicare le sanzioni previste per questi casi. FIRMATARI Sara Manisera – FADA Collective Arianna Poletti – FADA Collective Anna Toniolo – FADA Collective Pierluigi Bizzini – FADA Collective Arianna Pagani – FADA Collective Dalia Ismail Stefania Cingia Federica Bonalumi Marina Lombardi Nuri Fatolahzadeh Cecilia Dalla Negra – Orient XXI Italia Filippo Taglieri Sara Tanveer Carolina Sophia Pedrazzi Alessandro Stefanelli Federica Rossi Dario Morgante Rivista La Rivolta Aurora Campus Leonardo Passeri Adil Mauro Isabella Balena Nicolò Cozzolino Camilla Donzelli Melissa Aglietti Davide Traglia Gabriele Grosso Ciro Giso – Marea Media Carla Monteforte Sara Ramzi Federico Tisa Ludovica Jona Flavio Novara Lucrezia Tiberio Elena Del Col Alae Al Said Alessia Manzi Lavinia Nocelli Sofia Turati – Marea Media Benedetta Pagni Angelo Boccato Lorenzo Di Stasi Davide Lemmi – FADA Collective Teresa Di Mauro Simone Manda Marco Simoncelli – FADA Collective Vittoria Torsello – Marea Media Valeria Rando Beatrice Cambarau Tommaso Siviero – FuoriFuoco Cecilia Ferrara Angela Falconieri Chiara Pedrocchi Marco Albertini Benedetta Torsello Francesca Maria Lorenzini Giulio Tonincelli Pamela Cioni Federica D’Alessio Martina Ucci Chiara Paolini Alba Nabulsi Marianna Lentini Monica Alessandra Lupo Lara Gigante Roberta Lippi Luca Gringeri Laura Lesèvre Raffaele Riccardo Buccolo Francesca Fornario Lorenzo Forlani Shady Hamadi Claudia Carpinella Carolina Trocchia Tonia Scarano Ilario D’Amato Salvatore De Rosa Savin Mattozzi – Marea Media Francesca Ferrara Fabrizio Ferraro Giuseppe Carrella Carlotta Therry Parrotta Gianluca Grimaldi Antimafia Duemila Marta Bellingreri – SyriaUntold Antonio Antonucci Redazione Italia
February 8, 2026
Pressenza
Guerra dei Diritti, Guerra al Diritto
A PALAZZO SERRA DI CASSANO UN INCONTRO CRUCIALE SULL’ATTUALE SCENARIO DEI DIRITTI UMANI Un evento di straordinaria rilevanza e partecipazione si è svolto domenica 4 dicembre presso l’Osservatorio dei Diritti Umani all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli. “Guerra dei Diritti, Guerra al Diritto. Dal genocidio in Palestina all’assalto contro le istituzioni internazionali” è stato il tema del seminario. Gremita la bellissima Sala Conferenze di Palazzo Serra di Cassano, dove si respira cultura e memoria di antica resistenza dei rivoluzionari partenopei che credettero nel sogno della Repubblica. Il luogo ha una suggestione simbolica straordinaria per un evento che ha come obiettivo finale l’affermazione della forza della speranza, della resistenza e della resilienza collettiva, per credere che un mondo migliore sia ancora possibile costruire. Un messaggio forte e chiaro. E le centinaia di persone che hanno partecipato lo hanno testimoniato. La sala era così gremita che non è riuscita a contenerle tutte: è stato necessario allestire altre tre sale contigue munite di monitor. “Francesca verrà e ci sarà il sole. Noi che abbiamo un mondo da cambiare.” Così è stata accolta, sui social e con un lungo, fragoroso applauso al suo ingresso, Francesca Albanese, esperta di diritto internazionale, Relatrice Speciale dell’ONU per i Territori Palestinesi Occupati, attivista che ogni giorno affronta temi cruciali sulla Palestina e sull’erosione delle istituzioni che tutelano i diritti umani a livello globale. L’evento, coordinato da Antonio Musella di Fanpage.it, è stato introdotto dal saluto di Salvatore Minolfi dell’Osservatorio Internazionale dei Diritti Umani, che ha sottolineato come l’incontro miri a squarciare il velo dell’indifferenza, far conoscere la verità sulla Palestina e riaffermare la centralità del Diritto. Sono intervenuti, tra gli altri: Souzan Fatayer, della Comunità Palestinese in Campania; Giulia Al-Omleh, del Centro Culturale Handala Ali; Antonio Del Castillo, docente di Letteratura italiana all’Università Federico II; Sara Borrillo, docente di Storia dei Paesi Islamici presso l’Università Orientale di Napoli; Laura Mamorale, di Mediterranea Saving Humans. Tutti gli interventi hanno contribuito a creare un’importante occasione di riflessione e dibattito, con un forte richiamo alla necessità di difendere i diritti umani non solo come valore universale, ma come obiettivo concreto e urgente. In un momento in cui il diritto barcolla, legalità e giustizia appaiono sempre più lontane; un tempo in cui le politiche internazionali e la strage in Palestina mettono a dura prova il sistema globale di protezione dei diritti umani; quando il crimine assume sempre più le sembianze della legge e dell’ordine costituito — allora la resistenza non è solo un diritto, ma diventa un dovere. La “guerra dei diritti” a cui stiamo assistendo è l’uso strumentale del diritto da parte di attori internazionali che ci obbligano a interrogarci sulle contraddizioni e le ambiguità del diritto internazionale, applicato in maniera disomogenea e selettiva secondo logiche geopolitiche e interessi delle nazioni più forti. “La costante e silente violazione del diritto internazionale, calpestato e umiliato, è diventata la normalità”, ha sottolineato Souzan Fatayer. Tutti i relatori hanno posto al centro del dibattito la resistenza del popolo palestinese che, come ha detto Giulia Al-Omleh, “continua con coraggio e resilienza nonostante tutto. Continuano a fare il loro lavoro i medici che lottano contro la morte, pur essendo essi stessi bersagli. Continuano le giovani giornaliste e i giornalisti che sfidano le atrocità per raccontare la verità. Resistono le famiglie che assistono alla morte di padri, madri, sorelle e figli; resistono i 9.800 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.” Nel lungo intervento di Francesca Albanese è emerso un messaggio forte di speranza, un pensiero resiliente e positivo che crede nella forza della resistenza, nella potenza delle azioni collettive, nel vigore delle voci che si alzano nelle strade del mondo per riaffermare che un mondo più giusto è ancora possibile. Il genocidio in Palestina non è solo una tragica realtà, ma la prova di come le istituzioni internazionali, create per prevenire atrocità e proteggere i diritti fondamentali, siano oggi strumentalizzate dalla politica. “La violazione continua non viene adeguatamente contrastata dalla comunità internazionale. Esiste ancora un pensiero eurocentrico, occidentecentrico, riflesso di una mentalità colonialistica: noi Paesi ‘civili’ e gli altri, infantilizzati, che devono essere guidati. Ma oggi quel mondo si è liberato dalle catene.” E ancora: “È troppo chiedere il rispetto del Diritto e della Costituzione? I diritti umani vanno invocati e difesi sempre, non con doppi standard, non solo quando conviene e ignorandoli quando i contesti non sono favorevoli agli interessi delle potenze dominanti.” “La giustizia per la Palestina comincia da ognuno di noi, dallo sradicamento dell’idea dell’Apartheid, concetto pericoloso anche per gli stessi ebrei. Chiedere che la Palestina sia libera dal fiume al mare non significa cancellare Israele, ma riconoscere l’uguale diritto alla libertà di entrambi i popoli. Significa superare l’idea che gli israeliani non possano vivere in quella terra se non da colonizzatori.” Francesca Albanese ha poi toccato il tema del razzismo: “È un’oscenità il razzismo contro il popolo palestinese, questo diffuso non riconoscerli come esseri umani. La morte avvolge continuamente la loro immagine: scene atroci che tutti vediamo. È più facile trovare la morte che un bicchiere d’acqua. Uccidere bambini è un’atrocità disumana.” Ha ricordato come già in passato – dal Ruanda alla Serbia – si sia negato l’evidente genocidio, e come oggi ancora si neghi il genocidio nei Balcani. “La vera unicità del razzismo contro i palestinesi è la sua transnazionalità, che va oltre Israele. Migliaia di cittadini arabi vengono incarcerati per aver manifestato solidarietà con la causa palestinese. Sta accadendo oggi ciò che accadde nel passato con gli ebrei: si negava la deportazione, ma tutti sapevano. Il vero vulnus è girarsi dall’altra parte.” Ha poi affrontato il tema delle risoluzioni delle Nazioni Unite, spesso bloccate da interessi contrapposti, che hanno portato a un crescente isolamento e a una perdita di credibilità delle organizzazioni internazionali. La Corte Penale Internazionale, ha affermato, mostra come alcune potenze si siano ridotte a politiche di rifiuto della giurisdizione internazionale per difendere i propri interessi. Sul tema delle sanzioni mancate a Israele, ha aggiunto: “Chi si mette di traverso agli Stati Uniti? Nessuno. Eppure, con un po’ di coerenza, si sarebbero potute isolare le forze che stanno portando allo sfaldamento della comunità internazionale. È questione di matematica di base: l’ONU conta 191 membri, che se usassero la coerenza dei principi fondanti potrebbero rigettare questo approccio utilitaristico ai diritti.” Il suo appello, rivolto in particolare alle nuove generazioni ma anche a tutti noi, è stato chiaro: “Lavoriamo — tutti insieme — per creare un sistema che metta al centro il rispetto dell’Umanità e della Legge. ‘Al lavoro!’ ha esortato la giurista. Bisogna credere nell’Utopia: dal greco u-topos, ‘in qualche luogo’, da qualche parte. L’utopia resta lontana solo se resta chiusa dentro di noi. Se la condividiamo, se troviamo un denominatore comune, noi ce la possiamo fare. Proviamo a fondare una nuova civiltà etica. Me lo auguro, e ve lo auguro.” Ha concluso così Francesca Albanese. Al termine dell’incontro, numerose domande dal pubblico hanno animato un dibattito intenso e appassionato. Ha concluso Marotta, fedele custode della memoria dell’Istituto fondato da Gerardo Marotta, lanciando un appello accorato: “Ci troviamo su un piano inclinato. L’umanità sta avanzando sull’orlo di un baratro spaventoso. Non diamoci per scontati. È necessario esserci, tutti.” Gina Esposito
January 6, 2026
Pressenza
Gli USA sanzionano altri due giudici della Corte Penale Internazionale per le indagini su Israele
Gli Stati Uniti hanno deciso di sanzionare due giudici della Corte Penale Internazionale (CPI) dopo che questi ultimi hanno respinto il ricorso, presentato da Israele, per archiviare l’indagine sulla condotta dell’esercito e dei vertici politici israeliani durante l’offensiva nella Striscia di Gaza a partire dal 2023. Il respingimento del ricorso conferma anche la validità dei mandati di arresto emessi lo scorso anno nei confronti del Primo Ministro israeliano Benyamin Netanyahu e dell’allora Ministro della Difesa Yoav Gallant. Ad annunciare l’imposizione delle sanzioni contro i due giudici della Corte è stato il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio, secondo cui i due giudici «hanno partecipato direttamente alle iniziative della CPI volte a indagare, arrestare, detenere o perseguire cittadini israeliani senza il consenso di Israele». Lo stesso ha anche accusato la Corte di aver «continuato a intraprendere azioni politicizzate contro Israele» e di aver «creato un pericoloso precedente per tutte le nazioni». Non si è fatta attendere la replica del Tribunale internazionale secondo il quale le sanzioni «costituiscono un flagrante attacco all’indipendenza di un’istituzione giudiziaria imparziale che opera in base al mandato conferitole dai suoi Stati Parte da tutte le regioni» e «compromettono lo stato di diritto». I giudici colpiti dalle misure USA sono Gocha Lordkipanidze di nazionalità georgiana e Erdenebalsuren Damdin di nazionalità mongola: entrambi hanno votato a favore del rigetto dell’appello presentato da Israele contro le decisioni della Corte. Nello specifico, il tribunale dell’Aia ha respinto la richiesta israeliana di annullare una precedente decisione di primo grado che stabiliva che l’indagine sui crimini rientranti nella giurisdizione della CPI non poteva essere circoscritta al periodo precedente al 7 ottobre, ma doveva valutare anche quanto accaduto dopo tale data, durante l’offensiva lanciata da Israele su Gaza. Per i giudici d’appello, le argomentazioni presentate da Tel Aviv sarebbero troppo deboli per limitare l’ambito dell’inchiesta e per sospenderne gli effetti. Le indagini della CPI sulla situazione in Palestina, infatti, sono in corso già dal 2021, in quanto la Corte ritiene di avere giurisdizione sui Territori palestinesi occupati, sulla base dell’adesione dello Stato di Palestina allo Statuto di Roma. Da allora, Israele ha presentato una serie di ricorsi e contestazioni. Il numero dei magistrati sanzionati da Washington arriva così a undici: gli USA, infatti, avevano già emesso sanzioni contro il Procuratore capo della CPI Karim Khan e la scorsa estate hanno preso di mira otto giudici del Tribunale, alcuni dei quali per avere permesso alla CPI di indagare sui crimini statunitensi in Afghanistan, mentre altri per avere autorizzato o legittimato l’emissione di mandati d’arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro Gallant. Lo stesso presidente statunitense Donald Trump a febbraio aveva firmato un ordine esecutivo che includeva sanzioni contro la Corte penale internazionale, per avere intrapreso «azioni illegali e infondate contro l’America e il nostro stretto alleato Israele». Washington pretende che la CPI chiuda definitivamente ogni processo a carico di individui israeliani e che faccia la stessa cosa con una precedente indagine sulle truppe statunitensi in Afghanistan. Rubio ha anche sottolineato che Stati Uniti e Israele non sono parti dello Statuto di Roma e quindi rifiutano la giurisdizione della Corte penale internazionale.  Nel frattempo, i giudici sanzionati non potranno entrare negli USA, aprire conti ed effettuare transazioni finanziarie né avere rapporti con realtà statunitensi ai fini delle indagini o di altri lavori. Sanzionare chi si oppone alla politica e ai piani statunitensi è un modus operandi ormai tipico degli Stati Uniti che non riguarda solo i giudici della CPI o le nazioni ostili a Washington, ma qualunque figura che si oppone alle azioni statunitensi e dei suoi alleati. Per questa ragione, la potenza a stelle e strisce ha sanzionato anche la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, rea di avere contribuito direttamente ai tentativi della CPI di indagare, arrestare o perseguire cittadini israeliani e statunitensi, attraverso il suo ultimo rapporto, “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, in cui smaschera le aziende che fiancheggiano Israele nel suo progetto genocidario, traendone profitto. Le sanzioni contro di lei comportano non solo il divieto di entrare negli USA ma anche il congelamento dei suoi beni. La stessa Albanese ha spiegato di non poter avere un conto in banca, né negli Stati Uniti né in Italia, che il suo attuale conto italiano è stato congelato e, quando ha cercato di aprirne uno nuovo presso Banca Etica, l’istituto ha dovuto rifiutare la richiesta. Le sanzioni sono, dunque, un potente strumento per mezzo del quale Washington cerca di esercitare e mantenere la sua egemonia. Tuttavia, la CPI non si è piegata alle intimidazioni della Casa Bianca confermando i mandati di cattura per il primo ministro israeliano Netanyahu e il suo ex ministro della Gallant, ma soprattutto ha stabilito la continuità della condotta di Israele prima e dopo il 7 ottobre. Si tratta di una decisione cruciale, perché priva Tel Aviv di una delle sue principali linee difensive: quella secondo cui l’operazione a Gaza costituirebbe una situazione giuridica distinta dal quadro investigativo precedente, risalente al 2021. La Corte ha inoltre dichiarato che continuerà a lavorare per garantire l’attuazione efficace e indipendente del suo mandato. L'Indipendente
December 19, 2025
Pressenza
Un giorno l’occupazione finirà, perché regimi come questo sono insostenibili
Un giorno l’occupazione finirà perché regimi di questo tipo non sono sostenibili, sono destinati a cadere perché i regimi di repressione, quasi per definizione, sono instabili. Il 6 novembre scorso, in collaborazione con la Heinrich Boll Foundation, il quotidiano israeliano Haaretz ha tenuto a Berlino un’importante conferenza che ha visto avvicendarsi sul palco i più bei nomi del giornalismo ‘di sinistra’ israeliano, oltre a varie personalità della politica e della società civile, dall’ex Primo Ministro israeliano Ehud Olmert, a Nasser Al-kidwa (ex Ministro degli Esteri della Palestina, affiliato al Comitato Centrale Fatah); da Ayman Odeh (Presidente del Partito Hadash) a Raluca Ganea (Direttrice del movimento Zazim). Tra i tanti interventi che potete rivedere nella registrazione integrale qui, mi ha particolarmente colpito quello di Michael Sfard: ex riservista convertito all’obiezione di coscienza, nipote del sociologo Zygmunt Bauman e soprattutto avvocato e attivista politico israeliano specializzato in diritti umani a livello internazionale e naturalmente locale, spesso chiamato a difendere gli attivisti delle organizzazioni pacifiste come per esempio Peace Now o Yesh Din, o anche le comunità beduine in Cisgiordania nelle cause contro l’illegittimità delle demolizioni o per denunciare l’impunità dei coloni. Michael Sfard era intervistato dalla giornalista Judy Maltz, esperta di mondo ebraico in Haaretz. Ed ecco qui la trascrizione. JUDY MALTZ: Benvenuti a tutti in questa conversazione con Michael Sfard, molto noto in Israele e molto citato anche all’estero, per essersi occupato di numerosi casi alla Corte Suprema israeliana, sfidando l’occupazione e difendendo il lavoro di molti gruppi attivi sul fronte dei diritti umani. Vorrei cominciare facendo riferimento a un pezzo molto forte che hai scritto su Haaretz alcuni mesi fa in cui dicevi: “noi israeliani siamo parte di una famiglia criminale mafiosa”. Lo ricordi? MICHAEL SFARD: È nel mio sangue. JM: In quel pezzo scrivevi che noi tutti israeliani, senza eccezioni, inclusi gli israeliani di sinistra, gli israeliani che si oppongono al governo, gli israeliani pro-democrazia, tutti noi siamo complici di crimini di guerra a Gaza. Mi hai detto che è stato uno dei pezzi più difficili che hai scritto e di pezzi come questi nei hai scritti parecchi sul nostro giornale. Michael Sfard inizia ringraziando Haaretz che, in un mondo che ogni giorno che passa diventa sempre più incomprensibile, gli permette di ritrovare ogni tanto la bussola. E così prosegue: Il mio cuore si è spezzato due volte negli ultimi due anni, una volta il 7 ottobre per ovvie ragioni, e poi quando ho capito come il mio paese, come la mia società si stava vendicando del 7 ottobre e mentre passavano i mesi della guerra sono arrivato a conclusioni molto dolorose. Una è che noi, lo stato di Israele, stiamo commettendo crimini di guerra e crimini contro l’umanità e verosimilmente atti di genocidio. E questa non è una intuizione confortevole. Abbiamo sfollato milioni di persone senza impegnarci di consentire loro di tornare una volta che le ostilità fossero terminate. Abbiamo affamato intenzionalmente la popolazione civile. E abbiamo ucciso sproporzionatamente e indiscriminatamente decine di migliaia di civili, in modi che non possono essere considerati compatibili con le leggi sulla condotta di guerra e abbiamo fornito completa impunità ad un’atmosfera di incitamento a commettere crimini di guerra, crimini contro l’umanità e il genocidio. Sono coinvolto in molti casi portati alla Corte Suprema e provo a ottenere almeno in parte che quelle centinaia di figure pubbliche israeliane, politici, ministri, influencer, artisti, sedicenti giornalisti che incitano a commettere crimini nella più completa impunità vengano chiamati a risponderne. Questa è la prima cosa di cui mi sono reso conto, ed ecco la seconda, a partire da una cosa detta poco fa in questa sala dall’ex Primo Ministro Ehud Olmert a proposito di quello che sta andando avanti in Cisgiordania: per un attimo ho pensato che ci fosse qui un nuovo attivista per i diritti umani. (risate dalla platea) Sono d’accordo con lui per tutto ciò che ha detto, incluso musicalità, tono e volume. (applausi) Voglio solo aggiungere che la violenza dei coloni è violenza di stato. La violenza dei coloni riceve il vento in poppa e l’assistenza dello stato: quante volte coloni e soldati commettono insieme quei crimini! E quando arriviamo a parlare di Gaza e delle atrocità che ho capito che la mia società sta commettendo… ci è voluto un po’ di tempo, ma quando finalmente ho capito questa cosa è stato come vivere una crisi d’identità. Perché non è solo Netanyahu o Ben-Gvir o Smotrich o i coloni, che stanno commettendo i crimini che stanno annientando la striscia di Gaza. L’annientamento di Gaza è un progetto totalmente israeliano e non abbiamo sentito una parola dai rappresentanti sindacali degli insegnanti quando tutto il sistema educativo di Gaza è stato ridotto in macerie. Non abbiamo sentito niente dall’associazione dei medici quando tutta l’infrastruttura medica di Gaza è stata annientata. Non abbiamo sentito nulla dall’associazione degli avvocati quando Israele ha trasformato le sue prigioni in una catena di strutture di tortura e quando ai prigionieri palestinesi è stato vietato di ricevere visite dalla Croce Rossa. Quindi sono arrivato a questa conclusione ed è stata una decisione molto sofferta. Cosa fa un cittadino per bene quando la sua società è degenerata fino a questo punto? Scrivere questo pezzo ha coinciso con una profonda crisi personale perché io non provengo da questi ambiti che vedono in Israele una grande impresa coloniale che è stata crudele fin dall’inizio, no, io ho una ben diversa biografia e una visione differente di ciò che è Israele. Così dire in quel pezzo di opinione che Israele deve essere isolato, che devono essere attuati boicottaggi mirati in modo che le atrocità vengano impedite… e che i soldati che si rifiutano la divisa devono essere difesi… per me è stata una cosa molto dura da scrivere e in effetti mi ci sono volute due settimane prima di concluderne la stesura, e poi mandarlo in redazione. [..] JM: Cosa succede adesso secondo te come giurista dei diritti umani? Poche settimane fa è stato dichiarato un cessate il fuoco che sta più o meno tenendo ma come sai l’anno scorso la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di cattura per Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della difesa Yoav Gallant, per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza. E contemporaneamente la Corte Internazionale di Giustizia sta portando avanti un caso sollevato dal Sud Africa che sostiene che Israele stia commettendo un genocidio a Gaza. Adesso la guerra è finita o almeno speriamo che lo sia, ma come pensi che andranno a finire questi casi? MS: Mio nonno mi aveva sempre detto di non fare profezie soprattutto riguardo al futuro (JM sorride), una cosa però è sicura, la giustizia non arriverà attraverso la giustizia israeliana, non solo per le vittime a Gaza ma nemmeno per le vittime del 7 ottobre. Siamo a due anni dall’orrendo massacro del 7 ottobre con tutti i crimini commessi in quella data e non una singola persona è stata incriminata per ciò che è successo, perché questo governo israeliano intende creare una serie di commissioni nello stile di Guantanamo e introdurre la pena di morte. Questo non porterà giustizia e sfortunatamente la mia carriera è stata tentare di assicurare che il sistema di giustizia portasse giustizia ai palestinesi e a quelli che vengono da comunità che non possono votare. Ma la mia carriera è un completo fallimento in questo senso e io e i miei colleghi abbiamo denunciato che Israele sta fallendo di continuo, non garantendo alcuna giustizia. Nei fatti non sta fallendo, sta facendo esattamente quello che il governo vuole che faccia quando si tratta dei palestinesi. Quindi abbiamo tribunali come la Corte Internazionale di Giustizia, la CPI, abbiamo anche la giurisdizione occidentale che significa processi penali all’interno di tribunali di paesi stranieri e posso dire che la CPI si trova adesso in una situazione molto difficile nel momento in cui l’amministrazione americana, il Presidente Trump, ha imposto sanzioni sulla Corte a causa delle inchieste sui presunti crimini israeliani ed è molto difficile vedere come questa Corte possa effettivamente portare avanti il lavoro in un simile contesto. Non vediamo alcun intervento da parte della comunità internazionale e dei poteri occidentali e specialmente dalla Germania che è un attore molto importante quando parliamo di legge internazionale e CPI: non vediamo dare alla CPI il sostegno che le serve. Ma voglio dire una cosa come avvocato: l’ingiustizia non evapora, rimane e contamina l’aria fino a che non facciamo qualcosa a riguardo. Così può volerci del tempo ma prima o poi vedremo tutti quei casi di soldati che si sono fatto dei selfie mentre facevano esplodere una qualche infrastruttura civile… prima o poi gli verranno consegnati dei mandati di arresto, in questo o quel paese. Ma alla fine, se non ci sarà un serio processo in grado di dare giustizia per le vittime, non saremo in grado di guarire perché per guarire serve la ricostruzione, sicuramente a Gaza ma anche nelle comunità devastate della striscia e del Negev occidentale. Serve l’indipendenza e la libertà che gli israeliani hanno e i palestinesi no. Serve giustizia e la giustizia può arrivare in forme diverse. Non deve per forza essere con procedimenti penali e qualcuno dietro le sbarre; ma senz’altro è parte integrante della guarigione. JM: Concludo con una nota positiva e ti ricordo un altro pezzo che hai scritto su Haaretz, una decina di anni fa. Hai scritto un articolo che è diventato famoso ed è spesso citato, in quell’articolo avevi scritto: “Un giorno l’occupazione finirà e probabilmente finirà in un colpo solo” e così proseguivi: “un giorno l’occupazione finirà perché regimi di questo tipo non sono sostenibili, sono destinati a cadere perché i regimi di repressione, quasi per definizione, sono instabili”. Credi ancora in questo? MS: Ci credo al 100%. Lo ribadisco e voglio aggiungere due cose a riguardo quell’articolo di opinione [..]: primo non ho dato una data su quando succederà, secondo, non ho detto se sarebbe successo pacificamente o dopo una tragedia. Quello che so è che i regimi di oppressione hanno bisogno costantemente di aumentare l’oppressione. I regimi di oppressione non possono stare fermi, hanno bisogno costantemente di mettere più forza, di essere più crudeli, di fare cose più cattive. E questo è quello che abbiamo visto nei dieci anni che sono trascorsi da quell’articolo che ho scritto. Vediamo lo stato, il governo di Israele con la sua società… e a proposito: non ho detto che gli israeliani sono complici, ho detto che sono responsabili di tutti questi crimini e quello che stiamo vedendo è che, se non poniamo fine all’occupazione, avremo bisogno di sempre più energia per mantenerla e ciò comporta il nostro stesso adeguamento in quel processo. Qualcosa che una volta era considerata un’aberrazione, diventa normale man mano che ci si abitua. Quindi sì, resto positivo. Dico che l’occupazione – e aggiungo adesso anche l’apartheid – finiranno. Tutto questo deve finire e finirà. E il nostro ruolo è di fare tutto lo sforzo possibile, perchè questa fine avvenga pacificamente invece che in una tragedia, come quella in cui stiamo già vivendo. Centro Sereno Regis
November 20, 2025
Pressenza