PRISONBREAK La guerra delle narrazioni: come Israele usa l’AI per fabbricare rivolte
Il 13 giugno 2025, nelle prime ore del mattino, Israele lancia la sua prima
grande campagna di bombardamenti contro l’Iran. Colpisce siti militari, impianti
nucleari, infrastrutture. In operazioni mirate elimina alti comandanti
dell’apparato militare e della sicurezza iraniana, oltre a scienziati legati al
programma nucleare. L’Iran risponde con missili balistici e droni. È l’inizio di
quello che verrà chiamato la Guerra dei Dodici Giorni. E nel momento esatto in
cui le prime bombe cadono, qualcosa di diverso accade online: una rete
coordinata di account su X inizia a pubblicare in modo sincronizzato immagini e
video di presunte rivolte in Iran, veicoli militari iraniani che esplodono,
folla in piazza, instabilità. Contenuti preparati in anticipo, pubblicati mentre
i missili erano ancora in volo.
Non si tratta di propaganda spontanea. È un’operazione pianificata, documentata
nei dettagli dal Citizen Lab dell’Università di Toronto nel rapporto “We Say You
Want a Revolution: PRISONBREAK” (Report No. 189, ottobre 2025), elaborato
insieme al ricercatore Darren Linvill della Clemson University. Una rete di
oltre cinquanta profili inautentici su X, creata nel 2023 ma attivata
massicciamente dal gennaio 2025, coordinata con precisione militare con le
operazioni delle IDF. Il Citizen Lab, dopo aver sistematicamente escluso
spiegazioni alternative, ha concluso che l’ipotesi più coerente con le evidenze
disponibili è che un’agenzia non identificata del governo israeliano — o un
subappaltatore che lavora sotto la sua stretta supervisione — stia conducendo
direttamente l’operazione.
COME FUNZIONA PRISONBREAK
L’obiettivo dichiarato della campagna, ricostruito dall’analisi dei contenuti e
delle traiettorie narrative della rete, è fomentare una rivolta contro il regime
iraniano all’interno della popolazione iraniana. Non si tratta di influenzare
l’opinione pubblica occidentale su Israele, né di contrastare narrativi ostili
nei media internazionali. È qualcosa di più diretto: produrre una percezione di
instabilità interna in Iran, sincronizzata con i momenti in cui le IDF
colpiscono, per amplificare l’effetto demoralizzante degli attacchi e
incoraggiare la popolazione a insorgere.
Il Citizen Lab ha documentato come la rete abbia utilizzato sistematicamente
immagini e video generati dall’AI, inclusi deepfake, mimando l’estetica di veri
organi di informazione — tra cui BBC Persian. Uno dei contenuti più analizzati è
un deepfake relativo al carcere di Evin — la prigione politica più famosa
dell’Iran — pubblicato alle 11:52 ora di Teheran, pochi minuti dopo l’inizio del
bombardamento israeliano sulla struttura il 23 giugno 2025. Quella preparazione
anticipata è, per i ricercatori del Citizen Lab, uno degli elementi più
rilevanti: nessun terzo soggetto, privo di conoscenza preventiva dei piani delle
IDF, avrebbe potuto preparare quei contenuti e pubblicarli in quella finestra
temporale così ristretta.
Nelle prime ore del conflitto, la rete ha esortato gli iraniani a prelevare
denaro dagli ATM, sostenendo che il regime stesse confiscando i risparmi dei
cittadini. Circolavano video AI-generated di lunghe code agli sportelli, con
figure umane distorte — un indicatore tecnico di manipolazione digitale
identificato dai ricercatori forensi. La rete ha anche rilanciato il movimento
simbolico #8PMCry, incoraggiando i cittadini a urlare slogan antigovernativi dai
balconi, amplificato con video manipolati che fingevano di mostrare una
partecipazione di massa. Alcuni account hanno impersonato media legittimi,
pubblicando screenshot fasulli su presunte fughe di alti funzionari iraniani.
I post della rete hanno raggiunto decine di migliaia di visualizzazioni in
alcuni casi: uno solo — quello relativo al carcere di Evin — ha accumulato oltre
46.000 visualizzazioni e 3.500 like. Gli account erano attivi prevalentemente
durante l’orario lavorativo israeliano e operavano principalmente da desktop
anziché da dispositivi mobili: indicatori tecnici che i ricercatori hanno
interpretato come coerenti con un’operazione professionalmente coordinata, non
con dissenso organico iraniano.
STOIC E L’INDUSTRIA ISRAELIANA DELLA DISINFORMAZIONE
PRISONBREAK non è un caso isolato. Intorno a operazioni di questo tipo si è
sviluppato in Israele un ecosistema commerciale strutturato: società spesso
fondate da ex ufficiali militari delle forze di intelligence che operano in una
zona grigia, offrendo capacità tecnologiche di manipolazione senza esplicitarle,
consentendo ai clienti statali di mantenere una misura di plausibile negabilità.
La società più documentata in questo ecosistema è STOIC, una società di
marketing politico con sede a Tel Aviv. Nel giugno 2024, Meta e OpenAI hanno
smantellato una rete di account gestita da STOIC: Meta ha rimosso 510 account
Facebook e 32 account Instagram, emettendo una lettera di diffida. OpenAI ha
confermato che STOIC usava i suoi modelli per generare articoli web e commenti
pubblicati su Facebook, Instagram, X, YouTube e Telegram. Dopo aver pubblicato i
commenti, altri account della stessa rete rispondevano con testi anch’essi
generati dall’AI — creando l’illusione di un dibattito autentico. I profili
fingevano di essere studenti ebrei, afroamericani o “cittadini preoccupati” nei
paesi target. Le foto profilo erano spesso generate dall’AI, con alcuni account
che usavano la stessa fotografia per persone nominalmente diverse.
Dietro STOIC c’è un mandante pubblico documentato: il Ministero degli Affari
della Diaspora israeliano, che ha finanziato l’operazione con circa 2 milioni di
dollari per condurre una campagna rivolta a 128 parlamentari americani, con
focus specifico sui membri democratici e afroamericani della Camera dei
Rappresentanti. I contenuti includevano attacchi all’UNRWA, narrazioni volte a
creare una frattura tra palestinesi e afroamericani, e materiale islamofobico
rivolto al Canada. Il ministro Amichai Chikli ha negato le accuse, definendo le
indagini “diffamazione”.
HASBARA NELL’ERA DEGLI AGENTI
C’è un termine ebraico che in Israele è di uso comune nell’ambito della
comunicazione pubblica: hasbara, che significa letteralmente “spiegare”. La
Direzione Nazionale per la Diplomazia Pubblica israeliana porta questo nome e
coordina ufficialmente gli sforzi di proiezione narrativa di Israele all’estero.
La distinzione tra promozione legittima di un punto di vista e operazione di
disinformazione coordinata non è sempre netta nella percezione pubblica. Ma i
criteri per distinguerle esistono: l’uso di profili inautentici, la
fabbricazione di identità false, la sincronizzazione con operazioni militari,
l’impiego di deepfake, la manipolazione artificiale dell’engagement sono
indicatori documentati e specifici. Non si tratta di valutare le ragioni
politiche di un conflitto. Si tratta di riconoscere un’infrastruttura tecnica di
manipolazione dell’informazione, indipendentemente da chi la gestisce.
LA GUERRA IN CUI TUTTI PRODUCONO FALSE REALTÀ
Il quadro che emerge dall’analisi del conflitto Iran-Israele del 2025 è quello
di un ambiente informativo in cui nessun attore è immune dalla tentazione di
fabbricare realtà. Iran, Russia, reti filo-israeliane: ciascuno produce il
proprio set di falsi, ciascuno con tecniche e obiettivi diversi.
Questo è forse il dato più preoccupante. Non la sofisticazione tecnica degli
sciami AI — che è reale e crescente. Ma il fatto che il sistema funzioni anche
quando è parzialmente smascherato: perché in un ambiente in cui tutti producono
falsi, anche il vero diventa sospetto. Un politico che smentisce un deepfake lo
fa in un mondo in cui tutti sanno che i deepfake esistono. La smentita non
ristabilisce la realtà: si aggiunge al rumore.
COSA RESTA IN PIEDI
Le operazioni documentate — PRISONBREAK, STOIC, CopyCop — sono state smantellate
o ridimensionate nel momento in cui sono state esposte. Questo conta. Significa
che la ricerca indipendente, il monitoraggio delle piattaforme, l’investigazione
giornalistica hanno ancora un effetto.
Il problema è la scala temporale: tra il momento in cui un’operazione viene
attivata e il momento in cui viene smantellata, può passare abbastanza tempo da
rendere il danno narrativo irreversibile.
Resta in piedi, come sempre, la reputazione delle fonti. Un sistema che genera
milioni di contenuti falsi non risponde a nessuno. Un ricercatore universitario,
un giornalista investigativo, un’organizzazione come il Citizen Lab rispondono
alla propria reputazione, alla comunità scientifica, al pubblico.
E nel frattempo, gli sciami continuano a lavorare.
FONTI (CLICCABILI)
* Citizen Lab
https://citizenlab.ca/2025/10/ai-enabled-io-aimed-at-overthrowing-iranian-regime/
* CyberScoop
https://cyberscoop.com/citizen-lab-disinformation-campaign-israel-iran-evin-prison/
* NPR
https://www.npr.org/2024/07/09/nx-s1-4994027/israel-us-online-influence-campaign-gaza
* Haaretz
https://www.haaretz.com/israel-news/security-aviation/2025-10-03/…
Francesco Russo