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PRISONBREAK La guerra delle narrazioni: come Israele usa l’AI per fabbricare rivolte
Il 13 giugno 2025, nelle prime ore del mattino, Israele lancia la sua prima grande campagna di bombardamenti contro l’Iran. Colpisce siti militari, impianti nucleari, infrastrutture. In operazioni mirate elimina alti comandanti dell’apparato militare e della sicurezza iraniana, oltre a scienziati legati al programma nucleare. L’Iran risponde con missili balistici e droni. È l’inizio di quello che verrà chiamato la Guerra dei Dodici Giorni. E nel momento esatto in cui le prime bombe cadono, qualcosa di diverso accade online: una rete coordinata di account su X inizia a pubblicare in modo sincronizzato immagini e video di presunte rivolte in Iran, veicoli militari iraniani che esplodono, folla in piazza, instabilità. Contenuti preparati in anticipo, pubblicati mentre i missili erano ancora in volo. Non si tratta di propaganda spontanea. È un’operazione pianificata, documentata nei dettagli dal Citizen Lab dell’Università di Toronto nel rapporto “We Say You Want a Revolution: PRISONBREAK” (Report No. 189, ottobre 2025), elaborato insieme al ricercatore Darren Linvill della Clemson University. Una rete di oltre cinquanta profili inautentici su X, creata nel 2023 ma attivata massicciamente dal gennaio 2025, coordinata con precisione militare con le operazioni delle IDF. Il Citizen Lab, dopo aver sistematicamente escluso spiegazioni alternative, ha concluso che l’ipotesi più coerente con le evidenze disponibili è che un’agenzia non identificata del governo israeliano — o un subappaltatore che lavora sotto la sua stretta supervisione — stia conducendo direttamente l’operazione. COME FUNZIONA PRISONBREAK L’obiettivo dichiarato della campagna, ricostruito dall’analisi dei contenuti e delle traiettorie narrative della rete, è fomentare una rivolta contro il regime iraniano all’interno della popolazione iraniana. Non si tratta di influenzare l’opinione pubblica occidentale su Israele, né di contrastare narrativi ostili nei media internazionali. È qualcosa di più diretto: produrre una percezione di instabilità interna in Iran, sincronizzata con i momenti in cui le IDF colpiscono, per amplificare l’effetto demoralizzante degli attacchi e incoraggiare la popolazione a insorgere. Il Citizen Lab ha documentato come la rete abbia utilizzato sistematicamente immagini e video generati dall’AI, inclusi deepfake, mimando l’estetica di veri organi di informazione — tra cui BBC Persian. Uno dei contenuti più analizzati è un deepfake relativo al carcere di Evin — la prigione politica più famosa dell’Iran — pubblicato alle 11:52 ora di Teheran, pochi minuti dopo l’inizio del bombardamento israeliano sulla struttura il 23 giugno 2025. Quella preparazione anticipata è, per i ricercatori del Citizen Lab, uno degli elementi più rilevanti: nessun terzo soggetto, privo di conoscenza preventiva dei piani delle IDF, avrebbe potuto preparare quei contenuti e pubblicarli in quella finestra temporale così ristretta. Nelle prime ore del conflitto, la rete ha esortato gli iraniani a prelevare denaro dagli ATM, sostenendo che il regime stesse confiscando i risparmi dei cittadini. Circolavano video AI-generated di lunghe code agli sportelli, con figure umane distorte — un indicatore tecnico di manipolazione digitale identificato dai ricercatori forensi. La rete ha anche rilanciato il movimento simbolico #8PMCry, incoraggiando i cittadini a urlare slogan antigovernativi dai balconi, amplificato con video manipolati che fingevano di mostrare una partecipazione di massa. Alcuni account hanno impersonato media legittimi, pubblicando screenshot fasulli su presunte fughe di alti funzionari iraniani. I post della rete hanno raggiunto decine di migliaia di visualizzazioni in alcuni casi: uno solo — quello relativo al carcere di Evin — ha accumulato oltre 46.000 visualizzazioni e 3.500 like. Gli account erano attivi prevalentemente durante l’orario lavorativo israeliano e operavano principalmente da desktop anziché da dispositivi mobili: indicatori tecnici che i ricercatori hanno interpretato come coerenti con un’operazione professionalmente coordinata, non con dissenso organico iraniano. STOIC E L’INDUSTRIA ISRAELIANA DELLA DISINFORMAZIONE PRISONBREAK non è un caso isolato. Intorno a operazioni di questo tipo si è sviluppato in Israele un ecosistema commerciale strutturato: società spesso fondate da ex ufficiali militari delle forze di intelligence che operano in una zona grigia, offrendo capacità tecnologiche di manipolazione senza esplicitarle, consentendo ai clienti statali di mantenere una misura di plausibile negabilità. La società più documentata in questo ecosistema è STOIC, una società di marketing politico con sede a Tel Aviv. Nel giugno 2024, Meta e OpenAI hanno smantellato una rete di account gestita da STOIC: Meta ha rimosso 510 account Facebook e 32 account Instagram, emettendo una lettera di diffida. OpenAI ha confermato che STOIC usava i suoi modelli per generare articoli web e commenti pubblicati su Facebook, Instagram, X, YouTube e Telegram. Dopo aver pubblicato i commenti, altri account della stessa rete rispondevano con testi anch’essi generati dall’AI — creando l’illusione di un dibattito autentico. I profili fingevano di essere studenti ebrei, afroamericani o “cittadini preoccupati” nei paesi target. Le foto profilo erano spesso generate dall’AI, con alcuni account che usavano la stessa fotografia per persone nominalmente diverse. Dietro STOIC c’è un mandante pubblico documentato: il Ministero degli Affari della Diaspora israeliano, che ha finanziato l’operazione con circa 2 milioni di dollari per condurre una campagna rivolta a 128 parlamentari americani, con focus specifico sui membri democratici e afroamericani della Camera dei Rappresentanti. I contenuti includevano attacchi all’UNRWA, narrazioni volte a creare una frattura tra palestinesi e afroamericani, e materiale islamofobico rivolto al Canada. Il ministro Amichai Chikli ha negato le accuse, definendo le indagini “diffamazione”. HASBARA NELL’ERA DEGLI AGENTI C’è un termine ebraico che in Israele è di uso comune nell’ambito della comunicazione pubblica: hasbara, che significa letteralmente “spiegare”. La Direzione Nazionale per la Diplomazia Pubblica israeliana porta questo nome e coordina ufficialmente gli sforzi di proiezione narrativa di Israele all’estero. La distinzione tra promozione legittima di un punto di vista e operazione di disinformazione coordinata non è sempre netta nella percezione pubblica. Ma i criteri per distinguerle esistono: l’uso di profili inautentici, la fabbricazione di identità false, la sincronizzazione con operazioni militari, l’impiego di deepfake, la manipolazione artificiale dell’engagement sono indicatori documentati e specifici. Non si tratta di valutare le ragioni politiche di un conflitto. Si tratta di riconoscere un’infrastruttura tecnica di manipolazione dell’informazione, indipendentemente da chi la gestisce. LA GUERRA IN CUI TUTTI PRODUCONO FALSE REALTÀ Il quadro che emerge dall’analisi del conflitto Iran-Israele del 2025 è quello di un ambiente informativo in cui nessun attore è immune dalla tentazione di fabbricare realtà. Iran, Russia, reti filo-israeliane: ciascuno produce il proprio set di falsi, ciascuno con tecniche e obiettivi diversi. Questo è forse il dato più preoccupante. Non la sofisticazione tecnica degli sciami AI — che è reale e crescente. Ma il fatto che il sistema funzioni anche quando è parzialmente smascherato: perché in un ambiente in cui tutti producono falsi, anche il vero diventa sospetto. Un politico che smentisce un deepfake lo fa in un mondo in cui tutti sanno che i deepfake esistono. La smentita non ristabilisce la realtà: si aggiunge al rumore. COSA RESTA IN PIEDI Le operazioni documentate — PRISONBREAK, STOIC, CopyCop — sono state smantellate o ridimensionate nel momento in cui sono state esposte. Questo conta. Significa che la ricerca indipendente, il monitoraggio delle piattaforme, l’investigazione giornalistica hanno ancora un effetto. Il problema è la scala temporale: tra il momento in cui un’operazione viene attivata e il momento in cui viene smantellata, può passare abbastanza tempo da rendere il danno narrativo irreversibile. Resta in piedi, come sempre, la reputazione delle fonti. Un sistema che genera milioni di contenuti falsi non risponde a nessuno. Un ricercatore universitario, un giornalista investigativo, un’organizzazione come il Citizen Lab rispondono alla propria reputazione, alla comunità scientifica, al pubblico. E nel frattempo, gli sciami continuano a lavorare. FONTI (CLICCABILI) * Citizen Lab https://citizenlab.ca/2025/10/ai-enabled-io-aimed-at-overthrowing-iranian-regime/ * CyberScoop https://cyberscoop.com/citizen-lab-disinformation-campaign-israel-iran-evin-prison/ * NPR https://www.npr.org/2024/07/09/nx-s1-4994027/israel-us-online-influence-campaign-gaza * Haaretz https://www.haaretz.com/israel-news/security-aviation/2025-10-03/… Francesco Russo
May 5, 2026
Pressenza
Le fabbriche del consenso sintetico
Come gli sciami di agenti AI stanno riscrivendo la realtà Qualche anno fa, una troll farm funzionava così: un edificio pieno di persone, turni, scrivanie, lavoratori pagati per scrivere post, creare profili falsi, commentare e accendere polemiche nelle discussioni online. Era costoso, lento e, alla fine, l’impatto reale era marginale. Oggi quegli edifici esistono ancora, ma i lavoratori non scrivono più. Configurano agenti. Li istruiscono, li supervisionano, li moltiplicano. Centinaia di migliaia di agenti autonomi che fanno in un’ora quello che prima richiedeva settimane di lavoro umano. Le troll farm sono diventate AI farm, e producono contenuto sintetico su scala industriale. Non è una metafora. È la descrizione letterale di un sistema documentato. Un rapporto del febbraio 2026 del Centre for International Governance Innovation (CIGI), intitolato “From Trolls to Generative AI: Russia’s Disinformation Evolution”, racconta come reti come CopyCop — un’operazione di disinformazione collegata al GRU, l’intelligence militare russa — utilizzino versioni modificate di modelli open-source come Llama 3, installate su server propri, per trasformare articoli di stampa in propaganda politica e distribuirla attraverso centinaia di siti web falsi senza lasciare tracce. Perché i modelli girano in locale, su hardware russo, dentro confini russi, fuori da qualsiasi giurisdizione occidentale. Non c’è watermark. Non c’è log. Non c’è nessuno a cui chiedere conto. SCIAMI, NON BOT Quello a cui ci siamo abituati, negli anni, era l’automazione nel senso classico: un sistema che inviava centomila email identiche, cambiando al massimo il nome del destinatario, oppure pubblicava altrettanti post con variazioni minime. Automatizzava la distribuzione, ma al fondo era spam riconoscibile. Il nostro modello mentale è ancora quello: se è automatizzato, è generico; se è generico, lo riconosci. Ma questo modello è costruito su anni di esperienza in un mondo senza agenti AI. Ed è diventato obsoleto. Il paper pubblicato su Science nel gennaio 2026 con il titolo “How malicious AI swarms can threaten democracy” — firmato da un gruppo internazionale di ventidue ricercatori provenienti da ventuno istituzioni accademiche, tra cui Nick Bostrom, la Nobel per la Pace Maria Ressa e Filippo Menczer — descrive qualcosa di qualitativamente diverso: sciami coordinati di agenti AI con identità persistenti, memoria, capacità di adattarsi in tempo reale alle reazioni delle persone. Agenti pienamente autonomi, ciascuno dei quali produce contenuto originale, ciascuno diverso dall’altro, ciascuno calibrato sul contesto specifico della persona che riceve il messaggio. Non c’è più un messaggio che si diffonde: c’è un sistema che decide, istante per istante, quale messaggio produrre per quale persona. Questi sciami sfruttano due meccanismi psicologici che sono bug strutturali del modo in cui gli esseri umani formano le opinioni. Il primo si chiama bandwagon effect: tendiamo ad allinearci alle posizioni che percepiamo come maggioritarie. Il secondo è l’illusory truth: la ripetizione di un’informazione, indipendentemente dalla sua veridicità, ne aumenta la percezione di credibilità. Combinati, producono un effetto preciso: se vediamo la stessa posizione espressa da fonti diverse, in contesti diversi, con parole diverse, su piattaforme diverse, la registriamo come diffusa. E se la percepiamo come diffusa, la consideriamo più credibile. Gli sciami di agenti sfruttano entrambi i meccanismi contemporaneamente, su scala industriale, ventiquattro ore su ventiquattro. IL TARGETING CHIRURGICO C’è un’altra eredità del passato che va smontata: l’idea che le operazioni di manipolazione si rivolgano a masse indifferenziate. La vecchia profilazione demografica è superata. Questi agenti aggregano dati da fonti eterogenee in tempo reale: profili social, registri pubblici, database di dati rubati acquistabili per pochi dollari su qualsiasi marketplace del dark web. Miliardi di record personali sono già disponibili, dispersi in centinaia di violazioni accumulate negli anni. Un agente con accesso a un modello linguistico e a un paio di database di dati trafugati può produrre migliaia di pezzi di contenuto unici al giorno, ciascuno calibrato su una persona diversa. Moltiplicato per centomila agenti che lavorano in parallelo, il costo computazionale è nell’ordine di qualche centesimo di dollaro per messaggio perfettamente personalizzato. Questo sistema costruisce quello che si può chiamare consenso sintetico: l’illusione che un’opinione sia ampiamente condivisa, che una posizione sia sostenuta dalla maggioranza, quando in realtà è un singolo operatore che parla attraverso migliaia di maschere. Funziona perché la percezione del consenso è per noi, come specie, uno degli indicatori più potenti di veridicità. Non abbiamo sviluppato anticorpi contro un consenso fabbricato artificialmente a questa scala. IL PARADOSSO DELLA REGOLAZIONE La risposta regolamentare esiste, almeno in Europa. Il Regolamento sull’Intelligenza Artificiale, la bozza del Codice di Condotta per i modelli di uso generale, i meccanismi di enforcement del Digital Services Act: sono strumenti avanzati rispetto a qualsiasi altro blocco geopolitico. Gli Stati Uniti non hanno una regolamentazione federale. Ma anche il framework europeo più ambizioso ha un limite strutturale che non è tecnico, è geopolitico: gli attacchi arrivano da paesi che non rispondono a nessuna di queste regole. È possibile regolamentare le proprie piattaforme, i propri sviluppatori, le proprie aziende. Non è possibile regolamentare un edificio a San Pietroburgo, Shenzhen o Nuova Delhi dove qualcuno sta istruendo sciami di agenti su modelli open-source installati su server locali. Il paradosso è grottesco nella sua precisione: il contenuto prodotto da chi rispetta le regole è marcato, tracciato, eventualmente rimosso. Il contenuto prodotto da chi vuole causare danno è libero, non marcato e non soggetto ad alcuna giurisdizione. La regolamentazione filtra i soggetti regolati, lasciando intatto il campo agli attori che, per definizione, non intendono essere regolati. C’è poi la questione degli incentivi delle piattaforme. Documenti interni di Meta resi pubblici da Reuters nel novembre 2025 stimavano che circa il 10% dei ricavi globali di Meta nel 2024 — circa 16 miliardi di dollari — provenisse da pubblicità per truffe e prodotti vietati. Il sacrificio massimo di ricavi che Meta era disposta ad accettare per agire contro gli inserzionisti sospetti era lo 0,15% del fatturato totale: 135 milioni di dollari su 90 miliardi. Quando il modello di business di una piattaforma dipende dal volume pubblicitario, rimuovere gli annunci fraudolenti ha un costo che nessuno vuole pagare. L’UNICO ANTICORPO CHE SCALA Il rilevamento automatico dei pattern ha gli stessi limiti della regolamentazione: funziona per un tempo limitato, poi gli sciami — progettati esattamente per farlo — si adattano. Il watermarking è efficace solo per chi è disposto ad usarlo. Il fact-checking arriva sempre dopo, è sempre più lento, non raggiunge mai la stessa scala del contenuto che intende smentire. Se centinaia di migliaia di agenti coordinati diffondono un video di un politico che dice qualcosa che non ha mai detto, quel politico può smentire quanto vuole: il video è lì, milioni di persone lo hanno visto, e la smentita arriva in un mondo in cui nessuno sa più distinguere il vero dal falso. Resta un anticorpo che ha una caratteristica che nessun sistema tecnico possiede: scala alla stessa velocità della minaccia. È la consapevolezza. Un sistema che fabbrica consenso sintetico funziona solo se le persone che lo ricevono non sanno che il consenso sintetico esiste. Conoscere il meccanismo lo indebolisce. Non lo neutralizza completamente, ma riduce drasticamente l’efficacia. Un po’ come i deepfake: adesso li conosciamo, e spesso li riconosciamo. Sapere come funziona rende più difficile cascarci. Questo non significa che la consapevolezza sia sufficiente. Significa che è la condizione necessaria di qualsiasi altra risposta. E che trattare l’alfabetizzazione mediatica come un progetto scolastico secondario, invece che come infrastruttura democratica al pari di ospedali e ponti, è una scelta politica con conseguenze precise. Nel frattempo, gli sciami non aspettano. FONTI * Centre for International Governance Innovation – From Trolls to Generative AI: Russia’s Disinformation Evolution https://www.cigionline.org/publications/from-trolls-to-generative-ai-russias-disinformation-evolution/ * Science – How malicious AI swarms can threaten democracy https://doi.org/10.1126/science.adz1697 * CNBC / Reuters – dati su Meta e pubblicità fraudolente https://www.cnbc.com/2025/11/06/meta-reportedly-projected-10percent-of-2024-sales-came-from-scam-fraud-ads.html Francesco Russo
May 5, 2026
Pressenza
L’algoritmo in bikini
Le polemiche su Grok e la generazione di immagini non consensuali nascondono una questione più profonda: come l’immagine algoritmica stia riscrivendo la nostra… L'articolo L’algoritmo in bikini sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
January 16, 2026
L'INDISCRETO
Minneapolis come laboratorio della post-verità
Tra deepfake, propaganda e narrazioni ufficiali che negano l’evidenza, il caso di Minneapolis è il simbolo di una guerra alla realtà in cui… L'articolo Minneapolis come laboratorio della post-verità sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
January 14, 2026
L'INDISCRETO
Perché è così difficile fermare i deepnude
È il dicembre 2017 quando la giornalista statunitense Samantha Cole scova sul forum Reddit il primo deepfake che gira in rete. È un video che riproduce l’attrice e modella israeliana Gal Gadot mentre ha un rapporto sessuale. Le immagini non sono precise, il volto non sempre combacia con il corpo e, quando si mette in play, il video genera il cosiddetto effetto uncanny valley, ovvero quella sensazione di disagio che si prova quando si osserva un robot con caratteristiche umane non del tutto realistiche. Come racconta Cole nell’articolo, “deepfakes” – questo il nome dell’utente – continuerà a pubblicare altri video generati con l’intelligenza artificiale e manipolati con contenuti espliciti: una volta con il volto di Scarlett Johansson, un’altra con quello di Taylor Swift. Il fatto che siano persone famose permette di avere più materiale fotografico e video da “dare in pasto” allo strumento e ottenere così un risultato il più possibile verosimile. Ma l’essere note al grande pubblico non è il solo tratto che le accomuna: tutte le persone colpite da deepfake sono donne, e tutte vengono spogliate e riprodotte in pose sessualmente esplicite senza esserne a conoscenza, e quindi senza aver dato il proprio consenso. In appena qualche anno, i deepfake sessuali – anche noti come deepnude – sono diventati un fenomeno in preoccupante espansione in tutto il mondo. Senza più quelle “imprecisioni” che li caratterizzavano ancora nel 2017, oggi riescono a manipolare l’immagine a partire da una sola foto. Anche in Italia se ne parla sempre più frequentemente, come dimostra la recente denuncia di Francesca Barra. Il 26 ottobre, la giornalista e conduttrice televisiva ha scritto un lungo post su Instagram dove racconta di aver scoperto che alcune immagini di lei nuda, generate con l’intelligenza artificiale, circolano da tempo su un sito dedicato esclusivamente alla condivisione di immagini pornografiche rubate o manipolate con l’IA. “È una violenza e un abuso che marchia la dignità, la reputazione e la fiducia”, ha scritto nel post Barra, che si è detta preoccupata per tutte quelle ragazze che subiscono la stessa violenza e che magari non hanno gli stessi strumenti per difendersi o reagire. I CASI NEI LICEI ITALIANI In effetti, casi analoghi sono già scoppiati in diversi licei in tutta Italia. A inizio anno, quattro studentesse di un liceo scientifico di Roma hanno ricevuto foto prese dai loro account Instagram in cui apparivano completamente nude. A manipolare le immagini è stato un loro compagno di classe, a cui è bastato caricare le foto su un bot su Telegram che in pochi istanti ha “spogliato” le ragazze. La Procura di Cosenza starebbe invece indagando su un altro caso che, secondo le cronache locali, arriverebbe a coinvolgere quasi 200 minorenni per un totale di 1200 deepnude. La dinamica è sempre la stessa: attraverso bot Telegram e strumenti online, studenti maschi hanno manipolato le foto delle loro compagne di classe. Secondo un’analisi condotta nel 2023, il 98% dei deepfake online registrati quell’anno (95.820) era a contenuto sessuale. Nel 99% di questi, la persona colpita era donna. Insomma, già quel primo video su Reddit preannunciava un utilizzo di questi strumenti volto quasi esclusivamente a quello che, in inglese, è stato inquadrato come image-based sexual abuse (IBSA), un abuso sessuale condotto attraverso l’immagine. “Intorno alla violenza digitale rimane sempre un po’ il mito che sia in qualche modo meno reale rispetto alla violenza fisica. Ma non è affatto così”, spiega a Guerre di Rete Silvia Semenzin, ricercatrice in sociologia digitale all’università Complutense di Madrid. “Le vittime di deepfake subiscono le stesse identiche conseguenze delle vittime di condivisione di materiale sessuale non consensuale. Quasi sempre, la violenza è continuativa e intrecciata nelle sue varie declinazioni, quindi alle molestie, allo stalking, ecc. A mio avviso, con i deepfake si entra in una fase della violenza in cui diventa anche più manifesta la volontà di controllo sul corpo femminile. Perché le radici del fenomeno sono di tipo culturale e affondano sempre nella volontà di sopraffazione del soggetto femminile da parte degli uomini, in questo caso attraverso l’utilizzo della tecnologia”. LA COMPLICITÀ DELLE PIATTAFORME I canali su cui vengono generati e diffusi maggiormente i deepfake sessuali sono generalmente siti anonimizzati che sfruttano hosting offshore e che non rispondono alle richieste legali di altri stati. Quello su cui Francesca Barra e altre donne dello spettacolo hanno scoperto i loro deepfake (di cui non faremo il nome per non dare maggiore visibilità) è attivo già dal 2012, anno di registrazione a New York. Se i contenuti presenti sono sempre materiali espliciti non consensuali, trafugati dai social media o da piattaforme pornografiche come Pornhub e OnlyFans, in cima all’interfaccia utente spiccano invece gli strumenti che permettono di creare con l’intelligenza artificiale la propria “schiava sessuale”. Questa scelta rivela come l’“offerta” all’utente non solo comprenda i deepnude, ma li consideri anche il “prodotto di punta” con cui invogliare all’utilizzo e ampliare la platea di visitatori. Silvia Semenzin e la collega Lucia Bainotti, ricercatrice in sociologia all’Università di Amsterdam, nel 2021 hanno pubblicato un saggio dal titolo Donne tutte puttane, revenge porn e maschilità egemone. Oltre ad anticipare già il tema dei deepfake sessuali, le due autrici in quel testo tracciavano il modo in cui l’architettura dei siti e delle piattaforme su cui vengono diffuse maggiormente immagini sessuali non consensuali possa essere complice dell’abuso fornendone gli strumenti. In particolare, la ricerca era incentrata sui gruppi di persone che condividono materiale non consensuale soprattutto su Telegram, app di messaggistica dove si muovono ancora adesso molti dei bot capaci di spogliare la donna in un solo clic. La possibilità di creare canali con molti utenti, assieme alla facilità di archiviazione nel cloud della stessa piattaforma e alla percezione di agire nell’anonimato sono alcune delle funzioni che garantiscono la continuità delle attività e rendono praticamente impossibile fermare la proliferazione di deepfake e materiale intimo non consensuale. Tutte queste funzionalità socio-tecniche, chiamate affordances (inviti all’uso) possono essere considerate “genderizzate”, perché vengono utilizzate in modo diverso a seconda che l’utente sia uomo o donna, contribuendo così a costruire la propria identità di genere. Per questo motivo – spiegano le due ricercatrici – l’architettura di Telegram può risultare complice nel fornire gli strumenti attraverso cui le violenze di genere vengono messe in pratica e reiterate. Raggiunta da Guerre di Rete, Bainotti spiega quali cambiamenti ha osservato nelle sue ricerche più recenti rispetto all’estensione del fenomeno e al modo in cui piattaforme e siti agevolano la diffusione di questo materiale: “C’è stato sicuramente un aumento consistente nel numero di utenti, per quanto sia difficile tenere traccia del dato preciso (ogni qualvolta viene buttato giù un gruppo se ne apre subito uno speculare). Quello che sicuramente ho riscontrato è che sono aumentati i bot attraverso cui generare i deepfake, e la pubblicità che ruota intorno a questi ‘prodotti’”, racconta Bainotti. “Ci sono dei meccanismi di monetizzazione molto più espliciti e molto più capillari”, prosegue Bainotti. “Spesso per creare un deepfake vengono chiesti pochi centesimi di euro. Questo ci dà un’indicazione del fatto che sono comunque prezzi molto accessibili, che non richiedono un particolare investimento monetario. In più, sono stati messi a punto schemi per coinvolgere più persone e fidelizzare più utenti. Se inviti altri amici, per esempio, ottieni delle monete virtuali per scaricare altri deepfake. Vengono quindi riproposti schemi che avevamo già osservato su Telegram, che incitano a generare immagini di nudo come fosse un gioco (gamification), normalizzando queste pratiche”. X, GOOGLE E NON SOLO: TUTTO ALLA LUCE DEL SOLE Tutto questo non avviene nel darkweb o in qualche meandro della rete, ma alla luce del sole. Google e altri motori di ricerca indirizzano il traffico verso siti che fanno profitto attraverso la generazione di deepfake sessuali che, nelle ricerche, vengono a loro volta indicizzati tra i primi risultati. Allo stesso modo le transazioni avvengono spesso su circuiti internazionali come Visa e Mastercard. Insomma, ogni attore coinvolto contribuisce in una certa misura a facilitare l’abuso. Nell’agosto 2024, a otto mesi di distanza dai deepnude di Taylor Swift diventati virali su X, Google ha annunciato provvedimenti per facilitare le richieste di rimozione di contenuti espliciti non consensuali da parte delle vittime. Anche l’indicizzazione è stata rivista in modo tale che i primi risultati a comparire siano articoli di stampa che trattano l’argomento e non le immagini generate con l’IA. Eppure, una recente analisi dell’organizzazione  anti-estremismo Institute for Strategic Dialogue (ISD) ha dimostrato che il modo più semplice per trovare immagini sessuali non consensuali rimane proprio quello della ricerca su Google, Yahoo, Bing e altri motori di ricerca. Almeno un risultato dei primi venti, infatti, è uno strumento per creare un deepnude. Dall’acquisizione nel 2022 di Elon Musk, anche X è diventato un luogo dove questi strumenti proliferano. Secondo Chiara Puglielli e Anne Craanen, autrici del paper pubblicato da ISD, il social media di proprietà di Musk genererebbe il 70% di tutta l’attività analizzata dalle due ricercatrici, che coinvolge più di 410mila risultati. Risulta problematico anche il form proposto da Google per chiedere la rimozione di un contenuto generato con l’IA: le vittime di image-based sexual abuse devono inserire nel modulo tutti i link che rimandano al contenuto non consensuale. Questo le costringe a tornare sui luoghi in cui si è consumato l’abuso, contribuendo a quella che notoriamente viene definita vittimizzazione secondaria, ovvero la condizione di ulteriore sofferenza a cui sono sottoposte le vittime di violenza di genere per mano di istituzioni ed enti terzi. “Ancora oggi le piattaforme prevedono che sia a onere della vittima ‘procacciarsi’ le prove della violenza e dimostrare che il consenso era assente, quando invece si dovrebbe ragionare al contrario”, spiega ancora Semenzin. “Se denuncio la condivisione di una foto senza il mio consenso, la piattaforma dovrebbe rimuoverla lasciando semmai a chi l’ha pubblicata il compito di dimostrare che il consenso c’era. Questo sarebbe già un cambio di paradigma”. Il Digital Services Act obbliga le piattaforme digitali con più di 45 milioni di utenti ad avere processi efficienti e rapidi per la rimozione di contenuti non consensuali o illegali. A fine ottobre, la Commissione Europea ha aperto delle procedure di infrazione contro Instagram e Facebook per aver aggiunto delle fasi non necessarie – note come dark patterns (modelli oscuri) – nei meccanismi di segnalazione di materiale illecito che potrebbero risultare “confuse e dissuasive” per gli utenti. Meta rischia una sanzione pari al 6% del fatturato annuo mondiale se non si conforma nei tempi dettati dalla Commissione. Più in generale, è stato osservato in più studi che gli algoritmi di molte piattaforme amplificano la visibilità di contenuti misogini e suprematisti. Usando smartphone precedentemente mai utilizzati, tre ricercatrici dell’Università di Dublino hanno seguito ore di video e centinaia di contenuti proposti su TikTok e Youtube Shorts: tutti i nuovi account identificati con il genere maschile hanno ricevuto entro i primi 23 minuti video e immagini anti-femministi e maschilisti. È stato riscontrato inoltre un rapido incremento se l’utente interagiva o mostrava interesse per uno dei contenuti in questione, arrivando a “occupare” la quasi totalità del feed delle due piattaforme. Nell’ultima fase dell’osservazione, il 76% di tutti i video su Tik Tok e il 78% di quelli proposti su YouTube mostravano a quel punto contenuti tossici realizzati da influencer della maschiosfera, il cui volto più noto è sicuramente Andrew Tate, accusato in più paesi di violenza sessuale e tratta di esseri umani. LACUNE LEGALI Dallo scorso 10 ottobre, in Italia è in vigore l’articolo 612 quater che legifera sulla “illecita diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale”. È prevista la reclusione da uno a cinque anni per “chiunque cagioni un danno ingiusto a una persona, cedendo, pubblicando o altrimenti diffondendo, senza il suo consenso, immagini, video o voci falsificati o alterati mediante l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale”. Essendo trascorso poco più di un mese dalla sua entrata in vigore, non si hanno ancora sentenze che facciano giurisprudenza e che mostrino efficacia e limiti della norma. Quello che appare evidente è però che il testo si occupa di tutti i materiali generati con l’IA, senza entrare nello specifico dei casi in cui i contenuti manipolati sono sessualmente espliciti. Non lo fa neanche l’articolo introdotto nel 2019 (612-ter), che seppur formuli il reato di diffusione di immagini intime senza consenso, conosciuto con il termine inappropriato di revenge porn, non amplia il raggio d’azione a quelle manipolate con l’IA.  Come scrive Gian Marco Caletti, ricercatore in scienze giuridiche all’università di Bologna, questa esclusione “è apparsa fin da subito un aspetto critico, poiché nel 2019 era già ampiamente preventivabile l’affermarsi di questo uso distorto dell’intelligenza artificiale”. La lacuna della legge del 2019 sembrava destinata a essere sanata grazie alla Direttiva europea sulla violenza di genere del 2024, che obbliga gli stati membri a punire le condotte consistenti nel “produrre, manipolare o alterare e successivamente rendere accessibile al pubblico” immagini, video o materiale analogo che faccia credere che una persona partecipi ad atti sessualmente espliciti senza il suo consenso. Eppure, anche nell’articolo entrato in vigore in Italia lo scorso mese, il reato non viene letto attraverso la lente della violenza di genere: il testo mette potenzialmente insieme deepfake di politici creati, per esempio, per diffondere disinformazione in campagna elettorale e deepnude che presentano invece una matrice culturale ben precisa. Se da un lato la legge presenta alcune lacune, è anche vero che la pronuncia del giudice è solo l’ultimo tassello di un iter che, nelle fasi precedenti, coinvolge molti più attori: dalle forze dell’ordine che ricevono la denuncia alle operatrici che lavorano nei centri anti-violenza. La diffusione di image-based sexual abuse è un fenomeno che si muove sul piano culturale, sociale e tecnologico. E per questo motivo non può essere risolto solo con risposte legali. Il quadro normativo è fondamentale, anche allo scopo di criminalizzare la “produzione” di deepfake sessuali, ma non è sufficiente. Come si è visto già con l’introduzione della legge del 2019 sul revenge porn, questa non si è trasformata effettivamente in un deterrente alla condivisione di immagini esplicite non consensuali e, come riporta l’associazione Permesso Negato, la situazione è rimasta critica. “Abbiamo bisogno di armonizzare gli strumenti a nostra disposizione: abbiamo una legge contro la condivisione di materiale non consensuale, di recente è stata introdotta quella contro i deepfake e dal 2024 c’è una direttiva europea sulla lotta contro la violenza di genere”, spiega ancora Bainotti. “Dobbiamo cercare di applicarle in modo che siano coerenti tra loro e messe a sistema. Nel caso italiano, credo che sia proprio questo il punto più carente, perché se abbiamo le leggi, ma allo stesso tempo abbiamo operatori di polizia o altri enti responsabili che non sono formati alla violenza di genere attraverso la tecnologia, la legge rimane fine a se stessa. Bisogna adottare un approccio sinergico, che metta insieme una chiara volontà politica, un’azione educatrice e una rivoluzione tecnologica”, conclude Bainotti. NUOVI IMMAGINARI Da alcuni anni, in Europa, stanno nascendo progetti non-profit che si occupano di tecnologia e spazi digitali da un punto di vista femminista. In Spagna, il collettivo FemBloc offre assistenza a donne e persone della comunità LGBTQ+ vittime di violenza online grazie al supporto interdisciplinare di esperti di sicurezza digitale, avvocati e psicologi. Tra le attività svolte c’è anche quella della formazione all’interno delle scuole contro la violenza di genere digitale, consulenze gratuite su come mettere in sicurezza i propri account e seminari aperti al pubblico. Una realtà analoga è quella di Superrr, fondata in Germania nel 2019. Il loro lavoro – si legge sul sito – è quello di “assicurare che i nostri futuri digitali siano più giusti e più femministi. Tutte le persone dovrebbero beneficiare delle trasformazioni digitali preservando i propri diritti fondamentali”.  In un momento storico in cui la connessione tra “broligarchi tech” e Donald Trump è più evidente che mai, dove i primi si recano alla Casa Bianca per portare regalie e placche d’oro in cambio di contratti federali, sembra quasi ineluttabile che lo spazio digitale sia stato conquistato da un certo tipo di mascolinità: aggressiva, prepotente, muscolare. Eppure, c’è chi vuole ancora tentare di colonizzare questi spazi con nuovi immaginari politici e un’altra concezione dei rapporti di potere nelle relazioni di genere. L'articolo Perché è così difficile fermare i deepnude proviene da Guerre di Rete.
November 26, 2025
Guerre di Rete