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Esito Class action promossa dalle associazioni: Il TAR Veneto condanna l’inaccessibilità al diritto di asilo
Con due importanti sentenze del 18 marzo 2026, n. 616 e n. 617 il Tribunale Amministrativo per il Veneto ha condannato le Questure di Venezia e Vicenza per i ritardi sistematici nell’accesso alla procedura di asilo causati dall’inefficienza organizzativa strutturale derivante da scelte organizzative dell’Amministrazione. Le class action erano state presentate il 7 marzo 2025 da ASGI, EMERGENCY, Lungo la Rotta Balcanica e CADUS, con il sostegno di Casa di Amadou, contro la Questura di Venezia e da ASGI e CADUS contro la Questura di Vicenza. Nel corso del giudizio sono intervenute, a supporto dei ricorrenti, anche OXFAM ITALIA, Casa di Amadou, Spazi Circolari e alcune persone richiedenti asilo. Per la prima volta in Italia, una class action pubblica di questo tipo è stata promossa esclusivamente da associazioni, la cui legittimazione ad agire anche senza la partecipazione di singole persone fisiche è stata pienamente riconosciuta dal TAR. Il Tribunale Amministrativo del Veneto ha accolto entrambi i ricorsi, accertando che i termini di legge per la presentazione delle richieste di asilo sono stati sistematicamente violati e che l’attuale organizzazione degli uffici preposti è inidonea e insufficiente sia rispetto alle risorse disponibili sia rispetto allo sforzo organizzativo esigibile ai sensi della normativa. Determinanti sono state le prove fornite dalle associazioni ricorrenti e intervenienti che, forti del sostegno reciproco, hanno documentato, con chiarezza e meticolosità, come riconosciuto anche dallo stesso TAR, l’insostenibile condizione in cui versano i richiedenti asilo, costretti ad attendere tempi lunghissimi per accedere a un diritto fondamentale e a subire le gravose conseguenze di tale inefficienza. Al contrario, il TAR ha ritenuto le risposte fornite dalle Questure insufficienti e non sostenute da prove documentali, e ha condannato l’inerzia del Ministero dell’Interno che non ha fornito in giudizio i dati comparativi delle condizioni in cui versano le altre Questure sul territorio italiano nella gestione dei medesimi procedimenti. Sono proprio le scelte organizzative non fatte da parte dell’Amministrazione a dimostrare che: “l’assetto organizzativo prescelto non è calibrato per assicurare, con continuità, il rispetto degli stringenti termini di legge” secondo i giudici e che tale disfunzione “incidendo su diritti fondamentali della persona, sarebbe stata tollerabile se l’Amministrazione avesse provato, in modo circostanziato e documentale, che il mancato rispetto del termine dipende da fattori non fronteggiabili mediante misure organizzative ragionevolmente esigibili”. Tale prova, come evidenziato dalle avvocate e dagli avvocati del collegio difensivo, è assolutamente mancata. Le Questure sono ora obbligate al ripristino della legalità entro 90 giorni attraverso una riduzione progressiva dei tempi, lo smaltimento dell’arretrato e l’introduzione di “una gestione efficiente del procedimento di presentazione delle domande, facilitando l’accesso degli interessati agli uffici della Questura e garantendo la tempestiva raccolta delle manifestazioni di volontà di richiedere la protezione internazionale”. “Con queste due sentenze il TAR ha dunque ribaltato il rapporto di forza tra le Questure, il Ministero e le persone straniere richiedenti asilo, condannando le amministrazioni al ripristino di una funzione amministrativa così delicata come quella relativa all’accesso e allo svolgimento della procedura di riconoscimento della protezione internazionale, ma anche stigmatizzando l’inerzia dell’Amministrazione centrale e l’insufficienza di riscontro probatorio delle Amministrazioni periferiche” dichiarano le associazioni che si augurano che “queste pronunce aprano un varco anche e soprattutto in termini di replicabilità nell’oblio che negli anni ha generato la mala gestione dei procedimenti di asilo in tutto il territorio italiano”. ASGI CADUS Casa di Amadou EMERGENCY Lungo la Rotta Balcanica OXFAM ITALIA Spazi Circolari ASGI Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione
March 20, 2026
Pressenza
L’indipendenza della magistratura per salvare lo Stato di diritto e la pace
La vigilia del voto referendario sull’ordinamento della magistratura rischia di essere coperta dai lampi di guerra e dalle avvisaglie quotidiane di una devastante crisi economica. Mentre si cerca di nascondere sotto il tema della separazione delle carriere la soppressione dell’autonomia degli organi di autogoverno e di disciplina della magistratura, e rimarrà affidata alla maggioranza semplice dell’attuale parlamento la riforma sostanziale delle leggi che riguardano l’ordinamento giudiziario (art.8 delle disposizioni transitorie della riforma), il governo Meloni cerca di ottenere consenso su rilevanti modifiche della Costituzione in nome degli errori che sarebbero stati commessi in passato da singoli giudici, o per abbattere quello che si suole definire come “sistema delle correnti”. Un sistema che è stato denunciato e sanzionato dalla stessa giurisdizione. Si arriva quindi ad attaccare (con il sorteggio) il diritto dei magistrati di scegliersi i loro rappresentanti nel CSM, presidio democratico che i costituenti avevano voluto alla fine della dittatura fascista, e che adesso si vorrebbe frantumare in tre parti. La riforma sulla quale si voterà al referendum, in base a dichiarazioni degli esponenti di governo disseminate negli atti parlamentari, è solo una parte di un disegno più ampio che intende trasferire potere dalla giurisdizione all’esecutivo, come si vorrebbe fare con gli interventi annunciati in materia di esercizio dell’azione penale, il cui ambito andrebbe stabilito dal governo. E poi potrebbe seguire lo sganciamento della polizia giudiziaria dai poteri di impulso delle procure. Ad ogni decisione scomoda per chi governa seguiranno attacchi personali e gogne mediatiche che in un prossimo futuro potrebbero tradursi in procedimenti disciplinari. Comunque vada il voto, gli attacchi ai giudici non allineati agli indirizzi della maggioranza continueranno, in un quadro normativo ancora confuso, tanto che, se la riforma costituzionale andrà a regime, si possono attendere numerosi conflitti di attribuzione che saranno sollevati davanti alla Corte Costituzionale. Di certo non si tratta di ripristinare criteri meritocratici, come sostengono i fautori del Sì alla riforma, semmai il merito sarà stabilito in base al conformismo delle decisioni dei giudici agli orientamenti di chi governa ed incide, attraverso una maggioranza parlamentare inattaccabile, sulla nomina dei componenti del CSM e della nuova Alta Corte di Disciplina. La riforma del sistema disciplinare, al di là della separazione delle carriere, rappresenta il fulcro della riforma costituzionale, che nelle dichiarazioni di diversi esponenti di governo non ha lo scopo di restituire efficienza, o di rendere la giustizia più accessibile ai cittadini, che soffrono continue restrizioni del diritto al patrocinio gratuito e la lunghezza insopportabile dei procedimenti civili, ma mira a riprendere il controllo sugli organi giurisdizionali. Non ci si può fermare ad un testo di riforma costituzionale che prevede una delega completa al governo, attraverso la solida maggioranza parlamentare di cui dispone, per riformulare l’intero ordinamento della magistratura e le regole di funzionamento dei nuovi organi di autogoverno, che dovrebbero essere modellati sulla separazione delle carriere. Magari senza accogliere neppure un emendamento dell’opposizione, come è accaduto per la riforma della magistratura che adesso si sottopone al referendum. Chi sostiene la necessità di limitare il dibattito al testo stringato delle diverse modifiche costituzionali sottoposte a referendum, come molti esponenti dell’avvocatura associata, è in evidente contraddizione con chi, dallo stesso schieramento, sostiene che la magistratura sarebbe un “cancro” del paese, o sarebbe composta da giudici ideologizzati, che anteporrebbero al dovere di applicare la legge (art.101 Cost.) la finalità di contrastare l’azione di governo. Anche la distinzione tra “testo” e “contesto”, come se gli elettori dovessero pronunciarsi solo su un quesito tecnico, peraltro formulato in modo che risente delle contraddizioni interne al testo di riforma, è un espediente per disorientare cittadini che non hanno competenze giuridiche e che in questi ultimi giorni sono bersaglio di una devastante campagna elettorale dei fautori del Sì basata esclusivamente sulla delegittimazione della magistratura. Una modalità di propaganda politica che spaccherà il paese per un tempo molto più lungo dei tempi previsti per la riforma costituzionale. L’indipendenza della magistratura dalla politica è una condizione essenziale per garantire lo Stato di diritto. Che non si limita alle garanzie formali dell’ordinamento democratico, ma che, per effetto degli articoli 2 e 3 della Costituzione, corrisponde ad una tutela rafforzata dei diritti fondamentali, dal diritto alla vita ed alla salute, al diritto al lavoro ed alla unità familiare, dal diritto alla libertà personale alla libertà di manifestazione del pensiero e di associazione nei cd. corpi intermedi, come le organizzazioni non governative. A chi esibisce casi singoli, errori giudiziari come il caso Tortora, o alimenta demagogia su falsi moralismi, come nel caso della cd. “famiglia nel bosco”, che sarà ricevuta da La Russa in Parlamento, si possono opporre centinaia di decisioni dei giudici che, giorno dopo giorno, di fronte a persistenti abusi di Stato o illegittimità istituzionali, hanno garantito i diritti fondamentali a cittadini comuni, ad esempio in materia di tutela ambientale, di diritto alla salute, o di diritto del lavoro, ed anche a persone immigrate, come nel caso delle mancate convalide dei trattenimenti amministrativi nei centri di detenzione per i rimpatri (CPR). Una giurisdizione indipendente garantisce il rispetto del principio di uguaglianza a salvaguardia dei diritti dei soggetti più deboli di fronte agli altri poteri dello Stato. Una giurisdizione indipendente è essenziale anche a livello europeo, mentre si attendono importanti decisioni della Corte di giustizia sulla legittimità della esternalizzazione dei rimpatri, della detenzione amministrativa e delle procedure di asilo in paesi terzi ritenuti “sicuri”. Il ruolo della giurisdizione diventa ancora più importante in un momento in cui l’Unione europea sembra dividersi su tutto, per il ricatto di alcuni paesi sovranisti e nazionalisti, ma sembra trovare un accordo, su forte impulso italiano, su politiche di ulteriore sbarramento delle frontiere. Che adesso sarebbero a rischio per arrivi di massa da paesi in guerra, arrivi che probabilmente non si verificheranno, ma che sono allarmi agitati per diffondere paura e conquistare consensi elettorali in favore dei partiti sovranisti che si candidano ad essere gli unici garanti dell’ordine e della sicurezza. La tenuta dello Stato di diritto è strettamente legata al rispetto del diritto internazionale. Chiunque si schieri con chi viola il diritto internazionale, anche quando si ritenga di intervenire per garantire i traffici commerciali, come quelli attualmente bloccati attraverso lo stretto di Hormuz, rischia di cadere in una spirale senza fine di attacchi, e di guerra ibrida, senza alcun rispetto delle Convenzioni internazionali. Solo la fine del ricorso alle armi, per risolvere le controversie internazionali (art.11 Cost.), ed il superamento del fossile come risorsa energetica dominante, con il ritorno ad una politica basata sul multilateralismo e sul ricorso alle fonti energetiche alternative, possono salvare il genere umano. Perché questa guerra globale, che sta devastando intere regioni del globo non lascerà indenne nessuno. In momenti come questi ritorna cruciale il ruolo della magistratura interna, delle corti europee e della giurisdizione internazionale. Senza l’affermazione della giustizia, a tutti i livelli, non ci sono prospettive di pace. Se Trump ha potuto imporre la sua politica economica, ed adesso la guerra vera in tutto il medio-oriente, e la finta pace, attraverso il Board of Peace, affermando un potere personale immune da qualsiasi controllo giurisdizionale, si deve ad una magistratura che negli Stati Uniti, non ha saputo sanzionare l’attacco sovversivo di Capitol Hill e che oggi fatica ad affrontare i dossier sui rapporti tra Epstein e l’attuale padrone della Casa Bianca. La Corte Suprema ha legittimato numerose aberrazioni dello Stato di diritto perpetrate negli Stati Uniti da agenti istituzionali, salvo un recente ripensamento sull’agenzia ICE che, nel contrasto dell’immigrazione, ha operato allo stesso livello delle bande criminali che doveva combattere, anche a costo di uccidere a freddo civili inermi. Vanno salvaguardate, oltre al diritto internazionale, ormai soppiantato dal diritto della forza, quelle giurisdizioni come la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale, che se non fossero state contrastate in tutti i modi, in Italia, ad esempio sul caso Almasri, dai governi di indirizzo populista e nazionalista, avrebbero potuto portare avanti fino ad una condanna i procedimenti contro i principali responsabili dello stato di guerra permanente che oggi oscura il futuro del mondo. Una condanna che, con adeguate sanzioni a livello internazionale, avrebbe potuto costituire un deterrente di fronte alle politiche basate sulle guerre di aggressione. Basti pensare a Putin e Netanyahu, ed ai loro accoliti, che sono i principali artefici, con gli Stati Uniti di Trump, della guerra in Ucraina e del conflitto in Medio-Oriente che, per effetto degli attacchi innescati da Israele, con il sostegno americano, e delle reazioni dell’Iran, sta bloccando, dopo i trasporti via mare, anche i principali impianti estrattivi, con il collasso economico dell’occidente industrializzato. Non basterà invocare l’intervento delle Nazioni Unite, da parte di chi si è schierato dalla parte dei nemici del multilateralismo, per prospettare soluzioni a guerre che sono soltanto la conseguenza delle politiche economiche imposte dalle destre, e dai potentati economici che le sostengono, a livello mondiale. Il conflitto asimmetrico nell’area del Golfo Persico non avvicina la democrazia in Iran, come non è arrivata la democrazia dopo anni di presenza americana in Afghanistan. La soluzione finale su Gaza, rispetto alla quale l’ONU è stato messo in una condizione di impotenza per effetto dei veti incrociati, rischia adesso di diventare la conferma definitiva della fine del diritto internazionale, per la mancanza di una giurisdizione che riesca a sanzionare i crimini di genocidio e di pulizia etnica. La giurisdizione, internazionale ed interna, viene delegittimata quando sarebbe più necessaria che mai. L’aumento irreversibile della disoccupazione, derivante anche dalle modalità proprietarie del ricorso all’intelligenza artificiale, la criminalizzazione di qualsiasi forma di dissenso, lo svuotamento dei diritti di associazione e di partecipazione, la negazione dei diritti sociali, segneranno una stagione di conflitti crescenti tra singoli cittadini, associazioni, corpi collettivi, comunità locali, ed autorità statali. La crisi economica devastante che si profila all’orizzonte, senza un ruolo effettivo dei controlli giurisdizionali, non deve risolversi nell’ennesima guerra tra poveri, a tutto vantaggio dei governi che ne sono i principali responsabili. Ed è adesso che deve intervenire una giurisdizione davvero indipendente dal potere politico, garanzia della certezza del diritto e del riconoscimento effettivo dei diritti fondamentali. In questa direzione, oltre al voto referendario per il No alla riforma costituzionale targata Nordio, sarà necessario l’agire quotidiano di tutte le forze che si stanno riaggregando in difesa dello Stato di diritto e della Costituzione democratica. Oggi sul referendum in materia di giustizia, domani nella prospettiva di un nuovo governo del paese, con un diverso ruolo in Europa e nel mondo. Perché il diritto della forza non prevalga sulla forza del diritto. Fulvio Vassallo Paleologo
March 20, 2026
Pressenza
La Spring Mission 2026 della Global Sumud Flotilla riparte dai porti italiani
Da Livorno a Civitavecchia e Napoli, da Trieste ad Ancona e Bari, fino alla Sicilia e poi a Gaza, le barche della flotilla porteranno aiuti umanitari, medici e personale per la ricostruzione nella Striscia. La Global Sumud Flotilla salperà da innumerevoli porti italiani nel corso del prossimo mese, con una portata mai vista prima: almeno cento barche con migliaia di partecipanti da 50 Paesi. L’obiettivo non è più limitato a portare aiuti umanitari e rompere il blocco navale che da quasi 20 anni tiene sotto assedio le acque di Gaza – un assedio illegittimo secondo il diritto internazionale, che viene ignorato e normalizzato da tantissimi governi occidentali, tra cui quello italiano. Su richiesta della popolazione palestinese, infatti, alla flotilla parteciperanno medici, costruttori, educatori e altri figure fondamentali alla ricostruzione della Striscia.  È uno sforzo guidato da chi la Palestina la vive, a differenza del piano “Riviera di Gaza” propinato dal cosiddetto Board of Peace di Trump e Kushner: un nodo turistico e finanziario che ignora totalmente la volontà di una popolazione che da anni sopravvive a occupazione e genocidio.  In un mondo in cui le guerre imperversano sulla pelle dei civili, la resistenza e resilienza dei palestinesi – in arabo, appunto, sumud ( صمود ) – sono il faro del viaggio di solidarietà e speranza che guida la Global Sumud Flotilla. Questo viaggio parte proprio dall’Italia, che ancora è complice della  produzione di armamenti venduti a Israele, in particolare tramite Leonardo S.p.A, partecipata statale che collabora producendo droni armati, radar, cyber-sicurezza, sistemi missilistici e infrastrutture digitali di sorveglianza, come rivelato dal dossier di Rossana De Simone per BDS. E mentre il Consiglio dei Ministri riferisce “grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti” della guerra iniziata da Israele e Stati Uniti in Iran e in tutto il Medio Oriente, l’Italia continua a fornire armi e a ospitare basi militari statunitensi senza battere ciglio. La flotilla è l’alternativa solidale e pragmatica all’inazione e alla complicità del governo Meloni. Lo dimostrerà con una serie coordinata di partenze da diversi porti italiani, per raggiungere la Sicilia e salpare insieme per Gaza. La partenza delle barche sarà accompagnata da talk, concerti ed eventi partecipati da civili e personalità pubbliche solidali alla causa. Livorno 22 marzo Ancona 22 marzo Civitavecchia 29 marzo Napoli 29 marzo Bari 4-7 aprile Appuntamenti in altri porti italiani sono in via di definizione e saranno comunicati nei prossimi aggiornamenti. Comunicare in anticipo la presenza presso uno degli eventi al form seguente che riporta gli orari:  https://rsvp/prelanci/GSF In un momento in cui l’attenzione sulla Palestina si affievolisce, fagocitata dalle mire imperialiste di Stati Uniti e Israele, la Global Sumud Flotilla torna a salpare in direzione della popolazione palestinese e di tutti i popoli oppressi. Global Movement to Gaza
March 20, 2026
Pressenza
Campania, crescita e disuguaglianze: il rapporto Bankitalia 2025 tra economia e diritti
Una lettura del rapporto Bankitalia 2025 che mette in relazione sviluppo economico, vulnerabilità sociale e accesso effettivo ai diritti. Il rapporto della Banca d’Italia evidenzia una crescita moderata dell’economia regionale, ma anche la persistenza di forti disuguaglianze sociali e territoriali. Dal lavoro alla casa, il nodo è l’effettivo accesso ai diritti e il ruolo delle politiche pubbliche. Il rapporto della Banca d’Italia sull’economia della Campania nel 2025 restituisce l’immagine di una regione in moderata crescita, sostenuta soprattutto dai servizi e da alcuni comparti industriali, ma ancora segnata da rilevanti fragilità strutturali. Il ridimensionamento dell’edilizia privata incentivata e il crescente peso degli investimenti pubblici delineano una fase di transizione del settore delle costruzioni, mentre il mercato del lavoro mostra miglioramenti che non riescono tuttavia a ridurre in modo significativo le disuguaglianze. I dati evidenziano la presenza di un’ampia area di vulnerabilità sociale, testimoniata anche dal numero elevato di famiglie beneficiarie di misure di sostegno al reddito. In questo contesto, lavoro e accesso all’abitazione assumono una dimensione centrale anche sul piano dei diritti, incidendo concretamente sulle condizioni di vita delle persone. Il contributo propone una lettura del rapporto che mette in relazione economia, politiche pubbliche e diritti fondamentali, evidenziando come la qualità dello sviluppo non possa essere misurata soltanto in termini di crescita, ma anche nella capacità di garantire inclusione, accesso ai servizi e riduzione delle disuguaglianze territoriali. Il rapporto della Banca d’Italia sull’economia della Campania nel 2025 restituisce un quadro articolato delle dinamiche economiche regionali e consente di cogliere non soltanto l’andamento dei principali indicatori macroeconomici, ma anche le implicazioni che tali dinamiche producono sul piano sociale e territoriale. Dietro i dati sulla crescita si collocano infatti questioni centrali come il lavoro, l’accesso ai servizi, la qualità delle politiche pubbliche e, più in generale, l’effettività dei diritti. Nel primo semestre del 2025 il prodotto interno lordo regionale registra una crescita dell’1 per cento rispetto all’anno precedente, con una dinamica superiore alla media nazionale. Si tratta di un dato che segnala una certa capacità di tenuta del sistema economico campano, sostenuta in particolare dal settore dei servizi e da alcune componenti dell’industria manifatturiera. Tra queste, il comparto farmaceutico continua a rappresentare uno dei principali fattori di crescita, confermando un posizionamento competitivo ormai consolidato a livello internazionale. Allo stesso tempo, il rapporto evidenzia come altri settori, tra cui l’automotive, stiano attraversando una fase di significativa contrazione, legata sia ai processi di transizione tecnologica sia alle trasformazioni delle catene globali del valore. Il quadro che emerge è quindi quello di una crescita selettiva e non omogenea, nella quale la dinamica espansiva di alcuni comparti non riesce a compensare pienamente le difficoltà di altri. Una crescita che, pur presente, non si distribuisce in modo uniforme né tra i settori produttivi né, soprattutto, tra le diverse componenti sociali. Uno degli ambiti nei quali tali trasformazioni risultano particolarmente evidenti è il settore delle costruzioni. Negli anni precedenti, il comparto edilizio aveva beneficiato in modo rilevante degli incentivi fiscali legati al Superbonus e ad altre misure di sostegno all’edilizia privata. La progressiva riduzione di tali strumenti ha determinato una contrazione del valore degli interventi edilizi agevolati rispetto al 2024 e una diminuzione delle ore lavorate nel settore. Questo ridimensionamento non rappresenta soltanto la fine di una fase congiunturale favorevole, ma segnala una vera e propria transizione strutturale del comparto. Il rapporto evidenzia infatti come, parallelamente alla riduzione dell’edilizia privata incentivata, stia emergendo con maggiore forza il ruolo degli investimenti pubblici. La spesa degli enti locali per opere pubbliche registra un incremento significativo e interessa ambiti strategici quali le infrastrutture urbane, l’edilizia scolastica e l’edilizia residenziale. Si tratta di un cambiamento di prospettiva che attribuisce un ruolo sempre più centrale alla capacità programmatoria e attuativa delle amministrazioni pubbliche. In questo contesto, la qualità dell’azione amministrativa diventa un fattore determinante non solo per la crescita economica, ma anche per la qualità della vita delle comunità locali. La capacità di trasformare le risorse disponibili in interventi concreti incide infatti direttamente sull’accesso ai servizi, sulla vivibilità degli spazi urbani e sulle opportunità di inclusione sociale. Il mercato del lavoro regionale mostra segnali di miglioramento, con un aumento dell’occupazione e una riduzione del tasso di disoccupazione. Tuttavia, la Campania continua a presentare livelli di disoccupazione sensibilmente più elevati rispetto alla media nazionale, evidenziando la persistenza di criticità strutturali. Anche il reddito disponibile delle famiglie registra una crescita moderata. Rimane tuttavia elevato il numero di nuclei che dipendono da strumenti di sostegno pubblico: il rapporto segnala infatti la presenza di oltre 160.000 famiglie beneficiarie dell’assegno di inclusione, dato che restituisce la dimensione di un’area di vulnerabilità economica e sociale ancora molto ampia. Questi dati non rappresentano soltanto indicatori economici, ma incidono direttamente sull’esercizio concreto di diritti fondamentali. La difficoltà di accesso a un lavoro stabile e a un reddito adeguato si riflette infatti sulla possibilità per molte persone di accedere a condizioni di vita dignitose, ai servizi essenziali e a un’abitazione adeguata. In questo senso, il lavoro non rappresenta soltanto un indicatore economico, ma una condizione essenziale per l’effettiva partecipazione alla vita sociale ed economica del Paese, in coerenza con quanto previsto dall’articolo 4 della Costituzione, che riconosce il diritto al lavoro e promuove le condizioni che lo rendano effettivo. La questione abitativa rappresenta, sotto questo profilo, uno degli snodi più rilevanti. La difficoltà di accesso a un alloggio adeguato costituisce uno degli ambiti nei quali le disuguaglianze economiche si traducono in modo più evidente in disuguaglianze sociali. La precarietà abitativa incide infatti sulla stabilità dei nuclei familiari, sui percorsi educativi e lavorativi e, più in generale, sulle possibilità di inclusione. Il diritto all’abitare, pur non essendo espressamente formulato come diritto autonomo nella Costituzione italiana, trova fondamento nei principi di tutela della dignità umana e di uguaglianza sostanziale sanciti dall’articolo 3, che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. In questo contesto, le politiche abitative – e in particolare quelle relative all’edilizia residenziale pubblica – assumono un ruolo strategico nel contrasto alle disuguaglianze e nella promozione di condizioni di vita dignitose, contribuendo a rendere effettivi diritti che altrimenti rischierebbero di rimanere solo formali. Il rapporto della Banca d’Italia richiama inoltre l’attenzione sul persistente divario territoriale tra Mezzogiorno e resto del Paese. Tale divario non è soltanto economico, ma riguarda la qualità delle infrastrutture, l’accesso ai servizi e le opportunità offerte ai cittadini. In questa prospettiva, la questione territoriale assume anche una dimensione di equità e non discriminazione, ponendo il tema della garanzia di diritti uniformi sull’intero territorio nazionale. La possibilità di accedere a servizi essenziali, a opportunità lavorative e a condizioni abitative adeguate non dovrebbe infatti dipendere dal contesto geografico di appartenenza. Le implicazioni per le politiche pubbliche risultano quindi particolarmente rilevanti. Il rapporto evidenzia come lo sviluppo economico non possa essere considerato separatamente dalle condizioni sociali e come sia necessario un approccio integrato che tenga insieme crescita, inclusione e coesione territoriale. La capacità amministrativa delle istituzioni pubbliche rappresenta, in questo quadro, un fattore decisivo. La gestione degli investimenti, la programmazione degli interventi e la capacità di integrare politiche economiche e sociali costituiscono elementi centrali per il funzionamento del sistema territoriale. Il rapporto restituisce dunque non soltanto una fotografia dell’economia regionale, ma anche uno strumento di riflessione sulle trasformazioni sociali in atto e sulle responsabilità delle politiche pubbliche. La crescita economica, pur presente, non appare ancora sufficiente a garantire un miglioramento diffuso e omogeneo delle condizioni di vita. Per questo motivo, la qualità dello sviluppo non può essere misurata esclusivamente in termini di prodotto interno lordo, ma deve essere valutata anche nella capacità di tradursi in diritti effettivi, accesso ai servizi e condizioni di vita dignitose. In definitiva, i dati economici assumono un valore che va oltre la dimensione statistica, diventando uno strumento per comprendere le dinamiche sociali e per orientare scelte pubbliche capaci di incidere concretamente sulla vita delle persone, riducendo le disuguaglianze e rafforzando la coesione territoriale. Redazione Napoli
March 19, 2026
Pressenza
Alla Federico II il confronto sul referendum della giustizia richiama una folla di studenti
Nell’ateneo napoletano il dibattito tra le ragioni del Sì e del No con Giuseppe Conte e Gennaro Sangiuliano. Ma il dato più forte della giornata è stata la partecipazione dei giovani, oltre le previsioni. Le scale della Federico II si sono riempite presto, molto prima dell’orario previsto. Nell’atrio sostavano gruppi di ragazzi, nei corridoi cresceva l’attesa, davanti alla sala Pessina diventava sempre più difficile avvicinarsi. Prima ancora che il confronto sul referendum sulla giustizia cominciasse, la scena diceva già molto della giornata. L’iniziativa, promossa dagli studenti del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha raccolto una partecipazione così ampia da rendere necessario allestire un’aula aggiuntiva e una diretta streaming. La scelta della sala Pessina rispondeva anche al valore rappresentativo del luogo all’interno dell’ateneo, ma l’affluenza ha superato le previsioni, mostrando fin da subito quanto forte fosse l’interesse attorno all’incontro. Proprio nell’aula aggiuntiva predisposta per i giovani rimasti fuori dalla sala principale, Giuseppe Conte e Gennaro Sangiuliano hanno fatto una prima sosta prima dell’avvio del dibattito, salutando gli studenti che non erano riusciti a entrare nella sala Pessina. È stato lì che il clima si è alleggerito per un momento in uno scambio legato al loro passato universitario comune: Sangiuliano ha ricordato di avere sostenuto un esame con Conte docente, e il leader del Movimento 5 Stelle gli ha risposto con una battuta sorridente, prima che il confronto entrasse nel vivo. Il dibattito ha riunito voci istituzionali, tecniche e politiche. A intervenire sono stati il rettore Matteo Lorito, la direttrice del Dipartimento Carla Masi Doria, la presidente dell’Associazione Studenti Giurisprudenza Diomira Molinini, il professor avvocato Vincenzo Maiello per il Sì, il consigliere Francesco Cananzi per il No, Gennaro Sangiuliano e Giuseppe Conte, con la moderazione dell’avvocato Aldo Saggese. L’atmosfera è rimasta intensa per tutta la durata dell’incontro. L’arrivo di Conte è stato accolto da applausi, cori e richieste di selfie, all’interno di un clima già molto partecipato. Tra le scale dell’ateneo si è sentito anche un “Bravo presidente”. Fra i segni più immediati della giornata c’era anche un cartellone dedicato al voto degli studenti fuori sede, unico visibile durante l’incontro. In un’università piena di giovani, quel richiamo aggiungeva un ulteriore livello di lettura al dibattito: mentre dentro si discutevano le ragioni del Sì e del No, tra gli studenti emergeva anche una richiesta concreta di partecipazione, quella di poter esercitare davvero il diritto di voto anche studiando lontano dalla propria residenza. Nel merito del referendum, Giuseppe Conte ha sostenuto con nettezza le ragioni del No. Secondo il leader del Movimento 5 Stelle, la riforma non risponde a un bisogno dei cittadini, ma rischia di incidere sull’equilibrio tra politica e magistratura. Conte ha insistito sul fatto che la legge debba restare uguale per tutti, politici compresi, e ha contestato in particolare l’impianto della riforma sulla separazione delle carriere, sostenendo che essa sia già in gran parte nei fatti, anche alla luce dei limiti già esistenti nel passaggio da una funzione all’altra. Da qui la sua contrarietà a una modifica costituzionale di questa portata, letta come un possibile primo passo verso un ridimensionamento dell’autonomia della magistratura. Di segno opposto la posizione espressa da Gennaro Sangiuliano, che ha illustrato le ragioni del Sì insistendo sulla necessità di leggere il referendum nel merito e non come uno scontro tra schieramenti. L’ex ministro ha richiamato il principio della terzietà del giudice e la necessità che la magistratura sia credibile nel suo operare. A suo giudizio, nella riforma non vi sarebbe alcun elemento che lasci immaginare una subordinazione del giudice alla politica. Sangiuliano ha inoltre indicato nel sorteggio uno strumento di garanzia democratica, utile a sottrarre il Consiglio superiore della magistratura al peso delle correnti e a correggere quelle distorsioni che, secondo la sua lettura, hanno finito negli anni per compromettere la fiducia nel sistema. Il confronto ha così messo di fronte due letture diverse della stessa riforma: da una parte la preoccupazione che essa possa alterare un equilibrio delicato tra i poteri dello Stato, dall’altra la convinzione che possa rafforzare la terzietà del giudice e correggere criticità interne alla magistratura. Per gli studenti presenti, e più in generale per chi è chiamato a votare, l’incontro ha rappresentato la possibilità di ascoltare dal vivo argomenti contrapposti su una materia tutt’altro che semplice. Ed è forse proprio qui che la forte partecipazione registrata alla Federico II acquista un significato ancora più ampio. Il dato assume un valore particolare se si considera il contesto: quello di un ateneo in cui si studia Giurisprudenza e dove molti studenti hanno già strumenti per avvicinarsi a questi temi. Eppure il bisogno di ascoltare, confrontarsi e capire è apparso ugualmente molto forte. È un segnale che aiuta a misurare la complessità del referendum, e a comprendere quanto la scelta possa risultare difficile per molti cittadini al di fuori degli ambiti più preparati. Accanto alle posizioni espresse sul Sì e sul No, è rimasto quindi evidente anche un altro elemento. Le parole del rettore Matteo Lorito, che ha ricordato come l’iniziativa fosse stata voluta dagli studenti e come la partecipazione avesse superato le attese, hanno dato voce a un fatto visibile per tutta la durata dell’incontro: la presenza dei giovani. Al di là delle opposte ragioni sostenute dai relatori, alla Federico II si è vista una partecipazione studentesca forte, concreta e attenta. Ed è forse questa l’immagine che più resta della giornata. Lucia Montanaro
March 19, 2026
Pressenza
INPS e Save the Children, stabile l’uso del congedo di paternità, ma differenze tra territori
Nel Nord vive il 59% dei padri che ne usufruiscono, mentre solo un quarto lo utilizza per intero. Marcate anche le differenze per contratto, tipo di impiego e territorio, con Nord-Est e Nord-Ovest che registrano più giorni fruiti rispetto al Sud e alle Isole. Nel 2024 l’utilizzo del congedo di paternità in Italia si conferma stabile, con oltre il 64% dei padri lavoratori dipendenti che ha beneficiato della misura. Dopo anni di progressiva crescita, il ritmo di aumento sembra essersi attenuato, lasciando apparire un quadro in cui la scelta di prendersi cura dei figli nei primi giorni di vita è diventata più diffusa, ma non ancora universalmente condivisa. Dalle elaborazioni fatte da Save the Children sui dati INPS emerge un profilo piuttosto delineato dei padri che usufruiscono del congedo: hanno tra i 35 e i 44 anni (52% nel complesso), un impiego stabile e a tempo pieno e nella maggior parte dei casi risiedono nel Nord del Paese (59% degli utilizzatori, 107.273 padri), mentre al Centro e al Sud vivono rispettivamente il 19% (34.130 padri) e il 22% (40.236). La tipologia contrattuale incide sensibilmente sulla durata effettiva del congedo: i lavoratori full time utilizzano mediamente quasi due giorni in più rispetto ai part time (+1,9 giorni), mentre chi ha un contratto a tempo indeterminato sfrutta mezza giornata in più rispetto a chi è assunto a termine (+0,5 giorni). Anche la posizione lavorativa fa la differenza, con impiegati e dirigenti che ricorrono al congedo circa un giorno in più rispetto ai lavoratori manuali, mentre livelli retributivi più elevati risultano associati a un uso più contenuto della misura. “I dati, sottolinea Save the Children,  mostrano che sempre più padri stanno compiendo un passo importante verso una maggiore condivisione delle responsabilità familiari, anche se persistono differenze legate al contesto lavorativo, economico e territoriale che continuano a influenzare questa possibilità. È necessario, pertanto, rafforzare strumenti che sostengano in maniera strutturale le famiglie, poiché le scelte che riguardano il tempo da dedicare ai figli incidono direttamente sul loro benessere e sulla qualità della loro crescita. Investire in misure più eque, inclusive e accessibili significa investire nel futuro dei bambini e delle bambine del nostro Paese”. Sul territorio, la presenza dei padri che usufruiscono del congedo continua a essere fortemente concentrata nelle regioni settentrionali, dove vivono circa tre utilizzatori su cinque (59% – 107.273 padri). Lombardia (38,2% degli utilizzatori del Nord), Veneto (18,9%) ed Emilia-Romagna (16,8%) sono le aree che ne raccolgono il numero più alto, seguite da Piemonte (13,5%), Trentino Alto-Adige (4,4%), Friuli-Venezia Giulia (4,1%), Liguria (3,8%) e Valle d’Aosta (0,3%). Mentre al Centro il Lazio (45% degli utilizzatori del Centro) e la Toscana (32,3%) rappresentano le regioni con la maggiore incidenza. Di seguito Marche (14,9%) e Umbria (7,8%). Nel Mezzogiorno, pur con una distribuzione meno uniforme, emergono Campania (28,5% degli utilizzatori del Sud), Puglia (21,7%) e Sicilia (21,6%) come i territori in cui risiede la maggior parte degli utilizzatori, seguite da Abruzzo (9,2%), Calabria (7,5%), Sardegna (6,8%), Basilicata (3,1%) e Molise (1,6%). Differenze significative riguardano anche il numero di giorni fruiti: i lavoratori del Nord-Est e del Nord-Ovest usano un numero di giorni di congedo maggiore rispetto a quelli del Centro (rispettivamente +0,52 e +0,43 giorni), mentre al Sud e nelle Isole la fruizione è inferiore (-0,38 e -0,36giorni). Nel complesso, sono 181.777 i padri che nel 2024 hanno utilizzato il congedo di paternità. Una cifra significativa, ma che invita a riflettere sulle condizioni che ancora rendono disomogeneo l’accesso a uno strumento fondamentale per il benessere dei bambini e per avanzare verso una più equa ripartizione del lavoro di cura. Purtroppo di recente la proposta sul congedo parentale paritario obbligatorio di Pd, M5s, Azione, Italia viva, Avs e +Europa è stato bocciato dalla maggioranza di centrodestra, con la motivazione che a parere della Ragioneria dello Stato non ci sono le coperture di circa tre miliardi di euro all’anno. E’ stata però bocciata anche la proposta di rinvio per cercare di recuperare congiuntamente (maggioranza e opposizione) le risorse necessarie. La proposta prevedeva di estendere a cinque mesi il congedo di paternità (attualmente è di 10 giorni), di renderlo obbligatorio e retribuirlo al 100% per entrambi i genitori, senza possibilità di trasferirlo da uno all’altro. In particolare, il padre avrebbe potuto “spalmare” il congedo su 18 mesi successivi. La norma si sarebbe applicata non solo ai dipendenti, ma anche ad autonomi e liberi professionisti. Una norma che avrebbe contribuito a disinnescare ogni fattore di discriminazione (se entrambi i genitori possono fruire di identico congedo le lavoratrici madri saranno meno discriminate rispetto ai padri) e avrebbe fatto fare un altro passo in avanti sul terreno della piena parità tra donne e uomini, superando la cultura patriarcale ancora troppo radicata nel nostro Paese. L’INPS con l’ultimo Rendiconto di parità di genere ha ancora una volta certificato un divario occupazionale di quasi 18 punti tra uomini e donne (52,5% contro 70,4%), un gap salariale medio di circa il 20% (con punte oltre il 30% in alcuni settori) e una persistente segregazione nei ruoli apicali. Insomma, le donne rappresentano il 64% del part-time, sopportano la quota maggiore di lavoro a tempo parziale involontario e le pensioni femminili risultano inferiori di oltre il 20%, con scarti ancora più ampi nelle prestazioni di vecchiaia. Qui per approfondire diritti e tutele dei papà: https://www.savethechildren.it/blog-notizie/paternita-lavoro-diritti-tutele-padri Giovanni Caprio
March 19, 2026
Pressenza
L’European Convoy to Cuba è arrivato all’Avana
Più di cento attivisti e sindacalisti e quattro eurodeputati, in rappresentanza di una rete internazionale di solidarietà che comprende  19 Paesi, tra cui Italia, Marocco, Francia, Svizzera, Grecia e Spagna sono atterrati all’aeroporto internazionale José Martí dell’Avana, a Cuba, con aiuti umanitari e medicine per mezzo milione di euro. Applausi e grida di gioia hanno accolto il loro arrivo. Grazie al contributo di grandi organizzazioni e di oltre 700 donatori individuali, si sono raccolti fondi per 45.000 euro. L’eurodeputata Ilaria Salis, che ha viaggiato insieme ai colleghi Mimmo Lucano, Emma Fourreau e Marc Botenga, ha dichiarato: “Questa è l’Europa solidale con il popolo cubano, che vive una situazione ingiusta e precaria. Credo che la fratellanza tra i popoli sia la base, sia il modo di superare la violenza” ha concluso, sollevando lo sguardo per parlare di un futuro senza frontiere. Mimmo Lucano le ha fatto eco esprimendo la sua ammirazione per Cuba e la sua resistenza all’impero americano. Sabato 21 marzo è previsto l’arrivo via mare dal Messico del Convoy Nuestra América, che si unità a questa manifestazione di solidarietà e aiuto concreto a un popolo che resiste da decenni al blocco americano. Fonte: http://www.cubadebate.cu/ Redazione Italia
March 18, 2026
Pressenza
Il genocidio di Israele nei confronti del popolo palestinese. Incontro a Salvaterra di Badia Polesine
Domenica 22 marzo 2026 ore 17 Casa della Cultura e della Legalità intitolata all’appuntato Silvano Franzolin Via dei Partigiani, 262 – Salvaterra di Badia Polesine (Rovigo) Incontro con Guido Santato, già professore ordinario di Letteratura italiana all’Università di Padova La conversazione sarà incentrata sul tema indicato dal titolo, che verrà illustrato attraverso un’ampia documentazione. Nel 2025 il governo israeliano è stato accusato di genocidio nei confronti del popolo palestinese dalla Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite con sede all’Aja e dalla Commissione d’Inchiesta Internazionale Indipendente sui Territori Palestinesi Occupati, istituita dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. L’accusa è stata contestata anche da numerose istituzioni internazionali impegnate nella difesa dei diritti umani e civili, con particolare riferimento ai crimini compiuti dall’esercito israeliano a Gaza. I numeri della carneficina sono impressionanti: dal 7 ottobre 2023 in poi sono stati uccisi a Gaza oltre 72.000 palestinesi (almeno 20.000 dei quali bambini), oltre 1.700 operatori sanitari e circa 270 giornalisti. L’accusa di genocidio è stata documentata dalle indagini di autorevoli studiosi anche ebrei ed è stata ribadita da Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati. Per informazioni: 339.8379831 www.cdponlus.it  email: info@cdponlus.it Evento organizzato da Centro Documentazione Polesano e Sistema bibliotecario provinciale di Rovigo Redazione Italia
March 18, 2026
Pressenza
Austria, Amnesty International: rapporto su violazioni dei diritti alla libertà di espressione sulla questione palestinese
In un nuovo rapporto, Amnesty International ha denunciato che la risposta delle autorità austriache nei confronti delle persone che hanno espresso solidarietà con la popolazione palestinese durante il genocidio, tuttora in corso, di Israele nella Striscia di Gaza ha prodotto un effetto dissuasivo sul diritto alla libertà di espressione e ha causato violazioni dei diritti alla libertà di espressione e alla libertà di riunione pacifica. Il rapporto, intitolato “La libertà di espressione è altamente selettiva: l’Austria limita le espressioni di solidarietà con il popolo palestinese” individua diversi fattori – tra cui restrizioni indebite alla libertà di espressione e un clima di timore generato da ampie accuse di antisemitismo su uno sfondo di razzismo, compresa l’islamofobia – che, combinati tra loro, hanno inciso negativamente sulla libertà di esprimere solidarietà alla popolazione palestinese ai danni di persone attiviste, organizzazioni non governative, istituzioni accademiche e altri soggetti. “Si è ormai consolidato un significativo effetto dissuasivo che ha inciso seriamente sulla capacità e sulla disponibilità delle persone a esprimere solidarietà con la popolazione palestinese o a criticare le azioni del governo israeliano nella Striscia di Gaza”, ha dichiarato Shoura Hashemi, direttrice di Amnesty International Austria. “In Austria, come in altre parti d’Europa, esiste il rischio che l’antisemitismo venga strumentalizzato e politicizzato. Assimilare le critiche allo stato di Israele all’antisemitismo può comportare violazioni della libertà di espressione e restringere lo spazio a disposizione di una società civile critica, oltre a indebolire gli sforzi per contrastare il vero antisemitismo”, ha proseguito Hashemi. Il rapporto, che comprende 19 interviste a persone attiviste, giornalisti e giornaliste, rappresentanti di organizzazioni non governative e accademici, rileva come molte di queste persone e organizzazioni della società civile rischino di essere etichettate come “antisemite” quando criticano le violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. Sebbene il razzismo anti-musulmano sia da tempo motivo di preoccupazione in Austria, fonti governative e organizzazioni della società civile hanno riferito che, dopo l’ottobre del 2023, gli episodi di razzismo sono aumentati in tutto il paese, in particolare il razzismo anti-palestinese. Una persona austro-palestinese ha così descritto il cambiamento avvenuto: “Con il 7 ottobre [2023] c’è stato un cambiamento enorme… ho sempre la sensazione di dovermi giustificare quando qualcuno parla con me”. Nonostante le raccomandazioni formulate da esperti delle Nazioni Unite, l’Austria non ha istituito un piano d’azione nazionale per contrastare il razzismo, compreso il razzismo anti-musulmano. Stretta sulle proteste Dall’inizio del genocidio, tuttora in corso, di Israele contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza, in Austria le persone che hanno protestato pacificamente contro il genocidio si sono trovate di fronte a numerosi ostacoli e gravi restrizioni ai loro diritti alla libertà di espressione e a quella di riunione pacifica. Ad esempio, le autorità hanno imposto restrizioni illegittime al diritto di riunione pacifica in relazione allo slogan ampiamente utilizzato “Dal fiume fino al mare, la Palestina sarà libera” e la polizia di Vienna ha vietato almeno sette manifestazioni sulla base della presunta probabilità che tale slogan venisse utilizzato. Inoltre, lo slogan è oggetto di un decreto non pubblico emanato dal ministero della Giustizia, secondo il quale l’uso dello slogan è sufficiente a far sorgere un sospetto iniziale di “approvazione di reati di terrorismo” e chiunque lo utilizzi potrebbe essere oggetto di indagine. Sebbene lo slogan sia utilizzato da gruppi diversi e abbia significati differenti, la Strategia nazionale contro l’antisemitismo lo equipara a un appello a negare l’esistenza dello Stato di Israele. Secondo il diritto internazionale dei diritti umani qualsiasi restrizione ai diritti alla libertà di espressione e alla libertà di riunione pacifica deve rispettare determinati criteri, tra i quali essere prevista da una legge accessibile al pubblico e sufficientemente chiara e precisa. Anche i divieti relativi alla libertà di espressione richiedono di dimostrare che sia stata raggiunta una soglia elevata e che vi sia incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza contro un gruppo bersaglio. Nel corso degli ultimi anni, il Consiglio nazionale austriaco, così come i consigli comunali di Vienna e Graz, hanno approvato diverse risoluzioni non vincolanti contro il movimento “Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni” (Bds), alcune delle quali lo hanno definito antisemita anche se la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che l’appello al boicottaggio è protetto dal diritto alla libertà di espressione. Sebbene non siano giuridicamente vincolanti, queste risoluzioni sono sostenute da tutti i partiti politici presenti in parlamento e sono ampiamente interpretate come indicazioni autorevoli. Definendo il movimento Bds come antisemita, le risoluzioni hanno inciso negativamente sul diritto alla libertà di espressione: attivisti, attiviste e organizzazioni della società civile hanno riferito ad Amnesty International di temere procedimenti giudiziari, campagne diffamatorie o la perdita di finanziamenti statali qualora esprimano sostegno a tale movimento. La strumentalizzazione della definizione operativa di antisemitismo dell’Ihra La definizione operativa di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – Ihra) non è coerente con il diritto internazionale dei diritti umani ed è utilizzata per limitare critiche legittime alle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte del governo israeliano. La definizione è stata criticata da esperti delle Nazioni Unite, accademici e gruppi della società civile, tra cui Amnesty International. Tra le varie criticità che presenta, il ricorso alla definizione dell’Ihra tende a confondere le critiche legittime a Israele con l’antisemitismo. Ciò rischia di produrre un effetto dissuasivo e di comprimere la libertà di espressione e la libertà di riunione pacifica. Esiste inoltre il rischio che ciò limiti le politiche e gli sforzi dell’Austria per contrastare l’antisemitismo all’interno del paese. Sebbene in Austria la definizione non sia giuridicamente vincolante, essa esercita un’influenza significativa sulle politiche e sulle pratiche. È, ad esempio, il riferimento adottato in diversi documenti governativi, comprese le politiche volte ad affrontare l’antisemitismo nel paese. Sette delle persone intervistate da Amnesty International, tra cui persone attiviste ebree, hanno indicato esplicitamente l’adozione da parte dell’Austria della definizione dell’Ihra come una delle ragioni per cui le espressioni di solidarietà con la popolazione palestinese risultano limitate. “La lotta contro l’antisemitismo è essenziale e deve essere condotta nel rispetto del diritto internazionale dei diritti umani. Solo così può esserci una comprensione condivisa del problema, delle sue cause e delle misure efficaci per eliminarlo. In caso contrario, rischiamo di sostituire la discriminazione nei confronti di un gruppo con la discriminazione nei confronti di un altro e di alimentare l’odio invece di affrontarlo”, ha aggiunto Hashemi. Riduzione dello spazio per esprimere solidarietà con il popolo palestinese Il rapporto evidenzia anche una riduzione dello spazio per esprimere solidarietà con il popolo palestinese ai danni delle organizzazioni della società civile e all’interno del mondo accademico. Due organizzazioni della società civile hanno riferito ad Amnesty International di temere la perdita di finanziamenti statali qualora denunciassero pubblicamente le violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità israeliane nei confronti della popolazione palestinese. In diversi casi, esponenti politici hanno pubblicamente messo in discussione l’idoneità di alcune organizzazioni non governative a ricevere finanziamenti statali a causa delle posizioni da esse espresse. “Le autorità austriache devono adottare un piano d’azione nazionale contro il razzismo e porre fine alla diffusione della definizione operativa dell’Ihra nelle loro politiche e prassi. Il decreto che disciplina lo slogan ‘From the river to the sea’ deve essere revocato e qualsiasi restrizione al diritto alla libertà di espressione deve essere conforme al diritto internazionale dei diritti umani. Le autorità austriache devono rispettare e proteggere il diritto di promuovere le azioni del movimento Bds come forma legittima di espressione politica”, ha concluso Hashemi. Ulteriori informazioni Nell’aprile 2023 Amnesty International è stata una delle oltre 100 organizzazioni che hanno invitato le Nazioni Unite a non approvare né adottare la definizione operativa di antisemitismo dell’Ihra. Anche in Italia è in corso un dibattito su questo tema. Il disegno di legge n. 1004 sull’antisemitismo, approvato dal Senato e attualmente all’esame della Commissione affari costituzionali della Camera, adotta ufficialmente la definizione operativa di antisemitismo dell’Ihra come standard legale di riferimento per le attività di contrasto all’antisemitismo. Amnesty International Italia ha espresso preoccupazione per il rischio che l’uso di tale definizione possa avere un effetto dissuasivo sulla libertà di espressione e limitare il legittimo dibattito pubblico sulle politiche dello stato di Israele e sulle violazioni dei diritti della popolazione palestinese. Amnesty International
March 18, 2026
Pressenza
I minori nei servizi residenziali sono il doppio di quelli in affido familiare
Di minori fuori famiglia si parla – quasi sempre a sproposito o con eccessi di retorica – soltanto quando diventano casi di cronaca, come quello recente dei “bambini nel bosco”. Eppure, dati alla mano, i bambini e i ragazzi seguiti dai servizi sociali territoriali sono ben altro che “un buco nero”. A dircelo è l’ultima fotografia del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, una rilevazione che ha coinvolto il 98,2% degli ambiti territoriali sociali, che vale la pena riprendere in mano a distanza di qualche mese dalla sua pubblicazione (è stata presentata a dicembre scorso) per cercare di superare le confusioni e le strumentalizzazione che sembrano caratterizzare anche il dibattito di queste settimane. Al 31 dicembre 2024 gli under 18 in carico al servizio sociale professionale risultano 345.083, compresi i minorenni stranieri non accompagnati. Considerando anche il numero di dimessi nel corso dell’anno, i minorenni in carico al servizio sociale beneficiari di qualche tipo di intervento sono pari a 374.327. Al netto dei bambini e degli adolescenti stranieri soli, si registrano 330.884 minorenni in carico ai servizi a fine anno e 355.844 nel corso del 2024. Per quanto riguarda l’affidamento familiare, al 31 dicembre 2024 risultano 15.870 under 18 inseriti in una qualche forma di affidamento, compresi i minorenni stranieri non accompagnati; nel corso dell’anno il valore sale a 17.315. Al netto dei bambini e degli adolescenti stranieri soli, invece, si segnalano 15.075 minorenni in affidamento familiare al 31 dicembre e 16.246 beneficiari nel corso dell’anno. Altri dati rivelano che gli under 18 accolti nei servizi residenziali sono, includendo i minorenni stranieri non accompagnati, 30.237 al 31 dicembre e 38.139 nel corso dell’anno (escludendo i bambini e degli adolescenti stranieri soli, invece, i numeri scendono a 20.592 a fine anno e 25.033 nel corso del 2024). I neomaggiorenni in carico ai servizi sociali territoriali sono, includendo i minorenni stranieri non accompagnati, 26.053 al 31 dicembre e 35.752 nel corso dell’anno (escludendo i bambini e degli adolescenti stranieri soli se ne registrano 21.841 presenti a fine anno e 28.136 presenti nel corso dell’anno). I neomaggiorenni in affidamento familiare sono 821 al 31 dicembre e 1.158 nel corso dell’anno (al netto dei minorenni stranieri non accompagnati i numeri scendono a 719 a fine anno e 930 durante l’anno). I neomaggiorenni accolti nei servizi residenziali risultano invece 3.112 a fine anno e 6.556 nel corso del 2024. Gli stessi dati al netto dei minorenni stranieri soli si riducono a 1.412 presenti al 31 dicembre e 2.226 presenti nel corso dell’anno.  In relazione alla popolazione minorile residente, per quanto riguarda l’affidamento familiare, il tasso è pari a 1,8 per mille. L’affidamento familiare si conferma particolarmente attivato in Piemonte (tasso pari a 4,4 a fine anno; 4,8 nel corso del 2024), con una significativa diffusione di forme di affido diverse da quella residenziale. Seguono l’Umbria con valori intorno al 3 per mille e il Molise, la Liguria e la Toscana con valori compresi tra il 2,2 per mille e il 2,7 per mille. Nella Provincia autonoma di Bolzano si conferma un tasso di attivazione superiore alla media nazionale dell’affidamento per meno di 5 notti la settimana o diurno. I tassi più bassi, inferiori all’1,5 per mille, si registrano in Veneto, in Calabria, in Friuli-Venezia Giulia, nel Lazio, in Abruzzo e in Campania. Per quanto concerne invece i tassi relativi ai minorenni accolti nei servizi residenziali, si osserva una riduzione dei valori medi nazionali dal 3,5 per mille al 2,4 per mille. A livello regionale la Liguria conferma il tasso di attivazione più elevato rispetto alla popolazione residente, seguono la Sardegna, l’Umbria e la Provincia autonoma di Trento con tassi intorno al 3 per mille al 31.12 e compresi tra il 3,6 per mille e il 4,4 per mille nel corso del 2024. Il Molise, la Sicilia e il Friuli-Venezia Giulia, che nei dati comprensivi 22 dei MSNA registravano dei valori molto superiori alla media nazionale, vedono una netta riduzione dei tassi. La Basilicata, il Veneto e la Calabria registrano invece tassi pari o inferiori al 2,0 per mille. Come si vede da questi numeri, i minori nei servizi residenziali sono il doppio di quelli in affido familiare e i servizi residenziali accolgono più minori anche se togliamo i minori stranieri non accompagnati: sono 15.075 i minori in affidamento familiare e 20.592 i minori accolti in servizi residenziali. Quindi, in questi anni sono i servizi residenziali a venire maggiormente incontro alle difficoltà e alle fragilità delle famiglie. E ciò nonostante la legge 149/2001, che all’articolo 2 fa espresso riferimento alla preferenza per l’affido: “ove non sia possibile l’affidamento nei termini di cui al comma 1, è consentito l’inserimento del minore in una comunità di tipo familiare o, in mancanza, in un istituto di assistenza pubblico o privato”. Prima di scagliarsi contro Assistenti sociali, Procure e Tribunali per i Minori e abbandonarsi a dichiarazioni superficiali e pericolose andrebbero innanzitutto letti i dati relativi ai minori fuori famiglia. “I dati, ha sottolineato la presidente dell’Ordine degli Assistenti Sociali, Barbara Rosina, a commento della pubblicazione del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, non servono a difendersi, ma a capire meglio e a decidere meglio. Servono a migliorare gli interventi, a programmare politiche più efficaci e anche a riportare il dibattito pubblico su un piano di realtà, lontano dagli slogan. Si tratta di un contributo importante non soltanto per la programmazione e la valutazione delle politiche pubbliche, ma anche per il lavoro quotidiano dei servizi sociali, che troppo spesso operano in assenza di dati aggiornati e condivisi. Ogni volta in cui il lavoro dei servizi viene raccontato nello spazio pubblico in modo parziale, emotivo o strumentale, la conoscenza è essenziale anche per affrontare le criticità e restituire complessità, proporzioni e responsabilità istituzionali a interventi che coinvolgono migliaia di professionisti e di famiglie. Diffondere e utilizzare queste informazioni – conclude Rosina – significa rafforzare una cultura della tutela basata su evidenze, trasparenza e responsabilità pubblica. È anche così che si tutela il lavoro degli assistenti sociali e, soprattutto, i diritti delle persone e delle persone di minore età coinvolte”. Il compito dei giudici minorili e dei servizi sociali è alquanto delicato e una loro continua pregiudiziale delegittimazione può soltanto contribuire a peggiorare tutti il sistema, soprattutto a danno dei minori.  Qui la pubblicazione Quaderni della Ricerca Sociale 66: https://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita-infanzia-e-adolescenza/studi-e-statistiche/qrs-66-report-2024.  Giovanni Caprio
March 18, 2026
Pressenza