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Quel che non si sa su El Sayed e i DSA, i Socialisti d’America
Capire quel che avviene dentro gli STati Uniti, in mezzo al clamore agitato da Trump con la sua valanga di tweet, dazi, bombe o minacce, è un po’ complicato. Peggiorano consapevolmente la situazione quegli editorialisti tuttologi che dai giornali mainstream appestano l’aria nel tentativo di “spiegarci” perché l’America ha sempre […] L'articolo Quel che non si sa su El Sayed e i DSA, i Socialisti d’America su Contropiano.
August 19, 2026
Contropiano
Da Qusra a Beit Sahour, assedio e spari sui palestinesi
Beit Sahour è un paese di circa 15mila abitanti attaccato a Betlemme, una delle principali città palestinesi a maggioranza cristiana della Cisgiordania occupata, punto di riferimento per la solidarietà internazionale in Palestina. Nonostante si trovi all’interno dell’Area A, ossia sotto la gestione dell’Autorità nazionale palestinese, ieri gli attivisti si sono ritrovati […] L'articolo Da Qusra a Beit Sahour, assedio e spari sui palestinesi su Contropiano.
August 15, 2026
Contropiano
Attivisti per la Palestina, la necessità di fare squadra
Nei giorni scorsi a Cremona abbiamo ospitato tre eventi che ci hanno descritto una situazione tragica in merito a quello che sta vivendo la popolazione palestinese. L’11 giugno incontro con PalMed – organizzazione di medici pro-Palestina – con la presenza di Raed Almajadalawi, medico palestinese gazawi che ora vive in Italia. Il 16 giugno incontro con Loris de Filippi, neonatologo già presidente di MSF, al rientro da una missione durata 18 mesi a Gaza con l’Unicef. Il 19 giugno incontro con Francesca Albanese in collegamento online con oltre 150 piazze italiane. Tutti noi attivisti in vari modi coinvolti in questa tragedia siamo ed eravamo già a conoscenza di quanto sta accadendo, ma quello che, a mio parere, è emerso come davvero fondamentale e necessario e che è stato ribadito in tutti e tre gli incontri è la necessità di “fare squadra”. Noi che ci ritroviamo giornalmente o settimanalmente o “quando è possibile” nelle nostre città cercando di coinvolgere quelle persone che umanamente condannano ma materialmente si sentono impotenti, spesso abbiamo la brutta sensazione che il nostro impegno sia inutile, eppure la nostra coscienza ci impone di non mollare. Allora ci chiediamo: “Cosa possiamo fare di più incisivo?” La risposta ci è arrivata forte e unanime dai relatori di questi tre eventi: occorre fare rete, unirci, collaborare, partecipare, informarci, prendere posizione e diffondere tutte le iniziative delle oltre 150 piazze che in Italia si mobilitano in favore del popolo palestinese e per la giustizia di tutti. Dall’incontro con Francesca Albanese è apparso evidente che non siamo “quattro o dieci pensionati nullafacenti” come ci definiscono sui social. Siamo migliaia e ognuno di noi ha le competenze per fare qualcosa, anche piccola, che serve a svegliare in primis una coscienza collettiva e pensante che possa fare pressione sul nostro governo e sull’Europa, che invece ci stanno trascinando in un baratro disumano. I politici italiani ormai hanno il solo obiettivo di vincere le elezioni; noi attivisti da ogni città dobbiamo fargli capire che le priorità sono altre e che vogliamo essere rispettati e ascoltati in merito a: * Lo stop alla vendita di armi * Il diritto all’obiezione di coscienza * Il boicottaggio dei prodotti israeliani * La condanna e le sanzioni al governo israeliano * La condanna alle azioni militari immotivate del governo americano * Il riconoscimento dello Stato di Palestina * Obbligare Israele a consentire l’ingresso di aiuti sanitari e umanitari a Gaza. In sintesi, noi siamo nel giusto e restando uniti possiamo fare molto. Fiorenza Dall’Olmo. Gruppo Palestina viva/cessate il fuoco, Cremona     Redazione Italia
June 24, 2026
Pressenza
Regno Unito. La condanna degli attivisti di Palestine Action e la rivolta dei giuristi
Riprendiamo dalla pagina Facebook della scrittrice, blogger e saggista Claudileia Lemes Dias questo interessante articolo. Se vogliamo mantenere un po’ della nostra sanità mentale in questa Europa guerrafondaia, che zittisce di fronte alle barbarie perpetrate da Israele in Medio Oriente, dobbiamo partire da due presupposti elementari: a) salvare vite umane non è terrorismo; b) le armi non sono persone da tutelare con identici diritti. Ieri un tribunale britannico ha tracciato una linea di confine che potrebbe fare tendenza nel diritto europeo, trasformando in “terrorismo” la distruzione di “drone killer” fabbricati da un’azienda israeliana. La condanna a pesanti pene detentive per Charlotte Head, Samuel Corner, Leona Kamio e Fatema Rajwani, attivisti del gruppo Palestine Action, ci porta a pensare: da quando in qua il danneggiamento di un oggetto inanimato, concepito per uccidere, equivale a un atto terroristico? Come evidenziato in un duro appello firmato da oltre 50 avvocati ed esperti legali “confondere la distinzione tra un’azione diretta di principio e il terrorismo è il tratto distintivo dei regimi autoritari”. Un portavoce del gruppo “Defend Our Juries” ha sottolineato l’eccezionalità dell’evento: “È insolito che gli avvocati si esprimano pubblicamente su procedimenti penali in corso. Il fatto che così tanti eminenti giuristi e docenti di diritto si siano sentiti costretti a farlo dà la misura della portata costituzionale di questo caso.” Il giudice Jeremy Johnson ha giustificato il “legame con il terrorismo” parlando di “gravi danni alla proprietà” e dell’intento di “influenzare il governo”. Ma c’è un’asimmetria morale che la giustizia britannica sembra aver deliberatamente ignorato: la spedizione del 2024 contro lo stabilimento della Elbit Systems a Bristol ha preso di mira e distrutto 40 armamenti, inclusi droni militari destinati ai cieli di Gaza. Quei droni non sono finestre di un ufficio, né automobili private, ma strumenti di distruzione di massa. Assimilare il sabotaggio di “droni killer” al terrorismo è compiere un’acrobazia giuridica, logica e morale, perché: Le armi non sono persone. Il terrorismo, nella sua definizione storica, è l’uso della violenza per colpire o terrorizzare i civili. Neutralizzare un’arma prima che prema il grilletto è una forma di disarmo forzato, non un attacco alla vita. Come ha denunciato Penny Green, professoressa di legge e globalizzazione alla Queen Mary University di Londra: “È più che scioccante che atti di danno penale, volti a prevenire il massacro di massa dei palestinesi da parte di Israele, siano trattati dallo Stato britannico come atti di terrore. Perché la giustizia britannica è stata così svilita e distorta da schierarsi a difesa dei perpetratori di un genocidio?”. Significa ignorare il grido dei medici di Gaza che, accanto ai giuristi e a centinaia di operatori sanitari britannici, inclusi medici e infermieri che hanno prestato soccorso sul campo nella Striscia di Gaza, hanno firmato una lettera aperta di condanna alla sentenza e ricordato al tribunale che gli attivisti hanno agito “nel contesto di un genocidio, di un sistema sanitario distrutto e di una guerra in cui i mezzi di sorveglianza e puntamento sono inseparabili dai mezzi che causano le ferite”. I sanitari hanno rivendicato il dovere etico di fermare la catena di montaggio delle mutilazioni: “Il silenzio di fronte a un’atrocità prevenibile non è neutralità. È complicità. Salvare vite non è terrorismo”. Il “trucco” giuridico e un giudice sotto accusa per parzialità Le condanne inflitte sono pesantissime: cinque anni per Head e Kamio, quattro anni e otto mesi per Rajwani, e sette anni e otto mesi per Corner, ma è la modalità con cui si è giunti a questo verdetto a far balzare dalla sedia i giuristi. Il giudice ha stabilito l’aggravante del “legame terroristico” ai sensi dell’articolo 69 del Sentencing Act 2020 in modo del tutto inedito per un caso di danni penali, bypassando la giuria (che è stata tenuta all’oscuro) e nonostante gli attivisti non fossero stati condannati per reati di terrorismo. Il giurista Michael Mansfield KC, già nominato Consigliere della Regina (Queen’s Counsel) nel 1989, specializzato in libertà civili e nello smascheramento di errori giudiziari, ha definito questa manovra una vera e propria “minaccia costituzionale”: “Si tratta di riclassificare il reato senza un processo. È particolarmente insidioso perché è stato negato loro di spiegare le proprie motivazioni a una giuria. E ora lo Stato eleva la gravità dei reati, quando una giuria avrebbe benissimo potuto non condannarli se avesse saputo che sarebbero stati trattati come terroristi”. Sullo sfondo emergono dettagli non trascurabili sulla condotta del giudice Jeremy Johnson. Gli attivisti avevano presentato un’istanza formale per chiederne la rimozione dal processo, accusandolo di palese parzialità e discriminazione. Johnson si è rifiutato di fare un passo indietro, nonostante si sia dovuto scusare pubblicamente per aver precedentemente tentato di far perseguire per “oltraggio alla corte” l’avvocato capo della difesa, Rajiv Menon KC. Un rappresentante del comitato di difesa ha dichiarato senza mezzi termini: “È ora che il Crown Prosecution Service e il giudice Johnson smettano di usare gli imputati come pedine nella guerra del governo britannico contro Palestine Action”. Un regime post-carcerario da incubo e la caccia ai manifestanti La classificazione di “terrorismo” imposta dal giudice stravolge completamente i diritti dei condannati, perché significa che mentre i detenuti comuni scontano in genere il 40% della pena, i quattro attivisti dovranno scontarne almeno i due terzi, e potranno uscire solo se la commissione per la libertà condizionale riterrà che abbiano “rinnegato le proprie convinzioni.” Basicamente è quanto accade nei regimi totalitari o quanto accaduto negli USA ai tempi del maccarthismo. Una volta fuori, affronteranno fino a 15 anni di obblighi di notifica antiterrorismo. Ogni volta che apriranno un conto in banca, cambieranno indirizzo email o inizieranno una relazione sentimentale, dovranno registrarlo alla polizia. Una minima svista li riporterà dritti in cella. E mentre dentro l’aula si consumava questo strappo costituzionale, fuori la polizia presidiava il tribunale con metodi da stato di polizia: più di 70 persone sono state arrestate solo per aver manifestato solidarietà ed esposto cartelli. Durante le veglie silenziose organizzate per protestare contro la militarizzazione del diritto, gli attivisti sapevano a cosa andavano incontro: “Siamo abituati alla risposta della polizia. Arresteranno per terrorismo anche noi che protestiamo pacificamente. Questo non ci fermerà. Comunque vada, sappiamo già che sono i Quattro di Filton, e non il giudice Johnson, a stare dalla parte giusta della storia”, ha detto uno degli arrestati. I manifestanti hanno causato danni materiali a un’azienda israeliana che produce le armi responsabili dell’uccisione di migliaia di civili. Vale ricordare che il 13 febbraio 2026 l’Alta Corte del Regno Unito si era pronunciata contro il provvedimento, adottato dal governo di Londra il 5 luglio 2025, di dichiarare “gruppo terrorista” e mettere al bando il movimento Palestine Action. Il governo britannico ha fatto ricorso, aprendo la finestra giuridica che ha permesso la condanna dei quattro attivisti, a dimostrazione che il governo Starmer vuole ad ogni costo compiacere il governo Netanyahu e il suo operato genocida. Ma quanto valevano le vite che quei droni assassini avrebbero potuto colpire? E quanto valgono tuttora? Perché se nulla valgono, allora i tribunali occidentali potranno continuare a sentenziare che il metallo di un drone israeliano vale più della carne umana e che esporre un cartello è un azione violenta, terroristica, motivo di arresto. Potranno così mettere nel secchio la parola “giustizia”, senza timore di smuovere le coscienze intimorite. Tutti però saremo al corrente che vale tutto, anche giocare sporco e strappare sentenze con l’inganno per proteggere i mercanti d’armi. Chi ha una coscienza sa che il vero pericolo pubblico è chi fabbrica strumenti di morte e li rivende ai peggiori assassini, non chi difende la vita. Manteniamo questa lucidità come misura delle nostre scelte politiche ed esistenziali. Fonti BBC: “Palestine Action activists jailed over factory raid” (13/06/2026) The Guardian: “Pro-Palestine activists sentenced as terrorists over damage at Israeli arms factory in UK” (12/06/2026) The New Arab: “Top UK lawyers, health workers denounce plan to sentence Palestine Action activists as ‘terrorists’” (12/06/2026) Al Jazeera: “Palestine Action activists could face UK ‘terror’ sentences: What we know” (11/06/2026) Amnesty International Italia: “Regno Unito: illegittimo mettere al bando Palestine action” (13/02/2026)   Redazione Italia
June 13, 2026
Pressenza
Attivisti denunciati a Pisa, la solidarietà di Pax Christi
Pax Christi Italia esprime solidarietà ai giovani attivisti di Pisa denunciati dopo le mobilitazioni e le azioni nonviolente della scorsa estate e autunno contro il genocidio in Palestina. Sono 54 i giovani che hanno ricevuto le notifiche dopo la conclusione delle indagini della Questura di Pisa. Contemporaneamente sono state comminate decine di sanzioni amministrative per l’azione nonviolenta che, lo scorso 12 ottobre, ha impedito l’ingresso in stazione di un convoglio con armi destinate a Israele. Il genocidio che si compie in Palestina non può lasciarci indifferenti e ogni azione di dissenso è un’azione in difesa dell’umanità, di fatto morta a Gaza. Quando pensiamo alle e ai giovani e adulti di Pisa, di Roma e di tante altre città d’Italia, oggi incriminati per aver protestato in difesa del popolo palestinese, pensiamo a Gaza, alle immagini raccapriccianti di bambini morti e di ospedali distrutti. Pensiamo ai genitori con neonati mutilati e in fin di vita tra le braccia, ai chirurghi che praticano amputazioni senza anestesia, ai medici e ai volontari della Global Sumud Flotilla che cercano di rompere l’assedio per portare aiuti nella Striscia di Gaza. Eppure, oggi, di fronte alla barbarie e a questo abisso, lo Stato ha il coraggio di incriminare giovani e adulti che chiedono ai passanti di fermarsi nelle stazioni e nelle strade, distratti o impotenti dinanzi a tale crudeltà e disumanità. Pax Christi denuncia la repressione verso queste persone che, protestando, ci ricordano che nulla è paragonabile alla distruzione sistematica di un popolo. Siamo di fronte a un fratricidio in diretta che le e i giovani e adulti sensibili rifiutano, attraverso proteste pacifiche. Pax Christi chiede altresì al governo italiano di mettere in atto ogni azione necessaria per la liberazione dei volontari della Global Sumud Flotilla e in particolare degli italiani Domenico Centrone e Dina Alberizia, attivisti partiti con la missione umanitaria Global Sumud Flotilla Land Convoy (equipaggio di terra), tuttora trattenuti in Libia dalle autorità locali. Chiediamo la loro immediata liberazione e il rientro in Italia. La solidarietà è segno di umanità e non può essere ritenuto un reato. Pax Christi Italia
June 8, 2026
Pressenza
Ancora detenuti in Libia gli attivisti del Convoy per Gaza. Sono in sciopero della fame
Sono ormai da 13 giorni detenuti in Libia, con pochissime informazioni chiare e nessuna possibilità di comunicare liberamente con le proprie famiglie. Questo è il trattamento riservato dalle autorità libiche dell’ovest agli attivisti disarmati e pacifici che trasportavano aiuti umanitari destinati alla popolazione palestinese di Gaza negoziando un passaggio che, […] L'articolo Ancora detenuti in Libia gli attivisti del Convoy per Gaza. Sono in sciopero della fame su Contropiano.
June 6, 2026
Contropiano
USA, immigrati detenuti in un centro dell’ICE in sciopero della fame
A Newark, nel New Jersey, oggi ricorre l’undicesimo giorno da quando centinaia di immigrati incarcerati nel centro di detenzione dell’ICE di Delaney Hall hanno dato il via a uno sciopero della fame e a un boicottaggio del lavoro per chiedere il proprio immediato rilascio. Attivisti hanno continuato a radunarsi nei pressi della struttura domenica, dopo che la Polizia di Stato del New Jersey ha eretto una barricata lunga circa mezzo miglio attorno al perimetro di Delaney Hall. Giovedì, le famiglie degli immigrati detenuti hanno denunciato le ritorsioni dell’ICE contro gli scioperanti della fame, con gli attivisti che hanno riferito di aver ricevuto diverse chiamate da immigrati all’interno di Delaney Hall secondo cui le guardie avrebbero spruzzato spray al peperoncino e picchiato i detenuti. Secondo quanto riferito, almeno sei persone sono state arrestate nella tarda serata di mercoledì mentre attivisti e familiari dei detenuti formavano una barricata fuori da Delaney Hall, nonostante i ripetuti tentativi da parte dell’ICE e delle forze dell’ordine di disperdere violentemente le manifestazioni. Il centro di detenzione di Delaney Hall è gestito dalla società carceraria a scopo di lucro GEO Group. Gli attivisti hanno denunciato il governatore del New Jersey Mikie Sherrill per aver schierato la polizia di Stato contro i manifestanti, con alcuni agenti in tenuta antisommossa. Il sindaco di Newark, Ras Baraka, ha imposto un coprifuoco notturno intorno a Delaney Hall fino a nuovo avviso. Sono stati segnalati altri arresti domenica sera, poiché alcuni manifestanti hanno sfidato il coprifuoco. La mossa di Baraka è arrivata dopo un altro fine settimana di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Il governatore del New Jersey Sherrill ha dichiarato che le visite dei familiari a Delaney Hall sono state parzialmente ripristinate domenica, dopo che il Dipartimento della Sicurezza Interna le aveva sospese, citando le proteste. Molti attivisti e parenti dei detenuti hanno affermato che è stato loro negato l’ingresso alla struttura dopo aver atteso per ore. “Mio zio sta morendo di fame lì dentro. Gli sono caduti i molari. C’è il caos lì dentro. È un inferno. … È proprio come Auschwitz. È la storia che si ripete. … Mio zio si trova in una delle unità di detenzione in sciopero della fame. È lì per sostenere questa causa, ma si sente molto debole e ho la sensazione che stia morendo lì dentro. … Si trova nell’unità di detenzione dove le guardie hanno picchiato e aggredito i detenuti” ha dichiarato Karen Merino, il cui zio Gabriel Merino è detenuto al Delaney Hall dall’agosto dello scorso anno. Gabriel ha vissuto negli Stati Uniti per gran parte della sua vita dopo essere emigrato da Oaxaca, in Messico, da adolescente.       Democracy Now!
June 1, 2026
Pressenza