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Milano, 21 marzo: Assemblea studentesca internazionale con Osservatorio contro la militarizzazione
Il 21 marzo 2026 a Milano l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università parteciperà ad un’assemblea studentesca internazionale che affronterà la questione del ritorno alla leva. Come Osservatorio abbiamo da tempo messo a fuoco l’importanza di questa tematica nella sua strettissima connessione con la militarizzazione delle scuole e l’assemblea di Milano sarà un’occasione per confrontarsi con quanto sta succedendo nei vari Paesi europei sia per quanto riguarda i provvedimenti legislativi sia per conoscere il livello di mobilitazione che gli studenti europei stanno cercando di mettere in campo per opporsi. Clicca qui per il link di Instagram. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Career Days: l’università e i legami con l’industria bellica
I career days sono eventi di incontro e placement organizzati dalle Università con il mondo del lavoro. Si tratta di momenti centrali nella logica dell’Università, che concepisce queste giornate come fondamentale opportunità per l’incontro tra domanda e offerta. Si tratta di eventi sponsorizzati con entusiasmo dall’Istituzione universitaria, momenti in cui si invitano studenti neo-laureati e dottori di ricerca provenienti da tutti gli ambiti di studio e ricerca a partecipare per farsi conoscere da aziende, studi professionali e cooperative che hanno posizioni aperte. Una vetrina per queste ultime che hanno l’opportunità di far conoscere il loro lavoro: vendute come occasioni di formazione e crescita per chi cerca lavoro, queste giornate sono infatti anticipate da corsi di formazione in cui provare a “costruire il proprio futuro” attraverso percorsi che hanno come aspirazione quella di guidare gli studenti all’acquisizione di conoscenze e competenze per un ingresso efficace nel mondo del lavoro, supportandoli dalla redazione efficace del curriculum vitae alla comunicazione efficace nei colloqui di lavoro fino all’utilizzo dei social per la ricerca di lavoro. Durante uno di questi career days che si terrà il 23 marzo, l’Università degli studi di Firenze ha deciso di invitare una realtà, il Gruppo Thales, controllato dal governo francese e partecipato dall’impresa bellica Dassault: si tratta dell’undicesimo produttore di armi a livello globale e il quarto in Europa, con proventi legati alla vendita di armamenti pari a circa 8 miliardi di euro nel 2023. Il gruppo Thales opera nel settore delle tecnologie aerospaziali, in quelle di difesa e sicurezza e nelle tecnologie di identificazione biometrica e di identità digitale. Con la compagnia israeliana Elbit System, Thales produce il killer drone Hermes 450, nonché, tramite l’UAV tactical system, l’ultima generazione di droni-killer Orbiter, entrambi utilizzati dall’esercito israeliano contro la popolazione civile palestinese a Gaza e in Cisgiordania. Nel Regno Unito Thales produce il drone spia Watchkeeper con una joint venture con la compagnia israeliana Elbit Systems. In Francia, Thales produce sistemi elettronici per l’aereo Dassault Rafel jet, l’ultimissima generazione di aereo ‘polifunzionale’ utilizzato dall’esercito israeliano che combina deterrenza, supporto missilistico ed offensiva nucleare. Inoltre, attraverso la divisione di identità digitale e cybersecurity, Thales fornisce servizi di riconoscimento facciale, di mappatura di identità digitale remota e cloud-based: ad esempio, Thales gestisce per il governo israeliano operazione di ‘border control’ nella West Bank. Già nel giugno 2024, un gruppo composito dell’Università di Bologna chiedeva al proprio Ateneo di sospendere tutte le collaborazioni con soggetti commerciali, industriali e di ricerca legati all’industria bellica, a partire, con priorità immediata, dal gruppo Thales. Il loro appello, da cui sono prese le informazioni sopra, disponibile a questo indirizzo, espone alcune criticità circa lo stato della cooperazione scientifico-tecnica portata avanti da diverse strutture dell’Ateneo di Bologna con istituti universitari israeliani e con aziende che si profilano altamente problematiche. Questa deriva è ormai esplicita in diversi Atenei, che da una parte si occupano di approvare circolari sul dual use e immaginare formazioni specifiche del personale e al contempo invitano ai propri eventi, legittimandole, imprese che le armi le producono e che rappresentano la plastica rappresentazione della logica militare che sempre più si insinua nei nostri immaginari. La questione può essere letta a partire dal potente contributo di Lancione (Università e militarizzazione. Il duplice uso della libertà di ricerca), in cui in rapporto agli accordi di collaborazione tra Politecnico di Torino e Leonardo s.p.a., il docente evidenzia come questa relazione tra Università e soggetti produttori di armi o, meglio ancora, “anche di armi, ma non solo”, che hanno anche relazioni con il governo di Israele rappresenti un pericolo su più piani. Piani di cui è bene tenere conto. “Il primo è culturale, legato alla legittimazione scientifica che Leonardo ottiene a lavorare col Politecnico e al prestigio politico che il Politecnico ottiene a lavorare con Leonardo. Il secondo è sociale, legato alla prossimità logistica del sapere che viene fatto circolare nella collaborazione. Il terzo è economico ed è legato al tipo di valore di mercato generato dalla relazione tra le parti, e dalla possibilità di profitto che essa attiva” (Lancione, 2023) Secondo questo schema, nell’invitare una impresa che lavora nel campo bellico, l’Università svolge un ruolo centrale nella legittimazione dell’impresa stessa: garantire al gruppo Thales (partecipato dall’impresa bellica Dassault) la possibilità di entrare in università per raccontarsi ai futuri lavoratori, significa immaginare opportunità di lavoro, in un mercato del lavoro precario e competitivo, che abbracciano la produzione bellica. Questa posizione ben si inserisce all’interno delle retoriche dominanti che bombardano il nostro quotidiano e promettono come soluzione alla crisi generalizzata del lavoro, la soluzione del riarmo e della produzione bellica, una concreta e stimolante prospettiva per l’inserimento lavorativo e la crescita del paese. L’unica alternativa possibile. Inoltre, legittimando la presenza del gruppo Thales l’istituzione universitaria favorisce lo scambio di risorse, di dati, di saperi e normalizza la presenza del mondo bellico nello spazio pubblico universitario. Questa attivazione di sinergie che in questo caso nasce a partire dal riconoscimento del valore della presenza di Thales come gruppo che può garantire una buona occupazione, legittima e normalizza la retorica del valore del riarmo e della produzione bellica, costruendo nella prassi l’immagine di una istituzione universitaria sempre più legata e piegata agli interessi economici dominanti. La scelta dell’Università di Firenze si inserisce in un disegno articolato che nel tempo si sta definendo intorno alla relazione tra accademia e comparto militare. Un disegno che è stato svelato da Altraeconomia (https://altreconomia.it/i-dati-inediti-sugli-accorditra-le-universita-e-lindustria-militare/) che ha svolto un lavoro di inchiesta chiedendo alla metà degli istituti pubblici italiani quanti e quali accordi, contratti di ricerca, convenzioni o tirocini hanno attivato dal 2023 ad oggi con i protagonisti del settore della Difesa. Come riporta Luca Rondi sulla rivista Altreconomia, i rapporti delle Università italiane con il comparto militare sono sempre più stretti: 23 atenei su 31 hanno infatti legami con Leonardo s.p.a. (74%), 20 con Thales Alenia Space s.p.a. (65%) e otto con Mbda Italia s.p.a. (26%), colosso europeo che produce anche missili terraaria. In questo quadro, come osserva Mario Pianta, professore di Economia alla Scuola normale superiore di Firenze che ha lavorato a lungo sulle relazioni tra militare e civile in campo tecnologico, “l’estensione delle collaborazioni è preoccupante. In un quadro di riduzione dei finanziamenti alla ricerca e di aumento dei programmi di spesa militare il rischio è che tali rapporti diventino ancora più stretti”. Come emerge nell’inchiesta, Thales Alenia Space, la joint venture tra la multinazionale specializzata in aerospazio, Difesa, sicurezza e trasporti Thales (67%) e Leonardo (33%) ha stretto accordi con 20 degli atenei presi in esame, in particolare con Padova (403mila euro in due anni relativi a contratti di ricerca), Firenze (255mila euro su cinque progetti di ricerca), Tor Vergata (sette accordi di importo sconosciuto) e La Sapienza di Roma. Bologna partecipa a ben 14 progetti di Horizon Europe, il programma quadro dell’Unione europea per la ricerca e l’innovazione, di cui fa parte anche l’azienda (https://altreconomia.it/i-dati-inediti-sugli-accordi-tra-le-universita-e-lindustriamilitare/). Nonostante una quota di risposte alta da parte delle Università, molte non hanno comunicato importi e titoli dei progetti. “Una mancanza di trasparenza inaccettabile per un’amministrazione pubblica contro cui spesso si scontra anche il corpo docente che non conosce nel dettaglio l’entità di queste relazioni”, osserva Federica Frazzetta, ricercatrice presso la facoltà di Scienze politiche e sociali della Scuola normale superiore di Firenze. Come sottolineato nell’articolo di Luca Rondi su Altraeconomia, è possibile però individuare alcune tendenze (che possono anche aiutare a inquadrare l’invito al gruppo Thales da parte dell’Università degli Studi di Firenze a partire dal quale è nata la mobilitazione di queste ore). Tra queste, il rischio di una totale irrilevanza dei comitati etici che hanno avuto opportunità di valutare pochi di questi accordi, il reale impatto economico sempre sbilanciato a favore dei grandi gruppi militari e infine l’istituzione di corsi, master specie nel campo della scienza politica che come evidenzia Antonio Mazzeo, giornalista ed esperto di questioni militari “favorisce la diffusione di un modello anche culturale ispirato a quello militare”. Quindi, che fare? Quello che si sta facendo, ovvero attivarsi concretamente per denunciare queste situazioni, una attivazione che ad oggi è resa possibile da un lavoro continuo e faticoso di monitoraggio rispetto alle scelte che non vengono condivise e discusse con le “risorse umane” dell’Università, ma stabilite in luoghi in cui sempre più la logica del ritorno economico e della militarizzazione della vite costruisce discorsi che come studenti e studentesse, come lavoratori e lavoratrici non abbiamo intenzione di avallare. La militarizzazione non è un processo lineare, proprio per questo serve un monitoraggio continuo e situato. A tal proposito, come evidenzia Lancione, “La militarizzazione della società europea e più largamente occidentale è un processo che ha molteplici radici economiche e politiche, non è semplicemente riconducibile a una cerchia di pochi soggetti potenti, con un chiaro piano di azione. Si tratta in realtà di un assemblaggio diffuso e non lineare, fatto di interessi locali e tran-slocali, a cavallo tra mercati privati, pubblici e attraversato da logiche finanziarie e sentimentalismi” (Lancione, 2023). Se militarizzare è “dare un carattere” alle cose, allora la scelta di invitare Thales (partecipata dall’impresa bellica Dassault) rappresenta una azione volta alla costruzione e legittimazione di quel carattere, una scelta che non esclude la presenza di chi è parte attiva di un modello di produzione proprio dell’industria bellica. Dentro l’Università le voci critiche e contrarie agli accordi, alla prospettiva del riarmo e della produzione bellica, continuano a esistere, incontrarsi e agire contro un modello che non deve diventare parte del mondo universitario. Contro la prospettiva di una industria accademico-militare è necessario scegliere con chiarezza che partita giocare e in quale campo stare. Per scegliere da che parte stare, è fondamentale porsi le domande giuste, a partire dal “come immaginiamo la nostra Università?“ Se crediamo che il “carattere militare” e il suo progetto appartengono a un altro mondo, un mondo le cui fondamenta si contrappongono alla curiosità scientifica ma che si basano su ordini da seguire; un mondo che al desiderio di scoperta contrappone missioni da compiere e a progetti di vita individuale e collettiva contrappone violenza e morte, “riprendersi l’Università, difendere il confine tra questi mondi e combattere chi quel confine lo rende poroso, è un compito che spetta anche a voi, studenti e studentesse … l’Università non si può e non si deve militarizzare, o non è più Università. Ogni grado di relazione tra questi mondi riduce la libertà di azione e di pensiero di chi fa ricerca e di chi vi fa lezione, e la loro riduzione di libertà è anche la vostra. Questo è un processo che dobbiamo combattere, per preservare e coltivare il privilegio di avere ancora di avere ancora luoghi dove ricercare un’alternativa possibile” (Lancione, 2023). Non credo ci sia modo migliore di chiudere questa breve riflessione che auspicare che all’interno degli Atenei si mantenga attiva l’attenzione e la mobilitazione su questi temi in sinergia con le altre realtà che fuori dal mondo universitario si oppongono con forza alla deriva di una visione di mondo che ci prospetta violenza e guerre, limita la libertà di ricerca e la libertà di scegliere quale modello di produzione, lavoro e vita vogliamo. Esercito all’Università – di Roberto Zingoni Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Cosa resta dell’università italiana (II): precarizzazione e distorsioni della ricerca
A quindici anni dalla riforma Gelmini, l’università italiana appare più fragile, diseguale e precaria. I tagli e i criteri di finanziamento hanno ampliato le distanze tra atenei e territori. La precarizzazione è diventata la condizione normale del lavoro accademico. La valutazione ha aumentato la produttività, ma anche le distorsioni nei comportamenti scientifici. Dietro i numeri, prende forma un “falso miracolo” che mette in discussione la qualità stessa della ricerca. (Pubblichiamo la seconda parte l’articolo “Cosa resta dell’Università italiana dopo un quindicennio di riforme?”, uscito sul numero monografico de Il Ponte (1/2026) dedicato all’Università.) Per leggere la prima parte si può cliccare qui. GLI EFFETTI DELLA RIFORMA A distanza di quindici anni dalla Riforma Gelmini, è possibile tracciare un bilancio sintetico dell’evoluzione di alcune variabili chiave che definiscono il funzionamento del sistema universitario italiano. Tre espressioni possono riassumere in modo efficace le principali tendenze emerse: compressione selettiva e cumulativa dei finanziamenti, precarizzazione crescente del personale docente, e valutazione amministrativa pervasiva e sistemica. Compressione selettiva e cumulativa. L’espressione, coniata da Gianfranco Viesti (2016), descrive sinteticamente gli effetti delle politiche di finanziamento dell’università a partire dal 2008. Secondo Viesti, queste politiche hanno comportato una riduzione complessiva dei fondi destinati all’istruzione superiore. La Figura 1 ricostruisce l’andamento del FFO a prezzi correnti e a prezzi costanti dal 2000 al 2024. A prezzi costanti, solo nel 2021 il FFO è tornato al livello dell’anno immediatamente precedente la riforma Gelmini, per poi tornare a contrarsi negli anni successivi. Contestualmente, la quota premiale è aumentata dal 7% nel 2009 al 30% nel 2021, facendo sì che una porzione sempre più ampia delle risorse disponibili fosse distribuita su base competitiva. “Compressione selettiva” indica che i tagli si sono concentrati su specifiche sedi e aree geografiche, in particolare nel Mezzogiorno. “Cumulativa” indica che gli effetti di queste riduzioni si sono amplificati nel tempo, creando un divario crescente tra atenei. Questo processo ha portato a una segmentazione del sistema universitario nazionale, con la creazione di università di “serie A” e di “serie B”, influenzando negativamente la mobilità sociale e lo sviluppo delle aree più svantaggiate del paese. In modo paradossale, la retorica sui finanziamenti legati al merito della ricerca come “fotografato” dalla VQR, si scontra però con i dati FFO, che mostrano che la quota premiale ricevuta da ciascun ateneo è semplicemente proporzionale alla sua dimensione, misurata in termine di personale docente (Baccini, 2017a, 2017b). Cosa ha determinato quindi la compressione selettiva e cumulativa?   Figura 1. Il Fondo di Finanziamento Ordinario delle università italiane a prezzi correnti e a prezzi costanti. Secondo Viesti, la compressione selettiva e cumulativa del finanziamento è il frutto della combinazione dell’applicazione del criterio del costo standard (Viesti, 2016), del proporzionamento di parte del finanziamento alla contribuzione studentesca (Viesti, 2016), e dei finanziamenti legati ai dipartimenti di eccellenza. In effetti la distribuzione di risorse operata dai dipartimenti di eccellenza è fortemente sperequata tra atenei. È plausibile ritenere che il governo Renzi, come suggerivano da tempo i “Bocconi boys” dal sito de LaVoce.info, abbia introdotto la gara per i dipartimenti di eccellenza proprio per correggere l’anomalia di una quota premiale che non operava una redistribuzione significativa dei fondi tra università. La distribuzione dei fondi per i dipartimenti di eccellenza è legata all’uso di un indicatore (ISPD) calcolato a partire dai risultati della VQR. I problemi di quell’indicatore, fortemente voluto dalla CRUI, furono subito segnalati pubblicamente (Bertoli Barsotti, 2017; Bruno, 2014; Giuseppe De Nicolao, 2014; G. De Nicolao, 2014; De Nicolao, 2017), nell’indifferenza generale dei decisori politici e dell’ANVUR. Un recente articolo ha mostrato che l’indicatore ISPD opera una standardizzazione “anomala” che amplifica differenze non significative tra dipartimenti, con la conseguenza che alcuni che vengono premiati hanno performance identiche a quelle di altri che invece non ottengono nessun premio (Galli & Greco, 2025). Precarizzazione. A partire dalla Legge Gelmini le università italiane sono state sottoposte alla sistematica sostituzione di personale a tempo indeterminato, con personale a tempo determinato (Figura 2). Nel 2010 erano occupati a tempo indeterminato 57.449 professori ordinari, professori associati e ricercatori a tempo indeterminato (RTI) che rappresentavano l’81% del personale docente e ricercatore complessivo. Il restante 19% era rappresentato da 13.109 titolari di assegni di ricerca. La legge Gelmini mise ad esaurimento i ricercatori a tempo indeterminato, sostituendoli con due figure di ricercatori a tempo determinato, cosiddetti di tipo A (RTDA) e di tipo B (RTDB). Da quel momento la forbice tra personale a tempo indeterminato e personale a tempo determinato si è progressivamente allargata: nel 2020 si contavano 46.245 ordinari/associati/RTI pari al 65% del personale. Gli assegnisti appresentavano il 22% del totale (15.849), gli RTDA il 7% (5.192) e gli RTDB il restante 6% (4.616). Figura 2. Personale di ricerca delle università italiane, totale e a tempo indeterminato (ordinari, associati e ricercatori a tempo indeterminato). Nel 2022 il legislatore è intervenuto sul pre-ruolo universitario con la legge 79/2022. La riforma prevede l’abolizione di RTDA, RTDB e assegni di ricerca, che vengono sostituiti dalla figura del RTT (Ricercatore in Tenure Track) e dal contratto di ricerca. In particolare, il contratto di ricerca introduce tutele per il lavoro di ricerca proprie dei contratti di lavoro dipendente, che erano del tutto assenti per gli assegni di ricerca. Poiché entrambe le nuove figure sono più costose delle precedenti e la norma non prevede nessuno stanziamento aggiuntivo di risorse per gli atenei, i governi Draghi prima e Meloni poi, hanno prorogato le figure previgenti. Questa proroga ha permesso di usare i finanziamenti straordinari del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per assumere personale con contratti RTDA e soprattutto con assegni di ricerca (Figura 3). Negli anni 2022 e 2023 gli RTDA sono cresciuti del 36%, passando da 6.803 a 9.222. Figura 3. Personale di ricerca delle università italiane a tempo determinato (RTDA, RTDB, RTT, Assegni di ricerca). Per gli assegni di ricerca la crescita abnorme è avvenuta con un anno di ritardo, verosimilmente in seguito all’entrata in esercizio dei PRIN 2022/PNRR: dai 15.891 assegnisti del 2023 si passa a 23.958 nel 2024 (+51%). Al 31 dicembre 2024 gli RTDA rappresentavano l’8% e gli assegnisti il 27% del totale del personale di ricerca degli atenei. Per completare il quadro, c’è da tenere conto che le risorse PNRR sono state usate anche per fare crescere in modo abnorme gli iscritti al dottorato di ricerca, passati dagli 11mila del 2019 agli oltre 17mila del 2023.Figura 3. Personale di ricerca delle università italiane a tempo determinato (RTDA, RTDB, RTT, Assegni di ricerca).Di fatto, mentre il Parlamento scriveva una norma (L. 79/2022) per allineare il contratto di ricerca pre-ruolo ai contratti post-dottorato prevalenti in Europa, i governi Draghi e Meloni con i fondi PNRR si muovevano in direzione contraria, realizzando la più grande assunzione di personale precario nella storia dell’università italiana. Personale destinato nella grandissima parte a essere espulso dal lavoro di ricerca entro il 2027, quando scadranno i contratti RTDA e gli assegni di ricerca attualmente attivi. Valutazione pervasiva. Come anticipato, con la legge Gelmini viene istituito un capillare sistema di valutazione amministrativa della ricerca governato da ANVUR. La valutazione riguarda sia le istituzioni che sono soggette a valutazione massiva con i periodici esercizi VQR, sia i singoli ricercatori con l’istituzione dell’Abilitazione Scientifica Nazionale. Entrambi i livelli di valutazione sono agganciati a sistemi di incentivazione che agiscono sia a livello istituzionale che individuale (abilitazione, assunzione, passaggio di carriera). Non esistono studi sistematici sul punto, ma molta evidenza aneddotica documenta che i sistemi di incentivazione che agiscono a livello nazionale si trasmettono per imitazione a livello locale. Questo significa, per esempio, che la distribuzione dei fondi ai dipartimenti all’interno degli atenei avviene con una varietà di meccanismi specifici che tendono a riprodurre la premialità adottata per la distribuzione del FFO alle università. Non sono poche le università che trasferiscono risorse ai dipartimenti sulla base di algoritmi che premiano le stesse pubblicazioni premiate dall’ANVUR nella VQR.In modo analogo, le regole per i concorsi per l’assunzione o i passaggi di carriera tendono a adottare le regole di valutazione vigenti nella ASN, per cui, per esempio, anche a livello locale, vengono attribuiti punteggi diversi ad articoli usciti su riviste che ANVUR ha classificato in Classe A. La pervasività di questo sistema di incentivi nazionali e locali ha prodotto una modificazione profonda del modo in cui si fa ricerca in Italia. Stefano Fantoni, primo presidente di ANVUR, scriveva nel 2015: > A ormai più di quattro anni dalla nascita dell’ANVUR possiamo dire che la > valutazione e il riconoscimento del merito siano entrati a far parte in modo > definitivo e irreversibile delle pianificazioni delle università e delle > organizzazioni di ricerca. Il reclutamento dei giovani nei ruoli accademici e > degli enti di ricerca, gli avanzamenti di carriera, l’identificazione delle > specificità che tengono conto della qualità della ricerca svolta, la > programmazione didattica, il processo di una continua autovalutazione: tutto è > ormai pervaso dalle informazioni e dalle valutazioni che l’ANVUR ha fatto e > sta facendo. […] La battaglia contro il partito de: ‘la valutazione sì, > tuttavia…’, del continuo rimandare per paura di rinnovarsi e riformarsi può > dirsi vinta. Il comparto dell’alta formazione e della ricerca è tra i pochi, > se non addirittura l’unico, che ha intrapreso questo percorso con decisione e > senza manifestazioni di protesta” (Fantoni, 2015). Qualche mese dopo, Andrea Graziosi, neo presidente del consiglio direttivo di ANVUR, in una intervista a Il Sole24ore (9 maggio 2016) sosteneva: > “la valutazione della ricerca è entrata nella vita ordinaria delle università > italiane. Come spesso accade nel nostro paese, l’innovazione arriva in ritardo > rispetto ad altri sistemi nazionale. […] La valutazione può essere > un’operazione di verità che permette all’università di prendere atto dei suoi > pregi e difetti e di evidenziare sacche di malcostume. […] la valutazione > migliora l’università”. Non si contano i contributi di coloro che sostengono che VQR e ASN hanno contribuito a modernizzare i meccanismi di funzionamento dell’accademia italiana, promuovendo la meritocrazia e incrementando significativamente la qualità scientifica della produzione nazionale. Ci limitiamo pertanto alla storia “ufficiale” contenuta nei rapporti biennali sull’università italiana redatti da ANVUR. Nel 2018 il secondo Rapporto Biennale sullo Stato dell’Università Italiana si riconosce che l’Italia spende poco per ricerca, che le entrate delle università italiane sono diminuite, e che tutte le voci di finanziamento si sono ridotte. Questa riduzione non si è accompagnata a una sperequazione territoriale del finanziamento: anzi la quota di risorse destinate al Sud, considerato che al Sud sono diminuiti gli studenti, è addirittura cresciuta grazie alla parte premiale del FFO. Per quanto riguarda la ricerca, “la crescita della produzione scientifica italiana è stata soprattutto nel decennio in corso superiore alla media mondiale”. Il miglioramento non è stato solo quantitativo, ma anche “qualitativo”: > “La posizione dell’Italia della ricerca è oggi, grazie ai miglioramenti > registrati negli ultimi 15 anni, migliore rispetto a quella di grandi paesi > come Francia e Germania”. Addirittura, la produttività scientifica italiana sopravanza quella di Francia e Germania. Gli indicatori citazionali sono in netto miglioramento.Nel rapporto successivo (ANVUR, 2023), arrivato a cinque anni di distanza dal precedente, il miglioramento della ricerca italiana è confermato: > “In termini di produzione scientifica l’Italia mostra nel decennio in corso > una crescita superiore alla media mondiale. Di conseguenza, l’Italia aumenta > la propria quota di produzione mondiale, giungendo fino al 3,9% nella media > del sessennio 2016-2021: tale dato si rivela particolarmente significativo, > dato che nello stesso periodo i Paesi europei più importanti (Francia, > Germania e Regno Unito) mostrano una lieve riduzione della propria quota. […] > L’impatto citazionale medio della produzione scientifica (calcolato come > rapporto tra numero di citazioni e numero di pubblicazioni, normalizzato per > la diversa rilevanza dei settori scientifici) pone la ricerca italiana tra le > migliori d’Europa, sopravanzando Paesi quali la Francia e la Germania e, > guardando al di fuori dell’Europa, anche Stati Uniti e Canada. […] La ricerca > scientifica italiana, in termini di produttività, sopravanza sia quella della > Francia, che quella della Germania, attestandosi sui livelli di Spagna e Regno > Unito, che confermano il loro ruolo al vertice tra i Paesi europei”. Anziché limitarsi a descrivere la crescita della ricerca in Italia come nel precedente Rapporto, ANVUR ha una spiegazione per questi risultati: > “è probabile che una spinta significativa l’abbiano data le regole e le > procedure per l’abilitazione scientifica nazionale al ruolo di professore > universitario”. Quindi, parafrasando Graziosi, la valutazione ha migliorato l’università italiana. Anche fonti internazionali hanno riconosciuto il miglioramento della performance scientifica dell’Italia. Un rapporto commissionato dal governo britannico già nel 2016 esprimeva preoccupazione per la possibilità che il sistema universitario italiano potesse superare quello del Regno Unito in termini di produttività e impatto normalizzato della ricerca (Elsevier, 2017). Questa tendenza è stata confermata dai dati più recenti: nel 2020 l’Italia ha infatti superato paesi storicamente leader nella ricerca come Francia, Canada, Germania e Stati Uniti per impatto citazionale standardizzato, raggiungendo i livelli del Regno Unito (Department for Business, 2022). Alla luce di questi risultati, non sarebbe errato usare l’espressione “il miracolo italiano” della ricerca: in un contesto di contrazione delle risorse pubbliche, l’introduzione di rigorosi meccanismi di valutazione avrebbe innescato un recupero di efficienza che avrebbe a sua volta consentito al sistema universitario italiano di riacquisire un ruolo di primo piano nella geografia scientifica globale. Ma questa storia “ufficiale” è credibile? IL FALSO MIRACOLO ITALIANO. L’adozione capillare e pervasiva di procedure di valutazione amministrativa della ricerca massive (VQR) e individuali (ASN, FFABR etc.) governate da ANVUR ha determinato una modificazione profonda dei comportamenti individuali e collettivi che non è ancora stata studiata in modo sistematico. La crescita della produzione, della produttività e dell’impatto citazionale della ricerca italiana è stata accompagnata dalla adozione di cattive pratiche di pubblicazione e citazione da parte dei ricercatori italiani, al fine di rispondere agli incentivi quantitativi definiti nei processi di valutazione. Le evidenze aneddotiche sono conoscenza comune degli universitari italiani. Alcune di queste evidenze sono anche scritte in articoli pubblicati. Andrea Bonaccorsi, già membro del consiglio direttivo di ANVUR, in un articolo in cui sostiene che i “comportamenti opportunistici [..] rappresentano un fenomeno marginale e limitabile con opportune misure” (Bonaccorsi, 2017), scrive: > “Su questi aspetti [gift-authorship] l’esperienza personale degli ultimi anni > è straordinaria, All’indomani della VQR nel mio Ateneo [Pisa ndr] un direttore > di dipartimento, il cui posizionamento nel settore scientifico era molto > debole, ha scritto ai colleghi di provvedere, in vista della successiva > valutazione, a inserire come co-autori coloro che risultavano inattivi, cioè > con un numero di pubblicazioni inferiori al richiesto. […] all’indomani della > uscita dei criteri per l’Abilitazione Scientifica Nazionale ho visto con i > miei occhi la tabellina di un settore concorsuale nella quale veniva fatta la > lista dei lavori sottomessi [sic] a rivista o già accettati, con una > ripartizione scientifica dei casi nei quali agli autori (tutti giovani) > sarebbe stato chiesto di aggiungere il nome di un altro prima della > pubblicazione finale, il tutto controllato da un ben organizzato gruppo di > professori ordinari” (Bonaccorsi, 2017, pp. 36-37). Il fenomeno più studiato è il cambiamento delle abitudini citazionali, ed in particolare l’uso opportunistico delle autocitazioni. Studi empirici sono stati condotti a livello di singoli settori di ricerca in riferimento sia alle procedure VQR che ASN (Akbaritabar et al., 2021; Scarpa et al., 2018; Seeber et al., 2017; Vercelli et al., 2022). Baccini, De Nicolao e Petrovich (2019) hanno mostrato che la crescita dell’impatto scientifico dell’Italia è dovuta ad un massiccio cambiamento nelle abitudini citazionali nazionali dopo la riforma del 2010. L’ipotesi di partenza del lavoro è la seguente: in Italia avere un elevato numero di citazioni è necessario per superare le soglie ed aspirare ad ottenere l’abilitazione scientifica nazionale. I ricercatori sono portati ad adottare strategie di citazione in grado di accrescere i propri indicatori: il modo più semplice è quello di autocitarsi e magari farsi citare dai propri collaboratori. Baccini e coautori hanno costruito un indice di autoreferenzialità nazionale nella ricerca (inwardness) che misura quanto i vari paesi citano sé stessi nella propria letteratura scientifica. L’indicatore è definito come il rapporto tra il numero totale di autocitazioni di un paese e il numero totale di citazioni ricevute da quello stesso paese. L’indicatore è in grado di tracciare non solo le autocitazioni dei singoli autori, ma anche i club di citazione intra-nazionali, cioè gruppi di autori che si citano mutuamente. Il confronto dell’andamento dell’indicatore nel tempo per l’Italia rispetto agli altri paesi del G10 indica che in Italia, dopo il 2009, l’autoreferenzialità citazionale è cresciuta nella maggior parte dei campi scientifici; una tendenza unica tra i paesi del G10. Nel 2016 l’Italia è diventata – sia a livello complessivo che per la grande maggioranza dei campi di ricerca – il secondo paese con più alta autoreferenzialità citazionale. Solo gli Stati Uniti hanno un’autoreferenzialità strutturalmente più alta, spiegabile però con la leadership scientifica di quel paese.   Figura 4. Andamento dell’indicatore di inwardness nei paesi del G10 (da Baccini et al.  2019). Baccini e coautori considerano due obiezioni fondamentali al loro lavoro. La prima è che il valore dell’indicatore di autoreferenzialità dipende dalle collaborazioni internazionali, cioè dal numero di pubblicazioni scritte da italiani con coautori stranieri. L’aumento dell’autoreferenzialità potrebbe essere dovuto ad un aumento del grado di internazionalizzazione della scienza italiana. I dati mostrano però che l’Italia non cresce molto in collaborazioni internazionali: a fine periodo continua ad essere il paese del G10 con la seconda minore quota di pubblicazioni internazionali. Figura 5. Inwardness e collaborazioni internazionali. La seconda obiezione è che la crescita delle autocitazioni italiane sia dovuta ad un effetto “leadership”: la scienza italiana si autocita di più perché ha guadagnato in questi anni una posizione di preminenza nel panorama scientifico internazionale. Se questo fosse vero la crescita delle autocitazioni sarebbe accompagnata da una crescita delle citazioni provenienti da altri paesi. In realtà, per quanto riguarda le citazioni provenienti da altri paesi, l’Italia passa dalla penultima alla terzultima posizione tra i paesi del G10. Figura 6. L’impatto della produzione scientifica italiana sui paesi del G10. Baccini e Petrovich (2023) hanno rafforzato l’analisi considerando l’evoluzione delle autocitazioni scientifiche a livello nazionale in 50 paesi, utilizzando dati Scopus dal 1996 al 2019. I risultati mostrano che, per la maggior parte dei Paesi, i tassi di autocitazione sono diminuiti nel tempo seguendo andamenti simili. In questo contesto, tuttavia, vi sono alcuni Paesi che presentano un comportamento anomalo, con tendenze all’autocitazione significativamente diverse da quelle della maggior parte dei paesi “standard”. In particolare dodici paesi mostrano un andamento anomalo, con tassi di autocitazione in crescita, tra cui l’Italia. Gli altri paesi con trend anomali includono India, Iran, Pakistan, Cina, Russia, Corea del Sud, Malesia, Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Indonesia. Figura 7. I paesi fuori dalla nuvola hanno andamento anomalo delle autocitazioni (Baccini-Petrovich 2023) Questi paesi condividono l’adozione di politiche della ricerca caratterizzate da un tratto comune: l’introduzione di premi diretti o indiretti per le prestazioni bibliometriche degli scienziati. I dati documentano una associazione temporale per tutti i paesi anomali tra i cambiamenti nelle politiche, da un lato, e i cambiamenti nel comportamento autocitazionale della comunità scientifica nazionale. Ciò suggerisce che gli scienziati rispondono effettivamente al nuovo clima di incentivi, modificando, tra le altre cose, le loro abitudini citazionali. La pressione generata da aggressive politiche di incentivazione sembra quindi in grado di influenzare rapidamente e visibilmente il comportamento citazionale di interi Paesi, distorcendo le classifiche globali dei Paesi basate sulle citazioni. Baccini e Petrovich sostengono che il fattore cruciale che influenza questo comportamento anomalo in termini di autocitazioni sia la vicinanza degli incentivi basati sulle citazioni alla carriera e al salario del singolo ricercatore: quanto più gli incentivi influenzano la progressione di carriera e il salario, tanto più è probabile che influenzino il comportamento citazionale. Nei paesi in cui gli indicatori citazionali contribuiscono a complesse formule di finanziamento a livello istituzionale, l’influenza sul comportamento citazionale è più distante dai singoli ricercatori e, di conseguenza, meno significativa. Un’ultima, ma cruciale, area di riflessione riguarda la diffusione di comportamenti che configurano vere e proprie frodi scientifiche. Tra questi rientrano la manipolazione o la fabbricazione di dati e immagini, il plagio, la pubblicazione multipla dello stesso lavoro in sedi diverse e la compravendita dell’autorialità degli articoli. Questi fenomeni siano difficili da osservare direttamente.   Uno degli indicatori indiretti più significativi della loro diffusione è rappresentato dal numero di ritrattazioni di articoli scientifici. Una ritrattazione è un atto formale con cui un editore o gli stessi autori dichiarano pubblicamente che un articolo già pubblicato non avrebbe dovuto essere accettato, e che le informazioni contenute al suo interno non devono essere considerate valide né utilizzate come base per future ricerche. In altre parole, la ritrattazione rappresenta un segnale forte di anomalia nel processo scientifico. Secondo un’analisi comparativa condotta da Marco-Cuenca et al. (2021), l’Italia è, insieme alla Germania, il paese dell’Unione Europea con la più alta incidenza di ritrattazioni scientifiche. Anche i dati raccolti dal database Retraction Watch confermano questa tendenza, evidenziando un netto aumento del numero di articoli ritrattati in Italia a partire dal 2010, proprio in concomitanza con l’adozione su larga scala di meccanismi valutativi basati su indicatori quantitativi. Cabanac et al. (2023) analizzano la distribuzione geografica delle ritrattazioni, combinando dati da Crossref e Dimensions, al fine di identificare contesti a rischio e pattern sistemici. L’analisi mostra che le ritrattazioni non sono distribuite uniformemente tra paesi, ma si concentrano in alcune aree geografiche con intensità diverse. L’Italia emerge come uno dei paesi europei con una densità significativa di articoli ritrattati, sia in termini assoluti che in rapporto alla produzione complessiva. UNA DIAGNOSI SBAGLIATA, UNA CURA DANNOSA La diagnosi sullo stato di salute dell’università italiana, formulata negli anni immediatamente precedenti alla riforma Gelmini, si è rivelata in larga parte fuorviante. I mali dell’università erano reali — carenza cronica di risorse, opacità delle procedure di reclutamento —, ma l’analisi dominante, condivisa trasversalmente da forze politiche e accademiche, ha finito per attribuire la responsabilità principale al supposto basso rendimento del sistema e all’assenza di meccanismi di valutazione meritocratica. La “cura” proposta e adottata con il consenso trasversale di tutte le principali forze politiche, sia di centro-destra sia di centro-sinistra, è stata quella già sperimentata in diversi paesi emergenti con l’obiettivo di migliorare il posizionamento nelle classifiche internazionali: una spinta decisa verso la monetizzazione, diretta o indiretta, delle prestazioni scientifiche, valutate attraverso indicatori quantitativi standardizzati di produttività e impatto. La valutazione è così diventata uno strumento centrale per regolare l’allocazione delle risorse e la distribuzione del potere all’interno del sistema accademico. Tuttavia, questa cura non ha affrontato — né tanto meno risolto — i problemi strutturali dell’università italiana: le risorse continuano a essere scarse e le pratiche di reclutamento, seppur rinnovate nella forma, restano spesso opache nella sostanza. Anzi, la nuova architettura valutativa ha introdotto sintomi inediti: autoreferenzialità crescente, omologazione tematica, e una preoccupante diffusione di comportamenti opportunistici e veri e propri fenomeni patologici, come frodi scientifiche, citazioni incrociate strategiche, e, nelle scienze umane e sociali, controllo sistematico da parte di gruppi di ordinari delle riviste più importanti nelle classifiche ANVUR. Di fatto, la riforma Gelmini, mettendo al centro del sistema la valutazione condotta da ANVUR, ha introdotto un controllo amministrativo e tecnocratico di emanazione governativa sull’università e sulla ricerca italiana. Più precisamente, come scrive Carla Barbati: > “La valutazione viene progressivamente configurata come una sorta di funzione > indivisibile, capace sia di fissare le proprie regole sia di verificane il > rispetto sia di farsi titolo per la definizione della misura, premiale o > sanzionatoria, connessa ai suoi risultati, che perciò sposta […] l’asse di > governo del settore” verso un “nuovo centro”, l’ANVUR che “acquisisce la > capacità conformativa di un’attività che diventa regolazione e insieme > controllo, assistita dalla forza speciale di esprimersi in determinazioni che > l’Autorità di Governo è chiamata a recepire nei propri provvedimenti” > (Barbati, 2019, p. 18). La valutazione ha finito così per ridefinire profondamente la distribuzione del potere all’interno del mondo accademico. Il sistema di valutazione governato da ANVUR ha spostato il potere dai “baroni”, ad una élite accademica scelta dalla politica direttamente, come i membri del consiglio direttivo di ANVUR, o indirettamente, come i membri dei gruppi di valutazione della VQR e delle commissioni per la classificazione delle riviste ai fini della ASN.  Ai cosiddetti “baroni” del periodo pre-Gelmini si sono sostituiti nuovi gruppi dominanti — i “baroni post-Gelmini” — spesso coincidenti, peraltro, con i precedenti. Ma questi nuovi vincitori, oltre a detenere più risorse e più leve di potere, beneficiano ora di una legittimazione formale: l’etichetta di eccellenza certificata dagli esercizi di valutazione dell’ANVUR. Il messaggio implicito è chiaro: chi ha vinto lo ha fatto perché lo meritava. Ai perdenti non resta che attendere il prossimo turno, sperando in un riscatto futuro, o più realisticamente adattarsi, possibilmente in silenzio, a un ruolo subalterno. La riforma Gelmini, attraverso il processo di precarizzazione del personale, ha accentuato la gerarchizzazione interna all’università. Un esercito di dottorandi, assegnisti e ricercatori a tempo determinato si trova in posizione di dipendenza crescente nei confronti del proprio principal investigator. Le carriere si decidono entro compartimenti disciplinari rigidi, dominati dai gruppi già vincenti, che controllano i percorsi di abilitazione nazionale e i concorsi locali. Nei settori cosiddetti bibliometrici, le prospettive di carriera sono legate a una corsa alla pubblicazione e alle citazioni; in quelli non-bibliometrici, alla pubblicazione di articoli in riviste classificate in “fascia A” dall’ANVUR. È in questo contesto che, come abbiamo visto, si sono moltiplicati comportamenti di “gioco strategico” del sistema: doping citazionale, pubblicazioni su riviste cosiddette “predatorie”, auto-citazioni di comodo, e controllo selettivo degli spazi editoriali rilevanti.Tutto ciò sta progressivamente restringendo il campo della ricerca accademica. Temi originali, approcci rischiosi o non immediatamente produttivi, lavori di replica o di verifica di risultati altrui, tendono a essere scoraggiati perché poco compatibili con i parametri valutativi dominanti. Si osserva così una progressiva omologazione delle linee di ricerca, fenomeno già documentato anche nei contesti anglosassoni (Regno Unito e Australia) dove da anni sono in vigore sistemi di valutazione centralizzati. Nel 2010, un incremento delle risorse avrebbe probabilmente avuto effetti positivi sulla quantità e qualità della ricerca e della didattica. Ma oggi, a distanza di anni, non basta più immettere fondi nel sistema. Se non si interviene sui meccanismi profondi che regolano la valutazione e la distribuzione del potere accademico, ogni risorsa aggiuntiva rischia di alimentare proprio quelle distorsioni che minano la salute dell’università italiana. Occorre un’azione radicale: smantellare gli attuali dispositivi di valutazione centralizzata, spezzare il vincolo della precarietà, ridurre la concentrazione di potere nelle mani di pochi, e restituire autonomia e pluralismo al sistema universitario. Senza una riforma profonda, non sarà possibile invertire davvero la rotta. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Akbaritabar, A., Bravo, G., & Squazzoni, F. (2021). The impact of a national research assessment on the publications of sociologists in Italy. Science and Public Policy, 48(5), 662-678. https://doi.org/10.1093/scipol/scab013 ANVUR. (2023). Rapporto sul sistema della formazione superiore e della ricerca. ANVUR. Baccini, A. 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March 19, 2026
ROARS
Filosofia, etica delle tecnologie e preparazione allievi dell’accademia militare di Modena
Abbiamo già scritto del corso di filosofia per allievi dell’accademia militare di Modena, che ha trovato accoglienza nel Corso di Laurea in Scienze Strategiche (L/DS) dell’Università di Modena e Reggio (UniMoRe) dopo che il Dipartimento di filosofia di Bologna aveva negato la propria disponibilità (clicca qui). Alcune settimane prima la traversata della Global Sumud Flotilla aveva smosso mobilitazioni studentesche e di piazza commoventi per numero e intensità. La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Carmine Masiello hanno strumentalizzato il conflitto sulla questione palestinese, indicando le mobilitazioni quali responsabili di un clima scomodo e del rifiuto a Bologna.(1) In realtà, pare che il dipartimento abbia negato la propria collaborazione al corso per motivi di bilancio e di trasferta dei docenti, ai quali era stato chiesto di fare lezione in accademia a Modena e di organizzare un corso di studi su misura per l’accademia militare. Desideriamo tornare su questa notizia dopo avere letto un articolo del prof. Francesco Bellino, riconosciuto esperto di bioetica e di filosofia morale, che sembra esprimersi a favore del corso attivato all’UniMoRe. Egli, infatti, chiama in causa il potere della filosofia che può risolvere la frammentazione e la perdita di senso dei nostri tempi, caratterizzati da troppa tecnologia «senza vita e volontà» e da una cultura mediatica pilotata da interessi economici-finanziari che ci rende quasi impossibile capire dov’è il vero e dov’è il falso. Per ciascuna citazione del prof. Bellino nel suo articolo, noi aderenti all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vogliamo rimarcare che il fine militare della formazione accademica può solo aggravare le questioni da lui sollevate. Non può muoversi libera la speculazione filosofica, se essa viene costretta in un sistema necrofilo che finge di porsi domande, un sistema che cerca solo giustificazioni per le manovre politiche di rapina dei territori, erosione dei diritti politici, sociali e civili acquisiti. Di particolare interesse, inoltre, sono la presunta “rivoluzione filosofica” nel segno della Difesa e la poca disposizione al dialogo da parte delle gerarchie militari che emergono dal Programma di Comunicazione del ministero della Difesa, vale a dire il documento mediante il quale viene strategicamente avviata l’aggressione delle forze armate nei luoghi della formazione e dell’istruzione. A fine articolo il professore invoca l’introduzione di tutte le articolazioni della filosofia nei luoghi del sapere, anche per l’infanzia. Se mai avverrà, speriamo sia nel segno dell’antimilitarismo. (1) Due anni fa abbiamo pubblicato un dossier sulle collaborazioni tra l’Università di Bologna e il settore produttivo militare internazionale, lo trovate qui. Avere rinunciato ad una collaborazione con l’accademia militare di Modena non la rende una università votata alla pace. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Cosa resta dell’Università italiana dopo un quindicennio di riforme?
A quindici anni dalla riforma Gelmini, il divario tra retorica e realtà appare evidente. Presentata come una “svolta meritocratica” per un sistema inefficiente, ha in realtà ridisegnato l’università italiana attorno a logiche burocratiche e indicatori quantitativi gestiti da ANVUR, senza affrontare il nodo cruciale del sottofinanziamento. I dati disponibili raccontano gli effetti della riforma: compressione selettiva e cumulativa del finanziamento, precarizzazione del personale universitario, conformismo accademico e comportamenti opportunistici indotti dalla valutazione. (Pubblichiamo in due parti l’articolo “Cosa resta dell’Università italiana dopo un quindicennio di riforme?”, uscito sul numero monografico de Il Ponte (1/2026) dedicato all’Università.) Sono ormai passati quindici anni dall’approvazione della legge 240/2010, nota come “riforma Gelmini”, che ha segnato una profonda trasformazione del sistema universitario italiano. Presentata come una risposta necessaria all’inefficienza e alla presunta bassa produttività del sistema accademico, la riforma ha introdotto una nuova architettura istituzionale, ridefinendo le regole del reclutamento accademico, i criteri per la valutazione della ricerca e le modalità di allocazione delle risorse. Ispirata a un modello di governance di tipo manageriale, in linea con le tendenze internazionali dei cosiddetti sistemi di “audit society” e di “governance by indicators”, è centrata su un sistema di valutazione amministrativa della performance scientifica che fa leva su indicatori bibliometrici e classificazioni di riviste. A distanza di oltre un decennio, è possibile iniziare a tracciare un bilancio basato su un corpo crescente di dati empirici e analisi comparative. Nella narrazione ufficiale, nel 2010, il sistema universitario italiano sarebbe stato caratterizzato da stagnazione scientifica, inefficienza gestionale e assenza di meritocrazia. La riforma avrebbe garantito maggiore trasparenza e “meritocrazia” e, in generale, il miglioramento della qualità scientifica. In realtà, prima della riforma la produttività scientifica italiana era pienamente comparabile, se non superiore, a quella di altri paesi del G10. La criticità principale risiedeva nella carenza cronica di finanziamenti, che nella storia ufficiale sono ricordati solo di sfuggita. Molti lavori recenti richiamano l’attenzione sugli effetti collaterali apertamente controproducenti della riforma: la precarizzazione strutturale del personale di ricerca in ingresso nel mondo universitario, fenomeni di crescente autoreferenzialità nella produzione scientifica, l’emergere di comportamenti opportunistici finalizzati al miglioramento artificiale degli indicatori individuali. Questo articolo si propone di contribuire al dibattito sul post-riforma, offrendo una ricostruzione critica degli effetti della legge 240/2010 sul sistema universitario italiano. LA PREPARAZIONE.  La riforma Gelmini fu preceduta da una campagna mediatica che preparò il terreno per la sua accettazione. La discussione pubblica che si avviò a partire dal 2005 vide la convergenza di tutte le forze politiche nel dipingere l’università italiana come ostaggio di una corporazione di baroni a difesa di professori privilegiati. Nel 2006, Fabio Mussi (Partito Democratico della Sinistra), ministro dell’Università e della Ricerca del governo di centro-sinistra guidato da Romano Prodi, dichiarò in un’intervista che “l’università è un bordello” (QN, 20/09/2006), annunciando prossimi provvedimenti per modificare la governance delle università e introdurre la “valutazione del merito.” Due anni dopo, su Il Tempo, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi criticò i privilegi e gli sprechi, affermando: “basta baroni all’università” (06/11/2008). La discussione pubblica era influenzata da libri dedicati agli scandali nei concorsi (Carlucci & Castaldo, 2009). Invariabilmente l’università italiana era dipinta in termini negativi: “università dei tre tradimenti” (Simone, 2000), “malata e denigrata” (Regini, 2009), “truccata” (Perotti, 2008), “in declino” (Monti, 2007), “irriformabile” (Gagliarducci et al., 2005). L’argomento centrale era riassunto efficacemente da Perotti  (2008): “l’università italiana non ha un ruolo significativo nel panorama della ricerca mondiale”. Non erano solo gli economisti mainstream a sostenere queste posizioni. Anche Dosi e Sembenelli  (2007) puntavano il dito contro “l’inefficiente […] sistema di incentivazione attualmente in vigore che non premia la ricerca e chi fa la ricerca in modo adeguato”. Il libro di Andrea Graziosi L’università per tutti sintetizzava perfettamente lo stato della discussione dell’epoca, adottando in maniera acritica il linguaggio retorico e ideologico dei “riformatori” (Graziosi, 2010). L’evidenza più ricorrente per mostrare l’inadeguatezza del sistema della ricerca italiano era l’insoddisfacente posizionamento delle università italiane nelle classifiche mondiali; già dal 2002 la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI), guidata da Luciano Modica, rettore dell’Università di Pisa, sosteneva, sulla base di dati bibliometrici costruiti ad hoc, che, in termini di impatto citazionale, l’Italia “si trova in evidente difficoltà e rischia di perdere ulteriori posizioni” (Breno et al., 2002, p. 20; 2005). Nel 2008 anche Assolombarda creò un indicatore bibliometrico ad hoc, il numero di pubblicazioni per abitante, che permetteva di abbassare significativamente il posizionamento dell’Italia nelle classifiche di produzione. Non solo, citando le indagini CRUI, concludeva, che “l’apporto alla ricerca […] dell’Italia è ritenuto meno autorevole rispetto ai paesi del Nord Europa” (ASSOLOMBARDA 2008). Alcune voci sostenevano che il problema principale fosse la mancanza di finanziamenti adeguati (Bertini et al., 2008), poiché l’Italia era agli ultimi posti tra i paesi OCSE per finanziamenti complessivi alle università. A chi chiedeva più fondi, si rispondeva con la metafora del “secchio bucato”: era inutile aumentare i finanziamenti a un sistema universitario inefficiente e corrotto. Per esempio, Ignazio Marino, all’epoca senatore del Partito Democratico, scrisse in una lettera a Nature che la soluzione non era aumentare i fondi, ma “riformare i criteri per la distribuzione dei finanziamenti” introducendo elementi di “meritocrazia” (Marino, 2008). Perotti riuscì addirittura a sostenere che l’università italiana non era sottofinanziata, e che anzi era uno dei paesi con la spesa per studente più elevata. Per ottenere questo risultato prese i dati OECD della spesa universitaria già normalizzati per studente equivalente a tempo pieno e li normalizzò per studente equivalente a tempo pieno una seconda volta, ottenendo così il risultato desiderato (Perotti, 2008, Tab. 1). La discussione sui media non si placò con l’approvazione della Gelmini, ma accompagnò il lungo percorso dei decreti attuativi negli anni 2011-2012.  L’indicatore di Assolombarda fu adottato dalla Fondazione Treelle, una delle voci al tempo più ascoltate dai decisori politici, in un rapporto dal titolo I numeri da cambiare che contibuì a diffondere l’idea che l’università italiana fosse in declino. Nel giugno 2011 Research Policy pubblicò, dopo una procedura di peer-review durata due giorni,  un articolo firmato da Henk F. Moed e Cinzia Daraio sul declino della scienza italiana (Daraio & Moed, 2011). L’articolo venne rilanciato da Corrado Zunino su La Repubblica del 22 agosto 2011 con il titolo “La ricerca italiana perde pezzi. Italia maglia nera in Europa”. Peccato che i dati del declino fossero un artefatto statistico dovuto al ben noto fenomeno del ritardo nell’aggiornamento dei database bibliografici (per una ricostruzione giornalistica si veda: https://ilmanifesto.it/archivio/2003186455). LA RIFORMA GELMINI (L.240/2010) E I PROVVEDIMENTI SUCCESSIVI È in questo contesto che furono approvate la riforma Gelmini (L. 240/2010) ed i decreti attuativi. L’una e gli altri poterono avvalersi di alcuni strumenti di attuazione che erano stati predisposti dai governi precedenti, con interventi che indicano un orientamento politico sostanzialmente condiviso in materia di governance e organizzazione del sistema universitario, al di là delle alternanze tra le diverse maggioranze di governo. Il primo strumento già disponibile per l’uso era la Legge 4 novembre 2005, n. 230, promossa dal Ministro Letizia Moratti nell’ambito del secondo governo Berlusconi. Essa sancì l’avvio del processo di esaurimento del ruolo dei ricercatori universitari a tempo indeterminato e istituì una nuova figura di ricercatore a tempo determinato – i cosiddetti ricercatori Moratti –, segnando una discontinuità significativa nell’impianto tradizionale della carriera accademica e avviando una nuova configurazione dei percorsi professionali nell’università. Il secondo intervento fu rappresentato dall’istituzione dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), voluta dal Ministro Fabio Mussi, sottosegretario Luciano Modica, nel corso del secondo governo Prodi, nel 2006. Sebbene istituita in tale frangente, l’Agenzia divenne pienamente operativa soltanto nel giugno 2010, sotto la guida della Ministra Gelmini, configurandosi come il principale organismo deputato alla valutazione delle attività didattiche e di ricerca del sistema universitario italiano. La complicata genesi dell’agenzia è ricostruita da Renzo Rubele (Rubele, 2012a, 2012b, 2012c, 2015). Il terzo provvedimento di rilievo fu il Decreto Legge del 10 novembre 2008, che introdusse, per la prima volta nell’ordinamento nazionale, la cosiddetta “quota premiale” all’interno del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Tale dispositivo legislativo inaugurò un modello di finanziamento in cui l’allocazione delle risorse pubbliche veniva subordinata ai risultati conseguiti in ambito scientifico e organizzativo. Si trattava del primo intervento normativo che in Italia introduceva il principio del finanziamento legato ai risultati (performance-based funding). È significativo rilevare, infine, che questa misura, pur approvata da un governo a guida centrodestra, corrispondeva a uno dei punti qualificanti del programma elettorale del Partito Democratico, allora guidato da Walter Veltroni, in occasione delle elezioni politiche del 2008, successivamente vinte dalla coalizione di Silvio Berlusconi. Ed è altrettanto significativo che quel provvedimento introducesse anche la misura per cui gli scatti stipendiali dei docenti universitari, fino a quel momento legati all’anzianità di servizio,  fossero subordinati alla valutazione della loro produzione scientifica e performance didattica (con criteri stabiliti dalle università). La Riforma Gelmini (Legge 240/2010) si fonda su alcuni assi portanti che hanno profondamente trasformato il sistema universitario italiano, tanto nella sua struttura interna quanto nei meccanismi di finanziamento e valutazione. Il primo elemento è una significativa modifica della governance degli atenei, che ha comportato un rafforzamento del ruolo del Rettore, dei Consigli di amministrazione e del Direttore Generale, a discapito degli organi collegiali tradizionali, come i Senati accademici (Battini, 2011; Facchini et al., 2018). Il secondo elemento caratterizzante è il rafforzamento della quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Con l’introduzione della quota premiale, una parte del FFO — il principale canale di finanziamento pubblico ordinario per le università italiane — viene progressivamente sottratta alla logica distributiva storica (basata su criteri come la dimensione o l’offerta formativa) per essere invece allocata in base a criteri di performance, in particolare nella ricerca scientifica e, in misura minore, nella didattica. Si afferma così un principio di concorrenza tra atenei, chiamati a competere per ottenere una fetta crescente del finanziamento disponibile. Banfi e Viesti (2015) hanno ricostruito in dettaglio l’evoluzione dei meccanismi di finanziamento. Nel corso degli anni, la parte premiale è salita dal 7% al 30%.  Buona parte di essa viene distribuita agli atenei sulla base dei risultati degli esercizi periodici di valutazione massiva della ricerca condotti da ANVUR. Gli esercizi VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca), condotti a cadenza periodica, permettono, nelle intenzioni del legislatore, di avere una “fotografia” dello stato di salute dell’università italiana, prodotta con l’uso di indicatori bibliometrici “oggettivi” calcolati da ANVUR. La competizione per aggiudicarsi quote crescenti di finanziamento spingerebbe gli atenei a migliorare quantità e qualità della ricerca prodotta. Accogliendo in pieno questa logica, il governo guidato da Matteo Renzi, ministra del MIUR Valeria Fedeli, intervenne con la Legge n. 232 dell’11 dicembre 2016, rafforzando il maccanismo di finanziamento basato sui risultati con la creazione della “gara” per i dipartimenti di eccellenza. A partire dai dati della VQR, un algoritmo selezionò i 350 migliori dipartimenti d’Italia che furono chiamati a scrivere un progetto di sviluppo. Sulla base dei risultati dell’algoritmo e di un giudizio sul progetto di sviluppo da parte di una commissione di nomina ministeriale, vennero selezionati i migliori 180 dipartimenti che si divisero una fetta consistente di finanziamento pari a € 1,3 miliardi per 5 anni. Nel 2022 si svolse la seconda edizione della “gara”. E sempre in questa logica, con la stessa legge che istituiva i dipartimenti di eccellenza, sì definì un “Fondo di finanziamento della attività di ricerca di base” rivolto ai ricercatori e ai professori associati, che prevedeva l’assegnazione individuale di 3.000€ ai migliori 15.000, classificati sulla base di un indicatore di produzione scientifica calcolato da ANVUR. Il terzo pilastro della Riforma Gelmini riguarda una profonda trasformazione delle modalità di reclutamento e progressione di carriera dei professori universitari. L’intervento legislativo introdusse l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), concepita come un “filtro oggettivo” per verificare la qualificazione scientifica dei candidati. In questo nuovo sistema, non è più sufficiente godere dell’appoggio del proprio “maestro” o della fedeltà a una rete accademica consolidata: la valutazione si basa su criteri quantificabili e standardizzati, che mirano a garantire maggiore trasparenza e meritocrazia.  Può aspirare all’abilitazione, infatti, solo chi supera determinate soglie bibliometriche – ovvero indicatori numerici relativi alla produttività e all’impatto scientifico – che sono fissate dall’ANVUR. Queste soglie variano a seconda del settore concorsuale di appartenenza e sono calcolate sulla base di algoritmi e dati bibliometrici ritenuti “oggettivi”. L’abilitazione viene decisa da una commissione sorteggiata tra studiosi del settore che abbiano fatto domanda per diventarne membri e che rispettino, anche loro, soglie bibliometriche calcolate da ANVUR. L’ottenimento dell’abilitazione non garantisce automaticamente l’accesso al ruolo di professore: gli abilitati dovranno vincere un concorso pubblico bandito dai singoli atenei. La stessa regola vale per la progressione di carriera: per passare da professore associato a professore ordinario, non è sufficiente possedere l’abilitazione; anche in questo caso, è necessario superare una selezione a livello locale. Nel frattempo, i giovani ricercatori che aspirano a una carriera accademica sono chiamati a intraprendere un lungo percorso segnato da condizioni di precarietà. Le tipologie di contratti utilizzate comprendono l’assegno di ricerca, generalmente di durata annuale e rinnovabile; il ruolo di ricercatore a tempo determinato di tipo A (RTD-A), con contratti triennali prorogabili per due anni; e infine il ricercatore di tipo B (RTD-B), per il quale è previsto, dopo tre anni e previo conseguimento dell’abilitazione, il possibile accesso al ruolo a tempo indeterminato come professore associato. La legge 79/2022 ha rivisto le figure pre-ruolo, RTDa e RTDb, sostituendole con il contratto di ricerca e la figura del ricercatore in Tenure Track (RTT). Provvedimenti successivi hanno prorogato fino al 31/12/2024 le previgenti figure, e come vedremo, le risorse del Piano di Ripresa e Resilienza, sono state utilizzate per l’assunzione di assegnisti e RTDa. L’ANVUR occupa una posizione centrale nel nuovo assetto disegnato dalla Legge Gelmini, costituendo lo strumento fondamentale per l’attuazione del “paradigma meritocratico” promosso dalla riforma. La configurazione dell’agenzia non si discosta in modo sostanziale da quella delineata pochi anni prima sotto il Ministero Mussi. Si tratta di un ente autonomo definito come “indipendente”, ma fortemente legato al potere esecutivo nelle modalità di nomina e funzionamento. L’ANVUR è infatti governata da un Consiglio Direttivo composto da sette membri, nominati con decreto ministeriale, al termine di una procedura di selezione che prevede una marcata supervisione da parte del Ministero dell’Università e della Ricerca. Questa architettura istituzionale solleva interrogativi sulla reale autonomia dell’Agenzia, soprattutto in relazione alla sensibilità politica di alcune delle sue funzioni. Le competenze affidate all’ANVUR sono decisive sia per la distribuzione delle risorse che per il reclutamento e si sono progressivamente ampliate nel corso del tempo: ANVUR si occupa non solo della valutazione della ricerca scientifica, ma anche della valutazione della didattica, della qualità dei percorsi formativi universitari, della definizione dei criteri per l’accreditamento dei corsi di studio, e, come abbiamo visto, della determinazione delle soglie quantitative dell’ASN. In altre parole, l’ANVUR non solo valuta la qualità del sistema universitario, ma contribuisce anche a definirne gli standard di funzionamento per ricerca, didattica, reclutamento e progressione di carriera. I risultati degli esercizi di valutazione realizzati da ANVUR sono la base, come abbiamo detto,  per il finanziamento delle università. In altre parole, una parte significativa dei fondi pubblici destinati alle università viene assegnata sulla base delle performance misurate secondo i criteri stabiliti da ANVUR. Nel 2011, l’Agenzia ha condotto il primo esercizio nazionale di Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR), relativo al periodo 2004–2010. A questo primo esercizio sono seguiti altri tre cicli: nel 2015 (per il periodo 2011–2014), nel 2019 (per il periodo 2015–2019) e nel 2025 (per il periodo 2020-2024). Questi esercizi si ispirano formalmente al modello inglese del Research Excellence Framework (REF), ma se ne distaccano significativamente nell’impostazione metodologica. In particolare, gli indicatori quantitativi (come il numero di pubblicazioni, le citazioni, l’impact factor delle riviste, i ranking di riviste) assumono un ruolo centrale, spesso prevalente rispetto alla valutazione qualitativa da parte dei pari. GLI EFFETTI DELLA RIFORMA A distanza di quindici anni dalla Riforma Gelmini, è possibile tracciare un bilancio sintetico dell’evoluzione di alcune variabili chiave che definiscono il funzionamento del sistema universitario italiano. Tre espressioni possono riassumere in modo efficace le principali tendenze emerse: compressione selettiva e cumulativa dei finanziamenti, precarizzazione crescente del personale docente, e valutazione amministrativa pervasiva e sistemica. Continua. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Akbaritabar, A., Bravo, G., & Squazzoni, F. (2021). The impact of a national research assessment on the publications of sociologists in Italy. Science and Public Policy, 48(5), 662-678. https://doi.org/10.1093/scipol/scab013 ANVUR. (2023). Rapporto sul sistema della formazione superiore e della ricerca. ANVUR. Baccini, A. (2017a, 17 gennaio 2017). Tutto quello che avreste voluto sapere sul FFO premiale – Atto I. 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March 17, 2026
ROARS
Torino, 17-18 aprile 2026, Convegno e Assemblea Nazionale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
IL TRAUMA DELLA GUERRA TRA STORIA, ECONOMIA, DIRITTO ED EDUCAZIONE DALLA PRIMA GUERRA MONDIALE AD OGGI CONVEGNO NAZIONALE, TORINO 17 APRILE 2026 FABBRICA DELLE “E”- CORSO TRAPANI 91/B ASSEMBLEA NAZIONALE, TORINO 18 APRILE 2026  CASA DELLE DONNE, VIA VANCHIGLIA 3 (IN CENTRO VICINO A PIAZZA VITTORIO) ORE 9.00-18.00 Dopo l’esperienza positiva degli ultimi due anni (clicca qui per il 2024 e qui per il 2025), l’Associazione ” Scuola e Società“, (soggetto accreditato alla formazione Decreto MIUR 5.7.2013 Elenco Enti Accreditati/Qualificati 23.11.2016) ha organizzato, in collaborazione con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, a Torino per il 17 aprile 2026 un Convegno nazionale in presenza e online sul processo di militarizzazione dei luoghi della formazione e sul trauma rappresentato dalla guerra, nella quale ci troviamo sempre più coinvolti e coinvolte. Si cercherà, infatti, di analizzare da un punto di vista storico, economico, giuridico e pedagogico tutte le implicazioni negative che un orizzonte di guerra porta con sé, anche e soprattutto, in vista di una massiccia ripresa in tutta Europa della leva obbligatoria. Il corso, aperto a tutta la cittadinanza e gratuito, rientra nell’ambito della Formazione docente; tutto il personale scolastico è esonerato per tutta la giornata dal servizio, ai sensi del CCNL vigente. Per iscrizione del personale a tempo indeterminato Codice SOFIA 104005 (clicca qui per aprire la piattaforma SOFIA, accedi con SPID e cerca il corso con il codice 104005). Al convegno si potrà partecipare anche da remoto su piattaforma ZOOM per chi è residente fuori dalla provincia di Torino. Per iscrizioni del personale a tempo determinato o in alternativa a SOFIA scrivere a: info.scuola.societa@gmail.com. Il link per il collegamento sarà inviato alle/agli iscritte/i alla mail comunicata all’atto dell’iscrizione. Prenotazioni fino ad esaurimento posti. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università da tempo abbiamo attenzionato la questione del ritorno della leva in Europa e in Italia e pensiamo che la questione della militarizzazione delle scuole e delle università sia legata a doppio filo con l’obiettivo strategico dei guerrafondai europei: riportare i/le nostri/e giovani al servizio militare obbligatorio. Siamo di fronte ad un apparato estremamente compatto, intelligente, capace e proprio per questo le modalità con cui cercano di arrivare al loro obiettivo non sono né stupide né semplici; a questo proposito è estremamente istruttivo studiare ciò che si sta muovendo in Europa (dai paesi scandinavi a quelli baltici passando per Germania e Polonia) perché saranno queste le modalità che verranno messe in atto anche nel nostro Paese. Per questo ci mettiamo a disposizione per costruire momenti di incontro, formazione, scambio (preferibilmente in presenza) nelle vostre città in cui presentare ciò che sta succedendo in Europa perché altri Paesi sono il laboratorio di quanto accadrà anche da noi in merito alla leva che non sarà proposta né nei termini classici né come i guerrafondai nostrani la stanno presentando. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vuole contribuire alla circolazione delle analisi e delle informazioni e mettersi a disposizione delle organizzazioni studentesche e giovanili affinché esse stesse, nella loro autonomia, sviluppino percorsi di lotta su un tema che diventerà sempre più centrale nei prossimi mesi. PROGRAMMA 17 APRILE MATTINO (8:30-13:00) 8.30 Accoglienza e registrazione dei partecipanti Introduce Natale Alfonso, Responsabile dell’Associazione Scuola e Società Coordina Roberta Leoni, Presidente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Presentazione del volume Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra La diserzione nella Prima Guerra Mondiale Bruna Bianchi, Università Ca’ Foscari, Venezia Guerra alla guerra. La Resistenza internazionale ai fascismi Carlo Greppi, storico e scrittore Pausa caffè Il cronico trauma della guerra Maurizio Bonati, Già responsabile Dipartimento Salute Pubblica, Istituto Mario Negri, Milano Testimonianze da Gaza don Nandino Capovilla, Campagna Ponti e non muri, Pax Christi POMERIGGIO (14.30-18.00) Introduce e coordina Michele Lucivero Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Il ritorno della leva in Europa e in Italia Serena Tusini, Docente, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Economia di guerra e diritto alla pace Francesco Schettino, Università della Campania L. Vanvitelli Diritto internazionale e guerra Luigi Daniele, Università degli Studi del Molise Previsto intervento di rappresentanti di associazioni studentesche e dibattito PROGRAMMA 18 APRILE 2026 Assemblea Nazionale Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università per il rinnovo delle cariche e bilancio del secondo anno associativo. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Stand esercito al Salone Orientamento Universitario di Cagliari
Dal 18 al 20 febbraio, al Salone dell’Orientamento Universitario 2026 a Monserrato, promosso dall‘Università degli Studi di Cagliari, era presente anche l’Esercito Italiano con i suoi stand informativi. Una rappresentanza di ufficiali del Comando Militare Esercito Sardegna, del Battaglione Trasmissioni “Gennargentu” e del Dipartimento Militare di Medicina Legale di Cagliari ha illustrato, ai ragazzi e alle ragazze prossimi al diploma, i percorsi e le credenziali per accedere alle accademie militari e al reclutamento Volontari in Ferma Iniziale. Agli stand era possibile sfogliare la rivista dell’esercito, tra le più antiche pubblicazioni italiane ancora in attività (clicca qui per la notizia). L‘Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sta attirando l’attenzione dell’opinione pubblica sulla presenza delle Forze Armate nelle occasioni di orientamento alla carriera universitaria e al lavoro perché la considera allarmante. Prende atto della propensione di molti rettori, dirigenti scolastici e docenti verso una linea di governo nazionalista e alla propaganda militare, e per questo si impegna a contrastare l’attuale involuzione della Storia con umanità e impegno politico. Cogliamo l’occasione per invitarvi a scriverci se avete da segnalare eventi e attività che vedano il mondo della scuola affiancato dal mondo militare, a questa mail osservatorionomili@gmail.com. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Pontedera (PI), 18 marzo: proiezione “Innocence” con Osservatorio contro la militarizzazione
MERCOLEDÌ, 18 MARZO 2026, ORE 21 PONTEDERA (PI), CINECLUB AGORÀ PONTEDERA La dimensione mondiale della guerra in corso è oramai davanti agli occhi di tutti e per questo occorre che le persone e le associazioni dal basso continuino a mobilitarsi. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sarà ospite del Comitato No Base di Pontedera in occasione della proiezione del film “Innocence” del regista Guy Davidi, iniziativa che rientra nell’ambito di un più ampio programma volto promuovere conoscenza e consapevolezza sui rischi connessi all’ideologia bellicista imperante. Invitiamo tutti e tutte quindi mercoledì 18 marzo presso il Cineclub Agorà Pontedera alle ore 21 alla proiezione del docufilm e al dibattito che vedrà la partecipazione dell’Osservatorio insieme ad Arci Valdera, Stop Rearm Valdera, Movimento No base. Partecipiamo e diffondiamo! Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e della università – Pisa -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Sionismo nelle università e borse IUPALS a studenti palestinesi bloccati a Gaza
Ci va giù pesante Antonio Violante professore di geografia alla facoltà di storia dell’Università Statale di Milano, in merito all’immobilismo non solo della CRUI, ma anche di singoli rettori in tutta Italia che una volta deliberata la borsa di studio per studenti e studentesse palestinesi arrivati al dunque se ne sono lavati le mani: con lo scoppio della guerra da Gaza non esce più nessuno: «Questo immobilismo colpevole si può spiegare soltanto con una prospettiva di carrierismo post-accademica – precisa Antonio Violante – che una volta abbandonata la carica vede ex-rettori impegnati in politica» Partendo dalla situazione degli studenti bloccati a Gaza, Violante poi smonta molti stereotipi e pregiudizi legati ad una conoscenza spesso superficiale dell’Iran persiano per analizzare la situazione geopolitica in quella parte di mondo così martoriata. Ascolta qui l’intervista ad Antonio Violante su Radio Onda d’Urto a cura di Stefano Bertoldi: https://www.radiondadurto.org/2026/03/09/scuola-resistente-la-puntata-di-sabato-7-marzo-2026/. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Imola, 14 marzo: “Esperienze concrete di opposizione al militarismo ed al commercio di armi”
SABATO, 14 MARZO 2026, ORE 17:00 IMOLA, PARCO VERZIERE DELLE MONACHE, VIA FRATELLI BANDIERA 19 Segnaliamo un’interessante iniziativa in programma a Imola sabato 14 marzo alle 17:00. L’Assemblea Anarchica Imolese organizza un incontro con dibattito sul tema della militarizzazione per analizzare alcune “Esperienze concrete di opposizione al militarismo ed al commercio di armi” presenti sul territorio emiliano romagnolo. Oltre a Giuseppe Curcio, che racconterà in sintesi l’esperienza dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università con un focus sull’attività in UNIBO, interverrà anche Stefano Cobelli del Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna dirette verso Israele ed i territori occupati della Cisgiordania. Sarà anche presente un gruppo di attivisti che riferiranno sulla cittadella dell’aerospazio a Forlì, un polo tecnologico.aeronautico che sta nascendo sulla base di una collaborazione fra Università di Bologna, Comune di Forlì, Fondazione Cassa di Risparmi di Forlì e Regione Emilia Romagna e intende sviluppare la space economy nel territorio, anche in partnership con aziende aerospaziali come Leonardo, Avio, Telespazio. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente