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Associazioni: “Criticare Israele non è antisemitismo. No alla norma-bavaglio”
Presidio-maratona il 9/09 dalle ore 13 a Montecitorio in occasione della discussione del Ddl Antisemitismo alla Camera A promuovere la mobilitazione oltre 100 organizzazioni in difesa dei diritti umani e della libertà d’espressione e informazione “Criticare Israele non è antisemitismo ma è un diritto costituzionale che va salvaguardato per il bene della nostra democrazia e dei diritti umani. Per questo la nuova ‘norma-bavaglio’, contenuta nel ddl Antisemitismo e basata sulla definizione IHRA (International Holocaust Remebrance Alliance), va fermata. Il prossimo 9 settembre, saremo dalle ore 13, in piazza Montecitorio, per un grande presidio e una maratona di interventi, in occasione dell’avvio della discussione del provvedimento in Commissione Affari Costituzionali alla Camera. Invitiamo tutte le organizzazioni sociali e politiche a unirsi alla mobilitazione”. Questo, in sintesi, l’appello firmato ad oggi da oltre 100 sigle, tra organizzazioni sociali e politiche, in difesa dei diritti umani e della libertà d’espressione e informazione. A promuovere la mobilitazione contro il ddl antisemitismo un’ampia pluralità di realtà: dal mondo dell’informazione ai sindacati, dai movimenti per la Palestina alle comunità ebraiche e cattoliche, dalle campagne e reti per la pace e contro il riarmo fino alle sigle di rappresentanza di scuola e università. E ancora: dalle associazioni per i diritti dei migranti e per la giustizia sociale fino ai collettivi di artisti e comitati cittadini da tutta Italia. “Con il ddl antisemitismo, già approvato al Senato anche con i voti di alcuni senatori dell’opposizione, si vuole introdurre nella legislazione italiana la definizione IHRA, la quale, in ben 7 degli 11 esempi esplicativi di presunti atti di antisemitismo, recepiti nel provvedimento, tende a sovrapporre le critiche alle politiche di Israele con il razzismo antisemita – spiegano – Questo equivarrebbe a tacciare di odio razziale, e a perseguire legalmente, tutti coloro che denunciano pubblicamente le politiche coloniali, le violazioni dei diritti umani, il genocidio (riconosciuto anche dall’Onu un anno fa), la pulizia etnica e l’apartheid praticati dallo Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese”. “Il ddl Antisemitismo si propone il paradossale obiettivo di trasformare in legge una definizione come quella dell’IHRA che invece nasce come giuridicamente non vincolante. Si tratterebbe dunque di una nuova, anomala, norma che amplierebbe, forzatamente, il concetto di antisemitismo, snaturandolo e trasformandolo in uno strumento per la repressione del dissenso politico e della documentazione dei crimini commessi dal governo israeliano e per colpire il diritto di critica, incentivando forme di autocensura letali per la nostra democrazia. L’Italia sarebbe il primo Paese in Europa, assieme alla Romania, ad assumere interamente la definizione IHRA con un’apposita legge dello Stato”. “È bene ricordare che gli strumenti normativi per prevenire e punire i crimini d’odio di diversa estrazione già ci sono, quali ad esempio la Legge Mancino (legge 25 giugno 1993, n. 205): sarebbe sufficiente garantirne la piena applicazione, senza il bisogno di evocare, strumentalmente, ulteriori norme, per di più liberticide come appunto quelle previste dal Ddl antisemitismo. In netto contrasto con questa deriva, come già approvato dall’Ordine dei Giornalisti, si può e si deve scegliere di abbandonare la definizione IHRA e adottare la Dichiarazione di Gerusalemme, che non vuole essere definizione vincolante dal punto di vista giuridico, ma uno strumento per identificare, monitorare e combattere l’antisemitismo attraverso una serie di linee guida, legando la lotta all’antisemitismo alla protezione dei diritti umani e alla libertà di critica”. “Ci appelliamo al mondo della cultura, scuola, università, ricerca, informazione, arte, sport e tutte le realtà sociali, culturali, sindacali, politiche, davvero democratiche, a fare fronte comune. Per far rispettare una normativa che: difenda la memoria della Shoah senza trasformarla in arma politica; protegga davvero le persone ebree da ogni forma d’odio; impedisca che l’antisemitismo venga manipolato per giustificare l’oppressione di un altro popolo e mettere in campo forme di repressione e derive autoritarie; garantisca che la lotta al razzismo sia una lotta unica, indivisibile, senza gerarchie né eccezioni”, concludono. Roma, 28 agosto 2026 LINK AL TESTO INTEGRALE DELL’APPELLO: https://docs.google.com/document/d/1J75d6Xu9bvP2otr3PggZfXsERX6TSkYOZJ7tvmXrQIw/edit?tab=t.0 Per aderire: Nobavaglioprenotazioni@gmail.com ORGANIZZAZIONI PROMOTRICI (Elenco in aggiornamento) ADIF(Associazione Diritti e Frontiere) Agorà Aifo Latina ODV Alleanza Verdi  Sinistra Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese Alkemia aps Artists for Gaza ANPI Latina, sezione Severino Spaccatrosi ANPI Roma ANPI sezione Don Pappagallo Rioni Esquilino, Monti, Celio (Roma) ANPI Milano Stadera Gratosoglio Amnesty International Italia Arci Arci Roma Articolo 21 Artisti #NoBavaglio Associazione Inclusiv3 APS ETS Associazione I.t.a.c.a. Associazione culturale Liguria-Palestina Associazione Memorie & Progetti di Pieve Ligure Assopace Palestina Associazione Stampa Romana Attac Italia BDS Italia Campagna “Ponti e non muri” Pax Christi Italia Carovane Migranti Catanesi solidali col popolo palestinese Catania NoFrontex Centro donna Lilith aps Latina Centro Studi Sereno Regis (Torino) Cobas Scuola Terni Comitato di solidarietà con la Palestina in terzo Comitato Monteverde per la Pace Comitato un Aiuto per la Palestina Comitato Pace Alto Canavese Comitato per la Palestina di Pordenone Confederazione Cobas Firenze Confederazione Cobas Umbria ControCorrente Lazio Coordinamento per l’Unità dei Comunisti Coordinamento CNR contro la guerra Coordinamento Scuole per la Palestina – Pistoia Coordinamento Ultimo giorno di Gaza Latina CRED (Centro di Ricerca ed Elaborazione e per la Democrazia) CRS (Centro per la Riforma dello Stato) CGIL Roma e Lazio FLC-CGIL Cambiare Rotta Digiuno per Gaza Disability Pride Network Disarma EPR4Palestine (Enti Pubblici di Ricerca per la Palestina) FNSI – Federazione Stampa Italiana Fondazione Pangea Forum Pace e disarmo Sinistra italiana Lazio Giovani Democratici Roma Giuristi Democratici Global Sumud Flotilla Global Sumud Flotilla – Lazio Gruppo Pensionati Vanchiglietta APS (Torino) IOCISTO-illustrAZIONI Kairos Kritica La carovana dei pacifici La Scuola per la Palestina L3A (Laboratorio Ebraico Antirazzista) Libere Cittadine per la Palestina Mai indifferenti – voci ebraiche per la pace Mamme Narranti MoveOn Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente Movimento Omosessuale Sardo ODV Movimento Studenti Palestinesi NWRG (New Weapons Research Group) Genova Network Giovani M5S Operatori dell’Informazione per Gaza OSA Osservatorio contro la Militarizzazione nelle scuole Parliamo di Socialismo PCI – Partito Comunista Italiano Partito della Rifondazione Comunista Per non dimenticare – OdV Possibile Potere al Popolo Pressenza – Agenzia stampa per la Pace e la Nonviolenza Presidio Palestina Montecitorio Rete dei Numeri Pari Rete del Dissenso Rete Giornalisti per la Costituzione Rete Italiana Pace e Disarmo Rete Italia-Palestina gemellaggi scuole Rete #NoBavaglio Rete NoWar Rete Italiana Pace e Disarmo Rete Radiè Resch Rete dei Preti contro il genocidio Rete RUP – Ricerca e Università per la Palestina Roma sa da che parte stare Roma Tre Etica Rossosispera Associazione Culturale Sanitari per Gaza Roma Saptejah (Associazione Culturale) Scuola per la Pace Torino e Piemonte Sinistra Anticapitalista Sinistra Anticapitalista Roma Sinistra Italiana Latina Sinistra Italiana Roma e Provincia Stop Rearm Italia Tetes de Bois Tikkun – Diaspora Ebraica Decoloniale Transform Italia UISP Un’altra idea di mondo Un Ponte Per Unione degli universitari Unione Sindacale di Base Valsesia per la Palestina Venice4Palestine Voci per la Palestina Redazione Italia
August 28, 2026
Pressenza
La vera faccia dell’intelligenza artificiale: il motore del riarmo
Nella corsa al riarmo, il settore defence-tech è salito sul podio nella competizione tecnologica globale degli ultimi anni. Dal 2022 ad oggi, gli investimenti di venture capital nel settore defence-tech hanno raggiunto oltre 32 miliardi di dollari complessivi (Forbes, 2026), con un’accelerazione significativa nel 2026 che ha già visto dall’inizio dell’anno circa 12,3 miliardi di dollari investiti in startup attive in difesa, aerospace e spacetech. Questa tendenza è confermata dalla proliferazione di nuove startup private del settore che raggiungono la valutazione oltre il miliardo di dollari, come dimostra un’analisi di BestBrokers (2026), la quale evidenzia la nascita di ben nove nuovi unicorni (termine coniato nel 2013 quando startup da oltre un miliardo erano così rare da sembrare mitologiche — circostanza oggi venuta meno), nell’Aerospace & SpaceTech, solamente nei primi mesi del 2026. All’interno di questa cornice, il mercato specifico dell’IA militare valeva circa 12,5 miliardi di dollari nel 2024 con proiezioni di crescita fino ai 25,58 miliardi di dollari nel 2030 — cifra che rischia di sottostimare la realtà, considerato che solamente gli Stati Uniti investiranno circa il 2% del proprio PIL in intelligenza artificiale e infrastrutture dati nel 2026, pari a circa 640 miliardi di dollari (Forbes, 2026). L’Europa e l’Italia non sono da meno: il piano ReArm Europe prevede che dal 2026 dovranno essere definite aree strategiche su IA e sistemi informativi, mentre l’Italia pianifica la nascita in Lombardia del polo quantistico più potente al mondo, investendo 230 milioni di euro dai fondi Pnrr, con una previsione di spesa di un miliardo nei prossimi 5 anni (La Riscossa, 2026). Ma a prescindere dalle cifre, ciò che facilita il ruolo dell’IA come motore del riarmo non è quanto si investe in essa, bensì il fatto che questa nuova tecnologia sia stata distribuita gratuitamente, su scala di massa, ancora prima che si sapesse fino a che punto sarebbe diventata infrastruttura militare. L’IA è entrata nella vita quotidiana di miliardi di persone come strumento apparentemente neutro, rendendo ogni obiezione al suo uso militare superata rispetto a un’infrastruttura civile a cui nessuno è più disposto a rinunciare. Il defence-tech non sta quindi semplicemente adottando l’IA, ma ne sta ereditando l’ecosistema, la cui diffusione capillare ha già reso il processo irreversibile. E questo processo si muove su quattro direttrici che si potenziano reciprocamente e alimentano il riarmo: una economico-industriale, una geopolitica, una ambientale e una politica. DIRETTRICE ECONOMICO-INDUSTRIALE: I QUATTRO MOLTIPLICATORI DEL DEFENCE-TECH La direttrice economica-industriale rivela come l’IA acceleri strutturalmente il riarmo, attraverso quattro meccanismi reciprocamente alimentati: 1. Dual-use come cavallo di Troia: l’adattamento di una quota sempre crescente di applicazioni di IA, dal settore civile all’uso militare, rende automaticamente capacità militare ogni avanzamento nei modelli generalisti, senza bisogno di un lavoro di ricerca dedicato. Un esempio di questo meccanismo in azione è dato dai sistemi di visione e riconoscimento automatico sviluppati da Anduril per i droni civili che sono stati immediatamente riproposti per la sorveglianza di confine e la ricognizione tattica. 2. Venture Capital applicato alla guerra: le startup tech non sono come i contractor tradizionali che si reggono su margini stabili nel tempo; un’impresa come Anduril deve mostrare crescita esponenziale, o i finanziamenti si fermano seguendo una spirale a rinforzo continuo: un contratto pubblico fa salire la valutazione, la valutazione più alta attira un nuovo round di venture capital, e quel round richiede — per essere ripagato — un contratto ancora più grande. Ogni fase alimenta la successiva e un taglio alla spesa militare non è più solo una decisione politica ma soprattutto una decisione economica, diventando una minaccia diretta per gli investitori. 3. Lock-in dei sistemi: per un esercito che ha costruito la propria architettura di comando e controllo grazie a determinati sistemi, diventa costosissimo sostituirli e questo crea una dipendenza tecnica pluriennale che rende il riarmo auto-rinforzante. Nel caso del Pentagono, per esempio, il sistema Maven di Palantir è diventato parte integrante dell’infrastruttura operativa. e sostituirlo richiederebbe la riconversione completa dei processi operativi, la formazione di migliaia di operatori, e la migrazione di decenni di dati. Questo rende qualsiasi alternativa tecnicamente ed economicamente impraticabile. 4. Constituency economica: aziende defence-tech come Anduril e Palantir hanno trasformato il complesso militare-industriale in un ecosistema finanziario diffuso, finanziando la loro crescita con lobbying e assunzioni incrociate di persone che escono dal governo ed entrano nelle aziende, e viceversa. Da un lato, migliaia di dipendenti possiedono azioni il cui valore raddoppia a ogni nuovo stanziamento pubblico, creando una constituency economica il cui patrimonio personale dipende direttamente dall’espansione del bilancio militare; dall’altro, questo meccanismo è alimentato da un aumento sistematico dell’influenza politica: per fare un esempio, tra il 2022 e il 2024, nove aziende IA di punta e i loro dipendenti hanno incrementato del 60% i contributi alle campagne elettorali dei membri del Congresso statunitense che controllano le politiche del Pentagono (Bulletin of the Atomic Scientists, 2026). Il risultato è un sistema in cui il denaro privato influenza sempre più le decisioni politiche su quanto e come armarsi, poiché l’incentivo a spingere per più spesa militare riguarda un numero sempre crescente di persone il cui patrimonio personale dipende direttamente dall’espansione del bilancio pubblico della difesa. DIRETTRICE GEOPOLITICA: IL POTERE SENZA ACCOUNTABILITY DEMOCRATICA I dati sugli investimenti in IA descrivono una doppia deformazione: quella dell’architettura di sicurezza internazionale e quella delle istituzioni democratiche chiamate a garantirla. Chi controlla capitali privati di centinaia di miliardi ha accesso a infrastrutture militari, politiche ed economiche paragonabili a quelle di uno Stato, ma senza la stessa responsabilità democratica. L’episodio di Musk che ha velatamente minacciato di spegnere Starlink in Ucraina è l’illustrazione più chiara di questo squilibrio: un privato cittadino con il potere di condizionare un conflitto armato, senza alcun mandato elettorale. All’interno di questa cornice si trova anche la porta girevole tra industria e apparato militare. Il generale Randy George ha impartito il giuramento a quattro dirigenti tech — provenienti da Meta, OpenAI e Palantir — entrati in ruoli militari (Bulletin of the Atomic Scientists, 2026); funzionari del Pentagono che avevano contribuito a scrivere i requisiti IA dell’esercito sarebbero poi passati a lavorare per le stesse aziende che hanno vinto quei contratti (Defensescoop, 2026). Quando chi scrive le regole e chi le soddisfa finiscono per scambiarsi i ruoli, i canali di influenza tra potere economico e potere politico smettono di essere l’eccezione e diventano la norma strutturale. La fitta rete di relazioni tra figure potenti e personaggi politici mostra l’esistenza di canali di influenza che alterano completamente i rapporti di forza tra i cittadini e i loro rappresentanti politici: i governi non temono più le conseguenze elettorali perché la concentrazione patrimoniale ha spostato il centro di gravità decisionale verso lobby, media acquistabili e nomine incrociate tra industria e difesa. DIRETTRICE AMBIENTALE: LA COMPETIZIONE PER LE RISORSE PRIMARIE Il collegamento tra intelligenza artificiale e riarmo si completa quando osserviamo la dimensione materiale: l’IA necessita di infrastrutture energetiche che competono con gli Stati per le risorse primarie mentre vengono finanziate da un settore privato il cui profitto dipende dalla continuazione della tensione geopolitica che quegli stessi sprechi di risorse comportano. Secondo il report dell’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università delle Nazioni Unite (2026),  nel 2025 i data center globali hanno consumato 448 TWh di elettricità, sufficiente a rifornire i bisogni annui di tutta la popolazione dell’Africa sub-sahariana – 1,3 miliardi di persone – per oltre due anni e mezzo. Se fosse un Paese, questo consumo si posizionerebbe all’11º posto nella classifica globale davanti all’Arabia Saudita, con una carbon footprint di 189 milioni di tonnellate di CO₂e e un impatto idrico di 4,5 trilioni di litri, pari ai bisogni domestici minimi di 620 milioni di persone. L’Intelligenza Artificiale rappresenta una parte consistente di questo consumo: nel 2025 i carichi di lavoro dell’IA da soli hanno rappresentato oltre il 20% dell’elettricità usata nei data center, circa 93 TWh, equivalenti ai bisogni residenziali di 715 milioni di africani subsahariani. Ciò equivale a 40 milioni di tonnellate di CO₂e (CO₂e è la misura che riassume in un solo numero l’impatto di tutti i gas serra coinvolti, non solo la CO₂ pura) – quanto assorbito da 661 milioni di piantine urbane in 10 anni. A questo si aggiungono 900 miliardi di litri d’acqua – l’equivalente di 365.000 piscine olimpioniche – e l’utilizzo di 1.400 km² di terreno – un’area pari a 195.000 campi da calcio. Questa energia elettrica potrebbe soddisfare l’intero fabbisogno energetico di un Paese come la Nigeria, la sesta nazione più popolosa al mondo, per oltre due anni. Le proiezioni per il futuro prevedono il raddoppiamento di questi consumi nei prossimi quattro anni. Questa crescita, inserita in un contesto più ampio di scarsità e crisi climatica, non è neutrale: la competizione per le risorse primarie che innesca l’IA nutre la stessa tensione geopolitica che finanzia la sua espansione, in un circolo vizioso che tende a moltiplicare il conflitto. DIRETTRICE POLITICA: LO SCARSO MARGINE D’AZIONE DELL’ATTIVISMO Le lotte contro la violenza ambientale hanno dimostrato che i grandi investitori agiscono consapevolmente su comunità già fragili: se le comunità colpite devono impiegare le loro energie nella sopravvivenza quotidiana, avranno poco margine d’azione da dedicare alla mobilitazione politica. Il risultato è un circolo vizioso: risorse primarie ridotte si traducono in bassa capacità di resistenza; la resistenza indebolita permette agli attori responsabili della scarsità di ridurre ulteriormente le risorse disponibili per le comunità. È la privatizzazione della crisi. In questo meccanismo, la dipendenza dalle risorse controllate da terzi diventa ricatto politico, e l’autonomia politica svanisce insieme all’indipendenza materiale, privando le comunità colpite di leve di negoziazione concrete. Queste tendenze non vengono meno nel contesto dell’espansione dell’IA: secondo un rapporto di Bloomberg (2025), quasi due terzi dei nuovi data center di IA degli Stati Uniti, costruiti o in fase di sviluppo dal 2022, si trovano in aree con elevati livelli di stress idrico. Lo stesso rapporto mette in luce la stessa tendenza anche in altre regioni aride come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Un’analisi su circa 700 data center statunitensi conferma che quasi la metà si trova in aree con un carico ambientale sopra la media, molte delle quali sono localizzate in zone con indicatori di vulnerabilità sociale, come povertà e bassi livelli di istruzione (World Resources Institute, 2026). Le proiezioni prevedono che questa dinamica interesserà porzioni sempre più ampie del pianeta,  e quando la competizione per le risorse essenziali diventerà strutturale su scala globale assisteremo a una ristrutturazione planetaria del potere: l’erosione sistematica della nostra capacità collettiva di resistere materialmente e politicamente. SMANTELLARE L’INTRECCIO DEL RIARMO: UNA PIATTAFORMA COMUNE DI AZIONE COLLETTIVA La finestra di tempo per cambiare traiettoria si sta restringendo e la differenza che possiamo fare dipende da quanto rapidamente riusciremo a organizzare la pressione necessaria prima che l’intreccio sinergico delle quattro direttrici diventi irreversibile. Movimenti antisistemici, per la giustizia climatica o per la democrazia digitale esistono già, ma non operano in sinergia pur condividendo lo stesso avversario: la concentrazione patrimoniale senza limiti, ovvero il comune denominatore di tutte e quattro le direttrici del riarmo. La via più rapida per indebolire questo circuito è ridurre l’accumulazione estrema di ricchezza, ad esempio attraverso l’istituzione di un tetto patrimoniale progressivo che, riducendo uno dei canali di finanziamento di capitale privato disponibile per startup defence-tech, rallenterebbe l’innovazione bellica fuori dal controllo parlamentare, limiterebbe il possesso da parte di singoli individui di infrastrutture critiche con rilevanza strategica internazionale e indebolirebbe la pressione a destinare risorse pubbliche al riarmo anziché alla transizione ecologica. Una misura di questo tipo, da sola, non risolve i limiti strutturali del problema — le corporazioni possono sostituire i miliardari come centri di capitale concentrato e il rischio di fuga di capitali verso giurisdizioni più permissive è reale. Ha senso solo se accompagnata da riforme complementari: trasparenza sui beneficiari effettivi, limiti al lobbying, armonizzazione fiscale a livello europeo, trasparenza sui finanziamenti politici e democratizzazione dei media. Si tratta di misure già dibattute nelle opportune sedi: gli strumenti teoricamente esistono, così come la loro fattibilità tecnica, ma manca la forza politica necessaria a implementarli. Un movimento omogeneo e coerente capace di connettere le quattro direttrici del riarmo in un’unica cornice di rivendicazione democratica potrebbe generare quella forza. Ed è proprio questo lo scopo del presente articolo: cominciare a fare luce su questo collegamento e contribuire a tessere quella rete di consapevolezza che può trasformare rivendicazioni isolate in una piattaforma comune di azione collettiva. Elisabeth Di Luca, Pubblicato su Pressenza il 12 agosto 2026. Fonti * AI Investment Will Hit 2% Of US GDP This Year, Analyst Says—Nearing Defense Spending Levels. * Unicorn Startups: AI and Robotics Post Record-Breaking Valuations in 2026 – BestBrokers.com. * Piano di riarmo europeo: industria bellica, finanza, università e intelligenza artificiale | La Riscossa. * The rise of the military-technology complex – Bulletin of the Atomic Scientists. * War Data Platform integration plans under scrutiny as DOD hustles to weaponize AI | DefenseScoop. * https://collections.unu.edu/eserv/UNU:10647/UNU-INWEH-Report-The_Env_Cost_of_AI-20 26.pdf. * AI Is Draining Water From Areas That Need It Most. * From Energy Use to Air Quality, the Many Ways Data Centers Affect US Communities. Letture di approfondimento [Elenco di materiale consultato ma non citato direttamente, da cui sono nate alcune idee del pezzo] How Data Centers Are Deepening the Water Crisis – Business Insider. Intelligenza artificiale militare: applicazioni operative, architetture data-centriche e nuovi attori della defence-tech | Ce.S.I. Centro Studi Internazionali. Defence tech e spacetech: il venture capital accelera sugli unicorni della sicurezza. Artificial Intelligence in Defense and Security Global Research Report 2025: Market to Reach $22.75 Billion by 2029 – Long-term Forecast to 2034 https://www.researchandmarkets.com/reports/6215084/artificial-intelligence-in-defense-security. https://www.ceres.org/resources/reports/drained-by-data-the-cumulative-impact-of-data-centers-on-regional-water-stress. Data Center Boom Risks Health of Already Vulnerable Communities | TechPolicy.Press. https://www.corriere.it/buone-notizie/civil-week/26_febbraio_22/data-center-costi-e-consumise-con-20-domande-a-chatcpt-si-prosciuga-un-acquedotto-1593f8bd-663a-41c5-bc92-e5e5a 0583xlk.shtml?refresh_ce. The Intersection of Data Center Development, Water Availability, and Environmental Justice in California. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Perché Pressenza è media partner di Re-Imagine Peace
In questi giorni ci è giunta questa domanda e c’è stato anche un dibattito all’interno della redazione italiana sul fatto che Pressenza sia tra i media partner di questo festival. Intanto diciamo che il dibattito e lo scambio di opinioni, sincero e reciproco, è sempre positivo e che permette di chiarire alcuni temi che restano “in sospeso”. Un motivo semplice di quest’adesione è che ci troviamo in buona compagnia con Avvenire e Controradio, anch’essi media partner del festival. Un motivo più profondo è la storia di questa collaborazione: abbiamo preso contatto con Noa e con gli organizzatori grazie ai Combatants for Peace circa un anno fa, quando l’evento sembrava imminente. Come tutti sanno Pressenza collabora con Combatants for Peace da tre anni, ha pubblicato un libro su di loro con Multimage e membri di Pressenza fanno parte del gruppo di supporto italiano; come dire, ci ha presentato e invitato a partecipare un gruppo di cui abbiamo la massima stima e che ha più volte preso posizioni chiare sul genocidio del popolo palestinese, sull’apartheid e sulla necessità di percorrere “un’altra via”. Una conferma è venuta dalla lettura del programma che gli organizzatori, con tenacia e sicuramente mille difficoltà hanno messo in piedi: un programma dove palestinesi e israeliani lavorano sempre insieme, un programma che presenta le azioni non solo di Combatants for Peace, ma anche del Parents Circle Families Forum e di altri attivisti per la pace, la nonviolenza e il dialogo. Come dice Francesca Albanese nel suo nuovo, bellissimo libro, “La luce del risveglio”, si sta diffondendo nella coscienza di molti l’empatia per il dolore degli “altri” e il riconoscimento dello stesso valore umano tra tutte le parti, un’esperienza che i membri di questi gruppi hanno fatto da tempo, partendo da dolorosissime situazioni personali per aprire strade di dialogo, azione comune e riconciliazione e rifiutando l’odio e la vendetta. Pressenza li segue da tempo e da sempre documenta e appoggia tutte le soluzioni nonviolente a questo conflitto, come a tutti i conflitti. Nel fare questo relaziona su realtà molto diverse tra loro, non sempre d’accordo tra loro, perché vuol essere uno spazio aperto alla documentazione, al dialogo, all’approfondimento. Lo stesso, ampio spazio è stato sempre dato alle tante realtà di base che in Italia manifestano da anni contro l’apartheid, la pulizia etnica, il genocidio a Gaza e in solidarietà con il popolo palestinese, offrendo la possibilità di testimoniare il loro impegno con resoconti diretti e reportage fotografici. La partecipazione al festival Re-imagine peace si inserisce quindi in una lunga storia di “giornalismo dal basso” per mostrare le tante luci che illuminano l’oscurità di questo momento drammatico, eppure colmo di possibilità. I redattori di Pressenza seguiranno le attività di Re-Imagine Peace raccontando quello che succederà con attenzione e spirito critico, nella speranza che sia un necessario momento di conoscenza, approfondimento e dialogo con quelle realtà coraggiose che nel conflitto in corso in Palestina-Israele non si arrendono all’apparente destino della violenza, ma cercano un’altra strada, difficile, dolorosa, piena di insidie e di cammini ripidi; una strada fatta di giustizia, di co-resistenza, di difesa dei diritti umani, di dialogo e di compassione. A chi in questi giorni ha visto, magari in buona fede, nel festival un tentativo di normalizzazione, regaliamo le parole che abbiamo appena pubblicato di Mai Shahin, palestinese: “Non normalizziamo l’occupazione. Non cancelliamo l’asimmetria. Non evitiamo di dare un nome all’ingiustizia. Rimaniamo fedeli alla verità e manteniamo il rapporto. Non è facile. Ha un costo. Per i palestinesi, può significare sospetto, pressioni politiche e rischi fisici in un contesto di occupazione e instabilità. Per gli israeliani, può significare isolamento e confronto con le narrazioni dominanti nella loro stessa società.” Redazione Italia
July 9, 2026
Pressenza
Resistenze, su Diario di città
La voce che viene dal territorio ci conduce a ritrovare l’esperienza di Orto Collettivo, che insiste sulla terra coltivata a Calenzano e insieme apre e si connette alle realtà lontane e vicine nei valori. Attraverso l’incontro con i prodotti calabresi … Leggi tutto L'articolo Resistenze, su Diario di città sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Mediattivismo e informazione dal basso: L’incontro allo Zac! di Ivrea
Cosa significa fare informazione nella Società dello spettacolo dove la manipolazione del linguaggio è diventata una vera e propria forma di governo? L’informazione dal basso ha ancora la forza di contrastare la disinformazione permanente? In questo video vi proponiamo la registrazione dell’incontro dello scorso 8 giugno 2026 presso lo Zac! di Ivrea dedicato al mediattivismo. L’analisi è partita dagli anni ’70 ed è arrivata ai giorni nostri, mettendo in luce quanto il controllo delle parole modelli la nostra percezione della realtà. Emblematica è la battaglia culturale e di linguaggio portata avanti dai movimenti nell’ultimo anno per riportare le parole al loro vero significato, come per il termine “genocidio” in riferimento al massacro del popolo palestinese da parte di Israele.   L’introduzione si è concentrata sulla necessità di portare avanti questo lavoro di riappropriazione della verità inquadrandola nel rapporto costante con l’uso dei media che attraversano la storia dell’attivismo contemporaneo. Rispetto alla realtà eporediese è stato importante il racconto di Francesco che si è concentrato sulla nascita di Radio Rosse Torri nel ’77, raccontando poi dell’evoluzione , prima cartacea e poi digitale del giornale Varieventuali, con una riflessione aperta sul necessario ricambio generazionale. Abbiamo poi spostato il focus sul podcast e sul lavoro che, con M. Alessandra Filippi e con le Local March for Gaza, stiamo facendo per contrastare gli scivolamenti di significato delle parole. L’intervento di Alessandra si è concentrato sulla deriva dei media tradizionali, diventati spesso organo di propaganda, evidenziando come la situazione italiana sia decisamente più grave rispetto ad altri panorami informativi esteri. Tony e Daniela della casa editrice Multimage e redattori di Pressenza hanno presentato il libro “Moltitudini di Ribelli“, spiegando la pratica del partenariato con i movimenti sociali e la scelta netta di fare un’informazione di parte, conflittuale e rigorosamente nonviolenta. Vi è stato spazio anche per la testimonianza di Nicoletta, che ha portato la voce e l’esperienza delle Mamme per il Dissenso, raccontando la resistenza quotidiana, la costruzione di reti di solidarietà e l’opposizione frontale alle logiche securitarie e repressive che colpiscono i giovani e i movimenti. L’incontro si è chiuso con l’importante riflessione sollevata da Norberto Patrignani sul ruolo pervasivo di Big Tech: un monito cruciale sull’uso dei dati, sugli algoritmi proprietari che controllano il flusso delle notizie e sul rischio di delegare la nostra comunicazione a infrastrutture private che soffocano il mediattivismo. Sarà il tema del prossimo incontro https://www.youtube.com/watch?v=Q9A-o-soLmM Ettore Macchieraldo
June 20, 2026
Pressenza
Pressenza: Ancora sulla parata militare del 2 giugno
DI LAURA TUSSI SU PRESSENZA DEL 30 MAGGIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura Tussi, pubblicato su Pressenza  il 30 maggio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in riferimento alla parata del 2 giugno. «Siamo alla vigilia del giorno in cui l’Italia celebra la nascita della Repubblica con la tradizionale parata militare del 2 giugno, e torna inevitabilmente ad affacciarsi una domanda profonda sul significato stesso della democrazia costituzionale nata dalla Resistenza. Perché sussiste un evidente dissonanza tra l’inchinarsi alle Frecce Tricolori, ai mezzi militari e all’esibizione della forza dello Stato, e la Costituzione italiana che custodisce un principio radicale ma spesso rimosso dal dibattito pubblico: l’articolo 11, quello in cui “l’Italia ripudia la guerra”, come anche dichiara l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università…continua a leggere su www.pressenza.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La banalizzazione del sionismo
Erri De Luca è a Gerusalemme. Lo ospita l’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation. Ha appena dichiarato al quotidiano Israel Hayom — il giornale fondato da Sheldon Adelson come strumento di supporto diretto a Netanyahu — di essere sionista, e di ritenere che definire «genocidio» ciò che accade a Gaza costituisca una «distorsione storica e verbale». Ha aggiunto che non condividerà mai un palco con chi usa quella parola. Il Nobel sudafricano J.M. Coetzee, invitato allo stesso festival, ha declinato aderendo al boicottaggio culturale. De Luca ha scelto la direzione opposta. Questo testo non si occupa della biografia di De Luca, né della sua letteratura. Si occupa delle sue tesi. Perché le tesi hanno conseguenze, e le conseguenze meritano confutazione. I. Il sionismo «minimo» come operazione retorica La prima mossa argomentativa di De Luca è una ridefinizione. Il sionismo, afferma, sarebbe «il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria». Su questa base, chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere sarebbe già sionista, spesso senza saperlo. È una mossa raffinata quanto fuorviante. Svuota il termine di ogni contenuto storico per renderlo accettabile a chiunque, trasformandolo da categoria politica concreta in astrazione filosofica sull’autodeterminazione. Ma il sionismo non è nato come idea astratta. È nato come progetto politico di colonizzazione di una terra abitata, teorizzato da Herzl, realizzato attraverso la Nakba del 1948, la pulizia etnica di oltre 700.000 palestinesi dalle loro case — documentata non da propagandisti palestinesi, ma da storici israeliani come Benny Morris e Ilan Pappé. Hannah Arendt lo denunciò. Albert Einstein firmò una lettera pubblica definendo il partito di Begin — antenato diretto del Likud — fascista nei metodi e nell’ideologia. Ridefinire il sionismo come «coesistenza» nel maggio 2026 — mentre la Legge Fondamentale dello Stato-Nazione del 2018 sancisce costituzionalmente il carattere esclusivamente ebraico dello Stato, mentre i coloni occupano la Cisgiordania sotto protezione militare, mentre Gaza viene demolita sistematicamente quartiere per quartiere — non è filosofia. È propaganda con un volto letterario. E De Luca, che conosce l’ebraico antico e traduce la Bibbia, sa leggere anche questo. II. La «rabbia grammaticale» come categoria politica Il secondo nucleo argomentativo riguarda la parola «genocidio». De Luca afferma che l’uso di quel termine suscita in lui una «profonda rabbia grammaticale» e che applicarlo a Gaza costituisce una distorsione. La sua prova: se l’obiettivo dell’IDF fosse lo sterminio, avrebbe potuto colpire una popolazione immobile. Invece Israele ha ripetutamente spostato i civili da nord a sud e da sud a nord. Dunque non è genocidio. Questo ragionamento ha un nome tecnico: è una fallacia del fine dichiarato. Presuppone che un’operazione possa essere definita genocidaria solo se chi la compie lo dichiara esplicitamente come tale. Ma la Convenzione del 1948 non richiede l’ammissione degli intenti: richiede la prova dell’effetto sistematico e dell’intenzione di distruggere le condizioni di vita di un gruppo. Gli spostamenti forzati — presentati da De Luca come prova della buona fede di Israele — sono essi stessi classificati dalla Corte Penale Internazionale come crimini contro l’umanità. La Corte Internazionale di Giustizia — il massimo organo giudiziario dell’ONU, non un collettivo di attivisti — ha ritenuto plausibile la violazione della Convenzione sul Genocidio e ha emesso misure cautelari che Israele ha ignorato. Il rapporto A Cartography of Genocide di Forensic Architecture ha documentato la distruzione sistematica di obiettivi civili, culturali e sanitari. In un anno, l’aspettativa di vita a Gaza è crollata di 35 anni: il crollo più rapido mai registrato, superiore persino a quello del Rwanda nel 1994. Nei soli primi quattro mesi del conflitto, il numero di bambini uccisi ha superato quello di tutti i conflitti mondiali combinati degli ultimi quattro anni. De Luca decide di stare con la narrativa di Israel Hayom. È una scelta. Non è una verità. III. L’empatia selettiva come struttura del discorso Per comprendere come sia possibile che un intellettuale costruito sull’idea di stare dalla parte degli ultimi arrivi a negare l’evidenza più documentata del nostro tempo, occorre un quadro analitico che vada oltre la singola vicenda biografica. Roberto De Vogli, nel suo Empatia selettiva (Aliberti, 2025), offre una risposta sistemica. Per empatia selettiva intende la tendenza a provare compassione principalmente o esclusivamente per i membri del proprio «gruppo di appartenenza» — in base all’etnia, alla nazionalità, alla religione o allo status sociale — mostrando invece poca o nessuna empatia per i membri del «gruppo esterno». Non si tratta di una mancanza di empatia tout court: si tratta di una forma di risposta emotiva tribale che riserva compassione a determinate vittime e la nega ad altre. È un tratto che trascende i confini culturali, che ha radici biologiche, ma che è altrettanto plasmato dall’ideologia, dalla propaganda, dalla costruzione narrativa dei media e degli intellettuali di riferimento. De Vogli osserva che l’indifferenza dell’Occidente di fronte a Gaza non può essere spiegata con la mancanza di conoscenza. Le immagini sono disponibili, i dati sono pubblici, le sentenze internazionali sono leggibili. Ciò che manca è la compassione selettivamente negata. E questa negazione non avviene nel vuoto: viene costruita, giustificata, legittimata da figure che godono di autorevolezza culturale e che offrono razionalizzazioni intellettualmente presentabili per ciò che altrimenti sarebbe semplicemente insostenibile. De Luca svolge esattamente questa funzione. Non è il volto più brutale del sionismo: è la sua maschera progressista. Viene dalla sinistra radicale, da Lotta Continua, dall’operaismo militante. Ha difeso i No Tav in tribunale. Ha scritto pamphlet contro il potere. Ogni volta che una voce con quel profilo si dichiara sionista e nega il genocidio, la macchina della hasbara — la propaganda istituzionale israeliana — può concludere: «Vedete? Non è questione di destra e sinistra. È questione di onestà intellettuale». De Luca è prezioso per questa funzione normalizzante. La bellezza di una prosa non garantisce la lucidità di un giudizio politico. IV. Il coraggio come inversione De Luca presenta la sua posizione come atto di libertà intellettuale contro i «venti dominanti». Sostiene di essere volontariamente isolato dal mondo culturale italiano da un quarto di secolo. Afferma di non aver bisogno di critici letterari che tengano la corda quando è «appoggiato a una parete di roccia». Ma c’è un’asimmetria che questa retorica nasconde deliberatamente. Quando De Luca difendeva i No Tav si schierava contro lo Stato italiano, contro grandi interessi economici, contro la magistratura. Rischiava in proprio. Oggi, dichiarandosi sionista su un giornale israeliano di destra e partecipando a un festival finanziato dalla Jerusalem Foundation, si schiera con il governo più potente della regione, con l’apparato militare più avanzato del Medio Oriente, con i governi occidentali che finanziano e armano Israele nonostante le ordinanze internazionali. Non è coraggio. È conformismo travestito da eresia. I «venti dominanti» che De Luca dichiara di sfidare non sono quelli di Gaza: sono quelli dell’establishment culturale italiano che lo critica. Ma l’establishment culturale italiano non ha bombardato ospedali, non ha imposto blocchi alimentari, non ha ucciso giornalisti. I venti che spirano davvero, e che De Luca asseconda, vengono da un’altra direzione. V. La semantica come complicità Vi è un ulteriore aspetto che merita attenzione: il ruolo che la disputa semantica svolge nella struttura del discorso negazionista. De Luca non nega i morti. Non nega la distruzione. Contesta la parola. E in questo contesto, contestare la parola equivale a contestare la qualificazione giuridica, morale e politica di ciò che quella parola descrive. William Schabas, professore di Diritto internazionale alla Middlesex University, ha spiegato perché questo non è un dettaglio formale: la parola conta per le vittime, perché indica il riconoscimento della loro sofferenza come crimine dei crimini; conta giuridicamente, perché apre le porte alla Corte Internazionale di Giustizia attraverso la Convenzione sul Genocidio; conta politicamente, perché sancisce la responsabilità degli Stati che ne sono stati complici. Invocare la «rabbia grammaticale» davanti a oltre 70.000 morti — di cui circa il 60% donne, bambini e anziani, secondo le stime pubblicate su The Lancet — non è rigore lessicale. È la sublimazione letteraria di una scelta di campo. E ogni scelta, a questo livello di consapevolezza, porta con sé una responsabilità che nessuna metafora poetica può assolvere. VI. Il paradigma palestinese C’è infine una domanda più radicale che attraversa questa vicenda, e che riguarda non soltanto De Luca ma la struttura di un intero modo di stare nel mondo. Gaza è diventata lo spartiacque della coscienza del nostro tempo. Non perché si possa — o si debba — ignorare le altre guerre, le altre sofferenze, le altre occupazioni. Ma perché Gaza rappresenta il luogo in cui si misura più precisamente se l’empatia è universale o tribale, se i princìpi che si dichiara di difendere reggono quando diventano scomodi, se il coraggio intellettuale è una postura o una pratica. De Vogli documenta come Gaza sia diventato il luogo con il più alto numero di amputazioni infantili pro capite al mondo; come il bilancio dei bambini uccisi non abbia precedenti nella guerra contemporanea; come in un solo anno l’aspettativa di vita sia collassata di un terzo di secolo. Queste non sono astrazioni: sono misure. E quando di fronte a queste misure si risponde con una «rabbia grammaticale», si rivela qualcosa di preciso sulla propria posizione morale, che non può essere celato da decenni di militanza precedente. L’empatia selettiva — e qui sta il punto fondamentale del contributo di De Vogli — non è una condizione inevitabile. Non è soltanto biologia: è anche ideologia. E se è plasmata dall’ideologia, può essere messa in discussione, può essere cambiata. Ma solo se si è disposti a riconoscerla per quello che è. Erri De Luca non lo è. E nel non esserlo, dimostra esattamente ciò che nega. Riferimenti bibliografici e documentali De Vogli, R. (2025). Empatia selettiva. Perché l’Occidente è rimasto a lungo indifferente al genocidio di Gaza. Compagnia editoriale Aliberti. De Luca, E. (25 maggio 2026). «Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio» (intervista a Israel Hayom, trad. G. Meotti). Il Foglio, 25 maggio 2026. Disponibile su: https://www.ilfoglio.it Morvillo, V., Laor, I., Fernández, M., Circolo GAP Roma (27 maggio 2026). «Erri De Luca si schianta sul genocidio». Contropiano. Disponibile su: https://contropiano.org Taddei, R. (25 maggio 2026). «Erri De Luca a Gerusalemme». Comune-info. Disponibile su: https://comune-info.net Forensic Architecture (2024). A Cartography of Genocide. Disponibile su: https://forensic-architecture.org Guillot, M. et al. (2025). «Life expectancy in Gaza». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Jamaluddine, Z. et al. (2025). «Demographic composition of fatalities in the Gaza Strip». The Lancet. Citato in: De Vogli (2025). Bhutta, Z.A. et al. (2024). «When is enough, enough?». British Medical Journal. Citato in: De Vogli (2025). Corte Internazionale di Giustizia (gennaio 2024). South Africa v. Israel. Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide. Misure cautelari. Schabas, W. (2024). Intervista a Der Spiegel. Citato in: De Vogli (2025). Morris, B. (2004). The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited. Cambridge University Press. Pappé, I. (2006). The Ethnic Cleansing of Palestine. Oneworld Publications. Amnesty International (2022). Israel’s Apartheid against Palestinians: Cruel System of Domination and Crime against Humanity. Laor, I. (19 maggio 2006). Risposta a Erri De Luca. Il manifesto. Citato in: Morvillo et al. (2026). Francesco Russo
May 28, 2026
Pressenza
Erri De Luca: “La soluzione è due Stati, uno palestinese e uno israeliano”
Dopo le polemiche seguite alle sue parole a Gerusalemme, lo scrittore risponde sul significato del termine sionismo, sulla soluzione a due Stati e sulle critiche ricevute. Le parole, in tempo di guerra, non sono mai soltanto parole. Possono diventare ponti oppure ferite, chiarimenti oppure detonatori. Le recenti dichiarazioni di Erri De Luca, rilasciate dopo la sua partecipazione al Jerusalem International Writers Festival, in cui lo scrittore si è definito sionista, hanno acceso una polemica intensa, con reazioni molto dure. La tragedia che si consuma in Palestina, la conta quotidiana delle vittime civili e la crescente polarizzazione del dibattito pubblico fanno sì che ogni termine assuma un peso enorme. Alcune parole vengono ascoltate nella loro intenzione originaria, altre filtrate attraverso il trauma, la rabbia, la paura, la storia personale e collettiva di ciascuno. Da lettrice che segue da molti anni il lavoro di Erri De Luca, e da giornalista che collabora con Pressenza, ho sentito il bisogno di non fermarmi alle interpretazioni e alle polemiche, ma di cercare un confronto diretto. Queste le domande che gli ho rivolto: Quando dici “sono sionista”, che cosa intendi esattamente? E, al di là delle parole, dei loro significati più stretti o più ampi e delle possibili strumentalizzazioni, qual è la tua visione su come si possa arrivare a una soluzione di pace davanti a questo dramma? Come stai vivendo, sul piano umano e personale, le reazioni così dure che stanno accompagnando queste tue dichiarazioni? Buongiorno Lucia. Sulla parola sionismo ti rimando a una pagina che ho scritto ieri e messa sui canali della rete. Te la riassumo. Ritorno su una parola infelice. Oggi sionismo coincide con il governo della peggiore destra israeliana. Ho voluto recuperare il senso originale: sionista è chi riconosce lo Stato d’Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è sionista. Non lo è chi sostiene l’eliminazione di Israele dalla carta geografica. Questa posizione coincide con quella di Hamas. Non con quella dell’OLP che rappresenta una parte del popolo palestinese. Gli accordi di Oslo del 1993 tra Arafat e Rabin hanno prodotto il riconoscimento dello Stato di Israele da parte dell’OLP. Questa constatazione , è sionista chi sostiene la soluzione a due Stati, è stata ricevuta come una provocazione grave. Non è mio intento offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese, che condivido. Dalla distanza raggiunta con l’età vedo possibile e obbligatoria la soluzione a due Stati. Uno palestinese senza la dittatura di Hamas a Gaza, dove il popolo sia libero di indire elezioni e scegliere i propri rappresentanti. E un governo israeliano libero dagli estremisti e dal loro programma di esproprio e annessione di terre palestinesi. Il dolore e l’oppressione del popolo palestinese sarà medicato solo dal risarcimento di uno Stato libero e affrancato dalla guerra. Visto il surriscaldamento dei commenti non credo di raffreddarli, ma devo questa aggiunta a chi ha stima di me e mi vuol bene. Sulla seconda parte , più personale, mi sono già trovato a ricevere vibrate disapprovazioni. Il mio carattere me le fa accettare, perché chi riceve elogi deve anche accogliere il loro contrario. Non gli insulti, che mi sono indifferenti perché non sono argomenti. Le mie poche domande non hanno naturalmente la pretesa di esaurire una questione così complessa, né di offrire risposte definitive. Nascono piuttosto dal bisogno di aprire uno spiraglio di confronto, di chiarire il senso di alcune parole e di offrire ulteriori spunti di riflessione. Ringrazio Erri De Luca per aver accolto questo breve dialogo e per aver condiviso il suo pensiero in un passaggio così delicato. Lucia Montanaro
May 27, 2026
Pressenza
Pressenza: Verso il 2 giugno e la parata. Militarizzazione dei territori e conflitto sociale
DI LAURA TUSSI SU PRESSENZA DEL 24 MAGGIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura Tussi, pubblicato su Pressenza  il 24 maggio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in riferimento alla parata del 2 giugno. «Negli ultimi anni il tema della militarizzazione dei territori ha assunto una rilevanza crescente nel dibattito politico e sociale italiano, intrecciandosi con questioni ambientali, economiche e democratiche, anche con l’istituzione dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università […]. La mobilitazione del 2 giugno si inserisce dunque all’interno di una più ampia critica al modello politico ed economico contemporaneo, considerato sempre più orientato verso la guerra e la sicurezza militare. Le iniziative previste – presìdi, manifestazioni e azioni pubbliche diffuse – mirano a rendere visibili le connessioni tra conflitti internazionali, trasformazioni territoriali e impoverimento sociale. Attraverso la costruzione di una rete nazionale di lotte territoriali, i promotori dell’appello intendono affermare una concezione alternativa della sicurezza, fondata sulla tutela dei diritti sociali, della salute collettiva, dell’ambiente e della partecipazione democratica…continua a leggere su www.pressenza.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Josi Della Ragione: perché la spiaggia di Bacoli non può essere un privilegio per pochi
 Dall’esperienza di Free Bacoli alla battaglia sui lidi militari di Miseno, il sindaco racconta la sua idea di legalità, beni comuni e diritto al mare. Chi è davvero Josi Gerardo Della Ragione? A Bacoli lo conoscono tutti. Ma fuori dai Campi Flegrei non tutti sanno davvero da dove comincia la sua storia pubblica. Prima di essere il sindaco che oggi guida una delle battaglie più discusse del territorio, Josi Gerardo Della Ragione viene da un percorso di attivismo civico nato nel 2008 con Free Bacoli: liberare Bacoli dall’apatia e dalla rassegnazione. Da lì prende forma una linea precisa, tradotta negli anni in un’idea riconoscibile di impegno pubblico: legalità, beni comuni, trasparenza, tutela dell’ambiente e valorizzazione culturale del territorio. Una visione che a Bacoli tiene insieme mare, paesaggio, archeologia, memoria e diritto dei cittadini a vivere pienamente i luoghi della propria comunità. Dentro questo percorso si inserisce oggi anche la battaglia sui lidi militari di Miseno. In un tratto di costa tra i più simbolici e frequentati dell’area flegrea, il Comune contesta da tempo il fatto che una porzione enorme di arenile resti sottratta alla cittadinanza, tra stabilimenti militari, basi logistiche e concessioni che, secondo l’amministrazione, non corrispondono più alla realtà effettiva dell’uso di quegli spazi. A rendere ancora più forte lo scontro è stato, in questi giorni, il cartello comparso sulla spiaggia di Miseno con la scritta “Divieto di accesso” e il riferimento alla “sorveglianza armata”. Un’immagine che ha colpito profondamente l’opinione pubblica e che, più di ogni altra cosa, ha reso visibile la frattura tra due idee opposte di mare: da una parte uno spazio pubblico, aperto e condiviso; dall’altra un’area percepita come sottratta alla collettività. Per capire meglio il senso di questa battaglia, abbiamo rivolto a Josi Gerardo Della Ragione alcune domande semplici ma precise, cercando di far emergere non solo la polemica del momento, ma anche la visione di città che si muove dietro questa vicenda. Josi Della Ragione risponde Quando hai capito che legalità, beni comuni e trasparenza sarebbero diventati il centro del tuo impegno per Bacoli? Nasce tutto dal mio impegno di attivista, che parte nel 2008. Ho iniziato a fare attivismo sul territorio con le associazioni e, in particolar modo, abbiamo fondato un’associazione che si chiama Free Bacoli, cioè liberare Bacoli dall’apatia e dalla rassegnazione. Indubbiamente le matrici che hanno mosso il mio impegno sono la legalità e i beni comuni, la trasparenza, ma anche e soprattutto la tutela dell’ambiente e la valorizzazione culturale del nostro territorio. Sono le leve che permettono a questa città di potersi affrancare, di poter essere protagonista, non solo per Bacoli ma per l’intero tessuto campano e meridionale, e di caratterizzarsi attraverso la valorizzazione delle risorse paesaggistiche, naturalistiche e archeologiche, dentro un percorso di legalità che non dia adito a dubbi, cioè stare dalla parte della giustizia sociale e del rispetto delle regole. Se devo immaginare un momento in cui inizia tutto questo, sicuramente è il 2008, quando abbiamo fondato l’associazione. Ma in realtà l’impegno civico c’era già anche prima, quando ho avuto il piacere e l’onore di svolgere il ruolo di rappresentante degli studenti al liceo di Bacoli. Quindi già da giovane c’era questo approccio risolutivo e di impegno civico verso le questioni. Bacoli custodisce anche un patrimonio archeologico sommerso straordinario, dai mosaici ai resti dell’antica Baia. Quanto conta, nella tua idea di città, la valorizzazione di questo patrimonio? Bacoli è per eccellenza una città ad altissima densità archeologica. In un territorio di appena 13 chilometri quadrati, oltre ai due laghi, custodisce siti monumentali di epoche diverse, da quella greca a quella romana, fino a quella aragonese e borbonica, dalla Casina Vanvitelliana alla Piscina Mirabilis. Abbiamo il Museo archeologico dei Campi Flegrei, tra i più importanti del Sud Italia dopo quello di Napoli. Per questo il nostro patrimonio archeologico e culturale è fondamentale, sia per la promozione della città sia per generare occupazione e lavoro. Noi lavoriamo costantemente perché i siti siano sempre più aperti, collegati tra loro e realmente visitabili, così da permettere alle persone di conoscerli e, nello stesso tempo, di creare sviluppo. Il patrimonio di Bacoli, però, non è solo archeologico: è anche naturalistico. Penso ai laghi, alla costa, ai percorsi ambientali. Per noi l’ambiente va tutelato non solo perché è giusto farlo, ma anche perché rappresenta un unicum e perché attraverso la sua valorizzazione si può costruire uno sviluppo sostenibile. Sui lidi militari, qual è il punto essenziale della contestazione del Comune, su quali atti si fonda e che cosa non coincide, secondo voi, tra ciò che risulta nelle concessioni e ciò che accade concretamente su quel tratto di spiaggia? In realtà la questione è duplice. La prima è un’istanza che portiamo avanti da anni: la rivendicazione affinché la comunità possa riavere spazi che le sono stati negati. Parliamo non di un solo lido militare, ma di cinque lidi militari, uno dietro l’altro, tutti concentrati a Miseno, a cui si aggiungono altre basi strategiche presenti nella stessa zona. Complessivamente parliamo di almeno 100.000 metri quadrati tra lidi e basi logistiche che occupano il lungomare di Miseno, cioè più dell’80% della superficie di un’area di grandissimo valore storico, paesaggistico e sociale, un luogo straordinariamente bello che potrebbe essere anche un motore turistico e che invece viene frenato da questa presenza così massiccia dei militari. Questa è una riflessione generale che portiamo avanti da anni. Io ho iniziato a rivendicare queste istanze da giovane attivista, con il megafono, gli striscioni e facendo le manifestazioni in città, e continuo oggi da sindaco nelle sedi istituzionali. Ma se sarà necessario torneremo anche in strada, insieme ai cittadini, per rivendicare questi diritti. Sul piano burocratico, poi, ci sono delle gravi incongruenze. Innanzitutto si fa riferimento a dispositivi degli anni ’90 che, secondo noi, sono superati dalle norme successive, perché oggi la competenza sulle aree demaniali viene gestita direttamente dai Comuni e non più dallo Stato. Ma anche quei dispositivi degli anni ’90 prevedevano che queste aree fossero gestite per finalità istituzionali militari, che siano esercitazioni, la difesa della nazione, così come si evince anche da quei cartelli. Ma tutto questo stride con la realtà. Oggi i lidi militari sono diventati veri e propri stabilimenti balneari, dove si fa business, economia, dove ci sono privati che li gestiscono. C’è un’attività che nulla ha a che fare con la difesa della nazione, a meno che non si immagini che la nazione si difenda con l’asciugamano, le ciabatte, i secchielli. Tutto questo si pone in contraddizione con le motivazioni che all’epoca spinsero a individuare quegli spazi per attività militari. A ciò si aggiunge un altro elemento importante: quelle aree non sono state mai, e dico mai, consegnate dal Demanio e dalla Capitaneria di porto alle strutture militari. C’è quindi una difformità amministrativa di grande rilevanza, che pone ulteriormente nell’amministrazione comunale l’attenzione affinché, nel rispetto delle regole, si possano bilanciare gli interessi militari creando un unico stabilimento, un unico lido interforze, che tenga dentro tutti, e il resto della spiaggia sia restituito alla comunità. Perché non è accettabile creare aree di privilegio in cui i dipendenti delle strutture militari abbiano il privilegio di andare in spiaggia e abbiano quindi più diritti dei parenti del salumiere, del parente dell’operaio, del parente del disoccupato. Questo è assolutamente inaccettabile. Oggi, concretamente, che cosa chiede il Comune su quel tratto di arenile? Noi chiediamo che l’intera area venga liberata. Però siamo anche pronti a un punto d’incontro: che vi sia una struttura interforze, un unico lido che possa tenere insieme tutti, mentre il resto della spiaggia venga restituito alla comunità. Tra l’altro, anche gli stessi volumi utilizzati dai militari sono in uno stato di decadenza totale e potrebbero anch’essi diventare luoghi in cui creare economia e offrire servizi ai bagnanti delle spiagge libere. Ma, più di ogni altra cosa, noi vogliamo la spiaggia libera, perché Bacoli, il lungomare di Miseno e di Miliscola, non sono un lungomare qualsiasi: sono il lungomare della provincia di Napoli, la spiaggia di Napoli. Qui vengono centinaia di migliaia di persone ogni estate. Nei fine settimana estivi e durante tutta la stagione, la città è stracolma di bagnanti, mentre le spiagge libere sono sempre di meno, anche perché abbiamo questi ostacoli enormi. Da parte nostra lo Stato è assolutamente rispettato, anche le forze dell’ordine hanno il nostro massimo rispetto, ma questo non può conciliarsi con il fatto che, dall’altro lato, lo Stato non garantisca i diritti dei cittadini. Il cartello comparso a Miseno, con quel linguaggio e quell’immagine, che cosa rappresenta secondo te in questa vicenda? Rappresenta un atto di prepotenza da parte di chi ritiene di avere diritti maggiori rispetto alla comunità. Questo è. L’amministrazione locale pone una questione di rispetto della comunità, dei diritti al mare, dei diritti alla spiaggia. Tra l’altro siamo in un tempo in cui finalmente si attua la direttiva Bolkestein e quindi le concessioni demaniali non saranno più intese come proprietà privata e lo Stato deve dare l’esempio. Non è pensabile che continui questa modalità, questo approccio, tra l’altro da strutture militari che in alcuni casi a Bacoli non pagano neanche i tributi locali. C’è una forza armata che da sola deve al Comune oltre 120.000 euro di Tari, loro e i loro gestori. Questo è l’esempio emblematico della mancata anche attenzione rispetto al territorio. Quel cartello, gravemente offensivo, mortifica una comunità che sta puntando sempre di più su una città green, una città sostenibile, una città aperta. Per un bambino passeggiare in battigia e trovarsi davanti quel cartello, in un tempo così complesso e in un mondo purtroppo pieno di guerre, è qualcosa di inaccettabile. In questi anni ti è mai capitato di provare paura, anche sul piano personale? Sì, ho avuto paura e mi capita ancora adesso di averne. Ma chi ha l’onore di svolgere ruoli istituzionali deve avere il coraggio di andare oltre. Fare il sindaco è una missione. Fra tutte le battaglie che hai condotto, qual è quella che senti più rappresentativa della Bacoli che volevi costruire? L’intervento più distintivo è stato sicuramente la valorizzazione di Villa Ferretti, un bene confiscato alla camorra. Si tratta di una villa marittima settecentesca realizzata su una villa marittima romana, inserita in un’area che prima era vissuta come un parcheggio abusivo e una spiaggia abbandonata. Oggi quel bene confiscato ai clan è diventato un parco pubblico all’aperto, vissuto gratuitamente ogni giorno dai cittadini. C’è un teatro all’aperto da 3.000 posti, un percorso archeologico, il primo parco archeologico comunale all’interno di un bene confiscato alla camorra, con ville marittime del II secolo d.C., cioè la parte emersa del Parco archeologico sommerso di Baia. C’è inoltre la prima sede universitaria dei Campi Flegrei: la Federico II tiene lezioni all’interno della struttura e la gestisce insieme alla Scuola Superiore Meridionale, mentre vi hanno sede anche gli uffici della Soprintendenza per l’archeologia subacquea. In più, la spiaggia è vissuta liberamente. Per me questo è il segno più forte di ciò che volevamo costruire: un bene confiscato ai clan che diventa davvero un simbolo di riscatto sociale, restituito alla comunità. È l’esempio di come il degrado possa essere recuperato attraverso l’azione del Comune, in sinergia con le altre istituzioni, e attraverso il ripristino della legalità in un luogo che prima era nelle mani della criminalità organizzata. Ringraziamo Josi Gerardo Della Ragione per la disponibilità e per il tempo dedicato a questa intervista, condividendo il valore civile delle iniziative che porta avanti in difesa dei beni comuni, della legalità e del diritto al mare per tutti. La casina Vanvitelliana Villa Ferretti Il mosaico sommerso dell’antica Baia La spiaggia di Bacoli tra mare e orizzonte flegreo Barca e riflessi al lago Fusaro Lucia Montanaro
April 24, 2026
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