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ReCommon diffida SACE per il progetto Argentina LNG
ReCommon ha inviato oggi una lettera all’assicuratore pubblico italiano SACE e alla sua controllante ministero dell’Economia e delle Finanze – di concerto con il ministero per gli Affari esteri e della Cooperazione internazionale – per diffidarlo dal sostenere il progetto Argentina LNG nella Patagonia argentina. Il progetto prevede, tra l’altro, l’installazione di 6 navi di liquefazione di gas (FNLG) nell’incontaminato Golfo San Matías, due delle quali saranno realizzate da ENI, alla quale SACE garantirebbe l’operazione con soldi pubblici. Le 6 unità galleggianti riceveranno il gas da trasformare in forma liquida per l’export dall’immenso giacimento di Vaca Muerta, seconda riserva di gas di scisto del mondo. L’iniziativa è in capo a YPF, la principale società argentina del petrolio e del gas, controllata dallo Stato. Sotto il profilo finanziario e del conseguente rischio d’investimento, l’operazione coinvolge un contesto nazionale – quello argentino – caratterizzato da strutturale fragilità economica e da un’elevata esposizione a variabili macroeconomiche e politiche. È molto rilevante che la stessa SACE, nell’ambito delle proprie analisi, attribuisca all’Argentina un rischio politico medio-alto (71/100 di Media Rischio politico) e un rischio di credito alto (82/100). Sotto il profilo ambientale e sanitario, le criticità appaiono ancor più rilevanti. La vicina Penisola di Valdés è stata dichiarata nel 1999 patrimonio dell’umanità dall’UNESCO per l’unicità dell’habitat e per la presenza di specie marine di elevatissimo valore conservazionistico, tra le quali figurano la balena franca australe, orche, leoni marini sudamericani, elefanti marini, delfini scuri e pinguini di Magellano. L’area interessata comprende inoltre riserve naturali quali Punta Bermeja, il cui promontorio ospita La Lobería, la colonia di leoni marini più grande del continente sudamericano, Caleta de Los Loros e Bahía de San Antonio, precedentemente tutelate contro la contaminazione da idrocarburi attraverso una legge abrogata nell’agosto 2022 al solo fine di consentire illegittime operazioni, particolarmente inquinanti, nell’area. L’ubicazione delle unità galleggianti di liquefazione del gas, nonché il traffico marittimo a esse associato, interferirebbe inoltre con le rotte migratorie della balena franca australe. «Durante la nostra recente missione sul campo in Argentina, nell’area interessata dal progetto, abbiamo appreso che gravi sono state anche le criticità dal punto di vista delle consultazioni pubbliche. Le riunioni con le comunità locali, promosse dalla società YPF, si sono svolte in un contesto militarizzato e caratterizzato da tensioni tali da determinare un clima intimidatorio nei confronti di cittadini e associazioni locali contrarie alla realizzazione del progetto» ha dichiarato Simone Ogno di ReCommon. «E c’è di più: si tratterebbe dell’ennesimo progetto che aggrava la dipendenza italiana dai combustibili fossili, una scelta miope se guardiamo a quanto sta avvenendo con la chiusura dello Stretto di Hormuz in questi giorni. Per tutte queste ragioni, ci vediamo costretti a diffidare la SACE affinché denaro pubblico non sia usato per un tale scempio» ha concluso Ogno. Re: Common
March 12, 2026
Pressenza
TOTAL-ENERGIES ALLA SBARRA PER LA COMPLICITA’ NEI CRIMINI DI GUERRA IN MOZAMBICO
Martedì 18 è stata ufficialmente esposta da parte di ECCHR ( European Centre for Costitutional and Human Rights) denuncia ai danni di TotalEnergies presso l’antiterrorismo francese, per accuse di complicità in crimini di guerra, torture e sparizioni forzate legate alle azioni di soldati governativi in Mozambico nel 2021 nell’ambito del cosidetto “Massacro dei container”. (metti link) Il colosso petrolifero è accusato di aver finanziato direttamente e supportato materialmente l’unità speciale di forze armate, nell’ambito di un accordo di sicurezza con lo stato, perchè quest’ultime protegessero le installazioni di estrazione di GNL installate da Total a Capo Delgado. La situazione a Capo Delgado è epicentro di un conflitto fra esercito e milizie di ispirazione jihadista affiliate allo Stato Islamico. Le mani di Total sono sporche del trasferimento forzato di migliaia di famiglie, oltre che della degradazione ambientale legata ai progetti estrattivi, che ha acuito le tensioni sociali, mentre la povertà è aumentata di più dell’80%. La denuncia riprende la dettagliata inchiesta della testata Politico ” All must be beheaded, revelations of atrocities at French energy giant’s African stronghold” pubblicata nel 2024. L’accusa arriva a poche settimane di distanza dalla dichiarazione di Total di voler far ripartire il progetto, considerato il più grande investimento privato mai realizzato in Africa, con un costo totale di 50 miliardi di dollari. La ripresa del progetto non avverrà prima del concordato con il governo di Maputo e sarà sostenuta dal prestito di 4,7 miliardi di dollari dall’Export-Impost Bank statunitense ed è prevista entro il 2029. La banca statunitense non è l’unico finanziatore pubblico al progetto, infatti altri due importanti partner commerciali sono le italiane SACE e Cassa Depositi e Prestiti. Nelle parole di Simone Ogno “la SACE italiana è stata la prima agenzia di credito all’esportazione a confermare il proprio sostegno finanziario a Mozambique LNG, e lo ha fatto senza una nuova valutazione degli impatti sociali e ambientali associati al progetto. Oggi l’US EXIM sta facendo lo stesso. In queste scelte possiamo vedere il rapporto stretto tra il governo della premier Giorgia Meloni e quello del presidente Donald Trump, in totale disprezzo per le violazioni dei diritti umani direttamente e indirettamente associate a Mozambique LNG”. Ne parliamo con Simone Ogno, campaigner di Recommon: Qui trovate il link al report di Recommon “Dieci anni perduti“.
November 19, 2025
Radio Blackout - Info
Dieci anni perduti. Rapporto sul sabotaggio dell’Accordo di Parigi
A pochi giorni dall’inizio della COP30 di Belém, in Brasile, ReCommon lancia oggi il rapporto “Dieci anni perduti – Come i protagonisti dell’estrattivismo fossile italiano hanno minato l’Accordo di Parigi”. Lo studio si concentra sulle attività dei protagonisti del comparto fossile e finanziario pubblico e privato oggetto delle campagne dell’associazione: ENI, Snam, SACE e Intesa Sanpaolo, di fatto tutti impegnati a sabotare l’Accordo di Parigi. Alla COP21 tenutasi nel 2015 nella capitale francese, vale la pena ricordarlo, i Paesi firmatari dell’accordo, compresa l’Italia, avevano promesso di «tenere le temperature ben al di sotto di 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali, e proseguire l’azione volta a limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali». Dalla COP21 di Parigi, in Italia si sono succeduti cinque governi ed ENI ha prodotto in totale circa 6,39 miliardi di barili equivalenti di petrolio e gas, dichiarando ogni anno la propria volontà di aumentare la produzione di combustibili fossili almeno fino al 2030. Così la più importante multinazionale italiana potrebbe sforare del 73% (2024) e dell’89% (2025) i parametri previsti dagli scenari di zero emissioni nette (NZE) dell’Agenzia Internazionale dell’Energia per raggiungere l’obiettivo di limitare l’aumento di temperatura entro 1,5 gradi. Nello stesso lasso di tempo, Snam e le altre grandi società di trasporto del gas hanno speso fino a 900mila euro in attività di lobbying a Bruxelles, riuscendo a ottenere quasi 50 incontri con i massimi funzionari politici della Commissione Europea per discutere i loro progetti di gasdotti da costruire o acquisire. La società di San Donato Milanese è divenuta in pochi anni il più grande operatore della rete di trasporto del gas in Europa per infrastrutture controllate, corrispondenti a oggi a una rete di oltre 40mila chilometri di gasdotti, terminal di rigassificazione per 28 miliardi di metri cubi di capacità annua gestita, depositi di stoccaggio per 16,9 miliardi di metri cubi. Piani di investimento incentrati su petrolio e gas che non sarebbero possibili senza la mediazione e il supporto delle istituzioni finanziarie, a partire da quelle pubbliche. Controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, SACE è l’agenzia di credito all’esportazione italiana. Il suo ruolo è quello di rilasciare garanzie – cioè un’assicurazione pubblica – sia alle aziende, i cui progetti all’estero possono essere assicurati, sia alle banche commerciali, per garantire i prestiti ai progetti esteri delle aziende. Negli ultimi 10 anni, SACE ha rilasciato garanzie per il settore dell’energia fossile pari a 22,18 miliardi di euro. È l’operatività di SACE a fare dell’Italia il primo finanziatore pubblico dell’industria fossile in Europa e il quarto a livello globale. C’è, infine, il più grande gruppo bancario privato italiano: Intesa Sanpaolo. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel solo 2024 i finanziamenti a carbone, petrolio e gas da parte della banca di Corso Inghilterra sono aumentati del 18% rispetto all’anno precedente, raggiungendo la cifra di 11 miliardi di dollari, mentre gli investimenti sono saliti del 16% (10 miliardi a inizio 2025). ENI si conferma come la corporation fossile più finanziata da Intesa Sanpaolo; forte è anche la crescita del sostegno a Snam (+60% negli investimenti e +96% di finanziamenti nel 2024). «Quando si parla di crisi climatica c’è chi ha maggiori, incomparabili, responsabilità rispetto al singolo individuo: i gruppi industriali e finanziari, che sono parte strutturale di un sistema improntato sull’energia fossile. L’Italia non fa eccezione», commenta Simone Ogno di ReCommon. «Per troppo tempo questa crisi è stata raccontata come un fenomeno astratto, nascondendo così il fatto che ne stiamo già pagando letteralmente le conseguenze sul piano materiale. Crisi climatica significa infatti impatti sociali, economici e ambientali. È arrivato il momento che i responsabili siano in prima fila a pagare i costi di questa crisi», conclude Ogno.     Re: Common
November 6, 2025
Pressenza