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Rambo Roggero: legge ordine e… “mariscià nun aggio fatto niente!”
Com’era prevedibile, la condanna confermata in Cassazione per il gioielliere Mario Roggero sta spaccando il Paese. E com’era prevedibilissimo, sui social la questione si è polarizzata senza possibilità di mediazione. Chi lo vorrebbe in galera a vita. Chi pretenderebbe la grazia ancor prima che faccia un solo giorno di galera. […] L'articolo Rambo Roggero: legge ordine e… “mariscià nun aggio fatto niente!” su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano
In Germania un progetto di legge contro chi nega il diritto all’esistenza di Israele
Il Bundesrat, la Camera bassa tedesca, ha adottato a maggioranza un progetto di legge presentato dal land dell‘Assia, considerato incostituzionale da numerosi avvocati che minaccia chi sostiene pubblicamente la negazione del diritto di Israele a esistere con pene detentive fino a cinque anni. Se dovesse entrare in vigore, verrebbe creato […] L'articolo In Germania un progetto di legge contro chi nega il diritto all’esistenza di Israele su Contropiano.
July 14, 2026
Contropiano
Francia, licenza di uccidere
Il prossimo 7 luglio l’Assemblea Nazionale francese tornerà a discutere la proposta di legge n. 691, presentata dai deputati della destra repubblicana, che introduce una “presunzione di legittima difesa” per le forze dell’ordine. Una norma che, secondo giuristi, associazioni per i diritti umani e familiari delle vittime di violenze poliziesche, […] L'articolo Francia, licenza di uccidere su Contropiano.
July 5, 2026
Contropiano
Gaetano Azzariti: la legge elettorale dovrebbe  preservare, più che la stabilità,  la democrazia rappresentativa e il pluralismo politico
L’intervista a Gaetano Azzariti Professore ordinario di Diritto costituzionale  – Università degli Studi di Roma La Sapienza, sulla riforma della legge elettorale in discussione alla Camera, registrata nell’ambito della serie di video interviste di Carteinregola Riforma della Legge elettorale: meno rappresentanza, meno democrazia a cura di Anna Maria Bianchi, Isabella Pierantoni e Pietro Spirito (in calce il video) Anna Maria Bianchi La  riforma della legge elettorale è un tema che avrà  ricadute dirette sulla vita delle persone, sull’espressione dei propri diritti di elettori e della propria rappresentanza, ma che purtroppo sta passando in sordina, anche perché  percepito dai più come troppo tecnico e complesso. Oggi ne parliamo con il costituzionalista Gaetano Azzariti, a cui diamo il benvenuto. Per prima cosa le chiederei di raccontare quali sono i principali punti critici della proposta. Gaetano Azzariti Mi sembra che siano due i pilastri di questa legge elettorale. Da un lato, un tentativo di assicurare una maggioranza purchessia, anche qualora l’esito delle elezioni non dovesse in realtà far emergere nessuna maggioranza. D’altro lato – il secondo pilastro – la volontà di scegliere impropriamente, attraverso l’elezione del Parlamento, anche il presidente del Consiglio dei ministri. Un modo per conseguire lo stesso risultato che si voleva ottenere, cambiando la Costituzione, con l’elezione diretta del premier: una volta scomparsa dall’orizzonte la proposta di revisione costituzionale, ecco ora che si vuole raggiungere, in modo surrettizio, lo stesso scopo attraverso la legge ordinaria elettorale. Entrambi questi obiettivi rappresentano una forzatura rispetto al sistema costituzionale vigente. Credo che – se dovesse passare questa legge – la Corte costituzionale sarà chiamata ad intervenire. Ad essa spetterà alla fine l’ultima parola. E, a mio parere, la Consulta non potrà che dichiarare l’illegittimità costituzionale di diverse disposizioni della legge, se approvate nell’attuale testo. Speriamo solo che ciò possa avvenire in tempo utile, ovvero prima delle prossime elezioni, poiché, altrimenti, queste rischiano di svolgersi in base a regole altamente sospette di incostituzionalità. Vediamo separatamente i due profili indicati. Per quanto riguarda il primo – garantire in modo assoluto una maggioranza purchessia – è il nome stesso che tradisce l’intenzione: “Stabilicum”. La stabilità a qualsiasi costo, da conseguire tramite un premio da garantire alla minoranza vincente, la “minore minoranza” diciamo così. Un grande premio di ben 70 deputati alla Camera e di 35 senatori al Senato. Non è il premio in sé a suscitare dubbi, ma l’entità e il meccanismo di assegnazione. Per comprendere dove si celano i vizi bisogna ricordare quanto ebbe a scrivere la Corte nelle due sentenze che hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale del Porcellum prima, dell’Italicum poi. In quell’occasione, nella prima delle due sentenze, la Corte costituzionale affermò che rientra nella discrezionalità del legislatore la scelta dei sistemi elettorali e diverse possono essere le modalità di composizione delle liste e delle preferenze. Il sistema di lista con preferenze, l’uninominale o anche – e questo è quello che a noi interessa – un sistema a liste bloccate; però in questo caso – dice espressamente la Corte – ci sono due condizioni che devono essere rispettate: che non tutto il sistema sia bloccato e che le lista siano assolutamente brevi, tali cioè da permettere all’elettore di riconoscere i candidati del suo collegio, di sapere in tal modo per chi vota. Tutte e due queste condizioni non sono presenti in questa proposta di legge elettorale. Non ci sono i requisiti richiesti perché i 70 parlamentari o i 35 senatori vengono eletti in blocco, e quindi ogni elettore, se avrà la fortuna di far parte della coalizione vincente, contribuirà a eleggere tutti i 70 deputati e tutti i 35 senatori: altro che liste brevi e candidati riconoscibili. Né questo vizio può essere sanato dal fatto che i candidati inseriti nel “listone” vengono artificialmente distribuiti nelle diverse circoscrizioni. Una crassa finzione, poiché una cosa è certa, ovvero che l’elettore di una qualunque circoscrizione – per esempio della Calabria – se avrà la fortuna di aver votata per la coalizione premiata, avrà contribuito ad eleggere tutti i 70 parlamentari, tanto quelli della sua circoscrizione quanto quelli di ogni altra parte del territorio italiano – per esempio quelli del Piemonte.   La Corte costituzionale ha, inoltre, stabilito che il premio può essere legittimo, ma a condizione che venga superata una certa soglia di consenso reale. Premi senza soglia sono certamente incostituzionali. Nell’attuale versione del disegno di legge tale soglia è stata fissata al 42%. Se non viene raggiunta? In tal caso la distribuzione dei seggi avviene in base ai criteri proporzionali. Sarebbe questo un esito che renderebbe inutile tutto lo sforzo e la ratio della legge. Ci si potrebbe rallegrare dell’eterogenesi dei fini, ma in fondo dimostra l’irragionevolezza e le difficoltà del sistema proposto. L’altro pilastro è l’obbligo di indicare il Presidente del consiglio della coalizione. Com’è noto la nostra costituzione stabilisce che spetta al capo dello Stato individuare e quindi nominare il Presidente del Consiglio dei ministri: dopo le elezioni, sulla base dei risultati elettorali, durante la legislatura (a seguito di eventuali crisi di governo) in base ai nuovi equilibri politico-parlamentari che si dovessero affermare. Pertanto, una procedura che può portare ad esiti diversi, in base alle valutazioni autonome del Capo dello Stato. La nomina del presidente del consiglio non può dunque essere predeterminata dalle forze politiche. Tanto è evidente questo che con un emendamento s’è scritto nella legge che l’indicazione, pur se definita dalle coalizioni al momento della presentazione delle liste, cionondimeno non contrasta con le prerogative del Capo dello Stato e con la Costituzione. La domanda che pongo è semplice, e credo che la risposta sia facile da darsi: “può una legge ordinaria autocertificare la propria costituzionalità?”. Si tratta del classico caso di excusatio non petita[i]: in qualche modo si vogliono mettere le mani avanti, perché si è assolutamente consapevoli che una volta che c’è un impegno (nella relazione si cerca di sminuire sottolineando che si tratta di un impegno solo “politico” ovvero di mera “trasparenza”), le forze politiche non potranno poi andare dal Capo dello Stato e non ritenersi vincolati a quello che hanno promesso agli elettori, rendendo vano ogni tentativo di mediazione e ogni eventuale diversa valutazione del nostro garante della Costituzione. Anna Maria Bianchi Guardiamo questa vicenda con sguardo più ampio.  Si invoca la stabilità a scapito del pluralismo,  ma il pluralismo è una garanzia democratica. Lei ha spesso  parlato della difficoltà del governare, che però non deve impedire il confronto tra forze politiche, che  fa parte delle regole democratiche. Gaetano Azzariti Governare nel rispetto delle logiche di una democrazia è difficile. In conformità con quelle di una democrazia pluralista è ancora più faticoso. È molto più facile governare in ordinamenti di natura autoritaria, al limite dittatoriale, perché lì decide tutto un capo senza bisogno di mediazioni e senza contraddittorio. In fondo il governo dell’uno semplifica al massimo le decisioni e le rende immediate. Questa è una banale, ma rivelatrice verità. Purtroppo per i nostri governanti, però, viviamo in società che ritengono sia la democrazia la migliore forma di Stato, in cui bisogna garantire che le decisioni siano assunte da molti, possibilmente da tutti. Per questo bisogna assicurare una rappresentanza politica plurale.  Questa è la ragione per cui il sistema di scelta dei propri rappresentanti più democratico è quello proporzionale; ciascuno elegge un proprio rappresentante e poi ci sarà un luogo – il Parlamento – in cui si raggiunge il “compromesso”, come scrivono tanti classici della democrazia, ad iniziare da Hans Kelsen[ii]. Se queste sono cose di senso comune, da molto tempo a questa parte – almeno da un quarto di secolo – si assiste ad una progressiva erosione del potere parlamentare e una concentrazione del potere nelle mani di un unico organo (il Governo). Se, nella nostra Costituzione, è scritto che il Parlamento è al centro del sistema costituzionale e che è necessario preservare un equilibrio nel rapporto tra i diversi poteri – questo ce l’ha insegnato Montesquieu[iii] – è evidente che oggi si assiste ad uno squilibrio, ad un predominio del Governo su ogni altro potere. È così che la dialettica parlamentare si riduce, e il “luogo del compromesso” diventa il Consiglio dei ministri, ovvero la volontà politica si forma in quei “luoghi” informali dove si riuniscono le varie componenti che danno vita ad una maggioranza, senza alcun ascolto di chi non ne fa parte. Un’alterazione profonda delle regole democratiche. Solo nel Parlamento – assicurando che sia questo l’organo dove si assumono le decisioni politiche generali – si può garantire che siano ascoltate e che si possa tener conto di tutte le voci o almeno di tutte le forze sociali che riescono ad ottenere una rappresentanza parlamentare. Che non si possa concentrare la decisone entro un unico organo ce lo dice la nostra carta costituzionale, ma lo ha ribadito anche la Corte costituzionale, nonché sempre più spesso il garante della nostra Costituzione. Il presidente della Repubblica più volte, nei suoi interventi di moral suasion[iv], ricorda infatti come ci sono dei limiti alle decisioni della maggioranza. Dei limiti a quella che molti definiscono la “tirannia della maggioranza”. Hans Kelsen diceva un’altra cosa, che a me pare molto significativa, anche se oggi può apparire eretica. Proprio considerando che spetta alla maggioranza la decisone finale, appare particolarmente rilevante il ruolo delle minoranze, perché sono esse che fanno da contrappeso. Sentire la voce delle minoranze – scriveva provocatoriamente Kelsen – è forse più importante di sentire quella delle maggioranze. Certo alla fine prevarrà l’indirizzo politico espresso dalla maggioranza, come è giusto e naturale in democrazia, però gli equilibri si creano nel rispetto delle opinioni di chi dissente da te. Questo è il cuore della democrazia pluralista. Un principio ormai dimenticato, almeno da quando si è affermata quella che viene chiamata la “democrazia maggioritaria”. Da allora, dal referendum del 1993 sui sistemi elettorali, si è diventati un po’ strabici, si guarda soltanto da una parte, ci si preoccupa solo di garantire e tutelare la solidità delle maggioranze. La governabilità è diventata un mito che tutto finisce per assoggettare. Non voglio con ciò dire che la stabilità non sia un obiettivo. Lo ha detto la Corte costituzionale: è un obiettivo costituzionalmente apprezzabile. Certo che sì. Chi, infatti, potrebbe negare che non sarebbe auspicabile che i governi durino a lungo? Si potrebbe aggiungere anche l’auspicio che “governino bene”, o almeno che rispettino rigorosamente le regole della democrazia pluralista. La durate dei governi è certamente uno obiettivo di pregio costituzionale. Ma poi c’è l’altro corno: quello della rappresentanza politica plurale. Ancora una volta sono le parole della Corte che ce lo ricordano: oltre la stabilità, ciò che è ancora più importante, perché si pone a fondamento della democrazia, è che nel momento delle elezioni sia assicurata la rappresentanza politica plurale, che non può essere ridotta alla rappresentanza dell’uno ma deve essere una rappresentanza dei molti. Dovremmo allora trovare un sistema elettorale che, anziché garantire la stabilità “costi quel che costi”, si proponga di raggiungere l’obiettivo “necessario” (non solo “legittimo”) di preservare la democrazia rappresentativa e il pluralismo politico. Questa sì che sarebbe un’inversione di tendenza estremamente opportuna, soprattutto oggi, quando si sta palesando una grave crisi della democrazia, che emerge in base ad un dato non contestabile, da un fatto statistico. La democrazia è in crisi se le persone non vanno a votare.  E oggi, come ben noto, metà degli aventi diritto non esercita il proprio diritto al voto. Ed è per questo che, anziché adottare una legge elettorale che forza ulteriormente gli esiti del voto, volendo garantire purchessia una maggioranza ad un governo di minoranza, sarebbe opportuno adottare una legge elettorale che convinca la maggioranza degli elettori a tornare alle urne. Saranno poi i rappresentanti del popolo, come dice la nostra Costituzione, in base al loro libero mandato, ad individuare le maggioranze di volta in volta in grado di governare entro un sistema di democrazia parlamentare. Anna Maria Bianchi Dal suo punto di vista quale sistema sarebbe il sistema elettorale adatto secondo lei ad essere battezzato Democraticum?  Perché il Rosatellum vigente non è esente da difetti e critiche… Gaetano Azzariti L’attuale sistema elettorale – il Rosatellum – è tutt’altro che esente da difetti. La proposta di legge attualmente in discussione in Parlamento è però peggiore: è il peggio del peggio. Premesso che le leggi elettorali sono strumenti e non esiste un modello perfetto che risolve tutti i problemi, voglio comunque rispondere alla domanda. A mio modo di vedere il sistema migliore in questo contesto potrebbe essere quello usato dal 1948 sino al 1993 per le elezioni del Senato. Una legge di natura proporzionale, con collegi uninominali e con una soglia di sbarramento, che in Germania è del 5%. La soglia deve essere calibrata in base al numero dei parlamentari da eleggere, che in Germania è elevato e variabile. In Italia i parlamentari sono molti meno, quindi una soglia adeguata dovrebbe essere quella del 3%. La soglia di sbarramento serve a evitare l’eccessiva frammentazione dei partiti, poi si procede ad un’assegnazione proporzionale dei seggi, ciascuna forza politica deve trovare una rappresentanza in proporzione ai suffragi realmente ottenuti. Ciò andrebbe a sanare anche un vizio degli attuali sistemi che assegnano un premio alla coalizione. Paradossalmente fornendo una super-rappresentanza alle forze minori che finiscono per essere decisive per far vincere la coalizione. È così che i vari Vannacci, Renzi, Calenda, etc., se faranno parte di una coalizione potranno esercitare quel che normalmente si dice un “potere di ricatto”. Il termine è certamente eccessivo, ma non v’è dubbio che potranno contrattare da una posizione di forza la formazione delle liste bloccate di ben 70 o 35 seggi. La cui composizione è il frutto di una contrattazione tra le forze politiche. E chi si ritiene decisivo per vincere, anche se poco rappresenta, si farà valere, pretendendo più seggi rispetto alla sua effettiva forza. In un sistema proporzionale, invece, superata la soglia (3%, abbiamo detto), ciascuno conterà per quel che riesce a rappresentare. Perché collegi uninominali? Non solo perché in questo modo si risolverebbe l’annosa questione del voto di lista (e il rischio di voto di scambio o di cordate che esso trascina con sé) o della lista bloccata (che espropria l’elettore di ogni scelta dei suoi rappresentati), ma perché rappresenta un sistema in grado di rafforzare una doppia responsabilità.  Dal lato quella dei partiti, i quali si devono assumere la responsabilità del candidato da presentare agli elettori, dall’altro però anche quella dell’elettore che deve scegliere responsabilmente sia il partito ma anche il proprio rappresentante. Un sistema di equilibrio tra la responsabilità del partito che presenta un unico candidato per ciascun collegio; peraltro, anche quest’ultimo ne trarrà beneficio, poiché non dovrà più la sua elezione solo al partito e alla sua collocazione dentro una lista, ma anche al territorio e agli elettori che lo hanno scelto; l’elettore, infine, che dovrà valutare non solo la forza politica ma anche la persona che viene proposta come candidato, scegliendo così il “suo” parlamentare. Il legame del candidato al territorio (purché le circoscrizioni siano di ridotte dimensioni) permetterebbe, inoltre, di ridurre il tasso eccessivo di leaderizzazione del nostro sistema politico. Oltre al capo carismatico del partito, l’elettore sarà legato anche al candidato che si è presentato e si è fatto conoscere in quel territorio. Anna Maria Bianchi Cosa succede adesso? Quali sono le prospettive di questo disegno di legge, se verrà approvato, e soprattutto cosa si può fare, cosa possono fare i partiti di opposizione e cosa può fare anche la cittadinanza? Gaetano Azzariti La speranza è l’ultima a morire: quindi speriamo che il Parlamento non approvi per le ragioni più diverse, magari non tutte nobili (la paura di Vannacci?). Se questa legge elettorale non fosse approvata, dal punto di vista dei cittadini, sarebbe comunque una vittoria. Anche se ciò avvenisse, ricordo quello che ho detto prima: noi non ci troveremo in una buona situazione perché il Rosatellum è un’altra legge che dovrebbe essere modificata. Quindi quello che possiamo fare è, in ogni caso, cominciare a riflettere su come cambiare sostanzialmente la rotta, cambiare direzione, riscoprire le virtù della rappresentanza politica a fianco a quella della stabilità dei governi. Come si può fare ciò? Due sono le vie da seguire, quella sociale e quella giuridica. Oltre ovviamente continuare a contrastare la legge in ambito politico parlamentare. Con riferimento a quest’ultimo è però da dire che i regolamenti parlamentari non lasciano molto spazio. Come vediamo infatti in parlamento la maggioranza sta andando avanti senza ascoltare l’opposizione. L’opposizione invece fa un ostruzionismo che può valere fintanto che non verrà approvata la legge. Vediamo allora cosa si può fare in ambito più propriamente sociale e in quello strettamente giuridico. Quello che può fare la società civile è anzitutto manifestare il proprio dissenso, nelle forme proprie di una comunità impegnata e consapevole dei propri diritti. Ricordando che il consenso è alla base della democrazia e che questa è una legge che non è condivisa, forse neppure capita, dai cittadini italiani. La strada giuridica è un’altra, è quella che conduce alla Consulta. Se sarà approvata questa legge, prima o poi arriverà alla Corte. Già due volte si è arrivati alla Corte, e… “non c’è due senza tre”. Qui si aprono una serie di problemi. Il primo è quello dei tempi. Si legge sui giornali che c’è intenzione da parte dell’attuale maggioranza di approvare la legge e andare immediatamente alle elezioni. Non so se questo sia vero. Non so neppure se questo si potrà fare: ricordo, in proposito, che lo scioglimento spetta non al governo, per nostra fortuna, ma al Presidente della Repubblica. Dunque, non è detto che le Camere possano essere sciolte, neppure se dovesse dimettersi l’attuale Governo. Certo è che se ciò dovesse avvenire in tempi rapidi sarebbe elevato il rischio di andare a votare, nelle more del processo costituzionale, con una legge elettorale che poi rischia di venir dichiarata incostituzionale. Vorrei allora suggerire al legislatore illuminato, al buon governo – semai ci fosse in Italia – che, se anche dovesse essere approvata questa legge, con le sue criticità costituzionale abbastanza evidenti, sarebbe opportuno che prima di indire nuove elezioni si aspettasse almeno la decisione di chi ha il diritto all’ultima parola, ossia la Corte costituzionale. Sarebbe opportuno che non si facessero le elezioni prima di sentire quello che dirà la Consulta. Certo anche questo passaggio, pur decisivo, non sarà però risolutivo. Vedremo quello che dirà la Corte costituzionale ovviamente se e quando ci arriveremo, però ricordo che non spetta alla Corte fare buone leggi. I giudici non sono legislatori. La Corte costituzionale eventualmente dovrà dichiarare l’illegittimità costituzionale – per la terza volta – di una legge approvata da questo Parlamento. Ma poi “la palla” tornerà necessariamente al legislatore che dovrà, prima o poi, riuscire ad approvare una legge elettorale costituzionalmente conforme. L’ultima osservazione è la seguente. Credo ovviamente che l’attuale maggioranza abbia la responsabilità maggiore con riferimento all’ultima legge elettorale in discussione. Ma è anche vero che in passato il Parlamento non ha dato buone prove. È allora il sistema politico-parlamentare nel suo complesso che si dovrebbe render conto che una terza bocciatura della legge elettorale rappresenterebbe un colpo inferto alla legittimazione della attuale maggioranza, ma anche alla politica in quanto tale, al sistema dei partiti, alla democrazia parlamentare. Se dovesse esserci una terza bocciatura da parte della Corte sarebbe come se il garante giurisdizionale della nostra costituzione dicesse al Parlamento: “non sai nemmeno in grado di trovare un sistema per farti eleggere”. Questo in tempi di anti-politica, di anti-partiti, di anti-parlamentarismo sarebbe un esito che dovremmo cercare di schivare tutti e dovrebbero evitare soprattutto tutti i partiti politici che hanno l’ambizione di governare il Paese, senza distinzione alcuna. Forse l’attuale classe dirigente del nostro Paese non si rende conto che sta segando il ramo su cui siede, su cui fonda la propria legittimazione. Qualunque persona che ha a cuore la nostra democrazia parlamentare, il nostro sistema dei partiti democratici, dovrebbe temere questo esito. Rivolgendomi al Parlamento e non solo all’attuale maggioranza, mi verrebbe da dire: “Fermatevi prima che sia troppo tardi”. (L’intervista è stata registrata e pubblicata il 18 giugno 2026) Roma, 27 giugno 2026 ( intervista registrata il 17 giugno e pubblicata on line il 19 giugno 2026 – trascrizione e editing a cura di Isabella Pierantoni ) Per osservazioni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com -------------------------------------------------------------------------------- [1] È l’inizio della celebre locuzione latina “Excusatio non petita, accusatio manifesta”, che si traduce letteralmente con “scusa non richiesta, accusa manifesta” [1] Hans Kelsen (Praga, 11 ottobre 1881 – Berkeley, 19 aprile 1973) è stato un giurista e filosofo austriaco, tra i più importanti teorici del diritto del Novecento e il maggior esponente del normativismo. (Wikipedia) [1] Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu (1689-1755), è stato un celebre filosofo, giurista e storico francese. È considerato uno dei padri dell’Illuminismo e il teorizzatore del liberalismo politico moderno (Treccani) [1] “persuasione morale” o “pressione morale” è un’opera di convincimento e pressione autorevole, non vincolante per legge
June 27, 2026
carteinregola
Legge anti kebab nelle Marche
“E’ una proposta in linea con la strategia di valorizzazione dei borghi e dei nostri centri storici e vogliamo dare non solo il recupero urbanistico, ma il recupero identitario. Noi pensiamo che la nostra cultura gastronomica, la nostra grande cultura dell’artigianato artistico, possa e debba trovare all’interno dei borghi dei luoghi che hanno fatto la storia della nostra civiltà, e che oggi devono riaffermarsi. Vogliamo aiutare i borghi a mantenere la propria identità e a diventare bandiera della nostra civiltà, della nostra storia e del nostro grande patrimonio. Pensiamo alla cucina italiana che diventa patrimonio immateriale dell’Unesco, pensiamo alle Marche che hanno tanti piatti che rappresentano un punto di riferimento per la cucina italiana, pensiamo al grande marketing, ma soprattutto al grande export che caratterizza la nostra manifattura, e ci piace continuare a pensare che questo grande patrimonio resti centrale all’interno dei nostri borghi e dei nostri centri storici, e all’interno delle aree urbanistiche delle nostre città. Quindi non solo il recupero del monumento, non solo la riapertura della pinacoteca, il recupero del sisma, ma anche guardare con attenzione a quella che è la tradizione, l’identità e il valore patrimoniale, manifatturiero, artistico e enogastronomico”. Spiega così il presidente della Regione Francesco Acquaroli, la proposta di legge a sua firma che, se approvata dall’assemblea legislativa, passerà alla storia delle Marche come la ‘legge anti kebab”. Con la delibera n. 793 del 22 giugno 2026, la Giunta Regionale ha inviato infatti all’aula consiliare la Proposta di legge a iniziativa della Giunta regionale concernente: “Disposizioni per la valorizzazione e la riqualificazione dei centri storici, dei luoghi del commercio di particolare interesse e delle attività economiche che concorrono alla salvaguardia delle caratteristiche storico-culturali dei luoghi“. L’obiettivo è quello di contrastare i fenomeni di desertificazione commerciale e di omologazione dell’offerta, promuovendo uno sviluppo equilibrato tra dimensioni economiche, sociali e culturali. Si vuole anche valorizzare e tutelare le identità territoriali e le produzioni locali, e sostenere la qualità urbana e la coesione sociale. Particolare attenzione è dedicata alle aree a rischio di degrado o desertificazione commerciale, attraverso strumenti di promozione di servizi di prossimità e la valorizzazione delle produzioni agroalimentari e artigianali del territorio. L’art. 4 chiama in causa il ruolo dei Comuni, che devono favorire “l’insediamento di esercizi di vicinato e di botteghe artigiane tipizzati sotto il profilo storico-culturale o commerciale che contribuiscono alla valorizzazione delle caratteristiche identitarie dei luoghi”. Non solo niente kebab take away nei centri urbani, ma anche ristoranti etnici, compresi anche sushi bar e tex mex. Ma anche i vincisgrassi, il coniglio in potacchio alla marchigiana e olive all’ascolana sono piatti etnici. Esultano le categorie economiche regionali, sempre con le vele spiegate verso il vento politico che tira al momento. “Una legge attesa da anni per tutelare i territori. Rischiavamo di perdere – dice il direttore di Confcommercio Massimiliano Polacco – la stessa anima dei nostri centri urbani, e per questo serviva una legge quadro per invertire la rotta e restituire identità ai luoghi”. Ad andar per centri storici marchigiani, dalle città più grandi ai paesi più piccoli, la passeggiata si rivela spesso desolante; sono spesso più le vetrine con i cartelli ‘affittasi’ o ‘vendesi’ che quelle aperte e in attività. “Apprezzamento per la strategia avviata dalla Regione. I centri storici rappresentano luoghi ideali per custodire, tramandare e condividere saperi, tradizioni e cultura dei nostri territori. Una comunità vive attraverso le persone, le imprese e le relazioni, non attraverso spazi senza identità”, è il parere di Confartigianato. Come se i piccoli imprenditori che aprono esercizi, pur provenendo da altre culture, anche se magari spesso sono nati in Italia, non fossero persone, imprese, che stimolano relazioni nelle comunità. E’ sempre Confcommercio a spiegare che in dieci anni le Marche hanno perso oltre il 25% delle attività commerciali e per il prossimo decennio si teme un ulteriore 30% di chiusure. Ancona e Pesaro sono addirittura tra i comuni italiani con i cali più pesanti. A pagare il prezzo più alto di questa situazione sono soprattutto le edicole con un calo del -47,1% nei centri storici, l’abbigliamento (-37,9%), i carburanti (-38,5), gli ambulanti (-29,2%). In controtendenza i ristoranti, che invece crescono del +46,1%, così come aumentano anche gli alloggi (+290,6%) e gli e-commerce, porta a porta, distributori automatici (+123,1%). In crescita anche le attività straniere (+67,1%). Le Marche sono una Regione in cui dal 2020 la destra governa sotto la supervisione costante della famiglia Meloni. Al di là del martellante mainstream, la terra di Raffaello e Sanzio e Giacomo Leopardi, si è omologata rapidamente agli standard delle regioni del Mezzogiorno, tanto da aver ottenuto l’anno scorso il riconoscimento di Zona Economica Speciale, provvedimento legislativo che viene rivolto da sempre al sud della Penisola. Crisi demografica, spopolamento, giovani in fuga, sanità a pezzi, migliaia di terremotati del 2016 ancora alloggiati nelle strutture abitative di emergenza, crisi occupazionali che si avvicendano costantemente sul tavolo ministeriale, economia e produttività in stallo dopo anni di flessione. Di fronte a questo, la ‘legge Acquaroli’, è l’ennesimo provvedimento mainstream, che calcia la palla fuoricampo, andando a solleticare quella malcelata cultura discriminatoria e razzista che sedimenta da tempo anche nelle Marche. Entrando palesemente in conflitto con l’art. 41 della Costituzione che recita all’inizio “l’iniziativa economica privata è libera“. “Chi non passa alla storia, passa alla geografia”, era lo slogan impresso anni fa sulle t-shirt prodotte, a seguito di un progetto di reinserimento sociale, dai detenuti del carcere di Rebibbia. Con questa iniziativa legislativa, il presidente delle Marche ha magari l’ambizione di cimentarsi con la storia, ma nei fatti, rivela di avere molte lacune anche con la geografia.   Leonardo Animali
June 25, 2026
Pressenza
Calabria. Tre morti in due giorni. E’ strage sul lavoro
La morte di tre lavoratori in Calabria nel giro di appena due giorni non può essere derubricata a tragica fatalità. Siamo di fronte a una vera e propria strage che impone una presa di coscienza collettiva e interventi immediati. Non si può più parlare di “morti bianche”: quando sicurezza, controlli […] L'articolo Calabria. Tre morti in due giorni. E’ strage sul lavoro su Contropiano.
May 11, 2026
Contropiano
Liberazione
Tra Resistenza tradita, conquiste reali e lavoro delle mani: un testo sulla libertà concreta. E un tributo, tardivo, a un amico > «Ecco perché al celebre motto liberale La mia libertà finisce dove comincia la > libertà di un altro, non da oggi ma da un secolo si replica: La mia libertà > comincia esattamente e soltanto dove comincia la libertà di un altro». Così scrisse Franco Fortini il 28 ottobre 1986 su Il Manifesto, all’interno di uno Speciale salute intitolato Le terapie della libertà. Era uno speciale sulla psichiatria e la svolta impressa da Basaglia e da tutti i suoi collaboratori in uno dei pochi veri cambiamenti che questo Paese è riuscito a compiere: la chiusura dei manicomi. Certo, un cambiamento parziale, che ha lasciato situazioni molto differenziate, non avendo realizzato pienamente i dettami della legge ispirata dalle esperienze di Gorizia e Trieste. Certo, una riforma meglio riuscita e, soprattutto, meno tradita di quelle che i resistenti italiani si aspettavano dopo la liberazione del 25 aprile 1945. > «La caduta del Ministero Parri non è una crisi di governo; è una crisi di > regime; o meglio, è il segno della fine di quel periodo della storia italiana > che si chiama la Resistenza. È il momento in cui i partiti politici, che della > Resistenza erano stati l’espressione, si staccano da essa, e diventano degli > strumenti di un gioco politico astratto. […] Il vecchio mondo torna a galla > con tutte le sue pretese, con la sua incapacità di rinnovarsi, e con la sua > volontà di restaurazione mascherata da legalità». Questo scrisse Carlo Levi su L’Italia libera il 27 novembre 1945, e così effettivamente fu. È pur vero che una parte dei resistenti voleva la rivoluzione, ma lo spirito della lotta di liberazione fu tradito dalla caduta del Governo Parri in poi e rimase solo nel testo redatto dai costituenti. Questo tradimento serpeggia costantemente nella nostra storia patria, ed è all’origine del ritorno al governo degli eredi diretti di Benito Mussolini. Lo dicemmo già in molti il 25 aprile del 1994 in piazza a Milano. Eravamo tantissimi. Pioveva e ci andai con Massimo Malini, il mio caro amico che conobbi durante il servizio civile. Massimo era su una carrozzina, costretto dai danni che il forcipe gli fece alla nascita. Spastico grave, non riusciva a parlare se non con suoni simili a quelli di Chewbecca di Guerre Stellari. Non riusciva a portare il cibo autonomamente alla bocca e, per di più, prima di imboccarlo bisognava tritargli il cibo con un attrezzo detto “masticatore”. > “Marciapiedi: Io trovo stupido che alle soglie del 2000 ci siano ancora > marciapiedi così alti da non consentire alle carrozzine di salirci. Quando, ad > esempio, vedo un marciapiede troppo alto mi viene da ridere perché ritengo che > gli architetti non abbiano tenuto conto dei vari problemi che la gente > potrebbe avere. Oltretutto ritengo stupido che abbiano fatto alcuni lavori, > tra l’altro fatti anche male, solo durante i Mondiali di calcio del ‘90. > Infatti gli scivoli che hanno fatto intorno allo stadio sono troppo ripidi e > quindi sono molto pericolosi. Poi ci sono anche gli uffici pubblici che sono > pieni di gradini e quindi risultano inaccessibili per chi ha delle difficoltà. > Inoltre quando vedo qualcuno che parcheggia sul marciapiede m’arrabbio perché > c’è ancora gente che non sa che ci sono delle persone con handicap o altri > problemi che non riescono a salire per colpa di un pirla che ha parcheggiato > sul marciapiede. Lo ritengo giusto fare questa mostra fotografica perché la > gente deve sapere che esiste questo tipo di problema.” Il testo è di Massimo Malini, redatto con tastiera video e joystick Atari, per la mostra fotografica sulle barriere architettoniche in zona San Siro che facemmo insieme. Massimo era diplomato, aveva quindi frequentato la scuola e, se poteva, leggeva volentieri. Per permettergli di leggere avevamo predisposto un leggio in legno su cui appoggiavamo un quadernone ad anelli. Dentro c’erano delle cartelline di plastica trasparente con i buchi e dentro alle cartelline mettevamo le fotocopie dei libri. Con questi accorgimenti Massimo riusciva a girare le pagine nonostante i suoi forti spasmi. Costruii questo ausilio, insieme ad un assistente della comunità dove viveva Massimo, durante il mio anno di obiezione di coscienza al servizio militare che feci tra il 1993 e il 1994. Il primo libro che fotocopiai e inserii pagina per pagina nelle cartelline fu Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. Dopo aver preparato tutto per la lettura me ne andai qualche giorno in licenza. Non ricordo dove precisamente, ma andai a zonzo con Laura: forse in Provenza o in Costa azzurra dove suo papà aveva un appartamento, o forse in Valsesia dove i miei compagni avevano affittato una casa, esattamente a Scopello. Quando tornai dalla licenza trovai il libro nella stessa posizione in cui l’avevo lasciato. Come spesso capitava in quella comunità, presi in giro Massimo e, in fondo, anche me, dicendogli che era un fancazzista e che almeno lo sforzo di leggere qualche pagina lo poteva fare. Diventò rosso, si incazzò. Non era normale, di solito ci si faceva una risata sopra e si chiudeva il capitolo. Allora capii: aveva già letto tutto il libro e per questo era di nuovo al punto di partenza. Massimo l’ho rivisto solo l’anno scorso; non lo vedevo dal matrimonio tra me e Serena a Roppolo, 21 anni prima. Eros, l’unico assistente della Don Gnocchi con cui sono rimasto in contatto, mi ha chiamato e mi ha detto che Massimo stava per lasciarci. Sono andato a salutarlo all’ospedale San Paolo di Milano. Era stanco e provato dalla malattia ma, nel suo sguardo, ho ritrovato la stessa intelligenza e acutezza di quando lo conobbi. Questo testo fa parte dei Talking hands, una serie di racconti sulla manualità come pratica di liberazione. Gli altri episodi sono raccolti QUI. Ettore Macchieraldo
April 24, 2026
Pressenza
Atto di coraggio: dalla legge alla propria coscienza
Un appello a chi conosce il fenomeno delle sottrazioni di minori da vicino. «Non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte ed incrollabili degli dei. Infatti, queste non sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono, e nessuno sa da quando apparvero», diceva l’Antigone sofoclea. Cosa possiamo fare quando ci troviamo dinanzi ad una legge ingiusta? Chi segue i miei scritti sa come opero e sa cosa penso delle sottrazioni di minori in Italia: mi sembra che in moltissimi casi ci si muova addirittura fuori dal recinto previsto dalla legge stessa. Ma anche nei casi in cui si resta in questo recinto, è bene continuare ad allenare la nostra coscienza. L’interrogazione parlamentare di Massimo Polledri e Carolina Lussana del 2010 riguardava un caso di sottrazione di minori previsto dalla legge. Si trattava di una madre che, impedendo il rapporto dei figli con il padre, si vide togliere la figlia di 4 anni. Insomma, invece di tentare di risolvere la conflittualità tra i genitori e di potenziare i rapporti anche con l’altro genitore, si affidò la bambina a una casa famiglia, rescindendo così anche il legame con la madre. Da mediatrice familiare che ha investito anni per combattere l’atteggiamento ostruzionistico di uno dei due genitori verso l’altro, e per promuovere la bigenitorialità, non mi sarei mai sognata di poter intervenire con la forza, togliendo il figlio al genitore alienante per consegnarlo allo Stato! Come si può considerare sbagliato il comportamento ostruzionistico di uno dei genitori (fatti salvi casi di violenza gravi verso i minori) e poi mettere in atto un comportamento identico e ancora più grave! Nel corso degli anni ci sono state altre iniziative parlamentari simili volte ad avviare indagini conoscitive su “Adozioni e affidamento” e sui “minori fuori famiglia”. Nella XVIII Legislatura, un’interrogazione alla Camera sollevò la questione del monitoraggio sulle modalità di affido in Italia, evidenziando le “forti differenze nelle regioni italiane rispetto agli standard minimi da rispettare”. Si rifaceva ad un’indagine giudiziaria del 2019 che aveva portato allo scoperto una realtà orribile sulla rete dei servizi sociali della Val d’Enza nel reggiano (dove, tra il 2015 e il 2016, i bambini tolti alle famiglie erano quasi raddoppiati in un anno), accusati di redigere false relazioni per allontanare bambini dalle famiglie. Eppure, nonostante il tema degli allontanamenti arbitrari di minori sia una questione ricorrente nel Parlamento italiano almeno da 25 anni, le cose non sono mai cambiate. Come mai? Io sono convinta che nella maggior parte dei casi vi siano modalità altre di aiuto alle famiglie, modalità che non debbano per loro natura arrecare tutti quei traumi che lo sradicamento, la distruzione del nucleo familiare e la compromissione dei legami familiari, invece, purtroppo creano. Non possiamo fingere che questi danni non vi siano, non possiamo cancellarli dal bilanciamento di vantaggi e costi: così facendo diventeremmo ciechi e sordi ai bisogni profondi delle persone che vorremmo aiutare. Non solo; la legge prevede che l’affido abbia una durata massima di 24 mesi, prorogabili con specifiche motivazioni; nonostante ciò, molti minori in comunità vi rimangono più tempo, snaturando così la funzione stessa dei percorsi in atto. Esiste una relazione di aiuto senza empatia e ascolto profondo? Cosa distingue un percorso educativo dall’intervento di uno psicopatico che, forte delle sue ragioni e privo di capacità empatiche, voglia raddrizzare la vita di colui che sequestra? Non crederò mai a un percorso imposto con la violenza più brutale, un percorso che passi attraverso l’ottusità, i pianti disperati dei bambini, i vuoti immensi, i buchi della memoria, la mistificazione della realtà. Non crederò mai in percorsi in cui non si avverta il peso dello strappo arrecato e non ci si attivi con solerzia per ridurre i tempi e per cercare soluzioni. Non crederò mai in percorsi che sacrificano rapporti primari fondanti, come quelli con il genitore o con i fratelli, in favore di un miglioramento di specifiche aree di vita. Le persone non sono robot da portare a sistemare, sono miracoli fatti di storia, sangue, ricordi. Se togliamo tutto questo, umiliamo la nostra specie, umiliamo la vita. I cittadini hanno bisogno di risposte, hanno bisogno di sapere come sia possibile che 20 persone entrino nelle proprietà private con l’inganno o sfondando porte e portino via bambini urlanti, strappandoli dalle braccia dei genitori, minaccino questi ultimi di stare zitti (pena il non vedere più i bambini) e li conducano, a volte persino in manette, in strutture destinate a bambini orfani o con genitori gravemente inadempienti, strutture di cui spesso i genitori non conoscono nemmeno la collocazione, privandoli per anni e anni del rapporto con i loro genitori, spesso anche di una telefonata. Per non parlare della follia di organizzare persino le videochiamate o le chiamate all’interno di luoghi protetti. Se solo ascoltassimo i tanti ragazzi oggi usciti da queste realtà o i genitori o professionisti onesti che vi hanno lavoro, conosceremmo alcune prassi aberranti. Sapremmo che spesso a questi bambini viene riferito che i genitori non vogliono loro bene o che siano morti. Tutto questo non viene negato neppure dai diretti interessati, ma anzi viene giustificato con un groviglio di motivazioni legate alla burocrazia più incomprensibile o alla necessità di tutelare l’equilibro dei minori coinvolti. Ma quale tutela può passare dallo sradicamento e dalla soppressione del legame ancestrale con le proprie radici? Quale benessere del minore può includere tanta manipolazione e violenza? Si tratta di episodi – o dovrei dire fenomeni – che hanno scosso l’opinione pubblica e sollevato interrogativi seri e legittimi sulle eventuali distorsioni sistemiche presenti in alcuni settori dei servizi sociali e della magistratura minorile. Interrogativi che hanno prodotto proposte di riforma parlamentare ancora in corso. Eppure, non si può ignorare che questo tema ha attraversato le nostre coscienze solo attraverso la cronaca italiana in modo dirompente, lasciando ogni volta ferite aperte e risposte insufficienti. Dal caso dei cosiddetti “Diavoli della bassa modenese” a Bibbiano su cui forse proprio ora si sta aprendo uno spiraglio grazie al lavoro della sostituta procuratrice Valentina Salvi, fino al più recente caso di quella che a livello mediatico viene definita “Casa nel bosco”, caso intriso di ideologia e pregiudizio; assistiamo a  fenomeni mediatici che anziché portare nuove consapevolezze rischiano di sigillare ancor di più alcune verità, ridotte a cibo avariato per talkshow, sagre spettacolari che normalizzano l’orrore dentro le nostre case, e provocano il rigetto di chi conosce e teme la manipolazione mediatica e giornalistica intorno al caso. Tutto questo accade nello stesso sistema dove – io dico giustamente – anche per i detenuti sono attivi riflessioni e progetti concreti per preservare il rapporto genitori figli. Devo dedurre che in Italia le persone per bene con visioni diverse, e i di loro figli, abbiano meno diritti dei criminali? Non sarebbe certo la prima volta, ma allora è bene continuare a chiamare le cose col loro nome e unirci, senza lasciarci dividere da una perenne politica dell’odio. Come dico sempre, gli schieramenti non sono quelli tra cittadini, ma sono quelli tra cittadini e istituzioni: la polarizzazione perenne è il cibo di cui si nutre il potere (Ci indicano il mostro nel nostro prossimo, per non farci scorgere la luna marcia riflessa nei loro occhi). Specifico che il mio non è né sarà mai un attacco cieco alle istituzioni né ai singoli di cui mi interessa poco; il mio è un legittimo diritto di critica ad un sistema che ho odorato da molto vicino e di cui ho sentito forte il puzzo, al punto da dovermene allontanare per occuparmene davvero. I singoli mi interessano non per perseguitarli, ma per invitarli ad uno sforzo di coscienza e ad una crescita di consapevolezza e – perché no? – anche ad un atto di coraggio. Per questo metto a disposizione la mia scrittura, è tutto quello che ho. Proprio perché so che nel settore ci sono tante persone per bene, scrivo ancora. È a loro che mi rivolgo chiedendo uno sforzo comunicativo che vada al di là di laconiche esternazioni, degli schieramenti di categoria, dei non detti risentiti: parliamo, confrontiamoci, entriamo nel merito. La persona per bene, e non certo quella corrotta, può fare qualcosa. Può capire da chi eventualmente è manovrato e decidere di restare al servizio solo finché la sua attività non entri in contrasto con i principi minimi di civiltà e non si traduca in violenza. Quando questo invece capita, diventa responsabile della violenza che agisce: modalità agghiaccianti di prelevamento con ammanettamento di minori, trascinamento, quando non addirittura immobilizzazioni e violenze verso i genitori. Non può bastare un’ordinanza a farci dimenticare il nostro posto nel mondo: siamo sì responsabili del sistema che rappresentiamo ma siamo anche liberi di agire in modo ‘altro’. Questo significa cose molto precise, significa andare via da un posto di lavoro quando quel grado di libertà interiore non è più garantito, significa dire “no” quando il degrado culturale, etico e spirituale è così forte, significa lottare seriamente per dei cambiamenti concreti, esponendosi pubblicamente alla gogna e alla critica che nella nostra società sono davvero feroci. Io l’ho fatto, e non sono di certo un eroe, solo una persona normale che non si arrende a trasformarsi in un avatar che miete vittime a caso. Banalmente dinanzi a casi come quelli che stanno assurgendo agli onori della cronaca – cito, solo per fare qualche esempio, la famiglia di Palmoli, ma anche i figli di Harlad Valentin e Nadia o il figlio dell’operatrice culturale del Vaticano, casi di cui ho parlato anche in un altro articolo – i carabinieri e gli assistenti sociali con un minimo di senso di realtà e con un barlume di umanità in corpo, anziché recarsi nei giardini privati a mettere in atto dei sequestri di persona dovrebbero dimettersi e unirsi a noi. E invece tutto tace, per paura, per complicità, per indifferenza, o per essere stati educati sin dall’asilo all’addormentamento, senza mai allenare la propria coscienza a restare vigile. Ma in questo silenzio tombale che fine fanno le persone che vivono tutto questo, che fine fanno le agghiaccianti implicazioni sui presunti condizionamenti psicologici operati su minori già vulnerabili e i dubbi concreti su sradicamenti immotivati e arbitrari o sulle lungaggini burocratiche che allontanano per mesi o per anni un bambino dalla carezza della propria madre e dallo sguardo del proprio padre? Sta a ciascuno di noi cercare le risposte e colmare questi vuoti. Rosanna Pierleoni
April 22, 2026
Pressenza
“Visita” a Ilaria Salis, un avviso per tutti
Non si era mai vista una cosa del genere, da quando l’Italia è diventata una repubblica. Di parlamentari identificati dalla polizia in piazza ce ne sono stati certo molti, soprattutto comunisti (e “demoproletari”, finché è esistito il gruppo), ma solo perché giustamente si facevano avanti per tutelare i manifestanti vittime […] L'articolo “Visita” a Ilaria Salis, un avviso per tutti su Contropiano.
March 29, 2026
Contropiano
Referendum #2 | Tre finalità perverse di una controriforma costituzionale – di Luigi Ferrajoli
Questa campagna referendaria sta svelando l’intima essenza di questo governo: la sua straordinaria capacità di imbrogliare l’elettorato raccogliendone il consenso nei confronti di finalità totalmente non dichiarate. Quella che viene proposta al referendum è una riforma sgangherata – lo smembramento insensato in tre organi diversi del Consiglio Superiore della Magistratura – e proprio per [...]
March 12, 2026
Effimera