Un approccio empatico ai dilemmi dell’ambientalismo contemporaneo
L’ultimo libro in ordine di pubblicazione di Laura Boella, Per amore del mondo.
L’ecologia e la nuova condizione umana (Castelvecchi, 2025), ha un titolo che in
tempi così rabbuiati alletta alla lettura donne e uomini che hanno a cuore la
questione ambientale e la condizione umana. Docente di Storia della filosofia
morale e Etica dell’ambiente, Laura Boella ha dedicato molteplici studi a György
Lukacs e Ernst Bloch così come alle filosofe Hannah Arendt, Simone Weil, Edith
Stein, Maria Zambrano e alle scrittrici imperdonabili del Novecento (Etty
Hillesum, Cristina Campo, Ingeborg Bachmann, Marina Cvetaeva); fondamentali sono
altresì le sue ricerche intorno alla conoscenza e alla pratica dell’empatia.
Il titolo del libro rimanda all’opera di Arendt pubblicata nel 1958, Vita
activa. La condizione umana, che avrebbe dovuto intitolarsi “Amor Mundi”; a essa
oggi si volgono quante/i occupandosi di Antropocene si interrogano sull’idea di
una nuova condizione umana nel processo di cambiamento in corso, visto perlopiù
senza sbocchi positivi; invece Boella, aliena da angosce apocalittiche e
lusinghe post-umane, ci invita a fare nostra la sensibilità della politologa
tedesca naturalizzata statunitense «per una realtà in trasformazione, per
fenomeni inediti che richiedono un nuovo pensiero e nuove forme di convivenza» e
a «scrivere, parlare, discutere, mettere in atto iniziative per affrontare la
grande scommessa di rinegoziare il nostro patto con l’ambiente» (p. 12).
Di fronte a un cambiamento dagli esiti imprevedibili confermato dai dati delle
Scienze della Terra a partire dagli anni Ottanta riguardo all’interazione tra i
processi biologici, chimici e fisici del pianeta e le attività umane e in
presenza di una consapevolezza crescente che la soluzione della questione
ecologica non può consistere soltanto nel non oltrepassare le cosiddette soglie
di sicurezza, si è affermata negli ultimi anni l’idea di giustizia del sistema
Terra ad opera della scienziata sociale indiana Joyeeta Gupta. Un’idea di
giustizia ispirata a un ordine di rapporti fra gli esseri viventi tale da
rendere gli spazi terrestri abitabili da tutti e in particolare da chi patisce,
a causa delle ingiustizie perpetrate dai dominatori di turno, condizioni di
esistenza segnate dalla fame, dalla sete, da malattie che sarebbero facilmente
curabili, da mancanza di infrastrutture… E per di più in territori spogliati
delle loro ricchezze ad opera delle ex potenze coloniali e ridotti dagli attuali
monopoli e potenze finanziarie a discariche a cielo aperto dove finiscono gli
oggetti usa e getta che la società dei consumi illimitati rende fruibili a noi
priviligiati. Si tratta in definitiva di redistribuire le risorse terrestri
secondo principi di equità, in direzione contraria al persistere delle
disuguaglianze sociali oggi più acuite che in passato, e di trovare metodi e
mezzi per ridurre accumuli e consumi che gravano sugli ecosistemi terrestri.
Laura Boella delinea in modo esemplare l’inedita condizione di vulnerabilità che
noi umani avvertiamo «di fronte a una realtà biofisica in cui tutto è
interconnesso, si trasforma, glissa, scivola, come i ghiacciai» (pp. 15-16) e
propone un approccio empatico alla questione ecologica. Dopo aver chiarito che
il nucleo di fondo dell’empatia è la relazione che si vive nell’esperienza degli
incontri con un altro individuo umano e non umano, animato e inanimato, con gli
echi che giungono a noi dai paesaggi che abitiamo, con i suoni che scegliamo o
ci capita di ascoltare, la ricerca della filosofa interroga la possibilità di
superare il punto di vista antropocentrico e di «adottare una prospettiva che
tenga conto della vastità dell’universo biofisico» facendo leva sulla capacità
empatica. Questa «si situa nell’angolo d’incidenza tra i singoli individui con
i loro legami, le loro vulnerabilità e potenzialità, e la pluralità di forze
agenti nell’universo fisico-materiale» (p. 18).
Collocandosi nel punto d’intersezione dell’esperienza empatica, l’autrice parte
da sé, dalla sua esperienza anzitutto di camminatrice nei sentieri delle Alpi
Marittime che hanno segnato il suo percorso di vita e di pensiero, registra il
suo impatto con i mutamenti intervenuti nella sua montagna, la Maledìa, custode
di una memoria collettiva e s’inoltra nelle ripercussioni su di sé del contatto
con il mondo in seguito al suo insediamento a Milano, in «un paesaggio ibrido».
La sua esperienza è toccata dunque da una varietà di paesaggi: «i paesaggi del
cuore (delle passioni amorose e alpinistiche), i paesaggi contaminati dalla
guerra e dalla persecuzione antiebraica, i paesaggi trasformati dallo sviluppo
industriale, i paesaggi dipinti e scritti da poeti e pittori tra Settecento e
Ottocento, i paesaggi metropolitani composti di schegge di storia, memoria,
natura, tecnologia» (p. 38).
Interessata alle empatie, Boella propone l’idea di estenderne le modalità
relazionali comprensive della cura e della compassione al mondo più che umano
nel contesto dell’ecologia, un’idea che richiede una trasformazione radicale
dell’esperienza umana individuale, perché nel multiverso circostante non
occupiamo più una posizione centrale, essendo cambiato il nostro immaginario e
con esso le interazioni con i corpi e gli oggetti che ci troviamo vicini e
lontani: «l’esperienza empatica» diviene pertanto «un antidoto nei confronti
dell’impoverimento dei parametri sensuali e affettivi che nutrono il senso di
realtà, provocando il sentimento d’impotenza oggi molto diffuso» (p. 44).
Per superare l’apatia, l’ansia, il senso di perdita di fronte alla crisi
ecologica e sociale determinata da processi globali governati da forze anonime
(lo Stato, la finanza, il turbocapitalismo, le emissioni di anidride
carbonica…), Boella invita a tenere conto dell’approccio empatico che non offre
soluzioni, ma sollecita a prendere atto delle relazioni che ci attraversano e ci
trasformano trasformando la nostra visione del mondo. Abitiamo un mondo in cui
coesistono diverse e varie comunità di organismi interdipendenti e
interconnessi; dato il mutamento di paradigma, la specie umana non può più
quindi arrogarsi alcuna superiorità sulle altre forme di vita; e ciascuno/a di
noi non può più continuare ad assistere da spettatore alle trasformazioni in
corso, bensì avverte la necessità di fare spazio dentro di sé al coinvolgimento
nella relazione con ciascuna delle altre entità, entrando così «in contatto con
la trama delle infinite differenze che fanno di ogni essere animato e inanimato
un’occasione di meraviglia, di minaccia, di indignazione per la crudeltà e il
disprezzo con cui è trattato» (p. 51).
Ma come tenere insieme «la prospettiva umana e l’orizzonte impersonale dei
processi del pianeta Terra in cui siamo implicati»? (p. 55). Come superare il
disorientamento esistenziale, etico e politico nel vivere il tempo della storia
umana e il tempo geologico e biologico nel mondo che condividiamo con gli altri
umani e non umani e in un mondo esistito prima di noi e che esisterà dopo di
noi? Boella richiama la prospettiva dello studioso di origini indiane Dipesh
Chakrabarty, il quale «ritiene che i cambiamenti nel sistema Terra provocati dal
capitalismo e dalla tecnologia non siano sufficienti per spiegare la situazione
attuale poiché restano aperti nei loro esiti, combinandosi con agenti
indipendenti da quelli umani. Gli esseri umani da questo punto di vista sono
nella stessa posizione delle altre specie, in competizione per la sopravvivenza
e “incidentali” per quanto riguarda la storia del sistema Terra che contempla il
ruolo di molteplici co-attori. Ciò significa che il pianeta non si adatta al
linguaggio della speranza e della disperazione, ancor meno alle illusioni e agli
inquietanti effetti del geoengineering» (pp. 58-59).
Dinanzi al tempo breve delle decisioni umane e al deep time delle trasformazioni
del nostro pianeta in cui siamo tutti coinvolti, interconnessi come siamo con il
multiverso biofisico, se desideriamo fare davvero i conti con il presente è
necessario cambiare modi di sentire, pensare e agire, e per farlo occorre,
scrive Boella, il coraggio di «un’immaginazione che aiuti a entrare in
contatto con l’imprevisto dell’universo che ci circonda e favorisca un ritorno
alla realtà» (p. 67), un’immaginazione creativa che nulla ha a che vedere con le
illusioni e le fantasticherie in cui volenti o nolenti siamo immersi e da cui
siamo sommersi. È questo il coraggio che alimenta le pratiche empatiche di
scienziate/i, storiche/storici, scrittrici e scrittori, artiste/i che offrono
«una serie di strategie discorsive, visuali e sensuali grazie alle quali i
dilemmi dell’ambientalismo contemporaneo diventano occasioni di esperienza
personale, vengono incontrati in luoghi concreti attraverso l’osservazione
diretta, la presenza fisica e la cooperazione con altri, per trarne ispirazione
e motivazione ad agire – in una parola, speranza» (p. 70).
Alle pratiche empatiche di una filosofa sul campo (Dehlia Hannah), di uno
storico del Romanticismo (Gilles D’Arcy Wood), di una biologa della
conservazione (Julianne Lutz Warren), di una naturalista diventata scrittrice
(Helen Macdonald), di un gruppo di scienziati che sperimentano la riproduzione
in vitro dei coralli nello scantinato di un museo (Project Corals) e di un
fotografo (Edward Burtnsky) sono dedicate le pagine più commoventi del libro Per
amore del mondo. Si tratta di storie di esperienze vissute fuori dagli archivi,
dai laboratori, dai musei che tengono aperto lo spazio del futuro e trasmettono
il senso e il valore della capacità empatica, vale a dire la capacità di
scommettere sull’uscita dalla solitudine, dall’apatia, dal disorientamento e di
mettersi in ascolto di esseri concreti minacciati o estinti, di rispondere corpo
e anima al loro richiamo, di partecipare dunque attivamente e responsabilmente
in prima persona al destino del mondo stimolando l’altrui collaborazione
creativa, e non la competizione, e favorendo l’incontro e la nascita di nuovi
legami e nuove comunità.
Da queste pagine traggo il racconto crudele e surreale della cicogna Mènes a cui
fu applicato nel 2013 in Ungheria un contrassegno satellitare: «Dopo la partenza
dal nido, Mènes viaggia verso sud attraversando Romania, Bulgaria, Grecia,
Turchia, Siria, Giordania e Israele, atterra in Egitto nella valle del Nilo,
viene catturata da un pescatore e data in custodia alla polizia. Essendo dotata
di un dispositivo elettronico sospetto poteva trattarsi di una spia» (p.85);
liberata una volta fugati i sospetti di spionaggio, la si ritrova vicino ad
Assuan oramai ridotta a un misero cadavere infangato. In un mondo nel quale
abbondano i tipping points (punti di non ritorno) non è facile parlare di
speranza, commenta Boella, che nondimeno evoca la Spes di Andrea Pisano
(Battistero di Firenze, porta sud) con le parole di Walter Benjamin: «Seduta,
leva impotente le braccia verso un frutto che le rimane irraggiungibile. E
tuttavia è alata. Nulla di più vero» (p.86).
A mio parere Per amore del mondo risponde alla crisi in corso che chiama in
causa non solo i fattori economici e politici ma anche i nostri vissuti, il
nostro coinvolgimento sensibile ed emotivo e ci sprona a prendere atto della
«nuova condizione umana» in un mondo che non ci è più familiare e nel quale non
siamo solo agenti politici interdipendenti ma una vera e propria forza geologica
interconnessa ad altre forze geologiche sulle quali non possiamo esercitare
alcuna sovranità. Laura Boella ha ragione nel definire l’empatia come l’unica
capacità all’altezza dei tempi che stiamo vivendo: anche se è consapevole che
con essa non si salverà il pianeta, si potrà tuttavia «immaginare nuovi modi
per abitare la Terra come scena condivisa» (p. 106). Una scena «in cui viene in
primo piano il mondo che sta “tra” le persone, nella pluralità dei contesti
sociali, antropologici, materiali. […] Questo è il mondo che deve durare,
rilanciando le finalità del vivere insieme: come vivere, come agire, come
lavorare sulla propria singolarità, sull’autonomia e la libertà autentiche di
ognuno aprendosi al mondo, ossia a un sistema di percezioni e di relazioni più
ampio che includa tutti gli abitanti del pianeta» (pp. 109-110).
Redazione Italia