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Il Rearm Eu e la vera transizione bellica
RIPORTIAMO DI SEGUITO LA RELAZIONE TENUTA DA ANTONIO MAZZEO AL CONVEGNO NAZIONALE «DALLA FINTA TRANSIZIONE ECOLOGICA ALLA VERA TRANSIZIONE BELLICA. L’OCCIDENTE DICHIARA GUERRA ALL’AMBIENTE», PROMOSSO DA ECORESISTENZE E TENUTOSI A BOLOGNA IL 20 GIUGNO 2026. Il conflitto russo-ucraino, il genocidio del popolo palestinese per mano di Israele, la campagna militare USA-israeliana contro l’Iran, l’escalation bellica in tutta l’area mediorientale, in Africa orientale e nella regione subsahariana del continente nero. È guerra totale, la terza guerra mondiale che genera immani tragedie umane, sociali ed economiche, alimentata dalla sconsiderata corsa al riarmo e alla militarizzazione dei territori, della produzione e della ricerca dei paesi membri della NATO e dell’Unione europea. L’UE, in particolare, sta convertendo buona parte del suo apparato industriale alla produzione di armi altamente distruttive: sistemi spaziali e satellitari; munizioni di artiglieria e missili da crociera, balistici e ipersonici; velivoli con e senza pilota; sistemi di difesa antimissile e anti-droni; navi di superficie e sottomarini; grandi aerei per il trasporto di equipaggiamenti o truppe; sofisticate attrezzature per la guerra elettronica e cyber, ecc. Allo stesso tempo, Bruxelles ha dato vita ad una serie di programmi finalizzati alla militarizzazione delle infrastrutture logistiche e trasportistiche, della ricerca, dell’istruzione e dell’informazione. Il libro bianco European Defence Readiness 2030, pubblicato il 19 marzo 2025 dalla Commissione UE, prevede un piano finanziario quadriennale da 800 miliardi di euro per “riarmare” l’Europa in linea con le nuove strategie della NATO, in vista di uno scontro diretto con i “nemici” dell’Occidente: la Russia di Putin, l’Iran, la Corea del Nord, la Cina1. Centocinquanta miliardi sono stati destinati ad un fondo per “la sicurezza dell’Europa”, il SAFE (Security Action for Europe), per finanziare – tramite prestiti a lunga scadenza ed il concorso di capitali privati – programmi di acquisto di armamenti e di ammodernamento delle forze armate dei Paesi UE. Al SAFE possono accedere pure l’Ucraina, la Norvegia, la Svizzera, l’Islanda e il Liechtenstein, i paesi in via di adesione e quelli che hanno sottoscritto con l’UE un partenariato in materia di sicurezza e difesa. ReArm Europe consente di avviare programmi di sviluppo militare anche con le industrie di Canada, Regno Unito e Turchia2. Il fondo SAFE può essere impiegato anche per finanziare l’acquisto di sistemi d’arma ed equipaggiamenti fabbricati al di fuori dell’Unione Europea, consentendo l’acquisto soprattutto negli Stati Uniti e in Israele, i principali Paesi extra UE le cui industrie della Difesa sono particolarmente attive sul mercato comunitario. Nel febbraio 2026 il direttorio di Bruxelles ha autorizzato otto paesi membri dell’Unione all’uso dei prestiti agevolati previsti dall’iniziativa SAFE: Italia, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Finlandia. Il Governo Italiano ha richiesto ed ottenuto un prestito complessivo di 14 miliardi e 900 milioni di euro in 5 anni al 3% fisso di interesse, con rimborsi che saranno attivati a partire dal 2035 e che si esauriranno nell’arco temporale massimo di 45 anni3. In verità l’accesso ai fondi SAFE ha generato più di un conflitto all’interno delle forze di governo, in particolare tra il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgietti (Lega) e il titolare del dicastero della Difesa, Guido Crosetto (Fratelli d’Italia). Il primo, sostenuto dallo stretto entourage della premier Giorgia Meloni, è propenso a chiedere solo 5 dei 14,9 miliardi di euro disponibili, ma ciò ha suscitato le ire di Crosetto che ha minacciato le proprie dimissioni nel caso in cui venisse concordato di “tagliare” il fondo SAFE. Per assicurare gli investimenti nella produzione e approvvigionamento di armi e munizioni necessari a coprire la quota restante di 650 miliardi di euro del piano ReArm Europe, la Commissione UE ha previsto l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità (l’accordo tra i Paesi dell’Unione che impone che il deficit pubblico non superi il 3% del Prodotto interno lordo e che il debito pubblico non superi il 60% del PIL). Esiste inoltre la possibilità di utilizzare per il mega piano di riarmo una parte di quei fondi europei già stanziati per altri fini, primi fra tutti i “Fondi di coesione”, destinati principalmente alle aree più arretrate del continente per ridurre le disuguaglianze territoriali4. L’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) ha calcolato che la cifra- obiettivo di 800 miliardi potrà essere raggiunta solo con una forte crescita del deficit pubblico degli Stati UE. Per quanto riguarda l’Italia, paese già pesantemente indebitato, l’adeguamento al piano di riarmo potrebbe comportare una spesa militare aggiuntiva di 95 miliardi di euro in quattro anni e il deficit pubblico, oggi al 4%, anziché ridursi gradualmente fino al 3% – secondo quanto richiesto da Bruxelles – rischia di crescere fino al 4,6%5. Le proposte riarmiste della Commissione europea comporteranno inoltre un’espansione delle spese militari dei paesi UE fino a 580 miliardi di euro circa entro il 2029. Le quote dei bilanci statali per la “difesa” degli Stati membri avevano già subito una crescita del 31% nel periodo 2021-2024, raggiungendo i 326 miliardi (1,9% del PIL), anche in conseguenza delle forniture militari all’Ucraina in guerra contro la Russia. Si tratta di cifre enormi, di per sé insostenibili, che hanno già prodotto ricadute catastrofiche in termini di accesso ai servizi sociali di base e al welfare da parte della maggioranza della popolazione europea. Aspetto meno analizzato ma altrettanto dirompente di ReArm Europe è l’ulteriore processo di militarizzazione dei territori che esso genererà in alcune aree, in particolare nei Paesi dell’Europa orientale. Nel Libro bianco si fa esplicito accenno alla creazione di uno Scudo orientale al confine con la Russia e la Bielorussia e di una Linea di difesa del Baltico “per promuovere la deterrenza e contrastare le minacce militari e ibride”. Il rafforzamento dei sistemi di protezione delle frontiere dell’Unione europea, sempre secondo Bruxelles, includerà un “mix completo di barriere fisiche e lo sviluppo delle infrastrutture e di moderni sistemi di sorveglianza”. Anche le reti trasportistiche e le infrastrutture logistiche sono sottoposte ai piani di intervento finanziario affinché siano rese idonee a svolgere funzioni di mobilità militare. «Sono necessari investimenti significativi per migliorare le capacità di trasporto aereo di merci e le capacità in quanto alle infrastrutture per i combustibili mediante depositi, porti, piattaforme di trasporto aereo, marittimo e ferroviario, linee ferroviarie, vie navigabili, strade, ponti e poli logistici, grazie all’elaborazione di un piano strategico per lo sviluppo della mobilità militare, in collaborazione con la NATO», spiega la UE. «La mobilità militare è un facilitatore essenziale della sicurezza e della difesa europea. Grazie ad essa cresce l’abilità delle forze armate degli Stati membri e degli alleati di spostare rapidamente truppe e attrezzature attraverso l’Unione europea in caso di conflitto o di guerra ibrida intensificata. Per questi trasferimenti, le forze armate hanno la necessità di accedere a infrastrutture critiche che devono essere idonee ad uno scopo duale»6. Il programma EU Military Mobility è stato lanciato nel 2018 per consentire le operazioni in ambito continentale e le missioni extra-area delle forze armate UE e dei paesi membri, ma anche per rispondere alle richieste NATO. A seguito del conflitto russo-ucraino, il 10 novembre 2022 è stato varato il Piano d’azione per la mobilità militare 2.0 per potenziare e/o convertire a fini bellici le infrastrutture trasportistiche UE e dei partner continentali (Ucraina, Moldavia e paesi dei Balcani occidentali) e per «integrare la rete di distribuzione del carburante a supporto della movimentazione delle truppe in tempi rapidi e su larga scala». Al Piano 2.0 sono state destinate risorse per un miliardo e 700 milioni di euro nel quinquennio 2022-20267. ReArm Europe ha previsto infine la conversione a fini bellici di ogni settore del sapere, della conoscenza e della ricerca scientifico-tecnologica, a partire ovviamente dal mondo universitario e dell’istruzione secondaria. Nella risoluzione sulla politica di sicurezza e di difesa comune approvata a larga maggioranza dal Parlamento europeo il 2 aprile 2025, nel capitolo su Difesa e società, preparazione e prontezza civile e militare, l’Unione Europea e i suoi Stati membri sono chiamati «a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate, e a rafforzare la resilienza e la preparazione delle società alle sfide in materia di sicurezza» (art. 164). Si chiede, inoltre, «di mettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili» (art. 167)8. Per sostenere la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo di nuove tecnologie belliche, la Commissione Europea ha istituito nel 2017 uno specifico “Fondo europeo per la difesa” (European Defence Fund – EDF). Scopo del fondo europeo è quello di «promuovere l’interoperabilità e la mobilità militare, nonché lo sviluppo di un complesso militare-industriale comunitario», sostenendo «l’innovazione e le tecnologie critiche che rispondono alla formula del dual use, ovvero di usi civili e militari». Nel periodo compreso tra il 2021 e il 2027 l’EDF ha previsto stanziamenti per 7,3 miliardi9. Il 16 aprile 2026 la Commissione europea ha reso noto che nel corso dell’ultimo anno erano stati promossi 57 progetti di collaborazione nel campo della ricerca e dello sviluppo con una spesa di 1,07 miliardi di euro, prioritariamente per produrre doni e loitering munitions (i cosiddetti droni kamikaze). Nello specifico 675 milioni di euro sono stati destinati a progetti di sviluppo, mentre i restanti 332 milioni per iniziative di ricerca. A questi finanziamenti vanno poi aggiunti quelli previsti dall’EDF Work Programme 2026 (1 miliardo di euro) e dall’European Defence Industry Programme (1,5 miliardi). Nel 2025, per la prima volta dalla loro istituzione, anche l’Ucraina ha potuto accedere ai fondi EDF, e «ciò ha segnato un passo significativo verso l’integrazione della base industriale e tecnologica del settore difesa ucraino nell’ecosistema europeo»10. Tra i maggiori beneficiari dei programmi di riarmo dell’Unione europea ci sono ovviamente le holding del vecchio continente produttrici di sistemi bellici. Esse stanno rivedendo i propri piani produttivi e stanno dando vita a nuove alleanze strategiche anche in vista della creazione di mega-concentrazioni finanziarie ed industriali. Nel marzo 2025 il gruppo italiano leader del comparto bellico, Leonardo S.p.A., ha presentato l’aggiornamento del proprio piano industriale per il 2025-2029. Nello specifico Leonardo punta ad aumentare le commesse nel quinquennio da 105 a 118 miliardi di euro, con ricavi complessivi per 106 miliardi (contro i 95 previsti nel periodo 2024-2028)11. Queste stime sarebbero frutto dei nuovi accordi di partenariato che il gruppo Leonardo ha sottoscritto con altre importanti aziende del comparto militare. Il 6 marzo 2025 è stato firmato un memorandum of understanding con Baykar Technologies (la società turca di proprietà di uno dei generi del presidente Erdogan che ha rilevato il gruppo Piaggio Aerospace con sede e stabilimenti in Liguria) per lo sviluppo, produzione e manutenzione di aerei senza pilota presso i siti di Leonardo di Ronchi dei Legionari (Gorizia), Grottaglie (Taranto), Torino, Roma Tiburtina e Nerviano (Milano). La società italiana spera di ricavare da questo accordo più di 600 milioni nel quinquennio 2025-2029. Il 24 febbraio 2025 è stata costituita invece una joint venture con il colosso tedesco Rheinmetall (Leonardo Rheinmetall Military Vehiche). La nuova società italo-tedesca è controllata pariteticamente al 50% da Leonardo e Rheinmetall, ha sede giuridica a Roma presso Rheinmetall Italia S.r.l. e sede operativa a La Spezia presso gli ex stabilimenti OTO Melara del gruppo Leonardo. Alla Leonardo Rheinmetall Military Vehiche è stata affidata dal governo Meloni-Crosetto, senza bando di gara, la produzione di 1.050 cingolati AICS/A2CS e 272 carri armati MBT da destinare all’Esercito italiano12. Stando all’accordo stipulato dai due gruppi industriali, solo il 60% della produzione dei nuovi sistemi da combattimento terrestri sarà effettuata in Italia. Anche il know how è nettamente a favore dei tedeschi: i cingolati AICS deriveranno dai Lynx Kf-41 progettati e realizzati da Rheinmetall, mentre i carri armati MBT deriveranno dal Panther Kf-51. Il costo dell’intero programma non è stato ancora determinato ma è prevedibile che esso supererà abbondantemente i 23,2 miliardi di euro nei prossimi 15 anni13. Sempre lo scorso anno, Leonardo ha acquisito il controllo di Iveco Defence Vehicles (IDV), già divisione dei veicoli militari del gruppo controllato da Exor presieduto da John Elkann, con sede centrale a Bolzano. Con l’acquisizione di Iveco Defence Vehicles, Leonardo punta a rafforzare il proprio ruolo in ambito europeo nel settore dei mezzi blindati e da trasporto militare. In particolare l’auspicato polo Leonardo Rheinmetall-IDV si è candidato a diventare fornitore unico per il nuovo programma plurimiliardario di trasporto blindato promosso dall’Unione Europea. Altrettanto dirompenti gli effetti dei programmi di riarmo europei e nazionali in termini di militarizzazione dell’intero territorio italiano. A Torino è in corso la realizzazione della Cittadella dell’Aerospazio, un mega-centro di ricerca, sviluppo e sperimentazione di nuovi sistemi aerospaziali a fini civili e militari, promosso dal Politecnico di Torino, UNITO e Leonardo S.p.A., con il supporto finanziario di Regione Piemonte ed enti locali. Le attività della Cittadella si intrecceranno con quelle dell’hub del programma “DIANA” (Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic) che la NATO ha stabilito di collocare nel capoluogo piemontese, ma con “filiali” a La Spezia e Capua, Caserta. “DIANA” è un acceleratore globale per startup e piccole e medie imprese con lo scopo di sviluppare tecnologie “per la sicurezza e la difesa dell’Alleanza Atlantica”14. Sempre a Torino, presso l’aeroporto di Caselle, ancora Leonardo S.p.A. conta di realizzare gli stabilimenti per l’assemblaggio e i test dei cacciabombardieri di sesta generazione in via di progettazione con aziende militari del Regno Unito e del Giappone. Sempre in Piemonte, a Cameri (Novara), Leonardo sta assemblando per conto del colosso statunitense Lockheed Martin i caccia di quinta generazione F-35 “Lightining II” ordinati dalle forze armate italiane e da alcuni paesi europei. La Cittadella dell’Aerospazio di Torino, gli stabilimenti di Leonardo a Caselle e Cameri sono solo gli aspetti più eclatanti del piano di sviluppo di veri e propri distretti e/o poli militari, aerospaziali, terrestri e navali-sottomarini che sta interessando in particolare Piemonte, Lombardia e Liguria, grazie al contributo finanziario statale e regionale. A ciò si accompagna il sempre maggiore rafforzamento della presenza militare NATO in queste aree territoriali, a partire dal comando dell’Alleanza di Solbiate Olona (Varese) “NRDC-ITA (NATO Rapid Deployable Corps – Italy)” per la gestione di operazioni di pronto intervento terrestri principalmente sul Fronte Sud. Sempre in Lombardia, a Ghedi (Brescia), sorge una delle due installazioni aeroportuali italiane dove sono state stoccate da US Air Force armi nucleari tattiche di ultima generazione, le B61-12, che possono essere impiegate anche da alcuni reparti specializzati dell’Aeronautica Militare italiana. Il secondo scalo è quello di Aviano (Pordenone), ampiamente utilizzato per le operazioni di rifornimento di sistemi d’arma e carburante dei reparti di volo impiegati dagli Stati Uniti d’America nelle operazioni di attacco all’Iran a partire del 28 febbraio 202615. Un ruolo di eccellenza nei piani di guerra USA in Europa orientale, Medio Oriente e continente africano è riservato alle basi militari “ospitate” nella città e nella provincia di Vicenza, a partire da Camp Ederle, dall’ex aeroscalo “Dal Molin” (oggi “Del Din”) e dalla ex base nucleare di Longare. In particolare a Vicenza è stato insediata la 173a Brigata Aviotrasportata di US Army, reparto impiegato dalla seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso in tutti i conflitti che hanno visto impegnati gli Stati Uniti d’America (Vietnam, Iraq, Afghanistan, Ucraina, ecc.). Vicenza è pure sede dell’U.S. Army Southern European Task Force, Africa (SETAF-AF), la struttura dell’esercito statunitense per le operazioni nel Sud Europa e nel continente africano. Pericolosi scenari di guerra sono stati prefigurati dal governo italiano e da alcuni alleati NATO anche per il porto di Trieste: in vista del rafforzamento degli “aiuti” economici e militari all’Ucraina in guerra contro la Russia e della “ricostruzione” del Paese dopo l’auspicata fine del conflitto, Trieste potrebbe essere convertita in “Polo logistico portuale internazionale” pro Kiev16. L’intera regione della Toscana si sta trasformando in un vero e proprio hub strategico per le forze armate italiane, statunitensi e NATO: è in atto il potenziamento dello scalo militare di Pisa San Giusto; la costruzione di una nuova megabase a Pisa e Pontedera per ospitare i corpi d’élite dell’Arma dei Carabinieri; l’istituzione a Firenze (Caserma “Predieri”) di un nuovo Comando per le operazioni della forza di pronto intervento terrestre della NATO (Multinational Division South, MND-S); il sempre maggiore utilizzo della base di US Army di Camp Darby (tra Pisa e Livorno) per il trasferimento di armi e mezzi da guerra nelle aree di conflitto in Medio Oriente. In Puglia si assiste purtroppo al crescente ruolo strategico e operativo delle principali installazioni militari aeree e navali (gli scali di Amendola, Gioia del Colle, Galatina, Grottaglie e i porti di Taranto e Brindisi), in ambito nazionale, NATO ed extra NATO, nonché al sempre più asfissiante intreccio tra forze armate, aziende del comparto militare industriale (Leonardo, Avio, Boeing, ecc.) e i centri di ricerca universitari della regione. Il conflitto in corso in Iran e nel Golfo Persico ha reso ancora più evidente la centralità di due grandi infrastrutture militari ospitate in Campania, il Joint Force Command Naples (JFC), il Comando NATO di Napoli-Lago di Patria (Giugliano) e la Naval Support Activity Naples della Marina Militare USA con quartier generale presso l’aeroporto di Napoli Capodichino. L’area di intervento del Comando NATO JFCricopre l’Atlantico orientale fino al Mediterraneo, i Balcani e l’Europa orientale e l’intero Medio Oriente. NSA Naples è il Comando delle forze navali degli Stati Uniti d’America per l’Europa e l’Africa (NAVEUR-NAVAF) a cui spetta il compito di pianificare e coordinare le attività delle unità di superficie, dei sottomarini e degli aerei in un’area geostrategica ancora più estesa: metà Atlantico, Baltico, Mediterraneo, Caspio, Mar Nero e aree costiere africane17. Più noti al grande pubblico i soffocanti processi di militarizzazione che hanno investito le due grandi isole italiane, la Sardegna con i suoi grandi poligoni di Capo Teulada e Salto di Quirra e l’aeroporto di Decimomannu (Cagliari) impiegato per la formazione dei piloti dei paesi membri della NATO e di alcuni stati mediorientali; e la Sicilia con la grande stazione aeronavale di Sigonella (in prima linea nelle operazioni di intelligence USA e NATO a sostegno dell’Ucraina contro la Russia, di Israele contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza e degli Stati Uniti d’America contro l’Iran), il terminale terrestre a Niscemi, Caltanissetta del MUOS (il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare della Marina militare USA), gli scali NATO di Trapani Birgi e Pantelleria. In Sicilia, tra l’altro, è stato avviato il potenziamento infrastrutturale dell’aeroporto di Trapani in vista dell’insediamento della “scuola di formazione” delle forze aeree internazionali che hanno acquistato i cacciabombardieri F-35 e delle basi navali di Augusta (Sicilia) e Messina, onde consentire l’approdo delle nuove unità da guerra italiane e dei paesi partner dell’Alleanza Atlantica. La rilevanza geostrategica delle principali basi militari USA e NATO esistenti in Italia spiega il motivo per cui nessuna di queste sarà smantellata o ridimensionata nei prossimi anni, nonostante l’establishment di Donald Trump spinga verso una riduzione delle forze armate statunitensi schierate nel continente europeo. L’Italia ha fatto e farà ancora da piattaforma di proiezione avanzata statunitense in quelle aree ricche di fonti energetiche fossili (gas e petrolio), uranio, terre rare, principalmente nel Golfo Persico e nel continente africano18. Oggi il Mediterraneo centrale con il Canale di Sicilia è forse ancora più rilevante per gli interessi del capitale finanziario USA e occidentale dello Stretto di Hormuz. Oltre ad essere attraversato dalle rotte delle petroliere e dei mercantili che dal Medio Oriente e dall’Africa raggiungono i grandi terminal dell’Europa settentrionale, il Canale di Sicilia è lo stretto marittimo da cui passano le principali reti di cablaggio intercontinentali, dall’Estremo oriente e dalla Cina fino all’Europa e, attraverso l’Atlantico, fino al Continente americano. Ancora il Canale di Sicilia è attraversato dai grandi oleodotti e gasdotti che trasferiscono in Italia le fonti di energia fossile dall’Algeria e Tunisia. Ad essi potrebbe presto aggiungersi un nuovo gasdotto di 3.300 chilometri di lunghezza (il South2 Corridor) che dal Nord Africa dovrebbe trasportare idrogeno all’Italia, all’Austria e alla Germania. Si tratta di un progetto ritenuto “strategico” dalla Commissione europea per garantire l’approvvigionamento del 20% dell’idrogeno che l’UE prevede di utilizzare a fini energetici entro il 203019. L’importanza della dimensione marittima e soprattutto subacquea del Mediterraneo centrale per il transito delle fonti energetiche e del cablaggio internet o di accesso alle materie prime strategiche è sempre più enfatizzata dagli analisti militari. «A livello globale, il 70% del cibo, dei minerali, del gas e del petrolio per un valore stimato in 400 miliardi di euro si trovano sottacqua», scrive RID – Rivista Italiana Difesa. «Focalizzando l’attenzione sul nostro Paese, il 60% dei collegamenti internet italiani ha origine, o affiora, in sole tre città – Mazara del Vallo, Catania e Bari – e la rilevanza di queste infrastrutture può essere stimata con oltre il 90% dei Big Data passanti al loro interno, per un controvalore, in ambito nazionale, prossimo ai 2.500 miliardi di euro annui, valore in costante crescita. Nelle acque territoriali italiane passano circa 781 km di gasdotti (…) Allo stato attuale, circa il 49% del gas che entra in Italia transita attraverso gasdotti sottomarini, ripartiti rispettivamente al 32% dal TransMed (Algeria-Mazara) che trasporta circa 2,4 mld di m3, al 13% dal TAP (Azerbaijan-Melendugno), con un volume di circa 9,1 mld di m3 di gas annui ed al 4% dal GreenStream (Libia-Gela), con circa 2,8 mld di m3. Il 60% dei punti di affiori dei cavi di telecomunicazione, circa il 50% dei gasdotti sottomarini e il 100% degli elettrodotti transnazionali (operativi o in fase di implementazione) approda esclusivamente in Puglia e in Sicilia»20. Ecco dunque le vere ragioni per cui è stato dato un nuovo colpo di acceleratore ai processi di militarizzazione dei territori e delle infrastrutture logistiche, specie nel Mezzogiorno, e gli Stati Maggiori nazionali, UE e NATO pongono la “necessità” di esercitare un’attenta azione di vigilanza dei fondali marini e di difesa delle infrastrutture subacquee, definite quest’ultime come Critical Undersea Infrastructure “infrastrutture critiche sottomarine”21. Ad un Convegno nazionale sulla “rilevanza del dominio subacqueo” promosso dal CeSI – Centro Studi Internazionali, dalla Marina Militare e dal Ministero degli Affari Esteri (giugno 2024), l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Enrico Credendino ha auspicato «una corsa agli abissi che segua ciò che è stato fatto con la corsa allo spazio, tenuto conto delle enormi affinità tra i due domini in termini di competitività, congestionamento e contesa tra Paesi»22. Al summit NATO di Vilnius (luglio 2023) è stato creato il Maritime Centre for the Security of Critical Undersea Infrastructure all’interno del Comando marittimo dell’Alleanza “MARCOM”, con quartier generale a Northwood, Regno Unito. Il 26 febbraio 2024, la Commissione europea ha emesso la Raccomandazione UE 2024/779 sulle “infrastrutture di cavi sottomarini sicure e resilienti” in vista del rafforzamento dei dispositivi di sicurezza e difesa delle reti. In particolare, i Paesi membri dell’Unione sono stati invitati ad “adoperarsi per approfondire ulteriormente la cooperazione con la NATO per quanto riguarda le infrastrutture critiche di cavi sottomarini, in linea con la dichiarazione congiunta sulla cooperazione UE-NATO, promuovendo la complementarità degli sforzi”23. In ambito nazionale, la Marina Militare ha dato vita a fine 2022 all’Operazione Fondali Sicuri per la “tutela della Energy Security” e il “monitoraggio e sorveglianza delle infrastrutture critiche subacquee”, sotto il Comando centrale della Marina di Santa Rosa, Roma24. Inoltre è stato creato nel 2023 a La Spezia il Polo Nazionale della dimensione subacquea (PNS), che ha come obiettivo principale la valorizzazione del settore militare ed industriale in questo settore, «promuovendo sinergie pubblico-private», tramite la realizzazione di progetti di ricerca, sviluppo e sperimentazione tecnologica di nuovi sistemi d’arma navali e sottomarini25. Il nuovo Polo Nazionale della dimensione subacquea è forse l’emblema più evidente del processo di “israelizzazione” del comparto militare-industriale-accademico italiano, cioè di riproduzione di quel modello bellico inter-istituzionale che si è affermato nello Stato sionista, con le tragiche conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti a Gaza, in West Bank, in Libano, Siria, Yemen, Iran. Il PNS opera in stretta collaborazione con il CMRE (Centre for Maritime Research and Experimentation) di La Spezia, il Centro di ricerca e sperimentazione marittima della NATO in ambito marittimo e subacqueo; inoltre coopera con grandi, medie e piccole aziende del comparto industriale (in particolare Leonardo S.p.A. e Fincantieri S.p.A.), con start up e centri di ricerca accademici come l’Università di Genova. Dal 21 maggio 2025 il Centro militare è stato trasformato in Fondazione di diritto privato. Tra i soci fondatori compaiono il Ministero della Difesa, Difesa Servizi S.p.A., i ministeri dell’Economia e dell’Università, AIAD (Federazione delle aziende per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza), la Conferenza dei Rettori delle Università italiane, AID (Agenzia Italiana Difesa). Presidente è stata nominata Roberta Pinotti, ex ministra della difesa, Pd26. All’affaire plurimiliardario della produzione di sistemi da guerra underwater guarda con sempre più attenzione la holding della cantieristica a capitale statale, Fincantieri S.p.A.. «La minaccia ai cavi sottomarini e ad altre infrastrutture essenziali è destinata ad aumentare; per questo in Fincantieri stiamo investendo nella difesa e nella tecnologia subacquea, ampliando le nostre capacità industriali», ha dichiarato lo scorso anno l’amministratore delegato del gruppo, Pierroberto Folgiero. L’obiettivo è quello di raddoppiare le dimensioni del business subacqueo entro il 2027, con ricavi stimati a 820 milioni di euro27. Non è certamente casuale che solo qualche settimana fa l’assemblea degli azionisti di Orizzonte Sistemi Navali S.p.A., società partecipata da Fincantieri (51%) e Leonardo (49%), abbia nominato come presidente Enrico Credendino, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare fino al 28 ottobre 2025 e già Comandante in Capo della Squadra Navale (CINCNAV) della Marina. Credendino, come abbiamo visto, è tra i sostenitori della corsa al riarmo subacqueo e delle future underwater war28. Orizzonte Sistemi Navali opera nel settore dell’ingegneria e della sistemistica navale, progettando e realizzando unità navali militari, in particolare corvette, fregate e portaerei. Con quartier generale a Genova, la società ha registrato un fatturato nel 2024 di 176 milioni di euro. La politica delle “porte girevoli”, cioè il repentino passaggio dalla divisa alla leadership aziendale, caratterizza il comparto militare-industriale-accademico degli Stati Uniti d’America ed Israele. Il sistema Italia prova a scimmiottare il modello pur di affermarsi globalmente nell’ignobile mercato dei produttori e dei mercanti di morte. 1 https://www.eeas.europa.eu/eeas/white-paper-for-european-defence-readiness-2030_en 2 https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/sv/statement_25_673 3 https://aresdifesa.it/via-libera-europeo-per-i-fondi-safe-allitalia/  4 A. Mazzeo, ReArm Europe. L’UE va alla guerra, in 800 miliardi di motivi per dire NO alla Fortezza Europa (a cura dell’Osservatorio Repressione), I libri di Left, Roma, maggio 2025. 5 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/rearm-europe-ambizione-o-illusione-202521 6 https://www.eeas.europa.eu/eeas/white-paper-for-european-defence-readiness-2030_en 7 https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2023/03/trasportare-la-guerra-mobilita-militare.html 8 https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-10-2025-0034_IT.html 9 https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/RC-10-2025-0146_IT.html 10 https://www.defensenews.com/global/europe/2026/04/16/eu-pumps-over-1-billion-into-defense-rd-centered-around-ukraine-war-lessons/ 11 https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/11-03-2025-leonardo-industrial-plan-update 12 https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/05-11-2025-leonardo-and-rheinmetall-first-contract-to-supply-armoured-vehicles-for-the-italian-army 13 A. Mazzeo, ReArm Europe. NATO e UE si preparano alla Terza Guerra Mondiale, Lavoro e Salute, n. 6, giugno 2025. 14 https://www.diana.nato.int/ 15 A, Mazzeo, Basi aeree Usa in Italia: È guerra! C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria”, Umanità Nova, 22 aprile 2026. 16 https://www.ansa.it/nuova_europa/it/notizie/nazioni/ucraina/2025/09/09/urso-porto-trieste-come-grande-porto-rinascita-ucraina_db68b588-92be-4217-a08d-1c821856e6a0.html 17 A. Mazzeo, Basi militari e Mezzogiorno. La militarizzazione del Sud Italia, in Su la testa. Argomenti per la Rifondazione comunista, n. 29, aprile 2026. 18 A. Mazzeo, La base di Sigonella negli odierni scenari di guerra internazionali, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, 2026. https://osservatorionomilscuola.com/wp-content/uploads/2026/01/Mazzeo-Sigonella-nello-scenario-internazionale-di-guerra.pdf 19 https://www.messinatoday.it/economia/maxi-corridoio-idrogeno-messina-germania-africa.html 20 https://www.rid.it/shownews/6633/cesi-e-marina-militare-stimolano-il-dibattito-sulla-rilevanza-del-quasi-dominio-subacqueo 21 https://www.analisidifesa.it/2024/01/il-contributo-italiano-alle-operazioni-della-nato-per-il-controllo-dei-fondali-nel-mediterraneo/ 22 https://www.rid.it/shownews/6633/cesi-e-marina-militare-stimolano-il-dibattito-sulla-rilevanza-del-quasi-dominio-subacqueo 23 https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32024H0779 24 https://www.marina.difesa.it/cosa-facciamo/per-la-difesa-sicurezza/operazioni-in-corso/Pagine/Fondali_Sicuri.aspx 25 https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg19/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/433/339/Slides_PNS.pdf 26 https://www.difesaservizi.it/polo-nazionale-dimensione-subacquea-riunito-primo-cda 27 https://www.analisidifesa.it/2025/05/folgiero-a-ft-con-minacce-a-cavi-e-infrastrutture-necessario-potenziare-underwater/ 28 https://www.stampalibera.it/2026/06/14/da-super-ammiraglio-a-leader-di-azienda-di-guerra-la-rapida-carriera-di-enrico-credendino/ Antonio Mazzeo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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È nata Leonardo Ukraine, ed è sempre più guerra
La notizia l’ha data solo «Milano Finanza» il 19 agosto scorso (e da ieri i media italiani ne gioiscono), ma risale a ben tre mesi fa: Leonardo Ukraine, controllata al 100% da Leonardo International, è stata iscritta al registro delle imprese di Kiev e opera in loco con il polo statale ucraino per l’innovazione militare, Brave1. Prospettive di sviluppo e commesse lucrose, lascia intendere «Milano Finanza»; Rearm Europe in atto. Ma non solo: l’espansione della nostra Leonardo spa significa il formale ed esplicito posizionamento aggressivo dell’Italia, che si espone così ad un livello di pericolo sempre più alto: una cobelligeranza di fatto. Produrre in Ucraina droni contro la Russia, certificare l’eccellenza di “prodotti” micidiali direttamente sul campo di battaglia (e sulla pelle dei soldati, per ora), collaborare strettamente con Palantir che “lavora” molto profittevolmente con lo Stato genocida in Palestina e che è il fenomeno più perfezionato della cosiddetta società del controllo. Dalla sua nascita l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia la pericolosità delle derive belliciste ed economiciste che la propaganda quotidiana riversa sulla società, e sul mondo della formazione. La pervasività di Leonardo spa spacciata come innovazione imprescindibile, ricerca avanzata, eccellenza italiana, prospettiva di lavoro per i giovani. E l’infiltrazione nella scuola e nelle università di Leonardo attraverso i finanziamenti   alla ricerca accademica e anche alla scuola (vedi, tra le altre cose, il famigerato Liceo digitale). Ma ora appaiono chiare anche le modalità – anticostituzionali – con cui un colosso economico come Leonardo cura i suoi profitti, con scelte basate sulla decisione di procedere  verso la catastrofe della guerra. Che non è quello che vogliono i cittadini e le cittadine italiane, le famiglie, gli studenti e le studentesse, la cui maggioranza, come si sa, è contraria alla guerra. «Le decisioni assumono la forma quietissima dell’adempimento burocratico», scrive Pino Cabras (clicca qui per la pagina Facebook) commentando la creazione di Leonardo Ukraine, «ai congressi dei saloni aeronautici, nelle delibere dei consigli di amministrazione». Anche se il  Ministero dell’economia è il primo azionista di Leonardo spa, il Parlamento non ne ha discusso, e nessuno ha ritenuto di doverglielo chiedere. E così «una visura camerale depositata a Kiev pesa più dell’articolo 11 della Costituzione, con il vantaggio, per chi la deposita, di non richiedere alcuna maggioranza». Di fronte a queste modalità antidemocratiche e aggressive che costringono a poco a poco le popolazioni a pagare la guerra decisa da altri, prima impoverendosi, poi essendo le vittime delle carneficine che inevitabilmente succedono, è sempre più chiaro il compito che la scuola ha di fronte a sé: abituare a fare domande, a valutare e contraddire i modelli economici proposti come inevitabili o dominanti; a riconoscere le tecniche della propaganda e la saper maneggiare i messaggi dei media. Incoraggiare, insomma, a creare altri modelli e altri strumenti che abbiano come priorità la vita e la prosperità, non la distruzione e la morte. Lorenzo Perrona, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
August 25, 2026
Pressenza
È nata Leonardo Ukraine, ed è sempre più guerra
La notizia l’ha data solo «Milano Finanza» il 19 agosto scorso (e da ieri i media italiani ne gioiscono), ma risale a ben tre mesi fa: Leonardo Ukraine, controllata al 100% da Leonardo International, è stata iscritta al registro delle imprese di Kiev e opera in loco con il polo statale ucraino per l’innovazione militare, Brave1. Prospettive di sviluppo e commesse lucrose, lascia intendere «Milano Finanza»; Rearm Europe in atto. Ma non solo: l’espansione della nostra Leonardo spa significa il formale ed esplicito posizionamento aggressivo dell’Italia, che si espone così ad un livello di pericolo sempre più alto: una cobelligeranza di fatto. Produrre in Ucraina droni contro la Russia, certificare l’eccellenza di “prodotti” micidiali direttamente sul campo di battaglia (e sulla pelle dei soldati, per ora), collaborare strettamente con Palantir che “lavora” molto profittevolmente con lo Stato genocida in Palestina e che è il fenomeno più perfezionato della cosiddetta società del controllo. Dalla sua nascita l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia la pericolosità delle derive belliciste ed economiciste che la propaganda quotidiana riversa sulla società, e sul mondo della formazione. La pervasività di Leonardo spa spacciata come innovazione imprescindibile, ricerca avanzata, eccellenza italiana, prospettiva di lavoro per i giovani. E l’infiltrazione nella scuola e nelle università di Leonardo attraverso i finanziamenti   alla ricerca accademica e anche alla scuola (vedi, tra le altre cose, il famigerato Liceo digitale). Ma ora appaiono chiare anche le modalità – anticostituzionali – con cui un colosso economico come Leonardo cura i suoi profitti, con scelte basate sulla decisione di procedere  verso la catastrofe della guerra. Che non è quello che vogliono i cittadini e le cittadine italiane, le famiglie, gli studenti e le studentesse, la cui maggioranza, come si sa, è contraria alla guerra. «Le decisioni assumono la forma quietissima dell’adempimento burocratico», scrive Pino Cabras (clicca qui per la pagina Facebook) commentando la creazione di Leonardo Ukraine, «ai congressi dei saloni aeronautici, nelle delibere dei consigli di amministrazione». Anche se il  Ministero dell’economia è il primo azionista di Leonardo spa, il Parlamento non ne ha discusso, e nessuno ha ritenuto di doverglielo chiedere. E così «una visura camerale depositata a Kiev pesa più dell’articolo 11 della Costituzione, con il vantaggio, per chi la deposita, di non richiedere alcuna maggioranza». Di fronte a queste modalità antidemocratiche e aggressive che costringono a poco a poco le popolazioni a pagare la guerra decisa da altri, prima impoverendosi, poi essendo le vittime delle carneficine che inevitabilmente succedono, è sempre più chiaro il compito che la scuola ha di fronte a sé: abituare a fare domande, a valutare e contraddire i modelli economici proposti come inevitabili o dominanti; a riconoscere le tecniche della propaganda e la saper maneggiare i messaggi dei media. Incoraggiare, insomma, a creare altri modelli e altri strumenti che abbiano come priorità la vita e la prosperità, non la distruzione e la morte. Lorenzo Perrona, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’istruzione superiore nella filiera bellica: da Ankara a Roma Tre, passando per Israele
*Questo articolo riprende e mette in relazione una serie di inchieste pubblicate da Kritica nelle scorse settimane.* Il vertice NATO di Ankara (7-8 luglio 2026) ha reso esplicito quanto la stampa indipendente denunciava da tempo: la spesa militare non è più una voce di bilancio tra le altre, ma l’asse attorno a cui si riorganizzano economia e alleanze. Il forum industriale che ha preceduto il summit ufficiale ha prodotto contratti e intese tra i governi e l’industria della difesa transatlantica; la dichiarazione finale ha fissato l’obiettivo del 5% del PIL in spesa militare entro il 2035 e ha aperto esplicitamente al finanziamento di capacità spaziali, cibernetiche e di intelligenza artificiale integrate nella rete bellica alleata. Se il vertice è la cornice geopolitica, il sistema dell’istruzione superiore ne è da tempo uno degli ingranaggi meno visibili — e per questo più difficili da contestare. La ricostruzione che segue, basata su inchieste Kritica, mette in fila quattro piani che si tengono insieme: la genealogia del sistema universitario israeliano come infrastruttura del progetto di colonizzazione; la sua istituzionalizzazione post-1948 come pilastro dell’industria degli armamenti; la sua proiezione — tramite accordi di cooperazione, mobilità e finanziamenti condivisi — dentro l’accademia italiana, con il caso di Roma Tre a fare da cartina di tornasole; e infine lo stato, ancora largamente irrisolto, del diritto degli studenti e del personale accademico a sottrarsi a questa filiera. Le tre università israeliane più antiche precedono la nascita dello Stato: l’Università Ebraica di Gerusalemme, il Technion di Haifa e l’Istituto Weizmann di Rehovot. Nacquero tutte nell’orbita del movimento sionista, con una funzione dichiaratamente identitaria e scientifica, funzionale al radicamento di una presenza ebraica nella Palestina storica in vista della costruzione di una maggioranza demografica capace di sostenere uno Stato. Il salto di qualità arriva nel 1946, quando l’Haganah — la principale milizia sionista pre-statale — istituisce il Hemed (חמ”ד), un corpo scientifico d’armata con “basi” in ciascuno dei tre atenei. Docenti e studenti sviluppano e fabbricano esplosivi al plastico, razzi a propellente sintetico, munizioni per mortai e artiglieria, inneschi per napalm; nel 1948 tutti i reparti del Hemed vengono attivati per lo sforzo bellico che accompagna la Nakba. Entro la fine della guerra, l’Istituto Weizmann diventa il fulcro del Corpo di Scienza Militare israeliano insieme al Technion, il centro militare-scientifico del nuovo Stato: da quelle infrastrutture nasceranno poi Rafael e Israel Aerospace Industries, tra i maggiori produttori di armamenti del Paese. Nei decenni successivi la rete universitaria israeliana si espande seguendo la stessa logica dichiarata dallo Stato con il termine “giudaizzazione“: mantenere la superiorità demografica ebraica e distribuire la popolazione in modo da indebolire le rivendicazioni palestinesi sul territorio. È in questo quadro che va letta la vicenda di Roma Tre. Rilevante è quanto emerso dall’accesso civico generalizzato agli atti richiesto dal collettivo Roma Tre Etica: fino a pochi mesi fa l’ateneo aveva in essere un protocollo di mobilità studentesca con la Ben-Gurion University del Naqab — che, secondo il Libro Bianco del collettivo, sosterrebbe economicamente i soldati dell’IDF — e un protocollo di mobilità docenti, per il Dipartimento di Giurisprudenza, con la Reichmann University-IDC Herzliya, che dal 7 ottobre 2023 finanzia programmi di studio per studenti-soldato dell’IDF di stanza a Gaza e ha attivato una “Public Diplomacy Situation Room” per il contrasto alla narrazione filo-palestinese online. A questo si somma la filiera bellica interna: convenzioni per tirocini e progetti di ricerca con Leonardo Spa per il corso di Ingegneria Civile (attive fino a giugno 2026), una borsa di dottorato con la Fondazione MED-OR — il cui comitato scientifico include quattro membri del corpo docente di Roma Tre, tra cui il rettore Fiorucci — e la partecipazione, come tutti gli atenei laziali, alla Fondazione Rome Technopole, il cui consorzio include aziende belliche come Leonardo, Avio e MBDA, e che ha ricevuto un ulteriore impulso di finanziamento dal piano ReArm Europe. Roma Tre Etica definisce questa rete un “accreditamento” progressivo presso il comparto bellico e cybertech — più difficile da individuare e contestare rispetto a rapporti dichiarati apertamente da altri atenei. Roma Tre non è un’eccezione, ma un caso rappresentativo di una rete nazionale. Tre aziende ricorrono sistematicamente negli accordi università-industria della difesa: Leonardo S.p.A., il principale gruppo italiano della difesa e dell’aerospazio erede di Finmeccanica, oggi concentra quasi tutta l’industria pubblica della difesa rimasta in Italia (aerospazio, elettronica per la difesa e sicurezza, veicoli da combattimento, sistemi di artiglieria navale e terrestre). Ha un programma strutturato di collaborazione con scuole e università — decine di accordi quadro e convenzioni per stage, borse di studio e progetti di ricerca — e in alcuni atenei siede direttamente nelle commissioni. MBDA Italia, consorzio europeo leader nei sistemi missilistici, con stabilimenti a Roma, La Spezia e Fusaro, mantiene collaborazioni strutturate con le università di Napoli, Milano, Roma e Firenze e con centri di ricerca come il CIRA, su equipaggiamenti, radar, materiali avanzati ed elettronica, oltre a un’attività di reclutamento mirata sui neolaureati. Fincantieri, leader mondiale nella cantieristica navale e unico segmento della difesa italiana rimasto fuori dal perimetro di Leonardo; la sua divisione militare mantiene rapporti con il Ministero della Difesa e con la rete universitaria tecnica, benché con un profilo pubblico meno documentato rispetto a Leonardo e MBDA. Sapienza, Pisa e Bari sono altri atenei in cui accordi analoghi — con Leonardo, MBDA, Thales Alenia Space, GE Avio — sono stati oggetto di occupazioni e mobilitazioni studentesche negli ultimi anni, segno che la contestazione di Roma Tre Etica si inserisce in un fronte di conflitto più ampio, non locale. Il punto su cui il movimento studentesco si scontra oggi con un vuoto normativo è proprio quello dell’obiezione di coscienza. Non esiste, ad oggi, un diritto codificato che permetta a uno studente o a un ricercatore di rifiutare la partecipazione a un progetto legato all’industria bellica senza conseguenze. Il precedente storico — la legge 772/1972, che riconosceva l’obiezione di coscienza al servizio militare di leva — è di fatto superato dalla sospensione della leva obbligatoria nel 2005, e non è mai stato esteso alla ricerca o alla formazione universitaria. Due iniziative recenti provano a colmare questo vuoto, restando però nel campo della proposta politica, non del diritto acquisito: a Udine, un gruppo di docenti e ricercatori ha sottoscritto nel 2024 un impegno individuale a non svolgere né avviare collaborazioni di ricerca collegate all’industria bellica, chiedendo all’ateneo un inventario trasparente delle ricerche in corso; e nel maggio 2026 l’USB, insieme a un gruppo di legali e con il sostegno pubblico della relatrice ONU Francesca Albanese, ha avanzato una proposta per estendere il principio dell’obiezione di coscienza all’intera filiera delle armi — dai portuali ai ricercatori, dal personale universitario ai tecnici — sul modello di obiezioni già riconosciute in altri ambiti. Finché questa proposta non trova traduzione normativa, la possibilità concreta per uno studente di sottrarsi a un tirocinio o a un programma di ricerca legato al comparto bellico resta affidata alla contrattazione politica interna ai singoli atenei, esattamente il terreno su cui si muovono oggi Cambiare Rotta e Roma Tre Etica. Il confronto tra i piani analizzati — il vertice di Ankara come cornice macro-economica e militare, la genealogia israeliana come modello di integrazione strutturale tra accademia e apparato bellico, il caso Roma Tre come istanza organica della stessa rete in Italia, e l’assenza di uno strumento giuridico di sottrazione per chi in quella rete si trova a studiare o lavorare — mostra come la militarizzazione dell’istruzione superiore non sia un fenomeno isolato o congiunturale. È un processo che si consolida per accumulo di accordi, protocolli e finanziamenti spesso non dichiarati, e che trova nella retorica dell’innovazione e della competitività regionale una copertura difficile da smontare senza il lavoro di accesso civico e inchiesta che collettivi come Roma Tre Etica o Restiamo Umani stanno portando avanti e senza una battaglia politica, ancora tutta da vincere, per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza in ambito accademico e di ricerca. I fatti ricostruiti in queste pagine non riguardano episodi isolati, ma un processo strutturale che investe due articoli della Costituzione italiana nel loro rapporto reciproco. L’art. 11 ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali; l’art. 33 garantisce la libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento. Quando un ateneo pubblico stipula protocolli di mobilità con istituzioni che finanziano esplicitamente studenti-soldato impegnati in un’occupazione militare, o quando la ricerca scientifica viene orientata (tramite accordi quadro, borse di dottorato e comitati scientifici condivisi) dalle priorità di aziende produttrici di armamenti, i due principi entrano in tensione diretta: la libertà della scienza smette di essere fine a sé stessa e diventa funzionale a un apparato che l’art. 11 vorrebbe, nelle intenzioni dei costituenti, tenere separato dalla vita istituzionale del Paese. Questa tensione non si risolve da sola. Come mostra il caso di Roma Tre, l’amministrazione accademica tende a gestirla per omissione — tacendo la matrice degli attacchi contro gli spazi studenteschi, rinviando la rescissione di accordi già dichiarati incompatibili con i propri stessi principi, distribuendo la propria presenza nel comparto bellico in forme meno visibili di quelle di altri atenei. È una dinamica che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha già documentato in contesti diversi — dalla censura di eventi culturali nelle scuole superiori alla delega dell’educazione civica a corpi in uniforme, dalla toponomastica dei parchi militari alla retorica della “sicurezza” nei protocolli PCTO — e che qui si ripresenta su scala universitaria, con lo stesso tratto ricorrente: la militarizzazione avanza non per dichiarazione esplicita, ma per accumulo silenzioso di prassi amministrative. In questa cornice, la questione dell’obiezione di coscienza, oggi priva di qualunque base normativa in ambito accademico, è il punto in cui la contraddizione tra i due articoli costituzionali diventa visibile e negoziabile: senza uno strumento che permetta a chi studia o fa ricerca di sottrarsi legittimamente alla filiera bellica, la libertà scientifica sancita dall’art. 33 resta, in questa materia, una libertà solo formale. È la stessa premessa da cui muove la campagna “La Conoscenza Non Marcia” e un’istituzione che ripudia la guerra sulla carta ha l’obbligo di renderlo verificabile nei propri bilanci, nei propri accordi e nei propri programmi di ricerca. Stemma del Hemed. Il Hemed era un reparto militare dell’organizzazione Haganah e successivamente delle IDF composto da scienziati e ingegneri. L’unità fu istituita con il sostegno attivo di David Ben-Gurion, il quale condivideva l’idea che le guerre di Israele sarebbero state decise dal “genio ebraico”. Il reparto è considerato l’inizio dell’ampio sviluppo della tecnologia militare in Israele, che portò alla creazione di fabbriche come la Rafael, la Israel Aerospace Industries e la IMI Systems. I laureati dell’unità divennero figure di spicco nello sviluppo della scienza in Israele. [fonte: wikipedia in ebraico] Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Torino, master HumanAIze: dopo le proteste Leonardo SpA rimossa dalle aziende partner
Nell’ambito delle ultime elezioni universitarie si è potuta costatare la presenza di diversi programmi che prevedono un progetto di trasformazione della ricerca e delle facoltà universitarie in volano dell’impresa – inclusa quella bellica – e di sostegno attivo alle nuove tecnologie, intelligenza artificiale inclusa. Il biglietto da visita di liste legate al centro-destra era non solo quello di una università governata dal securitarismo e dalla contrazione degli spazi di libertà collettiva (per capirci zero permessi per aule autogestite o spazi per iniziative di studenti e studentesse contro la guerra), ma di un mondo universitario strettamente connesso con il mondo delle imprese, incline a rafforzare la collaborazione con imprese di armi, fondazioni e centri di ricerca ad esse collegati. Bologna, Roma, Firenze, Pisa e Torino, dove le proteste studentesche contro il genocidio sono state più forti, sono state anche le città universitarie ove l’assottigliarsi delle destre negli organismi studenteschi è stata accompagnata da campagne di vittimismo, da aperta contrapposizione alle mobilitazioni per la Palestina e da critiche a percorsi di studio che non disegnano strette relazioni con le imprese di armi e nutrono dubbi sulla ricerca legata a tecnologie duali, utilizzate in gran parte nel settore militare e solo, nella sempre più residuale parte, in quello civile. Il capitalismo va dove maggiori sono i margini di profitto, i titoli azionari dei gruppi produttori di sistemi d’arma hanno raggiunto risultati paragonabili a quelli delle multinazionali farmaceutiche ai tempi del Covid. In questo scenario in continua evoluzione, l’omologazione del mondo universitario passa anche dai nuovi equilibri determinati dall’ingresso di liste e rappresentanti di destra negli organismi di rappresentanza degli atenei; l’obiettivo è ridurre ai minimi termini le critiche verso la partecipazione degli atenei a progetti di ricerca duali. A tal proposito è da evidenziare la campagna costruita attorno a HumanAIze, master di due atenei torinesi con il contributo di STEM by women e della Fondazione Compagnia di San Paolo, aperto alle facoltà umanistiche e dedicato all’intelligenza artificiale, non gratuito e con un tirocinio in alcune aziende partner. Le critiche, emerse in ambito studentesco e non, sono state subito respinte dal Comitato Scientifico che esclude attività militari e lo sviluppo di tecnologie duali all’interno del master. Ma nella presentazione del master perché ad un certo punto, stando agli studenti, è comparso il nome di Leonardo SpA? E perché dopo le prime proteste leggiamo che il nome di Leonardo SpA è stato rimosso così come si apprende da un articolo pubblicato dalla Stampa lo scorso 2 luglio? Nel frattempo, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università crediamo che sarebbe utile iniziare a discutere non solo delle ragioni per le quali la ricerca non debba avere fini duali ma anche quale modello sociale si affermerà con l’utilizzo della IA. A dirlo non siamo noi, ma esponenti di punta di aziende che fanno ampio ricorso all’IA, producono sistemi di arma di ultima generazione e parlano di future società dove il pubblico sarà fortemente ridimensionato con crescenti disparità economiche e sociali favorite proprio dalle tecnologie di ultima generazione (clicca qui). Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Varese dice NO a qualsiasi accordo tra il Comune e la Fondazione Leonardo!
La giunta comunale di Varese ha deliberato all’unanimità in favore di un accordo con la Fondazione Leonardo per la riqualificazione della vasta area cittadina presso cui sorgeva l’Aermacchi, storica fabbrica di aerei da guerra da tempo abbandonata ed ora abbattuta, della cui “tradizione” il gigante Leonardo Spa è l’erede diretto. Molte associazioni cittadine hanno reagito subito e, dal 9 luglio scorso, sulla piattaforma PeaceLink lanciato la campagna “No a qualsiasi accordo tra il Comune di Varese e la Fondazione Leonardo” proclamando: > Ora accade che si voglia sfruttare l’alto valore simbolico di questo sito per > un’azione di propaganda volta a normalizzare la guerra celebrando un passato > di cui non si può essere orgogliosi. Chiediamo quindi la revoca della delibera > e ci opponiamo ad ogni tipo di accordo o collaborazione fra le istituzioni > pubbliche e qualsiasi fabbricante di armi. > Saresti contento se la tua giunta di centrosinistra collaborasse alla > propaganda delle armi? > Da noi succede. > Ci aiuti con la tua firma? > > Per saperne di più, leggi: > * la nostra lettera al Sindaco e alla Giunta del comune di Varese > * la Delibera Comunale > * il protocollo d’Intesa tra la Giunta e la Fondazione Leonardo Alla campagna possono aderire sia persone che associazioni. Riuniti nella Tenda per la Palestina e contro le armi, i promotori dell’iniziativa sono: * Abbasso la guerra OdV * Caritas della Zona Pastorale di Varese * Comitato Varesino per la Palestina – ETS – ODV * Sanità di Frontiera * Collettivo da Varese a Gaza * nAzione Umana * Donne in Nero * FLC CGIL sezione provinciale di Varese * Emergency – Gruppo Varese * Partito della Rifondazione Comunista, federazione di Varese * Comitato Antifascista Busto Arsizio * Rete Antifascista Varesina * unaltrastoriaVArese * Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – Sezione di Induno Olona Redazione Varese
July 10, 2026
Pressenza
Varese dice NO alla “Piazza della Pace” realizzata con contributi di Leonardo SpA
Le associazioni e i gruppi firmatari riuniti nella “Tenda per la Palestina e contro le armi” hanno consegnato al Sindaco e alla Giunta Comunale di Varese una lettera aperta per chiedere di non attuare quanto deliberato in data 23 dicembre 2025 in riferimento alla sottoscrizione del protocollo d’Intesa con la Fondazione Leonardo, per la riqualificazione del sito dell’ex Aermacchi in via Sanvito Silvestro a Varese, e dichiarano: > Come associazioni e gruppi della società civile varesina respingiamo in > maniera categorica la possibilità di partecipare alla costruzione di una > “Piazza della Pace” progettata e finanziata con il contributo di una fabbrica > di armi. > > Ci opponiamo recisamente alla logica  aberrante secondo cui se vuoi la pace > devi preparare la guerra. > > È una visione che non possiamo in nessun modo tollerare e soprattutto non > intendiamo tramandare ai nostri figli: la Pace si costruisce con la Pace , la > verità e la giustizia. > > Finché a Varese continueremo a vedere la produzione di armi passata e presente > come una cosa di cui sentirci orgogliosi non riusciremo a vedere nel nostro > futuro un’ opportunità di pace e di vita degna, per noi e per tutti. > > Per spiegare meglio la proposta di pace vera (cioè  radicalmente alternativa > alla collaborazione con aziende armiere) cui vorremmo contribuire, abbiamo > voluto accompagnare la nostra lettera con l’omaggio del bel lungo “Lettere dei > bambini ai fabbricanti di armi ” che ebbe l’ appoggio di Papa Francesco. > > La lettera, già firmata da una rosa di sottoscrittori, è aperta a chiunque > desideri aderirvi. > > Noi promotori  chiediamo  all’amministrazione comunale di darci un riscontro > pubblico in tempi rapidi , con  la garanzia di non sottoscrivere qualsiasi  > accordo  con aziende armiere, quale premessa indispensabile per poter valutare > le proposte concrete che vorremmo offrire come alternativa  al progetto in > questione. La comunicazione è stata inoltrata attraverso l’account di posta del Comitato Varesino per la Palestina a nome di tutte le associazioni firmatarie della lettera allegata, riunite nella “Tenda per la Palestina e contro le armi”: * Abbasso la guerra OdV * Caritas della Zona Pastorale di Varese * Comitato Varesino per la Palestina – ETS – ODV * Sanità di Frontiera * Collettivo da Varese a Gaza * nAzione Umana * Donne in Nero * FLC CGIL sezione provinciale di Varese * Emergency – Gruppo Varese * Partito della Rifondazione Comunista, federazione di Varese * Comitato Antifascista Busto Arsizio * Rete Antifascista Varesina * Associazione Un’Altra Storia * Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – Sezione di Induno Olona (Elenco in aggiornamento ) TESTO DELLA LETTERA: All’attenzione del Sindaco e della Giunta del Comune di Varese Oggetto: Delibera comunale 23.12.2025 di approvazione del protocollo d’intesa tra Amministrazione comunale e Fondazione Leonardo per la valorizzazione dell’area ex Aermacchi di via S. Sanvito a Varese. Le Associazioni ed i gruppi pacifisti e antimilitaristi della provincia di Varese riportati in calce, riuniti nel gruppo “Tenda per la Palestina e contro le armi”, esprimono il proprio dissenso alla stipula di un protocollo d’intesa tra l’Amministrazione comunale di Varese e la Fondazione Leonardo (di seguito Fondazione). Tra gli scopi dichiarati nell’intesa, uno riguarda la valorizzazione storica della memoria tecnologica e industriale dell’ex impianto di produzione della Aermacchi di via S. Sanvito a Varese. La Fondazione (dal 2024 ETS) nasce nel 2018 come strumento culturale e di “public engagement” (coinvolgimento del pubblico) di Leonardo SpA, che la finanzia interamente con ingenti somme. Essa ha tra i propri scopi la valorizzazione del patrimonio industriale attraverso la cura di archivi storici e musei d’impresa, nonché la promozione di relazioni con il mondo dell’istruzione e della ricerca. Svolge attività di divulgazione in tema di tecnologia, IA, robotica, spazio, cybersecurity, sicurezza, tutti ambiti dual use con potenziale militare diretto. La contrarietà degli scriventi al protocollo di intesa deriva dallo stretto collegamento della Fondazione con Leonardo Spa oggi tra i più grandi gruppi industriali di produzione bellica a livello mondiale nei settori dell’aeronautica, dell’elettronica militare, dei sistemi missilistici, dell’artiglieria e della sicurezza. Negli ultimi anni questa azienda ha enormemente incrementato la produzione militare fino a superare quella di tipo civile, ed ha aumentato di molto le commesse, gli introiti e i dividendi per gli azionisti; la previsione, a causa del riarmo mondiale ed europeo in particolare, è di una ulteriore forte espansione. Il timore delle scriventi Associazioni è che l’intesa sulla valorizzazione della ex area Aermacchi di Varese sia finalizzata alla mitizzazione del ruolo di Aermacchi nella storia dell’aeronautica militare e allo scopo di fornire una legittimazione sociale della tecnologia, indipendentemente dal suo utilizzo. Il rischio è di indurre una confusione tra divulgazione storica, scientifica e tecnica “neutrale” da una parte, con dall’altra una comunicazione strategicamente indirizzata ad una “normalizzazione culturale” del settore militare, della produzione di armi e delle guerre. La narrativa proposta è che la produzione bellica porti occupazione qualificata e sviluppo del territorio, che sia di supporto della pace (ethical washing) e alla necessità di difenderla. In realtà, come dimostrato da studi anche recenti, i vantaggi occupazionali degli investimenti in armi sono proporzionalmente molto limitati, soprattutto se paragonati ad altri ambiti (sanità, scuola, amministrazione pubblica, ecc). Le guerre attuali, oltre che colpire principalmente i civili, stanno facendo a pezzi il diritto e le istituzioni internazionali preposte ad impedire la guerra costruite a costo del sacrificio di milioni di persone. Produrre sistemi d’arma, perseguendo il principio che “Se vuoi la pace, prepara la guerra” non serve alla difesa, ma prepara altre guerre, per le quali le armi sono premessa e strumenti indispensabili. Non possiamo accettare questo principio, poiché sappiamo dalla storia che esso porterà a disastri immani. La pace ottenuta con la guerra non è pace: è guerra. Noi sosteniamo invece il contrario, ovvero che servirebbe riconvertire al civile le nostre potenzialità produttive. Purtroppo, l’evoluzione delle guerre attuali, nonché il sistema di alleanze in cui siamo inseriti, fanno diventare obiettivi militari strategici le basi militari e le industrie belliche sui nostri territori, specie per la presenza di armi atomiche illegali, sia a terra nel nord Italia sia nei nostri mari e cieli. Non possiamo dimenticare che già la città di Varese ha pagato un alto contributo di vite umane nei bombardamenti alleati sulla fabbrica Aermacchi nel 1944. A quelle vittime andrebbe dedicata l’area ex Aermacchi, in una prospettiva storica rispettosa della verità e dei lutti della città, e preventiva di nuove e molto più grandi possibili catastrofi. In questa prospettiva riteniamo inopportuna l’esposizione come simbolo del velivolo MB-326 in quest’ area, perché non richiama alla pace, ma solo alla guerra. Desta particolare preoccupazione l’intento dichiarato di coinvolgere le scuole nelle iniziative di “valorizzazione” dell’ex area Aermacchi, in cui si intravede un inaccettabile rischio di militarizzazione, che trova e troverà sempre completa opposizione da parte nostra. Il volo di per sé è qualcosa di affascinante per tutti e in particolare per i giovani; sfruttare questa naturale fascinazione per presentare solo la “bellezza” delle vittorie italiane, ed in particolare di Aermacchi, nelle competizioni sportive o nei conflitti, senza un approccio critico che mostri anche il “lato oscuro” dei prodotti militari, significherebbe collaborare ad una operazione di deterioramento dei principi etici e del comportamento delle nuove generazioni. Un esempio positivo di valorizzazione è rappresentato dal Comune di Torino che nel 1983 affidò al SERMIG (Servizio Missionario Giovani) la trasformazione dell’ex arsenale militare, antica fabbrica di armi che aveva occupato anche 5000 operai, in un “arsenale di pace”. Su questa strada ci incoraggiano le parole di Papa Leone XIV, che, raccogliendo l’appello dei suoi predecessori “mai più la guerra”, ci ammonisce a “non chiamare difesa quello che in realtà è riarmo” e nella sua prima Enciclica Magnifica Humanitas ci chiede di contrastare il processo di normalizzazione della guerra, così come di “vigilare sullo sviluppo delle innovazioni e delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non si deresponsabilizzino le scelte umane”. Il prospettato accordo, a parere delle scriventi Associazioni, è anche in forte contraddizione con le posizioni e iniziative recentemente assunte dalla Giunta Comunale sul tema della Pace: il Consiglio comunale nel 2025 ha votato e approvato a maggioranza due mozioni, una per il riconoscimento dello Stato di Palestina ed una contro il riarmo; inoltre ha garantito ospitalità e appoggio continuativo a diverse iniziative del Terzo Settore per la Pace, compresa questa nostra “Tenda per la Palestina e contro le armi”; ha concesso il patrocinio al corteo di aprile contro l’economia di guerra e la militarizzazione; ha riconosciuto pubblicamente, a mezzo stampa, il contributo della Società civile varesina nel conseguimento di risultati su importanti questioni. Per le ragioni sopra esposte le Associazioni e gruppi sottoscriventi chiedono ufficialmente al Sindaco e alla Giunta di non dar corso alla stipula dell’intesa con la Fondazione Leonardo, prendendo invece in considerazione altre forme di valorizzazione dell’ex fabbrica Aermacchi per farne un luogo della memoria di un passato che vorremmo non si ripetesse mai più, e per la costruzione della pace. Per questo è necessario approfondire l’analisi storica ed evidenziare le conseguenze devastanti della produzione bellica, quale ad esempio l’utilizzo dei velivoli nei conflitti e i danni alla popolazione civile. Chiediamo che in quell’area un tempo dedicata a produrre armi, le associazioni che operano contro la guerra, per la smilitarizzazione, per il disarmo, la pace, la solidarietà, possano affrontare altri temi legati alla pace, quali la storia dell’obiezione di coscienza e della nascita del servizio civile come strategia di risposta non armata per la risoluzione dei conflitti. Secondo noi occorre invece che la riqualificazione orienti l’ area nel senso diametralmente opposto a quello della fabbrica di armi che fu, escludendo totalmente aziende armiere dal finanziamento e dal progetto. Questo permetterebbe alla città di vivere una necessaria catarsi del suo passato negativo, aprendosi ad una visione del proprio futuro che la mantenga vicino agli oppressi e non dalla parte degli oppressori. Redazione Varese
June 9, 2026
Pressenza
Leonardo prosegue la penetrazione nella scuola pubblica con Mondadori, Rizzoli e Deascuola
Mesi orsono scrivevamo, fortemente preoccupati, a proposito di un’iniziativa organizzata da Leonardo – la nota azienda produttrice di armi – per gli studenti del Liceo Scientifico Newton, dell’I.T.I.S. G. Galilei, del Liceo Digitale Matteucci e dell’Istituto De Merode di Roma. La giornata aveva visto la partecipazione del Ministro Roccella, di Isabella Rauti (Sottosegretario alla Difesa), dell’On. Schifone, dell’AD di Leonardo Cingolani (ora, ex-AD) e del famoso divulgatore scientifico Alberto Angela ed era orientata a far comprendere ai giovani astanti l’importanza dello studio delle materie STEM a scuola.1 A nostro avviso, però, si trattava di una passerella volta a far introiettare nelle giovani menti lì presenti la possibilità e il “valore” di una carriera interna al settore industrial-militare: un’operazione di restyling, attraverso cui Leonardo tentava di “normalizzare” e magnificare il ruolo dell’industria bellica nella società, nel tentativo di farla apparire come volano di occupazione – e di un’occupazione di qualità e ben remunerata. Ebbene, apprendiamo con sconcerto che Leonardo ETS (Ente del Terzo Settore), assieme a HUB Scuola, la piattaforma per la didattica delle case editrici del Gruppo Mondadori, Mondadori Education, Rizzoli Education e D Scuola hanno siglato l’avvio di una collaborazione stabile nell’intento – a loro dire – «di stimolare negli studenti curiosità e sviluppare competenze fondamentali per affrontare le sfide del futuro».2 Il progetto comprenderà due serie di trenta video-lezioni online ciascuna, dedicate a tutti gli ordini di scuola (dalla primaria alla scuola secondaria di secondo grado) e tenute da attori, giornalisti ed esperti scientifici di Leonardo. Si tratta di un progetto che trova adeguata “copertura” istituzionale, essendo ricompresa nell’ambito delle iniziative prefigurate dalla legislazione italiana3 e dal PNRR;4 pertanto riteniamo di fondamentale importanza proseguire nel monitoraggio di quella che, a tutti gli effetti, non si configura come un’idea estemporanea e destinata a esaurirsi nel corso del prossimo anno scolastico, bensì come un primo passo per la penetrazione del complesso industrial-militare nell’istruzione pubblica. Ci attendiamo altresì la configurazione di nuovi percorsi di “eccellenza”, di stampo marcatamente meritocratico, che vadano in direzione di una sempre maggior differenziazione dell’offerta didattica di tutti gli ordini di scuola, al fine di creare poli didattici speciali per gli studenti più performanti – sul modello delle Università statunitensi – in cui le aziende, e in particolare quelle belliche, abbiano un ruolo centrale nella formazione dei ragazzi. L’ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si unisce alla denuncia di Scuola per la Palestina. Come lamentava Mario Draghi nel proprio, famigerato Rapporto, infatti, a differenza che nell’Unione Europea, negli USA «le risorse finanziarie sono altamente concentrate in alcune Università di ricerca di alto livello, che hanno la chiara missione di rimanere all’avanguardia nelle classifiche mondiali, con conseguente produzione di ricerca di grande impatto».5 Non vorremmo che i piani del Legislatore, già di per sé deprecabili e irrispettosi della grande tradizione umanistica dell’istruzione europea, fossero principalmente orientati al «rimanere all’avanguardia» della ricerca militare. Emiliano Gentili e Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Note 1. Science, Technology, Engineering and Mathematics ︎ 2. Gruppo Mondadori, Comunicato stampa: HUB Scuola e Fondazione Leonardo ETS insieme per diffondere la cultura STEM nelle scuole italiane, 6 Ottobre 2025, https://www.gruppomondadori.it/media/news-comunicati-stampa-e-social/2025/hub-scuola-e-fondazione-leonardo-ets-insieme-per-diffondere-la-cultura-stem-nelle-scuole-italiane. ︎ 3. Cfr. L. 197/2022, art. 1, cc. 552 e 553. ︎ 4. Missione 4, Componente 1, Investimento 3.1. Ma anche gli Investimenti numeri 1.4, 1.5 e 2.1. ︎ 5. M. Draghi, The future of European competitiveness, Part B: In-depth analysis and recommendations, pp. 247-248. ︎ -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Donate -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A MONTHLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate monthly -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A YEARLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate yearly
“La legge è l’utile del più forte”
Riportiamo qui le parole di Luigi Spera, attivista antimilitarista, già detenuto nelle carceri speciali di Alessandria ed ora condannato in primo grado a quasi cinque anni per una bottiglia incendiaria gettata contro la fabbrica Leonardo spa di Palermo. Il lancio non ha provocato danno alcuno alla ringhiera né alla saracinesca né tanto meno a persone. Si è trattato di un gesto simbolico, da cui è comprensibile che molti dissentano; ciò non di meno la condanna pare abbia voluto mostrarsi più esemplare che proporzionata. L’impegno contro tutte le guerre e per l’assoluzione definitiva di Luigi continuano (d.m.) Un breve riepilogo del processo di primo grado che si è concluso l’altro ieri, per un’azione dimostrativa contro la Leonardo s.p.a., colosso dell’industria bellica mondiale che fabbrica, commercia e detiene ORDIGNI MICIDIALI, ARMI E TECNOLOGIE DI GUERRA. Un’azienda a compartecipazione statale che negli ultimi anni ha fabbricato e venduto gli strumenti di morte con cui sono state uccise centinaia di migliaia di persone, sterminati interi popoli e distrutti i loro territori. Prima volevano condannarmi per terrorismo e per associazione eversiva, la cosa pareva spropositata data pure la natura totalmente indiziaria del processo. Poi volevano condannarmi per incendio e danneggiamento conseguente ad incendio, peccato non ci fosse stato alcun incendio e alcun danneggiamento e allora niente. Siccome però per qualcosa dovevano pur condannarmi, mi hanno condannato in primo grado (non è finita qua) a 4 anni e 9 mesi per “DETENZIONE DI ORDIGNI MICIDIALI E ARMI DA GUERRA”… Io detentore, non la Leonardo… Lo avevo già scritto in una lettera spedita dal carcere, citando il sofista Trasimaco di Calcedonia che lo aveva capito già nel V sec. a.C.: “LA LEGGE È L’UTILE DEL PIÙ FORTE” qui il testo della sentenza e il commento degli avvocati Redazione Palermo
May 29, 2026
Pressenza