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Corpo a corpo
Il numero 70 di «Zapruder» è dedicato al tema della riproduzione, delle sue
tecniche e dei conflitti che ne fanno oggetto, mettendo al centro il diritto
all'autodeterminazione.
L'articolo Corpo a corpo sembra essere il primo su StorieInMovimento.org.
Contro la Trinity of Power, la lotta del femminismo curdo per l’ecodemocrazia radicale. Intervista a Laura Corradi
Mentre nella confusione del mondo sorgono guerre tra diversi imperialismi, dal
2014, in un piccolo angolo di terra del Nord-Est siriano, nella regione del
Rojava, c’è in atto una rivoluzione di stampo ecosocialista ed ecofemminista che
si ispira alle teorie del confederalismo democratico[1] di Abdullah Öcalan[2],
leader politico curdo e fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan
(PKK)[3]. Il confederalismo democratico curdo è diventato negli anni un esempio
politico e sociale per moltissimi militanti avendo come obiettivo la creazione
di un’ecodemocrazia radicale, la costruzione di una leadership femminista e
l’opposizione a patriarcato, capitalismo e Stato: una trinità di potere. Di
questo parliamo con Laura Corradi, sociologa ecofemminista, autrice di un
interessantissimo studio dal titolo “A Trinity of Power
‘Patriarchy/Capital/State’ in Gender Inequalities Intersectionality,
Decoloniality, Kurdish Women and Jineolojî” pubblicato a maggio 2026 sulla
prestigiosa rivista Inequalities. Journal of Critical Inequality Studies di Ca’
Foscari. Laura Corradi è un’attivista impegnata nei movimenti femministi, queer,
deep ecology, pacifisti, contro il razzismo, per la salute e i diritti sociali.
Ha insegnato Feminist Theory e Sociology of Sexualities all’Università di Santa
Cruz in California, dove ha appreso l’importanza del metodo intersezionale e
l’importanza di intersecare variabili di classe, genere, razza/etnia/cultura,
età, orientamenti sessuali, religione, status e diverse abilità, nella ricerca
sociologica. Da sempre svolge ricerca con un approccio decoloniale nelle
comunità etniche a basso reddito, tra rifugiati/e, tra le popolazioni indigene
in India, tra le comunità Maori in Nuova Zelanda e tra i Rom e Sinti in Europa,
prestando molta attenzione allo sviluppo dei femminismi indigeni. Tra le più
importanti studiose del confederalismo democratico in Rojava, del pensiero di
Abdullah Öcalan e del femminismo curdo, è autrice di libri, articoli scientifici
e divulgativi, è una grande sostenitrice dei processi di decolonizzazione delle
conoscenze e delle metodologie a partire dalle prospettive aborigene.
Attualmente è docente universitaria presso la Università della Calabria e si
occupa di Sociologia della Salute e dell’Ambiente, di Studi di Genere e Metodo
Intersezionale e di Genere e Scienza.
Come è nato il tuo recente studio e quanto tempo ha richiesto di approfondimento
e lavoro?
Conosco esuli del Kurdistan fin dagli anni ’80 quando ero una
studente-lavoratore a Padova – a quei tempi perseguitati da Saddam Hussein, che
nei loro confronti mise in atto una vera pulizia etnica, e sono sempre stata
solidale con i popoli bersaglio di genocidio, ieri come oggi. Ma ho iniziato a
studiare la questione curda nel 2014, quando in Rojava è stata approvata la
Carta del Contratto Sociale – una costituzione bellissima la cui lettura mi ha
entusiasmata. Era qualcosa di assolutamente nuovo. Per cui proposi alla
Direttrice di Leggendaria, Annamaria Crispino, lo spazio per un Inserto
‘Speciale Curde’ – che vide la luce nel 2016 (n. 116 della rivista) col titolo
“Jin Jiyan Azadi. Dove le donne vivono libere” per narrare l’esperienza
femminista delle donne nella Federazione Rojava. Intervistai la
costituzionalista Alessandra Algostino che analizzò il Contratto Sociale nelle
sue peculiarità, collegandolo alle Costituzioni della Terra che si affacciavano
al mondo in quel periodo. Oltre alla traduzione completa del contratto sociale,
l’inserto conteneva anche altri contributi: di ragazze che avevano visitato
Rojava in delegazione e dialogato con le organizzazioni delle donne; un articolo
di Alessia Drò e Viola Lo Moro sul femminismo anticapitalista delle curde; e
interviste raccolte da Radio Onda Rossa nel novembre 2014. ‘Speciale curde’
ottenne una grande diffusione e fu presentato in università, centri sociali,
librerie riscuotendo attenzione e ammirazione per questo popolo che stava
lottando contro l’Isis mentre costruiva una eco-democrazia diretta, con
leadership di genere. Il doppio apicale (un uomo e una donna per ogni carica
pubblica) sarebbe il minimo da fare anche qui – ovunque, nelle istituzioni come
nelle comunità – ma nel nostro Paese siamo ancora bloccate da moderatismi e
conflitti che favoriscono la frammentazione e rallentano in processi di
mutamento radicale.
Lei parla di una “trinity of power” composta da capitalismo, Stato e
patriarcato. Da dove deriva questa espressione? Quale ruolo sta giocando nel
nostro mondo contemporaneo, questa trinità di potere, nelle disuguaglianze di
genere e nelle disuguaglianze di classe?
‘Trinity of Power’ è una espressione che propongo nel mio lavoro, per
sintetizzare la complessa relazione tra patriarcato, capitale e stato –
magistralmente analizzata dal leader curdo Abdullah Ocalan, incarcerato da 27
anni in un’isola della Turchia. I suoi scritti mi ricordano molto Antonio
Gramsci – che ho imparato a conoscere fin da piccola, grazie a mia nonna. Se
penso alle difficoltà di avere solo un libro alla volta, di essere privato di
penna o matita per interi periodi, di non poter comunicare con l’esterno … mi
rendo conto che il valore del suo lavoro è superlativo. Nel suo ultimo libro
‘Sociologia della libertà’, Ocalan va alle radici delle oppressioni e sostiene
(come altri/e studiosi/e) la tesi per cui le prime forme di patriarcato,
capitale e Stato si manifestarono 5000 anni fa, con la sedentarizzazione e la
possibilità di accumulare.
Il saggio cerca di collegare le innovative proposte politiche del Movimento
delle donne curde sul confederalismo democratico e la Jineolojî
(gineologia, “Scienza delle donne”). Cosa è la gineologia e qual è il suo
rapporto con il femminismo curdo? La gineologia – parafrasando la critica alla
“scienza patriarcale e maschilista occidentale” di Vandana Shiva – può essere un
“nuovo paradigma di scienza”?
Nel mio saggio sintetizzo il lavoro di Ocalan, collegandolo con le proposte
politiche del movimento delle donne curde, dal confederalismo mondiale delle
donne alla Jineoloji (scienza delle donne) una grande operazione di riscrittura
delle scienze dal punto di vista delle donne, a partire da ciò che ancora
sopravvive nella vita quotidiana, nelle varie discipline, nelle pratiche delle
donne. Da più parti è considerato un ‘nuovo paradigma’ nella costruzione della
conoscenza, ha molto in comune con l’esperienza dei femminismi intersezionali e
decoloniali, ma come spiego nel saggio, loro vanno oltre il femminismo …. Infine
nell’ultima parte del mio lavoro traccio un ponte fra le epistemologie pratiche
indigene e questa esperienza curda così vicina a noi. Curda e non solo, perchè
coinvolge siriani, ezedi, turcomanni, arabi, armeni – tutte le etnie presenti
nel luogo – in una forma di confederalismo democratico che potrebbe essere la
soluzione per i conflitti in medio-oriente, e che ricalca le alleanze indigene
delle 5 Nations, un tema che ho affrontato in tre saggi su Jacobin Italia.
Questo lavoro pubblicato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia sta avendo
successo perchè guarda a possibili soluzioni e mi piacerebbe tradurlo in
italiano – se durante l’estate ce la faccio – credo potrebbe essere un
contributo al dibattito attuale nel nostro paese.
All’interno del saggio/studio ‘Trinity of Power’ lei usa il
termine ecodemocrazia radicale. Di cosa si tratta e perchè è la forma di
organizzazione politica auspicabile di una società che si pretende “orizzontale”
e democratica?
In Rojava – nelle Amministrazioni Autonome del nord-est della Siria – si stanno
sperimentando forme di eco-democrazia radicale in maniera partecipata
ridefinendo bisogni, produzione, riproduzione, cooperazione; utilizzando
processi decisionali che coinvolgono tutt*, senza i quali sarebbe impossibile
pensare alla costruzione di eco-agricoltura ed eco-industria senza un consensus
forte. Ma la radicalità della loro democrazia sta anche nell’impegno a generare
eco-società ove non alberghino maschilità tossiche, razzismo, abilismo, etc. Il
lavoro delle curde nella educazione in generale – e degli uomini in particolare
– ci dà un grande esempio.
Nella seconda parte del saggio lei parla di intersectional decolonization of
knowledge (“decolonizzazione intersezionale della conoscenza”), sottolineando
come la messa in discussione del colonialismo storico sia un punto di partenza
fondamentale per ripensare oggi un mondo dal basso. La direzione è verso la
condivisione dei saperi e il rifiuto di ogni mentalità estrattiva?
Non solo. Nella decolonizzazione intersezionale dei saperi si mette in atto uno
smontaggio profondo ….non si tratta solo di condividere i saperi che esistono
rifiutando che vengano male utilizzati – per fini estrattivi e distruttivi – ma
si tratta di capire come la conoscenza che ci insegnano come “neutrale” sia
l’espressione delle idee e degli interessi di una trinità di poteri –
patriarcato, capitale, stato – che si è generata nel corso di millenni, con il
passaggio dai matriarcati alle prime città-Stato. Nel mio corso di Genere e
Scienza, alla Università della Calabria, cerchiamo di decostruire la matrice di
ciò che sappiamo, decodificandone l’origine e gli sviluppi in maniera
intersezionale. Come ci insegna la sociologa della scienza Sandra Harding, una
pioniera della epistemologia femminista, il sapere dominante esprime una
supremazia di genere, di classe, e coloniale. Senza una azione critica nei
confronti della scienza continueremo ad accettare passivamente qualsiasi
tecnologia – anche inutile e dannosa – magari in nome del “progresso”. La
costruzione di un sapere liberato può darsi in un percorso di trasformazione
sociale dal basso, orientato al benessere della gente e non al profitto, alla
competizione, alla guerra. Tale percorso non può vedere le donne, le popolazioni
neo-colonizzate e le comunità indigene, come soggetti subalterni ma come agenti
attive e consapevoli del futuro.
Recentemente lei, per questo originale saggio, ha ricevuto un premio di livello
mondiale dal World Congress of Women Studies, tenutosi in Thailandia, per il
miglior lavoro svolto nell’ambito degli studi di genere. Secondo lei, perchè
l’importanza dei suoi studi viene riconosciuta “ai margini” del mondo e non
viene premiata nell’ambito accademico europeo? Crede che sia un problema di
autoreferenzialità accademica o di un incancrenito eurocentrismo duro da
sciogliersi?
Ho presentato solo una parte di questo saggio al Congresso Mondiale degli Studi
delle Donne a Chiang Mai, nell’ambito di un lavoro su Genere e Scienza: “Dalla
critica della scienza in Sandra Harding alla Jineoloji – Scienza delle donne
curde”. Non mi aspettavo davvero tanto interesse; in Italia sono abituata a non
ricevere riconoscimenti per il mio lavoro, anzi. Pensa che l’ultima volta che
sono stata bocciata ad un concorso per prof ordinaria, nelle motivazioni c’era
scritto che ho “una prospettiva ecofemminista”, che faccio “ricerca militante” e
che rigetto in blocco il “neoliberismo, dominazione maschile e colonialismo”,
come fosse un peccato. Devo dire che non è solo l’eurocentrismo: se guardiamo
alla accademia italiana ancora così ancien regime, in maniera intersezionale,
possiamo notare quanto pesino il classismo, l’eteropatriarcato (sia nelle sue
forme moleste che in quelle moraliste) e le relazioni di potere … purtroppo
anche tra donne. L’individualismo, la competizione e la sfiducia sono alla base
della mancanza di alleanze serie fra donne nell’università italiana – un ambito
che conosco da oltre 40 anni. Speriamo che le cose cambino con le future
generazioni: la lezione delle curde, le accademie delle donne, le norme di
comportamento (non criticare mai una donna davanti agli uomini, non parlare alle
sue spalle, offri una critica amorevole …) forse potranno essere raccolte dalle
ragazze di oggi e dare frutti domani.
[1] Confederalismo democratico, basato sulle teorie di Abdullah Öcalan ed edotto
dall’ecofilosofo Murray Bookchin, è una forma di organizzazione politica che
rigetta lo Stato-Nazione e si fonda su tre pilastri: democrazia diretta (dal
basso), parità di genere ed ecologia sociale.
[2] È stato imprigionato nel 1999 dopo essere stato arrestato in Kenya dai
servizi segreti turchi con la collaborazione di governi stranieri come Israele e
Stati Uniti. È stato condannato all’ergastolo per reati quali “tradimento” e
“separatismo” e per dieci anni è stato l’unico prigioniero dell’isola-prigione
di Imrali. Il suo totale isolamento per 23 ore al giorno e i continui rifiuti di
visitarlo sono stati denunciati in molte occasioni dalle organizzazioni per i
diritti umani, rendendo la sua liberazione una causa inscindibile del popolo
curdo.
[3]Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha annunciato ufficialmente il
proprio scioglimento e la fine della lotta armata contro lo Stato turco a maggio
2025. La storica decisione, che ha chiuso quasi 50 anni di conflitto, è stata
formalizzata a seguito di un congresso basato sulle direttive dello storico
leader Abdullah Öcalan.
Fonti:
https://bodypolitics.noblogs.org/
Laura Corradi, “A Trinity of Power ‘Patriarchy/Capital/State’ in Gender
Inequalities Intersectionality, Decoloniality, Kurdish Women and Jineolojî”,
Inequalities. Journal of Critical Inequality Studies, Ca’ Foscari, Maggio 2026
https://edizionicafoscari.unive.it/en/edizioni4/riviste/inequalities/2026/3/
“Speciale Jin Jiyan Azadì – Dove le donne vivono libere. L’esperienza femminista
delle donne curde nella Federazione Rojava” in Leggendaria N. 116, maggio 2016,
pp. 43-56.
https://bodypolitics.noblogs.org/files/2015/08/Speciale-Jin-Jiyan-Azadì-femminismo-curdo.pdf
Carta del Contratto Sociale del Rojava
https://www.eleuthera.it/files/materiali/carta%20del%20rojava.pdf
Lorenzo Poli
[2026-05-28] Un Ponte Per presenta “La Rebelión de las flores” al Cinema Aquila @ Nuovo Cinema Aquila
UN PONTE PER PRESENTA “LA REBELIÓN DE LAS FLORES” AL CINEMA AQUILA
Nuovo Cinema Aquila - via l'Aquila 66/74
(giovedì, 28 maggio 20:00)
Nell’ambito del percorso di avvicinamento ad “Arene Decoloniali” 2026, Un Ponte
Per organizza la proiezione del documentario “La Rebelión de las flores” di
María Laura Vásquez (Argentina, 2022, 81 min), che si terrà giovedì 28 maggio
al Nuovo Cinema Aquila di Roma.
Il documentario racconta l’occupazione pacifica del Ministero dell’Interno in
Argentina nel 2019 da parte di 23 donne appartenenti a
diverse comunità indigene, provenienti da varie regioni del paese, che si sono
riunite per denunciare le violenze nei loro territori e chiedere la fine delle
uccisioni e della devastazione ambientale.
L’azione, durata 11 giorni, ha dato visibilità al concetto di “terricidio” e
alle forme di resistenza dei popoli contro l’eredità coloniale e le sue
conseguenze contemporanee.
L’iniziativa si inserisce in un ciclo di eventi di avvicinamento alla seconda
edizione di “Arene Decoloniali”, la tradizionale rassegna di cinema e
letteratura decoloniale promossa da Un Ponte Per nel mese di Settembre, a
Roma, e che quest’anno sarà dedicata ai femminismi nati e sviluppati nel Sud
globale e nei contesti segnati dall’esperienza coloniale e postcoloniale.
Attraverso incontri, proiezioni e momenti di confronto, il percorso intende
contribuire alla costruzione di uno spazio di ascolto e discussione sulle
molteplici forme assunte dalle lotte femministe, che si sviluppano fuori dal
perimetro bianco, occidentale ed eurocentrico.
Programma della serata | 28 maggio 2026
Nuovo Cinema Aquila (Via L’Aquila 66/74, Roma)
Ore 20:00 – Incontro con la regista María Laura Vásquez in dialogo con Lizet
Aguilar e Diana Terrones (Blocco Decoloniale) e Pilar Morena D’Alò
Ore 21:00 – Proiezione del film “La Rebelión de las flores”
Costo del biglietto: 7 euro
La lotta delle donne per la giustizia sociale e climatica
Con la pubblicazione nel 1974 del libro Le Féminisme ou la Mort, Françoise
d’Eaubonne diede vita all’Ecofemminismo, una vibrante corrente di pensiero che
evidenzia come la distruzione ambientale scaturisca dal congiunto della
repressione patriarcale sulle donne e sulla natura.
Da allora, l’Ecofemminismo si è arricchito di numerosi contributi, molti dei
quali provenienti dal Sud Globale, che hanno messo in discussione le
epistemologie dominanti, inclini a soffocare punti di vista e modalità di
conoscenza alternativi. La lente ecofemminista è stata adottata anche nella
cooperazione internazionale per orientare i processi di sostenibilità
ambientale.
UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere, nel suo
rapporto “Gender Snapshot 2025” sottolinea che gli effetti del cambiamento
climatico non sono neutri dal punto di vista del genere, poiché sono le donne e
le ragazze a subirne il peso maggiore, né uniformi in quanto le varie forme di
disuguaglianza spesso si intersecano e si rafforzano a vicenda.
Il rapporto presenta inoltre alcuni dati chiave dell’impatto dei cambiamenti
climatici sulla disuguaglianza di genere: 1) esacerbarsi della povertà: oltre
351 milioni di donne potrebbero ancora vivere in condizioni di estrema povertà
entro il 2030; il cambiamento climatico potrebbe spingere in povertà altre 158
milioni di donne entro il 2050; 2) scarsità d’acqua: nell’80% delle famiglie, le
donne sono le principali responsabili della raccolta dell’acqua, un compito che
la siccità rende ancora più gravoso; 3) violenza di genere: i femminicidi
aumentano del 28% durante le crisi climatiche; 4) effetti sulla salute: durante
le ondate di calore la probabilità di parti prematuri aumenta di circa il 26%.
Il rapporto evidenzia inoltre la gestione verticistica dell’azione per il clima
che esclude le donne dalla pianificazione delle risposte ai cambiamenti
climatici, nonostante il loro ruolo cruciale nel settore delle energie
rinnovabili e dell’agricoltura.
Sebbene la correlazione fra cambiamento climatico e disparità di genere sia
innegabile, le attiviste del Sud Globale ci mettono in guardia sulle
implicazioni di certe analisi sociologiche che relegano le donne a mere
“vittime” di un sistema dominante e che forniscono indirettamente una
giustificazione al perpetrarsi di politiche verticistiche ed escludenti. Questo
articolo presenta buone pratiche che contrastano questa prospettiva, mostrando
come le donne, attraverso la gestione solidale delle risorse naturali, possano
ergersi a agenti di cambiamento in favore della giustizia sociale ed ecologica,
ridefinendo i propri ruoli e sfidando le norme culturali e sociali che
normalizzano la loro discriminazione ed esclusione.
I risultati presentati derivano dall’iniziativa di cooperazione triangolare tra
Argentina, Messico e Italia: “Educazione idrica per uno sviluppo locale
sostenibile”, finanziata dall’Unione europea. L’azione mira a rispondere alle
sfide poste dal cambiamento climatico e dalla scarsità d’acqua alle comunità
rurali delle regioni semi-aride della Mixteca (Oaxaca, Messico) e delle Valli
Calchaquí (Tucumán, Argentina), introducendo soluzioni tecnologicamente e
culturalmente adeguate, basate sulla valorizzazione delle risorse naturali e del
capitale socioculturale locale. Le attività si concentrano sull’educazione
ambientale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, con l’obiettivo di
implementare strategie di gestione idrica efficaci e integrate che promuovano
l’empowerment delle donne nelle comunità indigene in contesti rurali.
Risultati significativi in questa direzione sono emersi dal ciclo di seminari
“Gestione comunitaria dell’acqua in una prospettiva di genere”, rivolto a gruppi
di donne delle comunità rurali della Mixteca e delle Valli Calchaquí, realizzato
dalla Fondazione AVSI sia in forma presenziale che attraverso scambi virtuali
fra gruppi di donne delle due regioni. Tra i risultati più significativi, spicca
il fatto che l’adozione da parte di gruppi di donne di soluzioni
tecnologicamente appropriate e accessibili, non solo migliori la gestione delle
risorse naturali, ma contribuisca anche a rafforzare il loro ruolo all’interno
della comunità.
Un esempio paradigmatico è rappresentato da un gruppo di donne della Mixteca che
hanno costruito dieci cisterne in ferrocemento per la raccolta dell’acqua
piovana. L’acqua viene gestita in modo solidale, il che permette loro di
coltivare ortaggi per il consumo familiare e per la vendita. Una donna illustra
l’impatto della gestione solidale dell’acqua: “L’acqua ha cambiato la nostra
vita. In passato, per andare a prendere l’acqua, facevamo un viaggio di un’ora a
piedi. C’erano code al ruscello e non c’era abbastanza acqua per tutti.
Grazie all’acqua, abbiamo creato una cucina comunitaria e un orto organico. I
prodotti vengono usati per dare da mangiare ai bambini della scuola materna, il
resto viene venduto al mercato e usato per comprare nuove sementi”. Un’altra
donna sottolinea il valore della cogestione: “La cucina comunitaria è gestita in
forma cooperativa. All’inizio ci sono stati dei conflitti, ma la gestione
comunitaria ci ha aiutato a risolverli. Insieme abbiamo imparato a difendere i
nostri diritti e a prendere decisioni che hanno migliorato la vita della
comunità”.
Le attività di educazione ambientale hanno favorito lo scambio fra le donne
Mixteche e gruppi di donne di Amaicha del Valle (Valli Calchaquí). Le donne
Amaicha che hanno partecipato a un gruppo di discussione, affermano di aver
appreso dalle donne Mixteche l’importanza della gestione solidale dell’acqua,
che ha permesso loro di accrescere la propria influenza e di contribuire al
proprio benessere e a quello della comunità. Hanno inoltre interpretato
l’esperienza delle donne Mixteche come una sfida ai pregiudizi culturali che
escludono le donne da alcune attività considerate esclusivamente di pertinenza
maschile.
Una donna ha affermato: “Le donne hanno dimostrato agli uomini di poter svolgere
il loro stesso lavoro e di possedere le capacità per farlo in tutti gli ambiti,
persino nella costruzione di serbatoi per la raccolta dell’acqua”. Un’altra
donna ha evidenziato che, attraverso la lotta per il diritto all’acqua, le donne
sfidano i modelli culturali sessisti presenti nelle loro famiglie e comunità,
che fanno ricadere su donne e ragazze la responsabilità dell’approvvigionamento
idrico, senza che gli uomini si preoccupino di come le donne se lo procurino. Le
donne Mixteche e Amaicha hanno inoltre sottolineato la necessità di un’ampia
opera di sensibilizzazione rivolta alle donne, spesso portatrici di valori
maschilisti e patriarcali, al fine di abbattere i pregiudizi culturali, i ruoli
e gli stereotipi che perpetuano la disuguaglianza di genere.
Uno dei contributi più significativi all’iniziativa da parte delle donne
Mixteche e Amaicha è stato l’apporto della prospettiva culturale dei popoli
indigeni. Le donne hanno sottolineato che, quando si affrontano le problematiche
legate all’acqua, è essenziale tenere in considerazione il ruolo centrale che
questo “fluido vitale” riveste nella cosmogonia e nella realtà magica dei popoli
nativi, per la cui protezione e utilizzo i loro antenati impiegavano antiche
pratiche e tecniche. La peculiarità della visione indigena dell’acqua risiede
nel considerarla un’entità vivente che, fluendo, feconda la “Madre Terra”,
dispensando la vita e animando l’universo. Su questa visione le popolazioni
indigene fondano la reciprocità e la complementarità che lega gli esseri viventi
alla natura, rivendicando l’accesso all’acqua come diritto universale e
comunitario.
Le buone pratiche sono confluite in un modello di educazione ambientale in cui
le donne sono agenti di cambiamento imprescindibili per la sostenibilità
ambientale e il progresso dei territori. Tuttavia, le attiviste ecofemministe ci
ammoniscono dal chiedere all’ angelo del focolare di salvare il pianeta, una
richiesta che aumenterebbe le pressioni sulla donna senza accrescerne i diritti.
Come ci ricorda Alicia Puleo in “Ecofeminismo: para otro mundo posible”, e come
ci hanno insegnato le donne Mixteche e Amaicha, per avanzare verso una società
inclusiva è necessario adottare un approccio plurale che abbracci le diverse
visioni sul rapporto tra esseri viventi e natura. In questa prospettiva le donne
devono essere riconosciute come agenti culturali imprescindibili per la
costruzione di una nuova epistemologia che armonizzi razionalità ed empatia e
che ponga le basi per un nuovo rapporto tra esseri viventi e natura, fondato su
un’etica relazionale della reciprocità e del rispetto.
Unimondo
Esperienze di alternativa: lotta e conversione produttiva all’ex Gkn
Secondo corso
“CRISI ECOCLIMATICA: VISIONI DI ALTERNATIVA, ESPERIENZE CONCRETE”
Quarta lezione
ESPERIENZE DI ALTERNATIVA: LOTTA E CONVERSIONE PRODUTTIVA ALL’EX GKN
DARIO SALVETTI
21 ottobre 2025
Qui la videoregistrazione della lezione:
BIBLIOGRAFIA UTILE
Collettivo di Fabbrica Gkn, Continua a leggere
L'articolo Esperienze di alternativa: lotta e conversione produttiva all’ex Gkn
proviene da ATTAC Italia.
Esperienze di alternativa: l’economia solidale
Secondo corso
“CRISI ECOCLIMATICA: VISIONI DI ALTERNATIVA, ESPERIENZE CONCRETE”
Terza lezione
ESPERIENZE DI ALTERNATIVA: L’ECONOMIA SOLIDALE
MARIA FRANCESCA DE TULLIO
14 ottobre 2025
Qui la videoregistrazione della lezione:
BIBLIOGRAFIA UTILE
Ex OPG – Je so’ pazzo, Manuale Continua a leggere
L'articolo Esperienze di alternativa: l’economia solidale proviene da ATTAC
Italia.
Crisi ecologica: la prospettiva dell’ecofemminismo decoloniale
Secondo corso
“CRISI ECOCLIMATICA: VISIONI DI ALTERNATIVA, ESPERIENZE CONCRETE”
Seconda lezione
CRISI ECOLOGICA: LA PROSPETTIVA DELL’ECOFEMMINISMO DECOLONIALE
FRANCESCA CASAFINA
7 ottobre 2025
Qui la videoregistrazione della lezione:
BIBLIOGRAFIA UTILE
Rachel Carson, Primavera Silenziosa (Feltrinelli, 2016)
È raro Continua a leggere
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proviene da ATTAC Italia.