Non si risolve con gli idranti
Manifestazioni 24 ottobre: 371 persone accompagnate negli uffici di polizia, tra
cui 110 minorenni. Piantedosi chiarisca
Uno scaldacollo può bastare per essere accompagnati negli uffici di polizia
prima ancora di partecipare a una manifestazione? Il 24 ottobre, a Roma, secondo
quanto emerso dalle ricostruzioni degli organi di stampa, anche un comune
scaldacollo figurava tra gli oggetti il cui possesso poteva contribuire a
motivare un intervento preventivo. Una circostanza che solleva interrogativi sui
criteri adottati dalle autorità e sulle garanzie costituzionali del diritto di
manifestare.
Il bilancio nazionale parla di 4.292 persone identificate, 371 accompagnate o
fermate negli uffici di polizia, tra cui 110 minorenni, nove arresti e 87
denunce. A Roma sono state 96 le persone accompagnate negli uffici di polizia,
tra cui sei minorenni. Dati sui quali il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi
dovrebbe fornire spiegazioni precise, a cominciare dalla natura giuridica dei
provvedimenti adottati e dalle circostanze che li hanno motivati.
Piantedosi ha rivendicato l’operato delle forze dell’ordine dichiarando che “la
forza dello Stato prima o poi presenta il conto”. Il riferimento era a chi
commette violenze e illegalità. Ma proprio questa affermazione rende necessario
distinguere le responsabilità di chi ha compiuto reati dalla posizione di chi è
stato sottoposto a controlli preventivi senza ricevere alcuna contestazione.
Nelle ricostruzioni dei controlli compaiono, tra gli oggetti segnalati dalla
polizia, passamontagna, scaldacollo, maschere e vernice spray. Secondo quanto
riportato dalla stampa, la Questura avrebbe collegato alcuni di questi materiali
a indicazioni circolate precedentemente sul web. Resta però da stabilire quali
elementi concreti abbiano giustificato gli interventi nei confronti delle
singole persone.
Uno scaldacollo non è un’arma. Una felpa nera non costituisce una prova di
pericolosità. E la volontà di partecipare a una manifestazione non può
trasformarsi automaticamente in un sospetto di intenzioni violente.
Se bastasse il modo di vestirsi per essere considerati pericolosi, tanto
varrebbe chiedere al Viminale di pubblicare un catalogo degli indumenti
consentiti per scendere in piazza. Almeno si eviterebbe ai manifestanti il
rischio di sbagliare guardaroba.
Al di là dell’ironia, il problema è serio. La prevenzione dei comportamenti
violenti è un compito legittimo delle autorità, ma non può tradursi in
limitazioni arbitrarie della libertà personale.
La Costituzione stabilisce garanzie precise. L’articolo 13 tutela
l’inviolabilità della libertà personale. L’articolo 16 riconosce la libertà di
circolazione, vietando restrizioni determinate da ragioni politiche. L’articolo
17 garantisce il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.
Naturalmente, l’ordinamento consente alle forze dell’ordine di effettuare
identificazioni e adottare, nei casi previsti dalla legge, misure preventive.
Non ogni accompagnamento negli uffici di polizia costituisce automaticamente una
violazione dei diritti costituzionali. La questione è verificare se, nei singoli
casi, siano stati rispettati i presupposti di legge e il principio di
proporzionalità.
Giorgia Meloni ha ringraziato le forze dell’ordine e ribadito la necessità di
tutelare il diritto di manifestare pacificamente. Un principio che non riguarda
soltanto ciò che accade nelle piazze, ma anche la possibilità di raggiungerle
senza subire restrizioni ingiustificate.
La vicenda del 24 ottobre si inserisce in un contesto politico nel quale la
sicurezza occupa uno spazio crescente nell’iniziativa legislativa del governo.
Nuovi reati, aggravamenti delle sanzioni e ampliamento degli strumenti
preventivi hanno accompagnato un dibattito pubblico che tende sempre più spesso
a rappresentare le mobilitazioni sociali attraverso il linguaggio
dell’emergenza.
Il rischio è che il contrasto alla violenza finisca per sovrapporsi al controllo
del dissenso.
Chi commette aggressioni, danneggiamenti o altri reati deve rispondere delle
proprie azioni. Ma la responsabilità penale è personale e non può essere
attribuita indistintamente a chi partecipa a una protesta. Il conflitto sociale,
anche quando esprime una contestazione radicale del governo, appartiene alla
vita democratica e non può essere considerato, di per sé, una minaccia
all’ordine pubblico.
È proprio nella progressiva normalizzazione delle restrizioni preventive che può
manifestarsi il rischio di una deriva autoritaria. Non siamo di fronte a un
episodio isolato, ma a una precisa linea politica del governo Meloni, che ha
moltiplicato gli interventi legislativi in materia di sicurezza, introducendo
nuovi reati, inasprendo le pene e ampliando i poteri di prevenzione e controllo
delle forze dell’ordine. Una strategia che rischia di spostare progressivamente
il confine tra la legittima tutela dell’ordine pubblico e la compressione delle
libertà costituzionali.
La Costituzione repubblicana, nata dall’esperienza del fascismo, è stata
concepita anche per impedire che il dissenso politico diventi motivo di
repressione arbitraria. Una garanzia che assume ancora più importanza quando
aumentano le tensioni sociali e il governo sembra privilegiare la risposta
repressiva rispetto alla soluzione dei problemi che alimentano il conflitto.
L’Italia è attraversata da salari insufficienti, precarietà lavorativa,
difficoltà abitative e prospettive incerte per le giovani generazioni. Studenti,
lavoratori e movimenti che scendono in piazza esprimono conflitti reali, ai
quali la politica dovrebbe rispondere affrontandone le cause.
Non è attraverso una continua successione di decreti sicurezza che si risolvono
questi problemi. Il disagio non scompare impedendo a qualcuno di partecipare a
una manifestazione. E non si risolve con gli idranti.
Per queste ragioni Piantedosi dovrebbe presentare al Parlamento e all’opinione
pubblica un rendiconto dettagliato delle operazioni del 24 ottobre, distinguendo
città per città identificazioni, accompagnamenti negli uffici di polizia,
arresti e denunce.
In particolare, occorre chiarire i presupposti giuridici dei singoli
provvedimenti, le circostanze che li hanno motivati, la loro durata e quante
persone siano state rilasciate senza alcuna contestazione. La stessa trasparenza
è necessaria riguardo alle modalità e alle circostanze dell’impiego degli
strumenti coercitivi da parte delle forze dell’ordine durante gli scontri.
Non si tratta di mettere indiscriminatamente sotto accusa le forze dell’ordine,
ma di affermare un principio elementare: chi esercita il potere di limitare la
libertà dei cittadini deve rendere conto delle proprie decisioni.
Piantedosi ha dichiarato che la forza dello Stato presenta il conto. Adesso è il
momento che sia il ministro a presentare il proprio, con dati, motivazioni e
risultati verificabili.
Perché se anche un comune scaldacollo può contribuire a far considerare sospetto
chi si prepara a manifestare, il problema non è il guardaroba dei cittadini.
È il confine che si sta tracciando tra sicurezza e libertà.
Giovanni Barbera