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La BCE avverte sulla bolla tecnologica, ma i pensionati italiani non lo sanno
Quattrocentoquaranta miliardi di euro. È la cifra che cinque economisti della Banca Centrale Europea hanno messo nero su bianco a Ferragosto, in un post che meritava ben altra cassa di risonanza: tanto vale l’esposizione delle famiglie dell’area euro ai sette titoli tecnologici che oggi dominano Wall Street. Malin Andersson, Johannes Breckenfelder, Stefano Corradin, Kalin Nikolov e Maria Antonietta Viola non usano mezzi termini: una correzione delle valutazioni legate all’intelligenza artificiale è probabile, che i prezzi di oggi riflettano entusiasmo razionale o una bolla in stile dot-com. Perché le rivoluzioni tecnologiche finiscono quasi sempre in un ciclo di boom e crollo? Non è la prima volta nella storia: dal boom ferroviario dell’Ottocento all’elettrificazione e alla radio negli anni Venti, fino a internet negli anni Novanta, una tecnologia genuinamente trasformativa ha sempre attratto investimenti crescenti, gonfiando le valutazioni delle imprese che l’adottavano prima di una caduta brusca. La letteratura economica offre due spiegazioni complementari, richiamate nel paper. La prima, la “view razionale”, sostiene che valutazioni elevate siano giustificate dall’incertezza enorme sulla produttività di una tecnologia nuova: il titolo Nvidia, cresciuto di venti volte dal 2022, incorpora la scommessa che l’azienda diventi la prossima Google, con un potenziale di guadagno difficile da delimitare. Ma quando l’adozione si diffonde, il rischio smette di essere circoscritto a un singolo settore e diventa sistemico: gli investitori pretendono un premio più alto e questo tende storicamente a prevalere sui benefici di cassa generati dall’adozione stessa. La seconda spiegazione, la “view comportamentale”, è più semplice: investitori overconfident spingono i prezzi oltre i fondamentali e quando la fiducia si sgretola le correzioni possono essere anche più brusche. Le due letture, per quanto diverse, convergono sulla stessa conclusione: prima o poi una correzione arriva, indipendentemente dal fatto che i prezzi di oggi siano razionali o meno. Il dato che dovrebbe far discutere riguarda l’esposizione delle famiglie dell’area euro ai cosiddetti Magnifici Sette — Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla. Secondo il paper, ammonta a circa 440 miliardi di euro, per lo più veicolata attraverso fondi comuni ed ETF [1]a basso costo. Gli autori sono espliciti: i risparmiatori europei detengono questa esposizione “senza necessariamente essere consapevoli del relativo rischio di concentrazione”. Non si tratta di investitori che hanno scelto consapevolmente di puntare su Nvidia o su Apple, ma di persone che, sottoscrivendo un fondo pensione o una polizza vita, si ritrovano automaticamente esposte al destino di sette società quotate a Wall Street. Il meccanismo che la BCE definisce preoccupante è proprio questo: la struttura basata sui fondi non è un dettaglio tecnico, ma un canale di trasmissione del rischio. Se le valutazioni dei Magnifici Sette dovessero correggersi bruscamente, i fondi potrebbero essere costretti a vendere attività per far fronte ai riscatti, accentuando il ribasso e generando nuove richieste di rimborso in una spirale che gli economisti definiscono, senza mezzi termini, una questione di stabilità finanziaria per l’intera area euro — non solo una perdita per gli azionisti che l’hanno scelta. E rispetto alla crisi delle dot-com, avvertono, oggi le autorità dispongono di margini più stretti per intervenire con tagli dei tassi o misure fiscali. Il rapporto individua anche un secondo canale di rischio, distinto dall’esposizione diretta ai Magnifici Sette: l’eventuale surriscaldamento degli stessi mercati azionari europei. Su questo fronte la BCE offre una parziale rassicurazione: le valutazioni dell’area euro restano nettamente più contenute di quelle statunitensi e il tessuto produttivo del Vecchio Continente, ancora dominato da settori “vecchia economia”, mostra molto meno dell’euforia che caratterizza i titoli tech di Wall Street. Ma la rassicurazione resta parziale, perché i mercati azionari dei due lati dell’Atlantico si sono storicamente mossi in stretta correlazione: una correzione negli Stati Uniti, avvertono gli economisti, non lascerebbe indenne l’Europa e i suoi effetti potrebbero estendersi oltre i listini, toccando la fiducia di famiglie e imprese, le condizioni di finanziamento e persino le assunzioni. Che cosa significa tutto questo per l’Italia? La Relazione annuale della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione (COVIP), presentata lo scorso giugno, offre una fotografia che si incastra perfettamente in questo scenario. Il patrimonio della previdenza complementare italiana ha raggiunto i 262 miliardi di euro, in crescita del 7,7% sul 2024. La componente azionaria, considerando anche le esposizioni indirette tramite OICR, ha toccato il 32,9% del totale — e all’interno di questa quota gli Stati Uniti pesano per oltre la metà, il 50,5%, contro poco più del 20% dell’area euro. Sono numeri che raccontano una previdenza complementare sempre più legata, indirettamente ma strutturalmente, alle sorti di Wall Street. Non è una novità in sé: la diversificazione internazionale dei portafogli previdenziali è una scelta difendibile e il rendimento dei comparti azionari ha storicamente premiato chi vi ha investito. Il punto sollevato dalla BCE è un altro ed è più scomodo: quanti aderenti a un fondo pensione o sottoscrittori di una polizza a contenuto finanziario sanno, con questo livello di dettaglio, quanto della propria futura pensione dipende dal prezzo di un’azione Nvidia? La risposta implicita nel paper della BCE è: pochissimi. Colpisce, in questo quadro, il silenzio quasi assordante delle istituzioni politiche europee su un rapporto che arriva dalla loro stessa banca centrale. Mentre la Commissione Europea continua a spingere per un rafforzamento dei sistemi di previdenza complementare come pilastro del welfare del futuro, l’organismo che dovrebbe vigilare sulla stabilità finanziaria dell’eurozona segnala che quello stesso modello espone milioni di cittadini a un rischio di concentrazione che non hanno scelto e che, in larghissima parte, non conoscono. Non è un’obiezione ideologica alla previdenza complementare in sé, ma una domanda di trasparenza che qualcuno dovrà porre prima che la correzione, di cui la BCE parla ormai come di un’eventualità solo temporale, arrivi davvero. Fonti Banca Centrale Europea – “The AI boom: rational enthusiasm or the next dot-com bubble?”, The ECB Blog, 17 agosto 2026 [1] Un exchange-traded fund, in sigla ETF, o in italiano fondo scambiato in borsa, è un fondo di investimento o una società di investimento quotato in una borsa valori, ossia le cui quote o azioni possono essere scambiate in tempo reale. Fonte: Wikipedia   Francesco Russo
August 21, 2026
Pressenza
L’ultima idrovora del risparmio globale
Arrivano le grandi manovre per mantenere in vita il capitalismo finanziario drenando tutto il risparmio possibile al servizio dei Padroni del mondo. L’operazione annunciata, in questi caldissimi giorni, da Nvidia, sotto la guida di Jensen Huang, segna una svolta strategica senza precedenti che trasforma il colosso dei semiconduttori in un […] L'articolo L’ultima idrovora del risparmio globale su Contropiano.
August 14, 2026
Contropiano
IA: la bolla e lo spillo
E’ passato quasi un anno da quando avevamo proposto – condividendola con Guerre di Rete – una lettura attenta delle dinamiche finanziarie che andavano accompagnando lo sviluppo impetuoso dell’Intelligenza Artificiale negli Stati Uniti (il resto dell’Occidente, ancora oggi, sta a guardare). I recenti sviluppi sembrano confermare, con l’autorevolezza di due […] L'articolo IA: la bolla e lo spillo su Contropiano.
August 12, 2026
Contropiano
Report Assemblea annuale No Triv
Con la proposta di una tre giorni in Basilicata a metà luglio. Venerdì 29 maggio 2026 si è tenuta, come stabilito, l’assemblea annuale dei soci del CNNT (Coordinamento nazionale No Triv). L’assemblea, tenutasi in modalità on-line, aperta anche a soggetti non iscritti all’associazione, è iniziata alle ore 18,30, per poter trattare e deliberare sui seguenti punti all’o.d.g.: 1)   Approvazione relazioni attività,
Nessun filtro etico basta
L’enciclica sull’IA e il vuoto della finanza responsabile Il 25 maggio 2026 Papa Leone XIV ha presentato Magnifica Humanitas, la sua prima enciclica, dedicata alla custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale. Oltre duecento pagine, cinque capitoli, un arco che va dalla diagnosi teologica alla prescrizione politica. Il documento afferma, al paragrafo 9, la tesi che regge l’intero testo: la tecnologia non è mai neutrale, perché assume le caratteristiche di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la usa. In una sola frase Leone XIV smonta l’argomento preferito della Silicon Valley — la tecnologia come forza autonoma e imparziale — e la ricolloca nel perimetro della responsabilità umana. Tre mesi prima, a febbraio 2026, la banca vaticana — lo IOR, l’Istituto per le Opere di Religione — aveva annunciato il lancio di due nuovi indici azionari: il Morningstar IOR Eurozone Catholic Principles e il Morningstar IOR US Catholic Principles. Nella top 10 del paniere in dollari figurano Meta Platforms, Alphabet, Tesla, Amazon, Apple, Nvidia, JP Morgan, Broadcom e Micron. Nvidia — l’azienda i cui chip sono l’infrastruttura materiale di quasi tutto ciò che l’enciclica mette in guardia — certificata come investimento cattolicamente virtuoso. La contraddizione è reale e merita di essere osservata con attenzione. Ma fermarsi lì — alla contraddizione istituzionale della Chiesa — rischia di far perdere di vista qualcosa di più importante. Il problema non è il Vaticano I criteri degli indici IOR escludono dall’universo investibile aborto, armi, energie fossili, gioco d’azzardo. Meta vende pubblicità, Amazon vende prodotti online, Nvidia produce chip: nessuna di queste attività rientra nelle categorie escluse. Ecco perché passano il filtro. Lo IOR non ha applicato i criteri in modo disonesto. Il problema è che quei criteri — come tutti i criteri dell’investimento socialmente responsabile — sono stati costruiti per rispondere a un problema che non è più il problema centrale. La finanza etica nasce storicamente per escludere i settori del vizio e della guerra. I Quaccheri del Settecento rifiutavano di finanziare la tratta degli schiavi. I movimenti degli anni Settanta costruivano i primi screening sul tabacco, sull’apartheid, sulle armi nucleari. L’ESG moderno ha affinato quegli strumenti aggiungendo criteri ambientali e di governance. Ma tutta questa architettura presuppone che il male economico sia localizzabile in un settore, in un prodotto, in una categoria merceologica. Presuppone che ci sia un “dentro” e un “fuori” abbastanza distinguibili da separare con un filtro. L’enciclica di Leone XIV dice che questa distinzione, nell’economia digitale, non esiste più. Chi controlla i modelli di AI rischia di imporre anche una propria “visione morale” del mondo, trasformando gli algoritmi in infrastrutture invisibili del potere. Il potere contemporaneo non si esercita più soltanto attraverso il controllo territoriale o militare, ma attraverso il controllo cognitivo. Chi governa gli algoritmi può influenzare percezioni, desideri, priorità, consumi, opinioni pubbliche e persino il concetto stesso di verità. Non si tratta di un settore produttivo che si può escludere. Si tratta di una logica che attraversa l’intera economia, che abita nei modelli di business delle piattaforme di comunicazione, nella gestione dei dati sanitari, nella mediazione algoritmica del lavoro, nella profilazione che orienta il credito e le assunzioni. Un filtro settoriale non tocca tutto questo. Non è concepito per farlo. La finanza etica e il suo soffitto strutturale Non è un’accusa allo IOR, né al paradigma ESG in quanto tale. Questi strumenti hanno prodotto pressioni reali su pratiche aziendali reali: politiche ambientali più stringenti, rendicontazione sulla catena di fornitura, riduzione dell’esposizione a certi rischi reputazionali. Ma operano sulla superficie — sui comportamenti dichiarati delle imprese — e non riescono a toccare la struttura profonda: il fatto che poche grandi entità private controllano infrastrutture, capacità di calcolo e dati, sfuggendo al controllo democratico. Il caso IOR lo rende visibile con una chiarezza che raramente si trova in un solo esempio. Se persino la più antica istituzione morale del mondo occidentale, dotata di indipendenza dagli azionisti e di una vocazione esplicitamente profetica, non riesce a costruire un portafoglio di investimenti coerente con la propria dottrina appena formulata — non per malafede, ma perché gli strumenti disponibili non sono all’altezza del problema — allora il difetto non è nella singola istituzione. È nel paradigma. Che cosa servirebbe, invece Magnifica Humanitas lo dice con una precisione che raramente si trova nei documenti istituzionali: non framework volontari, ma governance con capacità di enforcement. L’enciclica chiede regole internazionali, trasparenza e una governance pubblica più forte. Chiede anche che i dati siano gestiti come bene comune, poiché sono frutto della collettività. Queste non sono richieste nuove. Le fanno da anni i movimenti per i diritti digitali, le organizzazioni della società civile che lavorano sull’AI Act europeo, i ricercatori che studiano l’impatto sociale dell’automazione sul lavoro. L’enciclica le porta in un registro diverso — quello dell’autorità morale globale — ma il contenuto è convergente con battaglie che si combattono da molto prima in spazi molto meno solenni. Il merito del documento non è nell’originalità delle soluzioni. È nell’aver nominato con chiarezza, e ad alta voce, il nodo che la finanza etica non riesce a sciogliere: il problema del potere nell’economia digitale non è riducibile a una lista di settori proibiti. Richiede strumenti di governo del tutto diversi da quelli che i mercati finanziari mettono a disposizione. E che finché quei strumenti non esistono — o non vengono costruiti con la necessaria forza vincolante — chiunque voglia operare dentro il sistema globale, compreso il Vaticano, finirà per certificare come virtuose le stesse strutture che denuncia come problematiche. Il paradosso non è della Chiesa. È del tempo in cui viviamo. Fonti • Giuseppe Aceto, “Nvidia è un’azienda cattolica” Debug dei Desideri – Substack • Comunicato stampa IOR Istituto per le Opere di Religione • Enciclica Magnifica Humanitas Vatican.va • Approfondimenti e articoli correlati Agenda Digitale Il Sole 24 Ore – InfoData AgenSIR Francesco Russo
May 28, 2026
Pressenza
Trump a Pechino, cappello in mano e chiacchiere
Il vertice più importante è anche quello più squilibrato. E il soggetto debole stavolta sono gli Stati Uniti. Aggressività militare a parte, che ormai è quasi l’unica “specialità della casa”, Washington arranca un po’ in tutti i campi. A voler essere precisi, sta vedendo la Cina in corsia di sorpasso […] L'articolo Trump a Pechino, cappello in mano e chiacchiere su Contropiano.
May 13, 2026
Contropiano
ARM: Il chip di cui non sapevamo di avere bisogno
di jolek78 Ci sono architetture che si vedono e architetture che non si vedono. ARM è il caso più estremo della seconda categoria: gira nel telefono che abbiamo in tasca, nel router di casa, nella scheda da ottanta euro che fa da server casalingo a milioni di smanettoni, nei datacenter di Amazon e Google. È ovunque, e quasi nessuno sa
Glasswing-Mythos: le ali di vetro dell’oligarchia
di Mario Sommella (*)   Con il Progetto Glasswing e il modello Mythos, Anthropic consegna a un cartello ristretto di colossi americani le chiavi del codice planetario. Mentre lo Stato chiede in elemosina l’accesso a uno strumento privato, una nuova forma di potere infrastrutturale si insedia là dove esisteva, almeno in linea di principio, la sovranità democratica. Si chiama Project
NUOVO PROGETTO MANHATTAN, BOLLA AI, LOTTA AI DATACENTERS
Estratto dalla puntata di lunedì 17 novembre 2025 di Bello Come Una Prigione Che Brucia / / immagine da 404media.co BOLLA AI E LOTTA CONTRO I DATACENTERS Mentre giganti della finanza come Warren Buffet e Micheal Burry, scommettono sull’approssimarsi di una nuova crisi scatenata dalla bolla dell’intelligenza artificiale, cerchiamo di tornare a osservare alcune declinazioni materiali e territoriali della cornice tecnologica in cui si sviluppano questi eventi. Da un lato il controllo di Taiwan potrebbe non essere sufficiente per concludere la corsa al primato sull’AI intrapresa dai grandi poli geotecnologici (Cina e USA), dall’altro le lotte contro il moltiplicarsi dei datacenters iniziano ad assumere una scala rilevante. Andiamo a raccontare il caso di Ypsilanti (Michigan), dove la comunità locale ha resistito al progetto di un centro di super-calcolo ed elaborazione dati che avrebbe visto fondersi – in modo esplicito – militare e civile, nucleare e AI, Los Alamos National Laboratories e Università del Michigan. A margine un’osservazione comparativa delle risorse investite nel vecchio Progetto Manhattan (corsa alla bomba atomica) e nel Nuovo Progetto Manhattan (corsa al primato cognitivo e militare dell’AI). per maggiori info su Ypsilanti
November 21, 2025
Radio Blackout - Info
La bolla che rende nervoso Trump
L’isteria di Trump ha a che fare con i decisi segnali di una profonda crisi economica e finanziaria. La bolla dell’Intelligenza Artificiale continua a gonfiarsi, alimentata da due elementi assai insidiosi. Il volume degli investimenti annunciati dalle principali Big Tech è enorme, a fronte di risultati reali decisamente assai più […] L'articolo La bolla che rende nervoso Trump su Contropiano.
November 8, 2025
Contropiano