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Il ruolo della comunità ebraica nell’istruzione a Roma
«La nostra scuola educa giovani Ebrei attraverso la pratica consapevole dell’Ebraismo e un’eccellete offerta didattica sia negli studi ebraici che accademici a raggiungere il loro massimo potenziale a diventare membri attivi colti e solidali della comunità ebraica di Roma». Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF) della scuola Vittorio POLACCO di Roma ( www.scuolaebraica.roma.it). Le scuole della Comunità ebraica di Roma sono situate nel cuore di Trastevere, fra il Portico di Ottavia e il Lungo Tevere. Gli ebrei di Roma (minuscolo, non casuale invece la lettera maiuscola nel testo del Piano riportato in incipit) appartengono a uno dei gruppi della diaspora più antichi. Perfettamente integrati, malgrado l’istituzione del ghetto voluta da Papa Paolo IV a metà Cinquecento e i tanti obblighi imposti dalla bolla papale, svolgevano le attività legate al commercio. Due iscrizioni segnano una sorta di enclave storica della vita della comunità: una frase lapidaria sulla facciata della chiesa San Gregorio della Divina Pietà allerta che da lì inizia il quartiere proibito; la targa sul muro, nella piazzetta antistante il Portico e la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, ricorda il rastrellamento e la deportazione  del 1943. Questa premessa mi serve per collocare la segnalazione arrivata all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dele università con un post di Facebook (https://www.facebook.com/share/1CsRCacwE2/). Si tratta della iniziativa dei bambini della scuola primaria, dunque delle loro insegnanti, di donare un dolce tradizionale e un messaggio di ringraziamento al presidio dell’esercito che, dall’attentato alla Sinagoga del 1982, piantona il quartiere Sant’Angelo. Gratitudine per essere nuovamente vigilati, stavolta bonariamente, all’interno di uno spazio protetto. Bambini e bambine che imparano – fin dall’infanzia – che la loro condizione di ebrei rappresenta un’entità superiore a quella di piccoli cittadini italiani. Qualcosa di cui andare orgogliosi. Mi chiedo come vivano questo stato di privilegio e di separazione (il sacro nell’accezione corretta). Che risposte riceveranno dagli adulti alle loro eventuali domande, oggi, con quel che sta succedendo nel paese – Israele – che hanno imparato ad amare in famiglia, in sinagoga, e sicuramente a scuola? Nel 2000, a ridosso dell’approvazione del Regolamento sull’Autonomia Scolastica (DPR 08/03/1999) una conoscente di religione ebraica mi disse che la Direttrice della primaria Vittorio Polacco aveva bisogno di una consulenza per la scrittura del Piano dell’Offerta Formativa (allora POF), previsto per le scuole che avevano ottenuto la parificazione, oggi parità, nuova aggettivazione non casuale. Per inciso: rendere pari al pubblico il settore scolastico privato al Ministero è costato, nel riparto proporzionale  del 2026, circa 588  milioni di euro (clicca qui). Andai all’appuntamento incuriosita. Mi venne chiarito che gli scopi valoriali da tenere presenti per la scrittura dell’offerta alle famiglie avevano il loro fondamento nella Tōrāh e nella storia millenaria di Israele. Alle mie obiezioni, che dovettero sembrare piuttosto ingenue (ma non siete una scuola parificata italiana?), tutto finì prima ancora di iniziare con un invito ad andare alla sinagoga piccola, sull’isola Tiberina, alla Festa delle Luci.   Oggi, anno 2026 a cavallo fra il 5786 e il 5787 del calendario ebraico, l’impianto del PTOF non è cambiato molto. Infatti, leggiamo che la definizione degli obiettivi è strettamente legata alla Tefillah, preghiera rituale e ringraziamento a guida della condotta quotidiana. La lingua ebraica, moderna e classica viene insegnata fin dalle prime classi secondo il metodo immersivo Tal AM, il 20% delle ore di scuola è dedicato alla cultura ebraica. Del resto, la distinzione enunciata nella presentazione del Piano fra scuola laica, religiosa e ultraortodossa, mi pare piuttosto sfumata: la religione del Libro è fondamento culturale ed etico per tutte e tre. La lingua ebraica, più dell’italiano, malgrado si parli di scuola inclusiva, è considerato fattore identitario. La questione linguistica venne posta fin dagli albori del sionismo, fortemente ancorata al ritorno nella terra dei padri. La grammatica e il vocabolario subirono una classificazione rapida sulla base dell’Yiddish e una continua messa a punto, dal 1948. «La continuità ebraica si fonda da sempre su parole dette e scritte […] La nostra è una linea non di sangue ma di testo» (A. Oz; F. Oz-Salzberger, Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica, Feltrinelli MI, 2013). Il testo dell’Offerta continua sottolineando la necessità di fare comunità, sia con gli ebrei in Italia che con gli israeliani. Gemeinschaft (la comunità chiusa, impermeabile) che si oppone a Gesellschaft (la società) è vecchia questione. La comunità protegge con le sue procedure rituali, mette al riparo i suoi membri dal contagio, l’esterno è filtrato, la tradizione cementa il gruppo attraverso la precettistica (Mitzuòt). Quel che commento è tutto contenuto nel testo ed è la spina dorsale della pedagogia esplicitata. Il resto, l’impianto didattico, è basato sui soliti luoghi comuni, presenti in tutte le nostre scuole del primo ciclo: alunno in primo piano, laboratori, progetti extrascolastici, autovalutazione dell’alunno e del piano medesimo, ecc. Ovviamente, la valutazione a test dell’INVALSI credo costituisca uno dei requisiti per accedere alla parificazione, anche se non ne trovo menzione. L’organizzazione oraria è quella consueta: tempo pieno e moduli a 28/32 ore per i 392 alunni divisi in 20 classi. Vista sommariamente la carta di identità strategica (sic!) delle scuole della comunità ebraica romana, vengo alla seconda segnalazione. È stata inviata  all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, da Lorenzo Perrotta, dal sito piccolenote, foglio di ispirazione cattolica a cura del giornalista Davide Malacara (https://www.piccolenote.it/mondo/la-scuola-israeliana-la-fabbrica-del-nemico). Una blogger della redazione, Claudia Carpinella, commenta un’intervista di Amos Brison (podcast +972) a Nurit Peled Elhanan, professoressa emerita di Educazione Linguistica dell’Università di Gerusalemme. Ancora un problema di parole, di discorsi pedagogici. La Elhanan ricorda che – come abbiamo letto in molti commenti in questi difficili giorni – «Se educhi alla guerra cresci guerrieri. Se elimini ogni dignità umana dal volto del nemico, del vicino, del conterraneo – lo abbiamo visto anche in altri conflitti, nei Balcani e nelle guerre africane – se disumanizzi il palestinese, il siriano, il libanese, hai già conseguito l’obiettivo di risolvere il problema […] se c’è un problema di pulizia da svolgere, tanto vale arrivare a soluzione», secondo l’efficace considerazione di un giovane soldato israeliano. Come sappiamo, dall’esempio di pervasività delle iniziative a carattere militare nelle scuole italiane, occorre formare questo pragmatismo attraverso un lavoro di enfatizzazione della guerra necessaria, della difesa dei confini, fisici e culturali. In Israele, muri di cemento per segregare i gazavi insieme al diritto allo sconfinamento: si distruggono entità nazionali viciniori nella convinzione di una superiorità culturale e di un diritto di esistere – dopo la Shoah – oggi portato agli estremi delle pratiche genocidarie.   La retorica ha sempre ben servito la propaganda, le parole sono più performanti delle armi. Ne scrisse il filologo Victor Klemperer a proposito dell’uso del tedesco durante il nazismo quando, dai megafoni in strada e dal palco in ogni manifestazione di regime, l’ideologia del terzo impero era veicolata con slogan ripetuti fino alla completa assuefazione da parte di chi ascoltava. Il diario di un ebreo che ancora potrebbe insegnare molto ai suoi correligionari, di Israele e italiani (LTI La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, Giuntina Firenze, 1998)   Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La sirena d’allarme di Parco Schuster
Il gesto del ragazzotto che a Roma ha sparato – con una pistola ad aria compressa, ma mirando alla faccia – contro due “antifascisti qualunque”, riconoscibili dal fazzoletto dell’Anpi al collo, rompe un primo tabù fasullo ma diffuso: si può essere ebrei e fascisti contemporaneamente. Non è una novità, nella […] L'articolo La sirena d’allarme di Parco Schuster su Contropiano.
April 30, 2026
Contropiano
Roma. Individuato lo sparatore del 25 aprile. “Sono della Brigata ebraica”
Le indagini sull’uomo che ha sparato a pallini contro due manifestanti dell’Anpi a Roma lo scorso 25 aprile hanno portato ad un fermo. Il sospettato è un ragazzo di 21 anni legato alla Comunità ebraica di Roma. Il giovane, Eithan Bondi, avrebbe ammesso la propria responsabilità, è stato fermato nella […] L'articolo Roma. Individuato lo sparatore del 25 aprile. “Sono della Brigata ebraica” su Contropiano.
April 29, 2026
Contropiano
“Affinché non accada mai più?” Napoli si interroga sul senso della Giornata della Memoria
Giornata della Memoria 2026. Tra cerimonie, scuole e testimonianze, Napoli vive il 27 gennaio dentro una frattura che interroga il valore stesso del ricordare. La legge 211 del 2000, che istituisce il Giorno della Memoria, non parla solo di celebrazioni. Parla di narrazione, di riflessione, di scuole. E indica uno scopo preciso: “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico periodo della nostra storia affinché simili eventi non possano mai più accadere.” È questa frase, affinché non accada mai più, che oggi pesa più di tutte. Perché a cosa serve ricordare i genocidi di ieri se non siamo capaci di riconoscere le disumanizzazioni di oggi? A cosa serve pronunciare “mai più” se resta una formula e non diventa responsabilità? È dentro questa domanda che Napoli ha attraversato il 27 gennaio. Una giornata fatta di fiori, letture, musica, studenti. Ma anche segnata da un’assenza che ha pesato più di molte parole: per la prima volta la Comunità ebraica non ha partecipato alle iniziative organizzate dal Comune. Una scelta resa pubblica attraverso dichiarazioni riportate da diversi organi di stampa locali e nazionali, che ha attraversato l’intera giornata e che impone una riflessione sul senso stesso del ricordare. La mattina si è aperta a Borgo Orefici, nella strada intitolata a Luciana Pacifici, la più piccola vittima napoletana della Shoah: una bambina di pochi mesi morta sul convoglio diretto ad Auschwitz. Alla deposizione della corona di fiori erano presenti il sindaco Gaetano Manfredi, il prefetto di Napoli Michele di Bari, le autorità civili e militari e il vicepresidente del Consiglio regionale Luca Trapanese. In quell’occasione il prefetto ha sottolineato come “questi momenti servono soprattutto a fare memoria perché ciò che è accaduto è stata la rottura del patto di civiltà in cui l’uomo ha smarrito il senso dell’umano. Noi dobbiamo doverosamente fare memoria perché sia monito affinché non accada in futuro”. Poco dopo, altri fiori sono stati deposti in piazza Bovio, davanti alle pietre d’inciampo che restituiscono identità a chi fu cancellato. Nei teatri e nei luoghi della cultura la memoria ha assunto forme diverse. Al Teatro Mercadante si è svolta una maratona di lettura integrale di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, affidata agli studenti di numerosi istituti cittadini. Al Teatro San Carlo la commemorazione istituzionale è stata accompagnata dalla musica di Verdi, mentre in altri spazi, come la Certosa di San Martino, i protagonisti sono stati ancora una volta i giovani. Durante un incontro promosso dalla Fondazione Valenzi, centinaia di ragazzi hanno partecipato alle iniziative della Giornata della Memoria, in un confronto che ha ribadito il valore educativo del ricordare. In diversi momenti della giornata, la memoria è passata anche attraverso le testimonianze. Tra queste, quella di Mario De Simone, fratello di Sergio, il bambino napoletano deportato e ucciso dai nazisti, che ha restituito volti, affetti e famiglie ai numeri dello sterminio. Accanto alle iniziative istituzionali e culturali, la Giornata della Memoria ha attraversato anche i territori. In occasione di un incontro con gli studenti alla Municipalità 5 del Vomero, nella sala consiliare, Margherita Siniscalchi ha definito la memoria “un atto di giustizia”, sottolineando il dovere di coltivarla soprattutto nelle nuove generazioni e ringraziando il mondo della scuola per essere presidio quotidiano di valori democratici. All’incontro erano presenti, tra gli altri, la scrittrice e giornalista Titti Marrone e la presidente della Municipalità Clementina Cozzolino. Un richiamo netto al fatto che dietro i numeri dello sterminio c’erano persone, volti, sogni, famiglie, e che la memoria ha senso solo se resta ancorata all’umano. Sempre oggi, anche Lucia Fortini, assessora all’istruzione della Regione Campania, ha affidato a un intervento pubblico una domanda semplice e radicale: a che serve? A che serve parlare, spiegare, raccontare, se non riusciamo a fermare la barbarie del presente, se “mai più” rischia di restare soltanto uno slogan. Fortini ha legato questa domanda all’esperienza di anni di viaggi ad Auschwitz con gli studenti. La risposta che si è data è netta: serve a formare coscienze. Perché nei volti dei ragazzi, davanti ai campi di sterminio, qualcosa cambia. Nasce una consapevolezza della barbarie umana. E forse è proprio questo il compito più profondo della memoria: provare a fare in modo che chi ha visto, chi ha capito, chi ha sentito, fuori faccia la differenza. La memoria ha parlato anche attraverso gesti simbolici. A Napoli, l’ospedale pediatrico Santobono Pausilipon ha illuminato la propria facciata e piantato fiori bianchi nei giardini, richiamando in particolare le vittime più giovani della Shoah e la figura di Sergio De Simone, a cui è intitolato il pronto soccorso. Sempre in Campania, a Benevento, un percorso di luci bianche e rosse ha segnato il Centro Operativo della Soprintendenza nell’ex Convento di San Felice, in un’installazione pensata come spazio di silenzio, riflessione e coscienza civile. Luci accese contro il buio dell’oblio, per ricordare che la memoria non è solo parola, ma anche presenza nello spazio pubblico. Alla dimensione della luce si è affiancata quella della scrittura. Alla Biblioteca Universitaria di Napoli è stata inaugurata la mostra “Raccontare la Shoah: tra testimonianze e memoria scritta”, un percorso tra volumi rari, testi contemporanei e riproduzioni di giornali dell’epoca. Un’iniziativa che richiama il valore delle fonti, dei diari, della letteratura e della ricerca storica come strumenti fondamentali per costruire una memoria consapevole, capace di parlare al presente. Eppure, accanto a questo lavoro diffuso, si è aperta una ferita. La Comunità ebraica napoletana ha scelto di non partecipare alle celebrazioni comunali, denunciando una perdita di senso della Giornata della Memoria e una mancanza di dialogo con le istituzioni cittadine. Il sindaco ha richiamato alla necessità del confronto e alla tradizione di tolleranza della città. Ma il dato resta: oggi Napoli ha ricordato senza una parte fondamentale della propria storia viva. Ed è forse proprio questo a rendere questo 27 gennaio diverso dagli altri. Perché la memoria, quando è autentica, non è mai neutra. Non è mai solo commemorazione. Non è mai un gesto pacificato. La memoria viva non consola: interroga. Disturba. Costringe a prendere posizione. Oggi Napoli ha ricordato Luciana Pacifici, morta a pochi mesi su un treno per Auschwitz. In quella immagine c’è già tutto: la Shoah, ma anche ogni infanzia travolta dalle guerre, ogni essere umano ridotto a carico, ogni vita resa trasportabile. Forse è da qui che bisogna ripartire. Non dal rito, ma dalla responsabilità. Non dal passato, ma da ciò che il passato chiede al presente. Perché la memoria non è ciò che ricordiamo. È ciò che facciamo perché non accada di nuovo. Lucia Montanaro
January 27, 2026
Pressenza
Aggressione di esponenti della comunità ebraica al liceo Caravillani
Parliamo dell'aggressione squadrista subita dagli/dalle studenti e docenti del Liceo Caravillani di Monteverde da parte di uomini collegati alla attigua sinagoga (tempio Beth Michael), con cui l'istituto condivide alcuni spazi, per una megafonata di appello per le manifestazioni degli scorsi giorni e un coro Free Palestine. Dopo aver ripercorso la vicenda e raccontato quale è, oggi, l'atmosfera nella scuola di Monteverde, analizziamo le dichiarazioni di Riccardo Pacifici, del presidente della comunità ebraica di Roma e del ministro Valditara. Sentiamo uno studente e un docente della scuola.  
October 7, 2025
Radio Onda Rossa
[Ora di buco] Botte e bavaglio sulle scuole per la Palestina
La prima parte della trasmissione è dedicata all'aggressione squadrista subita dagli/dalle studenti e docenti del Liceo Caravillani di Monteverde da parte di uomini collegati alla attigua sinagoga per una megafonata di appello per le manifestazioni degli scorsi giorni e un coro Free Palestine. Sentiamo uno studente e un docente della scuola. Presentiamo poi l'incontro "Hackerare la classe. Pratiche di R-esistenze queer tra scuole e università" organizzato mercoledì 8 ottobre alle ore 18.30 dalla Libreria Antigone, presso ESC, nell'ambito del festival "Altre Utopie. Episodi dal sottobosco queer (6-12 ottobre)". Nell'ultima parte della trasmissione, con Simone Alliva, giornalista del Domani, parliamo del DDL 1627 "Disposizioni per il contrasto all'antisemitismo e per l'adozione della definizione operativa di antisemitismo", definizione che ricalca quella del International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) che equipara antisemitismo e antisionismo. Il Decreto prevede pesanti ricadute su scuola e università. Parliamo anche di altri due DDL, discussi contemporaneamente in Commissione Affari Costituzionali, l'uno a firma Romeo (Lega), l'altro a firma Scalfarotto (Italia Viva) che mirano a introdurre limitazioni al diritto di manifestare per la Palestina.
October 7, 2025
Radio Onda Rossa