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Data center in terra e nello spazio
La proliferazione incontrollata dei data center per l’intelligenza artificiale, in Italia e nel resto del mondo, sta creando grande preoccupazione per il loro insostenibile impatto ambientale: sono infrastrutture estremamente energivore, grandi consumatrici di acqua e di suolo, potenti generatrici di isole di calore, nonché in grado di degradare fortemente il territorio urbano o periurbano in cui vengono create. Esistono però dei progetti alternativi e paralleli, ancora sconosciuti al grande pubblico e credo anche ai politici nostrani, che prevedono di posizionare i data center nello spazio circumterrestre eliminando, almeno sulla carta, alcuni dei problemi succitati, come la “fame” energetica, in quanto sfrutterebbero l’inesauribile energia solare e il consumo di acqua perché il calore verrebbe disperso nel vuoto spaziale. Quindi, a una analisi superficiale, questi progetti sembrerebbero valide alternative ai Data Center “terrestri”. Ma è solo un’illusione. Fra i diversi progetti in corso di sviluppo, il più importante (e inquietante) è quello di SpaceX di Elon Musk (tanto per cambiare), denominato StarMind, che prevede il lancio in orbita fino ad 1 milione di data center. Un tale numero di satelliti orbitali non consumerebbe suolo, ma spazio orbitale, aggravando il già serio problema del sovraffollamento nelle orbite e la conseguente preoccupazione per la cosiddetta sindrome di Kessler: più oggetti si trovano in orbita, più aumenta il rischio di collisioni, le quali comportano la creazione di numerosi detriti secondari che a loro volta aumentano il rischio di collisioni… Sarebbe un processo esponenziale che oltre una certa soglia renderebbe le orbite inutilizzabili. Già oggi tutti i satelliti in orbita bassa o medio-bassa sono costretti ad effettuare parecchie manovre al giorno per evitare scontri con altri satelliti, ma non riescono a vedere i detriti di piccole o piccolissime dimensioni. Comunque, la prima generazione di Space Data Center, denominata AI1, consisterà in satelliti imponenti, 4 tonnellate di peso, struttura centrale di 30 metri di lunghezza e apertura “alare” di 75 metri con i pannelli solari dispiegati. Non si tratta di un progetto futuribile; è già in fase operativa, poiché le autorizzazioni sono già state richieste agli enti statunitensi FAA (Federal Aviation Administration, che rilascia i permessi per i lanci spaziali commerciali), FCC (Federal Communications Commission, che rilascia i permessi di occupazione delle frequenze) e NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration, che autorizza il telerilevamento spaziale). Non c’è da illudersi che tali enti mettano dei freni a questi folli progetti, come dovrebbero e come facevano, poiché Trump li ha ridimensionati e “convinti” a essere molto più elastici rispetto al passato. Inoltre è in costruzione un’apposita fabbrica in Texas, la Bastrop Gigasat Factory, per la produzione di questi satelliti. I primi prototipi sono previsti per il 2027, la produzione in serie a fine 2027 e il lancio sempre nel 2027. Non c’è ancora una data ufficiale per il dispiegamento completo di questo milione di satelliti, ma si parla dei prossimi anni. Al momento la timeline sembra essere la seguente: * 2027: lancio dei primi prototipi di test. * 2028-2030: lanci sempre più frequenti e prime applicazioni commerciali. * 2030-2037: dispiegamento completo. Per lanciare un milione di satelliti in così pochi anni, SpaceX dovrà utilizzare il suo nuovissimo e gigantesco razzo StarShip V3 interamente riutilizzabile, in avanzata fase di sviluppo, in grado di trasportare 60-80 data center per lancio (in configurazione ripiegata). Si renderanno necessari tra i 10.000 e 20.000 lanci in 10 anni (4-6 lanci al giorno per 10 anni ininterrottamente). Tutto dipenderà dall’effettiva funzionalità dimostrata dai primi prototipi. Questi data center spaziali non comunicheranno direttamente con il suolo, ma sfrutteranno la costellazione satellitare StarLink, sempre di SpaceX, che attualmente consta in circa 10.000 satelliti in orbita, con permessi già acquisiti per arrivare a 42.000. I data center orbitali avranno bisogno della prossima generazione V3, i cui permessi di lancio sono in via di acquisizione, che prevede una costellazione di ben 100.000 satelliti da 2 tonnellate e 60 metri di apertura, anch’essi lanciati da StarShip. I primi 26 prototipi sono già in orbita. Attualmente c’è una sola rampa di lancio operativa per il razzo StarShip e si trova a StarBase Boca Chica, in Texas, a brevissima distanza dal confine messicano. StarBase non è solo una base spaziale, ma grazie ai maneggi di Elon Musk è diventata un vero e proprio Comune a sé stante con tanto di sindaco, il che garantisce molta più autonomia gestionale e riservatezza. Le associazioni ambientaliste locali tentano di arginare lo strapotere di SpaceX per limitare l’impatto ambientale delle sue attività, ma è una lotta impari. Una seconda rampa è in costruzione nella stessa StarBase, altre tre lo sono a Cape Canaveral in Florida, altre due a Vandenberg in California e altre 10 lo saranno prossimamente in Louisiana, nell’oasi naturistica di Vermillion Parish. Tutte queste rampe saranno indispensabili per sostenere i ritmi di lancio previsti e probabilmente ne occorreranno delle altre. Da tenere inoltre presente che le costellazioni non saranno mai completate perché i satelliti saranno periodicamente sostituiti per obsolescenza, per guasti o per collisioni spaziali. L’inquinamento causato da tutto questo traffico spaziale sarà mostruoso. Ad ogni lancio StarShip brucia 3.650 tonnellate di ossigeno liquido e 1.600 tonnellate di metano liquido, generando 2.700-3.500 tonnellate di CO2, che diventano 3.900-15.800 a seconda del tipo di energia utilizzata per liquefare i combustibili e per far funzionare tutte le infrastrutture di terra. Equivale a 17-20 voli di linea intercontinentali andata e ritorno. Inoltre tutti questi satelliti saranno in orbita bassa o quasi bassa, e quindi, a causa dell’attrito atmosferico residuale, destinati comunque a rientrare in atmosfera nel giro di 5- 15 anni, in funzione dell’altezza dell’orbita e dell’attività solare o perché si decide semplicemente di rottamarli. Quando un satellite rientra nell’atmosfera brucia completamente (o quasi, a seconda delle sue dimensioni) nella mesosfera, tra i 50-80 km di altezza, rilasciando un finissimo particolato composto soprattutto di metalli pesanti, che resta a quelle quote perché non vi sono meccanismi naturali di rimozione. Si tratta di una nuova forma di inquinamento (già presente), ma le cui conseguenze sono del tutto ignote. Fa scuola il problema del buco dell’ozono, di cui ci si è accorti quando si era già formato. Che impatto avrà questo tipo di inquinamento con l’abnorme numero di lanci e di satelliti del futuro prossimo nessuno è in grado di dirlo. Speriamo almeno di accorgercene in tempo. Si tenga presente che dal 1957, lancio del primo satellite, lo Sputnik1, al 2017 sono stati lanciati “solo” circa 8.300 satelliti in totale da parte di tutte le nazioni del mondo messe insieme. Attualmente SpaceX, che è un’azienda privata, possiede più satelliti (circa 10.000) del totale delle nazioni del pianeta ed è in grado di condizionare le comunicazioni strategiche di Paesi sovrani, come la guerra in Ucraina ha dimostrato. Se il progetto StarMind decollerà, SpaceX avrà un monopolio di fatto sull’intelligenza artificiale e sulle comunicazioni globali, tenendo sotto scacco intere nazioni. Tutto quanto sopra riguarda SpaceX, ma molti altri soggetti stanno percorrendo la stessa strada: le Big Tech in primis (Amazon, Google, Apple, etc..) nonché la potenze statali, Cina, Russia, anche se attualmente frenata dalla guerra in Ucraina e a grande distanza anche l’Europa. Nessuno vuole rinunciare all’orgia tecnologica. Infine, un impatto molto forte si avrà nei confronti delle comunità degli astronomi e degli astrofili, i quali avranno molta difficoltà ad effettuare osservazioni di cielo profondo perché la volta celeste sarà disturbata, molto di più di quanto lo sia attualmente, dalle scie luminose di queste miriadi di satelliti. Oltre al danno, anche la beffa: potrebbe succedere che, se i data center spaziali prenderanno piede, quelli terrestri potrebbero diventare obsoleti più rapidamente di come stanno crescendo, lasciando i territori devastati da cattedrali tecnologiche abbandonate.   Ovidio Scarpulla
October 5, 2026
Pressenza
L’Europa alla conquista dell’orbita. Politica spaziale e autonomia strategica
Nel 2026 la politica spaziale europea non può più essere considerata un semplice settore della ricerca scientifica o dell’innovazione tecnologica. Lo spazio è diventato uno dei terreni centrali della competizione globale tra potenze, un’infrastruttura strategica decisiva per il controllo economico, militare e politico del pianeta. Satelliti, telecomunicazioni, sistemi di navigazione, […] L'articolo L’Europa alla conquista dell’orbita. Politica spaziale e autonomia strategica su Contropiano.
May 1, 2026
Contropiano
Sovranità satellitare
Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti […] L'articolo Sovranità satellitare su Contropiano.
April 3, 2026
Contropiano
Sovranità satellitare
Immagine in evidenza rielaborata con AI Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti russi di classe Luch-1 e Luch-2 a posizionarsi nelle vicinanze di quelli europei, con il possibile obiettivo di intercettare i dati trasmessi o, addirittura, di avviare attività che potrebbero portare al sabotaggio dei satelliti stessi. Stando a quanto riporta il quotidiano, attività di questo tipo non sono una novità. Nel nuovo contesto geopolitico, l’attenzione per la sicurezza delle infrastrutture di telecomunicazione satellitari è però cresciuta enormemente e a contribuirvi è stata sia la centralità di questi sistemi emersa nel conflitto russo-ucraino, sia le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, che hanno messo in luce la pericolosa dipendenza del vecchio continente dalle infrastrutture USA.  NON È SOLO UNA QUESTIONE DI SICUREZZA La rinnovata attenzione per il ruolo delle costellazioni satellitari in orbita intorno al pianeta non ha soltanto motivazioni legate al settore militare, e il riferimento al concetto di “guerra ibrida” nel caso delle operazioni russe lo conferma. I satelliti interessati sono infatti di tipo “dual use”, hanno cioè funzioni sia legate alle comunicazioni militari, sia a quelle civili.  Le conseguenze di un’eventuale azione di spionaggio o sabotaggio avrebbe conseguenze su entrambi i piani e non è detto che quello militare sia necessariamente il più sensibile. Oltre alla gestione delle telecomunicazioni, i satelliti forniscono infatti servizi critici anche in altri settori. I satelliti dedicati alla geolocalizzazione, per esempio, rappresentano un’infrastruttura fondamentale per la gestione del traffico aereo civile, ma non solo. Gli orologi atomici – impiegati per calcolare la posizione esatta di velivoli, battelli e semplici dispositivi commerciali come navigatori e smartphone – vengono infatti utilizzati anche da molti istituti di credito per certificare la data e ora esatta delle transazioni finanziarie. Un eventuale black out dei sistemi di localizzazione satellitare provocherebbe, quindi, anche il blocco di una parte del sistema bancario. Lo stesso vale per le reti telefoniche mobili e numerosi altri servizi. Un discorso simile vale per le reti di comunicazione satellitari, che rappresentano il principale backup delle infrastrutture terrestri. È infatti sempre il caso della guerra russo-ucraina ad aver acceso i riflettori sull’importanza di poter contare su un sistema che sia in grado di garantire le comunicazioni in caso di conflitto.  LO STATO DELL’ARTE DEL SISTEMA DI GEOLOCALIZZAZIONE Per quanto riguarda la geolocalizzazione basata su satelliti (GNSS – Global Navigation Satellite System), l’Europa può fare affidamento sulla collaudata ed efficiente costellazione Galileo, composta da oltre 24 satelliti operativi e perfettamente sovrapponibile ai sistemi statunitense (GPS), russo (GLONASS) e cinese (BeiDou). Le quattro reti sono liberamente accessibili da chiunque per usi civili e forniscono anche servizi criptati per usi governativi e militari.  In termini di sovranità, l’Europa può quindi considerarsi “coperta”. Come le costellazioni concorrenti, Galileo è in costante aggiornamento (l’ultimo lancio di satelliti è stato effettuato lo scorso 17 dicembre 2025) e può contare sulla sinergia con EGNOS (European Geostationary Navigation Overlay Service). Quest’ultimo è un sistema basato su satelliti geostazionari che fornisce un servizio di correzione dei dati per sistemi come Galileo e GPS, assicurando una maggiore precisione.  A differenza delle controparti statunitensi, russe e cinesi, Galileo è gestito da un soggetto civile: l’Agenzia per il Programma Spaziale Europeo (EUSPA). Lo sviluppo e l’ingegnerizzazione dei satelliti è invece affidato all’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Sotto questo aspetto, i paesi europei possono quindi dormire sonni relativamente tranquilli. Anche nell’ipotesi di un’eventuale balcanizzazione dei servizi legata a conflitti o tensioni geopolitiche, il vecchio continente avrebbe comunque a disposizione un GNSS autonomo e affidabile. Ulteriore tassello è quello della sovranità tecnologica che caratterizza il progetto. Sotto l’aspetto della componentistica hardware, software e di integrazione, l’Europa riveste infatti un ruolo di primo piano con una partecipazione al mercato GNSS del 25%, seconda solo a quella degli Stati Uniti (30%). Nella progettazione e produzione dei satelliti della costellazione Galileo, ESA si allinea al concetto di European first, ricorrendo cioè a tecnologie per quanto possibile “nostrane”. IL TASTO DOLENTE DELLE COMUNICAZIONI STRATEGICHE Dove l’Europa sconta un ritardo importante è nel settore delle comunicazioni satellitari. Parlare di un vero e proprio “sistema satellitare europeo” in senso stretto, a oggi, rischia addirittura di essere fuorviante. Le costellazioni che fanno riferimento all’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sono solo il già citato Galileo e Copernicus, dedicato all’osservazione del pianeta con obiettivi scientifici. Per il settore delle comunicazioni, i governi europei fanno invece affidamento su progetti nazionali o cooperazioni che coinvolgono altre nazioni del vecchio continente, ma non tutta l’Unione Europea. Soprattutto nel settore della difesa, per il momento vige una forma di “autarchia” con satelliti prodotti e gestiti dai singoli paesi e che vede tra i più attivi Francia, Germania, Italia e Spagna. Le cose, però, potrebbero cambiare rapidamente. L’iniziativa che mira a unificare questo quadro frammentato è GOVSATCOM, un progetto avviato nel 2026 e che ha l’obiettivo di “mettere in rete” i satelliti esistenti, aprendo l’accesso ai servizi di comunicazione a tutti i paesi europei. L’operazione dovrebbe coinvolgere la rete Syracuse francese, l’italiana SICRAL e la spagnola Spainsat NG. Si tratta però di satelliti in orbita geostazionaria a quota elevata (GEO), che permettono di ottenere una grande copertura ma scontano limiti a livello di banda e di latenza.  Insomma: questo tipo di reti può permettere di sostenere comunicazioni governative e in situazioni di emergenza come guerre o calamità naturali, ma non può rappresentare un’alternativa credibile come backup delle strutture terrestri. Anche il prossimo lancio dei due satelliti SICRAL 3, affidato a una partnership italo-francese, non cambierà di molto la situazione.  La nuova frontiera è infatti quella delle costellazioni satellitari Low Earth Orbit (LEO) sul modello di Starlink, che detiene un’indiscussa supremazia nel settore con 9.800 satelliti. L’unica considerabile come “europea” è OneWeb, rete controllata dalla francese Eutelsat, che conta circa 600 satelliti a bassa orbita. Non è un caso che, come ha riportato l’Espresso nel gennaio 2025, l’ambasciata italiana a Teheran abbia utilizzato Starlink per garantirsi l’accesso a Internet aggirando le restrizioni messe in atto dal governo iraniano alla vigilia dell’attacco israeliano-statunitense.  Il cambio di passo per l’Europa nel settore dovrebbe avvenire con Iris2, la rete satellitare la cui operatività era stata originariamente programmata per il 2030 e alla quale l’Unione ha recentemente impresso un’accelerazione.  COME L’UE STA PREPARANDO IL TERRENO PER IRIS2 Nonostante il ritardo rispetto ad altri progetti del genere, Iris2 promette di offrire una rete di comunicazione indipendente e, soprattutto, tecnologicamente avanzata. Il progetto, nella sua ultima evoluzione, ha imboccato con decisione la via della sovranità tecnologica. Prevede infatti l’utilizzo di tecnologie e componenti di produzione esclusivamente europea, con investimenti a bilancio di 2,4 miliardi di euro. Altri capitali, nelle intenzioni della Commissione, dovrebbero arrivare dalle partnership con soggetti privati. Dal punto di vista tecnologico, prevede l’implementazione di crittografia di nuova generazione e, in particolare, l’integrazione con una rete di comunicazione a uso governativo denominata Euro QCI, che sfrutta sistemi basati sulla fisica quantistica. La tecnologia alla base del sistema è la Quantum Key Distribution (QKD), sviluppata attraverso il progetto OPENQKD.  I 290 satelliti che comporranno Iris2 non avranno però un uso solo a scopo governativo o militare. Il progetto prevede infatti di fornire anche la connettività necessaria in ambiti commerciali come i trasporti, l’energia, il settore bancario, le attività industriali offshore, l’erogazione di servizi sanitari a distanza e la connettività rurale. La copertura prevista comprende l’Europa, la regione artica e l’Africa. In sostanza, Iris2 rappresenterebbe un’infrastruttura in grado di garantire l’indipendenza di tutte quelle attività “critiche” per i membri dell’Unione e non solo. Ai membri UE si aggiungerà infatti probabilmente anche la Norvegia, già coinvolta in altri programmi dell’ESA come Galileo e Copernicus. L'articolo Sovranità satellitare proviene da Guerre di Rete.
March 27, 2026
Guerre di Rete
I satelliti cinesi sull’Asia occidentale: uno scudo silenzioso per l’Iran
Quando MizarVision iniziò a pubblicare immagini satellitari del rafforzamento delle forze statunitensi nel Golfo Persico e in Giordania prima della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, la rete reagì immediatamente. Le fotografie circolarono ampiamente perché rivelavano qualcosa che gli operatori occidentali avevano accuratamente […] L'articolo I satelliti cinesi sull’Asia occidentale: uno scudo silenzioso per l’Iran su Contropiano.
March 6, 2026
Contropiano
[Impatto - voci contro le nocività] L'IMPATTO ambientale delle missioni satellitari sullo strato di Ozono
Chiacchieriamo in lungo e in largo con un compagno edotto di dinamiche dell'atmosfera e missioni satellitari sull'impatto ambientale che potrebbe avere l'aumento vertiginoso dei lanci orbitali di satelliti per le telecomunicazioni. Si parla di un aumento dai circa 100 lanci del 2019 ai 258 del 2024, per una stima di circa 800 lanci annuali entro i prossimi 5 anni. Tutto questo chiaramente legato al sempre maggiore giro di affari della tecnologia (dual use civile e militare) legata ai servizi per l'accesso alla rete internet.  Questa nuova tendenza è chiaramente iniziata con la creazione della flotta satellitare Starlink, ma molte altre reti simili verranno lanciate da molti altri attori civili, militari, statali e privati. L'impatto ambientale è legato all'uso di propellenti solidi per i razzi che immettono in alta atmosfera enormi quantità di cloro e alluminio, veri e propri killer della sottile e delicata fascia di ozono che potrebbe arrivare a diminuire fra il 0.17% e lo 0.29% annualmente, con enormi impatti sulla salute di tutti gli esseri viventi del pianeta.
November 24, 2025
Radio Onda Rossa
Che cos’è il Golden Dome, lo scudo spaziale di Donald Trump
Raggi laser sparati dai satelliti. E altri satelliti “sentinella” a sorvegliare il cielo statunitense, oltre a batterie antimissile in allerta 24 ore su 24. Il Golden Dome Shield – la “Cupola d’oro” di Donald Trump — sarà una rivoluzione per la Difesa a stelle e strisce. E potrebbe anche sancire […] L'articolo Che cos’è il Golden Dome, lo scudo spaziale di Donald Trump su Contropiano.
September 30, 2025
Contropiano