Tag - mondi

Cile: il ritorno dell’ordine. Kast, la destra radicale e la fine di un ciclo
DOMENICA 14 DICEMBRE IL BALLOTTAGGIO DELLE PRESIDENZIALI TRA UN ORFANO DI PINOCHET E LA COMUNISTA JEANNETTE JARA. I SONDAGGI SCOMMETTONO SU UNA VITTORIA DELLE DESTRE Il Cile chiude l’anno con un ballottaggio presidenziale che segna uno spartiacque politico e simbolico. Da un lato Jeannette Jara, candidata del Partito Comunista, espressione del governo uscente di Gabriel Boric e di una coalizione progressista ormai sulla difensiva; dall’altro José Antonio Kast, leader dell’estrema destra pinochetista, oggi più vicino che mai alla presidenza della Repubblica. Il primo turno del 16 novembre ha restituito un quadro frammentato ma chiaramente sbilanciato: Jara ha ottenuto il 26,9% dei voti, Kast il 23,9%, mentre il vero elemento di rottura è stato il terzo posto del populista digitale Franco Parisi, capace di raccogliere il 19,7% e di intercettare un elettorato volatile, antipolitico e scarsamente fidelizzato. Nel loro insieme, le destre cilene hanno superato abbondantemente il 50% dei consensi, arrivando — secondo diverse stime — a sfiorare il 60% se si considerano anche ampie porzioni dell’elettorato di Parisi. Un dato senza precedenti dalla fine della dittatura, che segnala un mutamento profondo nei rapporti di forza politici e sociali. Johannes Kaiser, esponente della destra libertaria e ancora più radicale di Kast, ha garantito fin da subito il proprio sostegno al candidato del Partito Repubblicano; Evelyn Matthei, figura storica della destra tradizionale, lo ha fatto formalmente, pur senza poter controllare del tutto un elettorato moderato oggi diviso, disilluso e attraversato da pulsioni contraddittorie. Proprio il voto moderato rappresenta una delle incognite principali del ballottaggio. Da un lato vi sono settori centristi con un certo radicamento politico, dall’altro una massa di elettori disancorati dai partiti, giovani o impoveriti, che guardano con sospetto a qualsiasi proposta istituzionale. Ciò che li accomuna è una valutazione fortemente negativa del governo Boric. In questo contesto, appare improbabile che una quota significativa di questi voti confluisca su Jara; più realistico è invece un aumento del voto nullo o bianco, favorito dalla polarizzazione dello scontro e dalla sensazione diffusa che nessuna delle due opzioni risponda pienamente alle proprie aspettative. La campagna di Kast ha puntato con decisione su un asse tematico preciso: sicurezza, ordine, controllo delle frontiere, espulsione dei migranti irregolari. Un discorso semplice, martellante, che intercetta una percezione di insicurezza ampiamente diffusa e spesso sproporzionata rispetto ai dati reali sulla criminalità, ma efficacemente amplificata dal sistema mediatico. Jara, al contrario, ha insistito su un’agenda sociale fatta di riforma delle pensioni, aumento del salario minimo, tutela del lavoro e rafforzamento dello Stato sociale, rivendicando i risultati ottenuti come ministra del Lavoro. Una proposta coerente, ma penalizzata dall’usura del governo e da un clima politico in cui la sicurezza ha soppiantato quasi ogni altro tema. Al di là dell’esito immediato, la posta in gioco è molto più ampia. Una vittoria di Kast segnerebbe la prima affermazione democratica dell’ultradestra nella storia cilena, rafforzando un asse conservatore regionale che va da Milei a Bukele e producendo effetti potenzialmente dirompenti su diritti civili, politiche migratorie e ruolo dello Stato. Un’eventuale sconfitta dignitosa di Jara, al contrario, potrebbe consentirle di accreditarsi come figura centrale dell’opposizione e riaprire il dibattito sulla leadership futura del campo progressista, oggi frammentato e privo di una direzione chiara. Questa elezione misura anche l’emergere di un nuovo clivaggio politico. Per decenni, la linea di frattura fondamentale in Cile è stata quella tra sostenitori e oppositori della dittatura di Pinochet, il celebre “Sí/No” del referendum del 1988. Oggi, quel clivaggio sembra lasciare il posto a un altro: “Apruebo/Rechazo”, legato al processo costituente e al plebiscito del 2022. Se confermato, ciò segnerebbe la fine del ciclo dei grandi racconti trasformativi aperto dalla rivolta del 2019 e l’ingresso in una fase più disincantata, dominata da una coalizione eterogenea di destra tradizionale, elettori obbligati e votanti antipolitici. In questo quadro si inserisce la figura di José Antonio Kast, spesso descritto come un candidato che avrebbe abbandonato l’“agenda culturale” per concentrarsi su temi più redditizi elettoralmente. Ma questa lettura appare superficiale. Richiamandosi al concetto gramsciano di battaglia culturale, è evidente che la cultura non si esaurisce nei temi etici: riguarda piuttosto la lotta per il controllo del senso comune, dei quadri interpretativi della realtà, delle istituzioni che producono consenso. In questo terreno, la destra cilena dispone di un apparato solido e ben finanziato: think tank, fondazioni, media concentrati in poche mani, capaci di orientare il dibattito pubblico e di fissarne le priorità. Oggi, questa battaglia culturale assume sempre più i contorni di una battaglia per la verità. La frammentazione dell’informazione, le bolle algoritmiche e l’economia dell’attenzione favoriscono la relativizzazione dei fatti e la diffusione di narrazioni emotive. Kast ha fatto ampio uso di dati falsi o fuorvianti, ha contraddetto il proprio programma e ha evitato di spiegare nodi centrali come i drastici tagli alla spesa pubblica promessi in campagna. La sua traiettoria politica, segnata dalla difesa esplicita della dittatura e dalla messa in discussione di crimini accertati del regime, mostra che per lui la verità è un terreno di scontro, non un limite. Il libro Kast. La ultraderecha a la chilena aiuta a comprendere questa continuità. Kast non è un outsider improvvisato: proviene dalla destra conservatrice storica, affonda le sue radici nel gremialismo cattolico e nel pinochetismo, e ha costruito con pazienza una nuova destra “senza complessi”, orgogliosa dei propri legami autoritari. Dopo aver lasciato l’UDI, ha progressivamente subordinato la destra tradizionale, accusandola di essere “politicamente corretta” e costringendola a inseguirlo su sicurezza, ordine e rifiuto delle riforme socioculturali. Un pilastro della sua identità è l’antifemminismo, insieme alla delegittimazione della rivolta del 2019 e del processo costituente, descritti come pura violenza e criminalità. Sostenuto da leader internazionali dell’estrema destra, Kast è riuscito a unificare correnti reazionarie diverse — evangelici, nostalgici della dittatura, libertari, nazionalisti — aprendo uno spazio politico che ha radicalizzato l’intera offerta di destra. In questo campo, ciò che conta non è tanto la coerenza programmatica quanto il senso di appartenenza identitaria e la contrapposizione a un nemico comune. Qualunque sia il risultato del ballottaggio, una cosa appare ormai chiara: il Cile è entrato in una nuova fase politica. Il ciclo aperto dalla rivolta sociale e dal processo costituente si è chiuso senza aver prodotto un nuovo consenso egemonico. Al suo posto emerge un ordine incerto, segnato dalla paura, dalla disillusione e dal ritorno di forze che rivendicano apertamente autorità, disciplina e gerarchia. È in questo vuoto che José Antonio Kast ha costruito la propria forza. Ed è da questo vuoto che la sinistra cilena, se vorrà tornare a essere rilevante, dovrà ripartire. The post Cile: il ritorno dell’ordine. Kast, la destra radicale e la fine di un ciclo first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Cile: il ritorno dell’ordine. Kast, la destra radicale e la fine di un ciclo sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Presidenziali in Cile, l’incognita “gentista” sul ballottaggio
CHE FARÀ QUEL QUASI IL 20% CHE AL PRIMO TURNO HA VOTATO FRANCO PARISI, LEADER DEL PARTIDO DE LA GENTE, “NÉ FASCISTA NÉ COMUNISTA”? François Bougon per Mediapart Con oltre 2,5 milioni di voti, pari a quasi il 20% dei suffragi, e un terzo posto, l’economista Franco Parisi ha costituito la sorpresa del primo turno delle presidenziali cilene, il 16 novembre. In vista del secondo turno, il 14 dicembre, al quale non sarà presente, il comportamento del suo elettorato rappresenta una grande incognita. Coloro che lo hanno scelto al primo turno sono infatti al centro dell’attenzione dei candidati in lizza: la comunista Jeannette Jara, rappresentante della coalizione di sinistra al potere, e José Antonio Kast, che incarna un’estrema destra nostalgica della dittatura di Pinochet. Al termine di una consultazione digitale alla fine di novembre, i membri del partito di Parisi, il Partido de la Gente (PDG), hanno deciso di non scegliere, optando per il voto bianco o nullo al 78% (il 20% si è dichiarato a favore di Kast e il 2% a favore di Jara). Il risultato del fondatore del PDG ha dimostrato, ancora una volta, il fallimento degli istituti di sondaggio. Mentre questo economista, che ha condotto una campagna elettorale all’insegna del cambiamento e dell’antisistema con uno slogan semplice, «Ni facho ni coco» («Ni facho, ni communacho»), durante la campagna elettorale affermava che avrebbe raggiunto il 20%, ma i sondaggisti lo collocavano molto indietro rispetto ad altri candidati di destra e di estrema destra, come Evelyn Matthei e Johannes Kaiser, che alla fine ha superato. Franco Parisi, 58 anni, ha ritrovato la stessa posizione delle precedenti elezioni presidenziali del 2021, durante le quali aveva già creato sorpresa ottenendo oltre il 12% dei voti, poco dopo la creazione del suo partito. Perseguito per mancato pagamento degli alimenti ai figli, aveva condotto la campagna dagli Stati Uniti. Questa volta era presente in Cile per la campagna. Si è fatto conoscere inizialmente in televisione come economista di turno, proponendosi di spiegare l’economia alla “gente” e dispensando consigli sugli investimenti. Nel 2011, insieme al fratello Antonino, ha lanciato un programma radiofonico e televisivo intitolato “Los Parisi: el poder de la gente” (“I Parisi: il potere della gente”). Poi si è progressivamente affermato nel panorama politico, dalla sua prima candidatura alle elezioni presidenziali del 2013 come indipendente. Allora si era classificato quarto, con il 10% dei voti. UN DISCORSO ANTISISTEMA Quest’anno Franco Parisi è arrivato primo nelle regioni minerarie del nord del Paese. Si rivolge alle classi medie e critica aspramente le élite economiche e politiche al potere, ritenendole responsabili delle terribili disuguaglianze che affliggono questo Paese sudamericano eppure ricco di risorse naturali. Afferma inoltre di non avere un’ideologia, da cui deriva la diversità dei candidati del suo partito, e fa ampio ricorso ai social network per diffondere il suo messaggio. Per Rossana Carrasco, politologa presso l’Università Pontificia Cattolica e editorialista regolare dell’edizione cilena di Le Monde diplomatique, il «fenomeno Parisi» fa parte di un processo di ricomposizione della politica cilena. La destra tradizionale è in piena disfatta (12,46% per Evelyn Matthei) ed è stata superata dall’estrema destra (quasi il 38% tenendo conto dei voti per il libertario Johannes Kayser e per José Antonio Kast), che, spiega a Mediapart, « ha capitalizzato le frustrazioni e le paure con un discorso semplice, identitario e privo di complessità ». Il centro-sinistra, dal canto suo, ha iniziato a riconfigurarsi, secondo lei, dopo essere stato frammentato per anni, anche se non ottiene un punteggio elevato: «Oggi vediamo un blocco che si sta riformando, che ritrova un certo ordine dopo la dispersione post-rivolte e i processi costituzionali. È un segnale importante che dimostra che questo settore può avere nuovamente un progetto comune e riconoscibile”, afferma. In questo contesto, Parisi appare “come un’espressione quasi perfetta del malcontento sociale”, continua. “Il suo risultato – scollegato da proposte concrete e senza presenza territoriale – dimostra quanto sia profondo il disincanto. È un sintomo del malessere e della depoliticizzazione», sintetizza. UNA PRESENZA FORTE AL NORD DEL CILE Intervistato dal sito Nueva Sociedad, il ricercatore Aldo Mascareño, del Centro di Studi Pubblici (Centro de Estudios Públicos, CEP), un laboratorio di idee liberale, sottolinea che «gli elettori di Parisi si trovano principalmente nelle periferie dei centri urbani». «Non vivono nei centri cittadini, ma piuttosto nelle zone periferiche e nei villaggi remoti, come quelli situati al confine con la Bolivia e il Perù», aggiunge il coautore di un’indagine sul Partito della Gente condotta nel 2022. È in questa zona che arrivano i migranti dal Venezuela, oggi al centro della campagna elettorale. José Antonio Kast ha quindi invitato coloro che si trovano senza documenti – circa 337.000 persone, secondo i dati ufficiali – a lasciare il Cile entro l’11 marzo, data della sua entrata in carica se vincerà le elezioni presidenziali. «Se non lo faranno, una volta identificati […], saranno espulsi», ha dichiarato Kast durante un dibattito mercoledì 3 dicembre. Jeannette Jara, dal canto suo, denuncia lo strumentalizzazione dell’immigrazione da parte del suo rivale. Tuttavia, si oppone a qualsiasi regolarizzazione e desidera controllare meglio gli ingressi irregolari nel Paese e censire le persone senza documenti, per identificare quelle con precedenti penali. Sia Kast che Jara hanno in programma di recarsi nelle regioni settentrionali, dove Parisi ha prevalso. Hanno anche dichiarato di voler riprendere alcune delle proposte di Franco Parisi. La candidata di sinistra, La candidata di sinistra, che ha una base elettorale meno ampia rispetto a Kast, ha detto che vuole limitare lo stipendio dei funzionari della presidenza della Repubblica e togliere l’IVA sui farmaci. «Come propone Parisi, elimineremo l’IVA sui farmaci. Perché quando le idee sono buone, devono essere applicate», ha affermato in un video in cui confronta il prezzo di un farmaco in Cile e in Francia, dove costa sei volte meno. Prima dell’organizzazione del voto dei membri del Partido de la Gente, una delle sue figure di spicco, l’ex giornalista Pamela Jiles, aveva tuttavia invitato a non scegliere tra Jara e Kast, mentre il partito aveva preso le parti di quest’ultimo nel 2021. “Non siamo né con l’oligarchia di destra né con quella di sinistra, che ci hanno mentito e derubato per molti anni”, ha dichiarato alla radio cilena. UN ELETTORATO «DISPERSO» Pamela Jiles è stata ascoltata dalla base. Per lei, questa decisione permette di «creare un evento politico», perché costringerà il futuro governo, sia esso di estrema destra o di sinistra, a «tenerne conto nella sua analisi». Dall’Italia, dove ora risiede, il fratello di Franco, Antonino Parisi, ha fatto scalpore spiegando che avrebbe votato per Jara, denunciando l’“avarizia” e la “corruzione” della destra e dell’estrema destra. E ha contraddetto la maggior parte delle analisi prevedendo una vittoria della sinistra il 14 dicembre. Secondo lui, un Paese così diseguale come il Cile non avrebbe potuto votare per la destra e l’estrema destra. In ogni caso, se il PDG riuscirà a mantenere la sua unità – cosa che non era avvenuta nella precedente legislatura, quando il partito era finito per scomparire completamente dal Congresso dopo l’abbandono dei suoi sei eletti a causa di conflitti interni –, avrà un ruolo importante con i suoi quattordici deputati in un Parlamento estremamente frammentato. Rossana Carrasco, politologa dell’Università Pontificia Cattolica, relativizza tuttavia la sua influenza. Ritiene che Parisi sia un «fenomeno numerico ed episodico: è presente alle elezioni, ma non si occupa della gestione quotidiana della politica, né dell’elaborazione di un progetto». Quanto al suo elettorato, sottolinea, «è profondamente eterogeneo, depoliticizzato e, soprattutto, non strutturato». «Non risponde né a un progetto né a una leadership: è un gruppo disperso di persone che hanno votato per frustrazione piuttosto che per sostegno», continua. È difficile «trasferire» un voto che non è mai stato veramente unificante». Pamela Jiles ha spiegato che se Kast fosse eletto, gli avrebbe reso «la vita difficile». «Il PDG non è d’accordo né con Jara né con Kast», ha affermato. «Offriremo una collaborazione critica, molto critica. Nessuno può contare su questi quattordici voti, tranne il popolo». «Ascolteremo tutti coloro che devono essere ascoltati, prestando particolare attenzione alla gente comune, perché questa è stata la vittoria degli anonimi, dei disprezzati, di coloro che nessuno ascolta», spiega. Con l’idea anche di preparare le prossime elezioni presidenziali, nel 2029, e di vedere Franco Parisi entrare a La Moneda, sede della presidenza a Santiago, nel 2030. The post Presidenziali in Cile, l’incognita “gentista” sul ballottaggio first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Presidenziali in Cile, l’incognita “gentista” sul ballottaggio sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Ecuador, il senso di 4 No
MA LE ÉLITE DEL POTERE CONSERVANO ANCORA IL DOMINIO E NON RINUNCERANNO A RIPRODURLO NEL LUNGO TERMINE Juan J. Paz y Miño Cepeda da Historia y Presente, 17/11/2025  Il referendum del 16 novembre 2025 ha significato un colpo politico inatteso per il governo di Daniel Noboa. Nonostante il forte sostegno dei principali media e della campagna governativa, il NO ha trionfato in tutte e quattro le domande, in particolare nelle due più sensibili: l’autorizzazione a stabilire “basi militari straniere” e la convocazione di un'”Assemblea Costituente”. La cittadinanza ha respinto sia la possibilità di approfondire gli accordi militari con gli Stati Uniti — che implicano la presenza di personale straniero e sollevano interrogativi sulla sovranità — sia il tentativo di aprire un processo costituente che, secondo ampi settori sociali, mirava a smantellare la Costituzione del 2008 e favorire interessi oligarchici e privatizzatori. Il blocco progressista, i movimenti sociali e indigeni e diverse organizzazioni civiche sono riusciti ad articolare una campagna creativa ed efficace sui social network, evidenziando il retroscena neoliberale del progetto governativo ed esponendo i rischi politici ed economici di modificare la Carta Costituzionale per adeguarla ai gruppi di potere. Il risultato riflette un rifiuto della cittadinanza alla concentrazione del potere esecutivo e alle pratiche legislative promosse dalla maggioranza, percepite come una “dittatura del voto”. Allo stesso modo, segna un limite alla criminalizzazione della protesta e alle politiche di “guerra interna”, il che costituisce un richiamo all’attenzione per le forze armate e la polizia. Sebbene la vittoria del NO rappresenti una sconfitta significativa per Noboa e per l’imprenditoria che sostiene la sua agenda, il panorama politico rimane teso. Le élite, con il sostegno internazionale, non rinunceranno ai loro obiettivi. La sfida immediata delle forze progressiste sarà mantenere l’unità dimostrata per sostenere la difesa della Costituzione del 2008 e aprire una strada che consenta di recuperare la democrazia, la sovranità e i diritti sociali in Ecuador. Il governo di Daniel Noboa ha indetto la consultazione e il referendum per il 16 novembre (2025), su quattro domande identificate con le lettere: A. per consentire l’istituzione di “basi militari straniere o installazioni straniere con scopi militari, e di cedere basi militari nazionali a forze armate o di sicurezza straniere”; B. eliminare “l’obbligo dello Stato di assegnare risorse dal Bilancio Generale dello Stato alle organizzazioni politiche”; C. “ridurre il numero di assemblearisti”; e, D. convocare un'”Assemblea Costituente” per “elaborare una nuova Costituzione”. Ogni domanda contiene allegati esplicativi della sua portata, che non sembra siano stati letti da buona parte della cittadinanza. La polarizzazione che vive il Paese ha allineato i principali media (e altri) agli interessi politici del governo e di ADN (Azione Democratica Nazionale), il partito di Noboa, sostenendo la sua campagna, che si è estesa ai social network. All’altro estremo sono confluiti la Rivoluzione Cittadina (il partito del “correismo”), tutte le organizzazioni di sinistra e i movimenti sociali, in particolare quello indigeno (represso come “terrorista” appena un mese prima durante lo “sciopero nazionale”) e quello dei lavoratori, sostenuti da ampi strati della classe media, che hanno postulato un NO radicale a tutte le domande. Privi di spazio nei grandi media, la loro posizione è stata diffusa sui social network, con enorme creatività, al punto da mettere in evidenza, mediante analisi e video, le intenzioni dell'”establishment” di ottenere una Costituzione che si adattasse agli interessi privati. In questo scontro, che esprime l’evidente lotta di classe (Marx) che agita il Paese, ci sono innumerevoli retroscena storici. Esiste una tradizionale reazione culturale contro l’astratta “classe politica”, coltivata in quattro decenni di democrazia rappresentativa. Sebbene la Costituzione del 1979 abbia istituzionalizzato il primo sistema di partiti regolamentato dalla legge, con il tempo queste basi sono state snaturate. Si sono diffuse i “cambi di casacca”, la “compravendita di voti”, è tornato il caudillismo populista, sono apparsi partiti semplicemente congiunturali e senza progetti nazionali, politici opportunisti di ogni tipo, tra cui persone incapaci di articolare proposte che rispondano alle necessità del “popolo”, ecc. Il Legislativo è stato il centro di questo “discredito” durato anni, al quale, attualmente, ha contribuito ADN e i suoi alleati, imponendo nell’Assemblea Nazionale una vera e propria “dittatura del voto”, approvando ogni legge proposta dall’Esecutivo nonostante diverse siano state osservate come incostituzionali dalla rispettiva Corte Costituzionale; subordinando le azioni del Legislativo alle politiche e direttive dell’Esecutivo; impedendo la verifica politica e persino interrompendo l’intervento degli assemblearisti dell'”opposizione”. Sembrava quindi comprensibile che la popolazione si inclinasse a votare SÌ per le domande B e C. Tuttavia, questo non è avvenuto: il NO ha prevalso in entrambe le domande a livello nazionale (B=58%; C=53%), fatta eccezione per 7 province (il SÌ in 1 o 2 domande) delle 24 che ha il Paese. Per il blocco sociale opposto al governo, è stato vitale ottenere il voto totale per il NO, sebbene si sia posta enfasi nella campagna contro le domande A e D che, senza dubbio, riflettono l’interesse del governo a continuare azioni che stava già eseguendo, nonostante i divieti costituzionali al riguardo. In effetti, come ha ben studiato il professor Luis Córdova-Alarcón, l’Ecuador ha accordi di cooperazione con gli Stati Uniti che coinvolgono la presenza di “basi” e di militari stranieri nel Paese. Naturalmente, non è possibile pretendere che tutta la cittadinanza sia informata su un tema complesso, le cui fonti ufficiali sono accessibili ai ricercatori di questi temi. Ma, in sintesi, l’Ecuador ha stipulato diversi impegni e accordi con gli Stati Uniti, iniziati con il Memorandum of Understanding MOU (luglio/2023); seguiti dagli accordi SOFA (27/09/2023) sulla presenza temporanea di personale militare/civile degli Stati Uniti, con privilegio diplomatico, tributario e libera mobilità; sull’Intercettazione Aerea (agosto/2023 e gennaio/2024); lo Shiprider (settembre/2023), sulle operazioni marittime contro attività criminali; e la recente proposta diplomatica di “Paese Terzo Sicuro” (Homeland Security, luglio/2025), per “garantire il trasferimento dignitoso, sicuro e tempestivo dagli Stati Uniti all’Ecuador ai cittadini di paesi terzi presenti negli Stati Uniti, che possono richiedere protezione internazionale contro il ritorno al loro paese di origine o paese di residenza abituale precedente”. Si tratta di un’esperienza nuova sul piano internazionale e seriamente messa in discussione. L’Italia, per esempio, ha raggiunto un accordo con l’Albania, che ha suscitato preoccupazione politica e tra i difensori dei diritti umani. In definitiva, consiste nello stabilire una “base” di accoglienza per i migranti che richiedono asilo negli Stati Uniti, ma che vengono trasferiti in Ecuador, con il pretesto di esaminare la loro situazione. Come funzionerà? Dove? Con quali risorse verranno mantenute queste persone? Esistono esperienze di altri “centri” in America Latina, che non fanno che dare ragione a chi difende i diritti umani contro questa specie di “campi di concentramento”. Ovviamente questo tipo di accordi militari è stato respinto dalle forze sociali contrarie a queste politiche del governo Noboa, considerando che violano la Costituzione del 2008 (che li proibisce) e attentano alla sovranità nazionale. Di conseguenza, la domanda A è strettamente correlata alla domanda D. Il governo, senza dubbio, ma dietro di lui i grandi gruppi economici dell’imprenditoria ecuadoriana, che oggi hanno definito chiare caratteristiche oligarchiche e oligopolistiche, hanno obiettivi neoliberali che risalgono ai decenni degli anni ’80 e ’90, ma su basi del pensiero imprenditoriale degli anni ’20 e ’30, come ho sottolineato in diversi articoli. In termini sociologici, questa “borghesia” ecuadoriana, è priva di visione nazionale, senso dello sviluppo con benessere sociale e visione patriottica. Pensano solo ai loro affari. Pertanto, questa borghesia è interessata a spazzare via la Costituzione del 2008, che ostacola la sua voracità privatizzatrice e il suo desiderio di accumulazione senza curarsi dei diritti sociali, comunitari, lavorativi o ambientali, conquistati in giornate durate decenni. Non sono mancati i portavoce dell’oligarchia neoliberale ecuadoriana che hanno postulato un ritorno alla Costituzione del 1998 che, come ho analizzato, sebbene in materia di diritti abbia fatto progressi concettuali, in materia economica ha consacrato il neoliberismo creolo. Le forze progressiste dell’Ecuador sono riuscite a unificare idee, argomenti e strumenti nei social network cittadini, per difendere la Costituzione del 2008 e impedire che una nuova Carta del Paese esprima unicamente gli interessi economici dell’oligarchia imprenditoriale, che ha cercato di rafforzare la seconda epoca plutocratica che vive il Paese dal 2017. Con un’inettitudine ineguagliabile, i denigratori di questa Carta hanno formulato argomenti che rasentano la stupidità, cercando di collegarla esclusivamente al “correismo” e persino al “chavismo”, inventando che la Costituzione garantisca i delinquenti, segnalando che impedisce lo sviluppo economico perché attenta contro l’impresa privata e cerca il “socialismo del XXI secolo” e, infine, insinuando che gli elettori del NO sarebbero allineati con il narcotraffico. In ogni occasione di dibattito, intervista o polemica, coloro che hanno partecipato ai media per sostenere simili fantasie sono stati sbaragliati da accademici, professori e politici progressisti. Pertanto, i risultati elettorali dimostrano che i settori progressisti sono riusciti a convincere la cittadinanza dei pericoli racchiusi nelle due domande cruciali della consultazione/referendum. Con dati ufficiali del CNE (ore 7 di oggi) ha prevalso il NO nella domanda A (basi militari) con il 60,65% e nella domanda D (assemblea costituente) con il 61,65% per il NO. L’unica provincia che ha votato SÌ in tutte e quattro le domande è Tungurahua. Ma è degno di nota che il SÌ trionfi anche in tutte le regioni all’estero, il che ha sollevato dubbi sulla trasparenza del controllo dell’esercizio elettorale. La sensibilità nazionale espressa nelle domande sulle basi militari e sull’assemblea costituente ha significato il primo grande colpo al governo Noboa e al blocco di potere oligarchico e persino un “pestaggio” in province come Imbabura, Manabí, Orellana e Sucumbíos. Ma esprime, inoltre, un richiamo all’attenzione per le forze armate e la polizia, poiché il Paese, in ultima istanza, ha messo in discussione gli accordi militari che ledono la Costituzione e, soprattutto, la sovranità nazionale. È anche evidente la reazione contro una “guerra interna” in cui i settori popolari, le organizzazioni sociali, il “correismo” e ogni attore o forza progressista che protesta e critica il regime, può essere “indagato” e corre il rischio di essere collegato al “terrorismo” o alla criminalità organizzata, diventando vittima ingiustificata, in un clima di paura e impunità. Pronunciarsi a favore della Costituzione del 2008, fa crollare ogni tentativo di collegarla alla criminalità organizzata. E se è un “intralcio” per quell’imprenditoria privata che ha persistito nell’imporre il suo dominio economico, il pronunciamento nella consultazione/referendum è un mandato affinché impari a sottomettersi ai principi sociali e costituzionali della vita nazionale. Infine, il processo vissuto in Ecuador non sembra garantire una via di democrazia e pace, con rispetto della Costituzione e delle leggi. Nella polarizzazione del Paese, le élite del potere conservano ancora il dominio e non rinunceranno a riprodurlo nel lungo termine, spazzando via ogni ostacolo. Non contano solo sulle destre interne, ma anche sull’internazionale di destra latinoamericana e, soprattutto, sul sostegno degli Stati Uniti, interessati all’allineamento al monroismo geostrategico, per impedire il mondo multipolare e l’ascesa di Cina, Russia e BRICS, in cui l’Ecuador di oggi è un grande alleato e nella stessa linea parallela all’Argentina dei “libertari”, con posizioni diverse da quelle portate avanti dai governi di Colombia e Venezuela, minacciati dal governo Trump. Pertanto, le forze progressiste hanno la sfida di mantenere e potenziare l’unità di criteri dimostrata durante il processo di consultazione/referendum, al fine di creare una base cittadina e popolare capace di invertire il cammino della storia recente dell’Ecuador. Juan J. Paz y Miño Cepeda appartiene all'Associazione degli Storici dell'Ecuador The post Ecuador, il senso di 4 No first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Ecuador, il senso di 4 No sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Cile, Isabel Allende smentisce l’appoggio al candidato delle destre
PRESIDENZIALI IN CILE: LA SCRITTRICE INVESTITA DA UNA FAKE NEWS. KAST, PERÒ, È SOPRA NEI SONDAGGI La campagna per il ballottaggio delle elezioni presidenziali in Cile, in programma il 14 dicembre, è dominata dalla smentita della scrittrice Isabel Allende sull’appoggio al candidato di estrema destra José Antonio Kast, il quale continua a guidare i sondaggi. La notizia di maggiore impatto è la presa di distanza di Isabel Allende (83 anni) da José Antonio Kast. In seguito alla diffusione di una vecchia registrazione che poteva far pensare a un suo sostegno, la scrittrice cilena ha pubblicato un video sul suo profilo Instagram per chiarire: “Ciao, sono Isabel Allende e voglio dirvi che non sostengo il signor Kast e che sta circolando un video in cui compaiono alcune mie frasi estrapolate dal contesto… Mi dispiace che la mia immagine venga utilizzata per fini politici.” L’autrice, femminista e critica di Donald Trump, ha precisato: “Personalmente non ho nulla contro il signor Kast, che non conosco, ma non sono d’accordo con la sua politica né con ciò che rappresenta e certamente non sostengo la sua candidatura.” Nonostante le polemiche, José Antonio Kast, candidato del Partito Repubblicano, mantiene un netto vantaggio sulla sfidante della sinistra, la comunista Jeannette Jara. Le principali società demoscopiche (Plaza Pública Cadem, Criteria, Panel Ciudadano UDD) indicano uno scarto significativo: * Vantaggio: Kast è avanti di almeno 15 punti su Jara. * Trasferimento Voti: Decisivo è il trasferimento di voti da Franco Parisi (terzo al primo turno), con circa il 34% dei suoi elettori che si orienterebbe su Kast, contro il 22% per Jara. La maggior parte dei voti dalla destra tradizionale e dai libertari confluisce su Kast. * Conclusioni: Jara fatica a espandere la sua base elettorale oltre il perimetro della sinistra. * TENSIONI AL CONFINE CON IL PERÙ Le dichiarazioni di Kast in campagna elettorale sulla politica migratoria stanno avendo ripercussioni concrete sul confine settentrionale del Cile. * L’invito di Kast: Il candidato ha invitato i migranti irregolari ad abbandonare volontariamente il Paese entro 106 giorni, provocando un aumento del flusso migratorio verso il Perù. * Reazione peruviana: Il presidente peruviano José Jerí ha risposto con il dispiegamento delle forze armate lungo oltre cento chilometri di confine e la dichiarazione dello stato di emergenza nelle province limitrofe per contenere i flussi in uscita dal Cile. * Crisi: La gestione della crisi migratoria, che riguarda prevalentemente venezuelani, colombiani e haitiani, si conferma un nodo politico e umanitario delicato per entrambi i Paesi. L’EX PRESIDENTE FREI ROMPE CON LA SUA DC L’ex presidente Eduardo Frei Ruiz-Tagle ha incontrato José Antonio Kast nella sua residenza, un gesto che segnala un nuovo allontanamento dal suo partito, la Democrazia Cristiana, che sostiene la candidata progressista Jeannette Jara. Frei ha giustificato l’incontro affermando che, nonostante le differenze, “ci troviamo in un momento cruciale in cui il Paese ha bisogno di unità”, aggiungendo l’episodio ad altre decisioni prese in contrasto con la linea del partito.   The post Cile, Isabel Allende smentisce l’appoggio al candidato delle destre first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Cile, Isabel Allende smentisce l’appoggio al candidato delle destre sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Cile, testa a testa fra Jara e Kast
LA CANDIDATA DI CENTRO-SINISTRA OTTIENE FINORA IL 26,5% DEI VOTI, SEGUITA DAL LEADER DEL PARTITO REPUBBLICANO CON IL 24,3%. BALLOTTAGGIO IL 14 DICEMBRE Jeannette Jara e José Antonio Kast passano al secondo turno: il Cile eleggerà il suo prossimo presidente il 14 dicembre. Secondo i primi risultati ufficiali, con oltre il 50% dei seggi scrutinati, la candidata del centro-sinistra ha ottenuto il 26,5% dei voti, mentre il leader del Partito Repubblicano ha raggiunto il 24,3% in una giornata contrassegnata dalla partecipazione massiccia e lunghe code fin dalle prime ore del mattino in tutto il Paese. Dietro di loro Franco Parisi (18,84%), Johannes Kaiser (13,92%), Evelyn Matthei (13,25%), Harold Mayne-Nicholls (1,28%), Marco Enríquez-Ominami (1,16%) ed Eduardo Artés (0,66%). L’alta affluenza alle urne è il frutto delle prime elezioni presidenziali con voto obbligatorio e iscrizione automatica, che hanno rivelato un interesse dei cittadini senza precedenti dal ritorno alla democrazia. Circa 15,8 milioni di cileni erano chiamati alle urne, in un processo che ha visto anche il rinnovo di 23 senatori e di tutti i 155 deputati. Le urne hanno aperto alle 8:00 e, nonostante le alte temperature e le lunghe code, il processo si è svolto normalmente. Dopo aver votato a Buin, José Antonio Kast ha ribadito la sua convinzione di passare al ballottaggio, assicurando che la sua campagna ha offerto “una buona proposta ai cittadini”. Ha inoltre anticipato che, se non fosse passato, avrebbe sostenuto “qualsiasi candidato diverso dal governo”. Sullo stesso tono, Johannes Kaiser, quarto nella corsa, ha chiarito che sosterrà incondizionatamente qualsiasi rappresentante della destra che competa contro Jara: “Non possiamo permetterci il lusso di un Boric 2.0 con la signora Jara”. Dall’altra parte, la candidata Jeannette Jara ha celebrato con discrezione il risultato e ha invitato a mantenere la calma fino a quando non saranno noti i risultati definitivi, facendo appello alla partecipazione storica a queste elezioni. Sebbene la presidente del Servel (Servicio Electoral), Pamela Figueroa, abbia definito il processo tranquillo, in diversi seggi si sono registrate lunghe code e ritardi, attribuibili al gran numero di elettori che, per la prima volta, dovevano adempiere all’obbligo di legge. La normativa prevede multe comprese tra 30 e oltre 100 dollari per coloro che non si recano alle urne, salvo eccezioni quali malattia, disabilità o distanza superiore a 200 chilometri dal seggio elettorale. Poiché nessun candidato ha raggiunto il 50% più uno richiesto, Jara e Kast si affrontano ora in un ballottaggio che definirà il corso politico del Cile. Per Jara, la sfida sarà quella di consolidare l’alleanza di centro-sinistra e attirare il voto moderato. Per Kast, invece, la chiave sarà quella di unificare la destra, capitalizzando il sostegno immediato di Kaiser, Matthei e Parisi, che hanno già anticipato il loro appoggio a qualsiasi alternativa all’attuale governo. L’alto numero di voti ottenuti da Franco Parisi lo rende una figura chiave di questo ballottaggio, ma non è chiaro se sarà in grado di trasferire i suoi voti. Si prevede un ballottaggio caratterizzato dalla polarizzazione, dalle sfide economiche e dal dibattito sulla sicurezza. Il 14 dicembre i cileni torneranno alle urne per eleggere chi guiderà il Paese nei prossimi quattro anni. Si conosce il risultato del voto tra gli oltre 160 mila cileni all’estero. Jeannette Jara, candidata del Partito Comunista, ha consolidato la sua leadership in sette paesi, ripetendo il modello che ha favorito Gabriel Boric nel 2021 e Alejandro Guillier nel 2017. Il Servizio Elettorale ha allestito 427 seggi elettorali in 64 paesi per questo processo, che segna la terza volta che i cileni residenti all’estero possono partecipare alle elezioni presidenziali. A differenza del voto obbligatorio in Cile, chi risiede all’estero può votare su base volontaria. La Nuova Zelanda ha dato il sostegno più convinto a Jara, che ha ottenuto 653 voti, pari al 55,2% delle preferenze. Al secondo posto si è classificato il libertario Johannes Kaiser con appena 166 voti, mentre José Antonio Kast ed Evelyn Matthei sono rimasti al terzo e quarto posto con 123 e 112 voti rispettivamente. La tendenza neozelandese replica con notevole precisione le elezioni del 2021, quando Boric ha stravinto con il 59,6% al primo turno e l’86,2% al ballottaggio. Anche nel 2017, il progressista Guillier aveva conquistato il 76% di questo elettorato. Da parte sua, l’Australia ha confermato il dominio di Jara con 1.199 voti complessivi tra Melbourne e Brisbane. Matthei ha ottenuto 324 preferenze, seguita da Kaiser con 290 e Kast con 234 voti. Il continente asiatico ha mostrato risultati più contrastanti. In Giappone, Jara ha mantenuto la leadership con 104 voti contro i 40 di Matthei. La Corea del Sud ha seguito la stessa linea con 73 preferenze per la candidata del partito di governo contro le 21 del repubblicano Kast. Tuttavia, la Cina ha rotto la tendenza: Matthei ha vinto con 49 voti, superando Jara che ne ha ottenuti 36. Kast è arrivato terzo con 31 preferenze. Questo risultato contrasta con il modello storico dell’Oceania, ma replica il comportamento del 2021, quando Kast ha vinto al primo e al secondo turno in territorio cinese. Risultati simili sono stati registrati nelle Filippine, dove Matthei ha vinto con cinque voti, e in Malesia, dove Kast ha trionfato con sette preferenze. In un clima di entusiasmo e speranza, Jeannette Jara ha chiuso giovedì pomeriggio la sua campagna presidenziale nella Plaza Sotomayor di Valparaíso, davanti a migliaia di persone, ultimo grande evento prima delle elezioni. L’evento è stato definito un successo totale dal comitato elettorale, sia per la partecipazione dei cittadini che per lo spirito di unità che ha caratterizzato la giornata. Ma, come si legge in un articolo di El Salto rilanciato da Popoff, la candidata del centro sinistra ha di fronte almeno tre versioni di destra e l’incognita del voto degli “obligados”, i votanti che prima della obbligatorietà del voto non andavano mai alle urne. The post Cile, testa a testa fra Jara e Kast first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Cile, testa a testa fra Jara e Kast sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
La rivoluzione anticoloniale che la Francia non perdona all’Algeria
LA PRIMA VITTORIA PARLAMENTARE DEL RASSEMBLEMENT NATIONAL RIVELA LA RECRUDESCENZA DI UNA QUESTIONE COLONIALE IRRISOLTA (EDWY PLENEL) Edwy Plenel è il fondatore di Mediapart, media indipendente da cui abbiamo tratto questo articolo «L’Assemblea Generale, convinta che il mantenimento del colonialismo impedisca lo sviluppo della cooperazione economica internazionale, ostacoli lo sviluppo sociale, culturale ed economico dei popoli dipendenti e va contro l’ideale di pace universale delle Nazioni Unite, convinta che tutti i popoli abbiano il diritto inalienabile alla piena libertà, all’esercizio della loro sovranità e all’integrità del loro territorio nazionale, proclama solennemente la necessità di porre fine rapidamente e incondizionatamente al colonialismo in tutte le sue forme e manifestazioni…». Alla fine di quest’anno saranno sessantacinque anni che le Nazioni Unite hanno pronunciato l’atto di morte del colonialismo. Era il 14 dicembre 1960, sotto forma di una «Dichiarazione sulla concessione dell’indipendenza ai paesi e ai popoli coloniali», che fu adottata senza che nessuno Stato membro osasse opporsi: 89 voti a favore, nessun voto contrario. Da allora, un Comitato speciale per la decolonizzazione è ancora attivo presso l’ONU. Ci furono solo 9 astensioni, essenzialmente quelle delle principali potenze dell’epoca: Belgio, Spagna, Francia, Regno Unito, Portogallo, in compagnia dell’Australia e della Repubblica Dominicana. A cui si unirono gli Stati Uniti, dove gli Stati del Sud praticavano ancora la segregazione razziale, e il Sudafrica, dove dal 1948, anno della sua introduzione, regnava l’apartheid razzista. Il formidabile lavoro di archiviazione dell’eccezionale documentario Soundtrack to a Coup d’État (2024) permette di rivivere quel momento di speranza in cui, sulla scia della conferenza di Bandung dell’aprile 1955 e delle prime indipendenze asiatiche e africane, si affermava il diritto dei popoli all’autodeterminazione e si faceva sentire la voce delle nazioni del terzo mondo. Ma, partendo dal racconto della tragedia del Congo belga, questo film introduce il seguito, molto meno gioioso, di cui l’assassinio di Patrice Lumumba nel gennaio 1961 fu il simbolo sanguinoso: le manovre ciniche dei paesi coloniali e dell’imperialismo nordamericano per rovesciare un rapporto di forza che stava diventando loro sfavorevole, sottomettendo in modo duraturo le indipendenze ai propri interessi. Eppure, nello stesso periodo, c’è un popolo che non si sottomette e la cui indipendenza, conquistata a caro prezzo dopo otto anni di una guerra terribile, diventerà il simbolo vittorioso dell’anticolonialismo: il popolo algerino. Se Algeri fu soprannominata negli anni ’60 «la Mecca dei rivoluzionari», fu in misura proporzionale all’evento universale che significò l’indipendenza algerina nel luglio 1962. IN LINEA CON LA RIVOLUZIONE HAITIANA Il fatto che sia stata successivamente confiscata o tradita dalle nuove classi dirigenti, come hanno regolarmente dimostrato le rivolte del popolo algerino per riconquistare diritti e libertà, non sminuisce in alcun modo questo evento di cui l’Algeria rimane il simbolo: una rivoluzione anticoloniale. A questo proposito, l’impatto della rivoluzione algerina ricorda quello della rivoluzione antischiavista haitiana. Tanto più che si tratta di due paesi che erano considerati i gioielli dell’impero coloniale francese e di fatto il suo tesoro commerciale: Saint-Domingue nel XVIII secolo, l’Algeria nel XX secolo. Si tratta quindi di due rivoluzioni di portata universale, al pari della rivoluzione parlamentare britannica, della rivoluzione indipendentista americana e della rivoluzione repubblicana francese. Ma sono due rivoluzioni provenienti dai popoli subalterni, che brandivano la promessa di uguaglianza dei diritti contro una nazione occidentale che li aveva proclamati dal 1789 e che li negava, prima con la schiavitù, poi con l’indigenato. Entrambe vittoriose sulla Francia – vittoria dei deboli contro i forti, degli oppressi contro gli oppressori, dei presunti barbari contro i sedicenti civilizzati –, queste due rivoluzioni hanno quindi brandito valori universali contro il paese europeo che se ne era dichiarato proprietario per poi calpestarli, in un doppio standard purtroppo destinato ad avere una lunga discendenza. Ecco perché l’audacia di queste due rivoluzioni non ha smesso di parlare al mondo. I lavori della storica Malika Rahal lo sottolineano oggi nel caso algerino, così come l’opera pionieristica del trinidadiano C. L. R. James, Les Jacobins noirs (1938, prima traduzione nel 1949), lo aveva già magnificato nel caso haitiano. Un’audacia che, in entrambi i casi, la potenza sconfitta non ha mai digerito. La giovane repubblica haitiana fu messa in ginocchio economicamente, a partire dal 1825, dal debito incommensurabile che la Francia le impose come riscatto della sua libertà, in cambio della sua accettazione nel concerto delle nazioni, debito che il nostro Paese ha sempre rifiutato di ripagare. VENT’ANNI FA, «IL RUOLO POSITIVO» Per quanto riguarda l’Algeria, la vittoria parlamentare ottenuta dal Rassemblement national, con l’adozione di una risoluzione volta a denunciare gli accordi franco-algerini del 1968, consacra simbolicamente quel passato che non passa, un’indipendenza contro la quale l’estrema destra si è sempre opposta. E di un colonialismo che gran parte del mondo politico non ha ancora superato. La prova è stata data da Sébastien Lecornu, che martedì 4 novembre ha annunciato la sua volontà di dare seguito alla risoluzione dell’estrema destra, rinegoziando al più presto gli accordi franco-algerini. In questo modo, il primo ministro si inserisce nella continuità del presidente della Repubblica che, lo scorso anno, ha aggravato di sua iniziativa le tensioni con l’Algeria cedendo a una escalation diplomatica a favore del regno marocchino sulla questione del Sahara occidentale. Sia a destra che a sinistra, il rifiuto dei presidenti che si sono succeduti e delle loro maggioranze parlamentari di assumere chiaramente una posizione di rottura con il colonialismo, di riconoscimento della sua illegittimità, delle sue ingiustizie e dei suoi crimini, di verità e riconciliazione nei confronti dei popoli che ne sono stati vittime, ha permesso al colonialismo represso di riemergere al centro del dibattito pubblico. A tal punto che una legge del 23 febbraio 2005 ha affermato «il ruolo positivo» della colonizzazione francese, eufemisticamente definita «presenza francese d’oltremare, in particolare in Nord Africa». L’abrogazione per decreto, un anno dopo, di questa formulazione che aveva suscitato scandalo, in particolare tra gli storici, non impedisce a questa legge di essere ancora in vigore, dove «la nazione esprime la sua gratitudine alle donne e agli uomini che hanno partecipato all’opera compiuta dalla Francia» nelle sue colonie, e in particolare «negli ex dipartimenti francesi dell’Algeria». Questa rinascita, come un fiume sotterraneo che risale in superficie, ha così aperto la strada al fondo commerciale identitario dell’estrema destra francese, per la quale la guerra d’Algeria non finirà mai. Nel 1999, lo storico Benjamin Stora aveva presto messo in guardia su questo «trasferimento di memoria» che alimentava un «sudismo» francese profondamente razzista, ereditato dalla colonizzazione algerina, simile all’eredità segregazionista propria degli Stati del sud degli Stati Uniti. E il suo collega Alain Ruscio, in Nostalgérie (La Découverte), aveva sottolineato nel 2015 quanto fosse ancora viva l’eredità dell’OAS, l’organizzazione terroristica che moltiplicò attentati e omicidi per impedire l’indipendenza algerina, avvelenando il clima politico di un Paese la cui popolazione, multiculturale, è profondamente legata al suo passato coloniale. La questione algerina non è quindi secondaria, ma centrale. L’estrema destra è qui all’avanguardia di un desiderio di vendetta che va oltre i suoi ranghi. Perché la rivoluzione anticoloniale algerina mette la Francia di fronte non al suo passato, ma al suo presente. E questo non è un fenomeno recente: già durante i quattordici lunghi anni della sua presidenza, François Mitterrand aveva instaurato un rapporto lucido e sereno della Francia con le due parti oscure della sua storia contemporanea, la collaborazione di Vichy e la guerra d’Algeria. Oggi, la questione della Nuova Caledonia, dove la Francia continua a rifiutare l’indipendenza dei Kanak al punto che Emmanuel Macron e Sébastien Lecornu hanno fatto di tutto per annullare gli accordi di Matignon e poi di Nouméa, che aprivano la strada alla decolonizzazione, ricorda che il nostro Paese è l’ultima potenza coloniale diretta al mondo. Sì, l’ultimo paese europeo ad avere possedimenti in tutti gli altri continenti, eccetto l’Asia, dalla Guyana alla Polinesia, passando per le Antille e La Réunion, e ad aggrapparsi ad essi contro venti e maree, in una ricerca di potere sempre insoddisfatta. Finché rimane chiuso, il lucchetto coloniale continua a ostacolare la costruzione di un immaginario comune che proietti la Francia e il suo popolo, nella sua diversità, verso l’incontro con il mondo. Peggio ancora, la rinchiude in una regressione che evoca l’osservazione fatta nel 1961 da Pierre Nora, allora giovane storico, al termine di un’indagine sui francesi d’Algeria, a proposito degli “ultras” dell’Algeria francese: «Si sono messi in controtendenza rispetto a qualsiasi evoluzione. Hanno bloccato la storia». Questa regressione ci porta verso l’abisso, verso un orizzonte di guerra civile, in cui una parte della Francia cercherà di regolare i conti con un’altra, definita anti-Francia. Alla tribuna dell’Assemblea nazionale, Guillaume Bigot, il deputato del RN che difendeva la risoluzione anti-algerina, ha assunto questo linguaggio, definendo i suoi oppositori sui banchi della sinistra come «il partito dello straniero». La verità è che quel partito, il nostro, è quello della Francia. Di una Francia riconciliata con se stessa perché riconciliata con il mondo, con quegli «strani stranieri», come diceva il poeta Jacques Prévert, che hanno fatto e continuano a fare la ricchezza del suo popolo. The post La rivoluzione anticoloniale che la Francia non perdona all’Algeria first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La rivoluzione anticoloniale che la Francia non perdona all’Algeria sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Un sindaco socialista a New York?
SI VOTA NELLA GRANDE MELA, IN TESTA AI SONDAGGI ZOHRAN KWAME MAMDANI, PRO-PAL, MUSULMANO E SOCIALISTA. LE MINACCE DI TRUMP. AFFLUENZA RECORD «Un nuovo giorno sta arrivando»: alla vigilia delle elezioni ha attraversato a piedi il ponte Brooklyn prima dell’alba fino al municipio di Lower Manhattan. Zohran Kwame Mamdani ha marciato sotto gli iconici archi del ponte accompagnato da una folla di sostenitori e deputati che reggevano uno striscione con la scritta “Il nostro momento è adesso” e scandivano lo slogan “Tassate i ricchi”. Se sarà eletto, il socialista democratico (che i sondaggi danno in testa) sarebbe il primo sindaco marxista, pro-pal e musulmano della città, il primo sindaco di origine sud-asiatiche e il primo millennial prendendo il posto di Eric Adams dopo un mandato fatto di “piccole idee e scandali”. «Farò in modo che sentano la luce del municipio quando il loro viaggio sull’autobus notturno verso casa sarà più veloce e anche più sicuro – ha detto – farò in modo che sentano la luce del municipio quando l’orologio scocca la mezzanotte per segnare il primo giorno di un nuovo mese e l’imminente pagamento dell’affitto non gli farà venire un nodo allo stomaco». Contro di lui i super-ricchi Maga stanno moltiplicando gli sforzi, Trump e Musk in prima linea. Il primo con le minacce esplicite – «è altamente improbabile che io contribuisca [al suo insuccesso, ndr] con fondi federali, oltre al minimo richiesto… Che vi piaccia o meno Cuomo, non avete altra scelta». Anche Musk si appella al voto utile: a suo dire scegliere l’avversario repubblicano sarebbe come votare Mamdani tanto sarebbero esigue le sue chance. La borghesia non solo di destra (si veda l’endorsement di Woody Allen di cui Popoff ha parlato) ripone le sue speranze sul dem Cuomo, ex governatore costretto a dimettersi nel 2021 per accuse di molestie sessuali, considerato da Momdani, che lo ha stracciato alle primarie, “un burattino” e un “pappagallo” di Trump. CHI È IL CANDIDATO SOCIALISTA Nato a Kampala nel 1991 ma di origini indiane, è figlio di un professore della Columbia University originario del Gujarat. La madre è Mira Nair una famosa regista indiana originaria del Punjab. Il secondo nome gli è stato dato dal padre in onore di Kwame Nkrumah, il primo presidente del Ghana. La famiglia si trasferì dall’Uganda a Città del Capo quando Zohran aveva 5 anni. All’età di 7 anni l’arrivo a New York, dove si è diplomato alla Bronx High School of Science e laureato nel 2014 in studi africani presso il Bowdoin College nel Maine, tra i fondatori all’università della sezione locale del movimento Students for Justice in Palestine. Appassionato di musica, dopo gli studi ha tentato la strada del successo come rapper facendosi chiamare Mr.Cardamom, collaborando anche nel 2016 col rapper ugandese HAB per la  colonna sonora di uno dei film girati dalla madre. La politica inizia lavorando nel 2016 alla campagna presidenziale di Bernie Sanders e aderendo al movimento dei Democratic Socialists of America, facendosi eleggere nel  2020, 2022 e 2024 all’Assemblea dello Stato di New York. Poi, nell’ottobre 2024, l’annuncio della sua candidatura a sindaco di New York. Seguito da tantissimi giovani newyorkesi delle generazioni Z e Millennials e anche di gran parte delle minoranze etniche, Zohran per molti rappresenta il futuro di un partito democratico ancora alla ricerca di un’anima dopo la batosta subita col ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. I punti dirimenti della sua campagna di Mamdani sono la riforma del diritto all’abitare, quella della polizia e delle prigioni e la municipalizzazione dei servizi pubblici. E’ sposato con Rama Duwaji, illustratrice siriana che usa la sua arte anche a sostegno del crescente movimento pro-Pal negli Stati Uniti. AFFLUENZA RECORD Ma il martedì elettorale è anche un banco di prova in vista delle midterm del prossimo anno, un referendum su The Donald e un test per il partito d’opposizione diviso tra un’ala più progressista ed una più moderata. C’è infatti anche la sfida per la poltrona di governatore in New Jersey ed in Virginia. Le luci comunque, anche nel mondo, sono tutte puntate su New York. A prescindere dal risultato, l’elezione del sindaco quest’anno sarà già da record. Oltre 735.000 newyorkesi hanno votato in anticipo segnando la più alta affluenza alle urne di sempre per un’elezione non presidenziale nella Grande Mela. Domenica, ultimo giorno di voto anticipato, si sono recati alle urne circa 151.000 elettori, il numero più alto dall’apertura dei seggi, secondo i dati della Commissione elettorale della città. L’età media di chi ha già votato è 50 anni. In particolare, l’affluenza alle urne tra le fasce d’età più giovani è diminuita all’inizio della settimana, con circa 80.000 persone sotto i 35 anni che hanno votato da domenica a giovedì ma il numero è aumentato da venerdì a domenica, con oltre 100.000 elettori sotto i 35 anni che hanno votato. Secondo l’ultimo sondaggio della Cnn, il partito democratico americano detiene un notevole vantaggio in termini di entusiasmo, mentre la percentuale di consensi per Trump è la più bassa della sua seconda presidenza, al 37%. In un’intervista al programma “60 Minutes” della Cbs, ha di nuovo accusato Mamdani di essere un “comunista, non un socialista”, una definizione intesa a scoraggiare il voto degli ispanici, e ha minacciato di tagliare miliardi di dollari di finanziamenti federali a New York se sarà eletto. Il presidente ha anche ribadito di avere il potere di inviare i militari della Guardia Nazionale nella Grande Mela come già avvenuto a Washington, Chicago e Los Angeles. EFFETTO MAMDANI PER I SOCIALISTI DEMOCRATICI D’AMERICA Un po’ ovunque nel Paese, i membri dei DSA, Socialisti Democratici d’America, nati nel 1982, fanno il grande passo e si lanciano all’assalto del Partito Democratico stravolgendo un sistema elettorale imperniato su un bipolarismo che spesso è sembrato non offrire delle reali opzioni alternative ma solo la duplicazione della medesima faccia della medaglia. L’esempio più evidente di questo “entrismo” elettorale proviene naturalmente da New York. La sua campagna galvanizza i ranghi dei DSA e porta numerose nuove adesioni. Il partito si avvicina ai 100.000 membri, un livello che non si vedeva da oltre quattro anni. Le due campagne di Bernie Sanders alle primarie democratiche per la presidenza, nel 2015 e nel 2020, avevano permesso loro di riprendere slancio. Oggi, sotto il secondo mandato di Donald Trump, i DSA vivono nuovamente un “momento decisivo”, come ha sottolineato uno dei loro membri, Todd Chretien, in un testo pubblicato su Jacobin, presentandosi come un’alternativa di sinistra a un Partito Democratico completamente screditato sulla base di un programma che cerca di rafforzare il potere della classe operaia e alleviare gran parte della sofferenza e delle difficoltà che la classe lavoratrice è costretta a sopportare perché i ricchi sono dei parassiti. La campagna entusiasmante di Zohran Mamdani arriva dopo un anno elettorale difficile. Due deputati uscenti alla Camera dei rappresentanti, Cori Bush e Jamaal Bowman, membri dello “Squad”, la fazione progressista e di sinistra del gruppo democratico, erano stati sconfitti alle primarie da candidati sostenuti finanziariamente dall’Aipac, potente lobby filo-Israele americana. LA DELUSIONE AOC Inoltre, il movimento, che si distingue per il suo funzionamento orizzontale, in cui le sezioni locali e le diverse correnti ideologiche hanno voce in capitolo, ha deciso di ritirare il proprio sostegno ad Alexandria Ocasio-Cortez (AOC) nella corsa alla Casa Bianca dopo il suo voto a favore di una risoluzione che equipara “la negazione del diritto di Israele a esistere” all’antisemitismo. In una risoluzione adottata durante la loro ultima convention a Chicago, in agosto, il partito ha adottato una serie di posizioni che i suoi membri devono rispettare, tra cui il sostegno al movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele e il rifiuto di fornire aiuti materiali a Israele votando a favore di leggi in tal senso. AOC è stata criticata in particolare per non essersi opposta pubblicamente al finanziamento del sistema di difesa antimissile israeliano “Iron Dome”. Non solo: già nel 2019, il suo capo di gabinetto, Saikat Chakrabarti — critico verso la nuova speaker Nancy Pelosi e altri democratici moderati — si era dimesso. All’epoca, la decisione era stata interpretata come un gesto di distensione verso l’establishment dopo mesi di tensioni segnati dal sostegno che la giovane deputata aveva espresso a militanti ecologisti che avevano occupato l’ufficio di Pelosi. Lontana dall’immagine di spina nel fianco del Partito democratico che un tempo incarnava, nel 2024 l’eletta ha versato una donazione di 260.000 dollari al Democratic Congressional Campaign Committee (DCCC), l’organo che sostiene l’elezione dei democratici alla Camera dei rappresentanti e che lei stessa aveva duramente criticato nel 2019. Ha inoltre promesso di rinunciare alla pratica di sostenere candidati progressisti che si candidano contro i suoi colleghi nelle primarie. Un’inversione simbolica. Poteva scegliere tra due strade: continuare a guidare un movimento che sfidava i democratici controllati dalle grandi corporation, oppure diventare una normale legislatrice e rappresentante della sua circoscrizione rinunciando alla capacità di cambiare radicalmente le cose. Ha scelto la seconda e ha cercato ruoli di responsabilità all’interno della Camera come il posto di principale rappresentante democratica nel comitato di sorveglianza, uno dei panel più importanti, incaricato del controllo del governo federale. I colleghi le hanno però preferito il deputato settantenne della Virginia Gerry Connolly, più anziano di lei, con 131 voti contro 84. Attualmente occupa il ruolo di numero due. Con 9 milioni di follower su Instagram e oltre 4 milioni su TikTok, AOC, che resta comunque sostenuta dalla sezione DSA di New York, dispone  di una potenza comunicativa sui social e di una capacità di parlare alle nuove generazioni di cui molti democratici sentono il bisogno, in un momento in cui il partito è minoritario in entrambe le camere del Congresso. Se i democratici centristi non stanno facendo un buon lavoro nel resistere a Trump, lei è ancora percepita come un’antagonista di Trump ma se per i socialisti è ormai integrata e legata all’amministrazione Biden, per i centristi mainstream è ancora troppo segnata a sinistra. Per i prossimi tre anni, con le elezioni di metà mandato e le presidenziali, i DSA hanno deciso di essere presenti. Per le prime, nel 2026, con una decina di candidati provenienti dal mondo del lavoro, dal movimento sindacale, e che sono anche socialisti dichiarati. E, nel 2028, con un candidato alle primarie «credibile», si legge in una risoluzione, «che si identifichi principalmente con i DSA e ne promuova le idee, così come quelle del socialismo e/o della coalizione sinistra-sindacato, piuttosto che con il Partito Democratico». Per ora, nessun nome è stato avanzato. Ma la dinamica sembra ben avviata. E una vittoria, il 4 novembre, di Zohran Mamdani avrebbe, senza dubbio, ripercussioni ben oltre la città di New York.       The post Un sindaco socialista a New York? first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Un sindaco socialista a New York? sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Sudan, il genocidio silenzioso
ENNESIMO MASSACRO DI CIVILI NEL NORD DEL SUDAN MA L’APPROCCIO EUROPEO, DOMINATO DALLA PAURA DEI “FLUSSI MIGRATORI”, LO RENDE INVISIBILE Esecuzioni sommarie, stupri, aggressioni, saccheggi, rapimenti. Mucchi di cadaveri nelle strade, nelle sedi universitarie, nei siti militari. Dalle immagini satellitari e dalle testimonianze dei pochi che sono riusciti a raggiungere la salvezza, la città sudanese di Al-Fashir, caduta da una settimana dopo 18 mesi di assedio, è una trappola di morte. A prendere la città, il principale centro urbano del nord Darfur, sono state le Forze di Supporto Rapido (RSF/FSR), l’armata paramilitare che da oltre due anni si contende il controllo del Paese con l’esercito regolare (SAF, Sudanese Armed Forces). Una guerra civile in cui entrambe le parti sono state accusate di crimini di guerra e di atrocità: sia i regolari di Khartoum, dove governa de facto il generale Abdel Fattah al Burhan, sia le Rsf agli ordini del generale Mohamed Hamdan Dagalo, più noto come Hemedti. Una situazione “apocalittica” secondo i ministri degli Esteri tedesco e britannico. E’ dall’aprile 2023 che una guerra sta devastando il Sudan, cancellando intere città e spezzando una società già fragile, quasi tredici milioni di persone costrette a fuggire, di cui oltre 9,6 milioni all’interno dei confini nazionali. Si tratta di uno dei più imponenti spostamenti di popolazione del XXI secolo, eppure l’attenzione internazionale resta minima. Le Nazioni Unite parlano di una crisi umanitaria di proporzioni catastrofiche; diverse ONG, tra cui Refugees International e Human Rights Watch, non esitano a descrivere quanto accade come un genocidio in corso. Tornando ad Al-Fashir: contava a fine agosto almeno 260 mila persone. Sempre secondo l’Onu oltre 65 mila abitanti sarebbero fuggiti, in particolare verso la città di Tawila, qualche decina di  chilometri più a ovest. Ma negli ultimi cinque giorni sono solo 5mils le persone arrivate davvero ai team di Medici Senza Frontiere che si erano organizzati alle porte di Tawila per ricevere quello che si aspettavano essere un afflusso di massa. Quei pochi arrivati ai loro punti sanitari, poi, presentavano perlopiù ferite da arma da fuoco, fratture e lesioni dovute a percosse e torture. E poi i racconti di omicidi di massa, bambini uccisi a colpi d’arma da fuoco davanti ai genitori, violenze sessuali, rapimenti a scopo di riscatto. Nella città invasa dalle milizie ma anche, spietatamente, lungo le vie di fuga. “I numeri degli arrivi non quadrano, mentre crescono le testimonianze di atrocità su larga scala – riflette Michel  Olivier Lacharité, responsabile delle emergenze di Msf – dove sono tutte le persone che sono sopravvissute a mesi di carestia e violenza a Al-Fashir? La risposta più probabile, anche se  spaventosa, è che vengono uccisi, bloccati e inseguiti mentre  cercano di fuggire. Chiediamo urgentemente alle Rsf di risparmiare i civili e consentire loro di mettersi in salvo”.  L’appello viene esteso anche alle potenze che sulla regione esercitano influenza diplomatica – Usa, Arabia Saudita, Emirati  Arabi Uniti ed Egitto – di fare il possibile per fermare il  massacro”. Con la presa di Al-Fashir, ora l’Rsf controlla tutte le cinque principali città del Darfur nell’ovest del Sudan, mentre l’esercito regolare domina il nord, l’est e il centro del Paese. Il generale Hemedti, capo delle Rsf, ha annunciato giovedì scorso una indagine sulle azioni dei suoi uomini ad Al-Fashir dopo che sui social hanno iniziato a circolare video, verificati tra gli altri dalla Bbc, che mostravano i combattenti delle Rapid Support Forces che giustiziavano diverse persone disarmate in città. Un gesto, quello del warlord sudanese, che a molti osservatori è parso un mero tentativo, solo formale, di autoassoluzione: anche il responsabile umanitario delle Nazioni Unite, Tom Fletcher, ha messo in dubbio il reale impegno delle Rsf a indagare sui  crimini. Si prevede dunque che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu terrà una riunione sul Sudan, teatro da oltre due anni di un conflitto che ha provocato quella che secondo le Nazioni Unite è la più grave crisi umanitaria del mondo. Il Regno Unito (ex potenza coloniale del Sudan) fornirà ulteriori 5 milioni di sterline in aiuti umanitari in risposta alle violenze ad Al-Fashir, oltre ai 120 milioni che sta già dando al Sudan. A Khartoum, nella capitale ormai distrutta dai combattimenti tra l’esercito regolare e le Forze di supporto rapido (FSR), non esistono più luoghi sicuri. Le testimonianze raccolte descrivono un paese dove ogni giorno migliaia di persone si mettono in marcia, spostandosi di continuo tra città e villaggi nella speranza di sopravvivere. Quello che accade, spiegano gli osservatori, è un ciclo interminabile di fughe e di ritorni, di evacuazioni e di nuovi assedi. Tra le voci che da mesi cercano di far luce sulla crisi c’è quella della politologa Sarra Majdoub, ricercatrice indipendente ed ex esperta per il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul Sudan. In un’intervista rilasciata al media indipendente francese Mediapart, Majdoub ha raccontato la portata del disastro e la cecità del mondo di fronte a una tragedia che non riguarda soltanto l’Africa. La studiosa ha spiegato che la guerra sudanese è diversa da tutte le precedenti perché non riguarda più solo le periferie del paese, ma anche le aree centrali e urbane. Perfino la capitale, un tempo rifugio per chi fuggiva dal Darfur o dal Kordofan, è oggi teatro di massacri e distruzioni. Majdoub ha sottolineato che il conflitto ha colpito in modo trasversale la popolazione: interi quartieri e villaggi sono stati svuotati, mentre la classe media urbana, che non aveva mai conosciuto la guerra, si è trovata improvvisamente senza casa, mezzi o protezione. Secondo la ricercatrice, il dramma umanitario è aggravato da una profonda disuguaglianza sociale: chi ha mezzi economici riesce a fuggire verso l’Egitto, il Kenya, l’Uganda o il Ciad, dove oggi si contano più di mezzo milione di rifugiati sudanesi. Gli altri restano intrappolati nel paese, costretti a trovare riparo in scuole, università o ospedali abbandonati. Le autorità militari, ha ricordato Majdoub, spesso rifiutano di autorizzare la creazione di campi profughi nelle zone sotto il loro controllo, per non dare l’impressione di aver perso la guerra o di riconoscere la sua durata. Nonostante il collasso dello Stato, la sopravvivenza delle comunità è garantita in larga parte da reti di solidarietà locale: cucine collettive, gruppi di mutuo soccorso, organizzazioni spontanee che suppliscono all’assenza delle grandi ONG internazionali, ostacolate dal blocco degli accessi e da una burocrazia paralizzante. Majdoub ha osservato che, laddove gli attori umanitari tradizionali non riescono a intervenire, sono proprio i cittadini a garantire i servizi essenziali. Uno degli episodi più drammatici resta quello di El-Geneina, dove tra aprile e giugno 2023 le FSR hanno assaltato ripetutamente i siti che ospitavano sfollati interni, incendiando interi campi e costringendo mezzo milione di persone a fuggire in una sola settimana. La caduta successiva di El-Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, ha confermato la brutalità di una strategia basata su assedi e deportazioni. Secondo Majdoub, l’obiettivo delle FSR è svuotare i territori e piegare la popolazione attraverso la fame, la violenza sistematica e l’uso di droni e armi sofisticate: un metodo che ricorda, in scala diversa, le tattiche impiegate da Israele contro la popolazione civile di Gaza. Majdoub ha denunciato anche l’atteggiamento della comunità internazionale, che continua a interpretare il conflitto sudanese con categorie riduttive e stereotipate, limitandosi a parlare di “nuova guerra africana” senza interrogarsi sulle sue radici politiche. A suo avviso, questa semplificazione rischia di cancellare la storia del paese, la rivoluzione del 2019 e le nuove forme di solidarietà nate nel pieno del disastro. La ricercatrice ha sostenuto che la risposta umanitaria internazionale è spesso più performativa che concreta: comunicati, risoluzioni e summit non modificano in nulla la vita quotidiana degli sfollati. Ha ricordato di aver visitato i campi del Darfur negli anni Duemila, quando la crisi era ancora “mediaticamente attraente” e finanziata a livello globale, ma già allora la sensazione di abbandono era palpabile. Oggi, ha osservato ancora Sarra Majdoub, la guerra in Sudan è invisibile perché non tocca direttamente l’Europa: finché i profughi restano confinati nei paesi limitrofi o all’interno del Darfur, la tragedia non viene percepita come una minaccia. L’approccio europeo, dominato dalla paura dei “flussi migratori”, punta a contenere la mobilità più che ad affrontare le cause del conflitto. Majdoub ha concluso che la questione umanitaria non può essere separata da quella migratoria e dal controllo dei movimenti di popolazione. Il modello dei campi profughi, sostenuto dai principali donatori internazionali, serve più a gestire che a risolvere la crisi. Per la ricercatrice, soltanto riconoscendo il ruolo delle solidarietà locali e restituendo ai sudanesi la capacità di autodeterminarsi sarà possibile spezzare l’attuale ciclo di violenza e di spostamenti forzati. La commissione Esteri della Camera dei deputati italiana ascolterà una delegazione del Sudan Liberation Movement in un’audizione informale in programma mercoledì 5 novembre. Dal sito istituzionale della III Commissione (Affari esteri e comunitari) non si riesce a evincere di più perché, in realtà il SLF è spaccato in due fazioni. Dallo scoppio della nuova guerra tra l’esercito regolare e le Forze di supporto rapido nell’aprile 2023, il SLM si è trovato in una posizione ambigua: la fazione di Minnawi, ispirata al nazionalismo sudanese “unitario”, si è alleata con l’esercito, accusando le RSF di voler distruggere il Darfur e perpetrare un nuovo genocidio. La fazione di Abdel Wahid al-Nur, invece, è rimasta più autonoma: ha denunciato i crimini di entrambe le parti e continua a controllare parte del Jebel Marra, dove organizza reti di autodifesa e di assistenza civile. Continua a dirsi laica, federalista e antiautoritaria, con riferimenti espliciti alla rivoluzione del 2019 e alla richiesta di uno Stato civile, ma senza un programma politico articolato. Oggi il Sudan Liberation Movement rappresenta più un ombrello politico e simbolico che un’entità unitaria. Le sue fazioni controllano porzioni di territorio nel Darfur e restano tra i principali attori della resistenza armata locale. Nonostante le divisioni, il SLM continua a essere percepito da molte comunità non arabe come l’erede della rivolta originaria del Darfur, legata alla richiesta di dignità, giustizia e rappresentanza politica. Alle sue origini, il linguaggio politico dell’SLM era fortemente influenzato dal panafricanismo e dal socialismo democratico: una retorica di emancipazione dalle élite arabe di Khartoum e di inclusione delle popolazioni “africane” del Sudan (Fur, Masalit, Zaghawa, ecc.). Alcuni ricercatori — tra cui Alex de Waal e Jérôme Tubiana — hanno notato che il movimento si ispirava anche alle lotte di liberazione dell’Africa australe (ANC, SPLM, ecc.), pur senza un’ideologia marxista strutturata. Con il tempo, però, la guerra prolungata e le rivalità personali hanno svuotato il movimento di una piattaforma ideologica coerente. Oggi molte delle sue componenti operano come attori armati locali, più che come partiti politici nel senso classico.   The post Sudan, il genocidio silenzioso first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Sudan, il genocidio silenzioso sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
I turco ciprioti bocciano la soluzione dei due stati
TUFAN ERHÜMAN VINCE LE PRESIDENZIALI NEI TERRITORI OCCUPATI DELLA REPUBBLICA TURCA DI CIPRO DEL NORD BATTENDO IL CANDIDATO DI ERDOGAN Il leader turco-cipriota Ersin Tatar, sostenuto dal presidente turco Tayyip Erdoğan, è stato sconfitto nelle “elezioni presidenziali” che si sono svolte nella parte settentrionale occupata di Cipro, secondo quanto annunciato dalla Corte Suprema Elettorale. Il candidato dell’opposizione Tufan Erhüman è il vincitore delle elezioni con il 62,76% dei voti, contro il 35,81% di Ersin Tatar, il cui mandato quinquennale è stato contrassegnato dallo slogan “una soluzione a due Stati” per il problema cipriota. I turco-ciprioti hanno voltato le spalle alla soluzione dei due Stati: lo afferma la presidente della Camera dei rappresentanti di Cipro, Annita Dimitriou, in un post su X afferma. «Ci auguriamo che la sua elezione a leader della comunità turco-cipriota apra la strada a negoziati concreti per la soluzione della questione cipriota nel quadro concordato”. Anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si è congratulato con Erhürman per la sua elezione  a presidente della Repubblica Turca di Cipro del Nord (TRNC),  riconosciuta solo dalla Turchia. «Come Turchia, continueremo a  difendere i diritti e gli interessi sovrani della Repubblica  Turca di Cipro del Nord, insieme ai nostri fratelli e sorelle  turco-ciprioti, su tutti i fronti», ha aggiunto su X. I turco-ciprioti hanno consegnato al leader di sinistra pro-europeo Tufan Erhürman una vittoria schiacciante in un’elezione presidenziale che secondo molti osservatori darà nuovo vigore al processo di pace bloccato a Cipro. Erhürman, 55 anni, che ha condotto la sua campagna elettorale puntando sulla ripresa dei colloqui di riunificazione mediati dall’ONU, ha sconfitto il presidente uscente nazionalista, Ersin Tatar, con quasi 27 punti percentuali di vantaggio – una vittoria travolgente che ha sorpreso persino i suoi sostenitori più accaniti. La notizia del risultato è stata accolta con scene di euforia nel nord occupato dai turchi. Gli analisti hanno descritto la vittoria elettorale come un potenziale punto di svolta su un’isola che è divisa etnicamente da più di 50 anni tra greci nel sud, riconosciuto a livello internazionale, e turchi nel nord. «La sua vittoria offre speranza per la pace a Cipro – ha detto domenica l’ex eurodeputato Niyazi Kızılyürek – i suoi sostenitori dicono di aspettarsi un vero cambiamento nella vita quotidiana, a partire da misure di rafforzamento della fiducia, e tutti si aspettano che voglia riprendere molto presto i negoziati basati sulle risoluzioni ONU». I negoziati mediati dall’ONU per riunificare Cipro sono in pausa da quando sono falliti clamorosamente nella località montana svizzera di Crans-Montana otto anni fa – la pausa più lunga mai registrata nel processo di pace. I sondaggi indicavano una corsa testa a testa tra i due principali candidati. La portata della vittoria di Erhürman ha mostrato che i turco-ciprioti, decisamente laici, erano stanchi delle politiche isolazioniste che avevano visto il territorio allinearsi sempre più con la leadership islamista del partito AKP al governo ad Ankara, oltre a desiderare un orientamento verso l’Europa. La comunità si lamenta da tempo dell’erosione della propria identità sotto l’influenza della Turchia, l’unico paese a riconoscere la repubblica separatista. «I sostenitori di Erhürman si vedono come una comunità etno-politica autonoma, non come turchi di Cipro, e vogliono che resti così», ha detto Kızılyürek, aggiungendo che i figli dei coloni turchi nati nel nord sono rimasti particolarmente sconvolti da quella che percepiscono come la “deriva antidemocratica” della Turchia negli ultimi anni. «Hanno votato in massa per Erhürman perché vogliono che il loro futuro sia nell’Unione Europea», ha detto ancora. Cipro è divisa dal 1974, quando un colpo di stato mirato all’unione con la Grecia – orchestrato dalla giunta militare allora al potere ad Atene – spinse la Turchia a invadere e occupare il terzo settentrionale dell’isola. Da allora, fino a 45.000 soldati turchi della terraferma sono stati di stanza nel nord. Nel 1983 il territorio ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza, ma in assenza di un accordo sono seguiti decenni di isolamento internazionale. Sebbene Cipro, lo Stato più orientale dell’UE, sia entrato nel blocco nel 2004, i benefici dell’adesione si applicano solo al sud e non si estenderanno all’intera isola fino a quando non sarà riunificata. Erhürman, professore di diritto, ha promesso di esplorare una soluzione federale, da tempo sostenuta dalla comunità internazionale, in base alla quale greco-ciprioti e turco-ciprioti vivrebbero in una federazione bi-comunale e bi-zonale. Appena appreso il risultato del voto di domenica, ha subito lanciato un messaggio di unità, dicendo ai suoi compatrioti che li avrebbe abbracciati indipendentemente dalla loro affiliazione politica. Sami Özuslu, deputato del Partito Repubblicano Turco, principale forza di opposizione di Erhürman, ha detto che i colloqui di riunificazione torneranno in cima all’agenda. “Non abbiamo altri cinque anni da perdere,” ha detto, parlando nella zona cuscinetto pattugliata dall’ONU che divide Nicosia, la capitale dell’isola. “Il signor Tatar è stato il peggior presidente che i turco-ciprioti abbiano mai avuto. Non si è mai seduto al tavolo dei negoziati, e guarda dove ci ha portato. Abbiamo bisogno di speranza e solo il signor Erhürman può offrirla.” Tufan Erhürman è un accademico, avvocato, diplomatico. Studioso di diritto pubblico di professione, ha partecipato ai negoziati per risolvere la disputa di Cipro tra il 2008 e il 2010. In precedenza ha lavorato per il Ministero della Giustizia turco tra il 1999 e il 2004 e si è occupato dell’istituzione della figura del difensore civico in Turchia. Attualmente è leader del Partito Repubblicano Turco. Ha ricoperto la carica di Primo Ministro a partire dal gennaio 2018 come leader di una coalizione quadripartita. Il governo di coalizione si è dimesso a maggio 2019, quando è stato sostituito da un esecutivo guidato da Ersin Tatar.   The post I turco ciprioti bocciano la soluzione dei due stati first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo I turco ciprioti bocciano la soluzione dei due stati sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Amira Hass: Perché la Cisgiordania non si è ribellata
LA GIORNALISTA DI HAARETZ SPIEGA PERCHÉ, CONTRARIAMENTE ALLE ATTESE DI HAMAS, DOPO IL 7 OTTOBRE NON È SCOPPIATA ALCUNA INTIFADA (PHILIPPE AGRET) Amira Hass è una giornalista israeliana che lavora per il quotidiano di sinistra Haaretz e che da vent’anni vive a Ramallah, in Cisgiordania. Spiega perché, contrariamente a quanto immaginavano i leader di Hamas a Gaza, dopo il 7 ottobre 2023 non è scoppiata alcuna intifada in questo territorio occupato e in gran parte ignorato. Intervista. Philippe Agret.–Lei vive a Ramallah, in Cisgiordania. Secondo lei, perché non c’è stata alcuna intifada in Cisgiordania dopo il 7 ottobre, nonostante i violenti scontri armati nel nord? Amira Hass.–Questa è davvero una domanda cruciale, forse la domanda da porsi, e non solo perché Sinwar e Deif immaginavano una grande rivolta palestinese e una guerra regionale contro Israele, una volta lanciato il loro grande attacco militare. Questa domanda è pertinente perché la realtà che Israele ha creato a Gaza e in Cisgiordania – prima del 7 ottobre – era insostenibile. In primo luogo, non definirei Intifada la presenza di alcune decine di giovani armati in ciascuno di quei campi profughi del nord e la loro disponibilità a essere uccisi all’istante. Basandosi sulla prima rivolta che è stata chiamata così (1987-1993), Intifada significa rivolta popolare, partecipazione di tutti i ceti sociali e quindi qualcosa in cui le armi e le munizioni vere non sono la caratteristica principale, se non addirittura assenti. Significa anche uno stato d’animo di solidarietà interna, coordinamento e un obiettivo chiaro. La resistenza armata è sempre appannaggio di pochi ed è un fenomeno prevalentemente maschile. Almeno nel contesto palestinese. Anche l’obiettivo di questi gruppi non è mai stato chiaro. «Nella società palestinese esiste un tabù: criticare le operazioni armate e i martiri». Se vi state chiedendo come mai non abbiamo visto più gruppi di giovani uomini armati che sparavano qua e là contro una postazione militare, un blindato o un colono, la risposta ha a che fare con la forza dei due gruppi che hanno finanziato e incoraggiato l’armamento dei giovani: Hamas e la Jihad islamica. Si dice che fossero forti nel nord della Cisgiordania, meno nel resto. In secondo luogo, nonostante la gloria che circonda questi gruppi e i sentimenti di compassione verso ogni martire, tendo a credere che la maggior parte delle persone in Cisgiordania dubitasse dell’efficacia di tali gruppi e delle loro azioni. Amira Hass P.A. – Perché la popolazione della Cisgiordania dubita? A.H. – C’è un argomento che è tabù nella società: criticare le iniziative armate e i martiri. Quindi i sentimenti di risentimento e rabbia provati in quelle città e nei campi profughi (dove Israele ha demolito edifici e infrastrutture e sradicato circa 40.000 residenti) nei confronti dei gruppi armati non vengono discussi o riportati apertamente. Ma immagino che circolino e siano resi noti. Nel campo profughi di Balata a Nablus, le agenzie di sicurezza dell’Autorità Palestinese insieme ai membri di Fatah (a volte si tratta delle stesse persone) sono riuscite a convincere gli uomini armati a lasciare il campo, se provenivano dall’esterno, o a consegnare le armi. La gente ha accettato la logica di tale posizione. P.A.— Perché non abbiamo mai assistito a una rivolta popolare non violenta come alternativa alla lotta armata? A.H.–La realtà di Oslo ha separato gli occupati dagli occupanti e ha posto un’entità cuscinetto tra i due: l’Autorità Palestinese (AP). Per avviare un progetto di disobbedienza civile di massa, occorre innanzitutto chiedere la rottura dei legami burocratici e di sicurezza tra l’entità cuscinetto e l’occupante. In altre parole: chiedere all’AP di agire in modo diverso. Le infinite richieste in tal senso e alcune risoluzioni del Consiglio centrale dell’OLP – volte a interrompere la cooperazione con Israele in materia di sicurezza – non sono mai state ascoltate né attuate, rispettivamente, da Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e dalla sua corte. La dimensione burocratica della cooperazione palestinese con Israele è ancora più difficile da contestare o fermare, poiché riguarda gli aspetti fondamentali della vita delle persone: ottenere una carta d’identità, registrare i propri figli appena nati, partire all’estero, aprire un’attività commerciale e un conto bancario, importare ed esportare… Tale rottura richiede un’attenta pianificazione, una decisione unitaria e la disponibilità di tutte le persone a prepararsi in modo proattivo a enormi sacrifici nella loro vita quotidiana. Alcuni anni fa, Qadura Fares, membro di Fatah ed ex prigioniero, apprezzato e amato dalla base ma spesso caduto in disgrazia presso la leadership, ha elaborato un piano a lungo termine di disobbedienza civile di massa, ma ovviamente non è riuscito a convincere che fosse possibile. Durante i 30 anni delle enclavi A&B, i palestinesi hanno avuto un po’ di “tregua” dall’occupante: in aree limitate, per periodi di tempo limitati. Io la chiamo la “logica dei bantustan”. Ha fatto sì che le persone si abituassero a una sorta di comfort limitato o di normalità limitata, che non erano disposte a stravolgere completamente. Le enclavi sempre più numerose e sempre più piccole progettate da Oslo e Israele hanno anche frammentato l’esperienza della vita sotto il dominio straniero ostile: ogni villaggio o città la vive in modo diverso e trova o non trova il proprio modo di cooperare o resistere. Ciò è stato molto chiaro durante la resistenza al muro di separazione, all’inizio degli anni 2000: le manifestazioni non erano di tutti i palestinesi, ma di ogni villaggio per conto proprio, con la presenza e l’assistenza di attivisti internazionali e israeliani. La frammentazione e l’allontanamento sono anche cognitivi: è difficile immaginare ora una preparazione unitaria di una strategia in tutta la Cisgiordania. La solidarietà interna è compromessa. «La brutalità con cui Israele reprime qualsiasi tentativo di resistenza è intimidatoria» P.A. – Sembra che parte della popolazione palestinese si sia sentita tradita o abbandonata dai propri leader? A.H.–La cosiddetta leadership ovviamente non ha alcun interesse in una nuova strategia. È diventata una nomenklatura che identifica la “causa nazionale” con la propria stabilità e il proprio benessere. Le cerchie più ampie attorno a questo nucleo di nomenklatura – vale a dire i dipendenti pubblici e la classe imprenditoriale – dipendono da essa e non possono permettersi o non osano staccarsene. Esiste un’istituzione ufficiale denominata “Commissione per la colonizzazione e la resistenza al muro”, composta principalmente da attivisti di Fatah, sul libro paga dell’Autorità Palestinese. Raccolgono informazioni, dispongono di un gruppo di avvocati che rappresentano i cittadini nelle questioni relative al furto di terre (da parte di Israele) e organizzano attività di solidarietà e protezione con le comunità minacciate dai coloni e dalla burocrazia dell’occupazione. Sebbene non vi sia motivo di dubitare della sincerità delle persone coinvolte – che sono esposte ai colpi dei soldati, alla violenza dei coloni e agli arresti – non sono state raggiunte da masse di persone. Al contrario, la loro identificazione con Fatah e l’Autorità Palestinese non è affatto attrattiva per il pubblico. Non sono riconosciuti come i giovani i cui enormi manifesti – con enormi fucili – sono appesi ovunque e che sono stati uccisi dall’esercito. La brutalità della repressione israeliana di qualsiasi tentativo di resistenza è intimidatoria. E la brutalità della repressione israeliana, indipendentemente da qualsiasi forma di resistenza o opposizione, è enorme e pervasiva più che mai. Soprattutto sotto questa coalizione di estrema destra, soprattutto dopo il 7 ottobre. Per resistere in modo proattivo, la collettività palestinese ha bisogno di credere nell’efficacia, di avere una leadership affidabile che ascolti il popolo e sia in grado di guidarlo, e di avere un obiettivo comune chiaro. Tutto questo manca. Le persone possono rispondere nei sondaggi di opinione che sono favorevoli alla lotta armata, o che questo è l’unico modo per raggiungere una soluzione, ma nella pratica, le loro scelte personali dimostrano il contrario. Vedo come i genitori cercano di tenere i propri figli lontani dagli scontri vicino alle postazioni militari, o li mandano a studiare all’estero, anche se ideologicamente sostengono la lotta armata. P.A. – Ci sono nuove forme di resistenza che stanno emergendo in Cisgiordania dal 7 ottobre? A.H. – Prima di vedere nuove forme di resistenza, ci deve essere un cambiamento importante nella vita politica interna palestinese. Sarà la rinascita dell’obsoleta OLP? Una forma totalmente nuova di OLP? Un cambiamento guidato dalla diaspora? Un’iniziativa di tutti i palestinesi (compresi quelli del 1948)? Ognuna di queste ipotesi ha un corrispondente o è accennata in alcune iniziative intellettuali, che almeno ci dicono quanto la gente desideri questo cambiamento politico. Ma, inutile dirlo, spetta ai palestinesi decidere. Spero che ci siano iniziative abbastanza serie da non essere rese pubbliche in questo momento. In questo momento, mentre continua il genocidio perpetrato dallo Stato israeliano a Gaza, il senso di incompetenza politica e paralisi è più forte che mai. È in netto contrasto con l’atmosfera di vittoria dei primi giorni dopo il 7 ottobre e gli slogan che si sentivano dalla diaspora palestinese e dai palestinesi in Cisgiordania. «I coloni stanno conducendo una guerra su più fronti contro i palestinesi» P.A. – Ci sono tentativi di costruire un movimento di resistenza unito tra i giovani palestinesi nelle città della Cisgiordania? A.H. – Storicamente, i movimenti politici giovanili erano collegati e affiliati ai vari gruppi di resistenza politica. Che si trattasse di attività clandestine o camuffate durante l’occupazione diretta, o per lo più aperte dopo l’istituzione dell’entità autonoma. Stiamo parlando principalmente degli studenti universitari. I gruppi studenteschi affiliati ad Hamas, alla Jihad islamica e al Fronte popolare sono stati dichiarati illegali da Israele nell’ultimo decennio. I loro membri vengono spesso arrestati dall’esercito israeliano e alcuni vengono talvolta detenuti anche dai palestinesi. Ciononostante, si candidano alle elezioni del consiglio studentesco. Quello affiliato a Fatah è legale, e le rivalità, le tensioni e le accuse reciproche degli “adulti” esistono anche nel campus. Non ho notato che sviluppino modi di agire e di pensare indipendenti, che si discostino da quelli delle rispettive organizzazioni madri. Ma forse mi sbaglio e c’è dell’altro, solo che non ne sono a conoscenza. P.A. – Qual è l’impatto dell’accelerazione della colonizzazione e della violenza dei coloni dal 7 ottobre? Come vede le (nuove?) strategie israeliane di colonizzazione, in particolare nella Cisgiordania settentrionale, lo sradicamento dei campi profughi, la distruzione dei villaggi rurali, la pulizia etnica delle comunità locali? A.H.–Vivere sotto l’occupazione e la colonizzazione israeliana senza fine è una forma di resistenza permanente. Poiché si tratta di uno stile di vita organico, non organizzato o strategico, viene chiamato resilienza o Sumud. Poiché l’obiettivo israeliano è sempre stato quello di avere “più terra possibile con il minor numero possibile di palestinesi”, – l’insistenza delle comunità di pastori e agricoltori nel voler rimanere sulle loro terre e la loro abilità nel garantire una certa normalità all’interno delle enclavi A+B sono state fenomenali. Ma l’attuale governo e le sue milizie semi-ufficiali composte da bande di coloni sono riusciti a spezzare il sumud in vaste aree della Cisgiordania, espellendo circa 60 comunità e impedendo a decine di villaggi di raggiungere i loro terreni coltivati o i pascoli. I metodi non sono realmente nuovi, ma i coloni “giovani delle colline” e la costruzione ben organizzata e pianificata di violenti avamposti di pastori sono venuti in aiuto alla burocrazia dell’occupazione: essa ha sempre mirato a ‘ripulire’ gran parte della Cisgiordania dalla presenza palestinese, ma lo ha fatto “troppo lentamente”. Ora il processo è stato accelerato. “Le prigioni sono il luogo in cui convergono il sadismo dello Stato e il sadismo individuale”. P.A. – Potrebbe descrivere questa guerra su più fronti? A.H. – Inoltre, i coloni e le loro istituzioni non governative, guidate e ispirate dal Gauleiter della Cisgiordania – Betzalel Smortich – hanno lanciato una guerra su più fronti contro i palestinesi, che rompono la “logica del Bantustan”. Nessuno è al sicuro, in nessun luogo. C’è una rapina a mano armata, in pieno giorno, delle entrate dell’Autorità Palestinese. Smotrich, in qualità anche di ministro delle finanze, semplicemente non permette il trasferimento di tali entrate (sotto forma di dazi doganali sulle importazioni palestinesi che passano attraverso i porti israeliani) al tesoro dell’Autorità Palestinese. C’è un continuo furto delle risorse idriche da parte dello Stato. Si assiste a un continuo furto delle risorse idriche da parte dello Stato e dei coloni. Da ottobre 2023, l’esercito ha bloccato altri villaggi e città con cancelli di ferro nuovi di zecca, limitando ancora di più la libertà di movimento. Questa è sempre stata una richiesta dei coloni: poter guidare “in sicurezza” sulle strade della Cisgiordania. Si sta verificando un’ondata senza precedenti di furti e “confische” di denaro contante e oro dalle case della popolazione, da parte dei soldati inviati dai loro comandanti per incursioni notturne o diurne. E questo mentre la popolazione ha già consumato gran parte dei propri risparmi, perché, nonostante il parere contrario dei militari, il governo non permette a decine di migliaia di palestinesi di tornare a lavorare in Israele. Per il terzo anno consecutivo, l’esercito non permette a migliaia di agricoltori di raccogliere le loro olive, un’importante fonte di reddito e una manifestazione collettiva, sia nazionale che emotiva, di continuità e appartenenza alla terra. Ci sono arresti e detenzioni di massa, e le condizioni sono diventate terribili: fame, umiliazioni, sovraffollamento che porta a malattie della pelle, privazione di materiale di lettura e scrittura, divieto di visite familiari. Le prigioni sono il luogo in cui il sadismo dello Stato e quello individuale convergono e si manifestano più apertamente. Ovunque, i palestinesi sono ora totalmente esposti ai capricci dei singoli soldati e coloni e alla crudeltà calcolata degli uomini e delle istituzioni al potere. Non c’è da stupirsi che la gente tema che, una volta che Israele avrà “finito” con Gaza, lancerà espulsioni di massa, se non addirittura una politica di genocidio, in Cisgiordania. “In assenza di ‘sangue nuovo’, l’Autorità palestinese è caratterizzata da una sclerosi di idee e azioni” P.A. – Come vede il ruolo dell’Autorità Palestinese, sia come forza di collaborazione e repressione contro il proprio popolo, sia come ostacolo alle mosse di annessione da parte di Israele? A.H. – Dobbiamo distinguere tra l’Autorità Palestinese come fornitore di servizi al pubblico, come leadership nazionale e come entità politica con l’obiettivo di raggiungere la statualità. Molti individui e attori dell’establishment dell’Autorità Palestinese sono onesti capifamiglia che servono la loro comunità e vogliono continuare a farlo. Il furto da parte di Israele delle entrate dell’Autorità Palestinese ha dimezzato o ridotto di due terzi i loro stipendi, già da diversi anni. Quindi, naturalmente, questo influisce su di loro, sulle loro capacità e sulla loro motivazione a svolgere correttamente il proprio lavoro. Tuttavia, è notevole come il settore pubblico continui a funzionare e a fornire servizi, per quanto scarsi e insoddisfacenti possano essere. Per quanto riguarda le istituzioni stesse: il loro funzionamento varia da luogo a luogo, possono essere minime soprattutto a causa dei vincoli di bilancio, alcuni settori sono troppo infiltrati dalla politica interna (come il sistema giudiziario)… Gli accordi di Oslo hanno assolto Israele da ogni responsabilità nei confronti delle persone che continua a occupare, e l’Autorità Palestinese deve affrontare i danni causati da Israele: che si tratti di aiutare gli sfollati, le famiglie povere, i feriti e semplicemente coloro che soffrono di ipertensione a causa della realtà insopportabile e dello stress permanente. Ad esempio, fino ad oggi l’Autorità Palestinese paga le spese dei pazienti di Gaza che sono venuti in Cisgiordania per curarsi prima del 7 ottobre. Paga il loro alloggio e le cure mediche. L’Autorità Palestinese paga l’acqua potabile che Israele (sotto pressione internazionale) ha ripreso a fornire a Gaza. Si tratta di piccole quantità, che ora rappresentano l’unica acqua potabile disponibile nella zona. Da questo punto di vista, non si può dire che l’Autorità Palestinese agisca contro il proprio popolo. Lo fa invece quando esaminiamo il suo ruolo di leadership politica nazionale. Poiché non ci sono elezioni o altre forme di coinvolgimento di “nuove leve”, essa è caratterizzata da un irrigidimento del pensiero e dell’azione. Come ho detto prima, è una nomenklatura che non riesce a distaccarsi dai propri interessi personali e quindi manca di qualsiasi iniziativa per cambiare o avviare una propria “disobbedienza civile” nei confronti degli israeliani. In alcuni casi, la sua disponibilità a seguire i diktat israeliani è una vera e propria collaborazione. E mi riferisco alla collaborazione burocratica. Ad esempio, in violazione degli accordi di Oslo, nel 2000 Israele ha interrotto il processo di “ricongiungimento familiare”, ovvero la concessione dello status di residente ai coniugi dei residenti palestinesi in Cisgiordania e Gaza. Le persone presentano le loro domande di ricongiungimento all’Autorità Palestinese. Israele dice che non le accetta perché il processo è congelato. Quindi i burocrati dell’Autorità Palestinese obbediscono e non trasferiscono le domande, anche se potrebbero inviarle per posta. Quando avvocati israeliani specializzati in diritti umani o gruppi come Hamoked – per la difesa dei diritti individuali – presentano petizioni a favore di queste coppie “miste” che non possono vivere insieme, – i tribunali vogliono una “prova” che la richiesta sia stata presentata alla parte israeliana. Non esiste alcuna prova del genere, perché l’Autorità Palestinese non ha mai inviato le richieste a Israele A.H. – E la collaborazione in materia di sicurezza? A.H. – Quindi, centinaia di comunità devono affrontare la violenza dei coloni. Perché l’Autorità Palestinese non potrebbe assegnare il suo numeroso personale di sicurezza a ciascuna di queste località – senza armi o uniformi, perché si tratta della zona C ed è vietato dall’accordo di Oslo – ma come sostegno alla popolazione e per trasmettere il messaggio che non la sta trascurando? Poiché si tratta di una nomenklatura – con fenomeni evidenti come il nepotismo, gli alti stipendi e i benefici extra –, la sua posizione altrimenti valida contro l’uso delle armi è considerata corrotta, se non addirittura traditrice, dalla popolazione. Non so se o in che misura l’Autorità Palestinese riesca, voglia o possa sventare gli attacchi armati contro gli israeliani. Dovrebbe avere il diritto di opporsi alle azioni che facilitano le campagne di distruzione e le espulsioni di massa da parte di Israele. Ma ovviamente usa le sue agenzie di sicurezza per intimidire e mettere a tacere le critiche interne e il libero dibattito. “Il riconoscimento senza sanzioni a Israele è solo una dichiarazione di facciata” P.A. – Dopo l’ultima ondata di riconoscimenti dello Stato di Palestina, cosa resta della “soluzione dei due Stati”? A.H. – È un errore continuare a usare il termine “soluzione”. Le soluzioni vanno bene per la chimica e la matematica. Nei processi storici, la questione è cosa facciamo e come lo facciamo, al fine di garantire che la fase successiva sia migliore per la popolazione. Coloro che hanno tardato a riconoscere lo Stato palestinese sembrano ignorare la realtà dell’annessione di fatto da parte di Israele della maggior parte della Cisgiordania e il pericolo di espulsioni di massa. Ma vorrei essere ottimista: facciamo pressione su quei paesi e sui primi ministri affinché dichiarino sanzioni contro Israele, in modo che smantelli prima i circa 300 avamposti che sono stati costruiti, come prima fase prima dello smantellamento graduale degli insediamenti. Dobbiamo riportare nel nostro discorso l’assioma secondo cui tutti gli insediamenti sono illegali. Dobbiamo respingere l’affermazione secondo cui “sono irreversibili”, perché ciò significa che accettiamo e sosteniamo la spoliazione quotidiana e continua dei palestinesi. Una volta ripreso il processo negoziale, lo Stato palestinese potrebbe accettare che gli ebrei rimangano all’interno dei suoi confini. Ma a una condizione: che gli ex insediamenti siano aperti a tutti, non solo agli ebrei, che i proprietari terrieri (comprese le comunità locali la cui terra è considerata pubblica e non privata) siano risarciti per la terra rubata, che i coloni violenti siano espulsi, che lo Stato di Israele garantisca che gli altri non costituiranno una quinta colonna. Il riconoscimento senza sanzioni immediate e coraggiose contro Israele è solo una dichiarazione di facciata. P.A. – Come vede l’avvento di una nuova generazione palestinese che non ha vissuto la Nakba e le intifada? Qualche segno di “radicalizzazione” o depoliticizzazione? A.H. – La memoria storica collettiva della Nakba è sempre stata molto viva e ben conservata – anche se non in tutti i suoi dettagli. E ancora di più: poiché il periodo di Oslo si è rivelato una tale delusione, è diffusa la percezione che i palestinesi vivano una Nakba continua, che la Nakba non sia mai finita. Definire Israele come un’entità coloniale è molto comune, un fatto evidente che non necessita di molte spiegazioni. P.A. – A titolo più personale, come procede il lavoro di un giornalista israeliano in Cisgiordania, soprattutto dopo il 7 ottobre? A.H. – È più frustrante che mai: troppi sviluppi cruciali e pericolosi, incidenti, attacchi e risoluzioni governative da coprire in modo serio e meticoloso. E i lettori, più che mai, non sono disposti a conoscere e vedere il contesto generale. The post Amira Hass: Perché la Cisgiordania non si è ribellata first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Amira Hass: Perché la Cisgiordania non si è ribellata sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.