La rivoluzione anticoloniale che la Francia non perdona all’Algeria

Popoff Quotidiano - Wednesday, November 5, 2025

La prima vittoria parlamentare del Rassemblement National rivela la recrudescenza di una questione coloniale irrisolta (Edwy Plenel)

Edwy Plenel è il fondatore di Mediapart, media indipendente da cui abbiamo tratto questo articolo

«L’Assemblea Generale, convinta che il mantenimento del colonialismo impedisca lo sviluppo della cooperazione economica internazionale, ostacoli lo sviluppo sociale, culturale ed economico dei popoli dipendenti e va contro l’ideale di pace universale delle Nazioni Unite, convinta che tutti i popoli abbiano il diritto inalienabile alla piena libertà, all’esercizio della loro sovranità e all’integrità del loro territorio nazionale, proclama solennemente la necessità di porre fine rapidamente e incondizionatamente al colonialismo in tutte le sue forme e manifestazioni…».

Alla fine di quest’anno saranno sessantacinque anni che le Nazioni Unite hanno pronunciato l’atto di morte del colonialismo. Era il 14 dicembre 1960, sotto forma di una «Dichiarazione sulla concessione dell’indipendenza ai paesi e ai popoli coloniali», che fu adottata senza che nessuno Stato membro osasse opporsi: 89 voti a favore, nessun voto contrario. Da allora, un Comitato speciale per la decolonizzazione è ancora attivo presso l’ONU.

Ci furono solo 9 astensioni, essenzialmente quelle delle principali potenze dell’epoca: Belgio, Spagna, Francia, Regno Unito, Portogallo, in compagnia dell’Australia e della Repubblica Dominicana. A cui si unirono gli Stati Uniti, dove gli Stati del Sud praticavano ancora la segregazione razziale, e il Sudafrica, dove dal 1948, anno della sua introduzione, regnava l’apartheid razzista.

Il formidabile lavoro di archiviazione dell’eccezionale documentario Soundtrack to a Coup d’État (2024) permette di rivivere quel momento di speranza in cui, sulla scia della conferenza di Bandung dell’aprile 1955 e delle prime indipendenze asiatiche e africane, si affermava il diritto dei popoli all’autodeterminazione e si faceva sentire la voce delle nazioni del terzo mondo.

Ma, partendo dal racconto della tragedia del Congo belga, questo film introduce il seguito, molto meno gioioso, di cui l’assassinio di Patrice Lumumba nel gennaio 1961 fu il simbolo sanguinoso: le manovre ciniche dei paesi coloniali e dell’imperialismo nordamericano per rovesciare un rapporto di forza che stava diventando loro sfavorevole, sottomettendo in modo duraturo le indipendenze ai propri interessi.

Eppure, nello stesso periodo, c’è un popolo che non si sottomette e la cui indipendenza, conquistata a caro prezzo dopo otto anni di una guerra terribile, diventerà il simbolo vittorioso dell’anticolonialismo: il popolo algerino. Se Algeri fu soprannominata negli anni ’60 «la Mecca dei rivoluzionari», fu in misura proporzionale all’evento universale che significò l’indipendenza algerina nel luglio 1962.

In linea con la rivoluzione haitiana

Il fatto che sia stata successivamente confiscata o tradita dalle nuove classi dirigenti, come hanno regolarmente dimostrato le rivolte del popolo algerino per riconquistare diritti e libertà, non sminuisce in alcun modo questo evento di cui l’Algeria rimane il simbolo: una rivoluzione anticoloniale.

A questo proposito, l’impatto della rivoluzione algerina ricorda quello della rivoluzione antischiavista haitiana. Tanto più che si tratta di due paesi che erano considerati i gioielli dell’impero coloniale francese e di fatto il suo tesoro commerciale: Saint-Domingue nel XVIII secolo, l’Algeria nel XX secolo.

Si tratta quindi di due rivoluzioni di portata universale, al pari della rivoluzione parlamentare britannica, della rivoluzione indipendentista americana e della rivoluzione repubblicana francese. Ma sono due rivoluzioni provenienti dai popoli subalterni, che brandivano la promessa di uguaglianza dei diritti contro una nazione occidentale che li aveva proclamati dal 1789 e che li negava, prima con la schiavitù, poi con l’indigenato.

Entrambe vittoriose sulla Francia – vittoria dei deboli contro i forti, degli oppressi contro gli oppressori, dei presunti barbari contro i sedicenti civilizzati –, queste due rivoluzioni hanno quindi brandito valori universali contro il paese europeo che se ne era dichiarato proprietario per poi calpestarli, in un doppio standard purtroppo destinato ad avere una lunga discendenza.

Ecco perché l’audacia di queste due rivoluzioni non ha smesso di parlare al mondo. I lavori della storica Malika Rahal lo sottolineano oggi nel caso algerino, così come l’opera pionieristica del trinidadiano C. L. R. James, Les Jacobins noirs (1938, prima traduzione nel 1949), lo aveva già magnificato nel caso haitiano.

Un’audacia che, in entrambi i casi, la potenza sconfitta non ha mai digerito. La giovane repubblica haitiana fu messa in ginocchio economicamente, a partire dal 1825, dal debito incommensurabile che la Francia le impose come riscatto della sua libertà, in cambio della sua accettazione nel concerto delle nazioni, debito che il nostro Paese ha sempre rifiutato di ripagare.

Vent’anni fa, «il ruolo positivo»

Per quanto riguarda l’Algeria, la vittoria parlamentare ottenuta dal Rassemblement national, con l’adozione di una risoluzione volta a denunciare gli accordi franco-algerini del 1968, consacra simbolicamente quel passato che non passa, un’indipendenza contro la quale l’estrema destra si è sempre opposta. E di un colonialismo che gran parte del mondo politico non ha ancora superato.

La prova è stata data da Sébastien Lecornu, che martedì 4 novembre ha annunciato la sua volontà di dare seguito alla risoluzione dell’estrema destra, rinegoziando al più presto gli accordi franco-algerini. In questo modo, il primo ministro si inserisce nella continuità del presidente della Repubblica che, lo scorso anno, ha aggravato di sua iniziativa le tensioni con l’Algeria cedendo a una escalation diplomatica a favore del regno marocchino sulla questione del Sahara occidentale.

Sia a destra che a sinistra, il rifiuto dei presidenti che si sono succeduti e delle loro maggioranze parlamentari di assumere chiaramente una posizione di rottura con il colonialismo, di riconoscimento della sua illegittimità, delle sue ingiustizie e dei suoi crimini, di verità e riconciliazione nei confronti dei popoli che ne sono stati vittime, ha permesso al colonialismo represso di riemergere al centro del dibattito pubblico.

A tal punto che una legge del 23 febbraio 2005 ha affermato «il ruolo positivo» della colonizzazione francese, eufemisticamente definita «presenza francese d’oltremare, in particolare in Nord Africa». L’abrogazione per decreto, un anno dopo, di questa formulazione che aveva suscitato scandalo, in particolare tra gli storici, non impedisce a questa legge di essere ancora in vigore, dove «la nazione esprime la sua gratitudine alle donne e agli uomini che hanno partecipato all’opera compiuta dalla Francia» nelle sue colonie, e in particolare «negli ex dipartimenti francesi dell’Algeria».

Questa rinascita, come un fiume sotterraneo che risale in superficie, ha così aperto la strada al fondo commerciale identitario dell’estrema destra francese, per la quale la guerra d’Algeria non finirà mai. Nel 1999, lo storico Benjamin Stora aveva presto messo in guardia su questo «trasferimento di memoria» che alimentava un «sudismo» francese profondamente razzista, ereditato dalla colonizzazione algerina, simile all’eredità segregazionista propria degli Stati del sud degli Stati Uniti.

E il suo collega Alain Ruscio, in Nostalgérie (La Découverte), aveva sottolineato nel 2015 quanto fosse ancora viva l’eredità dell’OAS, l’organizzazione terroristica che moltiplicò attentati e omicidi per impedire l’indipendenza algerina, avvelenando il clima politico di un Paese la cui popolazione, multiculturale, è profondamente legata al suo passato coloniale.

La questione algerina non è quindi secondaria, ma centrale. L’estrema destra è qui all’avanguardia di un desiderio di vendetta che va oltre i suoi ranghi. Perché la rivoluzione anticoloniale algerina mette la Francia di fronte non al suo passato, ma al suo presente. E questo non è un fenomeno recente: già durante i quattordici lunghi anni della sua presidenza, François Mitterrand aveva instaurato un rapporto lucido e sereno della Francia con le due parti oscure della sua storia contemporanea, la collaborazione di Vichy e la guerra d’Algeria.

Oggi, la questione della Nuova Caledonia, dove la Francia continua a rifiutare l’indipendenza dei Kanak al punto che Emmanuel Macron e Sébastien Lecornu hanno fatto di tutto per annullare gli accordi di Matignon e poi di Nouméa, che aprivano la strada alla decolonizzazione, ricorda che il nostro Paese è l’ultima potenza coloniale diretta al mondo.

Sì, l’ultimo paese europeo ad avere possedimenti in tutti gli altri continenti, eccetto l’Asia, dalla Guyana alla Polinesia, passando per le Antille e La Réunion, e ad aggrapparsi ad essi contro venti e maree, in una ricerca di potere sempre insoddisfatta.

Finché rimane chiuso, il lucchetto coloniale continua a ostacolare la costruzione di un immaginario comune che proietti la Francia e il suo popolo, nella sua diversità, verso l’incontro con il mondo. Peggio ancora, la rinchiude in una regressione che evoca l’osservazione fatta nel 1961 da Pierre Nora, allora giovane storico, al termine di un’indagine sui francesi d’Algeria, a proposito degli “ultras” dell’Algeria francese: «Si sono messi in controtendenza rispetto a qualsiasi evoluzione. Hanno bloccato la storia».

Questa regressione ci porta verso l’abisso, verso un orizzonte di guerra civile, in cui una parte della Francia cercherà di regolare i conti con un’altra, definita anti-Francia. Alla tribuna dell’Assemblea nazionale, Guillaume Bigot, il deputato del RN che difendeva la risoluzione anti-algerina, ha assunto questo linguaggio, definendo i suoi oppositori sui banchi della sinistra come «il partito dello straniero».

La verità è che quel partito, il nostro, è quello della Francia. Di una Francia riconciliata con se stessa perché riconciliata con il mondo, con quegli «strani stranieri», come diceva il poeta Jacques Prévert, che hanno fatto e continuano a fare la ricchezza del suo popolo.

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