L’orticaria e gli extraprofitti
“Quando sento la parola tasse mi viene l’orticaria. Non esiste il diritto
all’extra-profitto. È una parolaccia l’extra-profitto”. La frase è di Antonio
Tajani, vicepresidente del consiglio dei ministri e segretario di Forza Italia.
La prima affermazione non dovrebbe stupire, poiché da decenni assistiamo alla
narrazione berlusconiana secondo la quale lo Stato non deve mettere le mani
nelle tasche dei contribuenti. L’apice l’aveva raggiunto l’attuale presidente
del consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, paragonando le imposte al “pizzo di
Stato”. Al confronto l’orticaria è una reazione cutanea di poco conto.
Ovviamente tutto ciò è in contrasto con il dettato costituzionale, che indica la
contribuzione per le spese pubbliche come un dovere inderogabile sulla base
della capacità contributiva. Resta il problema di come sia possibile che
esponenti di primo piano del governo affermino il contrario di quanto sta
scritto nella Costituzione che hanno giurato di osservare.
Discorso diverso andrebbe fatto per i cosiddetti extra-profitti. Di solito si fa
riferimento a quelli delle banche e/o delle società energetiche. Non è chiaro
per quale ragione si tralascino altri settori, come per esempio i produttori di
armamenti. Inoltre, nessuno sa dire come si possa stabilire la linea di
demarcazione tra profitti ed extra. E se la differenza non è definibile con
chiarezza, è problematico intervenire, anche perché si lascerebbe ampio spazio a
contenziosi.
Antonio Tajani, inconsapevolmente, ha indicato la via più realistica e corretta
per intervenire. Affermando che l’extra-profitto non esista, si dovrebbe
necessariamente intervenire fiscalmente sui profitti delle società (bancarie,
energetiche e di ogni altro settore). In Italia, le imposte (IRES + IRAP) sugli
utili delle aziende sono proporzionali, mentre quelle sui redditi delle persone
fisiche (IRPEF) sono progressive. Logica vorrebbe che anche per le società si
applicassero aliquote a scaglioni: chi ha più utili, può contribuire con
percentuali più elevate. Si tratta quindi di tassare in modo più adeguato (e
costituzionale) gli utili aziendali.
In Italia, l’imposta sulle società (prima IRPEG e poi IRES) è sempre stata
proporzionale: in origine era al 37%, per poi scendere continuamente fino al 24%
attuale. Per non dire dei contribuenti forfettari con Partita IVA con
un’aliquota del 5% o del 15% (ed esenti dall’IRAP).
In ogni caso, resta inspiegabile perché per le aziende sia stata esclusa una
progressività fiscale. Eppure non è difficile comprendere come sia molto diversa
la condizione economica di un’impresa che ha 1 milione di utili e quella che ha
1 miliardo di profitti. Incredibile e insensato che vengano tassate allo stesso
modo in un Paese in cui è stabilito che “il sistema tributario è informato a
criteri di progressività” (art. 53 della Costituzione).
È vero che nella maggior parte degli Stati l’imposta sulle società è
proporzionale, ma non mancano le eccezioni: Lussemburgo, Francia, Belgio,
Giappone, Argentina, Marocco, Montenegro, ecc. Negli USA fino al 2017 la
tassazione societaria era impostata con scaglioni progressivi (fino al 35%). La
flat tax al 21% per le società (corporation) negli Stati Uniti è stata
introdotta dal presidente Donald Trump nel 2018. Questa però è un’imposta
federale alle quale si deve aggiungere la tassa di ciascuno Stato. Per esempio
nello Stato di New York, la tassazione sulle imprese attualmente è fissata a
scaglioni (dal 6,5% al 14%), rendendo l’imposta totale progressiva.
Di conseguenza stupisce che nel panorama politico italiano non ci sia nessuno
che proponga la misura più ovvia e sensata: anche per le imprese di ogni settore
bisogna introdurre un sistema tributario progressivo come già avviene per i
singoli cittadini. Invece, si preferisce discutere inutilmente sugli
extra-profitti, anziché intervenire sull’attuale sistema fiscale ingiusto e
inadeguato. È questa miope visione che fa venire l’orticaria.
Rocco Artifoni