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L’orticaria e gli extraprofitti
“Quando sento la parola tasse mi viene l’orticaria. Non esiste il diritto all’extra-profitto. È una parolaccia l’extra-profitto”. La frase è di Antonio Tajani, vicepresidente del consiglio dei ministri e segretario di Forza Italia. La prima affermazione non dovrebbe stupire, poiché da decenni assistiamo alla narrazione berlusconiana secondo la quale lo Stato non deve mettere le mani nelle tasche dei contribuenti. L’apice l’aveva raggiunto l’attuale presidente del consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, paragonando le imposte al “pizzo di Stato”. Al confronto l’orticaria è una reazione cutanea di poco conto. Ovviamente tutto ciò è in contrasto con il dettato costituzionale, che indica la contribuzione per le spese pubbliche come un dovere inderogabile sulla base della capacità contributiva. Resta il problema di come sia possibile che esponenti di primo piano del governo affermino il contrario di quanto sta scritto nella Costituzione che hanno giurato di osservare. Discorso diverso andrebbe fatto per i cosiddetti extra-profitti. Di solito si fa riferimento a quelli delle banche e/o delle società energetiche. Non è chiaro per quale ragione si tralascino altri settori, come per esempio i produttori di armamenti. Inoltre, nessuno sa dire come si possa stabilire la linea di demarcazione tra profitti ed extra. E se la differenza non è definibile con chiarezza, è problematico intervenire, anche perché si lascerebbe ampio spazio a contenziosi. Antonio Tajani, inconsapevolmente, ha indicato la via più realistica e corretta per intervenire. Affermando che l’extra-profitto non esista, si dovrebbe necessariamente intervenire fiscalmente sui profitti delle società (bancarie, energetiche e di ogni altro settore). In Italia, le imposte (IRES + IRAP) sugli utili delle aziende sono proporzionali, mentre quelle sui redditi delle persone fisiche (IRPEF) sono progressive. Logica vorrebbe che anche per le società si applicassero aliquote a scaglioni: chi ha più utili, può contribuire con percentuali più elevate. Si tratta quindi di tassare in modo più adeguato (e costituzionale) gli utili aziendali. In Italia, l’imposta sulle società (prima IRPEG e poi IRES) è sempre stata proporzionale: in origine era al 37%, per poi scendere continuamente fino al 24% attuale. Per non dire dei contribuenti forfettari con Partita IVA con un’aliquota del 5% o del 15% (ed esenti dall’IRAP). In ogni caso, resta inspiegabile perché per le aziende sia stata esclusa una progressività fiscale. Eppure non è difficile comprendere come sia molto diversa la condizione economica di un’impresa che ha 1 milione di utili e quella che ha 1 miliardo di profitti. Incredibile e insensato che vengano tassate allo stesso modo in un Paese in cui è stabilito che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività” (art. 53 della Costituzione). È vero che nella maggior parte degli Stati l’imposta sulle società è proporzionale, ma non mancano le eccezioni: Lussemburgo, Francia, Belgio, Giappone, Argentina, Marocco, Montenegro, ecc. Negli USA fino al 2017 la tassazione societaria era impostata con scaglioni progressivi (fino al 35%). La flat tax al 21% per le società (corporation) negli Stati Uniti è stata introdotta dal presidente Donald Trump nel 2018. Questa però è un’imposta federale alle quale si deve aggiungere la tassa di ciascuno Stato. Per esempio nello Stato di New York, la tassazione sulle imprese attualmente è fissata a scaglioni (dal 6,5% al 14%), rendendo l’imposta totale progressiva. Di conseguenza stupisce che nel panorama politico italiano non ci sia nessuno che proponga la misura più ovvia e sensata: anche per le imprese di ogni settore bisogna introdurre un sistema tributario progressivo come già avviene per i singoli cittadini. Invece, si preferisce discutere inutilmente sugli extra-profitti, anziché intervenire sull’attuale sistema fiscale ingiusto e inadeguato. È questa miope visione che fa venire l’orticaria.   Rocco Artifoni
August 31, 2026
Pressenza
Quale patrimonio culturale cristiano rivendicano le due premier europee, l’italiana Giorgia Meloni e la danese Mette Frederiksen?
Nel messaggio congiunto, pubblicato sui rispettivi profili social, la premier italiana Giorgia Meloni e la premier danese, Mette Frederiksen, pur appartenenti a formazioni politiche storicamente distanti – destra/estrema destra, la Meloni; socialdemocratica, la Frederiksen – puntano il dito sul pericolo imminente di un’invasione dell’islam tramite i flussi migratori dai paesi dell’Asia Occidentale (Medio Oriente), del Magreb e dell’Africa subsahariana. Esprimono così la loro visione di un’Europa roccaforte che desiderano difendere: «…siamo unite dal nostro desiderio di difendere l’Europa». Le due premier, dunque, individuano il pericolo mortale per l’Europa non in una invasione di eserciti armati di tutto punto, ma nella «immigrazione incontrollata», alla quale rispondono promuovendo «una politica migratoria rigorosa». Le due signore definiscono “illegale” l’immigrazione che, fino a poco tempo era definita, irregolare, per cui le persone migranti diventano automaticamente “migranti illegali”, anche se provengono da Paesi in guerra, fuggono da carestie, o semplicemente desiderano espatriare per migliorare le loro condizioni di vita. Dimenticano che il diritto di emigrare è sancito dalla Dichiarazione ONU dei Diritti umani. Tutto il discorso è basato sulla criminalizzazione dei migranti, sugli «impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali». Affermazioni apodittiche, almeno per l’Italia, smentite da inchieste e statistiche sull’aumento della criminalità, in un Paese che della criminalità organizzata è il capofila (vedi mafia, ndrangheta e camorra). Inoltre la «pressione crescente sui servizi pubblici» non tiene conto di quanto l’immigrazione abbia contribuito a tenere scuole aperte, cantieri attivi, campi lavorati e prodotti agricoli che troviamo nei supermercati. L’erosione poi della fiducia dei cittadini, più che dalla realtà è prodotta dalla percezione indotta da una narrazione xenofoba e islamofobica spalmata dai media dei partiti di destra e estrema destra in ogni occasione. La soluzione prospettata è la “remigrazione”, nella fattispecie la realizzazione di «centri di rimpatrio in Paesi terzi», fuori dall’Europa. La realizzazione fallimentare del Centro per il rimpatrio in Albania, evidentemente non ha insegnato niente. La negazione dei diritti umani nei CPR italiani è sotto gli occhi di tutti, con situazioni di precarietà per mancanza di cure mediche, di cibo scarso e spesso avariato, di alloggi inadeguati e sovraffollati, con frequenti episodi di autolesionismo e suicidi indotti. I CPR sono stati definiti lager e, per questa ragione, dovrebbero essere chiusi e non esportati in altre nazioni. Ma il punto che mi preme mettere in evidenza è questo: le due leader presentano il loro programma come difesa e riproposizione di valori “cristiani”, dunque ancorato alle “radici cristiane” dell’Europa. Ecco quanto affermano: «Il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei. Ciò vale per i migranti illegali, ma anche per i milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente nelle nostre Nazioni e in tutta Europa. Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo». E quale sarebbe questo “patrimonio culturale cristiano”? E il Vangelo di Gesù, dove lo mettiamo? La buona novella annunciata ai poveri della liberazione dalla miseria, agli incarcerati dalle prigioni, agli ammalati dalla malattia, agli stranieri di essere accolti e non respinti? Che possiamo dirci ancora cristiani – come affermava Benedetto Croce – è oggi abbastanza discutibile. Che poi si spacci per cristiano ciò che è il capovolgimento del messaggio evangelico, mi rende abbastanza inquieto. Per questo motivo, le chiese cristiane, che oltretutto hanno fatto passi importanti a livello ecumenico e interreligioso, hanno preso posizione e devono continuare a farlo, ancora con più convinzione, contro questa deriva. Sono molto d’accordo con quanto affermato da Fulvio Ferrario, teologo valdese, in un recente post su Facebook: «Certo, Gesù Cristo non è un marchio di proprietà delle chiese, però è un nome rispetto al quale le chiese hanno responsabilità: una di esse consiste nel dire che è profondamente ingiusto utilizzarlo, insieme a sostantivi e aggettivi derivati (cristianesimo, cristiani) per propinare ideologie disumanizzanti. […] le chiese sono impegnate da decenni sul fronte opposto, non in nome del «patrimonio culturale cristiano», bensì di Gesù. Il partito trasversale della remigrazione, però, lasci almeno in pace il cristianesimo, che, con tutta la sua storia carica di tragedie e tradimenti, un rapporto con Gesù, e con le persone con le quali lui si identificava, cerca comunque di mantenerlo».         Pierpaolo Loi
August 13, 2026
Pressenza
MEDU: “Il Governo italiano intervenga per la liberazione dei 14 medici palestinesi detenuti
Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha inviato al Presidente del Consiglio Ministri e al Vicepresidente del Consiglio Ministri e Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale la lettera che li sollecita a non ignorare l’appello sottoscritto da molte associazioni di categoria e numerosi professionisti della sanità. La petizione chiede di intervenire in soccorso del dottor Hussam Abu Safiya e di 13 medici palestinesi. Nel comunicato divulgato oggi da MEDU è riportato il testo della lettera: Presidente Giorgia Meloni e Ministro Antonio Tajani, con questa lettera Medici per i Diritti Umani si fa portavoce delle oltre settemila persone che hanno sottoscritto la petizione per la liberazione di quattordici medici palestinesi detenuti da Israele senza accusa formale e senza processo. L’appello è stato rivolto in particolare ai medici, agli operatori sanitari e a tutte le professioni della cura (petizione su change.org). La petizione ha raccolto un ampio sostegno da parte della comunità sanitaria italiana, sia a titolo individuale sia istituzionale. Vi ha aderito la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri – FNOMCeO, che rappresenta circa 470.000 professionisti, insieme a Ordini provinciali, società scientifiche, associazioni sanitarie e altre realtà istituzionali (comunicato Fnomceo). Non presentiamo, dunque, soltanto una richiesta di MEDU. Ci facciamo interpreti della profonda preoccupazione espressa da migliaia di cittadine e cittadini impegnati nelle professioni della cura. Tra i medici detenuti figura il dottor Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan, arrestato nel dicembre 2024 dopo aver continuato ad assistere la popolazione del nord di Gaza in condizioni drammatiche. Il dottor Abu Safiya è divenuto il simbolo dei professionisti sanitari che hanno continuato a curare i propri pazienti anche quando svolgere la missione medica significava mettere a rischio la propria vita. Come lui, gli altri tredici medici inclusi nell’appello (Dr. Musab Samaan, Dr. Omar Amar, Dr. Ahmad Musa, Dr. Nahad Abu Taima, Dr. Medhat Abu Tabng’a, Dr. Murad Alkuka, Dr. Mahmud Hallak, Dr. Hamza Abu Sabha, Dr. Ahmad Shahada, Hassan Almukayed, Dr. Raed Mahdi, Dr. Akram Abu Odeh e Dr. Muhammad Ubaid) sono stati sottratti alle loro famiglie, ai loro pazienti e a un sistema sanitario già gravemente compromesso, proprio nel momento in cui la loro presenza sarebbe più necessaria. I nostri colleghi di Physicians for Human Rights Israel (PHRI) seguono direttamente la situazione degli operatori sanitari palestinesi detenuti e ci forniscono aggiornamenti sui singoli casi. Le informazioni raccolte da PHRI sulla durata e sulle condizioni della detenzione, sulle difficoltà di accesso all’assistenza legale e sulle testimonianze di maltrattamenti destano profonda preoccupazione e richiedono un’iniziativa urgente della comunità internazionale. La detenzione prolungata di questi medici non colpisce soltanto le persone arrestate e le loro famiglie. Priva un’intera popolazione di professionisti indispensabili e aggrava ulteriormente le conseguenze della distruzione delle strutture sanitarie e della drammatica carenza di personale. Chiediamo pertanto al Governo italiano di assumere iniziative politiche e diplomatiche concrete e, in particolare, di: * intervenire formalmente presso il Governo israeliano per chiedere la liberazione immediata dei quattordici medici palestinesi indicati nell’appello; * richiedere informazioni complete e verificabili sul luogo e sulle condizioni della loro detenzione, sul loro stato di salute e sull’eventuale formulazione di accuse; * sollecitare, nell’attesa della loro liberazione, l’accesso effettivo a un avvocato, ai familiari, a cure mediche indipendenti e agli organismi internazionali competenti; *  promuovere un’iniziativa coordinata in sede europea per la liberazione degli operatori sanitari detenuti senza accusa e per la protezione effettiva della missione medica; * rendere pubbliche le iniziative intraprese dall’Italia e gli esiti delle interlocuzioni diplomatiche; La protezione del personale sanitario non può dipendere dalla nazionalità dei medici o dal luogo in cui esercitano la propria professione. Curare i malati, assistere i feriti e rimanere accanto ai propri pazienti non può diventare motivo di arresto, violenza o persecuzione. A nome delle oltre settemila persone che hanno firmato la petizione e delle numerose organizzazioni e istituzioni sanitarie che vi hanno aderito chiediamo al Governo italiano di utilizzare tutti gli strumenti politici e diplomatici a sua disposizione per ottenere la liberazione del dottor Hussam Abu Safiya e degli altri tredici medici palestinesi detenuti. Curare non è un crimine. La protezione della missione medica non è negoziabile. MEDU resta disponibile a incontrare il Governo per presentare la petizione, la documentazione relativa ai quattordici medici e le informazioni raccolte anche grazie al contributo dei colleghi di Physicians for Human Rights Israel. In attesa di un Vostro riscontro e confidando in un concreto intervento del Governo italiano, porgiamo cordiali saluti. Marco Zanchetta, Presidente di Medici per i Diritti Umani Alberto Barbieri, Coordinatore generale di Medici per i Diritti Umani   Redazione Italia
July 30, 2026
Pressenza
“Non arrecare danno significativo. Non indebolire garanzie ambientali nel bilancio europeo”
Tredici organizzazioni della società civile italiana hanno inviato una lettera al Presidente del Consiglio, al Ministro degli Esteri, al Ministro per gli Affari Europei Tommaso Foti e al Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. MIRA Network, WWF Italia, Fondazione Ecosistemi, Greenpeace Italia, Legambiente, The Good Lobby Italia, ènostra, Kyoto Club, Laudato Sì Movement, CONCORD Italia, InformaGiovani / IGNet, Transport & Environment Italia e Coordinamento FREE si sono rivolti a Giorgia Meloni, Antonio Tajani, Tommaso Foti e Gilberto Pichetto Fratin chiedendo di sostenere il mantenimento del principio “non arrecare danno significativo (DNSH)” all’ambiente come clausola orizzontale del bilancio europeo 2028-2034, o Quadro Finanziario Pluriennale (QFP). Il comunicato divulgato oggi, 30 luglio, dalle 13 associazioni spiega: > L’appello arriva dopo le dichiarazioni della Presidente del Consiglio Meloni, > che durante le comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio europeo di > giugno scorso ha criticato il principio DNSH nell’ambito del negoziato sul QFP > 2028-2034, adducendo come principali argomentazioni il rischio di esclusione > automatica di intere categorie di investimenti e un possibile freno alla > competitività industriale italiana ed europea, in particolare nel confronto > con Stati Uniti e Cina. > > Il principio DNSH è stato introdotto nel 2020 con il Regolamento europeo sulla > tassonomia delle attività sostenibili, e reso vincolante nel 2021 per > l’accesso ai fondi del Dispositivo per la ripresa e la resilienza (PNRR). > Nell’attuale ciclo di programmazione 2021-2027 viene applicato al PNRR, al > Fondo sociale per il clima, ai fondi della politica di coesione, a InvestEU e > ai fondi per la cooperazione con i Paesi terzi (NDICI ed EFSD+),  con linee > guida distinte tra loro. La Commissione europea l’ha proposto come principio > orizzontale del prossimo bilancio: si applicherebbe cioè a tutti i fondi > europei del QFP 2028-2034. È proprio questa estensione a essere nel mirino > delle critiche del governo italiano. > > Il 15 luglio 2026 la Commissione ha pubblicato un concept paper che anticipa > l’approccio che verrà adottato nelle linee guida di applicazione del principio > per il prossimo QFP 2028-2034: un unico set di criteri per l’intero bilancio, > applicato non a tutte le attività finanziabili ma soltanto a un elenco > esaustivo e predefinito di attività ritenute potenzialmente dannose. Le linee > guida definitive sono attese entro il 1° gennaio 2027. > > È doveroso sottolineare che il DNSH, insieme al target orizzontale del 35% di > spesa complessiva per il clima e l’ambiente, resta l’unica salvaguardia > ambientale trasversale a tutti i fondi del bilancio europeo: la sua eventuale > rimozione priverebbe il prossimo QFP dell’unico strumento capace di impedire > che risorse pubbliche comuni finanzino attività dannose per l’ambiente. > > Inoltre, indebolire il principio non è la strada per rafforzare la > competitività italiana ed europea. Il DNSH rappresenta un criterio minimo che > garantisce che i fondi pubblici comuni finanzino investimenti coerenti con gli > obiettivi climatici dell’Unione. Decarbonizzazione e competitività, ricordano > le organizzazioni citando anche il rapporto Draghi, non sono in > contrapposizione: finanziare con risorse comuni infrastrutture ad alta > intensità di carbonio espone imprese e territori italiani al rischio di costi > di adeguamento e di infrastrutture obsolete, proprio mentre i principali > concorrenti globali accelerano sulla transizione dei propri sistemi > produttivi. > > A tal proposito, segnaliamo però anche un punto di attenzione sulla proposta > della Commissione: la limitazione del test DNSH a un elenco predefinito di > attività non è di per sé una garanzia. Il nuovo impianto si regge interamente > sulla qualità di quell’elenco: se un’attività potenzialmente dannosa non vi > compare, sarà considerata automaticamente conforme, senza alcuna verifica. > > Per queste ragioni, chiediamo al Governo di: > > * assumere in sede di Consiglio una posizione a favore del mantenimento del > DNSH come clausola orizzontale del QFP 2028-2034; > * non avanzare richieste di ulteriori esenzioni rispetto alla lista di > attività definita dalla Commissione, né di estensione della clausola di > “interesse pubblico prevalente”; > * trasmettere alla Commissione, prima della chiusura della consultazione, un > contributo tecnico elaborato con Regioni e autorità di gestione. “Insieme ad altre 12 organizzazioni della società civile italiana, chiediamo al Governo di mettersi dalla parte di chi vuole rafforzare il principio DNSH, non indebolirlo – precisa Francesca Canali, policy and project manager di MIRA Network – Questo principio non blocca la spesa, ma anzi la indirizza: al massimo esclude gli investimenti che non sono realmente sostenibili e che tra vent’anni dovremmo riconvertire a nostre spese. Indebolirlo non porta un euro in più all’Italia, peggiora solo il modo in cui spendiamo i fondi europei”. Il testo integrale della lettera è disponibile online: https://www.informa-giovani.net/wp-content/uploads/2026/07/dnsh.pdf  Redazione Italia
July 30, 2026
Pressenza
Berlino, Gaynet: “Meloni dimentica il Pride, solidarietà solo al governo tedesco”
Di imbarazzante ipocrisia le parole di solidarietà di Meloni per l’attentato al Pride di Berlino: la Presidente del Consiglio si rivolge solamente al governo tedesco, non nomina il Pride e riesce a non menzionare in alcun modo la natura omofobica dell’attentato”. Così Rosario Coco, Presidente di Gaynet, in una nota. La presidente Meloni, è noto, ha rilasciato un freddissimo, ma istituzionalmente perfetto (nella sua ferocia) comunicato subito dopo i fatti di Berlino, scegliendo scientemente un tono che le ha permesso di omettere ogni riferimento al Pride e alla comunità LGBTIQA+. “Esprimo, a nome del governo italiano” – recitava la gelida nota di Meloni – “solidarietà e sincera vicinanza per le drammatiche notizie che giungono da Berlino. L’Italia condanna e si oppone con forza a qualsiasi forma di odio ed estremismo, lavorando ad ogni livello per difendere la libertà e la sicurezza dei nostri cittadini. Un pensiero commosso ai familiari della vittima e auguri di pronta guarigione ai molti feriti. Siamo al fianco della Germania e del popolo tedesco”. Il presidente di Gaynet, Rosario Coco sottolinea proprio l’aver taciuto ogni riferimento alla comunità colpita. “Sono stati colpiti il Pride, la comunità LGBTQIA+ e un sistema di valori che da decenni integra libertà e diversità etnico-culturale, come quello tedesco”, recita la nota di Coco. “Si tratta di un episodio frutto del clima di odio e di radicalizzazione che si respira negli ultimi anni, fomentato dalle destre estreme in Europa e nel mondo. Al nostro governo, basti leggere Salvini, interessa guardare il dito e non la luna, gridando alla cosiddetta “emergenza islamica”. La vera emergenza è quella di spegnere l‘odio religioso e lavorare per un Europa della laicità e dei diritti per tutte le persone. Ma alla destra italiana di tutele contro le discriminazioni non interessa nulla: basti ricordare che, dal gennaio 2025, non c’è stata dal governo una sola parola di solidarietà contro l’escalation di aggressioni omotransfobiche, ormai una ogni due giorni (Info pack Gaynet 2026). Redazione Italia
July 27, 2026
Pressenza
Dati INVALSI, orgoglio italico
Anche quest’anno INVALSI ha rilasciato i suoi scientificissimi dati sulla qualità delle scuole d’Italia. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato i risultati raggiunti con parole semplici. Redazione ROARS si unisce esultante all’orgoglio patrio che, nell’Era del Merito, risorge vittorioso.  Alla soddisfazione per i risultati raggiunti, aggiungiamo un retroscena che nel clamore mediatico rischia di passare inosservato. Nel luglio 2022, Fratelli d’Italia attaccava INVALSI per bocca della senatrice Bucalo, responsabile Scuola del partito: “Scuola: Ministero sperpera denaro con prove Invalsi”. Oggi la senatrice su La Voce del Patriota condivide pienamente la soddisfazione della Presidente Meloni. Grazie a un testimone che ci ha chiesto di rimanere anonimo, siamo in grado di documentare il colloquio intercorso tra la presidente del Consiglio e la senatrice Bucalo che ha fatto cambiare linea al partito. La Verità non è statica, come la Nazione. Evolve. Matura. E i dati INVALSI sono lì a testimoniare l’efficacia per non dire la grandezza dell’opera del governo. Grazie INVALSI, grazie Presidente, grazie ITALIA! Anche quest’anno INVALSI ha rilasciato i suoi scientificissimi dati sulla qualità delle scuole d’Italia. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato con parole semplici i risultati raggiunti grazie all’opera del governo. Prima di unirci all’orgoglio patrio che risorge vittorioso grazie all’instancabile opera del Ministro del Merito, riportiamo un retroscena che nel clamore mediatico che accompagna gli esaltanti dati INVALSI non deve rimanere inosservato. Nel luglio 2022, Fratelli d’Italia attaccava INVALSI per bocca della senatrice Bucalo, responsabile Scuola del partito: “Scuola: Ministero sperpera denaro con prove Invalsi”. Grazie a un testimone che ci ha chiesto di rimanere anonimo, siamo in grado di docuementare il drammatico colloquio che si è svolto a Palazzo Chigi poco prima del rilascio delle dichiarazioni Della Presidente Giorgia Meloni. La senatrice Carmale Bucalo è stata convocata dalla premier per mettere a punto il comunicato stampa. Quando la Premier le ha spiegato il contenuto del comunicato che intendeva rilasciare, colmo di soddisfazione per i risultati raggiunti e certificati grazie al rigore scientifico e statistico di INVALSI, la senatrice Bucalo ha accennato timidamente > BUCALO: “Ma noi siamo contro INVALSI” La premier, severamente la blocca: > MELONI: “Eravamo, Eravamo. Lo vedi che sei sempre indietro!” per concludere assertiva, con una citazione forse apocrifa*, ma efficace: > MELONI: “Soltanto i muLi e i paracarri non cambiano idea” Convinta dalle parole della Presidente, la senatrice si precipita a condividere la soddisfazione della Premier su La Voce del Patriota.   A questo punto non resta che unire la voce di ROARS alla soddisfazione del governo.   -------------------------------------------------------------------------------- BOLLETTINO ROARS DELLA VITTORIA SCOLASTICA Lettori di Roars, italiani tutti! Il Fronte dell’Istruzione avanza. 520.000 giovani vite, che il nemico interno – la subdola dispersione, esplicita e implicita, la fragilità, l’ignoranza – tentava di sottrarre alla Nazione, anno dopo anno, sono state riconquistate. Non un numero: un trionfo. Non una statistica: un destino compiuto. L’abbandono scolastico, che fino a ieri minacciava l’onore della Patria, arretra: dall’11,5% al 7,3%, in una marcia che nemmeno l’Europa aveva osato immaginare per noi. Abbiamo anticipato la Storia. Là dove Spagna e Germania arrancano, l’Italia primeggia. Il dato non mente: il dato esalta. E se pure un tempo – in tempi bui, in tempi d’opposizione – qualche voce, financo tra le nostre fila, osò dubitare dei dati INVALSI, bollandolo “sperpero”, oggi quei dati, costruiti con maestria e dedizione dal Presidente Ricci e dai suoi collaboratori cui la Patria si inchina riconoscente, ci ricordano la Verità, testimoniando il successo dell’azione di governo promossa dalla devota dedizione all’esaltazione del merito del Ministro Valditara. E non si creda che il Nostro trionfo sia costato in rigore! Le eccellenze crescono, i diplomi si irrobustiscono: si vince senza cedere, si include senza indebolirsi. Docente tutor, Agenda Sud, Piano Estate, Decreto Caivano: non misure, ma armi della ricostruzione nazionale, forgiate per colmare il divario, per issare il Sud al livello che gli spetta. Restano, è vero, alcune fragilità. Ma a questo risponde già la Nuova Dottrina definita nella Indicazioni Nazionali: più lettura, più grammatica, più sintassi, la matematica rifondata, la penna e la carta restituite al loro posto d’onore e, insieme, le nuove sperimentazioni su soft skills e tutor digitali, perché la Nazione guarda avanti mentre torna indietro, e non c’è contraddizione dove c’è Fede nel Progresso e nel Dato. Il lavoro non è finito. Ma la Direzione è quella giusta, e la Direzione, si sa, non si discute: si segue. A chi ha pensato di arrendersi e non l’ha fatto: voi siete la prova vivente che i numeri prodotti da INVALSI non sono semplicemente scienza inconfutabile e rigorosa. Sono Patria. * Ecco la fonte della citazione della presidente Giorgia Meloni.
July 17, 2026
ROARS