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Asini e umani: un sardo sfida Trump per…
… il Nobel della pace 2026. La “bottega” ringrazia Ignazio Sanna per questo scoop.   Un evento imprevisto potrebbe impedire l’assegnazione del Nobel per la pace 2026 a Donald Trump. Infatti, il fulgido astro del principale pretendente pare improvvisamente oscurato dall’emergere di un altro parimenti grande statista, sir Tonino Minch’e Molenti, che secondo alcuni avrebbe alle spalle una lunga esperienza
La Costa Rica chiude la propria ambasciata a Cuba
“Il 17 marzo, il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica della Costa Rica ha informato la nostra Cancelleria attraverso una nota diplomatica e senza offrire alcun argomento, della decisione unilaterale di chiudere la propria ambasciata a Cuba,” si legge in un comunicato del Ministero degli Affari Esteri cubano. “Inoltre, senza alcun tipo di giustificazione e invocando una presunta e infondata reciprocità, ha chiesto a Cuba di ritirare il personale diplomatico dalla sua Ambasciata a San José, sottolineando che ciò non include il personale consolare e amministrativo, che potrà continuare a svolgere le sue funzioni”, continua la nota del Ministero degli Esteri cubano. Viene notificato che “a partire dal 1° aprile il governo della Costa Rica manterrà le relazioni con Cuba a livello consolare”. Secondo la nota emessa dal governo cubano “si tratta di una decisione arbitraria, evidentemente adottata sotto pressione e senza tener conto degli interessi nazionali di quel popolo fratello. Con questo passo, il governo costaricano, che mostra una storia di subordinazione alla politica degli Stati Uniti contro Cuba, si unisce ancora una volta all’offensiva del governo statunitense nei suoi rinnovati tentativi di isolare il nostro Paese dalle nazioni della Nostra America e partecipa alla sua escalation aggressiva contro la Rivoluzione cubana, respinta dalla comunità internazionale. Come sessant’anni fa, fallirà nell’impegno. Niente potrà allontanare i popoli di Cuba e Costa Rica, uniti da legami indissolubili di una storia comune, onorata da grandi eroi dell’indipendenza cubana come Martí e Maceo”, conclude il comunicato. La decisione del governo della Costa Rica arriva dopo la riunione della nuova creatura voluta da Donald Trump denominata “Scudo delle Americhe” tenutasi il 7 marzo a Miami. All’alleanza politico-militare sono stati invitati i presidenti di destra ed estrema destra che governano in America Latina. Lo scopo formale è quello di combattere il narcotraffico e l’emigrazione clandestina, ma in realtà “l’obiettivo è quello di riorganizzare la sicurezza dell’emisfero attraverso un’alleanza politico-militare nel continente, che garantisca una retroguardia alleata nel cortile di casa”, come fa notare Marco Consolo. Alla prima riunione erano presenti Javier Milei per l’Argentina, il boliviano Rodrigo Paz, José Antonio Kast per il Cile, Rodrigo Chaves per la Costa Rica, Daniel Noboa per l’Ecuador, Nayib Bukele per El Salvador, Irfaan Ali per la Guyana, il neo eletto presidente dell’Honduras Nasry Asfura, José Raúl Mulino per Panama, Santiago Peña per il Paraguay, Luis Abinader per la Repubblica Dominicana e Kamla Persad-Bissessar per Trinidad e Tobago. Durante l’incontro si è ovviamente parlato anche di Cuba e Trump ha dichiarato che l’isola è arrivata alla fine del suo percorso politico. La decisione di chiudere l’ambasciata da parte della Costa Rica arriva dopo che il 4 marzo il governo dell’Ecuador di Daniel Noboa, senza fornire alcuna giustificazione, aveva dichiarato persona non gradita l’ambasciatore cubano Basilio Gutierrez e i membri della rappresentanza diplomatica, intimando loro di lasciare il Paese entro 48 ore. Quindi immaginare che dietro le due decisioni ci sia una regia statunitense non è una fantasia. Ci dovremo aspettare altre ambasciate chiuse nei prossimi giorni, magari proprio in uno dei Paesi che il pacifista della domenica ha chiamato al suo cospetto? Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info   Redazione Italia
March 19, 2026
Pressenza
Dio l’ha voluto, forse
Breve ritratto di Pete Hegset, ministro della guerra di Trump, e altri figuri del cerchio maggico trumpiano. Di Rodrigo Andrea Rivas C’è in giro un sobrio personaggio che ama presentarsi senza camicia (come “un qualsiasi descamisado peronista”). Non è un pacifico “vacanziere al Lido”, ma Pete Hegset, Ministro della Guerra di Donald Trump. Ama essere descamisado per poter esibire i
Porgi l'altra guancia?
Passerà probabilmente alla storia l'immagine di Donald Trump, attorniato da una serie di importanti pastori evangelici, raccolto in preghiera per invocare la benedizione divina sull'esercito americano. Sul significato profondo di questo tipo di raffigurazione abbiamo chiesto lumi a Carlo Modesti Pauer, antropologo che ha studiato nel corso della sua carriera le diverse modalità di rappresentazione del sacro.
March 17, 2026
Radio Onda Rossa
Furundulla 311 – No rdio, Si rdio, Boh rdio?…
…brutto clima, ma NO Nordio! No P2 e NO fascisti del (M)SI di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Sirdio   Blocchi navali “La sicurezza come alibi. Se fosse un film, andrebbe sotto questo titolo la pessima trilogia che il governo
Venezuela, Trump: “Il ritorno di María Machado non è una priorità”
Dopo la cattura arbitraria e illegale del Presidente venezuelano Nicolas Maduro – in violazione del diritto internazionale e dell’immunità personale assoluta (ratione personae) di cui godono i capi di Stato in carica dalla giurisdizione penale di altri Stati – subito la Premio Nobel per le guarimbas, la fascista Maria Corina Machado, si è proposta a Trump come nuova “Presidente del Venezuela”. Giovedì sera 15 gennaio 2026, la leader fascista dell’opposizione venezuelana María Corina Machado ha regalato al presidente degli Stati Uniti Donald Trump la medaglia del suo Premio Nobel per la Pace (1) con il fine di supplicarne un ritorno politico in Venezuela contro il legittimo governo socialista bolivariano e nel tentativo di influenzare i suoi sforzi per plasmare il futuro politico del suo Paese. Trump, al posto di accondiscendere alla mira golpista della Machado, ha declinato la richiesta dichiarando che ‘non ha il sostegno necessario’ per governare. La Machado ne è uscita totalmente squalificata, non ricevendo gratitudine dal suo alleato USA dopo che la stessa Machado e l’estrema destra venezuelana si sono prestati a collaborare attivamente per l’aggressione imperialista al Venezuela e per il sequestro del Presidente costituzionale Maduro il 3 gennaio 2026, come dichiara un memorandum segreto del governo degli Stati Uniti reso pubblico dal Wall Street Journal. Il diniego a Machado da parte di Trump è stata una grande ammissione dell’Amministrazione USA, che di fatto ha riconosciuto l’assoluta assenza di consenso verso la Machado e dell’opposizione venezuelana in generale, riconoscendo  – in qualche modo – anche che la Machado sia un personaggio divisivo nella società venezuelana e che non avrebbe mai potuto vincere le elezioni presidenziali del 2024, nemmeno con il suo delfino Edmundo González Urrutia, senza consenso elettorale. E le elezioni frodate? E la presunta “mancanza di libertà”? E la presunta “mancanza di democrazia”? Soltanto i falsi pretesti per scatenare l’aggressione contro il Venezuela e provocare disordini, morti e distruzioni e il rapimento di Maduro. Come in un film, fatto sulla pelle dei venezuelani che sostengono il chavismo e – in questo caso – sulla pelle dei venezuelani che si sono prestati ad imbastire le provocazioni contro il loro Paese. Ora non servono più e, dopo essere stati usati come utili idioti, ora possono rimanere dove sono mentre tra Stati Uniti e Venezuela riprende il dialogo. In una recente dichiarazione, il presidente Donald Trump ha ribadito la sua posizione sul Venezuela, stabilendo una tabella di marcia che sospende il ritorno di figure dell’opposizione come María Machado e altri. Alla domanda se avrebbe richiesto queste condizioni al governo venezuelano, il presidente ha sottolineato che “non siamo ancora arrivati a quel punto”. A metà febbraio 2026, riguardo al possibile ritorno della politica di estrema destra María Corina Machado, a cui si è rivolta durante l’intervista Kristen Welker (moderatrice di Meet the Press della NBC News) la Presidente vicaria Delcy Rodríguez ha sottolineato che la Machado dovrà “rispondere al Venezuela” per aver richiesto interventi militari e sanzioni e per aver celebrato l’aggressione imperialista statunitense del 3 gennaio 2026. In Italia, per questi reati, ci sarebbe una condanna dai 10 ai 15 anni di reclusione. Se ci mettiamo il reato di associazione a delinquere ed eversione gli anni aumentano. Nel caso di attentato che porti a una effettiva compromissione dell’integrità dello Stato, come in Venezuela con il sequestro del presidente legittimo, si arriva anche all’ergastolo. Per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump “le cose più importanti” in Venezuela sono: * la “stabilizzazione dell’industria petrolifera”, cosa che comunque dovrà vedere con la Repubblica Bolivariana del Venezuela, la quale nella sua Costituzione afferma che il petrolio, come le risorse naturali, sono di proprietà del popolo, della nazione e solo lo Stato può gestirle; * e la “ripresa economica del Paese”, cosa che in realtà sono proprio gli USA di Trump a voler osteggiare. Si ricorda che, prima che l’aggressione USA del 3 gennaio scombussolasse i piani del governo bolivariano, per 18 trimestri consecutivi il Venezuela, guidato dal governo socialista bolivariano di Nicolas Maduro è stato in crescita economica (2), diventando il primo Paese in crescita in Sudamerica nel 2025, e che la Legge di Bilancio 2026 (presentata dalla stessa Delcy Rodriguez, in qualità di vicepresidente) aveva già previsto un futuro investimento del 77,8% del bilancio in piani sociali.   (1) Trump, che si era pubblicamente battuto per il premio prima che Machado lo vincesse il mese scorso, si è lamentato aspramente di non averlo ricevuto. Lei stessa ha dichiarato che meritava il premio dopo averlo ricevuto, e poi gliel’ha “dato”, nonostante la commissione avesse chiarito che il Premio Nobel non è trasferibile nè revocabile. https://people.com/trump-refused-to-back-venezuela-s-opposition-leader-as-new-president-because-she-accepted-nobel-peace-prize-which-he-wanted-report-11879109 (2) https://avn.info.ve/sector-agricola-crecio-86-en-2025-senala-ministro-leon-heredia/ https://avn.info.ve/exportaciones-de-cacao-venezolano-aumentaron-un-111-en-2025-2/   Per info: > Machado regala Nobel a Trump. Estrema destra venezuelana collaborò > nell’aggressione USA al Venezuela > Venezuela, Delcy Rodriguez: “Machado dovrà rendere conto della sua complicità > nell’aggressione imperialista USA”   Lorenzo Poli
March 12, 2026
Pressenza
L’Italia nell’abisso: il servilismo di Meloni tra i droni di Crosetto e i deliri imperiali di Trump
L’immagine che più di ogni altra restituisce la deriva internazionale in cui l’Italia è precipitata in questi primi mesi del 2026 è il sorriso compiaciuto di Donald Trump mentre definisce Giorgia Meloni “una grande leader che cerca sempre di aiutare”. Nelle cancellerie europee quella frase non è passata come un complimento di routine: è stata letta per quello che è, il segnale di un rapporto politico sempre più sbilanciato. E il tempismo non è affatto casuale. Il plauso del presidente statunitense arriva proprio mentre la tensione con l’Iran cresce di giorno in giorno e mentre l’Italia rafforza la propria presenza militare nel Mediterraneo e nelle aree circostanti. Il governo continua a ripetere che l’Italia non è in guerra e che non intende partecipare direttamente alle operazioni militari. Una formula rassicurante, certo, ma che contrasta apertamente con ciò che sta accadendo: l’aumento degli assetti navali italiani nel Mediterraneo orientale e nelle zone strategiche limitrofe mostra chiaramente come Roma stia assumendo un ruolo sempre più rilevante nello scenario di crisi che ruota attorno al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Tra le unità impiegate c’è anche la fregata ITS Federico Martinengo, una delle più avanzate della Marina Militare, impegnata in missioni di sorveglianza e sicurezza marittima. Il punto politico non è stabilire se l’Italia stia partecipando o meno ad azioni offensive — il governo continuerà a negarlo — ma riconoscere che il crescente coinvolgimento logistico e strategico dell’apparato militare italiano colloca inevitabilmente il Paese dentro l’architettura operativa dell’alleanza guidata da Washington. E in uno scenario di escalation, questa collocazione rischia di trasformare anche le infrastrutture militari presenti sul territorio italiano in potenziali obiettivi. Un ruolo decisivo in questa architettura è svolto dalle basi statunitensi e NATO presenti in Italia. Il sistema satellitare MUOS di Niscemi è uno dei nodi globali della rete di comunicazione del Pentagono; la base aeronavale di Sigonella, invece, è diventata uno dei principali hub operativi per i velivoli senza pilota e per le missioni di sorveglianza nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Il fatto che queste infrastrutture siano integrate nella rete militare statunitense solleva da anni un enorme problema politico: l’Italia permette che il proprio territorio venga utilizzato come piattaforma strategica per operazioni decise altrove. Il cuore tecnologico del riarmo italiano è stato rivendicato apertamente dal Ministro della Difesa Guido Crosetto durante il suo intervento parlamentare del 5 marzo 2026. Crosetto ha sostenuto la necessità di aggiornare i droni MQ‑9A Predator B in dotazione all’Aeronautica Militare. Velivoli nati per la ricognizione, certo, ma ormai predisposti anche per l’impiego armato e pienamente integrabili nei sistemi operativi della NATO. Una scelta che segna un passaggio politico evidente: l’Italia investe sempre più in strumenti militari ad alta capacità offensiva, mentre la retorica ufficiale continua a parlare esclusivamente di difesa e sicurezza. Non siamo più nel campo del monitoraggio dei confini o della semplice deterrenza: qui si parla di droni armati destinati a operare in scenari di guerra a distanza. Se il governo intende rafforzare il sostegno militare ai Paesi del Golfo e partecipare attivamente alle operazioni belliche a guida statunitense, dovrebbe avere il coraggio di dirlo apertamente al Parlamento e ai cittadini. Non si può continuare a parlare di “missioni di sicurezza” mentre si finanziano strumenti di morte che servono solo a gettare benzina sul fuoco del conflitto iraniano. La gravità della situazione è confermata dalle parole pesantissime arrivate da Teheran nelle ultime ore. Il Vice Ministro degli Esteri iraniano, Majid Takht-Ravanchi, è stato chiarissimo: i Paesi coinvolti militarmente al fianco di Stati Uniti e Israele diventeranno obiettivi legittimi di rappresaglia. È un avvertimento che l’Italia non può permettersi di ignorare. Eppure, la risposta di Palazzo Chigi è stata quella di accelerare ulteriormente. Invece di promuovere una de-escalation o una mediazione europea indipendente, il Ministero della Difesa risponde promettendo “più sostegno” ai Paesi del Golfo, legandoci a doppio filo a una coalizione che punta al cambio di regime in Iran, incurante del prezzo di sangue che questo comporterà per l’intera regione. Questa “politica muscolare” sta portando l’Italia verso un baratro diplomatico. La protezione degli interessi energetici, spesso usata come scusa per giustificare le missioni nel Golfo, è una menzogna che i fatti smentiscono quotidianamente. Ogni bomba che cade in Medio Oriente, ogni drone che si alza in volo, si traducono in un rincaro dei prezzi energetici che svuota le tasche delle famiglie italiane. Meloni non sta difendendo l’interesse nazionale: sta garantendo la logistica per una strategia che produce solo macerie, giurando fedeltà assoluta ai desiderata di una Casa Bianca sempre più aggressiva. In tutto questo colpisce il silenzio della Presidente del Consiglio. Giorgia Meloni non ha ancora affrontato un vero confronto parlamentare sull’evoluzione della crisi e sul ruolo che l’Italia intende svolgere. Delegare la gestione di una crisi internazionale di questa portata al Ministero della Difesa o a quello degli Esteri significa svuotare il ruolo delle Camere e ridurre la politica estera a un rapporto diretto tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca. Il paradosso emerge con forza anche sul piano economico. Per i programmi militari contenuti nel Documento Programmatico Pluriennale della Difesa i fondi si trovano sempre; quando invece si parla di emergenze sociali, la risposta è invariabilmente la stessa: non ci sono risorse. È il segno di una trasformazione profonda dell’economia italiana, sempre più orientata verso il riarmo mentre sanità, scuola e welfare continuano a subire tagli. In questo quadro torna inevitabilmente al centro la questione costituzionale. L’articolo 11 afferma che l’Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Consentire che il nostro territorio e le nostre infrastrutture militari siano integrate stabilmente nelle strategie di proiezione delle grandi potenze significa svuotare progressivamente quel principio. Il plauso di Donald Trump alla premier italiana non è una medaglia da appuntarsi al petto. È il simbolo di una politica estera sempre più subordinata alle logiche geopolitiche delle grandi potenze. Se l’Italia vuole tornare ad avere un ruolo credibile nel mondo, la strada non può essere quella della militarizzazione e dell’allineamento automatico alle strategie di guerra, ma quella del rilancio della diplomazia, della cooperazione internazionale e della difesa rigorosa dei principi costituzionali di pace. Eppure, nonostante la retorica bellicista che domina il dibattito istituzionale, nel Paese reale prevale un sentimento diverso. L’opinione pubblica italiana rimane in larga parte contraria al coinvolgimento in nuovi conflitti e guarda con crescente preoccupazione all’escalation militare in Medio Oriente. Non è un caso che il prossimo 28 marzo associazioni pacifiste, movimenti sociali, sindacati e forze della sinistra scenderanno in piazza a Roma in una manifestazione anche per chiedere che l’Italia non venga trascinata in una nuova guerra e che torni a rispettare fino in fondo lo spirito dell’articolo 11. In quelle piazze si esprimerà un’Italia diversa da quella raccontata dal governo: un’Italia che rifiuta la logica dei blocchi militari, che non accetta di diventare piattaforma logistica di guerre altrui e che rivendica un ruolo attivo di pace, cooperazione e diplomazia internazionale. Giovanni Barbera
March 11, 2026
Pressenza